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«Università, per dire no a tagli e manovra arrivano gli esami in notturna», di Alessandro Giuliani

Dal 13 luglio nelle Facoltà umanistiche della Sapienza interrogazioni tra le 21 e le 5 del mattino. Per i docenti la protesta rispecchia l’inversione di senso della politica del Governo e il nuovo profilo di prof ‘ombra’. Polemico il rettore Frati: iniziativa folkloristica, si guardi invece al 10% dei ricercatori che non produce nulla. Piccata risposta dei diretti interessati. Gli studenti sono con loro. Ma non tutti.

Sta entrando nel vivo la protesta dei ricercatori, affiancati da docenti e personale amministrativo accademico, contro l’impianto del disegno di legge Gelmini e ai tagli imposti dalla Legge133/08, confermati dall’ultima manovra Finanziaria varata dal Governo ed ora in discussione nella aule parlamentari: dopo le manifestazioni e le occupazioni dei rettorati, a seguito di sentite assemblea d’ateneo alcune delle maggiori Università italiane hanno deciso di adottare delle forme di protesta alternative a quelle cui eravamo abituati.
A capitanare la contestazione non poteva che essere il più grande ateneo d’Europa, quello romano della Sapienza, dove nelle Facoltà umanistiche – Lettere e Filosofia, Studi Orientali, Filosofia e Scienze Umanistiche – nel mese di luglio si svolgeranno gli esami di profitto con orario notturno.
La singolare mobilitazione segue in pratica il rinvio degli esami previsti per questa settimana, da 5 al 9 luglio, assieme allo stato di assemblea permanente. Poi, la successiva, sarà la volta degli esami collocati in sedi ed orari anomali: in versione notturna, tra le 9 di sera e le 5 del mattino, oppure (per i docenti che non se la sentono ma sono solidali nella contestazione) nelle tante stradine dove svetta la statua della Minerva.
A spiegare il senso della protesta è stata Laura Faranda, docente di Antropologia culturale, secondo cui “l’ordine temporale è inusuale, ma fedele sia all’inversione di senso cui sembrano orientate le manovre del Governo in materia di riforma dell’università e della ricerca, sia al nuovo profilo di professori ‘ombra’, oscurati e delegittimati nella sostanza qualitativa e quantitativa del proprio impegno quotidiano”.
Lo sciopero bianco in notturna per più di qualcuno rischia però di danneggiare gli studenti: in effetti sostenere un esame in piena notte, anche se d’estate, non deve essere un’impresa agevole. Soprattutto per chi non è abituato a fare le ore piccole. Così la pensano il presidente romano di Azione Universitaria, il movimento universitario del Pdl, Matteo Petrella, e il presidente di Azione Universitaria Sapienza, Cristian Alicata, che in una dichiarazione congiunta hanno definito la decisione “assurda: oltre a rasentare il ridicolo, mette in discussione le stesse modalità previste dalla legge per la validità degli esami e costringe gli studenti giocoforza a partecipare, pena il venir meno di mesi di studio e lavoro, ad una protesta politica e ideologica”.
E nemmeno il rettore della Sapienza, Luigi Frati, l’ha accolta con entusiasmo. Anzi. Tra le proteste degli studenti e le perplessità del corpo docente, prima ha definito l’idea degli esami notturni “folkloristica” e poi se l’è presa con i ricercatori: “il 30% a Giurisprudenza ed il 10% in assoluto – ha detto Frati – non ha prodotto nulla in 10 anni”. Una frase che non è piaciuta a Marco Merafina, coordinatore nazionale del Coordinamento nazionale ricercatori universitari, che ha avuto da ridire sulle esternazioni del ‘Magnifico’, in particolare per “le modalità con cui tali informazioni sono state propinate alla stampa e in pasto all’opinione pubblica e per quella sensazione di baratto con il Governo che vorrebbe farci credere di portare avanti: finanziamenti al sistema universitario in cambio dell’epurazione di quattro mele marce dentro l’Università”. La posizione dei ricercatori non è poi molto diversa da quella delle associazioni studentesche indipendenti o vicine al centro-sinistra. “Ad essere folkloristico, o quantomeno imbarazzante e preistorico, – ha detto Claudio Riccio, portavoce nazionale Link- è lo stesso Frati che ha una posizione sulle proteste inaccettabile: chiediamo a tutti i rettori di chiarire la loro posizione in maniera chiara e univoca. Non è possibile infatti da un lato ci si indigni contro i tagli e si dichiari di voler difendere i diritti degli studenti e dall’altro si contrattino posizioni poco più favorevoli per i propri atenei e si attacchino quelle proteste che hanno come obiettivo quell’Università pubblica che i sedicenti signori della Crui – ha concluso polemicamente Riccio – ritengono di rappresentare”.

da l’Unità dell’8 luglio 2010

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«La battaglia «brunettiana» del rettore», di Ro. Ci.
La battaglia brunettiana intrapresa dal rettore della Sapienza di Roma Luigi Frati contro i «docenti fannulloni» conosce nuovi sviluppi. Dopo avere smentito di avere pronunciato la parola «ricercatori» nel corso dell’infuocata conferenza stampa tenuta l’altro ieri a Lettere ha garantito che, a settembre, le sue attenzioni si rivolgeranno al 9 per cento del corpo docente (400 persone) che negli ultimi dieci anni non ha prodotto alcun titolo scientifico. «Se per colpa di queste persone – si legge in una nota – vengono ridotti i fondi del fondo ordinario di finanziamento legato alla valutazione della ricerca è giusto intervenire». E, infine, la promessa: «Valuterò caso per caso se avviare procedimenti disciplinari che possono arrivare sino alla destituzione». La rete 29 aprile, il coordinamento della mobilitazione che porterà al blocco del prossimo anno accademico, ha diffuso un comunicato nel quale si ribadisce la volontà dei ricercatori di essere valutati. «Invitiamo i rettori a fare i nomi dei ricercatori, nonché dei professori associati e ordinari, evitando di fare discorsi generalizzanti che danneggiano migliaia di professionisti e le strutture per le quali lavorano». Quella di Frati – ribadisce Piero Graglia, ricercatore alla Statale di Milano – è un’arma di distrazione di massa. Sa che così facendo ha un ritorno sentimentale della pubblica opinione. La sua minaccia non è credibile. Di chi è la colpa di questo sfascio se non di chi ha prodotto questo sistema?». «Allora, se uno non pubblica può essere licenziato? – si domanda Alessandro Ferretti, ricercatore a Torino – Questa misura non è prevista nemmeno nel Ddl Gelmini che invece prevede che non vengano erogati gli scatti biennali». «Vuole scatenare una caccia alla streghe – conclude Alessandro Pezzella, ricercatore a Napoli – Da un rettore ci si aspetterebbero soluzioni. Bisogna responsabilizzare con un sistema di incentivi chi ha in mano i meccanismi di reclutamento e, al massimo togliergli i finanziamenti alla ricerca in casi come questi».
dal Manifesto

Dopo gli spot, le botte

Pubblichiamo alcuni commenti sulla manifestazione dei terremotati d’Abruzzo, che hanno ricevuto botte invece che risposte.

