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"Pd: governo messo all´angolo irresponsabile blindare la manovra", di Giovanna Casadio

Bersani incontra Montezemolo. Idv: ora via anche Cosentino

ROMA – Il Pd incassa una vittoria con le dimissioni di Brancher, ma deve prendere atto che le forzature del governo non finiscono mai. Sulla manovra economica, Berlusconi ha deciso di mettere la fiducia. «Una scelta di totale irresponsabilità – attacca Pier Luigi Bersani – Ognuno vede che questa manovra è da cambiare radicalmente. Noi abbiamo presentato proposte che non mutano i saldi. Questo è il modo con cui Berlusconi ammanetta la propria maggioranza mettendo il paese sempre più nei guai». Un segno ulteriore di «preoccupante debolezza».
Indignazione quindi dei Democratici sulla manovra “blindata”, dopo la soddisfazione per avere ottenuto le dimissioni di Brancher. «Li abbiamo messi all´angolo, ora la maggioranza prenda atto di essere in crisi – aveva commentato il leader del Pd – Gli staremo col fiato sul collo». Ma nella strategia di Bersani ci sono anche colloqui e incontri per avere il polso dei possibili sviluppi della situazione politica. Per questo nei giorni scorsi ha incontrato Luca Cordero di Montezemolo: il presidente della Ferrari è indicato tra coloro che potrebbero tessere con Gianfranco Fini la tela del terzo polo. Nonostante i dinieghi (al Financial Times ha detto di non immaginare per sé un impegno diretto come leader di un partito) Montezemolo resta uno degli interlocutori dell´alternativa all´attuale governo. Non si spinge oltre a ipotizzare scenari, Bersani: «Non parliamo alla cieca. Vediamo cosa accadrà: la palla sarà in mano al presidente Napolitano».
I Democratici hanno già offerto al Quirinale la disponibilità all´alternativa, ad esempio con un governo di salute pubblica. Critica è Emma Bonino. Per la vice presidente del Senato e leader radicale «tirare per la giacca continuamente Napolitano è del tutto fuoriluogo, l´opposizione deve incalzare il governo sulle sue responsabilità». Di Pietro è ancora più perentorio: «Sulla manovra Berlusconi fa la mossa di un dittatore che si chiude nel suo bunker e chiede il voto di fiducia». A proposito degli scenari futuri, il leader di Idv boccia «larghe intese e governi tecnici». Rincara: «Piuttosto dovrebbe dimettersi anche Nicola Cosentino, il sottosegretario sotto inchiesta, e tutti coloro che sfruttano le leggi ad personam. Si dovrebbe dimettere anche il premier e questo governo di mafie, ormai al crepuscolo. Dovrebbero andarsene a casa, anzi qualcuno in galera».
La mozione di sfiducia su Brancher presentata alla Camera da Pd e Idv, che si sarebbe discussa giovedì, decade automaticamente. Dice Dario Franceschini, il capogruppo democratico che ha gestito la vicenda: «È davvero una nostra vittoria. C´è uno sfarinamento del centrodestra e noi dobbiamo puntare alla chiusura dell´era berlusconiana, per consegnare il paese a un normale moderno bipolarismo civile: qualsiasi sia la soluzione transitoria, quello è l´approdo». Rosy Bindi sottolinea quanto «strumentale» sia stata la nomina di Brancher e come la maggioranza appaia «allo sbando». E per Anna Finocchiaro, capogruppo pd al Senato, «le dimissioni di Brancher sono la fine indegna di una pericolosa pagliacciata». Beppe Fioroni polemizza con il partito, invitando ad astenersi dalla «sindrome della spallata».

la Repubblica del 6 luglio 2010

"Medici in sciopero: sanità a rischio Poliziotti sui tetti come gli operai", di Valentina Conte

Domani in piazza disabili e invalidi contro la stretta su pensioni e requisiti per l´accompagno

ROMA – Tutti in piazza, nonostante il caldo. La manovra unisce come mai prima sigle, comparti, professioni nelle proteste che, nelle ore cruciali del passaggio in aula del testo emendato, confluiranno nelle piazze romane.
Tutti i sindacati di polizia (anche quelli di destra) e degli altri settori del comparto difesa e sicurezza penalizzati dai tagli si incontrano oggi, nel pomeriggio, per decidere «azioni eclatanti» che potrebbero portare un gruppo di loro sui tetti di questure e prefetture, proprio come gli operai. Dopo lo sciopero degli scrutini, anche i Cobas della scuola tornano a protestare oggi, davanti al Senato, contro il blocco triennale degli scatti di anzianità e del contratto della scuola. L´Associazione distributori farmaceutici ha indetto per questa mattina un´assemblea straordinaria per contestare il taglio del 55% dei margini commerciali sui medicinali. I grossisti sono pronti a sospendere la distribuzione dei prodotti nelle farmacie.
Domani è il turno dei disabili e degli invalidi in piazza Monte Citorio, fortemente penalizzati dall´elevazione all´85% della percentuale per l´ottenimento della pensione di chi ha più di una patologia e dalle rigide restrizioni nei requisiti per l´accompagno. Per lunedì 19 luglio si profila intanto lo sciopero nazionale della sanità, indetto da tutte le sigle sindacali, compresi i primari, (tranne Cisl e Uil): per l´intera giornata potranno saltare interventi, prestazioni, esami, ma saranno garantite le urgenze. Il settore ha diffuso ieri una lettera, “Caro Cittadino”, per illustrare «i motivi che spingono i professionisti della sanità a protestare contro la manovra» che «porterà al licenziamento di migliaia di medici precari impegnati nei settori dell´emergenza e al pensionamento di 30 mila medici e dirigenti con l´impossibilità di assicurare l´assistenza a causa della riduzione dei posti letto».

