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"Enti locali sul piede di guerra: niente dialogo se il premier non ci incontra", di Celestina Dominelli

Enti locali sempre più vicini alla rottura definitiva con il governo sui drastici tagli previsti dalla manovra di finanza pubblica su cui l’esecutivo intende porre la fiducia. La conferenza unificata prevista per domani è appesa a una condizione inderogabile: quella che il premier incontri Regioni, Comuni e Province o nella stessa conferenza o prima che questa si tenga.

A dettare la linea, nel corso di una conferenza unificata con Comuni e Province, è stato il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani. «Parteciperemo – ha detto Errani- alla conferenza unificata se avremo la garanzia della presenza del premier e così quella diventerà la sede dell’incontro che abbiamo richiesto. Diversamente parteciperemo se prima il premier ci ascolterà e ci dirà come intende affrontare i problemi che abbiamo posto, altrimenti non parteciperemo alla conferenza unificata perchè non avremo nulla da dire».

Errani ha anche prospettato la possibilità che l’incontro con Berlusconi si possa realizzare, al di là dell’unificata, pochi minuti prima anche in un’altra sede. «Se nessuna delle due ipotesi dovesse realizzarsi – hanno sottolineato i tre presidenti – nessuno di noi parteciperà alla Conferenza unificata». Gli enti locali non vogliono andare al muro contro muro e giudicano che ci sia ancora un margine per recuperare il dialogo sulla manovra. «Riteniamo ci sia il tempo – ha detto Errani – per evitare crisi istituzionali che non vogliamo perchè sarebbe un danno per il paese. Confidiamo nella disponibilità data di recente dal premier nel suo viaggio in America Latina».

Sulla necessità di un confronto con Berlusconi convergono anche i rappresentanti di Province e Comuni. Il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, ha infatti ribadito che i Comuni parteciperanno all’Unificata solo alla condizione che il premier veda Regioni, Comuni e Province o nella stessa conferenza o prima. «Questa resistenza all’incontro – ha detto Chiamparino – è incomprensibile tanto più che abbiamo provato a fare delle proposte per rendere la manovra più sostenibile».

Il fronte degli enti locali è dunque compatto e si dice disposto a fare la propria ma solo a condizione che «ciascun reparto dello Stato tagli proporzionalmente». Errani, inoltre, ha nuovamente scritto al ministro per gli affari regionali, Raffaele Fitto, per chiedere che inserisca all’ordine del giorno della conferenza Stato-Regioni «l’intesa per la riconsegna delle deleghe» affidate allo Stato.

Quanto alla possibilità di dare più flessibilità alle Regioni che presentano parametri di virtuosità, Errani ha ribadito che il valore politico delle regioni virtuose è stato azzerato dalla quantità enorme di tagli previsti dalla manovra finanziaria 2011-2013. «Tutte le Regioni sono sulla valorizzazione dei comportamenti virtuosi – ha detto Errani – ma, non bisogna dimenticare che l’emendamento Azzollini prevede un taglio di oltre 4,3 miliardi di euro, su un fondo unico che al momento vale 4,9 miliardi. Mi sembra evidente – ha concluso – che a questo punto non valgono più i ragionamenti sui comportamenti virtuosi perchè non c’è più nulla da redistribuire. E siamo convinti – ha concluso – che il premier ci capirà».

Il nodo dei tagli agli enti locali resta dunque in piedi. I presidenti di Lazio, Calabria e Campania (Renata Polverini, Giuseppe Scopelliti e Stefano Caldoro) sono arrivati a palazzo Grazioli nel pomeriggio per essere ricevuti da Berlusconi. I tre, insieme ai governatori di Abruzzo e Molise, avevano chiesto un incontro con il premier per discutere delle misure previste dalla manovra anche in relazione alla difficile situazione dei conti della sanità.