«La responsabilità delle promesse», di Francesco Merlo
MA PERCHE’ sono stati mobilitati i reparti antisommossa per fermare un corteo di terremotati pacifici, senza black bloc e senza giovani rivoluzionari armati di estintori? Le immagini in diretta della benemerita Sky, che non è certo una riedizione di Telekabul ma soltanto si limita a non applicare il “codice Minzolini”, hanno fatto vedere in maniera inequivocabile che la marcia degli Aquilani a Roma era al tempo stesso popolare e ragionevole. Di sicuro, tra molte donne e tanti anziani non c’erano i professionisti del passamontagna, niente sbarre e bastoni, niente bandiere rosse e neppure ghigni e grugni di facinorosi.

In generale si sa che i terremotati sono spesso arrabbiati ma raramente pericolosi, e in particolare gli abruzzesi dell’Aquila sono di natura ben più quieti dei sovversivi siciliani del Belice, non sono agitati dalle turbolenze plebee degli irpini e non hanno neppure le durezze calviniste dei friulani. Insomma, da che mondo è mondo, tutti i terremotati cercano aiuti e organizzano marce, chiedono procedure speciali e facilitazioni fiscali come quelle che ieri sera sono state inserite e approvate, con un lodevole emendamento, nella finanziaria.
I terremotati dell’Aquila esigono, con molte buone ragioni, i mutui agevolati, pungolano la cultura scientifica, premono sulle banche, sperano nei governi e pretendono la solidarietà che, per la verità, gli italiani sono sempre disposti a dare, anche in forma di tasse e pur diffidando da sempre, e giustamente, della buona amministrazione: “Si incolpa solo il Fato/ l’Evento se è ferale / l’uomo è peggior del male / l’aiuto ei si rubò” scriveva il principe di Biscari dopo la distruzione di Messina in un lunghissimo e bellissimo poemetto che prefigura la Protezione civile del pio Bertolaso.

Ma il terremotato è soprattutto facile preda dei demagoghi e degli sciacalli: “Smarriti e timorosi / ninfe, pastori e armenti / vittime dei verbosi / manipolator di menti”. Insomma alla fine tutto si può fare dinanzi ad una piccola folla di terremotati infelici che ti vengono a cercare fin sotto casa, e si può persino usare ancora la demagogia, ma non è lecito affrontarli con la pesantezza dei manganelli della polizia: “Trema il suolo, il mar ci inonda / sordo è il re ai mesti accenti / fra gli affanni ed i lamenti / chi soccorso a noi darà?”. Dunque il presidente del Consiglio, che era impegnato a Palazzo Grazioli in una delle tante assemblee contro i traditori e gli ingrati, non solo non è sceso fra questi disgraziati manifestanti aquilani a spiegare tutte le meraviglie che erano state propalate dal Tg1 solo due mesi fa sotto il titolo “il miracolo della ricostruzione” nell’anniversario del sisma dell’aprile 2009, ma, come un caudillo sudamericano, si è nascosto dietro un diluvio di poliziotti che di nuovo hanno usato la violenza, e di nuovo sui più innocenti, sulle vittime per definizione come sono appunto le vittime delle sciagure naturali, che in Italia si affiancano alle violenze sociali, alle mafie, alla corruzione, al malgoverno.

Ma perché ha paura della folla aquilana il premier che all’Aquila ha fatto i suoi più riusciti bagni di folla? Ai tempi delle promesse, quando disse che l’Aquila sarebbe tornata “più bella e più florida di prima” Berlusconi arrivava all’improvviso per sopralluoghi nei paesaggi delle macerie informi, per comizi a gente rabbrividente e tutta stonata, maneggiava con sagacia e, bisogna riconoscere anche con efficacia immediata, il primo danaro del pronto soccorso, ordinava di seppellire i morti e accoglieva, un po’ spronandole e un po’ intestandosele, le carovane della solidarietà di un’Italia che come sempre si univa nella disgrazia, perché nelle peggiori tragedie ci capita di dare il meglio di noi: sottoscrizioni, copiosissime donazioni di sangue, offerte di ospitalità… Davvero ci sentimmo ed eravamo tutti abruzzesi.

Per quelle dignitose lacrime di poco più di un anno fa, ci sono adesso familiari i volti degli abruzzesi in corteo a Roma. Sono i volti dei nostri fratelli perché l’Aquila è più che mai una questione nazionale che Berlusconi ha il dovere di affrontare anche in Parlamento, e magari tornando nei suoi tg a spiegare che cosa si deve fare di quel centro storico che rischia di morire, come i giornalisti di ogni tendenza, italiani e stranieri, hanno ormai documentato. Vuole ricostruirlo o vuole abbandonarlo? È Berlusconi che volle celebrare all’Aquila quel G8 che, dirottato apposta dalla Maddalena, ha poi aperto il capitolo nero della sporcizia di Stato che faceva capo alla Protezione civile. È Berlusconi che ad ogni piè sospinto gridava: “Non vi abbandonerò mai”. Tutti sanno che il governo Berlusconi esordì con le promesse della ripulitura di Napoli e della ricostruzione dell’Aquila. E nessun’altra catastrofe sismica ha provocato tanti carmi e tante elegie, odi e inni sulla ricostruzione e sul suo miracolo, neppure la rinascita di Lisbona che nella storia dell’umanità è stata certamente la più cantata.