la Repubblica del 6 luglio 2010

"Roma, l'anatema del rettore Frati "Ricercatori fannulloni, via il 10%", di Caterina Pasolini

Contestazioni alla Sapienza. E contro i tagli esami “in notturna”

“Il 30% dei ricercatori della facoltà di Giurisprudenza nulla ha prodotto nell’ambito della ricerca scientifica e in generale alla Sapienza il 10% dei ricercatori non ha prodotto nulla in 10 anni. Queste persone vanno cacciate dall’università. Molti rubano lo stipendio e non fanno nulla. Così siamo in parte corresponsabili delle decisioni dei governi”, tagli compresi quindi.
Parole di fuoco quelle del rettore della Sapienza Luigi Frati che dopo aver criticato il blocco degli esami attuato per protesta ha anche annunciato di aver fatto una contestazione disciplinare ad un professore ex ministro perché aveva accettato incarichi extradisciplinari. Teatro delle accuse ai “fannulloni”, una conferenza stampa dei presidi delle facoltà umanistiche dell’ateneo riuniti per dire no ai tagli previsti dalla riforma Gelmini e dalla manovra finanziaria.
Le sue parole, le accuse hanno provocato stupore e contestazioni aperte tra docenti e ricercatori che urlavano “vergogna” rivendicando la bontà delle azioni di lotta: esami a lume di candela o nei viali dell’ateneo a partire dal 13 luglio.
“Queste azioni sono l’unico modo per far capire che con i tagli corriamo il rischio di finire in strada, con una drastica riduzione dei docenti, un terzo in 5 anni, la chiusura di alcuni corsi e per alcune facoltà il numero programmato”, ha spiegato il preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Franco Piperno, in prima fila assieme agli altri presidi de La Sapienza.
Come negli altri atenei italiani, si contesta la riforma che introduce il ricercatore a tempo determinato, relegando chi è già dentro l’università su una sorta di binario morto. Si accusa il governo che taglia i fondi per la formazione e la ricerca.
“In cinque anni La Sapienza perderà oltre un terzo dei docenti, circa 1.300 professori, con un blocco nel ricambio dei professori. Dal turno over arriveremo al gave over dell’università”, sbotta il preside della facoltà di Scienze umanistiche, Roberto Nicolai.

I docenti hanno annunciato che il 65% dei ricercatori di Lettere ha deciso che se non cambieranno le cose non assumerà incarichi didattici; molti corsi potrebbero quindi non partire.

E Roma è solo uno spicchio della realtà italiana. Un universo che conta oltre 25mila ricercatori (arrivano a 40mila con i borsisti, assegnisti di ricerca, specializzandi) che vive di stipendi lordi dai 16mila ai 21mila euro l’anno in un paese che per la ricerca spende già ora solo lo 0,9 del pil. Numeri lontani anni luce da altre realtà europee visto che Finlandia o la Danimarca spendono l’1,7 del prodotto interno lordo mentre nel mondo Canada e Stati Uniti arrivano ben al 2,9. Come dire, il nostro paese investe 5 miliardi di euro in meno rispetto alla media europea.

Con i nuovi tagli andrà ancora peggio. “Il governo deve trovare i soldi per le università altrimenti rischiamo di essere sempre meno competivi a livello mondiale, di uscire dal contesto europeo”. Il professor Enrico De Cleva, presidente della Conferenza dei rettori, spera ancora che il Senato a fine mese migliori il disegno di legge e recuperi risorse. “Con i catastrofismi e con la mannaia non si va da nessuna parte. Il problema non è cacciare gli indegni, i fannulloni – i dati milanesi parlano di un 5 per cento che non ha prodotto ricerche – ma rendersi conto che la riforma dell’università è l’unico tipo di risposta. Ci sono situazioni che non vanno, come ovunque, ma non serve intervenire con la scimitarra. Se il problema è valorizzare il merito, sono d’accordo con Frati, ma bisogna avere la risorse per farlo”. Sulla scarsa produttività dei ricercatori pensa che forse producono poco perché oberati di impegni tra esami e corsi da preparare, ma pur criticando i tagli non è d’accordo con lo sciopero degli esami come metodo di lotta. “Vorrei ricordare a ricercatori e docenti che nonostante le giuste rivendicazioni hanno dei doveri nei confronti degli studenti, del paese”.

la Repubblica del 6 luglio 2010

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“E al ministero una banca dati della produttività”, di Laura Montanari

