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"Un rischio per tutti i cittadini", di David Sassòli

La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire». George Orwell la pensava così. Come mettere freni, limiti, alle libertà? Come regolare una materia che dev’essere pubblica per definizione, nel momento che la giustizia si amministra in nome di tutti? Le intercettazioni pongono problemi certo,mail governo
ha deciso di non risolverli e di imporre un bavaglio. Due i punti di partenza: da quando un atto è pubbliconon possono esservi limiti alla
diffusione delle informazioni; tutto ciò che non serve al processo dev’essere eliminato. Il governo invece che fa? Colpisce il diritto di cronaca e l’autonomia della magistratura.
Sono troppe le intercettazioni? Non so giudicare il troppo o il poco, in un Paese che ogni giorno fa emergere casi di corruzione, attività mafiose, collusioni fra politica, finanza, criminalità e apparati dello Stato. I dati sono allarmanti e ci riferiscono di un’emergenza criminalità
che mette in pericolo la sicurezza anche di altri Paesi. Non è un caso che il sottosegretario alla giustizia Usa, Lanny Breuer, abbia ribadito
che le intercettazioni sono uno strumento essenziale nella lotta al
crimine.
Dire no alla legge bavaglio è parlare di grandi valori. Non è un problema
di giornalisti e giudici, ma della sicurezza dei cittadini. Il governo ne aveva fatto una bandiera, alimentando paure e fobie, ma ancora una volta cerca di mettere in sicurezza il ceto politico rispetto agli interessi generali. Difficile spiegare in Europa quello che accade in Italia. Difficile raccontare diun Parlamento bloccato da leggi che interessano il premier mentre aumenta la disoccupazione giovanile e le imprese chiudono. Anche per questo saremo giovedì in piazza Navona.

L’Unità 29.06.10

Dalle ronde ai tagli: il bluff della sicurezza

3,5 miliardi in meno alle Forze dell’ordine in due anni e una manovra che ridurrà ulteriormente risorse e organici: ecco come il governo difende i cittadini. Il PD: “Durissima opposizione in parlamento e contro-proposte già pronte”.

Da circa due anni è il più fragoroso leit motiv del governo, quello che ha fatto vincere elezioni importanti, quello che alimenta la paura dei cittadini e alla fine si risolve in poche chiacchiere e due spot. Parliamo della sicurezza, un concetto abusato e pubblicizzato che oggi deve scontrarsi con l’incoerenza di tagli pesanti.

Il governo delle ronde (tra l’altro bocciate pochi giorni fa dalla Corte costituzionale) e del poliziotto di quartiere si piega al volere del ministro “mani di forbice” Giulio Tremonti e si abbatte come una furia sui comparti delegati alla sicurezza. La manovra in corso di approvazione ha scatenato le ire delle forze del’ordine, che da nord a sud sono scese in piazza per protestare.

Le motivazioni del dissenso sono sotto gli occhi di tutti. il taglio lineare del 10% delle spese utili a garantire i servizi quotidiani delle forze di polizia; il congelamento degli avanzamenti economici legati alle progressioni di carriera per gli anni 2011-2012-2013 (compresi assegni funzionali e scatti); il blocco dei rinnovi contrattuali fino all’ anno 2013; il blocco delle finestre previste per essere collocati in quiescenza; il blocco del reddito per tre anni, per cui un poliziotto non potrà superare dal 2011 in poi la retribuzione complessiva dell’anno precedente con ricadute pesantissime sulla possibilità di garantire i servizi di ordine e sicurezza pubblica; le modifiche del sistema di calcolo della liquidazione a partire al 2011 con gravi penalizzazioni per i pensionati prossimi e futuri. Queste misure afflittive si aggiungono alle decurtazioni della precedente finanziaria che tagliava alla sicurezza 3, 5 miliardi di euro in tre anni.

Di questi 1, 5 miliardi (1 miliardo nel 2008 e 500 milioni nel 2009) venivano sottratti alle forze di Polizia, privando il comparto di migliaia di unità, da aggiungere al già conclamato deficit di 9000 elementi. In quell’occasione il governo della sicurezza era riuscito in un’impresa epocale: far scendere in piazza tutti e 23 i sindacati delle forze dell’ordine. Oggi è a un passo dal ripetere quel prodigio.