Attenzione: noi non neghiamo che il premier seppe spendersi anche sul piano personale. Ma la storia insegna che qualsiasi città terremotata inizialmente è popolata da sciacalli e becchini, da ciarlatani e trascinatori di folle e da speculatori contenti, come quegli imprenditori che, legati alla cricca, inneggiarono alla distruzione dell’Aquila prima ancora dell’ultima scossa. È dopo che la città sventrata diventa un cantiere, sveglia i talenti finanziari e imprenditoriali, crea ad un tempo i ricostruttori e i garanti della memoria storica. Insomma solo dopo il tempo dello sciacallo, che in passato veniva impiccato senza processo, comincia il tempo della responsabilità.

Chiuso nel suo bunker, circondato da legioni di manganellatori, Berlusconi si nega alla responsabilità di decidere cosa fare di quel centro storico. Smascherato “il miracolo della ricostruzione”, ora gli italiani sanno che ci sono stati politici che hanno lucrato sul patetico e sull’estetica delle rovine e palazzinari che hanno organizzato, anche bene, il festival del prefabbricato di periferia. Ma può essere lo sciacallaggio il destino dell’Aquila?

da www.repubblica.it

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«Misure-spot e grida d’aiuto», di Michele Brambilla
Mai Berlusconi si sarebbe immaginato che alla lunga fila dei suoi nemici – la sinistra, i magistrati, i giornalisti, i finiani, i «poteri forti» e via di seguito – avrebbe dovuto un giorno aggiungere la categoria dei terremotati. Ingrati!», avrà probabilmente pensato ieri dei cinquemila aquilani che hanno sfilato per Roma fino ad arrivare sotto le sue finestre a palazzo Grazioli.

L’intervento all’Aquila era stato fatto passare come il fiore all’occhiello di questo governo, più ancora della rimozione dei rifiuti accumulatisi a Napoli dopo anni di ignavia delle amministrazioni di sinistra. A pochi mesi dal terremoto il premier aveva consegnato, radioso come nei tempi migliori, le prime case agli sfollati. Moderne, antisismiche, ben arredate, «più belle di quelle che avevano prima», diceva Berlusconi mentre si faceva fotografare accanto a famigliole sorridenti. Quelle immagini erano diventate il miglior spot per il governo, una grande prova di efficienza, di «politica del fare». Perfino gli oppositori più incalliti per qualche tempo si erano trovati a balbettare, e i sondaggi assicuravano che la popolarità del premier era più alta che mai.

Ecco, immaginare allora che dopo meno di un anno quasi il dieci per cento della popolazione aquilana si sarebbe riversata a Roma per gridare «vergogna» al capo del governo sarebbe stata una follia. Eppure è successo. Ed è difficile, se non impossibile, spiegare la manifestazione di ieri come una manovra politica dell’opposizione, della sinistra, dei soliti antiberlusconiani in servizio permanente ed effettivo. A protestare, per le strade di Roma, c’era gente comune, di sinistra come di destra; commercianti, partite Iva, perfino preti e sindacati di polizia.

Com’è potuto accadere? Chi è stato all’Aquila lo può capire. Intendiamoci bene. Sbaglia, e si rende responsabile di un altro tipo di spot, chi sostiene che il governo non ha fatto niente. Per quanto riguarda l’emergenza abitativa, è stato fatto molto più che in altri terremoti. Gli sfollati erano un’enormità: 67.000. In poco tempo, quasi quindicimila hanno ricevuto case nuove e più che dignitose; altri le cosiddette «Map», le casette di legno fatte dagli alpini, anch’esse molto meglio delle tende o di quei container ancora presenti, ad esempio, in alcuni paesi dell’Umbria; altri ancora sono stati sistemati sulla costa in alberghi a tre o quattro stelle. Nessuno ha passato l’inverno al freddo: e questo è stato, se non il miracolo sbandierato dal governo, sicuramente un successo.

Ma il trionfalismo con cui è stato «venduto» questo successo ha fatto credere a buona parte del Paese che L’Aquila fosse, se non rinata, almeno ripartita. Invece L’Aquila è una città morta. Le nuove case prefabbricate sono tutte nelle frazioni, la gente che ci vive è sradicata, senza più i riferimenti e i vicini di sempre. Il centro storico, che poi è la vera città, è un luogo di fantasmi. Non una casa è stata riaperta, non un albergo, non un ristorante, non un’attività commerciale. Delle 2.300 imprese artigiane, mille hanno dovuto chiudere. Le ore di cassa integrazione in provincia, che erano 800 mila nel maggio-giugno del 2008, nello stesso bimestre del 2009 sono diventate sette milioni e mezzo.

Insomma è successo questo: gli aquilani pensano che, dopo un’emergenza gestita bene, il governo si sia fermato. Che si sia dimenticato di loro. Perché la ricostruzione non parte e perché – con un’economia ancora a pezzi – si chiede loro di riprendere a pagare le tasse e di ricominciare a restituire quelle sospese per poco più di un anno.

Anche qui bisogna sforzarsi di essere il più possibile obiettivi. Ricostruire L’Aquila – un capoluogo di provincia con 70.000 abitanti e 28.000 studenti residenti – è un’impresa titanica, per la quale non bastano certo gli slogan che ieri Bersani urlava in mezzo ai manifestanti con parole scandite: «le risorse vanno tro-va-te», «occorre un intervento stra-or-di-na-rio». Né sono utili i toni barricaderi e i discorsi farfugliati di Di Pietro e di Pannella, anch’essi precipitatisi tra i dimostranti per cavalcare la protesta. Accanto alla demagogia del miracolo del governo, ce n’è pure una dell’opposizione.

Ma è proprio contro questa politica degli spot che la gente dell’Aquila ha protestato ieri a Roma. Gente comune, né di destra né di sinistra, la quale vorrebbe che ai problemi reali non si rispondesse con la politica degli annunci e con operazioni-lampo che giovano solo all’immagine di chi le promuove. È un desiderio, anzi un bisogno, di tutto il Paese, non solo dei terremotati.