Il dossier: da Genova a Milano, così gli atenei misurano il “valore” dei professori
A due velocità: alcuni hanno iniziato da tempo a classificare la produttività dei dipartimenti e dei docenti. Altri atenei sono in ritardo e cominciano ora, spinti dal fatto che il ministero ha annunciato un nuovo studio sulla valutazione della ricerca nelle università italiane. La banca dati è pronta, devono ancora essere inseriti i numeri. L´università di Genova già nel 2009 ha «agganciato» la distribuzione delle risorse per la ricerca, circa un milione di euro e il provvedimento sui professori da mandare in pensione, alla valutazione: «Chi è scientificamente improduttivo viene penalizzato – spiega il rettore Giacomo Deferrari – Il 14% dei nostri docenti (ordinari, associati e ricercatori) è risultato avere meno di due pubblicazioni negli ultimi cinque anni. Ma ci sono differenze notevoli a seconda dei dipartimenti, ce n´è uno dell´area medica con un tasso di improduttività che sfiora il 47%. É chiaro che bisogna analizzare la situazione caso per caso e intervenire. Ho appena scritto ai docenti». Genova proseguirà nell´indagine entrando nel merito: «Andremo a vedere dove i lavori scientifici sono stati pubblicati: c´è differenza fra Nature o Science e un bollettino qualsiasi».
Il tasso degli «inattivi» alla Statale di Milano si aggira fra il 4-5%, sotto la soglia del 4% al Politecnico: «Già da otto anni nel ripartire le risorse consideriamo quello che un dipartimento produce – spiega il rettore Giulio Ballio – ma teniamo conto di due fattori, la didattica (45%) e la ricerca (55%)». Il politecnico milanese si fa anche valutare da un gruppo di 80 studiosi stranieri. A Bologna dal rapporto del nucleo di valutazione, emerge che i docenti privi di pubblicazioni negli ultimi cinque anni sono fra il 5 e il 7%: «Un dato fisiologico – dice il prorettore Dario Braga – i numeri vanno interpretati. Non possiamo dimenticare che ai ricercatori da anni chiediamo di fare molta didattica oppure non considerare che tra i medici c´è chi fa assistenza clinica». Insomma attenzione a capire cosa c´è dietro alle tabelle. Se all´università di Siena – oberata dai debiti, tanto da vendere parte del patrimonio immobiliare – la valutazione è all´inizio (oggi un incontro col presidente del Agenzia nazionale di Valutazione), all´università di Torino quelli che non superano i parametri minimi si attestano intorno al 10%: «Bisogna considerare la complessità di ogni ateneo. Noi abbiamo 70mila studenti e 2.150 fra ordinari, associati e ricercatori e da anni siamo sottofinanziati. I nostri docenti hanno un´età media alta, al 40% è sopra i 60 anni. C´è chi non fa ricerca, ma svolge mansioni altrettanto importanti, fa parte di commissioni, fa più didattica, segue le tesi, amministra» frena il rettore Ezio Pellizzetti. Sotto il 2% gli «inattivi» al Politecnico di Bari, secondo il rettore Nicola Costantino: «Ma noi siamo un ateneo giovane – precisa – . Sono d´accordo che ci debba essere un sistema che premi chi produce meglio e di più, però non si può giudicare un docente con un numero e un cartellino». Sulla stessa linea il rettore Corrado Petrocelli dell´università di Bari: «Consideriamo anche le eccellenze, nell´ultima valutazione Civr la nostra Fisica è risultata al primo posto». Eppure nello stesso ateneo c´è una delle aree di Medicina, dove sono oltre il 15% i docenti che non hanno pubblicato lavori scientifici negli ultimi anni.

la Repubblica del 6 luglio 2010

"Accuse assurde alle persone sbagliate il sistema è bloccato per colpa dei baroni", di Laura Mari

ROMA – «Ma come si fa a chiamare “fannulloni” persone che lavorano 14 ore al giorno, sette giorni su sette, senza riposare nemmeno di domenica? È semplicemente assurdo». A dirlo è il fisico Giovanni Amelino Camelia, ricercatore della università La Sapienza noto a livello internazionale e inserito due anni fa dalla rivista Discover Magazine, per le sue ricerche sulla meccanica quantistica e sulla relatività, fra sei ipotetici “eredi” di Albert Einstein.
Il rettore della Sapienza Luigi Frati ha parlato di “ricercatori fannulloni, che rubano lo stipendio”. Non lo trova un po´ offensivo nei riguardi di chi, come lei, porta alta nel mondo la bandiera della ricerca?
«Credo che all´università La Sapienza ci siano alcuni dei ricercatori più produttivi d´Italia e io di certo in quell´ateneo non sono una mosca bianca. Non capisco questi continui attacchi nei confronti dei ricercatori. Ormai li si considera responsabili di tutto: degli sprechi, del malfunzionamento degli atenei, del declino dell´università. Ma è chiaro che si punta il dito contro le persone sbagliate. Di certo a rubare lo stipendio non siamo noi».
Cosa intende dire?
«Semplicemente che se il sistema universitario non funziona è colpa dei tanti baroni che per anni lo hanno governato e che continuano a governarlo. Ecco perché mi sembra paradossale che il rettore Frati parli di ricercatori fannulloni; perché, sebbene sia vero che all´università e nella comunità scientifica c´è chi produce di più e chi di meno, a mettere gli improduttivi in determinate posizioni privilegiate sono stati, in passato, i docenti baroni. Basta allora con questo scarico di responsabilità e queste accuse gratuite e ingiustificatamente generalizzate. Se la guerra viene persa non si possono incolpare i caporali, la colpa è dei generali. Perciò chi in passato ha diretto l´università e chi continua a dirigerla faccia un esame di coscienza».
Lei è stato uno dei docenti-ricercatori scesi in piazza con gli studenti dell´Onda contro la riforma Gelmini. Crede che la manovra del governo avrà ulteriori ripercussioni sul sistema universitario?
«Vorrei chiarire una cosa: anche io, come tutti i miei colleghi, sono convinto che sia necessario eliminare gli sprechi e premiare il merito. In questo Frati ha assolutamente ragione. Ma il problema è che qui si continua a tagliare l´essenziale, si soffoca l´università nel tentativo di far fuori i baroni ma poi, lo ripeto, loro sono gli unici a restare sempre in piedi. E ad essere cancellata dal sistema universitario, tra riforme e manovre, è proprio la parte più attiva e sana dell´istruzione».
Ha qualche proposta per il futuro?
«Quella degli sprechi è una realtà così radicata che ora bisogna rimboccarsi le maniche. Tutti. Il rettore della Sapienza parla spesso di “meritocrazia”. Per attuarla, si lasci dare una mano da tutti quei docenti e ricercatori che lavorano con passione e produttività».

