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"Università al collasso Nuova protesta dal 5 al 9", di Roberto Ciccarelli

È forse più di un segnale di nervosismo quello che ha spinto il presidente della Conferenza dei Rettori Enrico Decleva a predire che il 2011 sarà l’anno del collasso dell’università italiana. Il suo è stato un esorcismo per spingere il ministro dell’economia Tremonti ad esprimersi sulle modalità che vorrà scegliere per ripianare il prossimo taglio del 14,7 per cento sul fondo ordinario di finanziamento (Ffo) degli atenei.
Per evitare il disastro il rappresentante dei rettori italiani auspica un’altra meraviglia fiscale come quella con cui quest’anno Tremonti ha detto di avere risolto il problema. Sui 678 milioni di tagli previsti ne ha ripianati 400 con lo scudo fiscale. Quindi, una perdita netta di «soli» 200 milioni. Più che di una meraviglia, si dovrebbe parlare di un rammendo dell’ultimo minuto ad una ferita che sta andando in cancrena. Ma da quando Tremonti cavalca l’imperativo del taglio degli «enti inutili», in particolare quelli che si occupano di cultura conoscenza e formazione, queste invocazioni al suo buon senso marginale, ma in fondo ancora resistente, sembrano talvolta andare a buon fine.
La manovra finanziaria ideata dalla sfinge che presiede via XX settembre vorrebbe rassicurare gli spiriti più inquieti. I tagli subiranno una dilazione al 2015 e saranno ridimensionati a 860 milioni di euro dagli iniziali 1,5 miliardi. Ma se sono questi gli esiti dell’esorcismo che avrebbe dovuto risvegliare una reminiscenza keynesiana nel più convinto profeta della riduzione del «pubblico» che ci sia in Europa, sarebbe allora meglio indirizzare i propri sforzi in direzione di una seduta spiritica.
Il muro di gomma eretto dal novello avatar del verbo tedesco sul rigore di bilancio ha aperto il nuovo fronte della guerra all’intelligenza. Il taglio agli stipendi di tutti i docenti senza recupero Istat dopo il 2013, contrariamente a quanto accadrà nel resto del pubblico impiego. I dati li abbiamo già forniti un mese fa e oggi li ritroviamo su tutti i quotidiani italiani, anche loro increduli davanti ad un simile progetto punitivo. I ricercatori perderanno il 27,6 per cento dello stipendio; un ordinario il 18,9 per cento. Una paurosa cura dimagrante indirettamente proporzionale alle responsabilità che ricoprono nella scala gerarchica. I 25 mila ricercatori saranno trattati peggio dei 17 mila ordinari.
In queste ore qualcuno prega – chissà quanto efficacemente – che gli emendamenti parlamentari ammorbidiscano la proletarizzazione del ceto medio che insegna nelle università in direzione di un impoverimento più dignitoso. In questi casi si dovrebbe evitare di esagerare, ma qualcosa di simile nella storia del neoliberismo si è vista solo nel Cile dopo il golpe di Pinochet, quando alla categoria dei docenti universitari venne riservato lo stesso trattamento. Segnali d’allarme rosso che sono stati raccolti da tutte le sigle dei sindacati e delle associazioni della docenza che, per la seconda volta in poco più di un mese, hanno invitato gli accademici e gli amministrativi all’occupazione «simbolica» dei rettorati il 1 luglio e ad una settimana di mobilitazione dal 5 al 9 luglio.
Rispetto al mese di maggio, la protesta ha assunto un maggiore radicamento. A Torino, uno dei centri più attivi della mobilitazione dei ricercatori che si asterranno dai carichi didattici non obbligatori a partire dal prossimo autunno. L’approvazione del manifesto degli studi che permette l’iscrizione al prossimo anno accademico è stato rinviato ad Economia e Scienze Politiche, mentre non è stato approvato a Scienze della Formazione. Saranno 500 i corsi a saltare, il 70 per cento dei ricercatori ad astenersi e 282 docenti parteciperanno alla protesta.
I consigli di facoltà in questo inizio estate ribollono. A Firenze, le astensioni dei ricercatori sono al 60 per cento. Il preside della facoltà di Architettura, che ha l’obbligo di presentare l’offerta formativa e far partire l’anno accademico, ha deciso di assegnare d’ufficio più di cento cattedre a docenti esterni senza il loro consenso. E senza bandi. Una situazione inedita che si aggiunge allo scandalo permanente di insegnamenti non retribuiti. È probabile che questa soluzione sarà adottata in molti altri atenei per evitare il peggio. Alla Sapienza di Roma, il rettore Frati è arrivato l’altro ieri a minacciare i docenti di Lettere che, come molti altri a Napoli Cassino e altrove, hanno deciso di non fare gli esami di luglio. Dilaga lo sconcerto e la solidarietà tra gli studenti. Ne riparleremo.
Per la prima volta nel mezzo secolo della sua storia repubblicana l’università corre il rischio di restare aperta in agosto. Un altro colpo che la crisi riserva al paese più sonnolento e demoralizzato d’Europa.