Il Partito Democratico combatte da settimane per impedire che la manovra venga approvata in queste condizioni. Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza della Segreteria PD, afferma: “La manovra imporrà nuovi e pesanti tagli ad un settore vitale come quello della sicurezza, a cui il governo Berlusconi in questi due anni ha già fatto pagare prezzi pesanti in termini di risorse. Eppure la sicurezza è un servizio chiave per i cittadini e gli uomini che vi lavorano nelle diverse forze hanno dimostrato, malgrado i tagli, una straordinaria abnegazione”. Poi, parlando dell’incontro tra il PD, i sindacati di polizia e i Cocer, abbiamo rincara: “abbiamo avuto la conferma della drammaticità della situazione. Per questo voglio confermare il nostro pieno impegno per tradurre in emendamenti alla manovra le proposte avanzate dai rappresentanti dei lavoratori del settore. A questi voglio aggiungere due proposte del Pd che saranno nostre battaglie in Parlamento e fuori. La prima è quella di utilizzare i 770 milioni, che il governo vorrebbe re-incamerare, per un’una-tantum economica destinata ai 450mila lavoratori della sicurezza. La seconda è, invece, l’idea di reintrodurre nella I commissione di Camera e Senato un comitato per la Sicurezza che sottolinei la specificità di questo settore all’interno delle materie trattate dalle commissioni per gli Affari istituzionali”.

Ivana Giannone

www.partitodemocratico.it

Auguri Presidente

“Caro Presidente, a nome mio e di tutti i deputati del Partito Democratico, Ti esprimo i piu’ vivi e affettuosi auguri per il Tuo 85° compleanno”.
“E’ questa anche l’occasione per dire che Ti siamo grati per l’impegno
appassionato che svolgi ogni giorno al servizio della Costituzione, delle
istituzioni, dell’unita’ del Paese. Certi che i nostri sentimenti di affetto e di profonda stima sono condivisi anche da tutti gli italiani”.

Dario Franceschini capogruppo PD alla Camera dei Deputati

"Quattro lezioni per la maggioranza dalla vicenda Brancher", di Stefano Folli

Lungi dall’essere conclusa, la vicenda Brancher continua a sprigionare veleno in modo lento ma inesorabile. Un po’ come il pozzo di petrolio nel Golfo del Messico che nessuno riesce a chiudere del tutto. Il veleno contamina i rapporti politici nel centrodestra e soprattutto intacca le istituzioni. Tutto questo avviene mentre il presidente del Consiglio, reduce dal G-20, si trova a San Paolo del Brasile, in attesa di recarsi poi a Panama. Da San Paolo ha auspicato «uno sciopero contro i giornali» che a suo dire «prendono in giro i lettori». Di certo la distanza dall’Italia del premier non aiuta la ricostruzione di un clima politico che appare piuttosto sfilacciato. Vediamo perché.

Punto primo. Brancher rimane al suo posto, ma lo scudo giudiziario non è in grado di proteggerlo, almeno per ora. Avremo dunque un ministro i cui compiti continuano a non essere chiari e definiti e che deve fronteggiare un delicato procedimento giudiziario. Difficile pensare che i media dimenticheranno il caso, in cui s’intravede un intreccio di interessi che tanti vorrebbero coprire. Ne deriva che il governo dovrà convivere con un ministro costretto a difendersi davanti ai magistrati. A questo punto, qualunque rivelazione o colpo di scena non sarà un problema personale di Brancher, bensì un fatto politico-giudiziario destinato a investire l’esecutivo.

