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"Bersani: «Da sette anni ghe pensa lù. È questa la malattia»", di Sara Bianchi

«Non si può lasciare il paese in questa situazione se la maggioranza non ce la fa, se non ce la fanno, bisogna pensare a qualche altra ipotesi». A dirlo è il segretario del Pd a margine dell’assemblea regionale del partito, a Milano. Pier Luigi Bersani risponde anche all’affermazione del presidente del consiglio che, intervistato dal Tg1, parlando dei problemi del paese ha promesso, in dialetto milanese: «da lunedì ghe pensi mì». «Sono sette anni -dice Bersani- che ghe pensa lù. Questa è la malattia, non la medicina».

Perché l’idea populista, prosegue il segretario «più che risolvere i problemi li suscita». La manovra? «Non sta in piedi – ribadisce Bersani – è ingiusta in modo radicale, se la prende con poliziotti e insegnanti». Ed è anche «improbabile. Con meccanismi di taglio lineare, lotta all’evasione e una crescita così bassa ci porta verso un’ulteriore manovra». Andrebbe dunque cambiata attraverso un dibattito in Parlamento. A Giulio Tremonti, ricorda che lui stesso ha ripianato i buchi di bilancio dei Comuni di Palermo e Catania guidati da «cialtronissimi» del centrodestra. «Come definiamo quel ministro del Tesoro – ha detto Bersani riferendosi all’attacco di Tremonti contro le Regioni del Sud incapaci, a suo parere, di spendere i fondi Ue – che ha preso soldi per gli investimenti nel Mezzogiorno e li ha dati ai cialtronissimi di Catania e Palermo per ripianare dei buchi di bilancio mentre tutti gli altri Comuni d’Italia, a cominciare da quelli virtuosi, li ha messi nei guai?».

Poi detta le regole del cambiamento: mettere in piedi un cantiere di riforme, fiscale, del welfare, della giustizia. Ma la cosa più urgente da fare è una manovra diversa. Come? «Introducendo un’aliquota al 20% sulle rendite finanziarie da immobili con una franchigia sulla prima casa e sui bot, pensare un piano per la razionalizzazione delle spese con programmi di acquisto, bandire gare per le frequenze liberate dal digitale terrestre, bloccare il ponte sullo stretto, promuovere un pachetto di investimenti, approvare misure d’urto su benzina, farmaci, massimo scoperto». Queste sono le proposte del Pd, rimarca il segretario «perchè nessun organo d’informazione ne ha fatto una valutazione?» La colpa non è di Berlusconi, piuttosto «del conformismo». Ma senza discussione pubblica «il paese non trova una strada».

Bersani parla anche di federalismo. «È un tema che prendiamo sul serio», premette. Ma «tagliando 15 miliardi a regioni e enti locali si abbassa la base di partenza». Il rischio, sottolinea è «che il federalismo diventi per qualcuno la via italiana per abbattere le prestazioni sociali». Al governo un avvertimento chiaro: «se buttano per aria il sistema dei comuni non siamo disponibili a sederci al tavolo per parlare di federalismo». Alla Lega l’invito ad accettare uno confronto/scontro vero con l’opposizione «non possono giocare tutte le parti in commedia».

Su Milano e le amministrative del 2011 il segretario Pd rispolvera uno slogan di Walter Veltroni. «Si può» (dal we can obamiano) e quindi «si dovrebbe», perché «Milano deve dare un segno nazionale». Insomma dalla metropoli lombarda dovrebbe partire «una riscossa morale e civile». Expo 2015? «Siamo passati dalla preoccupazione all’allarme». «La preoccupazione su questo è dell’intero Paese: abbiamo buttato via due anni per responsabilità precise tutte del centrodestra. Da Roma, alla regione Lombardia, al comune di Milano, ed è una cosa che non possiamo permetterci».