da www.lastampa.it

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«Una pagina nera», di Luigi Lusi
Quella di ieri è una pagina nera che verrà ricordata con altrettanto dolore, ma forse con più rabbia di quella che un anno fa ha distrutto migliaia di vite. Dopo il danno c’era da ricostruire, aiutare, incoraggiare, motivare, invece è arrivata la beffa.
A distanza di un anno sono arrivati a Roma con pullman, macchine e treni i sopravvissuti alla tragedia aquilana per manifestare e ricordare pacificamente alle istituzioni e al governo di avere pazienza ancora, di rimandare l’avvio delle restituzione delle imposte sospese, l’avvio del pagamento di quelle ordinarie, per non soffocare di debiti per pagare le tasse! Erano venuti a chiedere giustizia, non pietà, per chi ormai da oltre un anno non ha più nulla.
Sono la testimonianza vivente di quanto ancora c’è da fare per quelle terre, di quanto il governo li abbia pasciuti solo di promesse per poi abbandonarli dicendo al paese che si era già fatto tutto.
In cinquemila hanno lanciato con forza per l’ennesima volta un grido per la sospensione delle tasse, l’occupazione, il sostegno all’economia: senza bandiere o striscioni di partito, ma con solo due colori predominanti – il verde (della speranza) e il nero (del lutto per il terremoto del 1703), i colori della città de L’Aquila – a rappresentare tutto quello che resta: speranza e lutto.
Si sono ritrovati a piazza Venezia nel centro della Capitale a manifestare contro le stesse persone che avevano promesso loro di restituirgli i diritti, contro quegli angeli che un anno prima, tra le macerie, avevano faticato, pianto e sperato con loro per recuperare ciò che era rimasto, per estrarre i corpi dei loro figli, familiari, amici.
La mancanza di politica, di dialogo, di collaborazione ha fatto sì che quegli stessi uomini, con gli stessi simboli sui cappelli e le loro divise abbiano malmenato e spintonato creando terrore e sgomento tra i cordoni dei manifestanti inermi. Ma chi e perché ha dato loro questo ordine? E perché? Seguiranno indagini e inchieste, poco importa ormai.
Tutto questo mentre il Palazzo è rimasto chiuso dentro ai suoi privilegi, senza guardare oltre il cortile dove sono parcheggiate le auto blu, oltre le aule rinfrescate dall’aria condizionata. Senza che nessuno in quella situazione abbia pensato alle conseguenze o agli effetti sugli animi di chi stava protestando perché senza lavoro, casa, senza qualche figlio o parente o amico perché deceduto, dovrà tornare a pagare le tasse. E a continuare a non sapere nulla della ricostruzione. Non credo ci sia rimasto altro che piangere per un governo come quello Berlusconi che trova i soldi per inventarsi un nuovo ministero e nuovi privilegi di casta e dimentica di sostenere nella speranza di ripartire un popolo fiero che ha dato tanto.
Ps. Alle 19,30 palazzo Chigi diramava un comunicato nel quale si afferma che le tasse verranno restituite in 10 anni (e non 5 come ora previsto) come il Pd chiede da un anno: diventerà legge il comunicato? E quando?

da www.europaquotidiano.it

«Cavilli scambiati per cavalli», di Michele Ainis

Chissà perché in Italia ogni mosca in volo diventa un’astronave. L’ultimo Ufo è atterrato davanti al Quirinale, con un doppio avvistamento: da destra (il Giornale) e da sinistra (il Fatto quotidiano).

Lassù sul Colle hanno smentito seccamente la notizia, ma gli avvistatori recano prove inoppugnabili. In attesa di discuterne al prossimo congresso di cosmologia, proviamo a misurarle in questa sede.

Dunque, il Senato sta votando con legge costituzionale il lodo Alfano, che forgia uno scudo processuale per il governo e per il Capo dello Stato. Un senatore del Pd – Stefano Ceccanti, che di mestiere fa il costituzionalista – avanza un emendamento che dichiara il Presidente improcessabile, e perciò sottratto all’autorizzazione parlamentare da cui dipende viceversa l’immunità per i ministri. Da qui la prova, una e trina come il Padreterno: se Ceccanti ha firmato quell’emendamento, significa che aveva la benedizione del partito; se il Pd si è fatto avanti, significa che è stato imbeccato dal diretto interessato, ossia dal Presidente; se Napolitano vuole sottrarsi ai rigori della legge, significa che ha commesso qualche marachella. Lui nega? E allora perché il suo consigliere – aggiunge il Fatto quotidiano – giudica un errore l’autorizzazione a procedere verso il Presidente?

Giacché mi trovo a essere citato per nome e cognome nei panni di chi dà consigli al Capo dello Stato, vorrei rivolgere un appello agli amici del «Fatto»: o cambiate il nome del giornale o cambiate le notizie. Il Quirinale ha uno staff di prim’ordine, nel quale non sono mai stato reclutato. Ma dopotutto non è questo ciò che conta. Pesano piuttosto riforme di sistema che scassano il sistema, perché non si curano affatto delle geometrie costituzionali. Ceccanti sarà forse stato ingenuo sul piano politico (tant’è che ha dovuto ritirare il proprio emendamento), ma da costituzionalista aveva tutte le ragioni. Quando i nostri padri fondatori scrissero l’art. 90 – che esige la maggioranza assoluta per porre in stato d’accusa il Presidente, nei casi di alto tradimento e d’attentato alla Costituzione – avevano negli occhi il proporzionale con cui fu eletta l’Assemblea Costituente. Con il maggioritario avrebbero scritto come minimo due terzi, per garantire il consenso dell’opposizione. E allora come si fa a contentarsi della maggioranza semplice per i delitti extrafunzionali, oltretutto in un sistema come questo, dove i parlamentari sono altrettanti soldatini?

C’è però un’osservazione che rende superfluo l’emendamento di Stefano Ceccanti, e forse pure il lodo Alfano. Il Presidente già da oggi è improcessabile per i reati comuni: se i costituenti non hanno messo nero su bianco questa immunità, è solo perché sarebbe suonata «irriguardosa» verso il Capo dello Stato. Chi l’ha detto? Costantino Mortati, e dopo di lui molti altri maestri di diritto. Gioca qui infatti l’eredità dello Statuto Albertino, che proclamava «sacra e inviolabile» la persona del Re. Gioca un motivo sistematico, perché non si può negare alla suprema istituzione la tutela che la Carta offre persino ai deputati. E gioca infine un argomento logico: come mai farebbe il Presidente a promulgare leggi o ricevere ambasciatori dentro una cella di Regina Coeli?