Il Manifesto 30.06.10

Brancher: il Pd presenta una mozione di sfiducia, deve dimettersi

Il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, ha annunciato la presentazione di una mozione di sfiducia individuale verso il ministro Aldo Brancher. Non ci sarà un documento unitario di tutte le opposizioni per la riserva dell’Udc ad una iniziativa parlamentare assieme a Idv. La capigruppo di domani mattina deciderà quando calendarizzare la mozione di sfiducia. “La nomina del ministro Aldo Brancher – ha detto Franceschini ai giornalisti al termine di una riunione del direttivo del gruppo del Pd – assume sempre più caratteri oscuri che vanno chiariti fino in fondo. Non basta la rinuncia – ha proseguito – al ricorso al legittimo impedimento, la vicenda resta inqualificabile” per l’assenza di chiarezza sui motivi della nomina, vista l’assenza di deleghe assegnate a Brancher. “Per questo – ha aggiunto Franceschini – persenteremo una mozione di sfiducia individuale. Comincerà subito la raccolta delle firme – ha spiegato Franceschini -. E ci impegneremo affinchè il sostegno sia il più ampio possibile. Se nel frattempo – ha aggiunto il capogruppo del Pd – il ministro Brancher decidesse di dimettersi farebbe un servizio al Paese”. I cronisti hanno quindi chiesto a Franceschini se la mozione sarà unitaria dei gruppi parlamentari di opposizione. “Le mozioni di sfiducia – ha replicato – non le sottoscrivono i gruppi parlamentari, ma i singoli deputati. Noi presentiamo la mozione e poi chiederemo di sottoscriverla al maggior numero di deputati possibile”.

www.deputatipd.it

"Un liceale su tre non sa scrivere in italiano", di Mauro Baudino

Sanno parlare, e bisogna ammettere che quando vanno in tv lo dimostrano non senza petulanza; in compenso, non sanno scrivere. Più della metà degli studenti che l’anno scorso hanno affrontato la maturità sono stati giudicati insufficienti per quanto riguarda le loro competenze linguistiche dagli esperti dell’Invalsi, l’ente che certifica il livello di preparazione dei nostri ragazzi.

Viene pubblicato oggi il rapporto sugli esami di Stato per il secondo ciclo, una ricerca condotta insieme con l’Accademia della Crusca su un campione di 545 studenti elaborato dall’Istat. Il risultato è sconfortante: i temi di italiano risultano «bocciati» per il 36,1 per cento nei licei, per il 69,4 negli istituti tecnici, e per l’87 nei professionali. Se aggiungiamo gli «appena sufficienti», le percentuali nei licei sfiorano l’80 per cento, e nei tecnici e professionali sfondano quota 90.

Ciò non significa che ci sia stata un’ecatombe di bocciati, al contrario. Significa però, come sottolinea con amarezza la professoressa Elena Ugolini, del consiglio di indirizzo dell’Invalsi, che «dopo 13 anni di scuola ci troviamo davanti a ragazzi di un’estrema povertà dal punto di vista linguistico. La mia rabbia è constatare che non siamo riusciti a insegnare loro a scrivere». Quattro erano le aree sulla cui base sono stati giudicati i temi: testuale (cioè la capacità di organizzare e riconoscere un testo), grammaticale, lessicale e ideativa. E quattro restano le aree di competenza su cui si è abbattuta la bocciatura, anche se con qualche differenza fra un corso di studi e l’altro.

Il professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, fa notare che nei licei c’è maggiore correttezza ortografica, ma per fattori sociali e culturali, visto che la lingua parlata si impara in casa propria, o nel proprio ambiente, in modo naturale. Dove è più importante l’insegnamento «esplicito» – un caso potrebbe essere l’uso della punteggiatura – «anche nei licei la padronanza è debole». Tutti questi studenti, però, hanno superato l’esame. Com’è possibile? «Le commissioni di maturità hanno valutato il curriculum scolastico» spiega la professoressa Ugolini, e non è questione di gettare su di esse la croce.

L’indagine Invalsi (da non confondere con la prova che è inserita nell’esame di terza media: si tratta di una ricerca d’altro tipo, che infatti riguarda anche la matematica) ha una logica diversa: verificare la competenza per quanto riguarda l’italiano scritto, e si avvale di contributi specialistici importanti, come quello di Sabatini o del linguista Luca Serianni. Ognuno dei 545 elaborati d’esame, cancellate le correzioni e i giudizi, è stato riesaminato da due diversi insegnanti sulla base di una nuova griglia di valutazione, quella appunto che tiene conto di quattro campi fondamentali. Alla fine tutti i compiti avevano così tre voti: e, come da un mostro con tre teste, è emersa la «spaventosa fotografia».

Ci aiuta a riassumerla la professoressa Daniela Notarbartolo, che ha lavorati su molti di questi temi. Sul piano testuale, un tipico errore è il non andare mai a capo (è vero che gli antichi non se ne preoccupavano granché, ma insomma adesso bisogna farci attenzione); in più i maturandi non sembravano preoccupati dei nessi logici tra un blocco di testo e quello successivo, né dei rimandi interni, con conseguenze deleterie sulla coerenza e la coesione dell’insieme. Trattandosi di una generazione cresciuta col web, con Mac e Windows, espertissima nella grafica, colpisce la scarsa coscienza del fatto che la pagina scritta ha caratteristiche grafiche.

C’è poi l’aspetto grammaticale: a parte gli errori veri e propri (salti di soggetto, concordanze, ambiguità, uso improprio di tempi e modi del verbo o di congiunzioni e avverbi anche banali, come fortunatamente o infatti), la pecca maggiore è nella incapacità di usare il linguaggio in modo flessibile. Un’identica struttura di frase finisce col ripetersi all’infinito, sempre la stessa. Ma non basta. Seri guai si annunciano anche sul piano del lessico: è povero, tanto che molti ragazzi non distinguono fra apportare e asportare, installare e instaurare, transizione e transazione. Al di là delle parole più abituali, c’è un ricorso continuo alle virgolette perché non si trova il termine adatto. Infine, la competenza ideativa: a monte dell’errore più diffuso c’è sostanzialmente la carenza di idee o tesi da esporre e argomentare. Ragion per cui si accumulano periodi a catena senza dare una gerarchia agli argomenti, si divaga, non si conclude.

