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«Così andranno persi i contributi fino al 2013», di Stefano Lepri

Il programma è partito tre anni fa: tardi per correggere la rotta

Sempre la stessa storia, questa dei fondi europei che il Sud spreca? No, non è sempre la stessa storia. Dopo essere migliorata, la capacità di spesa delle regioni meridionali è tornata a peggiorare. Era il medesimo Giulio Tremonti, anni fa, a vantarsi che sotto la sua guida i fondi strutturali del programma europeo 2000-2006 si stavano spendendo tutti. Poi, gli enti locali sono tornati a scegliere progetti o impresentabili o difficili da realizzare. E il Dipartimento per lo sviluppo e la coesione (Dps) che deve coordinare il tutto, in pratica l’erede del vecchio ministero per il Mezzogiorno, oggi non è più sottoposto al ministro dell’Economia, ma al ministro per lo Sviluppo (carica al momento ricoperta ad interim dal presidente del consiglio).

In un modo o nell’altro, si ha la sensazione che la vecchia politica clientelare abbia ripreso il sopravvento. Tremonti stesso non fa questioni di destra e sinistra. Si è interrotto uno sforzo intrapreso a metà degli anni ‘90: inizi sotto il governo Dini, grande impegno con Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro dal 1996 al 1999, continuazione con Tremonti nella legislatura seguente. A metà strada del programma 2007-2013, pare ormai difficile invertire la marcia, cancellando i progetti sbagliati e dirottando i fondi altrove. Negli strumenti scelti c’era già qualcosa che non andava, se i risultati sono stati effimeri? Su dove si sia sbagliato, ferve il dibattito fra politici ed esperti. C’è chi vorrebbe esautorare le Regioni del Sud, c’è chi spera che, buttate impietosamente in mare da un radicale federalismo, imparino a nuotare con le loro gambe e le loro braccia.

«Vedo all’opera un meccanismo perverso, di selezione dei peggiori fra la classe dirigente locale – dice Nicola Rossi, economista e senatore del Pd spesso in polemica con la sua parte politica – perché l’illusione di raccogliere in modo capillare i desideri delle comunità locali, contenuta in norme nazionali ed europee scitte in modo astratto, fa prevalere chi propone di piantare le palme sulla piazza del paese su chi propone progetti seri». Anche nel programma 2000-2006 non tutto era filato liscio, se 14 miliardi di euro non spesi si era dovuto spostarli su altri progetti. Già appena tornato al ministero del 2008 Tremonti si era reso conto delle difficoltà; cosicché è stato prontissimo a decurtare a più riprese il Fondo per le aree sottoutilizzate (Fas, ovvero il contributo italiano ai programmi europei) quando con la crisi è stato necessario trovare risorse per la cassa integrazione.

Fabrizio Barca, il dirigente del ministero dell’Economia che sotto Ciampi aveva guidato la politica per il Mezzogiorno, e che oggi lavora con Tremonti, non condivide – lo ha spiegato in un convegno alla Banca d’Italia – la critica secondo cui sarebbe stato il «localismo» a far impantanare gli sforzi per spendere meglio nel Sud. Secondo lui «già dalla fine del 1999 il consenso politico attorno alla nuova strategia era venuto meno» e tornavano a riaffacciarsi i vecchi vizi. Secondo Barca, «come spiegare altrimenti la pressione sul presidente della Regione Campania Antonio Bassolino da parte dei vertici nazionali del proprio partito affinché rinunziasse a «liberare la sanità dal controllo asfissiante dei vecchi notabilati» (come descrive in un articolo mai smentito l’on. Isaia Sales?) Come spiegare l’assenza assoluta di qualunque dibattito quando, nel 2003, il viceministro Gianfranco Miccichè comminò dure sanzioni finanziarie alle Regioni – soprattutto a quelle della sua stessa coalizione – che non avevano conseguito gli obiettivi prefissati?».

Però i fondi sprecati di cui si parla non sono che una piccola parte del problema del Mezzogiorno. Anche gli investimenti nazionali arrivano in ritardo o sono inferiori al previsto; e «i sussidi alle imprese sono stati generalmente inefficaci» come ha affermato il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Un recente libro di tre economisti della Banca d’Italia, Luigi Cannari, Marco Magnani e Guido Pellegrini, «Critica della ragione meridionale» espone appunto la tesi fatta propria da Draghi che nel Sud, più che spendere, occorra far funzionare lo Stato, ordine pubblico e istruzione soprattutto.

da www.lastampa.it

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«Giulio, il predicatore anti-meridionalista», di FRANCESCO MERLO

