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"Il dittatore relativo", di Luca Telese

L’uomo si sa, è dotato di fervida fantasia, e nella sua testa si agita una Bicamerale neurale: il cervello del premier è sempre impegnato a cancellare qualche articolo della Costituzione (a quanto pare emenda anche nel sonno). Ieri è arrivata l’ultima perla: “La libertà di stampa non è un diritto assoluto”, Silvio Berlusconi dixit. E così – zac! – è partita una sforbiciata anche all’articolo 21, inutilmente garantista e troppo vincolante per i governati desiderosi di stampa benevola. Il diritto de-costituzionale. Evidentemente hanno ragione Pippo Civati ed Ernesto Ruffini – due giovani leoni della nuova generazione del Pd – secondo cui “è ormai necessario scrivere una manuale di diritto de-costituzionale con tutti gli articoli della Carta ormai rivisitati dal Cavaliere”. L’unico problema, aggiunge ironico Civati “E ’che questo libro d itesto andrebbe aggiornato quasi tutti giorni”. La legge più uguale per me.
Sul primo capitolo, invece, non ci sono dubbi. Andrebbe dedicato all’articolo 3, che il premier ha già riscritto con opportune modifiche parlando dei propri processi: “La legge è uguale per tutti, ma è più uguale per me” (testuale) con una involontaria parafrasi orwelliana. Si dovrebbe poi passare all’articolo 41 già ampiamente riformulato, più o meno così: “Bisogna liberalizzare davvero l’impresa, rimuovendo i limiti imposti dalla Costituzione sovietica del 1946”. In quel testo,“si parla molto di lavoro e quasi mai di impresa – aggiunge il premier – che è citata solo nell’articolo 41. Non è mai citata la parola mercato. Purtroppo una legge ordinaria non basta, bisogna riscrivere la Carta”.
Una Corte bolscevica. Senza parlare del ruolo e della composizione della Corte Costituzionale, anche questo rivisitato: “Oggi, come è noto, la Corte è costituita da una maggioranza di giudici di sinistra che quando decidono che una legge non gli va bene la fanno impugnare la abrogano”. Ieri, però, la cattedra di diritto De-costituzionale ha dato il meglio di sè. Per rispondere allo sciopero dei giornalisti, indispettito dal silenzio dei media, Berlusconi ha rovesciato la prospettiva. Non è la legge che vieta di pubblicare le notizie ad essere un bavaglio per la libertà, dice il premier. Ma “la stampa schierata con la sinistra, pregiudizialmente ostile al governo, che disinforma, distorce la realtà e calpesta in modo sistematico – parole del Cavaliere – il diritto sacrosanto della privacy dei cittadini, ad aver imposto il bavaglio alla verità”. Ovvio. Il tutto consegnato a un memorabile discorso destinato ai promotori della Libertà, i legionari berlusconiani che dovranno difendere la democrazia nei giorni della caduta degli Dei. Il presidente affida loro “il compito non facile ma importante di liberare la verità da questo bavaglio”. Per Berlusconi sono “certi giornalisti” che “calpestano il diritto ad un uso sereno del telefono”, “invocando la loro libertà come se fosse un diritto che prescinde dagli altri”. Berlusconi li bacchetta. E qui arriva la perla di dottrina: “In democrazia non esistono diritti assoluti, perchè ciascun diritto incontra il proprio limite negli altri diritti egualmente meritevoli di tutela che, in caso della privacy, sono prioritariamente meritevoli di tutela. Un principio elementare della democrazia ma che la stampa italiana, nella sua maggioranza, ignora”.
Ironia & durezza. E le parole con cui il Guardasigilli Angelino Alfano annunciava al Quirinale “modifiche significative”? Abrogate pure quelle. La prima risposta è arrivata dai finiani di FareFuturo guidati da Filippo Rossi: “la libertà di stampa – si legge sul sito – non è mai abbastanza ”ed è un “diritto assoluto” . Dura anche la capogruppo Pd al Senato Anna Finocchiaro: “Il premier attacca la stampa tacciandola di fare disinformazione”. Sarcastico Nichi Vendola: “Berlusconi prova a rovesciare la realtà: la sua idea è che bisogna irrigimentare la stampa per raccontare propagandisticamente l’Italia come il paese della cuccagna”. I diritti Costituzionali saranno pure relativi: le vocazioni anticostituzionali del premier restano, venate di aspirazioni assolutistiche, con buona pace di chi vorrebbe dialogare con lui sulle riforme all’insegna del “male minore”.

Il Fatto quotidiano 11.07.10

Appello del Pd contro la mini-naia che sottrae risorse alla scuola

Ieri è stato approvato nella commissione Bilancio del Senato l’emendamento del relatore alla manovra, Antonio Azzollini, che introduce la mini-naia, cioè un breve periodo di addestramento militare (di 3 settimane) rivolto ai giovani che dovranno avere tra i 18 e i 30 anni, essere sani, dimostrare di non aver mai assunto sostanze psicotrope e versare una ‘somma’, a titolo di cauzione, in cambio di una uniforme. Se approvata, si tratterebbe di una iniziativa sperimentale del ministero della Difesa, fortemente voluta dal ministro Ignazio La Russa, che avrebbe una durata di tre anni a fronte di una spesa di 19,8 milioni (6,5 milioni quest’anno, 5,8 nel 2011 e 7,5 nel 2012).

Contro l’iniziativa, si registra la levata di scudi di tutti gli esponenti del Partito Democratico, che stigmatizzano la distrazione di queste risorse a danno di settori strategici, come l’istruzione.

In particolare, la senatrice democratica Mariangela Bastico dal proprio sito commenta severamente la mini-naia: “Per questa attività di formazione miliare il governo impegna 20 milioni di euro di nuova spesa, mentre ha ridotto drasticamente le risorse per il servizio civile, per i disabili, per la scuola, per servizi sociali fondamentali”.

La Bastico quindi invita a firmare un appello inviando la propria adesione contro questa ipotesi legislativa chiamata “legge Balilla”. L’appello pretende che, se ci sono 20 milioni per la formazione dei giovani, questi “siano spesi per educare veramente alla cittadinanza e alla Costituzione ovvero alla pace e ai diritti umani, alla legalità e alla giustizia”.