la Repubblica del 6 luglio 2010

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“Esami di notte a lume di candela. «Questi tagli oscurano la ricerca»”, di Natalia Lombardo

«Una tragedia. Stanno uccidendo l’Università»: è unanime la considerazione espressa dai presidi delle facoltà umanistiche, da docenti e ricercatori, riuniti nell’Aula I di Lettere della Sapienza, memore di antiche assemblee. Con loro ieri anche con il rettore Luigi Frati.
E per protesta gli esami di Lettere si terranno in piena notte al lume di candela: «Contro il buio che i tagli del governo vogliono far calare sulla ricerca e la didattica» è lo slogan dei docenti che dalle 21 alle 5 del mattino del tredici riprenderanno gli appelli e aspetteranno l’alba con gli studenti. L’allarme è alto quanto il rischio concreto di dover cancellare interi corsi di laurea per mancanza di risorse.
Umane, oltre che di fondi. Il blocco del turn over, imposto dalla finanziaria di Tremonti e dalla riforma Gelmini nel 2009, ha inaridito il ricambio: tanti i professori ordinari andati in pensione o in prepensionamento negli ultimi mesi (per timore di ulteriori riduzioni), nei prossimi cinque anni sarà circa il 30 per cento del personale docente. Nessun giovane li sostituirà, e chi per miracolo entrerà nelle università potrà farlo solo a tempo determinato. Le nuove generazioni sono già bloccate fuori dalla porta. Per il rettore Frati c’è il rischio che ci sia il 30 per cento di corsi di laurea in meno, tra Ingegneria, Medicina e Giurisprudenza e in tutte le facoltà.
ADDIO LETTERATURA INGLESE? Alla facoltà di Scienze Umanistiche in autunno potrebbe non riprendere il corso di Letteratura Inglese. Così alla Facoltà di Lettere gli esami sono sospesi fino al 12 luglio, e riprenderanno con un atto simbolico: nella notte e per le strade de La Sapienza. Presidi, ricercatori e studenti delle facoltà di Filosofia, Lettere e Filosofia, Scienze Umanistiche, Studi Orientali e la scuola speciale di Archivisti e Bibliotecari hanno tenuto ieri una conferenza stampa dibattito per sostenere la protesta. Il rettore Frati è con loro «al 100 per cento» ma rifiuta «l’autogol», il blocco degli esami, «per rispetto degli studenti», dichiara nell’Aula I, tantomeno lo slittamento ad agosto, smentito. L’amarezza è dominante, soprattutto in confronto all’aumento di investimenti che Germania e Francia hanno riservato a ricerca e università, mentre l’Italia vi dedica meno dell’ 1% del Pil: «Siamo superati da piccoli paesi come la Slovenia e l’Irlanda», spiega Roberto Nicolai, grecista e preside della facoltà di Scienze Umanistiche: «Dire che il sistema universitario va rinnovato non vuol dire che dev’essere ucciso. Così il sistema statale viene sostituito con il nulla». E il fondo finanziario ordinario sarà drasticamente ridotto nel 2011. A Scienze Umanistiche hanno deciso di non sospendere gli esami, ma sarà fatta un’iniziativa pubblica il 20 luglio per l’iniziativa «Porte aperte». I tagli alla ricerca sono «una scelta politica», denuncia il preside, «si privilegiano altri investimenti. Ma quali?
Non vedo tante Grandi Opere in corso, né vedo ridurre i veri sprechi e i privilegi». Fra i docenti c’è anche chi lamenta «il silenzio del Pd, non si fa sentire» e «l’indifferenza del paese di fronte all’università che muore». «Per il governo noi siamo una spesa e non una risorsa». E se quel 10% di fannulloni che non produce pubblicazioni o ricerca verrà sanzionato, il restante 90% attivo non vuole essere penalizzato. Il rettore Frati dichiara guerra agli scansafatiche e promette di mandare via un ricercatore,un ordinario e due associati; poi ricorda di aver fatto una «contestazione disciplinare a un professore ex ministro perché aveva preso incarichi extra- universitari». Dall’aula parte un’accusa a Frati: «Lei lavora nelle cliniche private…». Il rettore s’infuria: «Non ho mai operato in cliniche private, solo qui». Insomma, per il preside Nicolai si dovrebbe «riqualificare la spesa con investimenti efficienti», oltretutto i risparmi finiscono nelle casse del Tesoro ma non vengono reinvestiti in ricerca. «Si chiudano pure alcune delle sedi locali che si sono moltiplicate, male scelte siano oculate e fatte superando le clientele».
da L’unità del 6 luglio 2010

