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"Rilanciamo la sfida", di Giuseppe Civati

La crisi strutturale della destra italiana, le contraddizioni della Lega, i distinguo che non tengono più, la doppietta Scajola-Brancher, i “grandi eventi” che hanno riguardato la figura di Bertolaso (pupillo del premier e suo erede mancato), la Finanziaria che fa male, non piace a nessuno e crea problemi anche ai suoi estensori, le incertezze del federalismo di cui si sa ancora pochissimo (se non che sarà difficilissimo anche solo da immaginare), il dissidio ormai plateale con Fini e con larghi settori della maggioranza: tutto questo fa pensare che siamo entrati in una nuova fase politica.
Il buon senso e anche la scaramanzia ci portano a diffidare delle soluzioni troppo facili e degli scenari fantascientifici di cui abbiamo letto in queste ore. Berlusconi resisterà, come ha sempre fatto, e proverà a rilanciare, magari appellandosi direttamente al popolo sovrano (in questo caso, il sovrano sarebbe lui stesso, come sempre). È un momento grave, insomma, e molto delicato, ma è anche un passaggio di straordinaria importanza per il centrosinistra: una grande opportunità per chi pensa all’Italia in modo diverso, per il Pd e per le forze democratiche che finalmente possono ripartire, insieme. Ora devono prendere parola, farsi sentire, avvicinarsi agli elettori sconcertati da questo spettacolo, offrendo di sé e del Paese un’immagine che non sia nemmeno lontana parente di quella che abbiamo visto negli ultimi mesi. È ora di abbandonare le timidezze e di lanciare una sfida senza quartiere (e in ogni quartiere) a questa destra impresentabile, che ha fallito proprio sul suo presunto terreno, quello «del fare», della concretezza e dei risultati che non arrivano.
I simboli del berlusconismo si sono sgretolati, in Abruzzo come a Napoli, nella sicurezza negata dalle intercettazioni, nella difesa del territorio, abbandonato senza risorse e senza progetti. È un momento decisivo, anche e soprattutto per il Pd. Perché ora il Pd può dimostrare agli italiani, ai suoi elettori e militanti quanto vale, quanta passione può mettere per tirare fuori l’Italia dai guai, per cambiare la politica, per ridare dignità al nostro Paese. Può finalmente aprire un dialogo con chi è rimasto tagliato fuori dalla crisi – a cominciare dai giovani italiani, per un terzo senza lavoro e per il resto coperti solo parzialmente da garanzie e diritti. Può parlare di economia guardando oltre, cercando di delineare percorsi di qualità che facciano crescere il nostro sistema produttivo.
Un Paese da unire, come vuole il 150°, con la politica, però, perché la famosa «identità» si costruisce così. Un Paese che faccia vivere il richiamo costituzionale, come ha fatto quel ragazzo dall’altra parte dell’oceano, proprio perché vuole essere all’altezza di una missione che ha largamente perso di vista (e la Costituzione, si sa, vive nel futuro, non nel passato a cui qualcuno vorrebbe confinarla). Un Paese che investe, che scommette sul domani, che non si spaventa delle proprie miserie, perché finalmente intende affrontarle, da Nord a Sud, all’insegna della lealtà e della responsabilità.
Due parole che si sono eclissate in questi anni di predominio della destra. Due parole dalle quali ripartire, e che insieme ne fanno una terza: rispetto. Il rispetto per noi stessi e per le persone che ci candidiamo a rappresentare. Di nuovo. In una sfida moderna, dal sapore antico.