Da Tuttoscuola 10.07.10

«Proposte precarie», di Luca Schiaffino

Dall’Associazione 20 maggio una proposta per superare la giungla del precariato universitario

Quando si affronta il tema dell’accesso al lavoro nell’università è necessario considerare che la precarietà universitaria è un fenomeno complesso, che si è evoluto in maniera spontanea al di fuori di qualsiasi disegno organico di funzionamento del sistema accademico. Tramite il ricorso massiccio a forme contrattuali talvolta introdotte in maniera estemporanea nel calderone di una legge finanziaria, talvolta nate con finalità diverse da un rapporto di lavoro, si sono ampliati organici e garantite attività alle quali il lavoratore spesso non era formalmente adibito. Tutto ciò ha portato ad una giungla di contratti nella quale si mescolano forme adeguatamente tutelate e rapporti ai limiti dell’indecenza, privi dei più fondamentali diritti del lavoro. A titolo di esempio, consultando i dati delle collaborazioni esterne di alcuni dipartimenti dell’università La Sapienza si possono trovare contratti da 1950 euro totali in 3 mesi, da 3000 euro in 6 mesi, da 6000 euro in 9 mesi… Dietro questi numeri ci sono persone che non solo lavorano senza diritti e dietro compensi irrisori, ma (e le due cose non sono indipendenti) sono del tutto prive tutele sociali e di rappresentanze sindacali. Poiché infatti non esiste un contratto nazionale di lavoro dei docenti universitari, i sindacati non hanno alcuna rappresentanza formale degli interessi di professori e ricercatori e quindi ancor meno possono farsi carico del problema dei lavoratori precari.
Per mettere ordine e introdurre tutele per lavoratori che attualmente ne sono privi, si parla da tempo di ricondurre tutti i rapporti di lavoro che caratterizzano la fase post-dottorale ad un’unica tipologia contrattuale. Il ddl Gelmini non prevede alcun intervento in questo senso, ma occorre segnalare che una proposta che va nella giusta direzione elaborata dall’Associazione 20 maggio è stata recentemente approvata dall’assemblea nazionale del PD. Il contratto che, entro quattro anni dall’applicazione, dovrebbe assorbire tutte le forme contrattuali precarie è stato chiamato CUFR (Contratto Unico di Formazione e Ricerca). Il CUFR dovrebbe essere un contratto a causa mista di natura subordinata finalizzato all’acquisizione delle competenze, delle abilità e dell’esperienza per lo svolgimento di attività di ricerca e, soprattutto, per l’accesso all’insegnamento. La definizione dei compensi e delle modalità d’espletamento del rapporto dalla sua costituzione alla sua estinzione e l’accesso alle tutele sociali, definite per legge o integrative, verrebbero finalmente affidati alla contrattazione sindacale e la durata di ciascun contratto sarebbe compresa fra 1 e 3 anni, mentre la durata massima complessiva sarebbe fissata in 4 anni.
Inoltre, visti i processi di ristrutturazione in atto, a tutti gli addetti delle università occupati nelle varie forme che non siano confermati nei rapporti medesimi si estenderebbero gli ammortizzatori sociali in deroga e, a regime, le università dovrebbero pagare i contributi al fondo per la disoccupazione involontaria, consentendo ai lavoratori l’accesso all’indennità di disoccupazione.
Gli atenei dovrebbero poi riconoscere ai lavoratori non confermati il diritto di ricorrere ai servizi di ricollocamento al lavoro (outplacement) presso agenzie interessate a convenzioni che sarebbero stipulate dal MIUR, la CRUI, il ministero del lavoro, salute e politiche sociali, le Regioni, Italia Lavoro.
Infine, per agevolare percorsi professionali anche esterni al mondo accademico, sarebbero previsti forti incentivi fiscali e contributivi a favore delle imprese che assumono dottori di ricerca e verrebbero riservate percentuali di punteggio a vantaggio dei dottori di ricerca e dei ricercatori a termine nei concorsi della pubblica amministrazione.
In sostanza, la proposta avanzata dal PD con questa nuova modalità di lavoro riesce a cogliere alcune esigenze: sostituire tutte le forme di lavoro precario e ricondurre ad un rapporto di lavoro effettivo quelle con finalità formativa, come l’assegno di ricerca, che in realtà vengono utilizzate spesso in modo improprio dal momento che non costituiscono rapporti di lavoro; avere uno strumento finalizzato alla formazione post-dottorato sulla ricerca, ma anche sugli aspetti dell’insegnamento; avere un vero e proprio contratto di lavoro con tutele e regole definite per il lavoratore e per l’università che, all’inizio, abbia costi ridotti compatibili con l’impegno formativo e con la necessità di percorso e di selezione del sistema universitario; non lasciare soli i lavoratori che escono dall’università ed incentivare l’inserimento delle competenze acquisite in ambito accademico nel tessuto produttivo ed amministrativo del nostro paese.

da Sapere in bilico, Numero 0 Anno I

A 15 anni dal massacro di Srebrenica un funerale per 700 delle vittime

Si ricordano gli 8 mila morti. I resti delle fosse comuni saranno cremati e verrà data loro singola sepoltura
L’11 luglio 2010, «Giornata della memoria» istituita dal Parlamento europeo. L’ultima fossa comune è stata aperta a Zalazje, villaggio a pochi chilometri da Srebrenica, ad aprile: 80 metri per 20, la più grande delle oltre 80 fosse delle vittime del massacro del luglio 1995. Lo scorso marzo, il Parlamento di Belgrado ha adottato (votata da democratici e socialisti filo-occidentali, intenzionati a fare il possibile per portare la Serbia nell’alveo dell’Unione europea) una risoluzione di condanna del massacro, scusandosi per non avere fatto abbastanza per impedirlo. L’11 luglio 2010 è «Giorno della memoria per le vittime del genocidio di Srebrenica» (I serbi, invece, due giorni dopo, il 13 luglio, commemorano i propri morti con una cerimonia a Bratunac, la città più vicina a Srebrenica).
L’ORDINE DI KARADžIć – Quel giorno, l’11 luglio 1995, il generale serbo Ratko Mladić svuotò la cittadina della Bosnia orientale dai suoi 40 mila abitanti, musulmani bosniaci; trentamila tra donne e bambini furono deportati e in pochi giorni 8000 (cifra ufficiale, 12 mila secondo i parenti delle vittime) uomini e ragazzi vennero uccisi. In quel momento Srebrenica, sotto assedio dei serbo-bosniaci comandati dal generale Ratko Mladić dalla primavera del 1992 fino al luglio 1995, era zona protetta dell’Onu. Molti bosniaci erano arrivati a cercare rifugio in questo straccio di territorio ancora libero nella Bosnia orientale, portando a 40 mila gli abitanti della città che prima della guerra era abitata da 12 mila persone. L’ex presidente dei serbo-bosniaci, Radovan Karadžić, (in questi giorni si sta svolgendo il processo a suo carico innanzi al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia) all’epoca firmò l’ordine ai suoi militari: «Creare a Srebrenica una situazione di totale insicurezza e disperazione». Il suo ordine venne eseguito. I serbo-bosniaci di Ratko Mladic e Radovan Karadzic, passarono sotto le armi uomini e ragazzi.