E PERO’ Tremonti non dice che sono tanti piccoli Tremonti questi disperati “cialtroni” del Sud, quasi tutti leader del suo partito e tutti incapaci di programmare, progettare, destinare e spendere. Insomma è giusto ma è facile parlare male del Sud.
È roba vera ma sbracata, in maniche di camicia, più adatta a Brunetta che a Tremonti, il quale sa che non solo l’economia ma anche la retorica è una scienza e non basta un rispettato pulpito per fare una buona predica. Tremonti ammetterà che è invece molto più coraggioso e difficile per qualsiasi meridionale, come per esempio sono io, riconoscere la drammatica verità racchiusa nell’invettiva populista del pur raffinato ministro.
È sicuramente vero che il Meridione somiglia all’isola della Tortuga che nel Seicento viveva di pirateria attiva e passiva. È vero che i suoi governanti sembrano corsari che hanno sì le mani adunche ma sono poi incapaci di amministrare il tesoro. Ma, a parte qualche lodevole eccezione, come per esempio Nichi Vendola che per la Puglia ha speso, e mi pare bene, tutti i fondi allo sviluppo erogati dal 2000 al 2006 (2,6 miliardi di euro), sono del centrodestra i governatori e i sindaci del Sud. E come Tremonti, sono troppo presi dalla difesa delle leggi ad personam, dei lodi Alfano e Brancher, del federalismo comunale, dei corrotti che si sono incrostati sullo Stato come una muffa, per dedicarsi a quella strana e ultima risorsa che si chiama territorio, per coltivare quel sogno antico che è anche nostro, il sogno di tutti i meridionali d’Italia, di un Paese che per tre quarti è Meridione, il sogno di una “grande svolta”, il sogno dello sviluppo: eleganza e buone maniere, nuovi mestieri, sconvolgimento delle gerarchie sociali, rivolgimenti delle mode e degli status symbol, alberghi e parcheggi sotterranei, autostrade a terra e bande larghe in cielo, da poveri a ricchi, da attardati a veloci, dall’indolenza alla nevrosi, dall’immobilismo all’iperattivismo.

Un uomo come Tremonti non può impunemente alzare il ciglio sulla marginalità meridionale che non ha anticorpi, ed esprimersi come il più volgare dei terroni di piazza, con la parola “cialtroni” che non usa per Brancher o per Scajola, e mai si permetterebbe di usare per il suo principale che a reti unificate ieri ha spiegato all’Italia che ora si riposa due giorni e poi “ghe pensi mi”.
Tremonti sa che il Sud è una lama affilata senza manico, un paradiso infernale che facilmente può trasformare i suoi governanti in re Mida lasciandoli tuttavia prigionieri di una povertà che è considerata bellezza quando è scarsamente frequentata dagli uomini, ma che diventa reato non appena si muta in oro, vale a dire paesaggio, progetti, piani regolatori, varianti, metropolitane di superficie, concessioni edilizie e, ovviamente, amici fidatissimi nei posti chiave e consenso elettorale.

La sola “mossa” meridionalista di Tremonti è stata la banca del Sud che sino a questo momento è un’altra fandonia demagogica. Non abbiamo visto il ministro impegnarsi per sradicare l’economia criminale, per lenire la piaga del sommerso, per cacciare dal suo centrodestra i collusi, i complici e gli ignavi. Né gli abbiamo sentito dire che è cialtronesco l’elogio dell’omertà cantato da Dell’Utri
È vero, la maledizione del paradiso abitato dai diavoli è che l’agire, l’intrapresa, l’iniziativa sono sempre farina diabolica mentre l’inazione è sempre essenza paradisiaca ed angelica: nel sud non sanno neppure spendere. Tremonti si rimetta la giacca, restituisca la demagogia a Calderoli, e si batta il petto senza illudersi sui soldi e sul saldo di questo conto. È destinato a pagarlo anche lui.

da www.repubblica.it

«Botta e risposta Scrima-Bastico», di Reginaldo Palermo

Il conflitto fra Cisl-Scuola e Flc-Cgil sembra ormai sempre più fra insabile.

E adesso i due principali sindacati della scuola battibeccano persino per interposta persona: non piace infatti al sindacato di Francesco Scrima la presa di posizione apertamente filo-Cgil assunta dalla senatrice Bastico in merito alla questione dell’utilizzo dei risparmi previsti dall’art. 64 della legge 133 di cui parla la manovra finanziaria.

Come si ricorderà, nei giorni scorsi, il ministro Giulio Tremonti – parlando di fronte a Cisl, Uil, Snals e FGU-Gilda – aveva annunciato che i risparmi sarebbero stati destinati, almeno in parte, a ripristinare gli scatti di anzianità del personale scolastico anziché alla copertura dei debiti pregressi delle scuole, come previsto dall’articolo 8, comma 14, del decreto legge 78.

A conti fatti, però, l’emendamento proposto dal relatore di maggioranza al Senato recita: “La destinazione delle risorse previste dal presente comma è stabilita con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’istruzione dell’università e della ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.”

Un po’ poco, secondo la Bastico che dichiara: “L’emendamento sulla restituzione al personale della scuola del 30% delle risorse tagliate alla scuola dalla legge 133/2008 non è assolutamente soddisfacente e non risponde, a mio avviso, a quanto promesso”. “Non si accenna minimamente – aggiunge Bastico – alla eliminazione della norma che cancella in modo irreversibile il “gradone”, cioè gli scatti di anzianità, per il personale della scuola”. E poi, il passaggio che non piace alla Cisl: “L’emendamento rinvia semplicemente ad una decisione dei due ministri, scalzando completamente la contrattazione sindacale”.

Immediata, e piccata, la replica di Francesco Scrima, segretario generale di Cisl Scuola: “L’emendamento va incontro alle richieste dei sindacati, trova riscontro negli impegni assunti dal ministro dell’Economia ed è l’unica via concretamente percorribile per evitare oggi, e non in un futuro ipotetico, il blocco delle progressioni per anzianità”. “Alla senatrice Bastico – polemizza Scrima – tutto ciò appare ‘insoddisfacente’ e non rispondente a ‘quanto promesso’: affermazione, quest’ultima, con la quale invade impropriamente il campo di un’azione sindacale che non le appartiene e di cui dovrebbe, a nostro avviso, rispettare di più l’autonomia”. Per proseguire con un po’ di veleno ( “Una forza di opposizione ha certo il diritto di ritenere ‘insoddisfacenti’ queste misure, candidandosi a produrne di migliori quando tornerà ad essere maggioranza”) per concludere con una battuta che fa quasi certamente riferimento all’atteggiamento che, secondo lui, ha mantenuto in queste settimane il sindacato di Pantaleo : ”Non ci si chieda di stare alla finestra in attesa di tempi migliori”.