da l’Unità del 6 luglio 2010

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“Pd, il primo colpo andato a segno”, di Mariantonietta Colimberti
Il “ministro del nulla” getta la spugna anche per evitare la mozione di sfiducia dei dem.
Questa volta il Pd ha battuto il colpo, anzi, ne ha battuti due. E ieri ha raccolto il primo risultato, le dimissioni di Aldo Brancher, annunciate proprio in quel tribunale di Milano per sfuggire al quale aveva giurato al Quirinale lo scorso 18 giugno. Proprio dal presidente della repubblica era arrivato il secco e severo intervento sulla insussistenza del “legittimo impedimento” invocato dagli avvocati del ministro a meno di una settimana dalla nomina.
Se non si fosse deciso – o se non avesse acconsentito – al passo indietro, probabilmente Brancher sarebbe stato sfiduciato giovedì dalla camera o, comunque, il risultato del voto segreto sarebbe stato devastante per la maggioranza ancor più della resa di ieri.
Giustamente il Pd rivendica il risultato, ottenuto questa volta insieme all’Idv e senza l’Udc, e raggiunto prima di andare alla conta in parlamento. «La vicenda ministeriale di Brancher nasce e muore nelle aule giudiziarie – ha detto la presidente dell’assemblea nazionale Rosy Bindi – le sue dimissioni sono un atto dovuto, ma annunciarle in un tribunale anziché in parlamento conferma tutta la strumentalità della sua nomina: Brancher era solo il ministro del legittimo impedimento».
Dunque, l’iniziativa comune di Pd e Idv ha centrato l’obiettivo. Il vicesegretario democratico Enrico Letta parla di «lezione per l’opposizione. È stato ancora una volta dimostrato che la determinazione e l’unità di intenti delle opposizioni consentono di mettere alle corde il governo. È una lezione di cui far tesoro». Eppure nell’immediato futuro i due partiti che in questa occasione hanno marciato insieme potrebbero tornare a dividersi. Molto dipenderà da quel che accadrà nei prossimi giorni nel campo avversario.
Il secondo colpo battuto dal Pd, infatti, domenica scorsa attraverso lo stesso Letta ai microfoni di Sky – «se la maggioranza non è in grado di governare, la palla passi al capo dello stato, che con la sua saggezza saprà trovare la soluzione migliore» – sembra più adatto ad agganciare, nell’eventualità di un precipitare della crisi politica, l’Udc di Pierferdinando Casini che a bissare l’intesa con Antonio Di Pietro. Il leader dell’Idv, infatti, evocava ieri lo scenario di elezioni anticipate, escludendo qualsiasi ipotesi di governo tecnico o di larghe intese, che invece proprio il capo dell’Udc, due giorni fa su Repubblica, aveva considerato tra le eventualità possibili. E infatti Lorenzo Cesa ieri non ha perso l’occasione per attaccare l’Idv: «In questo paese c’è un partito del “tanto peggio tanto meglio” che si augura nuovi disastri e non intende operare per risolvere i problemi. Per quanto ci riguarda non è una novità, ma inviteremmo anche il Pd a guardarsi da certi alleati che pensano a tutto fuorché al bene dell’Italia».
In area di “prossimità” al Pd ha fatto sentire la sua voce critica Emma Bonino (è stata eletta in senato nelle liste democratiche), secondo la quale «l’opposizione deve incalzare il governo sulle proprie responsabilità e non fare appelli al Quirinale del tutto fuori luogo». Per la verità non è del tutto chiaro in cosa dovrebbe consistere l’«incalzare » auspicato dalla Bonino, che ritiene «deleterio» anche «il ricorso alle urne ogni due anni».
Comunque, nelle ultime settimane il Pd ha fatto registrare una ripresa di iniziativa politica che ha suscitato apprezzamento anche a sinistra. Il partito è riuscito a stare al passo con gli eventi e a volte, come nel caso di Brancher, a prevenirli. La partita, quale che sia, è però ancora tutta da giocare e gli avvenimenti dei prossimi giorni potrebbero essere decisivi. Il segretario Pier Luigi Bersani ritiene che, se il centrodestra dovesse prendere atto che il paese non può andare avanti così, il primo passo sarà rimettersi alle riflessioni del Quirinale. A quel punto, il Pd «farà le sue valutazioni».

da www.europaquotidiano.it

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“Pd, a quando un cambio di passo?”, di Mario Rodriguez