GENOCIDIO – L’11 luglio è un’altra giornata per non dimenticare un “olocausto” che, come quello nazista, ha avuto rigurgiti di negazionismo. Il massacro della popolazione musulmana di Srebrenica era già stato definito genocidio dal Tribunale internazionale dell’Aija per l’ex Juguslavia, il 19 aprile 2004. Ora il Parlamento Europeo ha proclamato l’11 luglio Giornata della memoria con una risoluzione in cui afferma che il genocidio di Srebrenica è stato il maggior crimine di guerra perpetrato in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. E ha invitato gli Stati membri dell’unione e dei Balcani Occidentali a dedicare l’11 luglio alla memoria di quei morti. Diverse sono state e saranno in questi giorni le commemorazioni in Italia.

DIARIO DI SOPRAVVIVENZA – E, mentre nel villaggio di Zalazje dal 2 luglio sono cominciate le esumazioni, Al Memorial Center di Potocari si prepara la commemorazione con un funerale collettivo. I corpi, raccolti dalle fosse comuni, di 775 persone i cui resti sono stati identificati nel corso di questi anni, saranno cremati e a ognuno verrà data singola sepoltura. Che cosa è successo in quei giorni? Un libro, Cartolina dalla fossa, che uscirà il 12 luglio per la casa editrice Beit di Trieste, (pag. 270, euro 20), lo racconta con foto, cronologia (la prefazione di Azra Nuhefendic, interventi di Alice Meden, Guido Franzinetti, del poeta bosniaco Abdulah Sidran). E un diario sulla vita a Srebrenica prima e durante la tragedia di Emir Suljagić, un giovane musulmano bosniaco che, contro ogni previsione è sopravissuto. È la prima volta che Srebrenica è raccontata da un superstite.

SONO VIVO – «Io sono vivo perché Mladić aveva il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte», scrive Suljagić che aveva 17 anni quando iniziò la guerra. Imparò l’inglese e divenne interprete per le Nazioni Unite a Srebrenica. Questo gli salvò la vita. Oggi Emir fa il giornalista in Bosnia. La sua scrittura è pacata. Non odia, non insulta, non urla. Racconta. La difesa della città, il contrabbando, l’ipocrisia dei caschi blu. E poi la fame e la miseria che hanno trasformato individui e comunità. Un resoconto umano in cui c’è l’assedio e la sopravvivenza. «La fame aveva completamente alterato la mia personalità», scrive. «Dal ragazzo, che prima della guerra era timido e riservato, ero diventato aggressivo e senza scrupoli. Questo mi ha spaventato». Racconta scene di un quotidiano. Parla dell’attacco dei musulmani bosniaci a Kravice. La 28esima divisione dei musulmani guidata da Naser, il 7 gennaio 1993, Notte di Natale ortodossa, in cui 49 civili serbi erano stati massacrati (86 civili sono stati feriti). A Srebrenica nessuna compassione per quelle vittime. «Sia come sia, quella si rivelò una macchia sulla nostra vittoria, altrimenti pura come un cristallo», scrive Suljagić: «Anche quello era un segnale inconfutabile che stavamo diventando sempre più simili ai serbi, a ciò che loro erano, ossia a ciò che loro desideravano noi diventassimo. Forse questo avvenne prima che chiunque se lo aspettasse, ma era inevitabile che le vittime – ma questo è solo il mio pensiero – in quelle circostanze iniziassero a somigliare al carnefice».

Dalla cronologia di Cartolina dalla Fossa anticipiamo l’11 e il 12 luglio 1995:

11 LUGLIO 1995 – «Benché annunciati per le 6 del mattino, gli aerei non arrivano. Il Vrs (Vojska Republike Srpske, l’esercito della Republika Srpska) si avvicina ad appena alcune centinaia di metri dalla città; il comando del battaglione olandese contatta il comando Onu a Tuzla e chiede spiegazioni sul perché gli attacchi aerei non siano avvenuti. Dall’ufficiale di servizio ottiene la risposta che il modulo per il supporto aereo non era stato compilato correttamente. A mezzogiorno è chiaro che le forze dell’Arbih non possono più difendere la città; un’ora e mezzo più tardi due aerei F-16 bombardano le posizioni serbe. Altri due aerei tornano indietro senza portare a termine il loro compito. Verso le 16 le forze del Vrs entrano in città; la popolazione civile in preda al panico fugge verso Potočari e verso il comando del battaglione olandese. Karadžić emana l’ordine di nominare un commissario civile per Srebrenica e di istituire una stazione di polizia del ministero degli Interni della Repubblica Srpska a Srebrenica. Alle 20.30 all’hotel Fontana di Bratunac si tiene un incontro fra i rappresentanti del Vrs e quelli del battaglione olandese. I rappresentanti del Vrs sono: i generali Mladić e Milenko Živanović, comandante del Drinski korpus, i colonnelli Janković e Kosorić della Direzione dei servizi informativi dello stato maggiore del Vrs e del Drinski korpus, il colonnello Milutinović, capo del servizio informativo del Drinski korpus, e il capitano di prima classe Momir Nikolić, aiuto del comandante della brigata Bratunac del Vrs per gli affari relativi all’informazione e alla sicurezza. Il battaglio ne olandese è rappresentato dal comandante, il tenente colonnello Ton Karremans, dall’ufficiale di collegamento Boering e all’ufficiale delle informazioni del battaglione, il caporal maggiore anziano Rave. L’incontro viene interrotto e ne viene indetto un altro per le 23 della sera stessa, al quale dovrebbero partecipare anche i rappresentanti delle autorità civili di Srebrenica. Dato che queste ultime sono completamente disorganizzate, all’incontro delle 23 partecipa Nesib Mandžić, direttore della scuola superiore di Srebrenica. Le autorità civili della Repubblica Srpska sono rappresentate dal commissario civile per Srebrenica Miroslav Deronjić e dal sindaco Ljubisav Simić. A parte il generale Živanović, tutti gli altri rappresentanti del Vrs sono presenti all’incontro. Il generale Mladić comunica che si inizierà a radunare i pullman per l’evacuazione della popolazione civile, e promette una tregua fino alle 10 del giorno seguente, quando si dovrebbe tenere un altro incontro. Nel territorio dei villaggi Jaglići e Šušnjari si raccolgono, a seconda delle diverse valutazioni, fra i 10mila e i 15mila soldati e uomini disarmati che iniziano la marcia verso Tuzla. Il numero dei profughi – fra cui si trovano da 2 000 a 3 000 uomini, che nel frattempo si sono radunati a Potočari – è valutato fra le 17mila e le 20mila persone.

