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Lega-Pdl, i nodi al pettine (commento da Europa)

La Lega in due anni di governo ha sostenuto, spesso con il petto in fuori, provvedimenti lontani anni luce dalle attese del suo elettorato. Lodo Alfano, legittimo impedimento, condoni utilizzati “con animo grato” anche da molti criminali. Si trattava di accettare la pena del purgatorio, perché si sarebbero finalmente spalancate le porte del paradiso terrestre: il federalismo. Per far digerire meglio l’amaro calice al proprio elettorato, la Lega è ricorsa a fantasiose armi di distrazione di massa. Classi ponte, ronde, inni e brani musicali. Per nascondere le plateali responsabilità di governo, si è adottata anche l’arma del partito di lotta e di governo. Molti sindaci leghisti protestano contro le scelte di Tremonti. Ieri, Cota e Zaia. Ho l’impressione che anche gli espedienti più intelligenti si stiano logorando. La gente del Nord è pragmatica. Si aspetta concretezze e risultati. Penso che molti nodi stiano venendo al pettine.
Nel Nord si capisce benissimo che provvedimenti spacciati per federalismo, come quello demaniale, sono acqua tiepida. Si capisce che il federalismo è destinato ad annaspare e poi a fallire sotto le resistenze di una maggioranza di centrodestra che non vuole cambiare e modernizzare il paese. Nel Nord mi auguro si comprenda che i recenti aumenti dei pedaggi autostradali derivano dalla cambiale pagata dal governo due anni fa ai grandi concessionari, in cambio del loro impegno nella cordata salva-Alitalia. Questi ultimi aumenti tariffari, che stanno sollevando le giuste reazioni di pendolari, cittadini, imprese, sono solo l’ultimo anello di una catena che si è stretta intorno ad una comunità operosa come quella lombarda. Il fallimento del progetto Malpensa e la triste vicenda di Expo 2015 interrogano le responsabilità della Lega. Aggiungo che le indiscutibili capacità politiche e mediatiche non possono assolvere nemmeno il presidente della Regione Lombardia, da quindici anni indiscusso leader al Pirellone.
Risulta chiaro che Brancher si è dimesso da ministro, anche perché l’iniziativa del nostro partito è stata favorita dallo sconcerto cresciuto nel Pdl e nella Lega dopo la sua promozione.
Era facile prevedere che la crisi, i suoi caratteri, avrebbero scosso le fondamenta di partiti, associazioni. E la Lega non poteva e non può sfuggire a questa onda d’urto. Sono persuaso che il Bossi di un tempo si sarebbe inventato in questi giorni una “strambata”. Abbiamo sentito invece che alla fine del consiglio federale di sabato scorso, Marco Reguzzoni, in perfetto stile doroteo, ha escluso qualsiasi disagio nel suo partito e promesso fedeltà a Berlusconi. Maroni dice che la Lega è un partito leninista. Anche se ne capisco il senso, mi sembra un giudizio che valeva per il passato. Lo sarà sempre meno per il futuro. Faccio in ogni caso notare che nell’esperienza di Lenin convissero diverse forme di partito. Quella a larga partecipazione e quella, immediatamente prima della rivoluzione d’Ottobre, a rigidissima centralizzazione. Nessuno è perfetto. Nemmeno il ministro degli Interni.
Anche lo scorso lunedì, come sempre, per me è stata una giornata densa di incontri varesini. L’ultimo, in serata, con l’Acai, l’associazione cristiana degli artigiani. Nella terra di Bossi e Maroni, sento crescere disagio e critiche nei confronti del governo. Fatico a credere che anche loro non ne siano al corrente. Fatico a pensare che vogliano assecondare “il tirare a campare” nonostante il governo sia l’esecutivo a maggior “trazione lombarda” della storia repubblicana (Berlusconi, Bossi, Maroni, Tremonti, Calderoli, Gelmini, Brambilla e La Russa compreso). Le aziende che producono componenti ad altissima tecnologia affidando elaborazioni grafiche computerizzate a gruppi di ingegneri cinesi situati a Shangai, non si sono certo fatte condizionare dal pericolo giallo evocato in questi anni dal Carroccio. Il successo della Lega si è costruito sul bisogno di ordine, legalità e sicurezza, di fronte al timore di espropriare localismi, valori antichi, tradizioni; su pochi e chiari messaggi ripetuti che toccavano corde sensibili dell’elettorato.
I più avveduti dirigenti leghisti sanno di trovarsi di fronte ad un cambio di fase. Sanno che sono bastati 5 anni per passare dal loro massimo storico delle politiche 1996 allo striminzito 3,99% delle politiche 2001.
Sanno che gli occhi smarriti dei loro militanti, presenti alla celebrazione del ventennale raduno di Pontida, non erano dovuti alla giornata fredda e piovosa.
Avranno l’autonomia politica necessaria per interpretare, oggi e nelle prossime settimane, questo cambio di fase? Vedremo.
So cosa dobbiamo fare noi. Battaglia politica quotidiana. Il Partito democratico fa bene a condurre un’opposizione che si rivolge ad ampie fasce popolari illuse e poi colpite al cuore in questi due anni dalle misure del governo Berlusconi.
La situazione che si presenta davanti agli occhi di un cittadino del Nord è piò o meno questa: comuni virtuosi in ginocchio e comuni spendaccioni (Catania in testa) premiati, la promessa diminuzione delle tasse, a partire dall’eliminazione dell’Irap, contraddetta dalla più alta pressione fiscale degli ultimi 15 anni. La manovra di Tremonti che colpisce lavoratori dipendenti, pensionati e lascia tranquille ricchezze sfacciate e rendite. Con un certo ritardo gli industriali si sono accorti che i provvedimenti fiscali contenuti nella manovra fanno impallidire per durezza quelli di Visco. Ora sostengono che il governo ha accettato le loro richieste. Tra un anno ne riparleremo. Così come vedremo se gli associati di “Reteimpresa” si riconosceranno nelle posizioni filogovernative del loro presidente Sangalli.
Ora dinanzi a noi del Partito democratico si possono spalancare spazi nuovi. Anche in quel Nord che è stata ed è terra difficilissima. Forse non abbiamo saputo e non sappiamo cogliere del tutto le contraddizioni di questa parte del paese. Ma la possibilità di parlare agli scontenti, per tutte le ragioni dette sin qui, ci sono. Costruzione di un partito popolare federale e pluralista che sconfigga il correntismo. Elaborazione di un nuovo pensiero dei progressisti capace di indicare una nuova idea di unità nazionale e il ruolo dell’Italia in un mondo che scuote equilibri consolidati. Combattere ogni populismo. Recentemente Bersani ha detto: «Come si combatte il populismo se non incontriamo il popolo?». Perfetto. Facciamolo, stando vicini a cittadini, famiglie e imprese costrette a convivere con una crisi economica tutt’altro che superata.
Ho l’impressione che questa sia la strada giusta per provare a diventare “maggioranza culturale” nelle aree più dinamiche del paese. La sfida è ancora tutta da giocare.