Ma nel "suo" Veneto nessuno piange per Aldo, di Michele Brambilla

Reportage di MB INVIATO A BARDOLINO (Verona)

L’ufficio di Aldo Brancher è ad Affi, sopra un grande centro commerciale. Sulla porta d’ingresso c’è una scritta: «Meno male che Silvio c’è». Ci riceve un signore che ci lascia sull’uscio: «Il signor Brancher? Non è qui. Lo abbiamo visto in tv impegnato in altri luoghi». Chiediamo almeno della fedele segretaria, Mary: «Non c’è neanche lei, è impegnata in Comune. Adesso mi scusi ma ho una telefonata in corso».

La caccia al ministro dal ministero più breve della storia (è durato la metà del pontificato di un altro veneto illustre, Albino Luciani) prosegue a casa sua, a Cisano di Bardolino, sui colli. Una stradina dove appare, a un certo punto, una siepe immensa. In mezzo, un cancello. Sul citofono due campanelli. C’è scritto semplicemente «Azienda agricola» e «Rustico A. B.». Al primo non risponde nessuno. Al secondo una gentile voce femminile informa: «Il signor Brancher non c’è, non so se torna, non ha lasciato detto niente». Dal cancello si vede, molto in lontananza, il «rustico» e, sullo sfondo, il lago. E’ in questa specie di reggia che venne decisa la candidatura di Flavio Tosi a sindaco di Verona, alla presenza di Bossi e Berlusconi, quest’ultimo arrivato in elicottero: in casa Brancher lo spazio per atterrare non manca.

L’origine della fortuna è un cambio netto di vocazione. Nato nel 1943 a Trichiana, in provincia di Belluno, da famiglia umile, Brancher si laurea in teologia, ma fa strada con un’altra scienza: la finanza. Era infatti diventato prete paolino. Fatte salve le debite differenze, è impressionante la somiglianza della sua vicenda umana con quella interpretata da Luca Zingaretti nell’ultimo film di Pupi Avati, «Il figlio più piccolo»: un ex francescano diventato commercialista e genio di finanza creativa. Per Brancher il primo uomo del destino è don Emilio Mammana, il prete paolino che crea la prima vera grande struttura imprenditoriale per la raccolta pubblicitaria di «Famiglia Cristiana». E’ don Mammana a intuire le capacità imprenditoriali del giovane don Brancher e a volerlo alle sue dipendenze.

Efficiente e intraprendente, forse troppo, don Brancher si scontra presto con don Leonardo Zega, lo storico direttore del settimanale. Alcuni dicono che è stato per quello; altri dicono per una donna: sta di fatto che Aldo Brancher lascia il sacerdozio per gli affari. Apre un’azienda che produce cassette di plastica a Castelnuovo Scrivia, in provincia di Alessandria. Poi torna alla pubblicità, questa volta con quella Publitalia di proprietà del suo secondo uomo del destino: Silvio Berlusconi. A Publitalia Brancher si mette presto in evidenza, tanto che Fedele Confalonieri gli affida i «progetti speciali» della Fininvest Comunicazioni.

E’ in quel ruolo che Brancher inciampa nei primi guai. Viene arrestato dal pool di Mani Pulite nella primavera del 1993 con l’accusa di aver versato tangenti per 300 milioni al Psi e per altri 300 a Giovanni Marone, segretario dell’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, in cambio di una serie di spot anti-Aids sulle reti Fininvest. In cella Brancher resta tre mesi e si comporta come l’eroe della canzone milanese partigiana «Ma mi», che di fronte a chi lo interroga tiene la bocca chiusa; o, per restare a Mani Pulite, come il dirigente del Pci-Pds Primo Greganti, che sulle tangenti rosse dice di aver agito in proprio salvando il partito. Il 3 giugno 1993, interrogato dal giudice Italo Ghitti, Brancher dichiara di voler finalmente rispondere, ammette il versamento delle tangenti ma assicura che il tutto è stato fatto a giovamento di una sua personale società. Silvio Berlusconi ha detto: «Quando il nostro collaboratore Brancher era a San Vittore io e Confalonieri giravamo intorno al carcere. Volevamo metterci in comunicazione con lui». Per via telepatica, ovviamente, essendo vietati i colloqui. Brancher viene condannato a 2 anni e 8 mesi per finanziamento illecito ai partiti e falso in bilancio: ma il primo reato cade in Cassazione per avvenuta prescrizione, il secondo viene depenalizzato dal governo Berlusconi.