C’è spazio anche per un richiamo ai suoi, perché il confronto interno avvenga nella dignità della politica. Tanto per chiarire l’idea: «mi chiamo Bersani e sono moderatamente bersaniano». Perciò no a toni autodistruttivi, perchè «se ti stimano prima o poi ti votano».

da www.ilsole24ore.it

"Attenti, siete tutti controllati", di Gialuca Nicoletti

Da cattivi della rete a difensori della privacy: gli hacker contro i tanti “Grandi fratelli”

Gli hacker italiani si sono dati appuntamento a Roma per ricordare a noi, semplici forzati digitali, di essere tutti quanti sorvegliati da un «grande fratello». È il tredicesimo anno che un «Hackit» fa il punto sui principi sacri del tecno attivismo in rete. Dopo dieci anni il punto di raccolta dell’hackmeeting italiano è ancora Roma, e non per un caso. Un paio di mesi fa fu annunciata l’inaugurazione di «Sala Sistema Roma», una centrale che permetteva il controllo on line di tutte le 5000 telecamere accese nelle vie della Capitale, comprese quelle montate sugli autobus. Un vero e proprio sistema di sorveglianza telematico, proposto per la prevenzione dei crimini attraverso l’individuazione di «comportamenti anomali». Un «cervellone» che dovrebbe contribuire alla sicurezza, capace persino di individuare un singolo individuo e seguirne il percorso attraverso la città.

Secondo il manifesto degli hackers questo in realtà sarebbe: «solo tipico delle aree di prigionia o di guerra, una cittadinanza sotto controllo perde la coscienza del proprio diritto alla privacy…». Per studiare il contrattacco gli hackers si sono così accampati per tre giorni tra le frasche del centro sociale «La Torre», nella zona di Ponte Mammolo. Fanno seminari sulla programmazione, sull’autocostruzione di pale eoliche, si riuniscono all’aperto nel «lan space» sotto a una tettoia, accanto a quello che era un vecchio rudere di una fattoria. Sono la generazione che si sta facendo in questo momento le domande più realistiche sull’evoluzione della cultura digitale, rappresentano loro malgrado una sorte di classe sacerdotale che ancora crede fermamente nei principi fondamentali della condivisione dei saperi, del software aperto, al rispetto del diritto di ogni individuo ad usufruire di Internet senza che questo rappresenti una trappola per la sua privacy.

L’inconsapevolezza generale di essere controllati è il punto dolente che gli hacker riuniti hanno scelto come argomento del loro incontro annuale Tre giorni di incontri e seminari per lanciare l’allarme: «Telecamere, carte magnetiche, telefonini e social network – denunciano gli hacker – monitorano ogni aspetto della nostra vita e la registrano. Spostamenti, consumi, abitudini, conversazioni: tutto viene osservato, indicizzato, catalogato. I grandi fratelli sono tanti, sono ovunque e hanno mille facce». Hackit è l’antitesi invisibile agli Italiani stregati da Facebook, ancor più ai cyber fighetti della patinatissima generazione iPhone; i ragazzi in maglietta nera sotto le piante di fico accrocchiano cavetti e antenne alle loro macchinette da pochi soldi, ma tutte ben carrozzate Linux e capaci di far prodigi. Praticano artigianalmente la passione per lo scardinamento della tecnologia intesa come un bene proprietario, quindi usabile da pochi per controllare molti.

La chiave estetica comune è proprio il disprezzo per il feticismo del design a scapito della duttilità dell’oggetto tecnologico. Claudyus mi fa vedere come stia programmando un sofisticato sistema di controllo per una macchina per uso domestico che permette la modellazione di oggetti a 3d, che possono essere inviati come fossero dei fax. L’hardware assomiglia a una sorta di meccano per adulti e l’ha progettato un americano, lui interviene sul software e magari, anche grazie al suo lavoro, domani potremo scambiarci da casa nostra rappresentazioni tridimensionali come oggi ci scambiamo foto o brani musicali. Un gruppo dell’hacktivism romano illustra una mappa dove si dimostra che la rete libera e disponibile per tutti in Italia è un’utopia solo perché così si vuole che sia: «Ninux» se la sono costruita loro, antenna dopo antenna, è una rete comunitaria che fornisce connessione wireless libera, senza scopi di lucro, e nel rispetto della filosofia open source. Si stanno espandendo soprattutto nelle zone del Prenestino e del Pigneto.

Loro ancora ci provano a usare Internet come fosse il fantastico regno dell’Utopia, forse proprio da loro può arrivarci, tra chi lancia anatemi e chi dalla rete è stato stregato, l’allarme più verosimile a tenere alta la guardia pur non negandoci di vivere in pieno il nostro diritto ad essere digitali.

da www.lastampa.it

"Violenza sulle donne «Io minacciata di morte»", di Mariagrazia Gerina

Maria è una donna di quarantacinque anni con due figlie ormai grandi. La chiameremo così, come una delle due vittime di Gaetano De Carlo, il “serial killer” dello stalking delle cronache di questi ultimi giorni. La sorte che ha riservato alle sue ex è l’incubo delle donne perseguitate da uomini violenti. L’incubo di poter essere la prossima.