da www.europaquotidiano.it

«Prof troppo vecchi? Colpa del Governo», di A.G.

Non ha destato repliche in seno al Governo e a viale Trastevere la sottolineatura del quotidiano “Repubblica” sul sensibile innalzamento dell’età media degli insegnanti della scuola italiana, estrapolato da una rielaborazione del quadro numerico dell’anno scolastico 2009/2010 emesso dallo stesso ministero dell’Istruzione. Eppure le osservazioni, mosse dal quotidiano, comprendenti delle accuse non proprio velate, non erano di poco conto. Nell’articolo sono state dapprima diffuse le cifre che testimoniano una chiara tendenza all’invecchiamento dei prof: “nel 1998 l’età media degli insegnanti – ha scritto Repubblica – superava appena i 45 anni, oggi siamo oltre i 50; se 12 anni fa 4 maestre di scuola materna e 6 colleghe di scuola elementare non avevano ancora spento 30 candeline, oggi se ne conta meno di una su cento. Quasi nessuno, invece, tra le fila dei prof di scuola media e superiore; gli under 40 costituiscono una sparuta minoranza: appena 13 su 100; e i dirigenti scolastici, chiamati a traghettare la scuola nel terzo millennio? Hanno in media 58 anni e gli under 40 non esistono quasi”. Per finire uno sguardo ai precari: “ hanno in media 39 anni, otto su 100 ne hanno più di 50 e qualcuno ha oltrepassato i 60”. Dopo uno sguardo a quanto accade all’estero (“In Francia, gli under 40 rappresentano il 43 per cento e oltreoceano succede altrettanto: negli Stati Uniti siamo al 42% e in Giappone al 40”), nello stesso articolo si è cercato di identificare i motivi di un fenomeno che, alla luce dei recenti provvedimenti del Governo, non sembra destinato ad arrestarsi. Anzi. “A imbiancare le teste dei docenti – si legge – hanno contribuito i tagli agli organici e l’allungamento dell’età pensionabile”.A sostenere la tesi del quotidiano è stata Mariangela Bastico (Pd), forte del suo ruolo di viceministro nell’ultimo Governo Prodi: “sono convinta – ha dichiarato Bastico – che il problema non stia nell’età degli insegnanti”, ma “nello scarso ricambio, nell’insufficiente ingresso di docenti giovani. Di questo sono causa le politiche del Governo, in particolare: i pesantissimi tagli dei docenti, che hanno ridotto enormemente i posti vacanti e l’immissione in ruolo di giovani insegnanti”. In effetti, se anche il Governo per cui operò Bastico programmò alcune migliaia di cancellazioni di cattedre, è un dato di fatto che con la Finanziaria Prodi del 2007 fu approvato un piano triennale di150 mila immissioni in ruolo (a causa della fine anticipata della Legislatura fu attuata solo la prima tranche da 50.000).Bastico torna oggi sul provvedimento che prevedeva quelle assunzioni interrotte, sostenendo che “se non fosse stato disapplicato dal governo Berlusconi”, poiché mai nessuna legge è stata votata per annullarlo, ciò avrebbe di sicuro “abbassato l’età media dei docenti, stabilizzato tanto personale precario e superato la permanenza troppo prolungata dei precari nelle graduatorie ad esaurimento, che toglie la continuità didattica e costringe ad una continua incertezza tanti docenti”.Ed in futuro, sempre per la Bastico, l’età media degli insegnanti italiani si alzerà ulteriormente: poiché “la manovra Tremonti, attualmente in discussione in Parlamento, innalza per le donne l’età pensionabile a 65 anni” è inevitabile che si andrà verso una “più prolungata permanenza dei docenti nella scuola”. Facendo diventare, con ogni probabilità, il nostro corpo docente tra i più “esperti” al mondo.