E che la vera polemica sia quella fra Cisl e Cgil lo chiarisce un comunicato dell’ultima ora della Flc: “Vogliamo precise garanzie nella manovra finanziaria, le organizzazioni sindacali devono potere contrattare e non semplicemente esseresentite sulla destinazione della intera quota del 30%”.
E, riferendosi all’incontro dei giorni scorsi fra Tremonti e sindacati, Pantaleo sostiene: “Queste non sono questioniche possono essere risolte attraverso una ‘conviviale’discussione tra alcune sigle sindacali e il Ministro Tremonti durante un incontro di calcio. Servono intese veree non promesse!”.

da Tecnica della scuola

Chi nasce in Italia è italiano

Bersani visita l’Esquilino e inaugura la “festa dei nuovi italiani” voluta dal Forum immigrazione del Pd con un confronto con quattro ragazzi immigrati: “L’immigrazione porta benessere, aiuta la cultura e l’economia dell’Italia”

“Chi nasce in Italia è italiano “: è questo il titolo della “festa per i nuovi italiani”, organizzata dal Forum Immigrazione del Partito democratico in corso a San Giovanni, presso “Il Circolo degli artisti”di Roma dall’ 1 al 4 luglio.

E con questi nuovi italiani è trascorso tutto il pomeriggio di Pier Luigi Bersani, che nel pomeriggio era al quartiere Esquilino, dove ha visitato il Polo Intermundia, di via Bixio, per poi passare allo sportello di orientamento legale di via Galilei ed arrivare ai giardini di Piazza Vittorio. Due ore nel quartiere più multietnico di Roma strumentalizzato dalle destre come luogo di degrado.

Alle 20,30, si è poi recato presso la sede della festa, al Circolo degli artisti, intervistato da Iman Sabbah, giornalista di Rai News, davanti ad una vasta platea di giovani figli di immigrati nel nostro Paese.
L’Esquilino, che Bersani ha visitato rappresenta da anni un laboratorio multiculturale della città di Roma, nonché un quartiere riqualificato grazie alla capacità di mediazione culturale delle precedenti amministrazioni di centro-sinistra.

Durante la visita del Segretario, sono emerse le tante realtà di in un territorio complesso, nel quale siamo riusciti ad integrare insieme le ragioni della legalità con quelle della solidarietà. E la presenza all’Esquilino del dipartimento di Orientalistica della Sapienza e di numerose scuole, luoghi di vera integrazione multiculturale, testimoniano l’importante lavoro compiuto dalle giunte comunali di Rutelli e Veltroni con la società civile.

E proprio parlando con le insegnanti e con gli abitanti del quartiere romano, Bersani ha potuto constatare i guai emersi successivamente con la Giunta Alemanno. In due anni, infatti, sono stati chiusi tutti gli sportelli di presidio sociale presenti sul territorio e sono stati abbandonati alle loro problematiche tutti gli operatori commerciali della zona, gli stessi operatori a cui, in campagna elettorale, Alemanno aveva promesso ordine e disciplina.

Poche ore e pochi chilometri dopo, il Segretario chiudeva la giornata con le “seconde generazioni”, i figli degli immigrati, ma il tema è rimasto sempre lo stesso: governare in modo efficace l’immigrazione e favorire una civile convivenza tra le diverse culture. Bersani ha ascoltato, insieme a Livia Turco, Presidente del Forum Immigrazione del Pd, le testimonianze di diversi ragazzi, figli di immigrati, nati o solo cresciuti nel nostro Paese ed ha risposto alle domande di Iman Sabbah, relative alle proposte del Pd, per affrontare la sfida dell’immigrazione.

Alla domanda bonariamente provocatoria della giornalista che ha detto che in Italia si parla di immigrazione solo in campagna elettorale, Bersani ha ribadito qual è il ruolo del Pd nel nostro Paese: “Credo in un Pd che riconosce le proprie origini, che riconosce uguali dignità a tutte le donne e uomini del mondo. Punto indiscutibile è che bisogna concepire una nuova Italia, che c’è già. Il 10% dei nuovi nati, nascono da immigrati, quindi un grande Partito, per interpretare la società deve affrontare gli eventi in una logica costruttiva- ha detto il Segretario – ed il Pd è stato concepito come il Partito del secolo, non dell’oggi o di ieri.

Dalle testimonianze di quattro ragazzi immigrati, seduti sul palco intorno al Segretario sono emerse le stesse problematiche, nonostante essi abbiano diverse origini e variegate storie familiari. Erano le storie di: una ragazza musulmana figlia di genitori egiziani e nata e cresciuta a Roma; una ragazza di madre italiana e padre slovacco, anche lei nata e cresciuta a Roma; un giovane di origini tunisine, arrivato in Italia a 13 anni ed ora eletto con il Pd in consiglio comunale; una giovane cinese di 32 anni, giunta in Italia a 6 anni e divenuta cittadina italiana solo dopo 26 anni.

I loro racconti di vita sono stati molto colorati e pittoreschi, a tratti anche commoventi, racconti pieni di ironia e dignità. Storie di giovani italiani che hanno evidenziato i grandi e piccoli problemi cui sono dovuti incorrere grazie alla burocrazia italiana, non certo al passo con i problemi di oggi. Il dramma più grande, vissuto con enorme disagio è quello della cittadinanza italiana, che non viene data automaticamente con la nascita in territorio italiano, e neanche dopo tanti anni vissuti in Italia.