Insomma il fiore delle immunità perde un petalo alla volta. Il lodo Schifani s’estendeva ai presidenti delle Camere, oltre che a chi dirige la Consulta. Il primo lodo Alfano si sbarazzò di quest’ultima figura; il secondo ha eliminato i presidenti delle Camere. Se non c’è ragione d’aprire l’ombrello sul Capo dello Stato, non resta che il governo. Magari è proprio per evitare tale solitudine che i nostri ri-costituenti hanno tirato in ballo il Quirinale. Un frutto avvelenato, come dimostra quest’ultima vicenda. E insieme una lezione per Ceccanti e per la categoria cui entrambi apparteniamo: in Italia i cavilli vengono scambiati per cavalli.

da www.lastampa.it

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Si scopre il gioco contro Napolitano
Improvvida e in parte incomprensibile, l’iniziativa del senatore del Pd che mirava a garantire una guarentigia aggiuntiva al capo dello stato ha riportato allo scoperto un dato imprenscindibile dello scenario politico: Napolitano non ha mai smesso di essere un enorme problema per Berlusconi, e al di là di tante chiacchiere di convenienza è considerato dai sodali del premier come un avversario da battere o almeno da indebolire, comunque da intimidire appena possibile.
Nulla di nuovo, si dirà. Sul Giornale, che ieri sfruttava il progetto di legge di Ceccanti per mettere in cattiva luce il Quirinale, si sono lette nel tempo cose ben più terribili contro il presidente comunista e via feltriggiando.
In realtà, l’attacco di ieri spezza la finzione delle buone intenzioni di Berlusconi verso il capo dello stato, ricordando a tutti che quest’ultimo – come istituzione ma anche come persona – rimane per il Cavaliere l’ostacolo numero uno, quello veramente insormontabile (anche se i colleghi del Fatto non sembrano capirlo), alla realizzazione dell’unico autentico punto del programma di governo: la cancellazione dell’autonomia della magistratura e in generale la sovversione dell’equilibrio dei poteri.
Napolitano queste cose le sa benissimo, ma ruolo, carattere, cultura istituzionale e soprattutto abilità politica lo tengono lontanissimo dallo scontro aperto. Non è un caso se coloro che vorrebbero trascinarvelo – da destra e nel centrosinistra, dipietristi e grillini – sono gli stessi che esprimono in questo momento sulla scena la cultura politica più rudimentale.
Napolitano fin qui ha un po’ approfittato della fragilità politica di maggioranza e governo. Per una lunga fase esercitando supplenza, nell’orientamento politico e anche nella fattura delle leggi. Ora questa fase è chiusa: troppo impropria, compromettente, pericolosa.
Lasciati soli, i berlusconiani reagiscono contro il Quirinale con la stizza e l’ostilità ben espressa dal Giornale.
Pur esprimendo tutta la solidarietà possibile, il Pd farà a Napolitano il miglior regalo evitando di coinvolgerlo a sua volta, o di proporgli in futuro scudi ad personam di cui non ha alcun bisogno.

Editoriale della Direzione di Europa

«Una libertà che è di tutti», di Fiorenza Sarzanini

Il diritto di essere informati

Una giornata di silenzio che in realtà serve a parlare. Una giornata senza radio, televisioni, giornali e siti Internet per far sì che siano i cittadini a rivendicare il proprio diritto a essere informati. Perché la protesta indetta dalla Federazione nazionale della stampa non è la difesa corporativa dei giornalisti, ma il grido di allarme di chi si preoccupa per gli effetti che avrà la nuova legge sulle intercettazioni: limiti forti alla possibilità di diffondere notizie; di fare informazione.

Decine di parlamentari, non soltanto dell’opposizione, si sono espressi sui rischi delle nuove norme. Ma è stato soprattutto il presidente della Repubblica, fatto non usuale, ad evidenziare più volte le «criticità» del provvedimento che riscrive le regole per imagistrati ancor prima di quelle per la stampa. Sullo sfondo rimane lo scontro politico che di fatto sta trasformando questa legge in un trofeo per uno degli schieramenti – ormai trasversali – che riuscirà a farla approvare oppure a farla finire su un binario morto.

Si parla di intercettazioni, ma quello che riguarda le conversazioni telefoniche e ambientali è soltanto uno dei tanti divieti di pubblicazione. Nessun colloquio registrato potrà mai più essere reso noto fino alla celebrazione del processo, così come gli atti di indagine anche non più segreti, perché ormai conosciuti dalle parti. «Bisogna salvaguardare la privacy dei cittadini », ripetono i sostenitori della legge. Principio sacrosanto, è vero, ma che va salvaguardato senza intaccare il diritto-dovere dell’informazione.

La scelta di imporre ai giornalisti di poter soltanto riassumere le carte processuali in realtà aumenta il pericolo che il contenuto di ogni documento possa essere riportato in termini lacunosi o strumentali. E priva persino gli indagati o gli arrestati della possibilità di utilizzare, per far valere le proprie ragioni, quanto affermato dal giudice o dalla pubblica accusa. Almeno fino al dibattimento. In quella sede la privacy evidentemente non si deve più tutelare, visto che anche le intercettazioni potranno comunque diventare pubbliche.

La corsa all’approvazione della legge, con la possibilità che si proroghino addirittura le sedute della Camera fino a metà agosto come se ci si trovasse di fronte ad un’emergenza, non sembra giustificata. A questo punto dovrebbe essere la stessa maggioranza, di fronte a una mobilitazione forte e a un dibattito politico tanto acceso, a comprendere che il momento di fermarsi è ormai arrivato. Nessuno deve avere paura delle regole, tantomeno i giornalisti. Ma questo non può trasformarsi in una limitazione o addirittura in una censura preventiva. Esistono già leggi che puniscono gli abusi, anche per quanto attiene agli aspetti deontologici. Nulla vieta che si possano cambiare in alcune parti per renderle ancora più efficaci. Tenendo però sempre presente che conoscere quanto sta accadendo è un diritto primario dei cittadini. Il diritto alla riservatezza e il diritto di cronaca possono convivere, come avviene in tante altre democrazie. Perché da noi no?

da www.corriere.it

"L'università rischia l'asfissia"

L’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione della Camera, e Massimo Milani, coordinatore provinciale modenese del forum Università del Pd, commentano le ultime dichiarazioni del Rettore Aldo Tomasi. Ecco la loro nota.

«Il Rettore Aldo Tomasi ha perfettamente ragione quando punta il dito contro i “tagli” operati dal Governo alle risorse per l’Università, che ne determineranno, nel prossimo anno, la morte per asfissia. Qualche cifra può rendere meglio la dimensione della voragine che si sta formando: per il 2011, al Fondo di Finanziamento ordinario, mancheranno i 400 ml recuperati quest’anno dallo scudo fiscale e i 550 ml disposti dal Governo Prodi per il patto Ministero e Atenei. Saranno inoltre sottratti i 470 ml finalizzati al taglio dell’ICI.