da Tecnica della Scuola

«Il film di Berlusconi sta finendo», di Andrea Draghetti

È stata una lunga chiacchierata quella tra il segretario Pier Luigi Bersani e il direttore del Tg2, Mario Orfeo alla Festa dell’Unità di Roma. Dalla crisi economica alla manovra finanziaria del governo, dall’attualità politica fino alle ultime vicissitudini sullo scandalo eolico, Bersani ha evidenziato come il Pd sia pronto alla battaglia parlamentare e pronto a garantire al Paese una valida alternativa di governo.

“Trenta giorni sono lunghi, ci vuole il fisico!”, così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani ha salutato i volontari della festa romana dell’Unità, terza Festa Democratica, commentando lo sforzo e la passione che ci vuole per rendere un successo la kermesse estiva. “Nel mondo di Internet, dove noi siamo i meglio – ha continuato il leader democratico – è bello guardare la gente all’altezza degli occhi. Questo è un partito popolare”.

La crisi e la manovra finanziaria. Rispondendo alla domanda di Orfeo “cosa avrebbe fatto” il Pd se fosse stato al governo nel momento della crisi economica, Bersani ha ribadito che nella storia recente, il centrosinistra è stato già capace di risolvere situazioni molto difficili. “Quando due anni fa, la crisi era alle porte e tutti i dati dell’economia erano già con il segno meno, il governo si affrettò a dire che sarebbe stata una crisi passeggera senza ricadute sull’economia reale. Quello è stato il periodo dei 3 miliardi buttati per l’Alitalia, in cui venne tolto l’ICI anche ai più ricchi, in cui venne cancellata la tracciabilità dei pagamenti e vennero finanziati gli straordinari. In totale uno spreco tra i 10 e 12 miliardi. Già allora chiedemmo solo due azioni al governo: intervenire sul fisco dei redditi medio bassi per garantire quei soldi nelle tasche degli italiani e ridare slancio ai consumi; un piano generale di piccole opere da far partire in 6 mesi. Nessun Ponte sullo Stretto. Ora c’è da chiedersi, chi aveva ragione? Dove siamo arrivati? Ci propinano una manovra da 24 miliardi fatta con un criterio micidiale. Siamo arrivati a questo punto perché Tremonti non ha governato la spesa corrente, ha favorito l’evasione fiscale e dato nessun stimolo all’economia”.

“La manovra è stata fatta con il righello. Hanno tirato una riga sopra i servizi e una sopra gli enti locali. Le Regioni si ritrovano con 14 miliardi in meno. I trasporti pubblici, gli ammortizzatori sociali, le scuole e gli asili l’anno prossimo chi li paga? Occorreva mettere cacciavite nella macchina! I tagli lineari li fanno gli sfaticati o i bambini. Allora prendiamo un bambino di 10 anni e lo facciamo ministro del Tesoro”.

“Berlusconi mette la fiducia sulla manovra e dice che un atto di coraggio? Bel coraggio ci vuole, siamo alla 33sima fiducia con 100 voti in più! Non è coraggio ma paura della propria maggioranza. Noi garantiamo i tempi del decreto e garantiamo i 24 miliardi, ma ci vuoi permettere di discutere su come e dove migliorare la manovra? Siamo uscendo fuori dal regime parlamentare ed entrando in un altro regime. Il regime delle telefonate”. Così Bersani ha criticato la telefonata tra Berlusconi, Tremonti e la presidente di Confindustria Marcegaglia, in cui è stato deciso di modificare due punti della manovra.

“Quella cosa lì – ha detto Bersani – non mi è mica piaciuta. Non posso sentire che con una telefonata hai tolto due miliardi dalla manovra, mentre impedisci la discussione in Parlamento. E i disabili e i terremotati aquilani dove li metti?”

Intercettazioni e la Giornata del silenzio. Bersani ha ribadito che la battaglia contro il ddl intercettazioni è viva più che mai. “Berlusconi dice che è una legge sacrosanta? Dietro queste parole roboanti ci leggo difficoltà invece. Non dobbiamo dare per scontato l’esito della vicenda delle intercettazioni. Se il testo arriva in Parlamento a Ferragosto noi ci saremo e chiediamo a quelli che nella maggioranza hanno espresso dubbi di essere coerenti là dove si decide perché sulla legalità non può esserci un vincolo di maggioranza”.

Il problema è l’uso improprio delle intercettazioni che violano la privacy delle persone estranee. Per questo occorre trovare un meccanismo di “distruzione” di tutto ciò che esula dal processo. Ma è altrettanto vero che lo scandalo della “cricca esce fuori dalle intercettazioni”.

Il film berlusconiano. “La narrazione berlusconiana prevede solo cieli azzurri” ha dichiarato Bersani. “Non può parlare di crisi e di difficoltà perché Apicella non gli ha dato quell’accordo lì. Non ce l’ha! Parla al telefono di favori a Confindustria ma non riceve i terremotati aquilani”.