L’obiezione sorge spontanea: ma perché prendersela tanto con gli studenti visto che di questi errori non hanno certo l’esclusiva, anzi li condividono con una moltitudine di parlanti, italofoni immaginari spesso dotati di grandi e piccoli pulpiti? La riposta è ovvia: proprio per spezzare questo circolo vizioso bisogna riuscire a insegnare finalmente l’italiano. Come scriveva il maestro D’Orta titolando un suo ormai lontano best seller, io speriamo che me la cavo. Al momento non è affatto detto.

La Stampa 30.06.10

"L´anello di congiunzione tra i boss e il cavaliere", di Giuseppe D'Avanzo

Una sentenza ripete per la seconda volta, in appello, una verità tragica: Marcello Dell´Utri, l´uomo che ha accompagnato passo dopo passo, curva dopo curva, tutt´intera l´avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi è stato un amico dei mafiosi, l´anello di un sistema criminale, il facilitatore a Milano degli affari e delle pretese delle “famiglie” di Palermo, prima del 1980. Dei Corleonesi, almeno fino al 1992 quando cadono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Se sarà confermata dal giudizio della Cassazione, è una “verità” tragica perché ricorda quanto le fortune del Cavaliere abbiano incrociato e si siano sovrapposte agli interessi mafiosi e rammenta come – ancora oggi – possa essere vigoroso il potere di ricatto di Cosa Nostra su chi governa, sui soci di Berlusconi, forse sullo stesso capo del governo. È stupefacente, alla luce di queste osservazioni, il vivamaria che minimizza, ridimensiona, sdrammatizza l´esito della sentenza di Palermo. Come naufraghi al legno, ci si aggrappa – uno per tutti, lo spudorato Minzolini retribuito con pubblico denaro – alla riduzione della pena di due anni. Dai nove del primo grado ai sette anni di oggi, contro gli undici chiesti dall´accusa in appello. La decisione della corte conclude infatti che «dal 1992 ad oggi, il fatto (il soccorso offerto da Dell´Utri a Cosa Nostra) non sussiste». Prima di affrontare ciò che la sentenza esclude, è un obbligo esaminare ciò che i giudici confermano.
Per farlo, è utile riproporre, liberato dal groviglio di gerundi, il capo di imputazione che la sentenza approva e punisce. Sono parole così chiare e aspre che saranno accantonate per prime dal dibattito pubblico e dai ministri del culto di Arcore.
Dunque, si legge nel capo di imputazione: Marcello dell´Utri ha «concorso nelle attività dell´associazione di tipo mafioso denominata “Cosa Nostra”, nonché nel perseguimento degli scopi della stessa. Mette a disposizione dell´associazione l´influenza e il potere della sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché le relazioni intessute nel corso della sua attività. Partecipa in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all´espansione dell´associazione. Così ad esempio, partecipa personalmente a incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali vengono discusse condotte funzionali agli interessi dell´organizzazione. Intrattiene rapporti continuativi con l´associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore Riina. Provvede a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione. Pone a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano. Rafforza la potenzialità criminale dell´organizzazione in quanto, tra l´altro, determina nei capi di Cosa Nostra la consapevolezza della responsabilità di Dell´Utri a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte a influenzare – a vantaggio dell´associazione – individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario. Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo di Cosa Nostra), Milano e altre località, da epoca imprecisata sino al 28.9.1982».
Di questo parliamo. Di un uomo che, a disposizione della mafia, è stato l´«intermediario» fra Cosa Nostra e il gruppo di Silvio Berlusconi. La ricostruzione che la corte approva e condivide è precisa. Marcello Dell´Utri media e risolve, di volta in volta, i conflitti nati tra le ambizioni di Cosa Nostra e la disponibilità di Berlusconi. Anzi, proprio il suo compito di “artefice delle soluzioni” gli permette di occupare un ruolo decisivo alla destra del Capo. Il ruolo di Dell´Utri va scorto e compreso nella relazione tra le pressioni scaricate dai mafiosi su Berlusconi e le mediazioni e gli incontri organizzati da Dell´Utri. Il patron di Fininvest, negli anni Settanta, è minacciato di sequestro (si tenta di rapire a mo´ di dimostrazione un suo ospite). Gli piazzano una bomba in via Rovani nel 1975 e ancora nel 1986. Negli anni Novanta tocca alla Standa subire in Sicilia, a Catania, un rosario di attentati. Ora alla sequela di pressioni, minacce, intimidazioni, che la mafia scatena per condizionare il Cavaliere, entrare in contatto con lui, “spremerlo”, bisogna sovrapporre il lavorio d´ambasciatore di Dell´Utri se si vuole valutarne il ruolo. Organizza l´incontro tra Berlusconi e i “mammasantissima” Stefano Bontate e Mimmo Teresi per “rassicurarlo” dal pericolo dei sequestri. Fa assumere Vittorio Mangano ad Arcore, come fattore, per cementare «un accordo di convivenza con Cosa Nostra». Cerca di capire che cosa accade e che cosa si nasconde dietro l´attentato a via Rovani. Incontra, nel 1990, i capimafia catanesi e, soprattutto, Nitto Santapola, della combriccola il più pericoloso, per risolvere i problemi degli attentati alla Standa (dopo quell´incontro, non ci saranno più bombe). Sono fatti che oggi, dopo la sentenza di Palermo, devono dirsi documentati (il giudizio della Cassazione è soltanto di legittimità). Il quadro probatorio avrebbe potuto essere più dettagliato e significativo se Silvio Berlusconi («vittima di quelle minacce, di quelle intimidazioni, di quelle pressioni») non si fosse avvalso della facoltà di non rispondere rifiutando il suo contributo di verità per chiarire – per dire – l´assunzione e l´allontanamento di Vittorio Mangano da Arcore; i suoi rapporti con Dell´Utri; gli anomali movimenti di denaro nelle casse della holding del gruppo Fininvest in coincidenza con la volontà delle famiglie di Palermo di investire a Milano.
Questa narrazione ha superato ora il vaglio del giudizio di appello (definitivo per il merito dei fatti) e legittima una prima conclusione: la sentenza di Palermo non dice soltanto di Dell´Utri, racconta anche di Berlusconi perché conferma quella sorta di “assicurazione” con la mafia che il Cavaliere sottoscrive ingaggiando e promuovendo il suo ex-segretario personale e compagno di studi. Non c´è dubbio che, con questo risultato, Berlusconi paga in Italia e nel mondo un prezzo molto imbarazzante al suo passato. Un onere non giudiziario, ma un costo decisivo, politico e d´immagine. Perché se si assemblano le tessere raccolte in questi anni emerge con sempre maggiore nitidezza, e nonostante l´ostinatissima distruzione della macchina giudiziaria, quali sono il fondo, le leve, le pratiche e i comprimari del successo di Silvio Berlusconi, dove Dell´Utri è soltanto un tassello, una delle concatenazioni oscure della sua fortuna, la più disonorevole forse, ma non la sola. Il puzzle è questo. Il Cesare di Arcore ha corrotto un testimone (Mills) che lo salva da una condanna, anzi da due (prescritto). Ha comprato un giudice (Metta) e la sentenza che gli hanno portato in dote la Mondadori (prescritto). Ha finanziato illecitamente il Psi di Bettino Craxi che gli ha scritto i televisivi decreti leggi ad personam (prescritto). Ha falsificato per 1500 miliardi i bilanci della Fininvest (prescritto). Ha manipolato i bilanci sui diritti-tv tra il 1988 e il 1992 (prescritto). Già potrebbe bastare e invece, alla sua sinistra, agisce (ancora oggi) un avvocato (Previti) condannato per la corruzione dei giudici e, alla sua destra, (ancora oggi) c´è un uomo (Dell´Utri) a disposizione degli interessi mafiosi. Questo è il triste tableau che accompagna Silvio Berlusconi e il malcostume e gli illegalismi che lo circondano – da Scajola a Lunardi, da Bertolaso a Brancher – non ne sono che un ragionato riflesso. I corifei possono anche strepitare e manipolare i fatti. La scena – tragica per il Paese – non può essere temperata o adulterata dalla riduzione della condanna di Dell´Utri di due anni né dalla conclusione della corte di Palermo di considerare l´insussistenza del concorso in associazione mafiosa “dal 1992 in poi”. Bisognerà attendere le motivazioni per valutare questa decisione che colora di nero la silhouette del “Berlusconi imprenditore” liberando da ogni dubbio e responsabilità (sembra) il “Berlusconi politico”. La contraddizione non può far felice il capo del governo. L´imprenditore passerà alla storia come il boss di una banda di criminali. Il politico dovrà guardarsi da un´incoerenza giudiziaria che stimolerà – più che deprimere – le inchieste sulla trattativa tra Stato e Mafia, avviata con le stragi del 1992 e accompagnata dalle bombe del 1993.