A meno di un ripensamento, il Fondo di finanziamento così depauperato non sarà nemmeno in grado di far fronte agli stipendi. L’assenza di risorse e il blocco del turn over, confermato dalla manovra in discussione al Senato, rappresentano il binario morto su cui il Ministro Gelmini ha posto la nostra università, ahimè senza scrupoli o ripensamenti.

Peraltro il ddl Gelmini non chiarirà questo quadro già tanto difficile, poiché – per fare due soli esempi – non porta 1 euro all’università e conferma la cancellazione del ruolo dei ricercatori, impedendone al contempo la progressione di carriera.

Va peraltro sottolineato che l’offerta formativa degli Atenei italiani è possibile solamente grazie all’attività didattica diretta dei ricercatori, assunta su base “volontaria”.

Per legge, infatti, i ricercatori sono tenuti (non obbligati) a partecipare alle sole attività di didattica integrativa: esercitazioni, laboratorio, tutoraggio per studenti e tesisti, partecipazione a commissioni d’esame di profitto e di laurea, ..

L’incarico di un insegnamento, e le responsabilità ad esso connesse, può essere attribuito solo con il loro consenso, per cui l’attesa espressa dal rettore Tomasi che i ricercatori ad ottobre riprendano ad insegnare non trova alcun avallo giuridico, o possibilità di imposizione. Di conseguenza, gran parte del 30% circa dell’offerta formativa, quella retta finora dai ricercatori “volontariamente”, potrebbe rimanere scoperta, per cui si pone con urgenza la necessità di una scelta chiara da parte del Senato Accademico per dare certezza sulla programmazione didattica e sul calendario accademico.

Ma per risolvere la questione in via definitiva è indispensabile che il Governo recuperi già in finanziaria le risorse necessarie alla funzionalità del sistema universitario e preveda lo sblocco del turn-over, per permettere la progressione della carriera di ricercatori e associati e per consentire l’ingresso dei giovani di talento».

Ufficio Stampa PD Modena

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dalla Gazzetta di Modena del 7 luglio 2010

«Il rettore: con questi tagli dovrò chiudere i musei e lasciare le aule al freddo», di Evaristo Sparvieri

Sui ricercatori: «Il loro sciopero è inevitabile. La legge? Spero non passi e che ad ottobre le lezioni tornino regolari»
«Nessuno stop dell’attività didattica, piuttosto il problema vero riguarda il taglio dei fondi previsto nella finanziaria. Nel caso venisse confermato, il blocco del sistema universitario sarebbe inevitabile». Ha una giornata fitta di appuntamenti il rettore Aldo Tomasi. E non potrebbe essere altrimenti, alle prese con lo stato di agitazione di docenti e ricercatori, i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario, la riforma Gelmini. Il tutto a pochi giorni dall’inizio delle immatricolazioni.
«E’ presto per fare i conti con il ddl Gelmini. La legge deve ancora compiere il suo iter completo e non è detto che non accolga richieste che, da più parti, si levano dal mondo accademico. Il problema vero sono i tagli». Temporeggia il rettore, Aldo Tomasi, di fronte alle recenti mobilitazioni dei docenti e dei ricercatori.
La sospensione della programmazione dell’attività didattica per l’anno accademico 2010/2011, deliberata dai Consigli di Facoltà di Lettere, Ingegneria ed Economia non sembra preocuparlo, «ma di fronte ad una riforma che confermerà i suoi aspetti negativi direi che lo sciopero diventa inevitabile».
Rettore Tomasi, le facoltà di Lettere, Ingegneria ed Economia hanno dovuto rimandare le programmazioni didattiche. E’ preoccupato?
Penso e spero che, nonostante le proteste, l’anno accademico cominci regolarmente. Il blocco non ha riguardato l’attività didattica, che è stata già approvata e inviata al Ministero. Ciò che è stato rimandato, ed è ora a rischio, è la calendarizzazione delle lezioni. Ma non credo che si arriverà a una situazione non omogenea per tutte le facoltà.
Eppure i ricercatori sono sul piede di guerra. Chiedono il loro riconoscimento e hanno dichiarato di voler sospendere l’attività didattica volontaria.
I ricercatori sono figure destinate a essere sostituite da altre tipologie. Lo prevedeva già la legge Moratti. Per legge, inoltre, devono fornire 300 ore di attività didattica all’anno, in appoggio a quella dei docenti. Io ho già accolto molte delle loro richieste, che condivido, ma è presto per criticare la riforma. Se entro il primo ottobre la riforma non sarà approvata, mi aspetto che inizino ad insegnare.
Anche di fronte al blocco del turn over, previsto dalla manovra, e che, di fatto, negherà loro ogni possibilità di assunzione e di carriera fino al 2014?
Noi abbiamo circa 320 ricercatori, quasi tutti a tempo indeterminato. Il nostro è un Ateneo con una età media molto giovane e non ci sono grandi pensionamenti in vista. Nel caso mancasse personale nell’organico, stiamo pensando di confederarci con gli Atenei di Parma e di Ferrara.
Nella manovra economica, è previsto anche un taglio del 14% al Fondo di Finanziamento Ordinario. Cosa comporterà per l’Unimore?
Il taglio è insostenibile e potrebbe comportare l’impossibilità di chiudere il bilancio di previsione. In tal caso, bisognerà fare un esercizio provvisorio.
Ovvero?
Ovvero potremo spendere solo 1/12 rispetto allo stesso bilancio dell’anno precedente. Riusciremmo a pagare gli stipendi, ma i docenti saranno costretti a fare lezioni senza riscaldamento. Le spese che riguardano i dipartimenti, le biblioteche, i musei, potrebbero essere azzerate. Allora sì che si andrebbe verso il blocco, anche nazionale. Ma non è detto che ciò si verifichi.
E’ fiducioso?
Ogni anno subiamo dei tagli. L’anno scorso però, nell’ambito dei tagli all’università, abbiamo avuto anche un aumento dell’1% perchè eravamo tra gli Atenei virtuosi. Certo che se al posto di 95 milioni di euro dovessimo averne un’ottantina sarebbe davvero dura.

"Agli aquilani non la polizia ma le risposte", di Ma. Lau.