“Nel suo film – ha continuato il leader democratico – con il populismo cerca solo il consenso. Ora è possibile che stringerà ancora di più con il populismo con frasi del tipo non ho abbastanza poteri, ne voglio di più. Ma siamo ormai al secondo tempo del film e arriva il compito nostro di dare l’alternativa con un messaggio positivo. Io non so quanto durerà questo secondo tempo ma noi dobbiamo essere pronti e presenti”.

Come sta il Pd?. Per poter rispondere ad una domanda simile Bersani ha voluto guardare il contesto generale in cui il Pd è collocato. “Siamo il secondo partito progressista europeo e insieme a quello tedesco, i primi gruppi parlamentari europei. Tutto questo in una fase di difficoltà enorme del progressismo. Con la crisi mondiale il centrosinistra si fatto trovare impreparato, sulle gambe. Le destre sono stati capaci di cavalcare le paure che portavano a chiusure in comunità sempre più piccole”. Le cose stanno cambiando nel resto del mondo tranne in Europa, perché non è ancora forte un pensiero progressista unitario. In Italia abbiamo i nostri punti di battaglia come la lotta al precariato (costo maggiore del lavoro a tempo rispetto a quello indeterminato), un fisco che sfavorisca le rendite, la scuola, la legalità, l’integrazione e la cittadinanza. “Il 10% dei neonati è figlio di immigrati in Italia. 850mila bambini che non sono né stranieri, né italiani cosa sono?” ha tuonato Bersani.

Anche il Pd ha avuto le sue difficoltà. “Siamo l’unico partito – ha ricordato Bersani – che non è personale e finché ci sono io non lo sarà. Nei partiti non personali ci saranno sempre delle discussioni ma su problemi e non non su scandali”.

Carboni e scandalo eolico. Per Bersani “è allucinante anche il fatto che rispunti un personaggio come Carboni, che stava nel sottoscala della prima repubblica. “Questo è il frutto del ghe pensi mì, delle leggi speciali del fare tutto allo scopo. Sotto l’imperatore si muovono vassalli e valvassori che cercano di far andare le cose come vogliono loro. C’è un problema enorme di trasparenza. Carboni non è stato chiamato e nominato dall’imperatore ma da un feudatario (Denis Verdini ndr). Poi si vede perché in Sardegna abbiamo vinto nelle scorse elezioni amministrative”.

La ricostruzione de L’Aquila. La disperazione dei terremotati abruzzesi ha raggiunto dei livelli impensabili. Dopo che si sono spenti i riflettori, sono tornati, tutti i una volta, i problemi che non erano stati affrontati. Per Bersani è necessario, “attraverso una legge nazionale o regionale, collegare l’emergenza alla ricostruzione: un percorso completo per fare per bene”.

“Qui – ha continuato il segretario del Pd – si è voluto fare il record. Emergenza risolta in tempi record con la Protezione civile. Ma ai locali non è stata dato nessun strumento, leva o responsabilità. E quando la carovana è andata via, i sindaci si sono trovati senza nulla. Dei capipopolo di disperati a richiedere interventi e aiuti per ricostruire. Il Pd non vuole lasciare l’Aquila nel silenzio. I problemi delle tasse da pagare, il lavoro, le macerie, la ricostruzione, fino agli alberghi non saldati, vanno risolti. E questa manovra finanziaria potrebbe intervenire su questi punti”.

da www.partitodemocratico.it

«Strappo finale delle Regioni», di Roberto Giovannini

Il governo spacca il fronte degli Enti Locali: sulla manovra trova l’accordo con i Comuni e le Province, mentre arriva alla rottura totale con le Regioni, che ora vogliono restituire allo Stato le deleghe che non sono più in grado di sostenere dopo i tagli di 8,5 miliardi decisi nel decretone. Ma anche le Regioni si dividono: i due leghisti, Roberto Cota (Piemonte) e Luca Zaia (Veneto), si sfilano dalla battaglia condotta dai due presidenti di Emilia-Romagna, Vasco Errani, e Lombardia, Roberto Formigoni. A Palazzo Chigi si sono presentati prima i presidenti delle Regioni, poi a ruota i sindaci dell’Anci e i presidenti di provincia. Era evidente che Tremonti non aveva nessuna intenzione di fare concessioni alle Regioni, che chiedevano di riproporzionare i tagli tra Stato centrale ed enti locali. In realtà, introducendo Berlusconi ha aperto all’idea di un gruppo di lavoro per «prendersi quattro giorni» e valutare possibili aggiustamenti. Ma è stato subito stoppato da Tremonti, che ha chiarito che intervenire sulla manovra a questo punto avrebbe conseguenze catastrofiche, con possibili bastonate da parte della speculazione internazionale.