La Repubblica 30.06.10

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“Il confine tra il prima e il dopo”, di Francesco La Licata

Se Marcello Dell’Utri fosse un imputato come tutti gli altri, la sentenza di ieri della Corte d’Appello – sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa – non lascerebbe spazio a tante interpretazioni lontane e contrastanti tra di loro. Il reato è chiaro, il responso dei giudici pure, visto che – in sostanza – conferma l’impianto accusatorio del primo grado con un piccolo «sconto» (due anni) che nei processi d’appello è quasi fisiologico.

Ma Dell’Utri non è un imputato comune: è un senatore della Repubblica e, soprattutto, è uno dei fondatori – insieme con Silvio Berlusconi – del partito che esprime il presidente del Consiglio. Ecco perché, dunque, la sentenza della Corte d’Appello di Palermo si è caricata di significati particolari, di aspettative che vanno oltre la normale dialettica giudiziaria, fino a consentire ai diversi schieramenti reazioni addirittura opposte. Fino a far dire allo stesso imputato che i sette anni inflittigli sarebbero addirittura «un contentino» alla Procura di Palermo.

In cambio dello smantellamento del teorema accusatorio che vorrebbe legare la genesi del concorso tra la mafia e Dell’Utri alla nascita di Forza Italia, come conseguenza quasi diretta della precedente «collaborazione» sul piano imprenditoriale, vale a dire la storia da «Milano 2» alla Fininvest.