12 LUGLIO 1995 – Alle 10 del mattino si tiene il terzo e ultimo incontro fra i rappresentanti del Vrs, le autorità civili della Repubblica Srpska, dell’Unprofor e delle autorità civili di Srebrenica. A questo incontro, i profughi da Srebrenica sono rappresentati, oltre che da Nesib Mandžić, anche da Ibro Nuhanović e Ćamila Omanović. Oltre al generale Mladić, a questo incontro a nome del Vrs è presente anche il generale Radislav Krstić; le autorità civili della Repubblica serba sono rappresentate da Miroslav Deronjić e dal presidente dell’Sds di Bratunac, Srbislav Davidović. All’incontro, il generale Mladić comunica la decisione di compiere un controllo di tutti i maschi di età compresa fra i 16 e i 60 anni. Dopo questo incontro forze del Vrs entrano a Potočari e circondano la massa dei civili che è sistemata nei capannoni della fabbrica nelle vicinanze del comando olandese. Circa alle 12 i primi convogli con i profughi iniziano a lasciare Potočari. Nello stesso tempo militari del Vrs iniziano a separare dalle donne e i bambini gli uomini, che vengono trattenuti sotto scorta armata nell’edificio della centrale elettrica di Potočari, noto fra gli abitanti come “casa bianca”. La deportazione della popolazione civile dura in maniera continuata fino alle ore 20. Quella sera, gli uomini che erano stati separati dal resto della popolazione vengono trasportati da Potočari a Bratunac e rinchiusi nell’hangar dietro la scuola elementare “Vuk Karadžić”, nell’edificio della scuola stessa e in quello della vecchia scuola superiore. Fra la fabbrica di zinco e la Alijina kuća, militari del Vrs e/o del ministero degli Interni, con procedura sommaria, ammazzano per decapitazione circa 80-100 musulmani bosniaci. I corpi vengono poi portati via con dei camion. A partire dalle 22 circa del giorno 12 luglio, fino al 13 luglio, più di 50 uomini vengono portati fuori dall’hangar e uccisi con procedura sommaria. 13 La deportazione della popolazione civile riprende dalle 7 del mattino. In serata, i prigionieri dell’hangar sono trasferiti nel villaggio di Grbavci, vicino a Zvornik, e rinchiusi nella scuola locale. Gli uomini che erano stati separati dagli altri a Potočari in serata sono trasferiti nell’edificio della “vecchia scuola” di Bratunac. La colonna mista di soldati e civili che tentava di farsi strada fino a Tuzla cade nella prima imboscata. Nel tratto Vlasenica-Zvornik, a Konjević Polje, alcune migliaia di loro si arrendono o vengono fatti prigionieri. Circa alle 11 un piccolo distaccamento di militari del Vrs e della polizia (ministero degli Interni di Bratunac) prende prigionieri circa 16 musulmani bosniaci della colonna di uomini in ritirata dall’enclave di Srebrenica, li trasferisce da Konjević Polje in un luogo solitario sulla sponda del fiume Jadar e con procedura sommaria ne uccide 15 su 16. Nelle prime ore del pomeriggio, militari del Vrs o del ministero degli Interni trasferiscono circa 150 musulmani bosniaci maschi in un luogo adiacente a una strada bianca nelle valle di Cerska, a circa 3 chilometri da Konjević Polje, li uccidono con procedura sommaria e li seppelliscono con macchine pesanti per il movimento terra. Alle 14 circa un gruppo di 2 500-3 000 prigionieri rinchiusi nel campo sportivo di Nova Kasaba viene portato a Bratunac con dei pul lman; la mattina seguente questo gruppo sarà trasferito a Pilica. Nelle prime ore serali, militari del Vrs o del ministero degli Interni uccidono con procedura sommaria oltre 1 000 bosniaci musulmani maschi prigionieri nel grande deposito del villaggio di Kravica. Un prigioniero mentalmente ritardato viene fatto scendere da un pullman parcheggiato davanti alla scuola elementare “Vuk Karadžić” di Bratunac e ucciso con procedura sommaria. Durante il giorno nella scuola “Vuk Karadžić” avevano picchiato sulla testa con il fucile un prigioniero, poi lo avevano portato fuori e finito con procedura sommaria. Quattro giovani prigionieri vengono portati fuori dalla scuola “Vuk Karadžić” e uccisi con procedura sommaria. Militari del Vrs della brigata di Vlasenica del Drinski korpus separano dai convogli che arrivano da Potočari i maschi rimanenti, e anche alcune donne, e li rinchiudono nella scuola di Tišća; la sera membri del Vrs caricano su un camion da quella scuola 25 maschi, li portano in un pascolo solitario delle vicinanze e li fucilano con armi automatiche. Circa alle 20 il generale maggiore Radislav Krstić, fino ad allora capo di stato maggiore, diventa comandante del Drinski korpus del Vrs. Attorno alle 21.30, due uomini vengono fatti scendere a forza da un camion in pieno centro a Bratunac, condotti in un vicino garage e uccisi con procedura sommaria.