Intanto si allarga il fronte della protesta contro la manovra dell’Esecutivo. Oggi anche i diplomatici hanno scritto una lettera di protesta al Governo e si dicono pronti a scioperare contro una manovra economica con «implicazioni pesantissime non solo sulla Farnesina». Nella missiva, firmata dallo Sndmae, la principale sigla sindacale del ministero degli Affari esteri, si paventa infatti la possibilità «di giungere alla misura estrema, e per noi inusuale, dello sciopero, cui la Carriera, in servizio a Roma ed all’estero, aderirebbe con grande convinzione».

da www.ilsole24ore.it

"Scudi medioevali", di A.Dra

La maggioranza vuole allargare il Lodo Alfano al premier e ai ministri anche per i reati commessi prima di assumere la carica. A quando lo ius primae noctis?

Di solito si guarda il dito mentre si indica la Luna. Quando c’è di mezzo Berlusconi, si dà ampio risalto al “ghe pensi mì”, alla diatriba con Fini e Tremonti ovvero alla manovra finanziaria e al ddl intercettazioni e intanto…

Intanto nelle Commissioni di Camera e Senato, la maggioranza, si legga i masnadieri, lavorano alacremente per far trovare la pappa pronta a Berlusconi. Per il bene del Paese? Per uscire dalla crisi? Per dare speranza alle nuove generazioni? No! Per immunizzare il premier e i suoi ministri da ogni forma di controllo giuridico.

E neanche le smentite di turno possono contraddire quello che è scritto nero su bianco: “ Il premier e i ministri dovranno potersi avvalere del Lodo Alfano, la sospensione dei processi penali, anche per i fatti successi prima di assumere la carica”. Questo è il parere condizionato che sarà presentato alla Commissione Affari costituzionali del Senato su proposta di Filippo Berselli (Pdl), presidente della Commissione Giustizia. Tutto chiaro? Sospensione dai processi anche per fatti successi prima di diventare ministri! Pare che Berselli preso da un raptus di giurisprudenza notturna abbia incominciato a scrivere i testi per il ripristino dello Ius Primae Noctis, la Decima, l’abrogazione della Convenzione di Vienna del 1961 sull’immunità ed “allargare” a Berlusconi l’articolo 8 dei Patti Lateranensi: il Papa e Silvio sono considerate persone sacre e inviolabili.

Se prima, per il relatore Berselli la formula aggiuntiva “al premier e ai ministri” era pleonastica del diritto legato al solo Presidente della Repubblica, ora a scanso di equivoci è scritta. Il lodo Alfano si applica al Presidente del Consiglio e ai ministri per garantire “il sereno svolgimento delle funzioni prescinde completamente dalla circostanza che i fatti che hanno originato un processo a loro carico siano antecedenti o meno all’assunzione delle rispettive funzioni”. Scritto e firmato Gasparri, Quagliariello, Centaro, Benedetti Valentini e dal leghista Bricolo.

Per il Pd è tutto assolutamente “sconcertante”. Così come è sconcertante la posizione dei due giornali di “critica” e di “siamo contro a prescindere” che da destra e sinistra parlano troppe volte la stessa lingua: Il Giornale e il Fatto Quotidiano. Attacco a 360° contro il Presidente della Repubblica ma per motivi diversi: il quotidiano di Feltri attacca Napolitano per amore del padrone; il quotidiano di Padellaro per odio nei confronto degli impuri democratici che continuano ad essere il male della politica e perché il Presidente della Repubblica dovrà, una volta per tutte, smetterla di firmare le leggi del governo! E non sono bastate le spiegazioni giuridiche fatte dal senatore Stefano Ceccanti perché per Padellaro, ha spigato che “continuando su questa strada, fra poco, per un numero crescente di elettori diventerete (il Pd) voi il danno da limitare”. Come al solito, nudi e puri, senza macchia e senza paura. Tanto nel Medio Evo in cui ci troviamo queste parole torneranno di moda.

E visto che ci troviamo in zona “criticatutto” non tralasciamo la posizione di Idv. Urlano sempre di essere l’unica “opposizione” che fa “opposizione” ma questa volta hanno preferito non essere presenti in commissione quando il solo Pd ha votato contro il provvedimento feudale del Lodo Alfano.

