Latest Posts

"Gelmini ha nel mirino di nuovo la scuola media", di G.V.

Nei programmi del ministero dell’ Istruzione c’è anche quello di metter mano alla scuola media. «Se nel nostro paese c’è una dispersione scolastica molto alta, di 10 punti superiore alla media europea, questo – ha osservato Mariastella Gelmini ospite di Radio anch’io – questo ci deve allertare sulla necessità di ripensare il segmento della scuola media. È dimostrato da studi, fatti dal ministero ma anche da alcune fondazioni, che nella scuola media sono state introdotte molte materie ma si è persa di vista l’importanza di discipline fondamentali come l’italiano, la matematica e anche la lingua straniera. E questo – ha concluso il ministro – pone i ragazzi in una condizione di non sufficiente preparazione per poi affrontare le scuole superiori». Sarebbe da credere a Gelmini. Peccato che quel che dice è contraddetto dai fatti. Vuole fare studiare di più alle medie, italiano e le lingue, materie che poi taglia alle superiori. Nel passaggio possono diventare asini. Così sull’università. «Noi abbiamo cominciato a tagliare i corsi di laurea inutile, gli insegnamenti che non hanno ragion d’essere che hanno offerto molte cattedre ma non hanno dato risultati agli studenti. Dobbiamo fare in modo che la laurea non siaunpezzo di carta inutile», ha detto il ministro dell’Istruzione. «Per fare questo occorre fare un ragionamento non legato alla quantità ma al contrario puntare sulla qualità come hanno fatto molti paesi europei, quindi insegnamenti necessari, corsi di laurea che garantiscano un’occupabilità, che in tempi di crisi è fondamentale, preparazione degli insegnanti e apertura ai giovani», ha aggiunto. Anche qui sfugge al ministro la gravità di quel che dice. Insegnamenti «necessari» è una visione da regime della cultura. Le repliche non si sono fatte attendere. «Dopo l’annuncio della ministra Gelmini, alias Crudelia Tremont, di voler mettere mano anche alla riforma della scuola media, dopo averla già massacrata tagliando personale, tempo scuola e materie, un brivido corre lungo la schiena. I livelli di apprendimento degli studenti italiani,come provano tutte le analisi, iniziano una discesa rovinosa proprio dalle medie: e se a 50 anni dalla sua riforma, è necessario sia innovare i modelli didattici per la preadolescenza nella scuola media che intervenire sulla secondaria di primo grado, è altrettanto chiaro che non è il maestro unico in sole 24 ore di scuola, e i tagli indiscriminati fin qui fatti, che aiuteranno gli studenti a raggiungere i necessari livelli di apprendimento della nostra lingua. La scuola azienda gelminiana, che taglia risorse umane e non lascia spazio alla ricerca e all’innovazione didattica, sarà dunque il colpo di grazia al nostro sistema scolastico », ha detto Francesca Puglisi, responsabile scuola Segreteria Pd. «Assolutamente fuori dalla realtà» definisce le dichiarazioni Gelmini la Rete degli studenti. «L’ operazione del ministro – aggiunge – è quella di continuare a nascondere dietro la maschera di una scuola del rigore e del merito, l’unico criterio con cui si è occupata di scuola in questi anni: tagliare e far cassa».