E così, come avviene da anni nelle vicende di mafia e politica, ciascuno offre una propria versione, una propria lettura, sempre rimandando alla conoscenza delle motivazioni (fra tre mesi, nella migliore delle ipotesi) una valutazione più approfondita. In un clima del genere, dunque, nessuna sorpresa se si fa strada la suggestione di una analogia tra le vicende Dell’Utri e Andreotti. Ma forse si tratta proprio di una suggestione: nel caso del sette volte presidente del Consiglio, infatti, c’era il punto fermo dell’assoluzione e della prescrizione che chiudevano sostanzialmente la vicenda in modo definitivo. Su Dell’Utri, invece, sembra aver prevalso un atteggiamento della Corte che dà ragione all’ipotesi accusatoria di primo grado, ma per le vicende che precedono il 1992. Secondo i giudici, cioè, esisterebbero prove sufficienti dei contatti fra Dell’Utri e la mafia per il periodo che precede la sua discesa in politica e la successiva stagione stragista ordita da Cosa nostra. Per il resto, non bastano le prove raccolte. Né le rivelazione di Ciancimino, né quelle di Gaspare Spatuzza, fino a questo momento, sembrano avere la forza di offrire la prova regina. Appare lontana, tuttavia, l’ipotesi che possa intervenire una prescrizione a sanare l’intera vicenda: a conti fatti sembra che manchino circa quattro anni al limite previsto dalla legge e un eventuale ricorso in Cassazione potrebbe concludersi nel giro di un anno.

Ma forse è possibile cogliere un’analogia col processo Andreotti e riguarda una certo contrasto interno al collegio giudicante, desumibile dall’assenza di uno sguardo unico e condiviso. La separazione dei fatti tra un «prima» e un «dopo», il 1982 per Andreotti, il 1992 per Dell’Utri, in genere, è sintomo di diverse vedute fra giudici. Non a caso uno dei legali del senatore siciliano ha parlato apertamente della possibilità di una «spaccatura» fra Presidente e giudice relatore e di «divisione», dopo questa sentenza, tra i destini di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri. Un giudizio inespresso aggiunge che in questa divaricazione dei destini è sottinteso che, per «ragion politica», si possa ricorrere al sacrificio del più debole in difesa dell’istituzione superiore. Cosa accadrà adesso? Difficilmente si allenteranno le difese corporative e assisteremo al consolidato ruolo delle parti. Si dimetterà Dell’Utri, com’è avvenuto per il governatore Cuffaro? Non sembra probabile, visto che lo stesso senatore azzurro ha ammesso più d’una volta di essere sceso in politica, che pare non piacergli, per avere uno scudo che lo difenda dalle «aggressioni della magistratura».

La Stampa 30.06.10

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Dell’Utri condannato a 7 anni
Il senatore del Pdl condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. E conferma: “Vittorio Mangano è stato il mio eroe”

La corte di appello di Palermo ha dato oggi, dopo 6 giorni di Camera di Consiglio, lettura della sentenza sul caso Dell’Utri. Il tribunale ha condannato a 7 anni il senatore del Pdl, e fondatore di Forza Italia, riconoscendolo colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa.
Dell’Utri era stato condannato, in primo grado, a 9 anni. Nella sentenza letta oggi viene prosciolto per i fatti dal 1992 in poi.
Per raccontare un evento si possono scegliere punti di vista differenti. Quello che, in un servizio pubblico, appare fondamentale, è rispettare il diritto dei telespettatori ad avere una corretta informazione. Eppure oggi, per l’ennesima volta, il Tg1 diretto da Augusto Minzolini, ha deciso di fornire un’informazione distorta ai suoi ascoltatori.
Così, mentre il Procuratore Antonino Gatto dice di voler aspettare le motivazioni per pronunciarsi in merito, il Tg1 confeziona un servizio in cui decide di dare risalto solo al reato assolto e non alla sentenza per intero, che trova, comunque, il senatore colpevole di associazione mafiosa, con una condanna che viene diminuita da 9 a 7 anni. Una sentenza che, certamente, nessun cittadino onesto si sentirebbe di festeggiare, cosa che invece avviene nelle fila del PdL.
Anna Finocchiaro, capogruppo dei senatori PD, afferma, infatti: “Trovo stupefacente che ci sia nel Pdl chi gioisce per la sentenza su Marcello Dell’Utri. Il reato per il quale uno dei più stretti collaboratori del premier, nonché senatore del Pdl, è stato condannato in appello è il concorso esterno in associazione mafiosa. Non capisco perché nel Pdl ci sia chi fa i salti di gioia. Lo trovo inquietante”.
Anche Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione Antimafia, commenta la strana esultanza del PdL: “Per un normale cittadino è incomprensibile la soddisfazione di alcuni esponenti politici del PDL dopo la condanna a sette anni per concorso in associazione mafiosa del creatore di Forza Italia” e pone l’accento su uno di quegli aspetti che il Tg1 ha ignorato: “Per ora sono ben due le Corti per le quali è fondata l’ipotesi dell’esistenza di rapporti stabili per molti anni tra Dell’Utri e i vertici di Cosa Nostra. Questo non può passare sotto silenzio: gli esponenti del PDL farebbero bene ad evitare toni trionfalistici”.
Marcello Dell’Utri ha commentato la sentenza definendola “Pilatesca”. Parlando ai giornalisti ha poi aggiunto: “Hanno dato un contentino alla procura palermitana e una grossa soddisfazione all’imputato, perché hanno escluso tutto ciò che riguarda le ipotesi dal 1992 in poi”.
Evidentemente per il senatore essere riconosciuto colpevole di associazione mafiosa non è poi tanto grave. Infatti prosegue: “Vittorio Mangano è stato il mio eroe”.
Ognuno riconosce gli eroi che più preferisce, ma, come ricorda Anna Finocchiaro: “Mangano è stato condannato a diversi ergastoli per omicidio. Era un assassino e non certo un eroe. Vorrei che gli stessi autorevoli esponenti del Pdl che hanno salutato con gioia la condanna a Dell’Utri commentassero le atroci parole di Dell’Utri su Mangano. Su questo, finora, ho sentito solo un assordante silenzio”
Appare evidente che Dell´Utri e altri politici italiani vivano in un mondo alla rovescia. Un mondo dove un mafioso viene visto come un modello di riferimento.
“Il mafioso non può essere mai un eroe. Rimango completamente stupefatto – dice l’Onorevole Crocetta – dalle affermazioni fatte da Dell’Utri su Mangano. I nostri eroi sono i Falcone, i Borsellino e i magistrati che ancora oggi rischiano la vita per la difesa della libertà di tutti i cittadini.”
Per Rosa Vilecco Calipari, vicepresidente dei deputati del PD: “Borsellino, La Torre, Falcone, Dalla Chiesa, Mattarella, Impastato… è lungo l’elenco di uomini che hanno onorato con il loro esempio e il loro lavoro il Mezzogiorno che combatte la mafia. Queste e soltanto queste sono state e restano persone perbene”.