Maria lo scorso aprile si è decisa. Ha trovato la forza di reagire. Si è rivolta al questore della sua città perché fermasse l’ex marito che le stava, e le sta, rendendo la vita un inferno. Voleva mettere fine a quella sensazione di non avere scampo, che ti bracca ancora quando per fuggire ti sei lasciata alle spalle tutto. Finora, non ha ancora avuto risposta. E sono passati più di due mesi. Due mesi di paura. Una sentimento con cui Maria convive da quando ha sposato l’uomo che ora la perseguita. La prima cosa che Maria ha cercato di lasciarsi alle spalle nel tentativo di mettersi in salvo è stato il suo matrimonio, fin dall’inizio una giostra di minacce, prima psicologiche, poi anche fisiche, a cui magari seguivano i mazzi di fiori. È andata avanti così per anni. Poi, quando le figlie sono cresciute, Maria ha trovato il coraggio di rompere.

Ma lui non si rassegnava, l’idea della separazione gli era inaccettabile. In quel momento, quando Maria ha cercato di riprendersi la sua vita, è iniziato lo stalking: «Il telefono squillava nel cuore della notte, mi cercava ovunque, mi aspettava sotto casa, all’uscita dal lavoro».

Per sfuggirgli Maria le ha provate tutte. «Ho cambiato cinque volte il numero di cellulare. Ho cambiato anche casa perché le telefonate notturne continuavano». A più di quarant’anni, in cerca di rifugio, è tornata per un po’ a vivere dalla madre. Non è bastato. «È venuto a cercarmi anche al lavoro. Ne ho trovato un altro, ma le minacce sono continuate». Di pari passo col progredire della causa di separazione. Un vero e proprio detonatore per la furia dell’ex.

«Se continui ad andare dall’avvocato, t’ammazzo». Quando ha sentito quella frase Maria ha capito davvero cos’era la paura con cui viveva da vent’anni. Non arrivava all’improvviso. Prima c’erano state altre minacce e botte. Ma Maria non si è scoraggiata. Anche perché nel frattempo, rivolgendosi al Telefono Rosa, aveva trovato sostegno psicologico e legale.
Ha denunciato gli episodi di lesioni e percosse. E poi seguendo il percorso tracciato dalla legge sullo stalking, si è rivolta al questore. Rassicurata dal meccanismo previsto dalla norma. Le è stato spiegato che, ancor prima ancora di sporgere denuncia (cosa che lei aveva già fatto) avrebbe potuto presentare la richiesta di protezione e ottenere un ammonimento formale da parte del questore. Se l’avesse saputo prima si sarebbe evitata tanti momenti di paura.

La lista delle cose che attraverso l’ammonimento possono essere interdette a uno stalker nel tentativo di arginare la furia che lo spinge a devastare la vita della sua vittima è lunga: sostare sotto casa della donna, o di telefonarle, o di presentarsi davanti al suo luogo di lavoro. E se l’uomo trasgredisce uno solo dei divieti sanciti dal questore a quel punto può scattare l’arresto.
È questa, come fu spiegato a Maria, la filosofia della legge: mettere di fronte al potenziale carnefice un percorso a ostacoli per impedirgli di nuocere e, in questo modo, “liberare” una donna che altrimenti non avrebbe avuto la forza di reagire perché paralizzata dalla paura.

Maria l’aveva capita alla perfezione questa filosofia quando, lo scorso aprile, ha fatto appello al questore. Lei la denuncia l’aveva già fatta e, pensava, c’era un motivo in più per intervenire rapidamente. Ha presentato (corredata delle mail e dei messaggi che provavano l’ossessione dell’ex marito) un’istanza di ammonimento. Ha anche aggiunto, come documentazione, copia delle denunce per molestie e per minacce presentate quando il matrimonio era ancora formalmente in piedi e dopo la separazione. Sono passati due mesi e Maria attende ancora risposta.

da www.unita.it

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«Ecco come tagli e burocrazia lasciano le donne senza difesa», di Mariagrazia Gerina

Le segnalazioni aumentano, ma i tempi di risposta di polizia e magistratura si allungano. Giardullo (Silp Cgil) «Chi dice che si può tagliare garantendo comunque la sicurezza mente»