Punto secondo. Come era prevedibile, Berlusconi ha scelto di non contrapporsi al Capo dello Stato. Non può permetterselo in questo momento. Ma il suo grado di frustrazione sta crescendo. Il presidente del Consiglio si sente stretto in una gabbia sempre più stretta. La lontananza fisica dall’Italia è in fondo una metafora del suo stato d’animo. Ma un premier distante fatica a tenere in mano tutti i fili della matassa. Il caso Brancher è uno dei tanti problemi, forse il più grave, ma ce ne sono altri.
La frattura con le Regioni sulla manovra economica, ad esempio, non si è ancora ricomposta e i governatori di centrodestra, guidati idealmente dal lombardo Formigoni, per ora mantengono l’unità d’azione con i loro colleghi del centrosinistra. Si avverte l’esigenza di un’iniziativa del capo del governo, mentre il tempo stringe.

Punto terzo. Umberto Bossi ha lanciato l’idea di trasferire al Nord il ministero dell’Economia. Poco più di una battuta, ma significativa. La Lega ha bisogno di tener viva la tensione nella sua base elettorale, visto che il federalismo è ancora una strada in salita. Gli effetti concreti della riforma sono imprecisati e in ogni caso lontani nel tempo. Nel frattempo Bossi non può rischiare che il suo popolo finisca per annoiarsi o peggio per irritarsi. La vicenda Brancher, sotto questo aspetto, è illuminante. La Lega era coinvolta nell’operazione, ma ha dovuto prenderne le distanze perché l’elettorato non capiva e, anzi, tendeva a insospettirsi.

Punto quarto. Connesso al precedente, riguarda il rapporto di Bossi con Berlusconi. L’impressione è che qualcosa si sia incrinato nell’asse «nordista» che regge la maggioranza. È vero che non esistono alternative che non passino attraverso elezioni anticipate (irrealistiche allo stato delle cose). Tuttavia Bossi ha bisogno che Berlusconi eserciti fino in fondo la funzione politica che spetta al presidente del Consiglio. Il pasticcio Brancher dipende anche, forse soprattutto, dalle lacune politiche al vertice. E la fedeltà della Lega a Berlusconi non è una cambiale in bianco.

Il Sole 24 Ore 29.06.10

Bersani: 1° Luglio in piazza contro il ddl Alfano

“Saremo a piazza Navona il 1° luglio. Per difendere la libertà di informazione e la Costituzione. Ci saremo perchè siamo fortemente critici nei confronti del Ddl Alfano: pensiamo che il problema dell’uso improprio delle intercettazioni vada affrontato alla fonte, e che non possa essere il pretesto nè per ridurre gli interventi degli organi come la magistratura nè per mettere bavagli alla stampa. Questa legge è dunque improponibile, ci mette al di fuori di tutti i contesti occidentali e faremo la nostra battaglia senza riserve in parlamento”. Lo afferma Pier Luigi Bersani, segretario nazionale del PD, nell’intervista di Stefano Corradino, direttore di Articolo 21.
“Anche alcuni esponenti del centro destra hanno sollevato più di una perplessità su questa Legge. Adesso chiediamo loro coerenza: devono dimostrare in che modo intendono opporsi. Io ho sempre usato l’espressione “deformazione della democrazia”, che non è meno incisiva. Il principio tutto berlusconiano secondo cui il consenso prevale sulle regole è un principio inaccettabile: per la nostra Costituzione la sovranità appartiene al popolo che, tuttavia, la deve esercitare sempre nelle forme e nei limiti della Costituzione. Quella di Berlusconi pertanto è una deformazione in senso personalistico, plebiscitario e populistico della nostra democrazia”.
Bersani parla anche del rapporto del centro sinistra con il tema dell’informazione e del conflitto di interessi. “Su questo tema – afferma il segretario del Pd – limiti del centro sinistra magari ce ne possono essere stati. Sia dall’opposizione che nel corso della nostra esperienza di governo. Ma adesso l’esigenza è di unire le forze di opposizione e guardare avanti. Ora servono norme che limitino le posizioni dominanti nel campo dell’informazione. Serve una legge antitrust seria come è stato fatto per l’energia elettrica o il commercio. Una legge, ovviamente, diametralmente diversa dalla Gasparri. Dovrà essere uno dei primi punti di un programma di alternativa”.

Ecco l’intervista completa.
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Segretario, il Pd sarà alla manifestazione del 1 luglio a Roma?