Sorprende in queste settimane il fatto che di fronte ad un indebolimento costante della figura del presidente del consiglio, di fronte ad una sequenza di inciampi e ruzzoloni, ddl intercettazioni in primis, non corrisponda il rafforzamento dell’opposizione. L’emersione di un soggetto, persona o partito, verso il quale rivolgersi nella speranza che possa fare qualcosa di meglio o di più.
Vedremo se il tonfo di Brancher aprirà avrà qualche effetto, ma nel profondo Nord la sfiducia in Berlusconi fa crescere solo l’appeal di Bossi e della “sua” Lega. Bisognerebbe almeno prenderne atto. Visto che individuare i problemi è il primo passo per risolverli. Invece non si colgono cambi di passo e sembra che si vada avanti sviluppando decisioni figlie di ragionamenti maturati in altri contesti.
Perché sta succedendo questo? Perché all’annunciata volontà del Pd di ripartire dalla vita della gente comune ha corrisposto un progressivo impantanarsi nelle querelle imposte dai media, dalla loro agenda, rimanendo attori di uno spettacolo di cui la regia è saldamente in mano ad altri. Il fatto è che l’opposizione tutta (le varie componenti del Pd ma Idv e Sel compresi, per intenderci) non sembra in grado di offrire una lettura della società italiana che permetta di interpretarne paure e speranze. Non basta qualche frase in dialetto. Non fa nemmeno presa la “lenzuolata” di contro proposte alla Finanziaria che fa rimanere l’opposizione più sul terreno della laundry list che della costruzione di metafore convincenti (per dirla con Lakoff).
Manca la capacità di evocare una cornice che generi fiducia. Quello che si dice è contraddittorio, complicato, spesso carico di distinguo, di allusioni per addetti ai lavori. A volte solo una stanca elencazione di problemi denunciati da anni e mai affrontati: si dovrebbe fare, bisognerebbe essere, eccetera. Nulla a che fare con chi, in un momento di difficoltà, proponendosi come un riferimento affidabile, avanza proposte che fanno vivere esperienze non previste e prevedibili costringendo a vedere le cose in una luce diversa rispetto al passato.
Il ghe pensi mi del Berlusconi triumphans, per intenderci (ma è lo stesso meccanismo di tutte le leadership da Prodi dell’euro e dell’Ulivo, a Bossi del federalismo, Veltroni del Lingotto fino alla Bonino e Vendola delle regionali).
Ed ecco il paradosso attuale. Da un lato ci vorrebbe una capacità di intervento immediato nella crisi (con linguaggi che materializzino nell’esperienza delle persone proposte credibili). Ma per riuscirci bisognerebbe avere anche una più adeguata capacità di analisi e di rappresentazione della realtà. Questo chiede tempo. E soprattutto il coraggio sia di attribuire priorità allo studio, alla analisi, all’approfondimento sia di abbandonare vecchi riferimenti nostalgici. Invece questi problemi sono ritenuti astratti, lontani dalle persone, autoreferenziali. Si spende molto di più per “dire” che per “capire” o per “condividere”. Forse si teme di sollevare più confusione di quanta se ne riesca a risolvere. Ma di lì bisognerà passare.
Nel Pd se ne rendono conto coloro che stanno animando fondazioni, scuole e forum. Troppo facile interpretare le loro mosse solo come smania di protagonismo. Colgono un’esigenza reale. Ma ne risulta una spinta centrifuga perché non diventa parte costitutiva della pratica politica generalizzata, di un modo d’esserci nella società. Gli eventi sono pensati e realizzati più per la loro spendibilità mediatica che come momenti necessari a costruire visioni comuni capaci di sostenere comportamenti riconoscibili. Il distacco tra affermazioni e comportamenti cresce. Sono passerelle effimere. Conta chi parla non cosa si dice. È importante che ci siano fedeli non evangelisti (nella accezione usata anche nel mondo della consulenza aziendale). I sostenitori sono ormai pubblico, audience. Si continuano a mettere toppe, spesso fatte di tessuti vecchi. Mentre bisognerebbe avere il coraggio di riconoscere che la cultura riformista, battuta in molti campi perché incapace di offrire ricette funzionanti, deve fare i conti proprio con quegli approcci “altri” che ne hanno evidenziato i limiti, che la hanno battuta sul campo (il confronto elettorale nelle democrazie mediatizzate).
È necessario, quindi, ripartire dallo studio della realtà scegliendo sistematicamente lo stimolo della falsificazione delle teorie, piuttosto che la definizione dell’ortodossia e l’allontanamento degli altri per fare chiarezza. Nel Pd curiosità e voglia di aprirsi e mettersi in discussione si sono spente. Hanno lasciato il campo, da un lato a un riduzionismo praticone tutto concentrato sull’attività delle assemblee (parlamento in testa, ma non solo) e, dall’altro, a una volontà di (ri) qualificarsi su concetti a forte carica simbolica rivolti più al “come eravamo” che al presente. La difficoltà del muoversi in campo aperto spinge verso la costruzione di casematte.
Quando si sente parlare – nei modi in cui se ne sente parlare – di «centralità del lavoro», di «creazione di una nuova cultura socialdemocratica», la cornice evocata è quella del conflitto salario-capitale-padrone operaio. Un frame da novecento, tutto immerso nella temperie socialdemocratica. Niente a che fare con una società che non attribuisce o riconosce più al sindacato dei lavoratori dipendenti un ruolo di rappresentanza di interessi generali. Nulla a che fare con una società che vede nel tempo extra lavoro il terreno della qualificazione della propria esistenza. Nulla a che fare con il lavoro come terreno di realizzazione delle persone in una società “liquida”. E questo solo per una superficiale allusione ai problemi.

da www.europaquotidiano.it

"Una crisi pagata dai giovani", di Samuel Bentolila, Tito Boeri e Pierre Cahuc

La disoccupazione giovanile è al 20 per cento in Europa. Si tratta anche di una conseguenza di riforme del mercato del lavoro rimaste incomplete. Per rendere politicamente accettabili quelle intraprese a partire dalla fine degli anni Ottanta, si è lasciato che influissero solo sulle nuove assunzioni. Si è così creato un dualismo nel mercato del lavoro, tra contratti a tempo indeterminato e contratti a tempo determinato. Che è iniquo e fortemente distorsivo. Si può risolverlo ricorrendo a forme di tutela progressiva del lavoro.