L’Unità 01.07.10

"L'indecenza istituzionale", di Massimo Giannini

I giuristi inglesi dell´800 sostenevano che ci sono solo due modi per governare una società: l´opinione pubblica e la spada. Con l´affondo sulla legge che limita le intercettazioni Silvio Berlusconi li sta pericolosamente sperimentando tutti e due. Impone il bavaglio ai mass-media, per evitare che i cittadini sappiano ciò che si muove dentro e intorno al potere politico. Dispone il blitz in Parlamento, per costringerlo a votare questa legge-vergogna prima della pausa estiva.
Quanto accaduto alla Camera la dice lunga sullo stato di esaltazione e insieme di confusione che anima la maggioranza e il suo leader. C´è un presidente del Consiglio che alterna episodici momenti di ragionevolezza e drammatici sprazzi di dissennatezza. Ieri sono andati in scena i secondi: il premier ha voluto a tutti i costi che la conferenza dei capigruppo di Montecitorio calendarizzasse per il 29 luglio la discussione in aula del testo sulle intercettazioni. E ci è riuscito. Con il risultato, paradossale, che il dibattito sulla legge-bavaglio finirà per intrecciarsi a quello sulla manovra economica. Con buona pace degli appelli del presidente della Repubblica, che aveva invocato senso di responsabilità e aveva chiesto ai partiti di dare la priorità assoluta alla manovra, l´unico tema che sta realmente a cuore agli italiani, e di lasciar perdere le questioni che hanno come unico effetto quello di avvelenare i pozzi del confronto parlamentare e del discorso pubblico. Una mossa pericolosa, dunque. Benzina sul fuoco, alla vigilia della manifestazione contro la legge-bavaglio organizzata oggi in diverse piazze d´Italia.
In questa mossa del premier c´è un profilo di indecenza istituzionale, già ampiamente dimostrata dalle continue provocazioni contro il Quirinale. E c´è un profilo di arroganza politica, già ripetutamente esercitata attraverso i continui attacchi contro i nemici interni della maggioranza e quelli esterni dell´opposizione. Fa bene il Pd, insieme a tutte le forze che si oppongono a questo centrodestra, ad annunciare un Vietnam parlamentare, di fronte all´ennesima forzatura voluta dal capo del governo. Ma stavolta, occorre dirlo, ha fatto male il presidente della Camera ad accettare il diktat dei capigruppo della maggioranza, salvo poi far filtrare a giochi fatti la sua presa di distanza. «Una scelta irragionevole», l´ha definita Gianfranco Fini. Ma se davvero la considerava tale, avrebbe potuto e dovuto evitarla, invece che avallarla. A livello personale Fini incassa un vantaggio: smarcandosi dal Cavaliere nella forma lucra il massimo della rendita mediatica, dandogliela vinta nella sostanza non paga alcun prezzo politico. Ma a livello più generale il calcolo è ben diverso. Il giochino è a somma zero: stavolta non c´è stata alcuna «riduzione del danno» (che il co-fondatore del Pdl dice spesso di perseguire, per arginare i disastri imputabili al fondatore). Stavolta, in questa provocatoria accelerazione puntualmente benedetta da Bossi in nome del sacro federalismo, c´è solo il «danno». E rischiamo di pagarlo tutti.
C´è un profilo di tutela giurisdizionale delle indagini, irrinunciabili in qualunque Stato di diritto. Non c´è da aggiungere altro, rispetto a quanto hanno denunciato durante le audizioni in Commissione giustizia di Montecitorio non solo e non tanto dalle famigerate «toghe rosse» dell´Anm, quanto piuttosto dai magistrati in prima linea. Per esempio Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia: «Il disegno di legge, con le ultime modifiche, ha peggiorato la situazione per quanto riguarda la mafia e il terrorismo, con effetti devastanti sulle indagini… Le intercettazioni ambientali non si potranno più fare nei luoghi privati di dimora perché hanno bisogno, per essere autorizzate, della dimostrazione che in quel posto si sta commettendo un reato: agli inquirenti si chiede una ‘prova diabolica´ impossibile da fornire». Oppure Giovandomenico Lepore, procuratore capo di Napoli: «Le limitazioni alle intercettazioni danneggiano le indagini… Difficilmente, senza le intercettazioni, avremmo potuto capire come si svolgeva il traffico di droga che ci ha appena portato all´arresto di 28 persone nel quartiere San Giovanni a Teduccio». O ancora Rosario Cantelmo, procuratore aggiunto: «In 40 giorni di osservazione sono state documentate 870 azioni di spaccio. Tutto ciò non sarebbe stato possibile con la nuova legge». O infine Antonio Ingroia, procuratore antimafia a Palermo: «Le intercettazioni sono il principale strumento di indagine contro la criminalità mafiosa, economica e politica; oggi l´80% delle indagini si basa su questo strumento… Se il ddl passasse senza modifiche si tornerebbe indietro di 40 anni».
C´è un profilo di tutela costituzionale dei diritti, insopprimibili per qualunque democrazia. Lo sosteniano da settimane, anche attraverso la campagna dei post-it: la legge-bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati. E l´informazione, in questo testo inemendabile, è violata in senso attivo e passivo: la legge-bavaglio nega ai mass media il diritto di informare. In nome di un´idea malintesa della privacy, e con il pretesto della difesa della riservatezza, il centrodestra opera un clamoroso sbilanciamento tra i diritti costituzionali meritevoli di tutela. Lo hanno detto e scritto i più autorevoli giuristi italiani, da Gustavo Zagrebelski a Valerio Onida. Ora lo ripete anche il Garante per la privacy Francesco Pizzetti, nella sua relazione annuale al Parlamento: «Nel ddl sulle intercettazioni si sposta oggettivamente il punto di equilibrio tra libertà di stampa e tutela della riservatezza, tutto a favore della riservatezza, e questo può giustificare che da molte parti si affermi che, così facendo, si pone in pericolo la libertà di stampa». È esattamente quello che pensiamo, al di là di tutte le risibili distorsioni ermeneutiche in cui si sono cimentati i cortigiani del Pdl. Ed è confortante che a ribadirlo sia il presidente di un´Authority, proprio nel momento in cui Berlusconi e il suo «cardinal Mazzarino» (l´immarcescibile Gianni Letta) usano queste istituzioni amministrative indipendenti come «succursali» governative in cui spartire e moltiplicare poltrone, a beneficio della solita «cricca» dei grand commis di regime.
Per tutte queste ragioni, la legge-bavaglio non può e non deve passare, nonostante i colpi di spada del presidente del Consiglio e i suoi dissennati appelli a scioperare contro i giornali. «Un giornalismo onesto e indipendente è la forza più possente che la civiltà moderna abbia sviluppato. Malgrado i suoi errori è indispensabile alla vita delle persone libere. Le frontiere del privilegio costituzionale della stampa sono tanto ampie quanto il pensiero umano…». Lo scrisse un secolo fa Alton Parker, giudice supremo della Corte d´Appello di New York. Un magistrato di enorme spessore, che contribuì a fare grande la democrazia americana. Una «toga» che Berlusconi, oggi, definirebbe senz´altro una «metastasi».