Sì, saremo a Piazza Navona e in tutte le altre città dove per il primo luglio è stata indetta una mobilitazione civile.

Con quale spirito parteciperete?

Ci saremo perchè siamo fortemente critici nei confronti del Ddl Alfano: pensiamo che il problema dell’uso improprio delle intercettazioni vada affrontato alla fonte, e che non può essere il pretesto nè per ridurre gli interventi degli organi come la magistratura nè per mettere bavagli alla stampa.

Si tratta di modificarla o rigettarla completamente?

Questa legge è improponibile e ci mette al di fuori di tutti i contesti occidentali. Faremo la nostra battaglia senza riserve in parlamento.

Chi teme le intercettazioni?

Le varie cricche. Di loro non avremmo saputo niente senza intercettazioni.

Anche nel centro destra alcuni, in particolare i finiani, hanno storto la bocca sulla legge bavaglio.

Sì, e adesso chiediamo loro coerenza. Hanno sollevato più di una perplessità, ora devono dimostrare in che modo intendono opporsi.

Chi invece sostiene la legge lo fa rivendicando il diritto alla privacy.

Se esiste un uso improprio dell intercettazioni deve essere colpito alla fonte mettendo la responsabilità nelle mani dei magistrati inquirenti e degli uffici giudiziari affinchè selezionino e custodiscano le informazioni improprie che possono colpire la privacy. Detto questo l’informazione deve poter fare il suo mestiere. D’altronde, bloccarla è come cercare di fermare l’acqua con le mani… Ma è certo che se alla fonte si blocca la possibilità di colpire i reati anche stampa e tv rischiano di essere costretti al silenzio. Un colpo alla magistratura e all’informazione…

…I due obiettivi principali del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli e della Loggia P2…. Quello era un piano per l’instaurazione di un Regime. Termine eccessivo per descrivere la realtà di oggi o ci siamo vicini?

Io ho sempre usato l’espressione deformazione della democrazia, che non è meno incisiva. Il principio tutto berlusconiano secondo cui il consenso prevale sulle regole, un principio inaccettabile: per la nostra Costituzione la sovranità appartiene al popolo che, tuttavia, la deve esercitare sempre nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Quella di Berlusconi pertanto è una deformazione in senso personalistico, plebiscitario e populistico della nostra democrazia.

Qual è, in questo contesto, il compito del Pd?

Ribadire che le regole vengono prima del consenso. E che questione democratica e sociale sono intrecciate. Se si riducono gli spazi della democrazia diminuiscono anche le risposte ai problemi sociali.

Sull’informazione però il centro sinistra non sembra aver brillato in questi anni.

Su questo tema limiti del centro sinistra magari ce ne possono essere stati. Sia dall’opposizione che nel corso della nostra esperienza di governo. Ma adesso l’esigenza è di unire le forze di opposizione e guardare avanti.

Magari riprendendo anche in mano un tema come il conflitto di interessi, piuttosto sottovalutato.

Un tema centrale: servono norme che limitino le posizioni dominanti nel campo dell’informazione. Serve una legge antitrust seria come è stato fatto per l’energia elettrica o il commercio. Una legge, ovviamente, diametralmente diversa dalla Gasparri. Dovrà essere uno dei primi punti di un programma di alternativa.

www.articolo21.info

"Alle donne non basta lo sviluppo", di Esther Duflo

Le donne nei paesi in via di sviluppo sono indietro rispetto agli uomini in molti campi: l’accesso all’istruzione, le opportunità lavorative, la rappresentanza politica, i diritti giuridici.
C’è una stretta correlazione fra sviluppo economico ed empowerment femminile (definito come un miglioramento della capacità delle donne di accedere agli elementi fondamentali dello sviluppo, in particolare le cure mediche, l’istruzione, le opportunità di guadagno, i diritti e la partecipazione politica). Lo sviluppo economico da solo può giocare un ruolo importante per ridurre la disuguaglianza fra uomini e donne. Allo stesso tempo, il persistere di discriminazioni ai danni delle donne può essere di ostacolo allo sviluppo.