Qui nel Veronese Brancher arriva una decina di anni fa. Viene eletto alla Camera nel collegio Garda Baldo nel 2001 – l’anno in cui è regista del riavvicinamento tra Bossi e Berlusconi – nel 2006 e nel 2008, sempre con Forza Italia-Pdl. In Veneto ha i suoi uomini: Davide Bendinelli, che ha fatto eleggere in Consiglio regionale; Giuseppe Venturini, presidente della funivia del Monte Baldo e dell’ente che gestisce l’edilizia popolare a Verona; Daniele Polato, assessore a Verona. Ma ha anche molti nemici, soprattutto all’interno del Pdl. Primo fra tutti Alberto Giorgetti, coordinatore regionale del partito. Considerato ufficiale di collegamento fra Berlusconi-Tremonti e la Lega, Brancher da queste parti non è mai stato vissuto come uno di casa. Neanche in paese. L’anno scorso ha sostenuto, come sindaco di Bardolino, l’uscente Pietro Meschi del Pdl: ha vinto il rivale, Ivan De Beni di una lista civica, con il 53,5 per cento contro il 34,1. Ecco perché ora, da queste parti, non si trova molta gente che piange.

La Stampa del 6 luglio 2010

"Il piano inclinato", di Ezio Mauro

È la legge di gravità che ha costretto infine Aldo Brancher a dimettersi ieri da ministro. Persino in Italia, non si può rimanere sospesi nel nulla governativo senza deleghe, senza ragioni politiche, senza giustificazioni istituzionali, appesi soltanto ad un’urgenza privata di salvaguardia dalla giustizia, per scappare al proprio giudice e all’uguaglianza costituzionale dei cittadini di fronte alla legge, secondo lo sperimentato modello Berlusconi.
Per questa ragione il Premier è nudo, dopo le dimissioni di Brancher, davanti al sopruso tentato e non consumato. Il sistema – quell’insieme di regole, soggetti, diritti e doveri che reggono la Repubblica democratica – si può forzare fino a un certo punto, non oltre. Il Cavaliere ha toccato con mano questo confine: la sconfitta è pesante proprio perché è la prova di un’impotenza e la conferma che l’arbitrio ha un limite. Quel limite democratico che passa tra la tenuta delle istituzioni responsabili e la reazione della pubblica opinione.
È un Cavaliere dimezzato quello che nomina Brancher ministro e poi lo ritira, svilendo il governo nelle porte girevoli di un triste vaudeville. Una specie di animale politico ferito perché la prepotenza istituzionale era stata finora la sua vera arma per uscire dalle difficoltà, quando si trovava nell’angolo.

Ora rimane l’angolo, le difficoltà si ingigantiscono sotto gli occhi di tutti, ma la prepotenza non funziona più. Il ruggito del “ghe pensi mi” viene ingigantito dai telegiornali, ma sembra venire dal cimitero degli elefanti, quasi una richiesta d’aiuto. Così l’annuncio roboante di pochi giorni fa, a reti unificate, si rovescia nel preannuncio di una ritirata impaurita, da governo balneare democristiano.

Che cosa resta di questo avventurismo da fine corsa? Le impronte digitali, prima di tutto, sugli annali della Repubblica. Sono le impronte tipiche di Berlusconi e testimoniano due cose: prima fra tutte, la concezione privata dello Stato, e l’uso del governo e dei ministeri come un qualsiasi appannaggio personale, di cui il Capo può disporre comunque a vantaggio di chiunque, meglio se si tratta di suoi ex dipendenti aziendali.

Ma è ancora più grave, perché rivelatrice, la seconda lezione che si deve trarre dal caso Berlusconi-Brancher. Ed è il rapporto inconfessabile che lega il nostro Presidente del Consiglio ad alcuni uomini – ieri Previti, oggi Brancher, ieri, oggi e domani Dell’Utri – che conoscono e partecipano il segreto oscuro delle origini. Fra questi personaggi e il Cavaliere il rapporto sotto pressione diventa drammatico e costringente da entrambe le parti. Un rapporto servo-padrone ma con i ruoli che si scambiano, perché è via via sempre più palese che entrambi agiscono in una dipendenza reciproca che li obbliga terribilmente, di cui non possono liberarsi: semplicemente perché ognuno sa ciò che l’altro conosce, e non c’è salvezza fuori da questo legame costrittivo, per sempre.

È una logica da setta ben più che da partito, da gruppo chiuso e non da formazione liberale, è la negazione della trasparenza e della pubblicità che dovrebbe governare la politica, anche nei momenti più difficili, anche nei conflitti. E il vero gran sacerdote, Fedele Confalonieri, ha svelato addirittura la liturgia e il rito ambrosiano separato che regola il cerchio più ristretto del berlusconismo, nel leggendario racconto all’epoca dell’arresto di Brancher per Tangentopoli: quando rivelò che lui e Berlusconi, futuro Presidente del Consiglio italiano, ogni domenica mattina si facevano condurre dall’autista attorno a San Vittore, dove giravano in Mercedes “per entrare in comunicazione spirituale con Brancher detenuto”.

Bisogna domandarsi, a questo punto, qual è il grado di libertà personale e politica di un Capo di governo che sente questo tipo di obbligazioni e per rispondervi è costretto a ingannare il Capo dello Stato (che non ci sta) e a compiere atti politicamente autolesionisti per un’evidente urgenza a cui non può permettersi di sfuggire. Un premier che nomina un ministro per un incarico che non c’è e che tiene vuoto l’incarico di un altro ministro che non c’è più, costretto a dimettersi per lo scandalo – tutto ancora aperto – della Protezione Civile.
La questione, con ogni evidenza, non è giudiziaria, è tutta politica. Brancher, come gli auguriamo, può anche risultare innocente in tribunale, ma resta colpevole la commistione tra i suoi guai privati e il salvacondotto pubblico costruito insieme con il Cavaliere. La marcia indietro obbligata conferma che non ci sono più coperchi ad Arcore per le troppe pentole fabbricate da diavoli di serie B: e testimonia una debolezza politica ormai evidente nel leader, dopo la condanna di Dell’Utri, la rivolta costituzionale di Fini, gli avvertimenti istituzionali di Napolitano, l’incertezza della manovra, lo scandalo Bertolaso, l’affare Scajola, la forza separata di Tremonti, la febbre della Lega.