Ognuno si sceglie gli eroi che preferisce. Tra un mafioso e tutti quei giudici, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti e privati cittadini che hanno lottato e che ogni giorno spendono la loro vita contro la mafia, noi, stiamo con i secondi.

f.m.
www.partitodemocratico.it

Lettere di licenziamento a 500 docenti

BOLOGNA. Nessun docente perderà il posto, almeno fino al 19 luglio. E qualunque lettera di licenziamento ricevuta in questi giorni può e deve essere impugnata davanti al Giudice del lavoro. La Flc-Cgil dell’Emilia-Romagna si prepara alle barricate, dopo che venerdì il Tar del Lazio ha sospeso l’applicazione della riforma Gelmini e dei tagli a professori e Ata. Al momento, spiega il segretario regionale della Cgil scuola, Raffaella Morsia, «sono oltre 500 i docenti che si trovano congelati» in seguito alla sentenza del Tar. Nonostante CIò, «riceviamo segnalazioni dai professori che stanno già arrivando le lettere ai sopranumerari», ovvero a chi perderà la cattedra per effetto dei tagli. Secondo la Cgil, quelle che di fatto sono lettere di licenziamento per i docenti sono illegittime. Per questo, l’invito è a impugnarle davanti al Giudice del lavoro, con il sostegno del sindacato. «Chi riceve la comunicazione ha tutto il diritto di contestarla – afferma Morsia – perchè l’organico ai fini di legge non esiste ancora». Fino al 19 luglio, infatti, data in cui il Tar dovrebbe pronunciarsi sul merito del ricorso, «sono sospese tutte le operazioni sugli organici, che devono restare congelati».
«Abbiamo spedito una lettera al direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Marcello Limina, ai direttori degli Usp e ai presidi diffidandoli da prendere ogni decisione sugli organici, in particolare sull’individuazione dei perdenti posto».
Il calcolo organici per le scuole superiori, già in ritardo di mesi rispetto agli altri anni, si aggrava. E la colpa, secondo la Cgil, ricade tutta sul ministro. «E’ a rischio l’apertura dell’anno scolastico – attacca Morsia – e Gelmini se ne assume tutta la responsabilità, perchè se vuole può bloccare questa deriva e fare un passo indietro». «La riforma dei licei va rinviata di un anno: siamo di fronte a una grave lesione dei diritti degli studenti, delle famiglie e dei lavoratori. Il ministero non è più in grado di gestire la situazione e lo dimostra il fatto che agisce di forza. Gelmini è talmente arrogante che non si è presentata nemmeno all’udienza come amministrazione nè ha inviato le controdeduzioni al ricorso. Si sente sopra la legge». Del resto, «il suo procedere è sempre stato incostituzionale, come dimostrano tutti gli atti operativi della riforma fatti prima che si pronunciassero gli organismi di controllo e venisse pubblicato il provvedimento in Gazzetta ufficiale». Un atteggiamento che il sindacato stigmatizza: «E’ gravissimo che le regole vengano infrante proprio dal ministro dell’Istruzione, perchè la scuola è il luogo dove si insegna il rispetto delle regole».

Gazzetta di Modena 30.06.10

"Call center in crisi. A rischio 16 mila posti quasi tutti al Sud", di Felice Masocco