La povertà e la mancanza di opportunità generano disuguaglianze fra uomini e donne. Quando lo sviluppo economico riduce la povertà, la condizione delle donne migliora da due punti di vista: se la povertà si riduce, migliora la condizione di tutti, donne comprese. Inoltre, lo sviluppo economico rende i nuclei familiari più forti di fronte alle situazioni di crisi, offre ai governi più risorse per proteggere i cittadini più poveri dalla fame e dalle malattie e dunque, anche senza focalizzarsi in modo specifico sulle donne, le favorisce di più.

Lo sviluppo economico, tuttavia, non è sufficiente a produrre uguaglianza completa. Nella scolarizzazione primaria e secondaria il divario sta scomparendo, ma non è così nell’istruzione terziaria, anche se i numeri sono in aumento. Sul mercato del lavoro, anche nei paesi sviluppati le donne continuano a guadagnare meno degli uomini a parità di qualifica professionale, a tutti i livelli. I diritti delle donne, in particolare quelli di proprietà, in molti paesi continuano a essere diversi da quelli degli uomini, e il divario nel campo della partecipazione politica si è ridotto di pochissimo.

Pertanto, è necessario intervenire attivamente per arrivare all’uguaglianza fra i generi. Ci sono due argomenti per sostenere queste politiche attive. Il primo è l’uguaglianza come valore di per sé. Il secondo è legato al ruolo fondamentale delle donne nello sviluppo economico: ridurre i divari di genere produrrà conseguenze positive in molte dimensioni della vita economica e sociale. È, in altri termini, efficiente. Questa visione condiziona il dibattito e le politiche adottate in ogni parte del mondo, dal microcredito ai trasferimenti condizionali di denaro.

L’intervento politico sarebbe pienamente giustificato se l’empowerment femminile stimolasse a sua volta più sviluppo, innescando un ciclo virtuoso. Sicuramente dare più potere alle donne modifica le scelte della società. C’è da dire, tuttavia, che la visione secondo la quale le donne prendono sempre le decisioni migliori per lo sviluppo di lungo periodo, è un po’ esagerata.

Ad esempio, molti studi indicano che l’identità del beneficiario di un trasferimento monetario ha una chiara influenza sull’uso che viene fatto di quel denaro. In uno studio sulla rapida espansione del programma di pensioni di vecchiaia in Sudafrica, ho calcolato che per le bambine vivere con una nonna che riceve una pensione è sufficiente a colmare metà del divario nella crescita fra i bambini sudafricani e quelli americani. Le pensioni percepite dalle donne si traducono in migliore nutrizione per le bambine. Lo stesso effetto non si riscontra invece per i maschi. Tuttavia, il fatto che le donne abbiano preferenze diverse non significa che tali preferenze siano sempre a favore di “cose buone”. Eric Edmonds per esempio ha riscontrato che il denaro ha un impatto positivo sull’istruzione quando è il nonno a percepire la pensione.

Uomini e donne hanno preferenze diverse anche rispetto alle politiche da applicare. Le donne preferiscono politiche che rispecchiano meglio le loro priorità, come la salute e la nutrizione dei bambini, e sono favorevoli a misure che accrescano il loro potere contrattuale all’interno della famiglia, per esempio migliorando la loro situazione in caso di divorzio o le loro possibilità di accesso al mercato del lavoro. Dare potere alle donne dunque incide sulle politiche adottate. Ma non è scontato che sia sempre per il meglio. Nel mio studio sull’India, insieme a Amitava Chattopadhyay, mostro che dare potere alle donne a livello locale (con la politica delle quote) determina cambiamenti nella distribuzione dei beni pubblici: un leader donna investe di più per l’acqua potabile e di meno per le scuole (nel Bengala Occidentale) e per le strade (nel Rajasthan). Ma c’è un reale motivo di efficienza per preferire l’acqua potabile alle scuole o alle strade? È chiaro che le scelte restano inevitabili.