Mai prima d’ora una crisi aveva colpito così tanto i giovani. Questa volta non abbiamo avuto soltanto il congelamento delle assunzioni, anche una grande quantità di contratti temporanei non sono stati rinnovati. Di conseguenza, la disoccupazione giovanile nell’area euro è balzata in maggio al 20 per cento con livelli più alti nei paesi con maggiore dualismo nel mercato del lavoro, dal 15 per cento di prima della crisi. In Spagna, quattro giovani su dieci che partecipano al mercato del lavoro sono disoccupati, in Italia uno su tre, in Francia e Svezia – due paesi con un dualismo simile nel mercato del lavoro – siamo a uno su quattro. È il momento di correre ai ripari se non vogliamo perdere un’intera generazione.

CONSEGUENZE DELLE RIFORME
I governi europei hanno fatto sforzi notevoli per riformare le istituzioni del mercato del lavoro e uscire così dalla Eurosclerosi degli anni Ottanta: nei venticinque anni che hanno preceduto la grande recessione, nei paesi dell’Europa a 15 sono state avviate circa 200 riforme delle tutele dell’occupazione, che in più della metà dei casi hanno aumentato la flessibilità del mercato del lavoro.
Un effetto delle riforme è un aumento della volatilità dell’occupazione. L’occupazione cresce di più nei periodi di crescita che in assenza di riforme . Questo ha contribuito all’eccezionale andamento dell’occupazione negli anni 1995-2007, quando la disoccupazione è scesa di un quarto, la disoccupazione di lungo periodo si è dimezzata e sono stati creati 21 milioni di nuovi posti di lavoro. È il lato positivo della flessibilità. Il lato negativo lo abbiamo visto nel corso della recessione: la riduzione dell’occupazione associata al calo della produzione è considerevolmente superiore nei paesi che hanno attuato queste riforme duali. In altre parole, la perdita di posti di lavoro sarebbe stata minore senza le riforme.
Il fatto è che le riforme si sono fermate a metà ed è l’ora che i governi le completino. Per renderle politicamente accettabili, le riforme hanno per lo più comportato cambiamenti solo per i nuovi assunti e hanno introdotto un vasto assortimento di nuove figure contrattuali flessibili, a tempo determinato, oppure hanno esteso il loro raggio d’azione laddove già esistevano. Non c’è stato alcun cambiamento delle regole per i contratti regolari a tempo indeterminato
Di fatto, si sono così creati due mercati del lavoro: uno largamente al riparo dagli shock e formato dai lavoratori con contratti a tempo indeterminato; l’altro formato dai lavoratori temporanei, sul quale si sono concentrati tutti i rischi.
Un esempio eclatante di dualismo è il settore delle costruzioni spagnolo, colpito dallo scoppio della bolla immobiliare e dalla recessione: nel 2009 l’occupazione dipendente è scesa del 25 per cento, con perdite del 35 per cento tra i lavoratori a tempo determinato, ma i salari reali dei lavoratori a tempo indeterminato sono cresciuti del 4 per cento circa.
Oltre a sollevare importanti problemi di equità, una simile asimmetria è fortemente distorsiva. La coesistenza di forte tutela del lavoro a tempo indeterminato e lavoro a tempo determinato comporta una inefficienza del turnover nel mercato del lavoro perché le aziende sono riluttanti a trasformare i posti di lavoro a tempo determinato in posti di lavoro a tempo indeterminato. I lavoratori temporanei hanno accesso a minore formazione perché né i lavoratori né i datori di lavoro vedono un futuro per il rapporto di lavoro. È probabile che la perdita di formazione di capitale umano divenga più acuta negli anni a venire.

COME ELIMINARE IL DUALISMO
La ripresa dopo le crisi finanziarie è generalmente associata con un ampio utilizzo di contratti temporanei, dal momento che incertezza e vincoli di liquidità scoraggiano le aziende dall’assumere impegni a lungo termine. L’esperienza del Giappone e della Svezia negli anni Novanta lo dimostra. All’uscita dalla recessione, i due paesi hanno sperimentato un forte incremento nella quota di contratti temporanei, che ha significato anche una minore acquisizione di qualificazione sul posto di lavoro per le nuove generazioni di lavoratori.
Nella maggior parte dei paesi europei i lavoratori con contratti a tempo indeterminato sono fortemente tutelati. Per fare qualche esempio, in Italia i lavoratori a tempo indeterminato sono protetti fin dall’inizio del rapporto di lavoro da norme che obbligano il datore di lavoro a reintegrarli in caso di licenziamento senza giusta causa. In Francia il licenziamento per ragioni economiche è praticamente impossibile se l’azienda realizza profitti. In Spagna è prassi usuale contestare in tribunale il licenziamento per motivi economici: i datori di lavoro perdono la causa in tre quarti dei casi, cosicché generalmente evitano il ricorso al tribunale pagando in anticipo al lavoratore l’indennità a cui l’avrebbero condannato i giudici. Indennità che possono arrivare a 36 mesi di salario in Italia e a 42 mesi in Spagna. I procedimenti giudiziari in questi paesi sono molto lunghi e costosi.
Per completare i processi di riforma, i governi dovrebbero combattere il dualismo dei mercati del lavoro europei, ma le misure finora adottate sono ben lungi dall’essere soddisfacenti. Per esempio, il 16 giugno il governo spagnolo ha approvato una riforma che abbassa l’entità delle indennità nei contratti a tempo indeterminato. Ma il provvedimento non risolverà il dualismo del mercato del lavoro spagnolo perché le procedure amministrative e giudiziarie per il licenziamento fanno sì che i contratti temporanei siano ancora molto più vantaggiosi per le aziende.
Una strategia migliore è quella di garantire una tutela progressiva del lavoro con flessibilità in ingresso. In particolare i governi dovrebbero favorire un ingresso a fasi nel mercato del lavoro a tempo indeterminato, facendo sì che il grado di tutela aumenti via via che i lavoratori completano il percorso che li porta al lavoro permanente, con dettagli che si possono definire in accordo con le legislazioni nazionali. Se la tutela del lavoro cresce di pari passo con l’anzianità, è possibile evitare il divario tra lavoratori con uno status diverso, che produce inefficienze del turnover nel mercato del lavoro, e considerare anche i costi psicologici associati alla perdita del lavoro, che normalmente aumentano all’aumentare del tempo trascorso in un posto di lavoro. Resterà così la flessibilità, senza però la necessità di creare una struttura duale del mercato del lavoro.
da www.lavoce.info