“Non è accettabile che con una legge, se pur costituzionale, si deroghi a principi costituzionali quali l’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e il diritto alla difesa delle parti offese”, ha dichiarato la senatrice Pd Silvia Della Monica, ieri in Commissione Giustizia.

Per oggi è prevista la plenaria per discutere del ddl immunità. Il Pd ha già presentato 34 emendamenti al testo, uno solo è stato ritirato dopo la polemica con il giornale di Padellaro per evitare strumentalizzazioni su un possibile “Lodo Alfano costituzionalizzato”.

Domani è un altro giorno diceva Rhett Butler in “Via col vento”. E se domani due giornali avessero lo stesso titolo?

da www.partitodemocratico.it

"Scala, giù il sipario", di Paolo Zonca

Lissner: “Al governo dico: basta parole o si chiude”
Duro intervento del sovrintendente del teatro milanese da settimane bloccato dagli scioperi dei dipendenti contro il decreto Bondi. “Se non ci daranno l´autonomia sarà il declino definitivo”
La vertenza dei lavoratori contro la legge Bondi si è abbattuta sulla Scala come uno tsunami e ha creato per tre mesi confusione e tensioni, con scioperi e proteste eclatanti. Una situazione delicata che ora spinge il sovrintendente Stéphane Lissner a uscire ancor di più allo scoperto e a fare pressioni sul ministro, sottolineando la specificità del tempio della lirica: «Basta con le parole, ora pretendo atti». Gli atti a cui si riferisce sono i passi per ottenere un regolamento ad hoc in virtù dei parametri di eccellenza che il teatro raggiunge da tre anni (pareggio di bilancio, rilevanti ricavi propri, apporto rilevante dei soggetti privati). La posta in gioco è molto alta: «Se non avrà l´autonomia, la Scala chiuderà». Parole che contengono un paradosso ma che, in maniera più realistica, significano: «Non potremo più lavorare professionalmente e mantenere il nostro livello di qualità».
La richiesta è che Bondi presenti entro fine luglio il regolamento al consiglio dei ministri per l´approvazione in modo da ottenere entro i 60 giorni previsti il via libera dalla conferenza unificata con enti locali e regioni, dal Consiglio di Stato dalle Commissioni Cultura di Camera e Senato. «Potrebbe entrare in vigore il 31 ottobre», spiega Lissner. Si metterebbe così la parola fine sulla vertenza che ha messo (quasi) in ginocchio la Scala con nove scioperi compreso quello annunciato sulla “prima” del Barbiere di Siviglia di venerdì prossimo, a cui si sommano due recite dimezzate del Faust con orchestrali e coristi in jeans e maglietta, tournée a Pompei il 21 e 25 luglio e a Buenos Aires tra fine agosto e inizio settembre annullate, 1 milione e mezzo di euro in meno per i mancati incassi al botteghino. Situazione difficile per la quale Lissner non incolpa i sindacati mettendo invece sotto accusa il governo. «Lo sciopero è un diritto sacrosanto, anche se ci sono momenti per scioperare e altri per deporre le armi – afferma – Certo se nel decreto fosse stata sancita nero su bianco, come nella prima stesura, l´autonomia della Scala, le proteste ci sarebbero state, ma non così dure».
Insomma, se da una parte quello che è successo negli ultimi mesi a Milano va inquadrato nel contesto più generale della battaglia contro una legge che tutti, sindacalisti e artisti, considerano sbagliata perché affossa le fondazioni liriche invece di risollevarle, dall´altro il problema è proprio che la Scala non è un teatro come tutti gli altri, con le sue 319 alzate di sipario, un bilancio che pesa solo per il 40% sui finanziamenti pubblici (il 25% su un budget di circa 120 milioni l´anno). E, in virtù di questa diversità, forse potrà ottenere dei vantaggi rispetto alle altre 13 fondazioni: finanziamenti certi su tre anni, assunzione degli stagionali che completano l´organico fissato a circa 800 dipendenti, possibilità di una contrattazione degli integrativi. Punti sui quali sovrintendente e sindacati potranno forse trovare un accordo in vista della convocazione a Roma di Lissner (che ai rappresentanti dei lavoratori ha chiesto di indicare quali sono le loro priorità) per iniziare la discussione sul regolamento scaligero. «C´è bisogno di un contratto nazionale di lavoro – spiega Giancarlo Albori della Cgil – Col riconoscimento della specificità della Scala chiediamo libertà di negoziazione degli integrativi, la sistemazione dell´occupazione e un Fondo Unico per lo Spettacolo certo, per programmare con serenità senza essere costretti ad annullare alcune produzioni». Già, perché dietro l´ulteriore taglio del Fus (che passa dai 414 milioni del 2010 ai 300 nel 2001, di cui il 47% va alla lirica) si profila il tentativo del governo di centrodestra di privatizzare la cultura. Disegno contro il quale si scaglia Lissner: «Come la sanità, l´educazione, la ricerca, la cultura deve restare pubblica. Un paese ha bisogno di artisti, di coloro che pensano, che fanno domande scomode. Vogliamo finire a Disneyland, pensare soltanto al divertimento, così nessuno farà più domande? Io non ci sto».