Il Corriere della Sera 11.07.10

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Un minuto di silenzio , di Adriano Sofri
Le tragedie vogliono guadagnarsi un´aura di destino, e se ne fabbricano coincidenze impensabili. Così, il quindicesimo anniversario cade nella domenica della finale di calcio mondiale. Avevano chiesto, le associazioni delle vittime, di dedicare un minuto di silenzio a Srebrenica, nella finale. A Sarajevo avevano trepidato all´idea che potesse arrivarci la Serbia. Non è successo, ma un diavolo ci ha messo la coda, perché alla finale è arrivata l´Olanda, gran paese, eccellente squadra, ma furono olandesi i militari delle Nazioni Unite che a Srebrenica 1995 brindarono con Mladic, furono traditi dai capi dell´Onu e della Nato, e tradirono un popolo inerme che si era affidato loro. La Fifa, per bocca del suo segretario, Jerome Valcke, ha affettato comprensione, ma ha spiegato che l´11 luglio è anche il cinquantenario della prigionia di Mandela, e che del minuto di silenzio non se ne può far niente. Tanto meno dell´altra proposta, la più estremista, di lasciare sugli spalti dello stadio 8.346 posti vuoti, in memoria. Immagino già che cosa stiate pensando: «è troppo». L´ho pensato anch´io, naturalmente. 8.346 posti vuoti in una finale mondiale di calcio sono troppi. L´abbiamo pensato anche leggendo la cifra dei trucidati di Srebrenica, che 8.346 erano troppi: ma con minor trasporto, no?
Le famiglie delle vittime avevano avuto ragione di preoccuparsi per la coincidenza fra la loro data, dedicata dalla stessa Unione europea alla commemorazione di Srebrenica, e la finale del campionato. La gente, e gli europei in particolare, avranno altro da fare quel giorno.
In compenso andranno in tanti alla cerimonia di Srebrenica, anche il primo ministro belga uscente Leterme, presidente di turno del consiglio dell´Unione europea, reduce a sua volta insieme alla famiglia reale dal cinquantenario dell´indipendenza del Congo, a Kinshasa. C´è la famosa barzelletta sul Belgio, dove si regola pacificamente la questione della secessione: «Allora, tutti i valloni a destra, e tutti i fiamminghi a sinistra». Restano fermi al centro alcuni signori vestiti di nero col cappello, la barba e i riccioli: «E noi belgi dove?» è esattamente quello che succede in Bosnia, dove gli accordi di Dayton divisero il paese in tre popoli costituenti, serbo, croato e bosniaco-musulmano (bosgnacco), con tre parlamenti e tre governi e tre di tutto, sicché un cittadino ebreo bosniaco, Jakob Finzi, e un cittadino rom bosniaco, Dervo Sejdic, hanno fatto ricorso alla Corte di Starsburgo chiedendo, più o meno, «E noi?» e la Corte, nel dicembre 2009, ha dato loro ragione, dichiarando invalido il voto riservato a candidature su base etnica. Le prossime elezioni saranno nell´ottobre di quest´anno, e vedremo come verranno a capo della barzelletta. Intanto, sono passati quindici anni, e si piange di più, come bisogna negli anniversari tondi, sull´undici luglio.
Srebrenica, laboratorio di genocidio di viltà e di negazionismo. Basta Srebrenica a rendere superflue montagne di volumi sul nazismo e la Shoah. I volonterosi carnefici, la gente comune? Eccoli, i tifosi belgradesi della Stella Rossa, i vicini di casa serbi: girano a centinaia per le strade di Srebrenica, “restituita” all´autorità serbo-bosniaca. La programmazione del genocidio? Proclamata, nei discorsi dei nazionalcomunisti di Milosevic e dei loro servi-padroni ubriachi, Karadzic e Mladic e compagnia. La comunità internazionale, che su Auschwitz pretendeva di “non sapere”? Ma a Srebrenica vedeva tutto, e lo trasmetteva al mondo intero, ed era solennemente sul posto, e non solo non si oppose allo sterminio, ma brindò coi macellai e aiutò coi suoi caschi blu a separare gli uomini dalle donne e i bambini, prima del mattatoio. Quanto al negazionismo, sostengono i nazionalisti di Belgrado e di Banja Luka che gli sterminati furono molto meno degli 8.346 ufficialmente designati, che gli esami del dna vengono falsati per far passare come bosniaco-musulmane le vittime serbe… Il Tribunale internazionale per la ex-Jugoslavia ha bensì pronunciato, il mese scorso, le prime condanne per il reato di genocidio, ma la notizia è passata pressoché inosservata. A Srebrenica furono massacrati i maschi, dagli adolescenti agli anziani – ma anche molti bambini e vecchi: le donne e i bambini furono cacciati via e braccati attraverso i boschi in una fuga d´incubo. Una ragazza si impiccò a un albero, e i suoi piedi scalzi dondolanti suggellarono l´iconografia del Novecento. D´altra parte la brutalità ex-jugoslava, e serbista specialmente, che a Srebrenica ricalcò l´antico rito del massacro degli uomini, aveva perfezionato anche la violenza sulle donne fino a programmare lo stupro etnico. Oggi Srebrenica è, ad onta delle sue autorità e delle sue milizie serbiste, soprattutto un posto di donne del lutto e della memoria, come ogni Troade inseminata.

La Repubblica 11.07.10

Appello per gli Statuti Autonomi degli Enti Pubblici di Ricerca

Dopo circa 21 anni dalla legge n. 168 del 1989 in cui veniva riconosciuto alle Università Italiane il diritto di autonomia statutaria così come espressamente richiamato dall’articolo 33 della Costituzione della Repubblica Italiana, con la legge n. 165 del 2007 (modificata in seguito con l’articolo 27 della legge n. 69 del 2009) anche per gli Enti Pubblici di Ricerca (EPR) vigilati dal Ministero dell’Università e della Ricerca, si è inteso procedere alla realizzazione di statuti autonomi, corrispondendo in tal modo al dettato costituzionale.

A questo fine il decreto legislativo n. 213 del dicembre 2009 definisce le modalità e i limiti per la realizzazione di questi statuti (di enti quali il CNR, l’INAF, l’INGV). Di fatto questo decreto restringe i limitati margini di autonomia imposti dalla legge delega con vincoli che minano alla base la dichiarata autonomia statutaria.

Gli scienziati e il personale di ricerca sottoscrittore di questo appello, consapevoli della straordinaria rilevanza che potrebbe assumere per l’attività di ricerca –e quindi per il beneficio che ne conseguirebbe al Paese- un reale processo di autonomia (nel quadro complessivo di una più stringente valutazione e di un indirizzo strategico affidato alla politica per conto della società) esprimono forte preoccupazione e disagio tanto per i vincoli introdotti nel decreto legislativo 213, quanto per le modalità con cui si sta procedendo alla realizzazione di statuti cosiddetti “autonomi”.

Non si comprende infatti come sia possibile declinare il concetto di autonomia di un ente scientifico quando si esclude del tutto la comunità scientifica interna di questo ente. In particolare si chiedono come sia possibile che:

1) nell’organismo predisposto alla realizzazione dello statuto non sia presente neppure un ricercatore dell’Ente di cui si sta definendo l’autonomia.