Sono arrivati a piazza Venezia con circa 45 pullman provenienti dal “cratere” dell’Aquila, la zona piú colpita dal terremoto. 5.000 cittadini abruzzesi che volevano protestare davanti al Parlamento perchè dal primo luglio hanno ricominciato a pagare le tasse, ma a Roma hanno trovato i manganelli.
Tre i manifestanti feriti, ragazzi colpiti alla testa, maglie insanguinate.
Colpiti ma non feriti anche il deputato PD Giovanni Lolli e il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente, presenti fin dall’inizio alla manifestazione.

E’ successo stamattina. Volevano arrivare in corteo sotto al Parlamento, ma polizia e carabinieri hanno sbarrato loro ogni accesso da via del Corso e via del Plebiscito dove risiede il premier Silvio Berlusconi. Momenti di tensione: lancio di bottigliette e qualche spintone.
Di fronte a Palazzo Chigi i manifestanti sono raggiunti da diversi politici, tra cui il segretario del PD, Pier Luigi Bersani.
Urlano tutti,a gitati, impauriti, c’è qualche fischio. Poi inzia a parlare spiega qual’è la cortina di silenzio mediatico che ha investito loro e le porposte del PD. E arrivano gli applausi.
Ma chi ha visto il TG1 non lo sa. Il telegionrale del primo canale del servizio pubblico si limita a dire fischi per Bersani.
I video ci sono, come questo di skytg24, avremo meno audience ma lo riproponiamo.

Dopo ore concitate i manifestanti sono arrivati a Piazza Navona: una bandiera nero-verde, con i colori dell’Aquila, è stata issata sul balcone del Senato rivolto verso piazza Navona. Dopo qualche minuto i commessi hanno provveduto a rimuoverla.

Il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, è intervenuto in Aula per stigmatizzare gli incidenti tra pa polizia e i terremotati dell’Aquila, avvenuti oggi al di fuori di Montecitorio.
Gli agenti protagonisti delle cariche, ha detto Franceschini, dovrebbero essere invitati a tenere conto che nel caso dei terremotati si tratta di “gente disperata, esasperata, spesso presa in giro”. Ed ha chiesto l’intervento di Gianfranco Fini: “La presidenza della Cameraintervenga sul governo perchè si dica alle forze dell’ordine che svolgono il loro dovere che hanno di fronte persone disperate”.
Il deputato e tesoriere del PD, Antonio Misiani, è tra i primi a commentare, aggiornando il suo status su facebook: ” Vergogna!! Li hanno presi in giro, e ora li prendono anche a manganellate”.
Vannino Chiti, vicepresidente del Senato, chiede di garantire i diritti dei terremotati e accusa il governo: “Si tratta di italiani colpiti dal dramma del terremoto e dalle difficoltà della ricostruzione che vengono a Roma per manifestare in modo civile il loro dissenso per come si sta gestendo la fase del dopo-emergenza. Che subiscano cariche da parte delle forze dell’ordine è un fatto grave: chiama in causa la responsabilità non certo dei singoli poliziotti ma di
chi aveva il compito di dirigerli. E chiama in causa le responsabilità politiche del governo che deve saper mantenere l’ordine pubblico, garantendo al tempo stesso il diritto costituzionale a manifestare in modo pacifico la propria protesta”.

Pier Luigi Bersani ha raggiunto i manifestanti a Piazza Colonna e unendosi a loro ha commentato: “Il governo non può far trovare la polizia davanti a una manifestazione come questa. Gli aquilani meritano rispetto e un incontro serio con il governo per prendere decisioni immediate sulle tasse, sul lavoro, sui fondi per la ricostruzione, con una tassa di scopo. Voi e le nostre proposte siamo messi sotto una cortina mediatica. Per il PD siete il problema numero 1”

Alle 10 e 30 due blindati dei carabinieri hanno chiuso ermeticamente l’accesso a via del Corso da piazza Venezia ma un gruppo, un centinaio di persone, ha cercato lo stesso di superare lo sbarramento ed è entrato in contatto con le forze di polizia.
Tafferugli e spintoni ma nessuno è riuscito a superare la barriera delle forze di polizia che sono schierate in assetto antisommossa, scrive l’AGI.
A riportare la calma in un primo momento era stato il sindaco de L’Aquila, Massimo Cialente, che ha subito capito quanto era tesa la situazione ed è riuscito a convincere i piú agitati a fare qualche passo indietro e a tornare a piazza Venezia. Le grida però di “L’Aquila, L’Aquila” continuavano, mentre i cordoni della polizia sono stati rinforzati come ha spiegato il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente.

La polizia ha vietato ai manifestanti di raggiungere Montecitorio passando per via del Corso. I manifestanti protestano al grido “In Parlamento e in parlamento”, ma i funzionari della polizia si dicono disponibili a far passare solo 150 persone. Allora i manifestanti tentano di forzare il blocco effettuato da carabineri e guardia di finanza fino alla mediazione del deputato PD Giovanni Lolli e del sindaco Massimo Cialente.
I manifestanti gridano: “Berlusconi: il Parlamento è nostro non è vostro”. Poi Cialente si è tolto la fascia tricolore e ha alzato le mani in segno di pace mettendosi tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Secondo IL CENTRO “invita i suoi concittadini a stare calmi. Mentre le forze dell’ordine hanno gli scudi alzati e i manganelli in mano pronti a caricare i manifestanti. La folla grida: “Con gli scudi e i manganelli contro gli sfollati: vergogna!”. O manifestanti invitano gli agenti delle forze dell’ordine a disobbedire agli ordini: “Vi hanno anche tagliato gli stipendi”, “Lasciateci manifestare”, “Siamo come voi”. Con un paradosso: tra i terremotati aquilani che manifestano c’è anche una delegazione della polizia aquilana. Hanno con loro una sagoma di un poliziotti ferito da un pugnale e con sopra una scritta: “L’Aquila pugnalata”

Alle 11 e 27 le camionette se ne vanno: i manifestanti sono in via del Corso, ma il corteo viene di nuovo bloccato e gli scontri sono in corso.
Le forze del’ordine vorrebbe evitare che i manifestanti sfilino sotto palazzo Chigi. (Una ripresa tv troppo scomoda? ndr) Per raggiungere Montecitorio probabilmente i manifestanti saranno dirottati in via di Pietra.