La Repubblica 01.07.10

"Un anno dopo, Viareggo ricorda. Da Berlusconi soltanto silenzio", di Francesco Sangermano

La cosa migliore, forse, sarebbe stato mettere in atto la prima idea. Fare silenzio. E basta. Perché alla fine, da queste parti, ogni 29 del mese è una ferita aperta. E il dolore, invece, è una costante che si rinnova tutti i giorni. A ogni sibilo dei treni che continuano a correre attraverso il cuore della città. I convogli merci vanno più lenti, è vero. E ora c’è perfino il muro di cemento tra la massicciata e via Ponchielli che gli abitanti chiedevano da anni. Ma è troppo tardi. Ci fosse stato un anno fa, forse, non ci sarebbero state 32 vite da piangere e altre decine di esistenze segnate in maniera indelebile.
Viareggio ha ricordato ieri la strage con una manifestazione in cui, come avevano chiesto i parenti delle vittime, i protagonisti sono stati solo e soltanto i cittadini. Dapprima, al mattino, con la cittadinanza italiana conferita a Ibtissam Ayad, la 22enne marocchina unica superstite della sua famiglia che ha così coronato «il sogno di mio padre», e il messaggio del presidente della Repubblica Giorgio
che ha rivolto a lei un pensiero «affettuoso» e uno «commosso» alle 32
vittime e alla città. Alle 20, quindi, con la commemorazione allo stadio
dei Pini, la cerimonia interreligiosa (per ricordare anche i morti di fede
ortodossa e musulmana) e i vari interventi tra cui i comitati delle tante
tragedie (L’Aquila, San Giuliano di Puglia, Linate, il Moby Prince), molte
rimaste ancora senza colpevoli. Eppoi un brano dal “Piccolo Principe” letto dai bambini che andavano a scuola coi piccoli fratelli Luca e Lorenzo Piagentini, morti insieme alla madre nel rogo che ha invece risparmiato il padre (ustionato gravemente) e il terzo figlio Leonardo, uscito miracolosamente dalle macerie della sua casa quasi illeso. Infine con il lungo corteo che, rischiarato da tante piccole luci, si è dipanato per le strade del centro fino a raggiungere via Ponchielli, l’epicentro del dramma. Lì, alle 23.48, un treno è passato fischiando e le sirene delle ambulanze e dei vigili del fuoco si sono azionate contemporaneamente.