la Repubblica del 7 luglio 2010

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Protesta dei terremotati de L'Aquila: tafferugli e 2 feriti lievi in piazza Venezia

Spintoni e manganellate anche per il sindaco Cialente
In 5mila per chiedere il congelamento delle tasse. Il corteo cerca di forzare il blocco e arrivare al Parlamento

ROMA – «L’Aquila non può crollare: è una città che sa volare». Sulla maglietta di un ragazzo è scritta tutta la rabbia degli abruzzesi che in cinquemila si sono radunati a Roma mercoledì mattina. Da piazza Venezia, volevano arrivare in corteo (non autorizzato) sotto al Parlamento, ma polizia e carabinieri hanno sbarrato loro ogni accesso da via del Corso e via del Plebiscito dove risiede il premier Berlusconi. Momenti di tensione: lancio di bottigliette e qualche spintone. Due ragazzi sono stati feriti in maniera lieve. Manganellate anche per il sindaco de L’Aquila, Massimo Cialente, e il deputato Giovanni Lolli. Dopo una trattativa (la piazza davanti al Parlamento era già occupata da un’altra manifestazione autorizzata), le forze dell’ordine hanno lasciato entrare i manifestanti in via del Corso e il corteo ha potuto iniziare a sfilare.

Manganellate sulla folla (Infophoto)
Manganellate sulla folla (Infophoto)

BLOCCO IN PIAZZA COLONNA – Ma davanti piazza Colonna un nuovo blocco e nuovi scontri. A farne le spese un ragazzo rimasto ferito e con il volto coperto di sangue che è stato medicato in un bar. Una parte dei manifestanti che era poi riuscita ad arrivare in via di Pietra, sta ora tornando al posto di blocco. Sono in atto colloqui tra i sindaci, i parlamentari dell’opposizione e gli altri rappresentanti politici per permettere l’accesso in piazza del Parlamento.

CONGELARE LE TASSE – I cittadini de L’Aquila non vogliono risse, vogliono solo farsi sentire dal governo. I manifestanti vorrebbero raggiungere la sede della Camera e nel pomeriggio quella del Senato per chiedere la sospensione delle tasse che da dicembre i cittadini dovrebbero ricominciare a pagare al cento per cento (alcuni hanno già iniziato a versarle dal primo luglio). Chiedono il congelamento dei mutui e delle tasse, oltre a una serie di misure di sostegno all’occupazione e all’economia inquadrate in una legge che preveda procedure efficaci per la ricostruzione e finanziamenti certi. «Non si tratta di privilegi, ma equità e diritti – spiega Lina Calandra, giovane ricercatrice universitaria in corteo -. Noi siamo qui per difendere la nostra sopravvivenza. Secondo uno studio, se dovessimo tornare a pagare le tasse oggi, con uno stipendio lordo di 2 mila euro arriveremo ad avere 600 euro in tasca».