Insomma vengono colpiti i più sfortunati, quelli che stanno lanciando un “S.o.s. L’Aquila”, chiedendo sospensione delle tasse, occupazione e sostegno all’economia. Cittadni del capolouogo e da San Demetrio, Fossa, Torre dei Passeri, in provincia di Pescara, e Sulmona, che pur non essendo stata inserita nell’area dell’epicentro del sisma del 6 aprile 2009 ha subito danni. Alla manifestazione, organizzata dal Popolo delle carriole del presidio di piazza del Duomo, hanno aderito tra gli altri i comitati ‘3 e 32’, ‘Rete Aq’, ‘Eva’ (Eco villaggio autocostruito), ‘Cittadini per i cittadini’ e gli universitari che abitavano la Casa dello studente. I manifestanti vestono magliette con su scritto “forti e gentili”, come diceva D’Annunzio, “ma non fessi”, e portano bandiere nere e verdi, i colori della città.

da www.partitodemocratico.it

Eritrei detenuti in Libia Il Consiglio d’Europa chiede conto all’Italia, di Umberto De Giovannangeli

Frattini non risponde ma, assieme a Maroni, manda una lettera al “Foglio”: «Mediazione in corso con Tripoli». Che, intanto, picchia i prigionieri feriti

Non è più il silenzio dell’imbarazzo. È molto di più. E di più grave: è il silenzio dei complici. Il silenzio del governo italiano nei confronti dei disperati appelli che giungono dal carcere di Brak, nel sud della Libia, dove sono segregati oltre 200 eritrei. Picchiati, torturati, senza cibo, acqua, assistenza medica. «Abbiamo bisogno di ottenere lo status di rifugiati, perché stiamo morendo nel deserto». È la richiesta di aiuto lanciata da uno dei segregati raggiunto da CNRmedia. «Siamo a Brak, vicino al confine con il Niger. Siamo in una prigione sotterranea. Ci torturano a tutte le ore. Ci insultano, ci picchiano, ci torturano. La tortura è frequente, tutto è frequente..». «Alcuni di noi prosegue il racconto erano stati arrestati perché già abitavano in Libia, altri sono stati presi nelle città, altri ancora sono stati respinti dall’Italia lo scorso anno. Anche se avrebbero avuto il diritto di essere accolti come rifugiati sono stati respinti…».
Respinti dall’Italia. Abbandonati al loro destino. Un destino di sofferenza, forse di morte. «Tra di noi racconta uno dei segregati ci sono anche 18 donne e bambini. Ad alcune persone sono state spezzate le braccia, gambe, hanno le teste rotte. Le torture sono state molto pesanti…». Testimonianze drammatiche. Come quella raccolta da don Mussie Zerai, sacerdote eritreo, responsabile dell’ong Habesha, un’associazione che si occupa di accoglienza dei migranti africani: «I feriti (diciotto) che hanno chiesto di essere curati denuncia Zerai per tutta risposta sono stati picchiati selvaggiamente… E mentre venivano malmenati, le guardie gridavano loro: è quello che meritate per esservi ribellati alle nostre leggi…».
Aiuto richiesto, aiuto negato. «Siamo qui senza speranza dice a CNRmedia uno dei disperati di Brak senza alcun tipo di aiuto… Nessuno può venirci a vedere, nessuno viene a proteggerci… Abbiamo il diritto di essere riconosciuti come rifugiati, abbiamo bisogno di aiuto da parte della comunità internazionale proprio qui e ora. Perché stiamo morendo nel deserto…. Incalza Amnesty International: a seguito dell’Accordo di amicizia, partenariato e cooperazione concluso nell’agosto 2008 tra Italia e Libia, a partire dal maggio 2009, le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo intercettati in mare. Secondo i dati del governo italiano rileva Amnesty tra maggio e settembre 2009, 834 persone intercettate o soccorse in mare sono state portate in Libia. Lo stesso governo italiano ha comunicato al Comitato europeo contro la tortura che tra le persone «riconsegnate» alla Libia vi erano decine di donne, almeno una delle quali in stato di gravidanza e diversi minori.
L’Italia sotto osservazione. Con due lettere inviate lo scorso 2 luglio al ministro degli Esteri, Franco Frattini, e al ministro degli Interni, Roberto Maroni il cui testo è stato reso noto solo ieri il Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ha chiesto al governo italiano di «collaborare al fine di chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». Secondo i numerosi rapporti ricevuti dal Commissario Hammarberg prima del trasferimento dei 250 eritrei da un campo di detenzione all’altro, «il gruppo sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti da parte della polizia libica, e molte delle persone detenute sarebbero rimaste gravemente ferite». Sempre in base ai rapporti ricevuti scrive Hammarberg nella lettera tra i migranti, che rischierebbero ora l’espulsione verso l’Eritrea o il Sudan, vi sarebbero anche dei richiedenti asilo, e il gruppo includerebbe anche persone che sono state ricondotte in Libia dopo essere state intercettate in mare mentre cercavano di raggiungere l’Italia. «Data la recente decisione delle autorità libiche di porre fine alle attività dell’Unhcr nel Paese, è divenuto estremamente difficile avere conferme sull’accuratezza di questi rapporti», scrive il commissario che, vista la «serietà delle accuse», domanda all’Italia di collaborare al fine di «chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». La risposta arriva… via Il Foglio. «In queste ore scrivono Frattini e Maroni in una lettera al quotidiano di Giuliano Ferrara è in corso una delicata mediazione sotto la nostra egida, mediazione che stiamo finalizzando, per poter arrivare all’identificazione dei cittadini eritrei, i quali, è bene saperlo, timorosi di farsi identificare rendono impossibile la definizione del loro status, e poter loro offrire un’occupazione, nella stessa Libia, contro il rischio e la paura del rimpatrio».
Da Mosca, Frattini fa sapere che Tripoli « ha già dato segnali di importante disponibilità» per fare chiarezza sulla sorte di 250 eritrei detenuti in Libia». «Il contributo dell’Italia non è mai mancato e non mancherà afferma il titolare della Farnesina ma lo faremo nei modi che portano al risultato e non in quelli che servono a far pubblicità a qualcuno, senza ottenere il risultato». «Il risultato insiste si ottiene guardando cosa sta accadendo, chiedendo la collaborazione delle autorità libiche, perché la Libia è uno Stato sovrano e noi rifiutiamo l’approccio colonialista che alcuni sembrerebbero indicare». Controreplica: «L’Italia ricorda Hammarberg ha il dovere di vigilare sul rispetto dei diritti umani e di evitare di rinviare migranti, inclusi richiedenti asilo, in Paese dove rischiano di essere torturati o maltrattati»

l’Unità 7.7.10