Donne che hanno paura di fare la stessa fine delle donne uccise dallo stalker seriale. Figli che hanno paura per le proprie madri: «Non ce la faccio più a vedere mio padre, il suo ex marito, che la tormenta ». Persino una anziana donna che a 79 anni vive nel terrore dell’ex marito di 83. Il Telefono Rosa in questi giorni squilla in continuo. L’ultima richiesta di aiuto arriva da una ragazza che ha troppa paura di restare a casa sua. E chiede di essere accolta in una abitazione protetta. La cronaca che ogni giorno sforna nuove morti funziona come un campanello d’allarme. A marzo, a un anno dall’entrata in vigore della legge le denunce erano già più di 7mila. E poi c’è l’estate: «Le amiche partono, i vicini di casa anche e le vittime di stalking si ritrovano più isolate che mai», spiega la presidentessa di Telefono Rosa Gabriella Moscatelli. Il primo consiglio per le vittime di stalking che vedono a rischio la loro incolumità è chiedere l’intervento immediato del questore. Uno strumento che permette di bloccare subito il molestatore, senza attendere che l’escalation raggiunga gli esiti più drammatici, Utilissimo, a patto che venga applicato inmodo tempestivo. «Così avveniva all’inizio», racconta Eugenia Scognamiglio, avvocatessa di Telefono Rosa. Istanze esaminate in pochi giorni, risposte immediate. «Adesso invece le istanze sono aumentate e anche i tempi di risposta, arrivati fino a 3-4 mesi». Un’attesa infernale per una donna che vive una situazione di estremo disagio e di rischio. La disponibilità da parte delle forze di polizia non c’entra: le domande sono tante e probabilmente il personale a disposizione è troppo poco, spiegano le associazione. «A Roma, per esempio, abbiamo fatto un grande lavoro di sensibilizzazione insieme alla Squadra Mobile», ricorda Anna Baldry, di Differenza Donna, responsabile dello sportello anti- stalking istituito nel 2007 prima ancora che entrasse in vigore la legge, che ha allargato ulteriormente il margine di intervento delle forze di polizia. Fondamentale non solo nel caso in cui la donna non abbia ancora sporto denuncia ma anche per affrontare il lungo periodo che intercorre eventualmente tra la notizia di reato e il giudizio. Tanto più che i giudici, che pure potrebbero adottare misure cautelari a difesa della donna spesso – sottolinea Baldry – scontano una mancanza di «strumenti adeguati alla valutazione del rischio». Il punto è che anche il questore per firmare l’ammonimento ha bisogno che venga esaminata la raccolta dei fatti e questo richiede tempo e personale. Lo sportello Anti-stalking ha anche creato una «Agendalba» per guidare le donne nella raccolta di tutti i dati che possano essere utili alla loro causa. Ma il problema resta. «Quando si riduce il personale, i mezzi, le ore di straordinario è evidente che diminuiscano le capacità di contrasto anche in un campo sensibile come il contrasto alla violenza », rilancia la denuncia delle associazioni Claudio Giardullo, del Silp Cgil: «Chi racconta al paese che si possono mantenere gli stessi livelli di sicurezza in presenza di una riduzione della spesa dice il falso».