LE POLEMICHE “POLITICHE”
Il timore di una nuova “passerella” è quello che i comitati, in primis, hanno voluto fugare. «Chiedono una cerimonia sobria, sono da capire», ha spiegato il sindaco di Viareggio che nei giorni scorsi ha parlato telefonicamente con l’ad di Ferrovie Mauro Moretti e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Silenzio in ogni forma, invece, dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
E così gli interventi istituzionali si sono limitati a un breve testo letto dal primo cittadino, a un messaggio giunto dal presidente del Senato Renato Schifani e alla presenza del vicepresidente della Camera Renzo Lusetti oltreché del presidente della Regione e commissario straordinario Enrico Rossi. Non c’erano, invece, rappresentanti di Ferrovie né del governo.
La loro presenza, nei giorni scorsi, era stata definita “sgradita” da alcuni comitati di cittadini. Una frase che non voleva essere uno sgarbo istituzionale (come qualcuno l’ha voluta etichettare, sì che il
ministro Matteoli ha finito per disertare l’appuntamento adducendo polemicamente la volontà di «alcuni comitati, seppur minoritari») quanto, piuttosto, l’ennesima dimostrazione di rabbia di chi, a un anno dalla tragedia, sa soltanto che ci sono 18 indagati senza nome. Una frase figlia del fatto che tutto è stato causato da un assale usurato, corroso e infine spezzato sotto a un treno merci carico di gpl e che, come ricordano i comitati, «una tragedia simile potrebbe ripetersi di nuovo e ovunque ». Qui, in questo anno, hanno raccolto decine di migliaia di firme per chiedere le dimissioni dell’ad di Ferrovie Mauro Moretti. Lui, per tutta risposta, andò a riferire in Parlamento e definì quanto accaduto «uno spiacevole episodio».L’Unità 30.06.10