"Il boomerang della diseguaglianza", di Marco Simoni

Qual è la conseguenza della diseguaglianza? Questa domanda, le implicazioni che se ne potrebbero trarre, dovrebbe salire di importanza nelle discussioni di queste settimane sulla migliore politica economica da seguire. In estrema sintesi, al momento si fronteggiano due posizioni. Una è quella degli Stati Uniti, della Francia e di economisti come Paul Krugman di Princeton. Si sostiene che sia importante continuare a sostenere la spesa pubblica per consolidare la ripresa ed evitare che vi sia una seconda recessione. La seconda posizione, seguita da Germania, Regno Unito e da economisti come Alberto Alesina di Harvard, crede al contrario che sia ormai tempo di cominciare a ridurre il deficit per evitare che alla crisi economica faccia seguito una ben più grave crisi del debito pubblico. Alcuni Paesi come l’Italia non hanno praticamente scelta. Con un debito pubblico che supera largamente il 100% del Pil, l’aggiustamento dei conti pubblici è inevitabile. Quel che non è inevitabile, tuttavia, è il modo in cui avviene questo aggiustamento, le spese che si decidono di tagliare, e le riforme che si accompagnano – o, come nel caso della manovra di Tremonti, non si accompagnano – al taglio della spesa.
Tuttavia, credo si stia largamente sottovalutando l’effetto che, sia la crisi, sia i tagli, stanno avendo sulla distribuzione del reddito. Gli scorsi quindici anni hanno visto la disuguaglianza emergere con gran forza in molte delle nostre società, ora continuerà certamente ad aumentare. Le ragioni sono evidenti: la crisi colpisce soprattutto chi perde il lavoro; questi ultimi tendono ad essere i lavoratori meno qualificati e quindi già meno benestanti; i tagli tendono ad essere regressivi e colpire maggiormente chi usa i servizi pubblici. Oltre alle cause della diseguaglianza, tuttavia, sarebbe importante riflettere sulle sue conseguenze. Gli ultimi venti anni di studi politici infatti hanno mostrato come la crescita del reddito sia una condizione fondamentale per il consolidamento dei regimi democratici. I classici del pensiero politico mettono la crescita economica e un livello non eccessivo di disuguaglianza al centro dei fattori di sostegno a una democrazia.
Al contrario, negli ultimi quindici anni, la mobilità sociale si è ridotta, non solo in Italia dove ormai è quasi assente, soprattutto negli Stati che hanno aumentato maggiormente i loro tassi di disuguaglianza. La legittimità delle nostre democrazie non si è mai poggiata solamente sul dato procedurale, sul diritto di voto e sul rispetto della legalità, ma è sempre stata sostenuta anche da risultati considerati, certo migliorabili, ma nel complesso equi. Quanta disuguaglianza sia tollerabile dalle nostre democrazie è una domanda a cui è preferibile non cercare una risposta empirica.

da www.unita.it

Governo a fine film

Bersani: “Non vorrei arrivasse un Chavez”

Un governo alle battute finali: per Pier Luigi Bersani “siamo al secondo tempo del film che non può essere protratto a lungo. La soluzione non spetta a noi ma non si può andare avanti così, con divisioni che non sono componibili. La maggioranza ha la responsabilità di prendere atto di una situazione che fa danni al paese”. Dopo essere intervenuto alla relazione dell’Authority delle Comunicazioni, il leader del Pd ha anche sottolineato, in merito ai rapporti tra il premier e Gianfranco Fini sempre più tesi, come forse sia “giusto che i vincoli di maggioranza comincino a traballare, altrimenti ci troviamo davanti all’unica democrazia che va avanti a fiducie, telefonate riparatrici e decreti. Non vorrei che dopo Berlusconi venisse fuori Chavez. Dobbiamo ripristinare i concetti base della democrazia parlamentare”.