MOMENTI DI TENSIONE – Sono arrivati a piazza Venezia con circa 45 pullman provenienti dal «cratere» dell’Aquila, la zona più colpita dal terremoto. Volevano protestare davanti al Parlamento perchè dal primo luglio hanno ricominciato a pagare le tasse, ha spiegato il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, che ha subito capito quanto era tesa la situazione. Due blindati dei carabinieri hanno chiuso ermeticamente l’accesso a via del Corso da piazza Venezia ma un gruppo, un centinaio di persone, ha cercato lo stesso di superare lo sbarramento ed è entrato in contatto con le forze di polizia che volevano bloccare il corteo non autorizzato. A riportare la calma ha pensato lo stesso sindaco dell’Aquila Cialente, che è riuscito a convincere i più agitati a fare qualche passo indietro e a tornare a piazza Venezia. Dopo momenti di tensione, l’accesso in via del Corso è stato permesso. Secondo quanto si è appreso, i manifestanti sarebbero stati bloccati in via del Corso perchè davanti al Parlamento c’era già una manifestazione di disabili e quindi la piazza era occupata.

NON SOLO L’AQUILA – Hanno invaso piazza Venezia e la vicina via dei Fori Imperiali, gli aquilani che marciano su Roma lanciando un «S.o.s. L’Aquila», chiedendo sospensione delle tasse, occupazione e sostegno all’economia. Sono circa 5 mila le persone arrivate oltre dal comune dell’Aquila, anche dai paesi limitrofi come San Demetrio, Fossa, Torre dei Passeri, in provincia di Pescara, e Sulmona, che pur non essendo stata inserita nell’area dell’epicentro del sisma del 6 aprile 2009 ha subito danni. In corteo anche i sindaci e diversi striscioni per spiegare che L’Aquila «è un malato grave» e che «non si vive di solo C.A.S.E». Gli aquilani sono sorvegliati da un imponente schieramento delle forze dell’ordine.

A ROMA PER LA SECONDA VOLTA – Il corteo fa seguito alla mobilitazione del 16 giugno a L’Aquila e al consiglio comunale aperto in piazza Navona a Roma il 24 giugno. Alla manifestazione di mercoledì 7 luglio hanno aderito enti culturali, associazioni, istituzioni, sindacati, partiti e anche aziende aquilane.