Questi giovani, che si sentono italiani a tutti gli effetti, come hanno chiaramente espresso più volte nel corso della serata, arrivati a 18 anni si trovano davanti ad un bivio: o studiano all’università, con grande profitto testimoniato da un tot di esami da sostenere nell’anno o si trovano un lavoro entro 6 mesi (cosa difficile per gli stessi italiani), altrimenti rischiano di ritrovarsi d’un tratto clandestini nello stesso Paese in cui sono nati, o anche solo cresciuti, Paese dove hanno intrecciato amicizie, affetti, amori. Un dramma.

Al termine degli interventi dei giovani, Bersani ha ribadito il pensiero del Pd sul tema, dicendo che è prioritario che il governo italiano sappia rispondere ad una domanda semplice ma fondamentale allo stesso tempo: “Un bimbo figlio di immigrati, che nasce in Italia, chi è? Non è italiano ma non è neanche immigrato. L’Italia deve rispondere. Questo è il punto di partenza di tutto il ragionamento. In Italia ci sono 840000 minori che bisogna tutelare. L’interculturalità è un arricchimento per la società e per la crescita comune”.

“Alla Camera- ha detto Bersani – stiamo cercando di costruire le condizioni, per presentare una proposta di legge seria ed adeguata. Ad ottobre l’Assemblea nazionale del Pd sarà in grado di votare una proposta da portare in Parlamento, per arrivare a un risultato vero, non un risultato di bandiera”.

Il Segretario del Pd ha poi sottolineato come sia fondamentale il ruolo della scuola per favorire l’integrazione e l’apertura mentale delle giovani generazioni. E i tagli alla scuola inferti dal governo, limitano le possibilità di creare convivenza, si limita l’autonomia scolastica, che aiuterebbe invece a gestire le classi come piccole comunità reali.

Bersani, dopo una lunga giornata di impegni per promuovere lo sviluppo e l’equità nella nostra società, ha concluso prendendo spunto dalle parole del Sindaco di New York, Michael Bloomberg: “L’immigrazione porta benessere, gli immigrati sono necessari per risollevare una economia e per arricchirla culturalmente”. Parole che valgono negli USA come in Italia.

Anto P. per www.partitodemocratico.it

«Primi ricorsi al Tar contro il caro pedaggi autostradali», di Nicoletta Cottone

Partono i primi ricorsi contro l’aumento dei pedaggi autostradali. In prima linea il presidente della Provincia di Rieti, Fabio Melilli, e quello della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, che hanno deciso di fare ricorso al Tar contro l’aumento dei pedaggi ai caselli autostradali scattato ieri perchè, per quanto riguarda gli accessi al Grande Raccordo Anulare della Capitale tramite le bretelle gestite dall’Anas, gravano sui cittadini delle province.

Melilli stamattina ha partecipato al casello di Fiano alla protesta dei lavoratori della Sabina, organizzata dal gruppo del Pd al consiglio regionale del Lazio, «contro l’assurdo aumento del pedaggio dei caselli di Fiano e dell’A24». Melilli già ieri, contestando la decisione del presidente dell’Anas Pietro Ciucci, aveva annunciato che insieme alla Provincia di Roma si stava «ricorrendo al Tar perché il decreto del Governo venga annullato, visto che non si può infatti trasformare una tariffa in una tassa e farla per di più pagare anche a coloro che il Raccordo anulare non lo percorrono», a pagare i costi del Gra «saranno solo i cittadini che vengono da fuori Roma» e dunque della province.

Secondo Melilli il Governo, «non avendo la possibilità di installare decine di caselli attorno il Grande raccordo anulare, sceglie di far cassa con i lavoratori delle province che si recano ogni giorno nella Capitale, con il risultato assurdo che pagherà la manutenzione del Gra anche chi per recarsi a Roma non utilizza il raccordo. Una tassa vera e propria per le famiglie sabine che noi riteniamo giuridicamente illegittima»

Da ieri i cittadini che transitano in entrata o in uscita dai nove caselli autostradali intorno alla capitale, pagano quello che l’opposizione ha soprannominato il «balzello di Tremonti», dai 20 centesimi a un euro in più per le auto, fino a 2 euro per i camion.

Protesta anche il Codacons, che parla di «balzelli forfettari, una stangata che potrà raggiungere i 300 euro all’anno». Condivide l’inziativa di Zingaretti e Melilli anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. «Lo devono fare loro perché quei caselli si trovano nel loro territorio». Il primo cittadino della Capitale ha chiesto un emendamento alla manovra «per scaricare le necessità finanziarie non sugli utenti ma sulla società concessionaria che é un monopolio che ha margini molto rilevanti. credo che possa essere disposta una rinegoziazione del contratto».

«Più che fare ricorsi al Tar sarebbe meglio lavorare insieme per migliorare e rettificare alcune norme contenute nella manovra economica», commenta il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Maria Giro.