Svolgono attività per conto terzi e danno lavoro a tempo indeterminato a circa 80mila addetti. Sono i call center in outsourcing, una galassia di aziende più o meno piccole che in un passato anche recente si sono ritrovate nella bufera per la grande disinvoltura dimostrata, anche nell’organizzazione del lavoro. Dopo il boom degli ultimi dieci anni ora sono decisamente in affanno. 16mila sono i posti a rischio, in maggioranza al sud. Pesano alcuni fattori. Lo squilibro che c’è tra le grandi aziende committenti (private e a partecipazione pubblica) e i call center: gare al massimo ribasso, cioè a costi contrattuali e infrastrutturali minimi, il venir meno di alcuni incentivi e previdenziali e, infine, la crisi della filiera delle telecomunicazioni.
I CAVALLI DI TROIA A dare l’allarme è la Slc Cgil che invoca un «patto tra produttori per il rilancio» del settore. Si apra un tavolo con il governo e se ne discuta. Quanto all’immediato, il segretario di Slc, Emilio Miceli, mette in guardia dagli effetti «collaterali» che potrebbe avere la fiscalità di vantaggio per Sud. «Sarebbe un cavallo di Troia per avventurieri», che «rischiano di trascinare in una terra di nessuno anche gli imprenditori dal comportamento virtuoso». Il riferimento è all’articolo 40 della manovra che interviene solo nelle otto regioni meridionali, «mettendo così in difficoltà gli insediamenti di call center del centro nord», inoltre il beneficio è finalizzato alla costituzione di nuove aziende «con il risultato che, qualora qualche regione trovasse le risorse necessarie, si avrebbe la chiusura delle attuali imprese e la costituzione a 100 metri di nuove realtà, con il ricatto occupazionale, i passaggi di contratto individuale». Il quadro dell’occupazione è già drammatico.Sonoin crisi Phonemedia, Voicity, Omnia Network e mille altre realtà locali. Il 73% del personale è concentrato nel Mezzogiorno: tra sud e isole sono a rischio 14mila posti di lavoro. Eclatante il caso siciliano che ha già pagato con centinaia di licenziamenti e dove il futuro è sempre più fosco: bisognerà infatti verificare, spiega la Slc-Cgil, «la situazione della Alicos (gruppo Almaviva) e di 4you. Qui il calo dei volumi delle commesse Alitalia, Wind ed Enel, dovuto anche a una politica di delocalizzazione delle attività all’estero, mette a rischio 5.500 posti di lavoro». Situazioni particolarmente difficili, anche per numero di lavoratori coinvolti, sono quelle della Calabria (in totale 3.300 posti a rischio), del Piemonte (1.200 in cig e 800posti che traballano) e della Lombardia (1.150 in cig, 1.950 a rischio tra Milano, Brescia e Bergamo). Infine alcune caratteristiche del settore: ha il costo del lavoro tra i più bassi del privato (-18% rispetto al totale del terziario) e per il 70% impiega lavoratori con meno di 40 anni. Il 68% è donna.

L’Unità 30.06.10

"Più immigrati più crimine? dipende dalla politica", di Francesco Fasani

I risultati di una indagine sul Regno Unito mostrano che la presenza di immigrati non necessariamente si trasforma in un aumento dei tassi di criminalità. Anzi. Se agli stranieri viene lasciata la libertà di entrare e uscire dal paese ospitante, lavorare in regola e scegliere i mercati del lavoro locali in cui inserirsi, non si registrano effetti negativi dal punto di vista della criminalità. Quando la politica migratoria preclude loro queste possibilità, possono finire per scegliere attività criminose per far fronte alle necessità di sostentamento.
Il rapporto tra immigrazione e criminalità è uno dei temi caldi e ricorrenti del dibattito politico italiano. L’evidenza empirica di cui disponiamo per il caso italiano non conferma l’esistenza di una chiara relazione causale tra presenza di immigrati nell’area e tassi di criminalità. (1) Eppure, per molti politici e commentatori la relazione è scontata. (2).