Redazione online www.corriere.it
07 luglio 2010

"A settembre l'università esisterà ancora?", di Francesco Vaccarino

Mentre gli studenti medi si accingono a terminare gli esami di maturità e iniziano a pensare al corso di laurea cui iscriversi, stanno accadendo eventi piuttosto singolari nella maggioranza degli atenei italiani. Attività e fatti sino ad oggi ignorati dai media e vicini al mondo tv non più della sterochimica.
La stampa straniera sembra invece interessata alla strana epidemia che colpisce la nostra educazione superiore. Leggendo «Nature», si può ad esempio apprendere da Alison Abbot (http://www.nature.com/news/2010/300610/full/466016b.html) che il prossimo anno accademico avrà serie difficoltà ad aprirsi nella maggioranza delle università italiane.
I dati raccolti finora dalla «Rete 29 aprile», la principale anima del movimento in atto, sono incredibili: su 66 università, si hanno dati relativi a 38, ovvero 263 Facoltà e il risultato è che 8733 ricercatori, pari al 62% del campione, si sono dichiarati indisponibili alla didattica non obbligatoria per legge. In aggiunta ci sono 2 mila professori che hanno aderito all’iniziativa del matematico Claudio Procesi, promettendo di dimettersi dai loro incarichi a partire da ottobre, se le cose non cambieranno.
Ciò ha comportato, come prima conseguenza, numerose dichiarazioni dei consigli di Facoltà, ovvero dei Senati Accademici, di impossibilità a formulare l’offerta formativa per il prossimo anno.
Questo significherà il blocco delle iscrizioni degli studenti. Una lista non esaustiva comprende l’Università di Pavia, di Cagliari, la Facoltà di Scienze di Torino, Architettura I del Politecnico di Torino e via discorrendo. Rimandiamo per i dettagli ai siti www.rete29aprile.it e w3.disg.uniroma1.it/unira/.
Dall’esterno sembra difficile capire cosa stia succedendo. Che cosa vogliono questi privilegiati? Fanno ricerca, non hanno un orario di lavoro, si dedicano a quello che gli piace, quando non sono dei raccomandati. Insomma: che avranno mai da protestare, quando ci sono persone che perdono il posto con la crisi?
Declinare interamente la questione costringerebbe ad abusare della pazienza dei lettori. Limitiamoci quindi ad alcune considerazioni. Una è di carattere storico: la figura del ricercatore è spuria. Creata una trentina di anni fa come evoluzione degli assistenti, è votata e assunta per fare ricerca. La sua partecipazione all’attività didattica è per legge obbligatoria solo per le attività complementari, laboratori o esercitazioni. Con il passare del tempo, però, il sistema ha tramutato i ricercatori in docenti de facto, affidando loro una rilevante parte della didattica.
Questo stato delle cose ha retto per due motivi: la voglia di insegnare e la promessa di uno sviluppo professionale. Chiunque abbia avuto il privilegio di insegnare sa che è un’attività meravigliosa. Ecco quindi che insegnare è un desiderio autentico nella più parte di noi e rinunciarvi sarà un sacrificio. Il secondo aspetto era la promessa: l’insegnamento veniva vissuto come un’anticipazione dell’agognato posto da professore.
Cosa ha rotto l’equilibrio? La distruzione di ogni prospettiva professionale, unita al taglio dei fondi per le università, che sta portando al loro collasso. Si è sviluppata una successione catastrofica di eventi: la ricerca e l’università erano già mal finanziate e con una struttura di spesa sbilanciata sui costi del personale. Va detto, per inciso, che nella ricerca il capitale umano e non le attrezzature sono il valore, per cui tale sbilancio appare meno insensato in seconda lettura. Dal 2008 in poi sono stati fatti tali e tanti tagli di finanziamento che le università porteranno i libri in tribunale per il 2011.
I tagli non solo hanno colpito chi nell’università lavora e studia, ma hanno azzerato la possibilità di ingresso dei giovani. Mentre Obama, Merkel e Sarkozy incrementano gli investimenti in ricerca e formazione avanzata, nel Belpaese, al problema di essere più competitivi sul mercato globale si risponde tagliando i fondi per la ricerca, precarizzando il lavoro del ricercatore, riducendo il già basso stipendio dei nuovi ricercatori del 32%, ma lasciando invariato il numero di auto blu.
Come risultato i migliori e più giovani di noi lasceranno l’Italia, contribuendo all’invecchiamento di quella che è già l’università con l’eta media dei docenti più alta al mondo. I servizi offerti agli studenti scadranno e con loro la qualità della formazione, minando di fatto il futuro del sistema Italia. E’ contro questa prospettiva che i ricercatori, con la morte nel cuore, non insegneranno più.