L’immagine che riassume tutto è il piano inclinato: sul quale rotola un governo che non governa da mesi, una leadership imponente ma immobile nel suo affanno -salvo colpi di coda-, come una balena spiaggiata. E al fondo della confusione, rotola un ministro ormai abbandonato che va a dimettersi addirittura in quel tribunale a cui voleva sfuggire, con la nomina fantasma del Cavaliere.

la Repubblica del 6 luglio 2010

"Liti, veti incrociati e aree contese così l´Expo 2015 rischia di fare flop", di Curzio Maltese

Milano, tre manager cambiati e nemmeno un´opera iniziata. Scontro sui terreni tra Moratti e Formigoni: sullo sfondo le mire dei ciellini. Berlusconi non se ne occupa, convinto che dopo di lui ci sarà il diluvio

Mancano i soldi e Tremonti, scettico da sempre, ha tagliato tutto il tagliabile   «Cialtroni!», tuona Giulio Tremonti da Sondrio quando parla dei governatori del Sud, incapaci di spendere i finanziamenti europei. «Ghe pensi mi» è lo slogan preferito del presidente Berlusconi, la modernità milanese fatta mito. «Roma ladrona» è l´anatema scagliato da Umberto Bossi da Gemonio contro i parassiti nemici del federalismo. Non passa giorno, ora, telegiornale, senza che il governo non metta in scena la sua vera, unica ideologia: l´efficientismo meneghino. E allora come la mettiamo con la figura da cioccolatai che Milano sta rimediando nel mondo con l´Expo del 2015? La fotografia di gruppo del trionfo parigino del 31 marzo 2008, la vittoria su Smirne, campeggia nell´ufficio del sindaco Letizia Moratti.