Il senatore dell’Idv Stefano Pedica, invece, mette a disposizione la tessera che viene data ai parlamentari per avere il pedaggio autostradale gratis. L’Italia dei valori Lazio si sta organizzando per essere presente ai caselli per pagare ai cittadini la «tassa della vergogna».

da www.ilsole24ore.it

«In manovra taglio alle tredicesime di poliziotti, magistrati e insegnanti»,

Dietroifront sui contributi delle pensioni «superiori ai 40 anni», resta comunque la stretta su età

Marcia indietro sui contributi mentre si fa strada l’ipotesi di tagliare le tredicesime di magistrati e forze di polizia, ma anche di ricercatori, insegnanti, professori universitari, diplomatici e prefetti. La norma che agganciava anche il requisito contributivo all’adeguamento Istat sull’aspettativa di vita viene invece soppressa da un emendamento dello stesso presentatore: il relatore, Antonio Azzollini corregge quello che il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, definisce un refuso («Non è stato un refuso ma una retromarcia», sostiene la Cgil).

Resta comunque la stretta sull’età che viene nuovamente fissata al 2015: l’aggiornamento triennale legato alle speranze di vita partirà dal primo gennaio 2015 e non più dal 2016 come era scritto nel precedente emendamento. Insomma «non c’è problema – dice Sacconi – tutto è stato risolto e il testo è ripulito». In serata intanto arriva un nuovo emendamento del relatore a copertura di una nuova norma che prevede di escludere promozioni, straordinari e arretrati dai tagli della pubblica amministrazione. Potrebbero arrivare quindi riduzioni delle tredicesime di una serie di categorie tra cui i poliziotti, i magistrati, i ricercatori e professori universitari, i diplomatici e i prefetti. Novità anche sul fronte farmaci con possibili tagli all’intero settore, comprese quindi le aziende, così come chiedevano i farmacisti. Superato intanto il “refuso” la commissione ha continuato a lavorare ma l’ok finale slitta a lunedì prossimo.

«Una maggioranza politicamente in difficoltà – commenta Paolo Giaretta del Pd – è costretta a rinviare la conclusione dei lavori». Tra le altre novità della giornata quelle relative alla scuola: di fatto per il momento non cambia nulla poi si prevede che attraverso un decreto di natura non regolamentare del ministero dell’Istruzione di concerto con quello dell’Economia e sentite le organizzazioni sindacali, il 30% dei risparmi previsti nella manovra triennale 2008 dal settore scuola e reinvestiti nel comparto verranno “accantonati” nonostante il congelamento triennale 2011-2013 previsto nella manovra e potranno essere anche destinati a scatti di anzianità e progressioni del corpo docente. Novità positiva secondo la Uil. Altre novità si annunciano sul fronte sicurezza: potrebbe essere infatti ripristinata la cosiddetta “mini-naja” per i giovani. Inoltre ci sarebbero anche ritocchi ai limiti del trattamento accessorio e sugli scatti delle forze di sicurezza. Mentre la norma sui certificati verdi, che molti senatori avevano chiesto di cancellate, resta e finanzierà, per due terzi, l’università e la ricerca.

Per quanto riguarda il dibattito sulla manovra da segnalare oggi l’ulteriore presa di posizione del leader degli industriali, Emma Marcegaglia, che torna a chiedere una proroga della Tremonti-ter. Mentre il presidente del Senato, Renato Schifani, dopo un incontro con i Governatori assicura: «per quanto è nel mio ruolo, garantirò un ampio dibattito assicurando ampi spazi di confronto». Ma al momento – dice il realatore – non ci sono novità in vista sui tagli alle Regioni e i governatori continuano ad aspettare una convocazione del premier, Silvio Berlusconi. I senatori Pd lanciano intanto un allarme sui parchi nazionali: con i tagli previsti dalla manovra – sostengono – la metà di quelli italiani dovrà chiudere. Ma il presidente della commissione Ambiente del Senato, Antonio D’Alì, rassicura: «il governo è al lavoro per risolvere la problematica».

da www.lastampa.it

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«La manovra anticipa l’adeguamento delle pensioni alle aspettative di vita», di Claudio Tucci

La manovra spinge l’acceleratore sull’adeguamento dei requisiti per andare in pensione alle aspettative di vita. L’adeguamento dei requisiti anagrafici di pensionamento alle aspettative di vita scatterà nel 2015, come già previsto dalla manovra estiva dello scorso anno, ma la seconda revisione avverrà già dopo un anno, e cioè il 1° gennaio 2016, derogando alla regola generale della revisione triennale.

Cancellato, invece, lo stop al requisito dei 40 di contributi per le pensioni. Sono queste le due novità principali previste dal nuovo emendamento sulle pensioni del relatore, Antonio Azzollini (Pdl), che modifica la sua stessa proposta, dopo il dietrofront chiesto ieri dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi.

Dall’adeguamento triennale dei requisiti di pensionamento all’aspettativa di vita – si legge nella nuova relazione tecnica dell’emendamento – deriveranno risparmi, tra il 2016 e il 2020, pari a circa 4,6 miliardi. Praticamente, 3,2 miliardi in meno rispetto alle stime contenute nella precedente versione dell’emendamento. In calo anche la platea degli “interessati” alle nuove norme: ora, stimati, dal 2011 al 2020, in circa 250-270mila unità, a fronte delle circa 400mila di ieri.

La nuova relazione tecnica evidenzia inoltrecome il combinato disposto dell’intervento sulle finestre mobilì delle pensioni previsto dalla misura originaria e dell’emendamento Azzollini comporti complessivamente una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica sul Pil di circa 0,2 punti percentuali nel 2013, che sale fino allo 0,5% nel 2030 (prima, era stimata in 0,7 per cento), si attesta allo 0,4% fino al 2040, per poi decrescere fino ad annullarsi intorno al 2050.