da L’Unità

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«Per la Cassazione non è reato maltrattare una moglie forte», di Mariagrazia Gerina
Non basta subire «continue ingiurie, minacce e percosse» dal proprio marito.Nonbasta essere «scossa, esasperata» dal suo comportamento. La donna, per essere considerata vittima di maltrattamenti, deve rispettare per intero il cliché, ovvero deve mostrarsi debole e indifesa.
Se invece, come Roberta B., ti mostri forte, reagisci, provi a tenere testa a tuo marito, allora anche botte e minacce possono essere derubricate a «tensione tra coniugi». E il coniuge può essere mandato assolto.
Lo ha deciso la Cassazione, concedendo l’assoluzione a Sandro F., il marito di Roberta B., già condannato in primo grado dal tribunale di Sondrio nel settembre 2005, e nell’ottobre del 2007 anche dalla Corte d’appello di Milano, che lo aveva ritenuto colpevole di maltrattamenti ai danni della moglie, condannandolo a 8 mesi di reclusione con le attenuanti generiche.
La Corte d’appello, allora, aveva confermato la sentenza di colpevolezza «sulla base di sue stesse ammissioni, anche se parziali, e sulla testimonianza di medici, conoscenti e certificati medici, da cui si ricava una condotta abituale di sopraffazioni, violenze e offese umilianti, lesive della integrità fisica e morale» della moglie sottoposta a «continue ingiurie, minacce e percosse». Non abbastanza per parlare di maltrattamenti secondo la Cassazione che ha accolto la tesi difensiva di Sandro F.. L’uomo ha spiegato che sua moglie è di «carattere forte», «per sua stessa ammissione», e per di più non «era intimorita dalla sua condotta». I giudici quindi si erano sbagliati a condannarlo perché avevano «scambiato per sopraffazione esercitata dall’imputato» quello che era solo «un clima di tensione fra coniugi». La Cassazione gli ha dato ragione.
I fatti «incriminati» in questa vicenda- spiega la sentenza n.25138 della sesta sezione penale – «appaiono risolversi in alcuni limitati episodi di ingiurie, minacce e percosse nell’arco di tre anni (per i quali la moglie ha rimesso la querela)». Mentre «perché sussista il reato di maltrattamenti in famiglia occorre che sia accertata una condotta abitualmente lesiva della integrità fisica e del patrimonio morale della persona offesa che, a causa di ciò, versa in una condizione di sofferenza».
Un identikit che non concide con il profilo di Roberta B., secondo i supremi giudici. Tanto più che «la condizione psicologica» della donna «per nulla intimorita dal comportamento del marito, era solo quella diuna persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente», scrivono riprendendo la tesi difensiva del marito. «Sentenza vergognosa, un’offesa alle vittime di violenza», replica Telefono Rosa. Il maschilismo è duro a morire anche nei tribunali, attacca Rosy Bindi.
Mentre il ministro Mara Carfagna si dice «amareggiata per la miopia dei giudici».

da L’Unità del 3 luglio 2010

«Federalismo: avanti piano», di Gilberto Muraro

La Relazione sul federalismo è una positiva prova politica, offre un’importante documentazione contabile, contiene qualche proposta convincente come il passaggio alla finanza comunale delle imposte sui trasferimenti immobiliari. Inatteso e stupefacente il richiamo agli studi di settore, ma se ne potrà discutere. Sarebbe stata utile maggiore attenzione al rapporto tra norme e comportamenti, che è il punto debole della finanza pubblica italiana. Manca soprattutto ogni ipotesi su come rimediare alla irresponsabile abolizione dell’Ici sulla prima casa.

La Relazione sul federalismo fiscale approvata dal governo il 30 giugno dimostra innanzitutto che la riforma va avanti. Dopo l’importante devoluzione demaniale dei mesi scorsi, un evento che rafforza le capacità operative delle buone amministrazioni periferiche ben al di là dei 3,2 miliardi di euro che nella valutazione della Corte dei conti rappresenta il valore degli immobili devoluti, la Relazione zittisce chi dava il federalismo già defunto sotto il peso della manovra correttiva in discussione al Parlamento. Per quanto dura e ingiusta possa essere giudicata tale manovra, che ha ridotto Regioni ed enti locali a lottare per la sopravvivenza, l’idea di potersi sottrarre in futuro allo strangolamento centralistico grazie a una maggiore autonomia, non aggrava certo la situazione e semmai aiuta a sopportarla meglio.

I COSTI DEL FEDERALISMO
La Relazione è stata anche l’occasione giusta per ribadire che il federalismo fiscale, basato su costi standard, per definizione non può aumentare la spesa storica, che è inquinata da inefficienze e corruzioni . Ma sarebbe stato bene avvertire che ciò vale a due condizioni.
La prima è la parità di servizi erogati. In molte aree del Sud, lo spreco sul singolo servizio si accompagna a un’offerta complessiva di servizi essenziali molto carente. È quindi possibile in astratto che il riequilibrio dell’offerta, sia pure con maggiore efficienza, implichi più spesa; ma questo sarebbe un risultato molto positivo del federalismo, che sarebbe dunque riuscito a elevare la qualità della vita pubblica al Sud. L’avvertimento sarebbe servito anche a mitigare l’attesa, alimentata dalla Lega, di enormi e immediati risparmi in Meridione e quindi di ben maggiori risorse trattenute al Nord. Il fatto che negli enti periferici al Sud lo spreco si accompagni a una spesa complessiva non più elevata rispetto al Nord, fa capire che non c’è grasso che coli e che le inefficienze sono oggi pagate soprattutto dai cittadini del Sud sotto forma di minori servizi.
La seconda e ovvia condizione per non avere maggiore spesa è che si riesca a ridurre al centro il costo per le competenze passate alla periferia. Contro la duplicazione dei costi la legge delega contiene comandamenti ripetuti e solenni; ma altrettanto facevano precedenti norme, tranquillamente disattese, come insegna il decentramento di Bassanini del 1997-99.