2) nell’organismo di governo che la legge individua per l’ente (il Consiglio di Amministrazione) è prevista la partecipazione fortemente minoritaria (un solo membro su 7 nel caso del CNR!) della comunità di riferimento dell’Ente (che può essere interpretata oltretutto non necessariamente come “comunità interna”).

In generale, si chiedono come sia possibile che:

3) la legge 213 non determini sostanziali indirizzi sulla partecipazione attiva della comunità interna alla vita istituzionale dell’Ente a tutti i possibili livelli.

E’ del tutto evidente pertanto che ci troviamo di fronte ad un inganno e ad un sopruso nei confronti di comunità di scienziati che pure hanno dimostrato il proprio valore, sia con la capacità di sostenere le proprie ricerche con l’acquisizione di ingenti fondi non istituzionali sia conseguendo ottimi giudizi nei processi di valutazione interni e internazionali e nelle apposite classifiche realizzate da agenzie internazionali di valutazione.

A tale comunità non solo non si riconosce alcun merito ma si sottrae la possibilità di qualificare al meglio il proprio lavoro e di contribuire nel modo più adeguato a quegli obiettivi di progresso e avanzamento culturale, scientifico, civile ed economico che solo le frontiere della nuova conoscenza sono in grado di fornire al Paese. Non a caso, la nostra Costituzione esalta il valore di chi si dedica alla ricerca scientifica e ne caratterizza il metodo. Tradire il dettato costituzionale significa, proprio per questo, ridurre le possibilità di progresso e avanzamento del Paese.

Per sottoscrivere l’appello vai a www.osservatorio-ricerca.it

"Il ritorno del Pentapartito", di Francesco Merlo

Manzoni racconta che in una cena venne deciso il rapimento di Lucia. E non fu politica ma cosca.
Allo stesso modo quello in casa Vespa non fa pensare ad un incontro di antico stampo democristiano, ma ad un summit. E solo in superficie il «sistema Berlusconi» ricorda i riti bizantini del pentapartito che tentava di governare l´ingovernabilità con le cene e i convegni più o meno segreti, appunto. C´era saggezza in quel tempo senza tempo. E nei patti delle frittelle, delle crostate e nelle staffette, persino negli scambi inconfessabili, nel doppio gioco, nel dire per non dire, e in tutte le antiche forme del potere che si prolungava oltre gli orari e oltre i luoghi istituzionali, insomma nella potenza dell´impotenza c´erano le radici lontane del sissizio greco, dello stare assieme aristocratico e della tavola rotonda. Il banchetto era la risorsa dell´antropologia italiana.
Certo, è sorprendente che la politica sia ritornata ai nidi di vespa, con le offerte sottobanco (oggi a Casini, ieri al Pci,) con i ricatti, gli ultimatum e i penultimatum (ieri di Craxi e oggi di Maroni), con i salotti di regime (ieri nella casa-divano Angiolillo e oggi nella casa-covo Vespa), con il crescente ma irrisolvibile disagio morale (ieri del Pri e oggi di Fini). E però la differenza è enorme è non solo perché non erano mai stati segnalati ospiti stranieri come il segretario di Stato vaticano né altissime figure di garanzia come il governatore della Banca d´Italia, ma soprattutto perché è cambiata la natura della nostra ingovernabilità .
Una volta l´inconcludenza italiana era il frutto della incompatibilità di interessi sociali contrapposti: i ceti popolari e la razza padrona, la rendita e il profitto, lo Stato e le professioni liberali… E dunque si cercava di servire sulla tavola paraistituzionale dell´Angiolillo di turno le spezie senza odore, il sale scipito, il pomodoro bianco, insomma il salotto era l´impossibile ricomposizione dell´Italia anarchica, il disarmo delle sue ideologie perennemente contrapposte con sullo sfondo la politica dei blocchi, la cortina di ferro e la guerra fredda.
Alla fine i governi non governavano e sempre decidevano di non decidere perché erano assediati dalla lotta di classe e dalla divisione dei mondi. Oggi sono assediati dal diritto penale e a loro volta lo stanno contro assediando anche con il ricorso alle vecchie strategie conviviali. Il pentapartito non aveva una morale, ma almeno cinque: «I sei partiti del pentapartito…» fu l´incipit memorabile dell´articolo di fondo di un grande giornale. Adesso sono due i partiti del pentapartito: Pdl e Lega. Ma hanno un solo vuoto morale.
Ed è vero che Fini somiglia a un La Malfa di destra. Quello era il paladino del rigore in una corte di mollezze: sognava di accumulare ed era costretto a dissipare. Questo Fini sogna il classico ordine della destra ottocentesca ma è costretto al disordine, è il paladino della legge ma deve legittimare il delitto. Crede che la libertà di stampa non sia mai abbastanza e sta in un governo che la vuole imbavagliare.
Persino la Chiesa, come ha detto recentemente il Papa, è piena di pericoli, e deve fare i conti più con se stessa che con i nemici esterni. È insomma un nido di vespa: dalla pedofilia alle case di Propaganda Fide, dalle complicità nel caso Boffo alla devozione della cricca di Stato e ai drammatici sospetti sul cardinale della più generosa, popolare e appassionata diocesi italiana, dove ci vuol poco a descrivere i fedeli come tarantolati e l´annuale miracolo del sangue che si scioglie come una superstizione medievale… Ebbene, con la Chiesa venata dai sospetti, il cardinale Bertone, come fosse un Verdini o un Bonaiuti, un Dell´Utri un Ghedini o un Blancher, partecipa al conclave degli inguaiati in casa Vespa, incredibile giornalista sensale, «Bel Ami» del Popolo della libertà. Negli anni del pentapartito i giornalisti potevano essere di parte ma non si ricordano mezzanie. Craxi e De Mita non trattavano in casa Zavoli. La Malfa e Berlinguer non fecero accordi alla tavola di Andrea Barbato.
Al vertice del nuovo pentapartito c´è ovviamente Berlusconi che sembra la Dc ma non ne ha la serietà né la ricchezza e la grandezza politiche. Il suo obbligato ritorno alla tecnica del pentapartito cerca solo di neutralizzare l´illegittimità dei comportamenti. Ecco perché questo neo pentapartito non è il pentapartito ma è un «un pendaglio» di partiti. Non un neo, ma un tumore della politica italiana.