«Se rivedessimo i tempi che il Parlamento ha deciso – ha minacciato il titolare dell’Economia – se si desse l’impressione che non agiamo con determinazione…». Uniche aperture, rivedere in sede di Finanziaria a settembre i tagli al trasporto pubblico locale, e l’avvio di una commissione mista per dare la caccia agli sprechi. A quel punto non è rimasto che sancire la rottura. «È stato un incontro molto negativo, siamo molto preoccupati – ha detto al termine l’emiliano Vasco Errani, presidente della conferenza Stato-Regioni – tutte le nostre proposte sono state respinte, e la manovra è totalmente squilibrata. Ribadiamo con maggior convinzione la richiesta di mettere all’ordine del giorno della conferenza Stato-Regioni la riconsegne delle nostre deleghe che non possiamo più esercitare, e spiegheremo al paese le conseguenze di questi tagli». Errani e Formigoni negano «ragionamenti di schieramento», spiega che tutti governatori – leghisti compresi, già andati via – sono compatti, che il federalismo fiscale è morto. Sulla stessa linea anche Renata Polverini, che intanto sembra essere riuscita a ottenere più tempo per i piani di rientro dal deficit sanitario, evitando così l’aumento delle tasse. I due governatori del Carroccio, Cota e Zaia, sono su un’altra linea. Fonti vicine al presidente del Piemonte fanno sapere che la loro assenza non era casuale: Cota e Zaia ce l’hanno soprattutto con Roberto Formigoni, che «si è impuntato contro il governo e non è riuscito a portare a casa niente». I due leghisti fanno osservare che loro i tagli li accettano con senso di responsabilità, purché si possa decidere dove tagliare. E sulla restituzione delle deleghe fanno capire di non essere d’accordo. Tutt’altra musica nell’incontro con Comuni e Province. Il sindaco torinese Sergio Chiamparino parla seduto accanto a Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, e spiega che anche se la manovra si doveva fare diversamente, il governo ha accettato alcune proposte: entro fine luglio sarà varata la delega sul federalismo fiscale municipale (a settembre per le province), si allenterà un poco il patto di stabilità interno, si trasferirà il Catasto ai Comuni. «È l’avvio di un lavoro comune», dice Chiamparino.

Tremonti esalta l’atteggiamento «costruttivo» di Comuni e Province, mentre giura che i pendolari non avranno problemi, e prende in giro le Regioni: «Se intanto ci ridanno la delega per i controlli sulle pensioni d’invalidità, siamo assolutamente d’accordo…». Ma come notano quelli della Fish (Federazione per il superamento dell’handicap) questa delega Tremonti ce l’ha già.

da www.lastampa.it

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«Manovra, Tremonti chiude Porta in faccia alle Regioni», di Laura Matteucci

«È tardi, tardissimo, non c’è più tempo». È un Tremonti novello Cappellaio matto quello che si è presentato ieri al vertice con le Regioni, negando qualsiasi modifica alla manovra, mettendo a tacere lo stesso Berlusconi che ha ipotizzato l’apertura di un tavolo di confronto (negato perché, appunto, «non c’è più tempo»), e mettendo i governatori con le spalle al muro. Loro hanno già chiesto la convocazione della Conferenza Stato-Regioni, sede istituzionale per rimettere le deleghe al governo: con tagli per 10 miliardi, su trasporto pubblico, viabilità, politiche sociali, per le famiglie, fondo per le imprese, se la dovranno vedere ministri e sottosegretari. «Incontro molto negativo – dice il presidente della Conferenza e presidente dell’Emilia-Romagna Vasco Errani – Stiamo parlando di tagli che non colpiscono gli sprechi, ma i servizi ai cittadini». Una posizione unitaria, concordata con tutte le Regioni, che ha portato ad un’unica «concessione» da parte del governo: l’istituzione in tempi rapidi di una commissione «per andare a vedere dove sono gli sprechi, tra amministrazioni centrale e locali. E allora ci divertiremo», dice Errani. Resta negativo il giudizio sulla manovra anche da parte dell’Anci (i comuni), che ha incontrato premier e ministro dopo le Regioni, ma con alcuni distinguo e la firma di un accordo che funge da limitazione del danno: «C’è l’impegno – spiega il presidente e sindaco di Torino Sergio Chiamparino – perché entro il 31 luglio venga portato in Parlamento il decreto sul trasferimento delle imposte relative a comuni e province». Si accelera, insomma, sul federalismo municipale, e i tagli vengono rimodulati in modo da non pesare quest’anno in modo eccessivo. Ai Comuni, come richiesto, vengono anche attribuite le funzioni catastali. Al secondo punto dell’accordo, «l’avvio di un tavolo di monitoraggio entro ottobre, per il problema dello sfoltimento dei residui passivi, oltre all’intenzione di rimodulare il patto di stabilità». Soddisfatto Tremonti: «Questo è il modo di lavorare insieme». Evidente la frecciatina nei confronti delle Regioni riottose.

FIDUCIA E CORAGGIO
E la manovra va verso la fiducia, imposta da Berlusconi come l’ennesimo ricatto nei confronti dei finiani e dei malpancisti a vario titolo interni alla maggioranza («o si approva o tutti a casa»), anche se ovviamente si sprecano le dichiarazioni di compattezza del Pdl. Dice Pierluigi Bersani, leader Pd: «La fiducia significa avere paura, non coraggio – Non reggeranno tre anni, ma le loro azioni potrebbero essere pericolose». La discussione generale sulla manovra alla Camera slitta dal 23 al 26 luglio. Ritirato, intanto, l’emendamento Alfano: «Una vittoria dell’opposizione», come dice il senatore Pd Giovanni Legnini. L’emendamento del governo introduceva la figura dell’ausiliario del giudice, e di fatto rinviava i processi di sei mesi per l’espletamento del procedimento di mediazione. Una norma che sembrava inserita ad hoc per sospendere il processo Fininvest-Cir.

da www.unita.it

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«Da Brancher alle regioni, al governo serve più sintesi politica», di Stefano Folli

L’incontro tra Berlusconi e i governatori delle regioni ha lasciato ognuno sulle posizioni di partenza. Ci si attendeva tale esito e non poteva essere altrimenti. La manovra economica ormai appare rigida nella sua architettura e nelle sue cifre. Così è stata «venduta» all’Europa e ai mercati finanziari: rimetterci mano per modificarla in modo radicale, come avrebbero voluto le regioni, equivarrebbe a compromettere l’operazione e ad attirare sull’Italia l’attenzione degli speculatori.