IL CALCOLO DEI FABBISOGNI STANDARD
La Relazione regala poi al paese un quadro di finanza pubblica aggiornato e, per quanto possibile, affidabile, che sarà un riferimento importante per il dibattito politico e gli studi. Avere trovato in periferia una contabilità pubblica disastrata, con dati carenti e incomparabili, aumenta il merito della commissione Antonini, ma al contempo avverte che le tante norme di coordinamento contabile già vigenti e le obbligatorie verifiche dei revisori non sono bastate a liberare i conti dall’anarchia e dal mendacio.
Su questo tema centrale della finanza pubblica italiana – il rapporto tra norme e comportamenti – la Relazione poteva essere più attenta, sia nella ricostruzione del passato che nel disegno del futuro. Perché ciò che di solito caratterizza in peggio il quadro italiano nei confronti internazionali non è il contenuto della legge, ma la sua attuazione. In particolare, questa debolezza analitica si fa sentire quando il fallimento di precedenti tentativi di determinare il fabbisogno standard con formule semplici e calate dall’alto – caso più noto, il decreto legislativo 56/2000 sul federalismo sanitario – è assunto come ragione sufficiente per cambiare approccio: non si riesce a non evocare la storia del pittore che cambiava pennello quando era finito il colore. Attendiamo comunque di approfondire il nuovo approccio, arrivato come il classico coniglio dal cilindro, che punta a determinazioni analitiche e condivise, individuate con l’aiuto della Sose, la società pubblica che gestisce con elevata competenza gli studi di settore in campo fiscale (anche se prova non meno positiva aveva dato il disciolto Isae che nella finanza pubblica potrebbe vantare ben maggiori competenze).

LE ENTRATE COMUNALI
Un cenno, infine, alle entrate comunali. Molto positiva l’idea di passare alla finanza locale, creando un fondo perequativo, le imposte sui trasferimenti immobiliari. Piace meno l’idea di trasformare in cedolare secca locale l’attuale tassazione Irpef su edifici locati e seconde case: ne sarà indebolita la già debole funzione perequativa dell’imposta personale progressiva e ne sarà appesantita la gestione tributaria locale che dovrà misurarsi con problemi di accertamento del reddito effettivo, mentre è illusorio che per questa via si stanerà l’evasione (il comune è già fortemente incentivato a portare alla luce imponibile nascosto, senza grandi risultati). Ma non si tratta di un problema cruciale.
Ben maggiore è il vizio strutturale con cui è costretto a nascere il federalismo fiscale italiano dopo la soppressione dell’Ici sulla prima casa. Non si tratta tanto dei 3,3 miliardi di gettito in gioco, ma della dissociazione, per molti cittadini, tra beneficio della spesa e onere dell’imposta, la cui compresenza nella testa di ciascun elettore è il pilastro della cultura federalista. Ho recentemente riesumato una mia vecchia proposta al riguardo, riprendendo l’idea della tassa francese sull’abitazione che era stata recepita nel Libro bianco di Giulio Tremonti del 1994 e che a maggior ragione appare oggi valida. Ma sembra che occorrerà toccare con mano i guai della irresponsabile abolizione dell’Ici prima di provvedere.

RELAZIONE DEL MINISTRO TREMONTI SUL FEDERALISMO FISCALE

da www.lavoce.info

"Napolitano: «Nella ricerca è il futuro dell’Europa»", di Marcella Ciarnelli

Ricerca e università. Il futuro dell’Europa è nella valorizzazione di coloro che spendono la propria intelligenza e l’impegno di una vita in questi due importanti settori. Il presidente della Repubblica, nel videomessaggio che ha inaugurato il Meeting europeo dedicato alla ricerca e all’innovazione scientifica, l’Esof, che ha preso il via ieri a Torino, è tornato su un tema a lui molto caro e per cui si è anche speso, a proposito della manovra economica, chiedendo che i tagli, pur necessari, non colpiscano settori vitali quali per il presidente sono l’università e la ricerca. Ed ha insistito sull’impegno di valorizzare i talenti per far procedere il cammino dell’Europa intesa «come soggetto politico unitario e non semplicemente un insieme di Stati-nazione ».
Il capo dello Stato è partito da una recente affermazione della Cancelliera tedesca, Angela Merkel, a proposito della necessità di sempre maggiori investimenti pubblici nella ricerca e nell’istruzione superiore che non debbono essere frenati anche durante tempi difficili di crisi come quelli che stiamo vivendo. «Istruzione e ricerca sono pilastri della futura sostenibilità della nostra società» aveva detto la Merkel. «Vorrei fare una necessaria aggiunta: della nostra società europea e del modello sociale che la caratterizza. L’Europa, nel suo insieme, non può contare su risorse naturali o su una forza lavoro sottopagata, quindi un capitale umano qualificato e il traino della conoscenza devono costituire le nostre principali risorse ora e in futuro. Questo patrimonio deve essere sviluppato con investimenti provenienti da varie fonti in un contesto di regole favorevoli».