"La manovra rallenta i pendolari", di Michele Meta*

Si stanno per abbattere sul trasporto pubblico locale e sul diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini, ingiustificati e irresponsabili tagli che condanneranno senza appello milioni di pendolari a gravissimi disagi e disservizi. Il ministro Matteoli, purtroppo, persevera nell’errore di negare l’evidenza dei 3,5 miliardi di euro di tagli per il Trasporto pubblico locale (Tpl) previsti dalla Manovra, smentendo le stesse denunce dei Governatori e l’allarme lanciato, tra i primi, dal Presidente Formigoni.
Rileviamo che il ministro dei Trasporti, invece di svolgere il suo ruolo e tentare di arginare i danni per la mobilità del Paese, in particolare per quella sostenibile su ferro che produce il 92 per cento in meno di anidride carbonica rispetto alle automobili e l’88 per cento in meno rispetto all’aereo, si preoccupa di altro e scarica sulla congiuntura economica e sulle Regioni la soluzione di problemi non più rinviabili. Questo governo ha smarrito il senso del servizio universale e del dovere di dare risposte ai 13 milioni di pendolari. Tutto ciò è ancor più vero se, per stessa ammissione di Matteoli, l’obiettivo principale dell’esecutivo Berlusconi è quello di «ottimizzare il servizio di trasporto
pubblico» che però, prima di tutto, deve essere garantito a prezzi ragionevoli e secondo criteri di universalità.
È davvero curioso che per il governo Berlusconi i milioni di pendolari italiani, che ogni giorno soffrono disagi e disservizi nel percorso casa-lavoro, non siano un problema a differenza delle richieste e dell’attenzione alle lobby del petrolio piuttosto che alle società di gestione aeroportuale che chiedono un adeguamento delle tariffe, con un aggravio di 3euro a biglietto per i viaggiatori. Un atteggiamento che abbiamo già visto in Parlamento, con la bocciatura da parte del
governo e della maggioranza con un vergognoso voltafaccia, della proposta di legge del Pd di cui ero primo firmatario e che prevedeva l’acquisto dei mille treni per i pendolari attraverso un’addizionale sulla Robin Tax per finanziare un fondo di 300 mln di euro l’anno per 15 anni. Una proposta che introduce semplicemente una tassa di scopo o “ecotassa” a carico dei petrolieri e che abbiamo intenzione di ripresentare nel corso della discussione sulla Manovra. Questo perché riteniamo che una maggiore equità delle misure previste dal Governo sia perseguibile se si interviene anche sul Tpl e sull’acquisto dei treni per il trasporto regionale, rispondendo alle esigenze dei tredici milioni di pendolari e onorando gli impegni del pacchetto clima dell’UE, oltre a introdurre una misura di sviluppo e di investimento che dia ossigeno all’industria ferroviaria del Paese. Auspicando che, almeno in questa
occasione, in Parlamento si liberino dai condizionamenti degli “sceriffi di Nottingham” anche alcune coscienze libere della maggioranza.

* deputato Pd commissione trasporti

L’Unità 30.06.10

Protesta nelle università, il sostegno del Pd

Indispensabile convocare un tavolo che veda assieme l’Assessore regionale all’Università e i Rettori delle quattro sedi universitarie dell’Emilia-Romagna.
Condividiamo e sosteniamo la mobilitazione che tutti i sindacati e le associazioni universitarie hanno promosso per giovedì contro l’iniquità della manovra, che ancora una volta attacca in modo irresponsabile il sistema della conoscenza e del sapere.

E’ quanto dichiarano l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in Commissione istruzione della Camera, e Massimo Milani, docente alla facoltà di Ingegneria di Reggio Emilia e Responsabile del Forum provinciale Università del Pd.

La scure del governo si abbatte sulle retribuzioni e sulle liquidazioni dei dipendenti universitari, in particolare quelli con minore anzianità, e sui contratti a tempo determinato, vale a dire sui giovani di talento per i quali l’unica porta aperta rimane quella della fuga all’estero. Dopo due anni di tagli e di annunci disattesi manca ancora un piano di finanziamento certo e di medio periodo, un programma di vero sostegno a ricerca e didattica universitaria.

Le Università pubbliche in risposta al taglio del 15% del Fondo di Finanziamento Ordinario dovranno penalizzare studenti e famiglie con l’aumento delle tasse, che si attesta in media al 20-25%. Già quest’anno sono state 17 mila le mancate iscrizioni universitarie e questo dato preoccupante è destinato a crescere. Così, mentre aumenterà il divario tra l’Italia e i Paesi dell’OCSE che invece investono nei loro giovani talenti e sul loro sistema universitario, qui da noi imbocchiamo la strada che conduce all’università per pochi.