Nessun governo, di destra o di sinistra, potrebbe intraprendere una simile marcia indietro, pena la sua credibilità. Del resto, giusto alla vigilia dell’incontro, il presidente del Consiglio ha annunciato che sulla manovra il governo pone la questione di fiducia in Parlamento. Il che ha chiuso la porta a qualsiasi correzione: il colloquio con le regioni, anche sotto questo aspetto, è arrivato fuori tempo massimo.
Nel merito, è chiaro che non tutte le ragioni sono da una parte e non tutti i torti dall’altra. È vero che i provvedimenti del governo tagliano la spesa più in periferia che nell’amministrazione centrale. Ed è vero peraltro che le regioni, prima di ridurre i servizi ai cittadini, sono in grado di risparmiare, ossia di diventare più virtuose. Alcune lo sono già, altre hanno parecchia strada da fare.
In ogni caso, la strettoia della manovra non era aggirabile. Per cui la proposta, venuta dal presidente Errani, di una commissione destinata a studiare la mappa degli sprechi, e quindi dei possibili risparmi, dimostra che gli stessi governatori si rendono conto di non poter dire solo no. Il punto è che nessuna commissione è in grado di fermare in questa fase la volontà del governo centrale. Sul piano tecnico la semplice verità è che la manovra andrà in porto nel più breve tempo possibile. Sul piano politico, invece, la polemica Stato-regioni è tutt’altro che conclusa e insegna qualcosa.
Le lacune nella gestione politica del rapporto con i governatori sono evidenti. E oggi se ne pagano le conseguenze. Nell’incontro di ieri Berlusconi è apparso sulle spine nella parte che meno gli si addice: quella di chi non ha margini di mediazione e deve rassegnarsi alla rottura. O almeno a una lunga fase di incomprensione con le regioni proprio ora che le amministrazioni di centrodestra sono fiorite numerose come mai in passato.

Forse una maggiore accortezza politica nelle scorse settimane avrebbe evitato questo esito. Ma non è andata così. E oggi, mentre Tremonti ha vinto la sua battaglia sul rigore dei conti pubblici, il premier si trova tra le mani il rapporto incrinato con i governatori. Quella sintesi «nazionale» di cui il presidente del Consiglio è e resta il naturale interprete, in quanto è il cardine della sua funzione, diventa più complessa.

A ben vedere, qualcosa di simile, in scala minore, è avvenuto con il caso Brancher. Anche qui abbiamo avuto una vicenda gestita male dall’inizio fino all’epilogo delle brusche dimissioni. Forse in altri tempi, e con maggiore lucidità politica, il caso non si sarebbe nemmeno aperto. Nessuno avrebbe pensato di gestire in modo così infantile il «legittimo impedimento». E ora che la storia è chiusa resta una sensazione di disagio. Nulla danneggia di più l’immagine di un governo quanto le contraddizioni dovute a scarsa lungimiranza. Trasmettere un senso d’incertezza politica è di solito il più grave errore.

da www.ilsole24ore.it

Telecom, 3700 licenziamenti nel giorno dello sciopero

Aprire la procedura di mobilità per 3700 lavoratori, nel giorno stesso in cui i tuoi dipendenti scioperano per 4 ore contro un piano che prevede 6.800 esuberi, è un’iniziativa che ha una duplice ed incredibile valenza, unendo alla sua assoluta gravità l’inconfondibile timbro della provocazione. È quello che è riuscita a fare ieri Telecom, in una giornata resa ancor più surreale dallo sciopero delle agenzie di stampa, che ha trasformato le indiscrezioni in una notizia ufficiale soltanto in serata, quando l’azienda ha dato conferma della sua iniziativa, con l’invio dei telegrammi alle organizzazioni sindacali contenenti la comunicazione dell’avvio della procedura di mobilità. «Mentre ci giungevano i dati sulla riuscita dello sciopero nazionale indetto in tutto il gruppo Telecom Italia – ha raccontato Alessandro Geneovesi, segretario nazionale di Slc-Cgil -, con un’adesione media intorno al 70%, l’azienda ci ha informati che nelle prossime ore saranno aperte le procedure per 3.700 licenziamenti, oltre la metà degli esuberi dichiarati dal recente piano triennale 2010-2012».