MIGRANTI NEL REGNO UNITO

Proviamo ad abbandonare l’idea che gli immigrati abbiano, per qualche misterioso motivo, una maggiore propensione dei nativi a commettere crimini. Come economisti, assumiamo invece che gli immigrati rispondano agli incentivi nelle loro scelte di partecipazione ad attività criminali piuttosto che ad attività legali. (3) Esattamente come farebbe qualsiasi cittadino dei paesi ospitanti. Se gli incentivi sono importanti, allora la politica migratoria – in quanto capace di modificarli – diviene cruciale nell’analisi della relazione tra immigrazione e criminalità. (4)
In una nostra recente analisi studiamo due diverse ondate migratorie che hanno interessato la Gran Bretagna nel corso degli ultimi quindici anni. (5) La prima composta da richiedenti asilo e la seconda dai cittadini dei nuovi Stati membri (Nsm) dell’Unione Europea dopo l’allargamento del 2004.
Un consistente flusso di richiedenti asilo è arrivato nel Regno Unito a fine anni Novanta e nei primi anni Duemila, con una media di circa 70mila domande all’anno tra il 1997 e il 2002. (6) I cittadini dei nuovi stati membri, invece, hanno fatto registrare a partire dal 2004 una media di circa 150-200mila ingressi all’anno, e nel giro di quattro anni sono arrivati a rappresentare circa l’1,3 per cento della forza lavoro inglese, partendo da una percentuale prossima allo zero. I due gruppi sono chiaramente diversi per il diverso processo di selezione che li ha condotti nel Regno Unito. Le scelte di politica migratoria di questo paese, però, hanno introdotto ulteriori elementi di differenza. Mentre i cittadini dei Nsm hanno goduto di immediata libertà di circolazione e di accesso al mercato del lavoro britannico, i richiedenti asilo sono stati soggetti a maggiori restrizioni. (7) Innanzitutto, non è permesso loro lavorare (regolarmente) nei primi sei (successivamente estesi a dodici) mesi dalla presentazione della domanda di asilo. Durante i mesi di attesa, il governo inglese fornisce loro un sussidio, che è pari a circa la metà di quello di disoccupazione. Inoltre, i richiedenti asilo hanno diritto a ricevere un alloggio gratuito dal governo, ma, nel caso vogliano esercitare questo diritto, non possono scegliere la località di residenza. Dal 1999, con l’Immigration and Asylum Act, il governo britannico ha introdotto una politica di “dispersione” dei richiedenti asilo verso aree del Regno Unito non abitualmente interessate dai flussi migratori. Dal punto di vista dell’analisi empirica, questa politica offre un interessante “esperimento naturale” che permette di identificare l’effetto causale della presenza di immigrati sui tassi di criminalità nell’area. La stima di questo effetto, infatti, è generalmente limitata dal fatto che gli immigrati possono scegliere dove risiedere. Ad esempio, se si collocano in aree in espansione economica, si potrebbe osservare che un più elevato numero di immigrati è associato a minori tassi di criminalità. Ma la riduzione nel crimine sarebbe probabilmente da attribuirsi alla crescita economica dell’area, piuttosto che a un effetto “benefico” degli immigrati. L’opposto sarebbe vero se, invece, gli immigrati scegliessero aree in declino perché, ad esempio, i prezzi delle case sono più accessibili.
I nostri risultati mostrano chiaramente che per nessuno dei due flussi migratori considerati si è registrato un aumento dei crimini violenti. Per gli immigrati dei Nsm, non si osserva alcun effetto neppure sui crimini contro la proprietà, anche controllando per i problemi introdotti dalla selezione degli stranieri in particolari aree di residenza. Un aumento dei crimini con “motivazione economica”, invece, si è verificato nelle aree dove sono stati “dispersi” i richiedenti asilo. L’effetto si trova soltanto quando si considerano quelli di sesso maschile (circa il 55 per cento del totale), nonostante l’allocazione nelle diverse aree sia omogenea per uomini e donne. Nessun effetto si osserva per i richiedenti asilo che rinunciano all’alloggio gratuito e possono quindi scegliere dove risiedere. La dimensione dell’effetto è contenuta: l’aumento di un punto percentuale dei richiedenti asilo “dispersi” causerebbe un aumento dello 0,7 per cento dei crimini contro la proprietà. Dato che i richiedenti asilo rappresentavano in media lo 0,1 per cento della popolazione, alla loro presenza può essere ricondotto un aumento dei crimini contro la proprietà che rappresenta circa il 2 per cento del loro valore medio nel periodo considerato.

QUANDO INTERVIENE LA POLITICA

I risultati per il Regno Unito mostrano che la presenza di immigrati non necessariamente risulta in aumento dei tassi di criminalità. Anzi. Se agli immigrati viene lasciata la libertà di entrare e uscire dal paese ospitante, di lavorare in regola e di utilizzare le proprie reti di relazioni per cercare lavoro e scegliere i mercati del lavoro locali in cui inserirsi (immigrati dai Nsm), non si registrano effetti negativi dal punto di vista della criminalità. Quando, invece, la politica migratoria interviene e preclude loro queste possibilità (richiedenti asilo “dispersi”), gli immigrati possono finire per scegliere attività criminose per far fronte alle loro necessità di sostentamento. Nel caso del Regno Unito, le restrizioni alla possibiltà di lavorare e la politica di “dispersione” sono state concepite con l’obbiettivo di rendere il paese meno attraente per i potenziali profughi che fossero arrivati in futuro. L’impatto sul crimine è chiaramente un effetto collaterale di questa politica. È una lezione importante anche per l’Italia. Se “lasciati liberi di lavorare” – come direbbe il nostro presidente del Consiglio – gli immigrati sono una grande risorsa, quando invece si vuole rendere la loro vità insensatamente difficile (con restrizioni all’ingresso, alla durata della loro permanenza, al rinnovo dei permessi di soggiorno, eccetera) si corre il rischio di convincere almeno parte di loro, che l’opzione criminale può essere più allettante di un inserimento lavorativo regolare reso troppo complicato dalla legislazione vigente.

(1)Si veda l’analisi di Bianchi M., Buonanno P. & Pinotti P., 2008. “Do immigrants cause crime?,” Pse Working Papers 2008-05, Pse;
(2)Si vedano, ad esempio, le recenti dichiarazioni a riguardo del sindaco di Milano, Letizia Moratti:
(3)Si vedano: Becker, G. (1968) “Crime and Punishment: An Economic Approach”, Journal of Political Economy, 76, 175-209; Ehrlich, I. (1973) “Participation in Illegitimate Activities: A Theoretical and Empirical Investigation”, Journal of Political Economy, 81, 521-63.
(4)Evidenza a supporto dell’importanza del ruolo svolto dalla politica migratoria viene dall’analisi di Mastrobuoni G. e Pinotti P. (“Migration Restrictions and Criminal Behavior: Evidence from a Natural Experiment “ (2010), nella quale si mostra come l’ottenimento dello status legale riduca sensibilmente il tasso di recidiva degli immigrati interessati dal provvedimento.
(5)Bell B., Machin S. e Fasani F. (2010) “Crime and Immigration: Evidence from Large Immigrant Waves in the UK”, CReAM DP 12/10:
(6)Nello stesso periodo l’Italia riceveva una media di 15mila domande all’anno.
(7)Il Regno Unito, insieme a Irlanda e Svezia, decise di aprire immediatamente il proprio mercato del lavoro ai cittadini dei Nsm, senza adottare alcun periodo di transizione. L’unica limitazione è consistita nell’obbligo di dover segnalare la propria presenza iscrivendosi a un apposito registro (Working Registration Scheme).

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