La mobilitazione promossa dai sindacati e dalle associazioni contro la manovra è anche l’occasione per protestare contro il disegno di legge di riforma dell’università del ministro Gelmini. È, ad esempio, l’occasione affinché tutte le componenti universitarie sostengano la scelta dei ricercatori che, a fronte della cancellazione del loro ruolo e senza reali prospettive di carriera, non assumeranno l’insegnamento di corsi per il prossimo anno accademico. Dopo Ingegneria di Modena, altre Facoltà del nostro Ateneo sembrano orientate a dare pieno sostegno alla protesta dei ricercatori e per non aprire le iscrizioni nell’incertezza su quali corsi potranno essere garantiti, deliberano la sospensione della programmazione didattica. Seguendo, in questo, quanto deciso da Pavia, Napoli Parthenope, Cassino, Politecnico di Bari. A questo punto riteniamo indispensabile la convocazione di un tavolo che veda coinvolti l’Assessore regionale all’Università e i Rettori delle quattro sedi universitarie dell’Emilia-Romagna, per arrivare ad una scelta condivisa sullo stato di agitazione dei ricercatori che tenga conto del dell’attività fino ad oggi da loro garantita e per dare peso ed efficacia all’eventuale sospensione della programmazione anche a livello nazionale.

La "buona politica" possiamo costruirla insieme, di Giuseppe Civati e Davide Imola

«Siete tutti uguali», ci sentiamo ripetere spesso. E noi, invece di offenderci, dovremmo riflettere. E forse fare un passo più in là. Perché la risposta migliore alla provocazione è affermare: «sì, siamo tutti uguali», tutti noi, politici e cittadini. Perché questo è il problema della ‘casta’. Perché nessuno vuole più prendere parte a un rito, ma trovare il proprio modo di partecipare all’insegna del concetto principale: la condivisione. Relazioni e non gerarchie, reti e non piramidi, perché tutti quelli che hanno qualcosa da dire (e si sentono di dirlo) possano farlo.

Allora che cosa si può fare e come?
Uno dei progetti di Oltre – www.andiamooltre.it – riguarda il Codice della Buona Politica, costruito dai militanti e dagli elettori partendo dalle loro esperienze e dalle correzioni di alcune evidenti distorsioni che hanno visto e conosciuto in questi anni. Dall’assemblea nazionale del PD sono arrivati alcuni segnali positivi come l’incompatibilità tra cariche Istituzionali e quelle di partito a livello locale o l’istituzione delle anagrafi patrimoniali degli eletti o, ancora, l’inserimento di un terzo dei segretari di circolo nelle segreterie provinciali. Un bel passo avanti, su cui lavorare ancora.

Comprensibilità del processo, trasparenza e tracciabilità delle decisioni, partecipazione e apertura alla società sono i nostri obiettivi. Non solo regole, però: altrettanto importanti sono lo stile, i comportamenti e le modalità di rapporto tra politica e cittadini. Nell’Italia di Berlusconi e del suo amico Brancher siamo invitati a fare più e meglio, perché è forte il disorientamento e la sfiducia nei confronti delle istituzioni e della politica.

Nei comportamenti della politica sono diventate desuete o hanno perso di valore molte parole che dovrebbero essere alla base di un corretto vivere civile e di un rapporto trasparente tra rappresentanti e rappresentati che fanno parte della stessa comunità, sia essa un partito, un circolo, un comune o l’intero stato: Onestà, Partecipazione, Democrazia, Meritocrazia.

Gli statuti dovranno prevedere l’incompatibilità per doppi o tripli incarichi. Partendo da competenze e curriculum, bisogna garantire un’equa rappresentatività negli organismi direttivi, nonché nelle candidature alle elezioni a qualsiasi livello, di donne, giovani e immigrati. I circoli di base e tematici devono avere, per funzionare, il 50% delle risorse raccolte dal tesseramento e dai rimborsi elettorali. Sono solo poche delle proposte avanzate per provare a rivitalizzare e riempire quelle parole dandogli una concretezza e un senso, facendole diventare i simboli dei comportamenti da tenere in politica.