TRATTATIVA DI 75 GIORNI
Per il dirigente sindacale si tratta di «un comportamento vergognoso da parte di un’azienda che ha registrato più di 1,5 miliardi di euro di guadagni netti, che ha già circa mille lavoratori in contratto di solidarietà (quindi con stipendi integrati da risorse pubbliche) e che continua a remunerare a peso d’oro dirigenti e manager». Le modalità “carbonare” scelte da Telecom comportano fra l’altro una momentanea difficoltà a delineare del tutto le intenzioni dell’azienda. «Essendo stato inviato nell’ultimo giorno lavorativo della settimana – ha spiegato Genovesi – il contenuto del telegramma sarà noto ai più soltanto nella giornata di lunedì. In particolare, la lista dei siti produttivi interessati dagli esuberi ed il loro numero specifico. Resta il fatto che questo gesto inqualificabile fa decorrere i 75 giorni entro i quali va condotta la trattativa fra l’azienda ed i sindacati, alla scadenza dei quali 3700 famiglie potrebbero ritrovarsi di fronte allo spettro della disoccupazione. Insomma, vogliono metterci nelle condizioni di trattare con la pistola puntata alla tempia, ed a questo punto mi chiedo che cosa intenda fare il governo di fronte a questa escalation». Ed a proposito dell’esecutivo, il ministro del Lavoro è stato autore di un’improbabile dichiarazione a metà giornata, proprio mentre gli eventi stavano precipitando: «Il governo – ha detto Maurizio Sacconi – auspica che dopo questo sciopero le parti possano avviare un autentico confronto su un concreto piano industriale del principale gruppo di telecomunicazioni del Paese». Peccato che intanto alle Poste avevano il loro bel daffare a smistare telegrammi…

da www.unita.it

Cala il potere d'acquisto. Le famiglie italiane risparmiano solo il 13,4% del reddito

Scende il potere di acquisto delle famiglie italiane nel primo trimestre dell’anno. Lo segnala l’Istat – che mercoledì ha anche pubblicato un’analisi sui prezzi delle città -secondo cui nei primi 3 mesi del 2010 il reddito disponibile delle famiglie in termini reali) é diminuito dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto al I trimestre 2009. Scende anche la propensione al risparmio: il rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile (questa la definizione dell’Istat) ha raggiunto il 13,4%, riducendosi di 0,6 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 1,6 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2009.

Nel primo trimestre 2010, inoltre, é proseguita la flessione del reddito disponibile delle famiglie, che é diminuito dello 0,2% in valori correnti rispetto al trimestre precedente, mentre é tornata a crescere la spesa delle famiglie per consumi finali (+0,5%).

Il tasso di investimento delle famiglie (definito dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi delle famiglie, che comprendono gli acquisti di abitazioni e gli investimenti strumentali delle piccole imprese classificate nel settore, e il loro reddito disponibile lordo) nel primo trimestre 2010 si é attestato all’8,5%, 0,1 punti percentuali in meno rispetto al trimestre precedente, risentendo di una riduzione degli investimenti (-1,1%) superiore a quella del reddito disponibile (-0,2%). Rispetto al corrispondente periodo del 2009, continua l’Istat, gli investimenti fissi lordi delle famiglie si sono ridotti (-10,5%) in misura superiore alla flessione del loro reddito disponibile, determinando una riduzione del tasso di investimento del settore di 0,8 punti percentuali.

da www.ilsole24ore.it

«Svolta intercettazioni. Alfano: pronti a cambiare», di Francesco Grignetti

Il Guardasigilli al Quirinale per superare le tensioni con il Presidente

Alla fine il canale di comunicazione tra palazzo Chigi e Quirinale s’è aperto. Ma nelle forme dovute. Ieri il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, è salito nella sua auto blu e si è fatto portare alla Presidenza della Repubblica. Lì lo attendeva il segretario generale della Presidenza, Donato Marra, uno dei principali collaboratori di Giorgio Napolitano, che gentilmente è stato ad ascoltare quanto il governo manda a dire al Capo dello Stato. Poche concise parole per un messaggio chiaro: il ddl Intercettazioni cambia. E non poco. Cambia tutto il necessario perché siano superate le «criticità» che il Presidente della Repubblica ha segnalato nei giorni scorsi. Berlusconi ha dunque deciso che non è il caso di proseguire con il muro contro muro. Ora c’è solo da attendere i prossimi passaggi parlamentari per vedere che cosa accadrà. Quali gli aspetti tecnici che saranno riscritti.

Una visita non da poco. «Un gesto di attenzione istituzionale», lo definiscono al Quirinale. Dopo le tensioni dei giorni scorsi, culminate con la clamorosa prima pagina del «Giornale» contro il Presidente della Repubblica, la retromarcia è innestata. Alfano non ha certo spiegato quali saranno nel dettaglio gli emendamenti a cui il governo pensa. Né Marra aveva il mandato di chiederlo. D’altra parte la linea del Quirinale ormai è chiara: nessun confronto preventivo, il Presidente valuterà il testo della legge sono al termine del suo iter parlamentare, così come vuole la Costituzione. Alfano ha però tenuto a chiarire che il Pdl non intende ignorare i moniti del Colle. E che perciò verranno effettuate tutte le modifiche che si riterranno utili. «Anche modifiche significative», si scandisce in ambienti del ministero della Giustizia.