Fiducia che, nelle intenzioni del governo, ci sarà con ogni probabilità anche sulla manovra: Bersani non usa mezzi termini per bocciare la scelta, mettendo in rilievo che “peggio non si poteva fare che la blindatura, dovuta in primo luogo alle fibrillazioni in seno al centrodestra: Berlusconi le conosce bene, ed agisce così per non avere grane”. Sempre sulla finanziaria il segretario bolla come “molto inelegante” la telefonata intercorsa tra il presidente del Consiglio e la leader di Confindustria, Emma Marcegaglia, con cui quest’ultima si è assicurata alcune modifiche alla manovra a partire dal ripristino degli eco-incentivi: “Capisco quando c’e’ odore di pistola alla tempia, perché questo governo se concede qualcosa pretende immediato consenso. Si tratta di norme irrazionali, che noi avremmo voluto discutere. Non si tolgono così due miliardi, mentre insegnanti, poliziotti e disoccupati non sanno nulla di ciò che succede. Oggi l’Avvenire si chiede -aggiunge – dove sono i soldi per i disabili dopo che si danno i soldi alle imprese. E’ un buon titolo. La situazione sta degenerando e stiamo al rito della telefonata”. Quindi Bersani fa un appello alla classe dirigente: “Mi rivolgo alla classe dirigente di questo Paese. Una classe dirigente è tale se non si comporta da corporazione, se non guarda solo ai propri interessi”.

Stessa musica per quanto riguarda il ddl intercettazioni, che, a giudizio del leader del Pd, contiene norme contro la legalità che sono state giudicate in modo totalmente negativo dall’Antimafia, dalla magistratura inquirente e dai procuratori della : “Abbiamo delle norme che sono contro la legalità, non solo dal lato della libertà d’informazione ma anche dal lato della lotta alla criminalità”.

In ultimo, Bersani ha parlato con i cronisti di legge elettorale, stigmatizzando che si tratta del “problema numero uno, perché impedisce ai cittadini di scegliere i propri parlamentari, e con questa legge sono arrivati un sacco di guai, perché un Parlamento costituito da persone nominate è l’origine dei 50 decreti e delle continue fiducie. Con questa legge si soffoca la discussione e si instaura un meccanismo di conformismo e ubbidienza. Non credo che Berlusconi abbia voglia di cambiare alcunché – ha concluso il segretario del Pd – la questione è un’ altra, cioè la maggioranza deve prendere atto che il Paese non è governato e che nessuno ha in mano la barra del timone”.

da www.partitodemocratico.it

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"Consumi, gli italiani tirano la cinghia", di Barbara Ardù

La spesa mensile in calo dell´1,7%. Sacrifici anche su pane e altri alimentari
Il dossier

ROMA – Gli italiani consumano, ma hanno dimenticato cosa significhi fare shopping. Un´occhiata alla vetrina la danno sempre, così come apprezzano il gusto dell´olio spremuto a freddo, ma dell´ennesima maglia ne fanno a meno e per condire l´insalata una marca vale l´altra. In tempo di crisi, certifica l´Istat, le famiglie tirano la cinghia e il carrello della spesa lo riempono a metà. Ma non tutte. È il ceto medio a pagare lo scotto. I dati parlano da soli: nel 2009 la spesa mensile (la media è 2.442 euro) è andata giù dell´1,7% e del 3% quella alimentare. Ma quell´1,7% diventa un -2,9 per metà delle famiglie. Un mare di cifre per certificare che le uscite in termini reali (inflazione compresa) sono crollate. La crisi ha colpito duro e l´Istat non lascia spazio ai dubbi: «La riduzione della spesa», scrive nel suo rapporto annuale, «appare alquanto significativa».
Si risparmia su tutto, dal dentista, ai trasporti, al tempo libero, ai carburanti, ma anche al supermercato. Per sedersi a tavola si spendono 461 euro al mese (quando va bene). Un trend che va avanti da almeno un triennio: tra 2007 e 2009 il calo è stato del 5%. Oltre il 60% delle famiglie ha ridotto le quantità consumate, ma c´è una quota significativa, il 35,6% che ha comprato meno e anche cibo di qualità inferiore. Come se non avesse altra scelta.
È il pane che continua a sparire dalle tavole degli italiani (da 82 euro al mese a 80), ma anche la carne (da 107 euro a 105), patate, verdura e frutta (da 18 a 16 euro) e latte, formaggi e uova (da 41 a 40). Taglio anche alle bevande (da 43 euro al mese a 41). D´altra parte le spese fisse si mangiano gran parte del budget familiare (la casa se ne porta via un terzo). In tasca rimane poco, dunque tagliare sugli alimentari è una strada quasi obbligata soprattutto per gli anziani soli (dal loro portafoglio non escono più di 1.415 euro a mese, circa mille euro in meno rispetto al valore della spesa media generale (quella che comprende casa, bollette, medicine e quant´altro). Divari significativi emergono anche tra le famiglie guidate da imprenditori e liberi professionisti e quelle di operai, così come tra Nord e Sud. «Un gravissimo problema» è il commento del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che deve essere affrontato tornando a crescere. Preoccupati i consumatori: per il Codacons nel 2010 «andrà anche peggio». E per l´opposizione è la conferma che la manovra economica sta mettendo in ginocchio il Paese.