Chi è interessato può andare sul blog www.buonapolitica-oltre.blogspot.com o sul sito dell’Unità (www.unita.it), lasciare le proprie proposte o votare quelle già presenti, per redigere insieme un manifesto, una sorta di “Codice della Buona Politica”, costruito attraverso la partecipazione di cittadini e militanti che chiederemo di inserire nello Statuto e nel Codice Etico del Pd come degli altri partiti. A noi la politica piace così, credibile fin dai comportamenti e capace di far diventare protagonisti i cittadini.

L’Unità 30.06.10

"La scure su musei e fondazioni. Rischiano tutti un taglio del 50%", di Simonetta Fiori

Incertezza e precarietà minacciano la vita degli istituti culturali, sospesi sotto la scure della Finanziaria. Se non passasse l’emendamento del Partito democratico, che propone di eliminare i tagli o di contenerli entro il 10 per cento contro il dimezzamento previsto da Tremonti, è a rischio la sopravvivenza di musei e fondazioni, rappresentativi della più blasonata ed eterogenea mappa culturale, dal Croce al Gramsci, dallo Sturzo al Basso, dal Giovanni XXIII all’istituto per la storia del movimento di Liberazione. Ancora si ignorano i criteri con cui il ministro Bondi intende salvare o seppellire definitivamente gli istituti, ma secondo una voce circolata sempre più insistentemente nell’associazione che li rappresenta, il criterio potrebbe essere quello di dimezzare fondi del cinquanta per cento per ciascun ente. Un taglio indiscriminato, che provocherebbe molti sommersi e nessun salvato. “Un’ipotesi nefasta”, commenta Lucia Zannino della Fondazione Basso, segretaria generale dell’Associazione degli Istituti Culturali Italiani. “Se dovesse passare questa soluzione, le conseguenze sarebbero molto gravi. Il ridimensionamento rischia di portare molti istituti alla chiusura, con la perdita di un prezioso bagaglio di esperienza accumulato nel tempo”.

Piuttosto nutrito appare il cahier de doleances preparato per il ministro. “Non saremmo più in condizione di partecipare ai programmi e alle reti internazionali”, dice Zannino. “Per i molti istituti che vantano uno straordinario patrimonio archivistico e bibliografico, è inevitabile la limitazione degli orari di apertura al pubblico. Senza contare la riduzione dell’attività di catalogazione e inventario, oltre che dell’acquisizione di nuovi libri, con conseguente peggioramento del servizio”.

Il dimezzamento del 50 per cento, a fronte del taglio del dieci per cento a tutti gli altri comparti, appare “ingiustificatamente punitivo”. “Colpisce inoltre la genericità di un taglio che opera senza distinzioni, mentre si enfatizza l’importanza della valutazione e del merito”, si legge in un documento firmato dalla comunità degli storici italiani. Quel che propongono gli studiosi per il futuro – nell’esile speranza che gli istituti sopravvivano – è “una distribuzione di risorse sulla base della vitalità dei progetti realizzati, che dovrebbero essere valutati a priori e a posteriori da persone competenti”.

Un criterio sui tagli, con l’auspicio che siano fortemente ridotti, è suggerito da Girolamo Arnaldi, insigne medievalista con una lunga esperienza nei beni librari. “Bisognerebbe distinguere le fondazioni che non hanno bisogno dello Stato per sopravvivere, come le pur benemerite Fondazioni Cini o Mondadori, e gli istituti che beneficiano soltanto dei fondi pubblici, come l’Istituto Italiano per la storia antica, l’Istituto per la storia del Risorgimento, l’Istituto storico per il Medioevo e l’Istituto storico per l’Età Moderna e Contemporanea: per questi enti il dimezzamento dei finanziamenti significherebbe la chiusura”. Allo spirito della legge che fissa i finanziamenti, premiando i centri dotati di un patrimonio archivistico e bibliografico, si richiama l’associazione guidata dalla Zannino: “Il ministero potrebbe realizzare anche un monitoraggio delle attività, per valutare chi lavora e chi no: sarebbe l’unico criterio per una scelta rigorosa

La Repubblica 30.06.10