Resta, invece, in manovra la norma che prevede l’abolizione dell’obbligo del Gestore servizi elettrici (Gse) di riacquisto dei certificati verdi in eccesso. Lo prevede un altro emendamento presentato sempre dal relatore Azzollini. I risparmi, circa 500-600 milioni annui, saranno destinati per due terzi all’università e alla ricerca e per un terzo alla riduzione della bolletta per i consumatori. I criteri e le modalità per la quantificazione dei risparmi e per la riduzione della componente tariffaria A3 saranno stabiliti con decreto del ministro dello Sviluppo economico, di concerto con il ministro dell’Economia, sentita l’Autorità per l’energia elettrica e il gas.

Nel frattempo, la commissione Bilancio del Senato ha terminato i lavori per questa settimana. Sono stati esaminati tutti gli emendamenti e circa l’80% degli accantonamenti riguardano emendamenti del relatore. I lavori della commissione riprenderanno lunedì alle ore 14 e non è esclusa una no-stop notturna per chiudere in tempo per l’approdo in aula previsto martedì pomeriggio, 6 luglio. Ma, secondo quanto riferiscono fonti della maggioranza, il via libera potrebbe arrivare anche nelle prime ore di martedì.

Azzollini ha annunciato che lunedì presenterà altri 2-3 emendamenti, che riguardano forze armate e sanità. Al momento, non è all’ordine del giorno nessuna proposta di proroga della Trementi-ter, scaduta a fine giugno. Per quanto riguarda, invece, i tagli ai magistrati, per i quali il ministro dell’Economia, aveva annunciato un emendamento, il relatore ha spiegato che «è un tema sul tavolo». «Ci sono anche altri temi», ha aggiunto, ricordando, comunque, che per eventuali altri modifiche «c’è sempre anche l’aula».

In serata è trapelata la notizia di possibili tagli per le tredicesime di magistrati, Forze armate, Forze di Polizia, Vigili del Fuoco, professori e ricercatori universitari, personale di carriera prefettizia, personale diplomatico e di carriera dirigenziale penitenziaria. Lo prevederebbe proprio un emendamento di Azzollini, presentato venerdì sera in commissione Bilancio del Senato. La novità viene introdotta a copertura di una nuova norma che prevede di escludere promozioni, straordinari e arretrati dai tagli della pubblica amministrazione previsti in manovra. Questo, si legge nell’emendamento, «al fine di assicurare un risparmio di spesa non inferiore ai risparmi» già previsti dal blocco triennale per il comparto pubblico.

da www.ilsole24ore.it

«L'albero capovolto del federalismo. Più spese locali e meno autonomia impositiva», di Tito Boeri

Dal governo niente sanzioni a chi si indebita e addio taglio delle Province

È STATO un parto difficile, durato ben 14 mesi, il tempo intercorso tra l’approvazione della legge delega sul federalismo fiscale e la consegna alla Camera della Relazione sul Federalismo Fiscale. Eppure non si vedono “importanti passi in avanti”.

Erano stati annunciati da alcuni commentatori, forse spaventati dalle 201 pagine del documento. Ci sono, questo sì, alcuni dati in più sulla contabilità locale, che confermano preoccupazioni diffuse circa lo scarso controllo da parte del centro della spesa locale. Meglio se fossero stati resi pubblici assieme a opportuni correttivi. Molti si chiederanno: com’è possibile che ci si accorga solo ora che la contabilità locale è così disastrata, piena di omissioni (“carenze cognitive” nel linguaggio del rapporto) e di classificazioni arbitrarie? E cosa si vuol fare per riformare norme contabili e controlli dei revisori che hanno permesso questo sfacelo? Il problema è che sin qui il federalismo ha fatto solo aumentare la spesa pubblica. Per rassicurare i mercati, per convincerli che d’ora in poi porterà a risparmi, ci vuole molto di più di vaghe dichiarazioni di principio.

Chi ha rovesciato l’albero e come raddrizzarlo?
La diagnosi della relazione è condivisibile. Il federalismo all’italiana sin qui è stato un “albero storto”. Forse è un giudizio fin troppo lusinghiero. Per usare una metafora celtica, cara perciò a chi detiene il marchio del federalismo in Italia, questo è stato un albero capovolto. Le sue radici (le fonti di finanziamento) cercavano acqua prendendo invece i raggi del sole e la sua chioma (i servizi offerti ai cittadini) era schiacciata verso il terreno, oppressa dall’insostenibile peso del fusto, un’amministrazione pubblica inefficiente perché poco responsabilizzata agli occhi degli elettori, con inutili duplicazioni di funzioni fra diversi livelli di governo.
Per raddrizzare l’albero del federalismo fiscale bisogna perciò 1) ridare autonomia impositiva, dunque radici, alla spesa locale; e, 2) rendere trasparente il legame fra benefici e oneri per i cittadini, fra servizi offerti a livello locale e loro fonti di finanziamento. Serve a permettere un controllo democratico dell’operato di chi ci governa ai vari livelli. I due problemi solo in parte si sovrappongono: dati gli enormi divari territoriali di reddito e di capacità impositiva, in Italia ci saranno sempre trasferimenti perequativi fra diverse giurisdizioni, anche quando le imposte verranno assegnate in modo non ambiguo ai diversi livelli di governo. La Relazione purtroppo non compie alcun passo in avanti su questi aspetti cruciali rispetto alla legge delega. Né si avverte leggendola il segnale di un’inversione di tendenza. Peccato perché nel settennato di Tremonti alla guida della politica economica italiana, l’albero del federalismo è stato ulteriormente stortato-rovesciato: la quota delle entrate tributarie sul totale delle entrate delle amministrazioni locali è calata di ben due punti percentuali dopo l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, mentre la quota di spesa delle amministrazioni locali sul totale della spesa pubblica primaria è salita ulteriormente, dal 33,7 al 34,5 per cento. Se il Governo vuole adesso davvero raddrizzare l’albero e non ha la bacchetta magica di Mago Merlino, dovrà dirci al più presto come intende rimpiazzare l’Ici prima casa e come intende tenere sotto controllo la spesa non coperta, il debito pubblico, che si accumula a livello locale.