È stato insomma recepito dal governo il punto di fondo sollevato dal Capo dello Stato: se ci sono dei punti critici, misuratevi con essi, cercate delle soluzioni, meglio se condivise, ma in ogni caso in Parlamento. E così Berlusconi ha dato ordine di fare ai suoi. Di qui l’annuncio, per il momento informale, ma che già attraversa le file della maggioranza, che nella prossima settimana il governo concorderà con i gruppi parlamentari e con la relatrice, la finiana Giulia Bongiorno, una serie di emendamenti. Quali, ancora non si sa. Anche se si possono immaginare a grandi linee. La durata delle intercettazioni ammesse per i reati ordinari, che il Senato ha fissato da ultimo in 75 giorni; qualcuno parla di innalzare il tetto a 120 giorni. La durata delle proroghe previste per gli ascolti in extremis (anche questi introdotti al Senato), ovvero le famose 72 ore in sovrappiù: tre giorni sono davvero pochi, si potrebbe arrivare al doppio. Infine le intercettazioni ambientali: oggi sono previste limitazioni draconiane a salvaguardia della privacy dei familiari degli indagati. Su questo punto Gianfranco Fini si è molto esposto. Modifiche in vista anche per le multe agli editori. E poi acquisizione dei tabulati molto più facile di quanto la nuova legge avrebbe voluto. E forse anche qualche concessione in più sul versante delle norme transitorie.

Quasi sicuro pure il trattamento di mafia e terrorismo anche per i cosiddetti reati-spia (usura, estorsione e riciclaggio), che quindi potrebbero consentire intercettazioni lungo tutto l’arco delle indagini preliminari. Entro martedì pomeriggio la commissione Giustizia dovrebbe ricevere gli emendamenti. Ma tutto lascia pensare che le vere novità verranno in Aula. E non è detto che ciò avvenga entro l’estate.

da www.lastampa.it

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“Giornalisti contro il bavaglio Alfano al Colle: «Cambieremo», di Roberto Monteforte

Il silenzio è stato proprio fragoroso ieri nella giornata di protesta contro il ddl Alfano sulle intercettazioni. Edicole sguarnite, informazione radiotelevisiva nazionale e locale limitata all’essenziale, siti on line insolitamente «fermi», agenzie di stampa «mute» sino all ore 7 di questa mattina con l’eccezione dell’Adn-Kronos , la stessa «Rete» e in new media hanno partecipato alla protesta. L’astensione dei giornalisti, compresi quelli degli uffici stampa e i free lance è stata ovunque massiccia. La protesta è riuscita. In edicola, ieri, si sono trovate le poche testate dei fedelissimi schierati a fianco del governo Berlusconi: dal Foglio di Giuliano Ferrara al Giornale di Feltri, al romano Il Tempo , a Libero e al Riformista della famiglia Angelucci – che ha rifiutato di pubblicare una lettera di adesione allo sciopero dei delegati sindacali- , ai quotidiani economici ItaliaOggi e MF . In alcune città si sono trovate alcune edizioni di E-Polis e poco altro. Soddisfatta la Fnsi Il fronte del silenzio è rimasto compatto. Anche le testate che avevano espresso critiche sulla forma della protesta, da Il Fatto Quotidiano a La Stampa , hanno deciso di non essere in edicola per rendere più forte «il fragore del silenzio». Battaglia di libertà anche per la testata cooperativa Il manifesto . «È lo sciopero meglio riuscito negli ultimi quindici anni» commenta il segretario generale della Fnsi, Franco Siddi. Il suo è un primo, provvisorio bilancio. «L’adesione è stata straordinaria e anche chi ha scelto di uscire e non tutti con ragioni ideali limpidissime – osserva – l’ha fatto condividendone comunque il merito delle ragioni della protesta. Questo dimostra che la nostra non è una lotta corporativa, ma una battaglia a difesa di valori condivisi». Su questo, in polemica con il direttore del Tg5 Clemente Mimun, insiste il presidente della Fnsi, Roberto Natale. «La forte partecipazione delle redazioni Mediaset allo sciopero è stata una risposta all’editoriale del direttore Mimun, che ha parlato di scelta di una corporazione. Lo sciopero è riuscito proprio perché aveva ragioni generali forti, comprese dalla categoria e al di fuori della categoria. Mimun ha oscurato il fatto che il sindacato dei giornalisti è coerente nella sua opposizione ad ogni disegno contro l’autonomia dell’informazione e che tre anni fa scioperammo contro il disegno di legge Mastella». Conclude osservando come «la partecipazione altissima allo sciopero» sia «un riconoscimento di questa coerenza e della forza delle proposte avanzate dal sindacato che coniugano il diritto alla riservatezza con il diritto-dovere di informare». «La forza delle ragioni che portiamo – conclude – viene compresa da tutti quando simboli della nostra protesta sono Patrizia Aldovrandi e Ilaria Cucchi. A tutti è chiaro che difendiamo il diritto dei cittadini a sapere». Alfano al Quirinale Qualcosa pare muoversi. Nella giornata del grande silenzio il Guardasigilli, Franco Alfano è salito al Colle per comunicare la disponibilità del Pdl e dei suoi alleati ad introdurre modifiche significative al testo del decreto sulle intercettazioni, raccogliendo le sollecitazioni venute più volte dal capo dello Stato a confrontarsi con «criticità» che vanno risolte nel confronto parlamentare. Su questo il Colle è stato chiarissimo.

da www.unita.it