La Repubblica 11.07.10

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“Il partito ora è logoro e la gente sempre più stanca una svolta o il Pdl muore”, di Goffredo De Marchis

Alemanno: meglio la scissione di conflitti continui. Il realismo di Gianni Alemanno. «Vedo una grande stanchezza in giro, nella nostra gente. Si rischia di logorare il Pdl. Non si può continuare a lungo con questo stillicidio». Per uscirne, anche male se proprio è inevitabile, non c´è che una strada. «Un chiarimento profondo e sincero tra Berlusconi e Fini. Un chiarimento anche finale ma un chiarimento», dice il sindaco di Roma.
E se l´esito fosse negativo come lei non sembra escludere?
«Io mi auguro che sia positivo naturalmente. Alcuni scogli concreti sono stati superati con la mediazione e alla fine con una convergenza di vedute. Penso al caso Brancher o alle intercettazioni. Ma per tenere in piedi un partito bisogna essere non dico una comunità di amici ma almeno di persone che si rispettano».
Cosa ci sarebbe dopo una rottura ufficiale tra i co-fondatori del Pdl?
«Ripeto, spero che non ci sia. Ma se ci fosse non vedo mezze misure. Per intenderci, gruppi parlamentari separati nell´ambito dello stesso partito sono impensabili. Avremmo una scissione, si romperebbe il Pdl. Dobbiamo evitarlo. Magari dal chiarimento possono nascere una minoranza e una maggioranza ma con delle regole comuni che devono essere rispettate per evitare di portare i conflitti nella vita parlamentare».
Più chiaramente: una rottura significa elezioni anticipate o nuovi governi di larghe intese?
«Se arrivassimo a una scissione del Pdl l´esecutivo ne uscirebbe indebolito, a prescindere dai rapporti tra Fini e Berlusconi. Non è detto che ci debba essere per forza una crisi, ma il governo sarebbe meno forte, non c´è dubbio. Proprio per questo bisogna fare di tutto per tenere unito il Pdl».
Il ritiro della legge sulle intercettazioni farebbe tornare Fini sui suoi passi?
«Per quella norma occorre trovare con il Quirinale un punto di sintesi. Vedere quali sono le correzioni da fare e portarlo avanti in Parlamento. Al di là delle campagne sui bavagli, che ci sia stato un uso eccessivo delle intercettazioni è innegabile».
Casini dice a Berlusconi: per riconquistare l´Udc occorre un nuovo governo e una nuova maggioranza. Si può fare?
«È un´ipotesi che non mi convince. Premesso che io considero Casini naturalmente nel centrodestra, la rigidità delle sue posizioni dimostra che la via maestra per salvare il governo è quella di rilanciare il rapporto all´interno del Pdl tra Berlusconi e Fini. Pensare a Casini come alternativa al presidente della Camera è un errore politico. Si tratta di allargare le alleanze, semmai, non di spostare una coperta troppo corta».
Maroni comunque annuncia: se entra Casini esce la Lega.
«Appunto, la solita coperta corta. Berlusconi rifiuti ogni alternativa rigida. Il Pdl e il premier non devono essere ostaggio di nessuno, solo così si mantiene la centralità del partito».
Le inchieste su Verdini, Scajola, Lunardi non aprono una gigantesca questione morale nel centrodestra? Chi viene da An, partito della legalità, non si sente in imbarazzo?
«La questione morale riguarda tutti. Se il Pd crede di scaricare il problema sul Pdl sbaglia di grosso. Pensiamo a quello che è successo a Bologna. Non dobbiamo fare né processi sommari né colpi di spugna, non eludere i problemi e neppure fare sconti a nessuno. Ma per il momento le inchieste sono più giornalistiche che giudiziarie. E non possono mettere in discussione il Pdl».
I pericoli per Berlusconi vengono anche dalla manovra. La rivolta dei governatori rischia di travolgerlo?
«La giornata di venerdì ha mostrato facce diverse del conflitto. Con Sergio Chiamparino abbiamo lavorato per trovare un accordo tra governo e Comuni. E ci siamo riusciti. Possono farcela anche le Regioni. Certo, la manovra è dura. Ma qual è l´alternativa? Non c´è. Persino il Pd stenta a trovarla. Questo è il punto di forza di Tremonti».
Dal 23 al 25 luglio lei riunisce a Orvieto la sua fondazione Nuova Italia. Nasce un´altra corrente?
«No. Il correntismo è un male dei partiti, un elemento patologico. Però contro il correntismo l´antidoto migliore è celebrare i congressi, almeno a livello provinciale e comunale. Questo diremo ad Orvieto. E Berlusconi uscirà rafforzato dai congressi. Come avviene in tutti i partiti del mondo, la democrazia negli organismi legittima il leader, non lo indebolisce. A Orvieto parleremo anche di come mettere il federalismo in sintonia con l´unità nazionale. Se il federalismo è autentico valorizza le identità locali e rafforza dal basso l´identità nazionale. Ho invitato Tremonti che è già venuto altre volte. Ho chiamato anche Bossi e Calderoli. Vediamo se accettano».

La Repubblica 11.07.10

"La Francia contro i suoi re", di Barbara Spinelli

Nei film più neri di Claude Chabrol, sono personaggi di infima origine – una governante analfabeta, una postina, una spogliarellista, un maestro alla deriva – a scombussolare d’un tratto i finti equilibri dell’alta borghesia precipitandola nell’orrore o nella morte. Nel Buio nella mente, la governante analfabeta Sophie governa perfettamente la villa, ma l’umiliazione l’ha come prosciugata e i suoi sogni li sfama trangugiando cioccolata e Tv. I tenutari della villa sono serviti con la massima meticolosità fino al momento in cui ogni cosa barcolla e si rovescia: il padrone frana nella soggezione; il servo insorge e si fa padrone dell’universo. L’ignorante-analfabeta ha come un occhio in più; il colto e ricco borghese si scopre cieco. Non ha visto che la storia, quando i rapporti di potere s’immiseriscono, sono i domestici a farla.

È quello che sta succedendo in Francia, con lo scandalo Bettencourt. Un maggiordomo trattato senza rispetto registra in segreto le conversazioni private della padrona, e porta alla luce storie abiette di corruzione politica e di evasione fiscale. Una contabile-governante, anch’essa maltrattata e licenziata, decide di rivelare alla polizia e ai giornalisti le bustarelle molto voluminose che Liliane Bettencourt, multimiliardaria ereditiera dell’Oréal, distribuiva a deputati e ministri. La repubblica monarchica trema, i clandestini intrecci tra politica e affari vengono smascherati. Lasciando la magione a Neuilly-sur-Seine, il maggiordomo Pascal riferisce di «un’atmosfera divenuta malsana».