Tutti in festa, dalla Moratti a Formigoni, da Prodi a D´Alema, da Emma Bonino ai testimonial Al Gore, Jacques Attali, Andrea Bocelli, Clarence Seedorf, e chi più ne ha, più ne metta. Un mega party per festeggiare le magnifiche e progressive sorti della rinascita di Milano, della Fiera, di Malpensa, la grande occasione di una capitale europea che da vent´anni campava di chiacchiere e distintivo, mentre le altre, da Siviglia a Francoforte, da Londra a Berlino, si muovono, cambiano, crescono, fanno affari.
Due anni e mezzo dopo, l´unica cosa positiva rimane quella foto. Trenta mesi e un mare di soldi buttati via in guerre di poltrone. Tre amministratori delegati cambiati, prima l´inutile Paolo Glisenti messo dalla Moratti (il «Rasputin della Bovisa», fu la memorabile definizione di Guido Rossi), poi il rovinoso Lucio Stanca voluto da Berlusconi e ora il city manager Giuseppe Sala, senza che Milano 2015 abbia realizzato e neppure cominciato una sola opera, non l´autostrada Pedemontana, non una delle due linee di metropolitana previste, non un albergo, un museo, una casetta del villaggio d´accoglienza, il centro stampa, la sede Rai. Non parliamo poi della moschea che la Lega insorge o delle leggendarie vie d´acqua o dei nuovi parchi nella città più inquinata d´Europa: miraggi. Nemmeno un accenno d´intervento pubblico si scorge a occhio nudo sull´area di un milione e passa di metri quadrati di Rho Pero destinata a ospitare i fantomatici, almeno oggi, «trenta milioni di visitatori». Tranne i cartelli, ormai comici, con la scritta «Qui sorgerà Milano 2015», che campeggiano sulla distesa di terreni agricoli intonsi.
Ma quando, dove, con i soldi di chi? Le aree sono ancora in mano dell´Ente Fiera e del gruppo Cabassi, in attesa che il Comune, la Regione, la Provincia, Assolombarda, la Camera di Commercio, il Ministero del Tesoro e il governo, insomma Moratti, Formigoni, Berlusconi, la Lega e la community business milanese riescano a trovare un dannato accordo, un giorno solo in cui diranno la stessa cosa, avanzeranno una proposta condivisa. Ne sono passati più di ottocento e quel giorno non è ancora arrivato. Una prova? L´altro ieri Letizia Moratti ha escogitato l´ennesima proposta per le aree dell´Expo, alla media di una al mese. Stavolta il sindaco propone di non acquistare le aree di Fiera-Cabassi, ma di ottenerle in comodato d´uso per sei anni, quindi di restituirle valorizzate ai proprietari una volta smontato l´ultimo stand. Sembra un´idea finalmente ragionevole, in tempi di crisi, ma a Formigoni non piace. Il governatore vuol comprare le aree a tutti i costi, per essere precisi al costo di 200-250 milioni, uno sproposito per un terreno agricolo. Ma in compenso un magnifico affare per gli amici ciellini dell´Ente Fiera. Non bastasse, arriva la Lega, nella persona del ministro Roberto Calderoli, con una terza ipotesi, non comprare nulla, non usare terreni privati, ma organizzare l´Expo con le strutture fieristiche già esistenti. E questa è soltanto la versione Calderoli, che incarna la corrente bergamasca alla successione di Bossi. Perché i varesotti, i fedelissimi del capo, la pensano come il consigliere d´amministrazione leghista dell´Expo, Leonardo Carioni: «Forse sarebbe meglio lasciar perdere tutta ‘sta storia e concentrarsi a riparare le buche nelle strade». L´asse Bossi-Tremonti è Expo scettico da sempre. Se fosse per il Tesoro non si farebbe proprio. «Non vedo perché tanti cinesini dovrebbero venire a vedere l´Expo di Milano», ha sfottuto Tremonti, il quale, con coerenza, nella finanziaria ha tagliato all´evento tutto il tagliabile. Bossi ha dato ai suoi un solo, saggio consiglio: «Non firmate niente, perché poi la Corte dei Conti chiede i soldi a voi».
La Lega, a onor del vero, è stata l´unica forza politica a rilevare fin dal principio l´anomalia, unica della storia, di un Expo progettato su terreni privati e non pubblici. Con tutti i rischi connessi, in una città ormai in mano al conflitto d´interessi e a bande di affaristi che nella migliore delle ipotesi viaggiano sotto le sigle poco rassicuranti della Compagnie delle Opere e del gruppo Ligresti, e nella peggiore portano dritti ai clan della ‘ndrangheta. Ma così, col fuoco perenne dei veti incrociati, il gioco dell´Oca dell´Expo torna ogni volta alla casella di partenza, alla foto di gruppo del 28 marzo 2008.
E il grande capo, Silvio Berlusconi? Il signore di Milano è passato in un amen dalla fase «ghe pensi mi» a quella «vedetevela voi». I lunedì di Arcore, dove il signore suole dirimere le beghe fra vavassori, sono stati una catastrofe. L´ultima volta il comitato Expo è salito al completo in villa, con la Moratti e l´energica leader degli industriali Diana Bracco in testa, per illustrare al Cavaliere, circondato dai consiglieri, da Letta a Confalonieri, tutto lo splendore ecologista del progetto di orto globale («nutriamo il mondo, energia pulita») elaborato da Carlin Petrini e da un pugno di archistar guidato da Stefano Boeri. Ma a metà della fiabesca narrazione ambientalista – il progetto è filosoficamente assai bello – il Cavaliere ha preso visibilmente ad assopirsi, per risvegliarsi soltanto alla magica parola «hostess». Qui Berlusconi ha allestito uno show sui due argomenti preferiti, il secondo era il ruolo della televisione, quindi ha congedato la comitiva con grandi parole di ottimismo.
Il fatto è uno, anzi due. Il primo è che nessun presidente del consiglio si è così tanto disinteressato della capitale economica del Paese quanto Berlusconi. Un paradosso straordinario. I vent´anni in cui Milano ha espresso il leader politico più potente dal dopoguerra a oggi, coincidono con il più lungo periodo di assenza della politica nella storia cittadina. Da Tangentopoli ai giorni nostri, Milano è diventata una palude levantina, una città paralizzata di fronte al proprio declino. Dove il potente e decisionista Duca di Milano, come lo chiamava Gianni Brera, non ha deciso e governato un bel nulla. Si è limitato ad autorizzare, attraverso il vicerè locale Bruno Ermolli, l´ulteriore e spietata cementificazione della città. A partire dalla bella Isola, il quartiere in cui Berlusconi stesso è nato, in via Volturno, davanti alla sede del Pci milanese, circostanza all´origine di tanti traumi.
L´altro fatto è che Berlusconi al 2015 pensa di non arrivarci ed è convinto che dopo di lui ci sarà comunque il diluvio. Mentre i feudatari, Formigoni e Tremonti su tutti, pensano di arrivare dopo Berlusconi. I lettori decidano se era meglio il diluvio. Ma in ogni caso la lotta alla successione di Berlusconi fra l´asse Formigoni-Cl e quello Tremonti-Lega, con ai margini vaghe speranza morattiane, spiega meglio d´ogni altra cosa il pasticciaccio dell´Expo.

È una guerra di feudatari impazziti, troppo concentrati sulle proprie ambizioni per capire la reale posta in gioco, il prestigio di Milano nel mondo. Vale a dire, il prestigio dell´Italia. Perchè quale altro prestigio rimane al Belpaese? La grande Milano rappresenta ancora un quarto del Pil, il quaranta per cento degli investimenti stranieri in Italia, la meta di un viaggio d´affari su due, la capitale nazionale della finanza e mondiale della moda, del design, della lirica. I milanesi certo ormai sanno che l´età dell´oro è alle spalle, che il Pil cittadino è in calo da dieci anni, la Fiera è in crisi, la moda perde colpi, Malpensa è un Vietnam del trasporto aereo, la Scala e il Piccolo boccheggiano sotto i tagli alla cultura, le opere pubbliche sono ferme da vent´anni. L´Expo doveva essere la svolta e invece rischia di proiettare nel mondo l´immagine di una capitale del declino italiano.

La Repubblica del 5 luglio 2010