la Repubblica del 6 luglio 2010

Angelo Zampolini: "Vi svelo l'affare di casa Lunardi", di Francesco Grignetti

C’era anche l’architetto Angelo Zampolini, il 3 giugno 2004, nelle sale del sontuoso palazzo di piazza di Spagna che ospita il dicastero vaticano di «Propaganda Fide». Era il giorno in cui il cardinale Angelo Sepe firmò l’atto di vendita per il palazzetto di via dei Prefetti che il figlio dell’allora ministro Lunardi, Giuseppe, incamerò a nome di una società di famiglia. Zampolini, che una volta di più si rivela cruciale per quest’inchiesta, era nella stanza vicina «nel caso fossero sorte difficoltà tecniche». Fu un ottimo affare per Lunardi: cinque piani nel cuore del centro storico della Capitale acquistato al prezzo di tre milioni di euro. «Il valore dell’immobile – spiega ancora Zampolini, interrogato dai magistrati il 18 maggio, verbale ora agli atti del procedimento contro l’ex ministro Lunardi – era sicuramente superiore ai tre milioni indicati. All’incirca almeno 7 milioni, anche 8». Per quella compravendita sia Lunardi, sia il cardinale di Napoli sono indagati per corruzione. Scrivono infatti i pubblici ministero Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi nel loro atto d’accusa: «A fronte di tale acquisto, Pietro Lunardi, all’epoca ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, consentiva, grazie a tale sua qualifica, che la congregazione Propaganda Fide accedesse al finanziamento Arcus, in difetto dei presupposti, per l’importo di 2 milioni e mezzo di euro».

Zampolini in quell’occasione non ebbe grande ruolo. «Ciò che posso aver fatto è di recapitare i documenti di Propaganda Fide allo studio del notaio; se sono intervenuto è stato perché me lo può aver chiesto Balducci che era consultore di Propaganda Fide e si occupava degli immobili». Fu importante piuttosto il giudice Sancetta, oggi indagato anche lui, che era capo di gabinetto di Lunardi, il quale «d’ordine del signor ministro», fece in modo che la pratica per il finanziamento a Propaganda Fide avesse priorità assoluta. «Procedura non frequente», segnalava la Corte dei Conti nei giorni scorsi.

Lunardi, Balducci, Anemone: un triangolo che torna spesso dagli atti di quest’indagine. Ne ha parlato il tunisino Hidri Fathi, il quale, interrogato per l’ennesima volta, ha precisato: «Ho incontrato più di una volta la figlia di Lunardi, una volta perché l’ho accompagnata presso l’ufficio di Anemone; un’altra volta le ho consegnato una busta, non so bene che cosa contenesse, dalla raccomandazione ricevuta da Anemone nella circostanza ho pensato che ci fosse un assegno». Ma nei racconti di Zampolini torna anche Guido Bertolaso e la storia dell’appartamento di via Giulia. Il sottosegretario nega di averlo mai avuto in uso; ma l’architetto conferma. «Di Bertolaso – dice ai magistrati – ho sentito parlare la prima volta quando Anemone mi disse che cercava un appartamento: io l’ho aiutato a trovarlo, era quello di via Giulia; ho saputo dopo che la casa era per lui, me lo disse lo stesso Curi, il proprietario. Se non sbaglio fu consegnato un acconto inziale di alcuni mesi. Diego mi diede i soldi in contanti. Successivamente Raffaele Curi, di professione regista, si rivolgeva a me per avere il pagamento dei canoni maturati, tanto che, alla fine, a causa dei lunghi ritardi, si è determinato a risolvere il contratto».

Era il 2005 o il 2006, ricorda Zampolini. La pigione di 1500 euro al mese. «Fu Anemone a consegnarmi i soldi per pagare l’affitto e io li trasferivo al regista». Quanto ai rapporti tra i due, «so che c’era confidenza, ma non so fino a che punto». Anche con Scajola il costruttore era molto amico. «Notai che si davano del tu… So che si sono conosciuti in occasione dei lavori all’interno dell’appartamento di servizio presso il ministero dell’Interno». Fecero almeno due sopralluoghi tutti assieme finché il ministro non trovò l’appartamento di suo gradimento. Lo stesso accadde con Ercole Incalza, il super-consigliere di Lunardi, coinvolto nell’acquisto farlocco dell’appartamento di via Gianturco. «Ho fatto un sopralluogo con lui e sua moglie».