PAZIENZA E IMPEGNO
L’economista Jeffrey Sachs, che ha partecipato al recente al G-20 di Toronto come consulente del segretario generale della Nazioni Unite, BanKiMoon, ha scritto che «i governi devonospiegare e i cittadini devono capire che la sola politica economica sui tempi brevi non può fare molto per creare posti di lavoro stabili e di qualità. Per ottenere questi risultati abbiamo bisogno di buone scuole, di tecnologia avanzata, di infrastrutture adeguate e di iniezioni di capitale privato, tutti fattori che sono il risultato di anni di costanti e continui investimenti, sia pubblici che privati». Lo ricorda Napolitano per affermare che «lo stesso si può dire delle politiche che riguardano ricerca e innovazione: anche loro richiedono un impegno paziente, a lungo termine, a diversi livelli e da parte di attori molteplici».
Ricerca nazionale, dunque. Ma soprattutto ricerca senza confini, europei e internazionali. «L’Europa può fare molto di più e molto meglio se rafforziamo la nostra unità, la nostra integrazione» tenendo ben presente che nessuno può avventurarsi più in un itinerario solitario. Tanto più che «la strategia di una ricerca europea non è in contrasto con la convinzione che l’Europa della scienza debba operare in un contesto cosmopolita». Il saluto ai partecipanti al Meeting si è concluso con il rammarico di «non poter soddisfare la curiosità intellettuale di assistere all’Incontro “Pizza con i professori”, uno scambio informale tra diverse generazioni di scienziati all’insegna di un piatto, ora globale, inventato nella mia città natale, Napoli»

da www.unita.it

«Legge bavaglio» Pd pronto a votare insieme ai finiani

La crisi interna al Pdl e il caos nel governo che deve ancora metabolizzare le polemiche (anche interne) per la nomina del ministro Brancher, stanno spingendo l’opposizione ad accelerare le iniziative per mettere in difficoltà Berlusconi e i suoi. Importante, su questo fronte, le dichiarazioni Pd sul ddl intercettazioni. I democratici sarebbero pronti a votare gli emendamenti che dovessero essere presentati dalla componente finiana, se in grado di migliorare il testo. Lo annuncia il capogruppo alla Camera Dario Franceschini.

«Il gruppo del Pd -spiega- è pronto ad una dura battaglia parlamentare per impedire l’approvazione di una legge che limita la libertà di stampa e pregiudica la possibilità di contrastare con efficacia i reati della criminalità organizzata». «Per questo presenteremo emendamenti in grado di eliminare le parti più pericolose del provvedimento. Ma lavoreremo, come è nostro dovere fare, per limitare i danni prodotti dalle norme introdotte. Anche per questo, sin dai lavori della commissione, potremo votare a favore di quegli emendamenti presentati dai deputati finiani che tendono a migliorare il testo o contenerne i danni».

Il segretario Bersani, dal canto suo, avanza l’ipotesi di “soluzioni alternative” alla maggioranza che attualmente sostiene il governo. ”Non si puo’ lasciare il paese in questa situazione se la maggioranza non ce la fa, se non ce la fanno, bisogna pensare a qualche altra ipotesi”. Questa l’opinione del segretario del Pd Pierluigi Bersani che oggi e’ a Milano dove sta partecipando ai lavori di un’assemblea regionale del partito. Parlando della manovra Bersani ha aggiunto: ”Abbiamo proposto una contro manovra che vale 24 miliardi. Vogliamo discutere di quello che propone il Pd? Insomma, c’e’ un’altra strada quella che sta percorrendo il governo e’ disastrosa, sia per l’equilibrio sociale sia per la crescita del Paese. Discutiamo in modo aperto in parlamento di come cambiare radicalmente questa manovra. Loro vedano come fare: non si puo’ lasciare il Paese in queste condizioni e, ripeto, se non ce la fanno occorre pensare ad altre ipotesi”.