Come sostituire l’ICI sulla prima casa?
Come si vede dal grafico, fino al 2008 l’ICI rappresentava la fonte primaria di entrate tributarie comunali ed era, come tale, facilmente percepita dai cittadini come la tassa che finanziava i Comuni. Il fatto è che la casa è un bene per definizione immobile, che perciò non crea conflitti fra giurisdizioni sulla titolarità del gettito. L’ICI aveva anche altri vantaggi. Essendo l’offerta di case poco sensibile alle variazioni di prezzo, può essere tassata con effetti molto meno distorsivi delle tasse sul capitale o sul lavoro. Inoltre l’ICI in Italia è stata storicamente una delle poche tasse che non opera prelievi sul reddito, tartassato e anche per questo fortemente evaso. In un paese che soffre di bassa crescita è molto importante tassare di più i patrimoni e di meno i redditi e, soprattutto, i fattori produttivi. Come propone lo stesso Fondo Monetario, bisognerebbe almeno portarsi al livello di tassazione dei patrimoni degli Stati Uniti. Vorrebbe dire fino a 20 miliardi di entrate aggiuntive che potrebbero essere utilizzate per ridurre le imposte sul lavoro.
La Relazione tuttavia si limita a proporre un “trasferimento ai Comuni dei tributi statali che attualmente insistono sul comparto immobiliare”, vale a dire le tasse sulla riscossione di affitti o sulle rendite catastali sulle seconde case sfitte e i tributi versati sulle compravendite di immobili. Trattandosi di entrate oggi dello Stato, il loro passaggio ai Comuni comporterà necessariamente trasferimenti perequativi tra giurisdizioni. Quindi non ci sarà quel legame diretto tra imposte e servizi locali, premessa di un federalismo responsabile. Preoccupa, inoltre, l’effetto distributivo di questa scelta. Oggi questi redditi vengono tassati con l’Irpef, quindi si tratta di un prelievo che cresce più che proporzionalmente all’aumentare del reddito. Una volta trasferita ai Comuni la titolarità delle entrate, i redditi da affitti percepiti verranno tassati con una imposta proporzionale, a cedolare secca, con la conseguente riduzione delle imposte per chi ha redditi più alti. Si prospetta perciò, più che un raddrizzamento del federalismo storto, un nuovo trasferimento dai ceti medi ai ricchi. Nella relazione si sostiene che questi effetti distributivi indesiderabili verranno compensati dal recupero di base impositiva perché i Comuni avranno maggiori incentivi ad accertare l’evasione e a rivedere i valori catastali. Ma come si legge dalla Relazione Tecnica alla manovra finanziaria, sin qui il declamato coinvolgimento dei Comuni nella lotta all’evasione ha portato nel 2009 a maggiori accertamenti di imposte per soli 6 milioni di euro e a maggiori risorse riscosse per 450mila euro, una somma insufficiente a pagare lo stipendio ad un alto dirigente del Tesoro. Tra l’altro non si vede perché gli incentivi al contrasto dell’evasione dovrebbero diventare più forti passando dall’Ici alla nuova imposta proporzionale, che magari in futuro potrà essere scippata ai Comuni da un Governo desideroso di far cassa.

Come tenere sotto controllo la spesa locale?
Il problema più pressante in questa fase della crisi è comunque quello di tenere sotto controllo la spesa locale, impedendo che i tagli a Regioni e Comuni previsti dalla manovra finanziaria finiscano per far aumentare ulteriormente il debito delle amministrazioni locali. Su questo aspetto la relazione è irresponsabilmente silente. Esistono da tempo vincoli sui saldi di bilancio, contemplati sia nel Patto di Stabilità Interno che nel Patto per la Salute (destinato a contenere la crescita della spesa sanitaria), ma questi vincoli vengono troppe volte disattesi. Chi oggi vuole rilanciare il federalismo ha perciò il dovere di proporre misure che rafforzino le sanzioni nei confronti delle amministrazioni locali che non rispettano i vincoli. Queste sanzioni sono state indebolite permettendo ai Governatori delle Regioni commissariate di essere essi stessi i commissari delle loro Regioni, abolendo cosi il costo politico di una gestione irresponsabile della finanza locale. Bisognerebbe, invece, avere commissari governativi ad acta per le regioni in deficit che ricorrono al “prestito” statale, esautorando di fatto i Governatori. Di più, si potrebbero prevedere altre sanzioni come, ad esempio, il taglio del finanziamento ai partiti della maggioranza locale, sotto la cui reggenza si è consumato lo sforamento.