A scorrere gli atti, comunque, continua a sbalordire la capacità della Cricca di avere amicizie dappertutto. Il nipote di monsignor Camaldo lavora da Anemone. La figlia di Publio Fiori beneficia di lavori. Lo stesso si può dire per i coniugi Bologna-Figliolia, lui consulente al ministero, lei ex gip del tribunale di Roma e soprattutto sorella di quell’Ettore Figliolia che è capoufficio legislativo della Protezione civile e prima «tramite tra Balducci e Rutelli per i lavori del 150°». Una ragnatela. Come dice il tunisino Fathi: «Anemone conosceva tutti… Portavo regali di Natale, argenti, vestiti. Quando ritiravo a volte pagavo, erano cifre nell’ordine di 8-10 mila euro. Recapitavo regali per tutti: attori, registi, politici, preti». Al centro il giovane costruttore ma soprattutto il suo amico, Balducci. Solo con Di Pietro Balducci non aveva feeling. «Raccontava che era un tipo irruento. Chiedeva di avere un’entratura in Vaticano, ma Balducci diceva di non trovarsi bene con lui perché affermava di non condividere il suo stile».

la Stampa del 6 luglio 2010

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"Legge-bavaglio, il Csm verso un altro no contro il testo anche gli editori europei", di Liana Milella

Possibile un nuovo parere negativo col via libera del Quirinale, che intanto continua a smentire ogni trattativa

ROMA – Anche il Csm sta riflettendo sull´opportunità di dire l´ultima parola sulle intercettazioni. Aggiornando un parere già molto polemico su disposizioni «irragionevoli». Ora le novità del Senato, «le criticità» per usare l´espressione di Napolitano, esigerebbero un nuovo esame. Una decisione che, se fosse confermata dalla presidente della sesta commissione Ezia Maccora, potrebbe risolversi nell´ennesima bocciatura di un ddl che ha sollevato pure le critiche degli editori europei («Ci saranno conseguenze irreversibili»). Al Csm, dove oggi Napolitano parteciperà al plenum per eleggere il nuovo presidente della Cassazione (sarà Ernesto Lupo), si ragiona su un parere la cui valenza sarebbe molto forte, visto che a presiedere il Consiglio e a dare il via libera alle relazioni è il capo dello Stato nella veste di presidente del Csm. Nel momento in cui il centrodestra “assedia” il Quirinale per sapere quali sono i punti critici e ottenere il via libera alle modifiche, il parere del Csm verrebbe letto come il “verbo” di Napolitano.
Proprio il Colle è al centro delle pressioni dei berlusconiani per uscire dal pasticcio della legge-bavaglio. Tant´è che dallo stretto giro del Cavaliere ieri veniva dato per certo che Napolitano, dopo un colloquio con Gianni Letta, avesse dato il via libera agli emendamenti. Pronti al punto da essere presentati oggi durante un seminario sulle intercettazioni dell´associazione “Viene prima l´articolo 15” del pidiellino Gaetano Quagliariello. Ma dal Colle piovono solo smentite. Si ribadisce che i «punti critici» nel ddl ci sono e sono stati ribaditi in commissione Giustizia, ma al Quirinale spetta solo il giudizio finale. Un no secco a qualsiasi trattativa che trasformi il presidente in una sorta di anomalo co-autore del ddl sulle intercettazioni.
Il Pdl lo cambia, che fanno i finiani, si rinvia a settembre? Ecco le domande. Per certo le modifiche ancora non ci sono e la legge per ora va avanti. La Fnsi conferma la giornata di silenzio di venerdì visto che, dice il segretario Franco Siddi, «non c´è nessuna novità per sospenderla». Ma Valigia Blu insiste sull´appello a fermarsi e da ieri si associa il webmagazine di area finiana Farefuturo.
Il destino del ddl è legata al futuro dei rapporti premier-Fini. Che ieri diceva ai suoi: «Calma. Aspettiamo le prossime mosse di Berlusconi che saranno imminenti». Comunque oggi, nella commissione Giustizia presieduta dalla finiana Giulia Bongiorno, prende il via la discussione generale. Lunedì 12 scade il termine per gli emendamenti. Solo allora si capirà come si muovono i finiani. Che, se il testo resta com´è o se le modifiche di casa Pdl si risolvono in un soft restyling, presenteranno le loro. Per ora Italo Bocchino dice: «Se Berlusconi ascoltasse di più Fini potrebbe risolvere il problema com´è successo per Brancher». Mentre Pier Ferdinando Casini invita il Pdl «ad accantonare il testo per costruire una soluzione condivisa da votare subito dopo l´estate».

la Repubblica del 6 luglio 2010