La Stampa del 7 luglio 2010

Sono educatrice, ma anche bidella. Ma nessuno mi paga

Potrei riassumere le mie mansioni così: sono educatrice, bidella e anche dirigente scolastica. Quest’anno ho fatto la dirigente almeno per 186 ore, che nessuno mi ha pagato…». Succede questo ai tempi dei tagli, «anche nella civile Emilia-Romagna ». Lo dice chiaro e tondo la maestra di una scuola dell’infanzia di Bologna. Che racconta: «Proprio pochi giorni fa ad un certo punto davvero mi sono sentita che addirittura nello stesso momento stavo ricoprendo gli stessi ruoli: stavo spazzando e intanto facevo cantare i miei 25 bimbi. Poi mi hanno passato una telefonata che era diretta al dirigente, ma siccome noi non ce l’abbiamo da cinque anni, ho cercato di gestire io la richiesta del genitore». È il 2010, anche se non sembra a sentire questi racconti. «In barba a Brunetta che ci dà dei fannulloni… ». Questa scuola di Bologna, infatti, da 5 anni è senza dirigente: «Non vengono banditi concorsi e noi abbiamo cambiato 5 reggenti», racconta la dada. I reggenti sono, in sostanza, dirigenti scolastici di altri istituti, ai quali viene data anche la delega per occuparsi di un’altra. Una cosa, nella pratica, impossibile da fare. «Il nostro quindi è sempre assente, e mi sono trovata spesso a dover ricoprire un ruolo che non mi compete. Fare relazioni o compiti sui quali poi veniva messa la firma di un altro…». In una situazione del genere tutto diventa difficile. La dada fa qualche esempio. «Avremmo bisogno di una nuova recinzione per il giardino per proteggere meglio i nostri bambini,ma non riusciamo ad ottenerla». E poi mancano le risorse per fare attività di qualità. «E allora, ecco che io e le mie colleghe diventiamo pure commesse: facciamo realizzare ai bimbi dei lavoretti in intersezione (insieme, grandi e piccoli, ndr) e poi li vendiamo, alle famiglie e negli ipermercati. Quest’anno abbiamo raccolto 700 euro, che ci serviranno per le attività dell’anno prossimo. Perché, se qualcuno ancora non l’avesse capito, alla scuola dell’infanzia non si canta e basta!». In questa situazione di scarse risorse, le compresenze di due dade sono un miraggio. «Io e la mia collega stiamo insieme con i bimbi solo un’ora per il pranzo perché ci occupiamo anche del pre e post scuola ». Quei servizi di supporto alle famiglie che necessitano di qualche mezz’ora in più, prima e dopo il normale orario. «Altri istituti appaltano questi servizi alle cooperative, da noi li fanno le educatrici, che non riescono quindi a lavorare in in compresenza per fare attività che la richiederebbero». Delicatissimo il fronte personale Ata, su cui la Cgil nelle settimane scorse ha lanciato un grido d’allarme spiegando che l’anno prossimo, con i tagli, non verrà neanche garantito un bidello per plesso. «Da noi i bidelli sono due,ma con i bimbi dai 3 ai 5 anni il lavoro che svolgono queste persone è prezioso. Se non ci sono succede che se io accompagno un bimbo al bagno, ne lascio 24 incustoditi. Ma non posso fare altrimenti». Altro versante preoccupante quello della sicurezza. «I bidelli sono importantissimi anche per controllare che i bimbi non spingano le maniglie antipanico e si ritrovino fuori, soli…».

Unità/Bologna: del 07-07-2010

La CGIL commenta il rinvio della sentenza sugli organici

Il mondo della scuola è in attesa di conoscere le determinazioni del TAR Lazio in merito all’attuazione della riforma della scuola secondaria di II grado.

Come Tuttoscuola ha già riferito, il Tar ha rinviato al 19 luglio l’udienza sul ricorso presentato dalla Flcgil contro la circolare ministeriale sui tagli agli organici dei docenti delle scuole primarie e secondarie, emanata senza che fosse stato formalmente pubblicato il decreto interministeriale sulla determinazione degli organici.

Secondo il tribunale amministrativo, il rinvio si è reso necessario per la mancata presentazione delle controdeduzioni da parte del Ministero.

Il segretario generale della CGIL scuola, Pantaleo, commentando il rinvio dell’udienza, ha affermato che “è stata una decisione dovuta. Peraltro, come abbiamo sempre sostenuto, non c’è traccia di questi decreti per quanto riguarda l’attuazione dei regolamenti”.

Come si ricorderà, una precedente sentenza del TAR aveva rinviato al 19 luglio i ricorsi presentati da altre associazioni, congelando, di fatto, tutte le operazioni relative all’organico della scuola secondaria di II grado e i relativi trasferimenti del personale.

Pantaleo giudica comunque positivo il rinvio “perché è opportuno che ricorsi con la stessa impalcatura si discutano insieme”.

Il 19 luglio, dunque, l’ardua sentenza per l’avvio della riforma.

Tuttoscuola, 7 luglio 2010