Le Province
Un primo passo importante nel contenere la spesa delle amministrazioni decentrate e le duplicazioni di funzioni, consiste nell’abolire le Province. Documenti di questo tipo sono ideali per lanciare il cuore oltre l’ostacolo, le resistenze che hanno portato al fallimento di quel pur timido tentativo di ridurre il numero di amministrazioni provinciali compiuto in occasione del varo della Finanziaria. Come si vede dalla tabella pubblicata, l’abolizione delle Province porterebbe a risparmi strutturali dell’ordine di quasi 3 miliardi. Si noti poi che in alcune Regioni, come la Sicilia, i costi del personale delle Province arrivano quasi al 50% delle spese correnti. Come dire che le province in queste regioni servono soprattutto per dare lavoro ai loro dipendenti. Questi enti non hanno alcuna ragione d’essere nel federalismo fiscale.

da www.repubblica.it

«Brancher vacilla: il Pdl lo mette in discussione. Berlusconi occupa le tv», di Natalia Lombardo

«Ghe pensi mi»: un avvertimento a quanti nel Pdl gli remano contro sui tagli e i bavagli. «In Italia la situazione non mi pare precisamente tranquilla, ma da lunedì torno al lavoro su tutti i temi della politica, la manovra finanziaria, la legge sulle intercettazioni e la riforma della giustizia» e, appunto, «come si dice a Milano “ghe pensi mi”. Ci penso io e vedrà che queste cose andranno a buon fine». Silvio Berlusconi lancia un messaggio a reti unificate dalle edizioni principali del Tg1 e del Tg5 delle 20 e al Gr Rai. Messaggio registrato con luci soffuse dal regista Gasparotti a Palazzo Chigi, con stendardi e tanto di statua giunonica sullo sfondo.

Un messaggio quasi in codice che punta a far capire (a Gianfranco Fini) che non si farà piegare, ma semmai tramite Gianni Letta sarà lui a ricucire i rapporti con il Colle accogliendone i rilievi sul ddl intercettazioni. In tv non lo dice, ma a Palazzo Grazioli Berlusconi sbotta: se Fini «non rientra lo caccio». Il premier non vuole «impiccarsi» sulla legge bavaglio (tentato da mollare tutto) o, ma non arretrerà su Lodo Alfano e sulla manovra. Dai Tg Berlusconi lancia un altro avviso alla stampa che, secondo lui, ha travisato le sue gesta in Sudamerica. Qui Berlusconi mostra una certa debolezza nell’esaltare «il tour de force per un giovane di 35 anni come me…», dal Canada al Brasile fino a Panama, per cancellare i racconti stampa di notti folli con ballerine brasiliane di «lap dance» e Dame bianche in aereo di Stato.

Così quella che giovedì (per qualche ora) era stata prevista come conferenza stampa ieri alle 12 si è trasformata nell’uscita in tv con domande concordate. «Più di 33 mila chilometri, più di 43 ore di volo, due visite di Stato, un G8, un G20…», insomma «nessun dissidio ma concretissimi risultati. Ho portato a casa quasi un punto di Pil, circa 15 miliardi di euro». Con un contentino a Bono degli U2 sugli aiuti «alle mamme africane». Il Tg1 di Minzolini apre con l’intervista effettuata da Nicoletta Manzione, con titoli ripresi nel «sottopancia» sul video. Il Tg5 di Mimun maschera il conflitto d’interessi del proprietario dopo un’apertura sui Mondiali e cronaca nera. Ma qui Berlusconi ribadisce: «Quando faccio una cosa mi impegno a fondo».

Silenzio, parla Silvio: ricorda una vecchia pubblicità della pasta, è la parola d’ordine uscita dal lungo vertice a Palazzo Grazioli sulle intercettazioni. Bocche cucite fino alle otto di sera. La giornata è cominciata sotto le nuvole del nuovo strappo col Quirinale, effettuato a freddo da Niccolò Ghedini. Un falco, che ha messo in imbarazzo anche il Guardasigilli Angelino Alfano. I due si sono avvicendati nella riunione con i coordinatori del Pdl La Russa e Verdini, ma non Sandro Bondi, i capigruppo Gasparri e Cicchitto, il vice Quagliariello. Nel vertice Berlusconi, furioso per come Fini ha strapazzato Bondi, ha lanciato un ultimatum al presidente della Camera: «Nessuna resa con il traditore», è la road map. «O rientra nei ranghi o lo caccio dal partito». Avviso poi comunicato da Cicchitto: «O si definiscono i termini della convivenza o è meglio una separazione consensuale» che potrebbe essere definita mercoledì nell’ufficio di presidenza del Pdl. Dal divorzio Fini potrebbe creare un suo partito, dicono i rumors di Montecitorio, ma non è chiaro con chi e con quale forza. E il finiano Bocchino replica: «Mai e poi mai lasceremo il partito che abbiamo costruito».

Verso le cinque arriva a Palazzo Grazioli anche Aldo Brancher, neo ministro del nulla i cui legali fanno sapere che «deciderà all’ultimo momento» se essere presente lunedì al processo che riguarda lui e la moglie. A Via del Plebiscito è stata vagliata l’ipotesi delle dimissioni per evitare il voto sulla mozione di sfiducia l’8 luglio alla Camera: richiesta da Pd e Idv, potrebbero votare sì l’Udc e i finiani. Dal Pdl fanno sapere che «c’è una riflessione in corso», domenica Brancher sarà ad Arcore, convocato anche Calderoli. E proprio dalle divisioni nella Lega viene la pressione per le dimissioni. E non solo. Al Carroccio non è piaciuta affatto la sparata di Ghedini sul Colle. Dopo il Consiglio federale a via Bellerio il capogruppo alla Camera, Regazzoni, manda un messaggio al premier: «Siamo disponibili al dialogo, l’appello di Napolitano è la sintesi più importante a cui attenerci».

Così per la prima volta Silvio comincia a diffidare dell’Umberto…

da www.unita.it