Claire, la contabile, racconta l’arroganza dell’amante di Liliane, François-Marie Banier, e del suo manager finanziario Patrice de Maistre. Come in un classico film noir, i reietti riscrivono la trama.

Un’alta borghesia che si arrocca e si squilibra, uno Stato che domina a tal punto l’economia da servirsene senza scrupolo, un’osmosi tra servizio del pubblico e servizio del privato che caratterizza le élite (il passaggio assicurato da un ambito all’altro si chiama pantouflage), la rivolta infine della gente comune, delle petites gens: sono tutti elementi di una storia molto francese, costellata di ricchezze spudoratamente dissimulate e di conseguenti regicidi. Ma tante sono le somiglianze con quello che accade altrove, in Italia o in Grecia, e ovunque si assiste allo stesso spettacolo: una crisi economica che rende improvvisamente intollerabili la disuguaglianza di ricchezze e quella di fronte alla legge, una classe dirigente che difende i privilegi acquisiti reclamando l’impunità, una stampa e una magistratura che diventano essenziali garanti delle uguaglianze da restaurare e del diritto di sapere. Gérard Davet, su Le Monde, scrive che per i piccoli, gli emarginati, il giornalista è qualcuno che «parla in loro nome».

Yves Mény, che per sette anni è stato presidente dell’Istituto universitario europeo di Firenze e ha scritto libri fondamentali sulla corruzione e il populismo, scorge in quel che sta avvenendo un tratto particolarmente latino, oltre che francese. Tipicamente francese è il cumulo dei mandati: il parlamentare che mantiene un mandato locale è una pratica corrente. Tipicamente francese è anche la vicenda del ministro del Lavoro Eric Woerth: tesoriere del partito quando era ministro del Bilancio e ancor oggi, è sospettato di aver coperto l’evasione fiscale di Liliane Bettencourt e di aver ottenuto dalla padrona dell’Oréal somme illegali per il candidato presidenziale Sarkozy nel 2007. Ma la lunga permanenza in Italia spinge Mény a andare più a fondo, a vedere una più vasta e ramificata cultura dell’illegalità nell’Europa latina, fatta di criminosi conflitti d’interesse, di classi politiche incapaci di correggersi, di scarse difese immunitarie.

Nei paesi anglosassoni la separazione tra politica e affari è forse ancor meno netta, ma proprio per questo si escogitano antidoti che non si trovano in paesi come la Francia o l’Italia. È significativo, ad esempio, che non esista in francese (e nemmeno in italiano) il termine accountability: la cultura del render conto, dunque della legalità, che deve animare chi dirige il paese e senza la quale è impossibile si instauri fiducia fra cittadini e Stato, fra piccoli e grandi, fra meno abbienti e grandi fortune. Mény ricorda il ruolo essenziale che nelle democrazie funzionanti svolgono i due poteri di controllo e vigilanza che sono la stampa e la magistratura, l’opinione pubblica non disinformata e il rispetto non selettivo della legge. Le sentinelle che aiutano a sorvegliare sono chiamate nei paesi anglosassoni i whistleblower, letteralmente coloro che, dall’interno di un’azienda o una struttura di potere, suonano l’allarme in caso di trasgressioni ai vertici. La funzione ha precisi statuti e garanzie in America del Nord.

In tempi di crisi democratica grave la funzione del whistleblower fa riferimento all’opinione pubblica, attraverso i giornali che l’informano e la educano se possibile alla vigilanza. È il motivo per cui è contro la stampa indipendente che si scatena il risentimento di classi politiche o imprenditoriali assetate di impunità e esenzioni: perché il potere che essa impersona, se esercitato con spirito di indipendenza, è del tutto diverso dal potere dei governi, dei politici, dei partiti. Nel mirino del potere politico francese, in queste settimane, è un giornale online, Mediapart, diretto da un giornalista di investigazione che per anni ha lavorato a Le Monde, Edwy Plenel. Plenel già indispose enormemente Mitterrand, a metà degli Anni 80. Per aver indagato sul ruolo del Presidente socialista nello scandalo di Greenpeace (una nave dell’organizzazione diretta a Mururoa venne affondata con la dinamite dai servizi segreti francesi, nel 1985, causando la morte di un fotografo portoghese). Ora il suo giornale online è accusato di fascismo, di populismo, di speculare sulla crisi della democrazia, addirittura di affossarla.

Quel che colpisce è il timore reverenziale che molti illuminati hanno verso le pratiche occulte e la corruzione di una parte del potere francese. Anche qui, come in Italia, virtuoso è chi chiude possibilmente tutti e due gli occhi, chi invoca toni bassi e silenzio, chi preserva equilibri considerati troppo fragili per essere scossi, chi se la prende più con le sentinelle che suonano l’allarme che con i trasgressori. Centristi classici come Michel Rocard a sinistra e Simone Weil a destra hanno scritto un editoriale indignato su Le Monde, il 4 luglio, prendendosela con la stampa che denigra, denuncia, minaccia addirittura la repubblica asservendola e umiliandola. Analisi fini e approfondite le fanno alcuni isolati e la magistratura: è stato il tribunale di Parigi, l’1 luglio, a difendere la pubblicazione su Mediapart delle registrazioni del maggiordomo, statuendo che esistono casi «di interesse pubblico che mettono in primo piano il diritto all’informazione, e in secondo piano il diritto alla privacy».

Yves Mény sostiene che marasmi simili sono possibili perché nell’Europa latina è la cultura cattolica a dominare. La cultura cattolica assolve, stabilisce regole severe, ma non mette in moto né sconvolge la coscienza. Il politico o l’amministratore non possiedono un proprio intimo codice etico: solo il codice penale può fermarli, se la magistratura ha la necessaria indipendenza, e questo diminuisce drasticamente le difese immunitarie dalla malattia della corruzione. Solo verso l’elettore il politico si sente responsabile, ed è il suffragio universale a decidere della buona o cattiva reputazione del leader. È così che l’atmosfera nei palazzi di Francia diventa malsana, indignando i reietti di Chabrol e spingendo cittadini, giornalisti, magistrati a «fare Stato» al posto di chi lo sgoverna.

La Stampa 11.07.10