”Il ‘ghe pensi mi’ ci porta contro un muro. Prima o poi di questo dovranno convincersi anche i contraenti di questa maggioranza. Spero che se ne rendano conto prima che poi perche’ sono piuttosto preoccupato per il mio Paese e fino a quel momento le ipotesi restano ipotesi”. Cosi’ Pierluigi Bersani, a Milano, a margine di una riunione dei quadri regionali del Partito Democratico. ”Interlocutore” del segretario del Pd e’ innanzitutto la Lega (”con cui occorre avviare un ‘confronto-scontro”) e poi i finiani che pero’ non vengono nominati esplicitamente nel ”warning” bersaniano. ”Credo che la Lega debba chiarire il senso di quello che sta facendo – spiega Bersani – perche’ in nome di un federalismo che ho definito delle chiacchiere, e di questo passo puo’ diventare anche peggio ovvero della truffa, qui si e’ concesso tutto a Berlusconi e a questo governo. Si sono concesse leggi speciali, insomma di tutto di piu”’. ”Noi questa cosa qui la denunciamo e la Lega lo sappia: noi al federalismo ci teniamo ma la strada e’ totalmente sbagliata – conclude -. E quindi noi siamo in un confronto anche aspro con la Lega per richiamarla alla coerenza: non piu’ continuare a fare tutte le parti in commedia”.

da www.unita.it

«Il Grande centro è rimasto piccolo», di Giovanni Cocconi

Probabilmente consolerà gli ex Margherita pentiti dell’adesione al Pd: anche la nuova creatura di Francesco Rutelli non si sente troppo bene. Ieri il direttivo di Alleanza per l’Italia ha rivolto una «domanda pubblica» all’Udc per sapere se «l’annuncio di un possibile nuovo soggetto politico verrà tradotto in una nuova tappa dell’attuale Udc, o di un suo allargamento sulla base di procedure stabilite dalla stessa Udc, oppure in un processo democratico, partecipato, aperto?».
Tradotto: fate tutto da soli o ci coinvolgete? Qualcosa di meno di un ultimatum, qualcosa di più di un avvertimento.
Sono passati solo nove mesi da quando sia Casini che Rutelli annunciavano la futura nascita di una costituente di centro. «A metà della legislatura» precisava il primo. «Siamo solo il nucleo di un soggetto più largo» spiegava il secondo che non sembrava nemmeno troppo convinto di presentare Api alle regionali. In tanti, già allora, erano scettici sull’esistenza di uno spazio politico per un terzo polo centrista, una Kadima italiana, un rassemblement moderato che – scommettendo sullo scongelamento dei poli – potesse raccogliere anche le supposte velleità politiche di un Luca di Montezemolo e rilanciare le ambizioni di un Gianfranco Fini in rotta con il Pdl.
Da allora, va detto, il bipolarismo muscolare italiano non ha fatto nessun passo avanti. La Lega ha rafforzato la golden share della maggioranza, sulla giustizia è muro contro muro, riforme istituzioni e legge elettorali sono in stallo, i due schieramenti sembrano fare di tutto per rafforzare le posizioni più estreme, i problemi del paese sono ancora tutti lì. I segni di logoramento del centrodestra sono evidenti, ma il big bang non arriva mai, anche perché il progetto del federalismo fiscale per ora garantisce un’assicurazione sulla vita al governo. Eppure, nonostante questo, il Grande centro è rimasto piccolo. Le elezioni non lo hanno rafforzato, anzi. Tutti guardano a Fini perché per il resto non si muove niente, nemmeno nei sondaggi.
Anche la fondazione di Montezemolo non è davvero decollata. E ora si arriva al mezzo avvertimento di Rutelli ai “fratelli” centristi.
Questo dovrebbe dire qualcosa anche ai disillusi del Pd. La sinistra in Europa è un’enorme delusione, il Pd stenta a decollare, ma in questo momento non ci sono vere alternative. Europa lo ha scritto ancora qualche giorno fa, dopo la riunione dei dirigenti della ex Margherita, ufficialmente per approvare il bilancio di un partito ancora giuridicamente vivo: «Al centro non si cresce». Meglio non farsi illusioni.

da www.europaquotidiano.it