Né lo sviluppo economico né l’empowerment femminile sono il rimedio a tutti i mali, come a volte si vuole far credere. Per creare uguaglianza tra uomini e donne – un obbiettivo molto auspicabile di per sé – sarà necessario continuare a prendere iniziative politiche a favore delle donne, e sarà necessario farlo per molto tempo. Tutto ciò potrebbe produrre alcuni benefici, ma non è detto che siano sufficienti a compensare i costi delle distorsioni associate a questa ridistribuzione. È bene che le autorità, su entrambi i versanti del dibattito sviluppo/empowerment stemperino le proprie posizioni alla luce di queste considerazioni realistiche.

(Traduzione di Gaia Seller)
L’intervento è un estratto della Lecture che Esther Duflo terrà oggi all’Università Bocconi

Il Sole 24 Ore 29.06.10

"Un condono sui beni archeologici, mini-multa per tenerli in casa", di Francesco Erbani

Chiunque detenga un reperto mai denunciato, potrà ottenere il deposito per tent’anni. La sanatoria prevede un pagamento di un terzo del valore presunto. Un provvedimento più volte proposto, e sempre subissato dalle proteste delle associazioni che tutelano il patrimonio artistico. Più volte proposto, altrettante volte ricacciato indietro, subissato dalle proteste di tutte le associazioni che tutelano il patrimonio artistico, torna l’archeocondono, la norma che depenalizza il possesso illecito di un bene archeologico in cambio di una modesta multa. Al momento circolano almeno due bozze di un articolo diviso in 11 commi intitolato “Disposizioni in materia di emersione e catalogazione di beni archeologici, nonché revisione delle sanzioni penali”, entrambe maturate in ambienti parlamentari del Pdl.

Modifiche sono ancora possibili, ma un punto in comune le varie versioni dell’articolo ce l’hanno: finire dentro la manovra finanziaria (all’interno del maxi emendamento con le modifiche che il governo presenterà) e giungere in porto blindate e sicure. In sostanza chiunque detenga un reperto mai denunciato, in Italia o all’estero, e dunque in violazione della legge, può ottenere dallo Stato una “concessione in deposito” della durata di trent’anni, rinnovabili, e può anche trasferirlo in eredità. Il tutto dichiarando il possesso e pagando una somma che si aggira intorno a un terzo del valore di quel bene.

Non è la prima volta, dunque, che si attenta a uno dei pilastri della tutela in Italia, introdotto dalla legge del 1909 e poi sempre confermato, quello per cui solo lo Stato può fare o autorizzare scavi e tutto ciò che viene rinvenuto è di sua proprietà. Qualcosa di diverso c’è, però, fra queste proposte di sanatoria e le precedenti. In quelle era previsto che si diventasse proprietari del bene. Stavolta si parla di un deposito (anche se non viene esplicitamente vietata la vendita). E poi più alta è la multa: nel 2004 si tentò di far passare un emendamento alla Finanziaria, firmato da Gabriella Carlucci e da altri suoi colleghi, che fissava il pagamento al 5 per cento del valore. Adesso, inoltre, si aggiunge che la Soprintendenza può contestare la valutazione fatta e chiedere un’integrazione.

Ma la sostanza è chiara, stavolta come allora. Il fine, dichiarano i proponenti, è quello di far emergere un patrimonio sommerso e di consentirne la catalogazione. Eppure il punto cruciale è un altro: in cambio di pochi spiccioli, che poco ristoro potrebbero portare al bilancio dello Stato e persino alle esangui casse dei Beni culturali, tutti quelli che possedevano al 31 dicembre 2009 un bucchero etrusco o un’anfora greca, recuperati chissà come, non saranno più punibili.

Anche se hanno violato l’articolo 712 del codice penale, che persegue chi ha acquistato oggetti di dubbia provenienza. “Ottime notizie per tombaroli, depredatori e trafficanti di antichità, collezionisti finti e mercanti disonesti”, scrisse su queste pagine Salvatore Settis quando venne presentato l’emendamento Carlucci. “Dopo aver mortificato il settore dei beni culturali in ogni modo e aver messo sul lastrico la cultura italiana, ora il ministro tenta di far cassa, letteralmente raschiando il barile”, sostiene l’ex ministro Giovanna Melandri. E conclude: “Come dice un vecchio proverbio: al peggio non c’è mai fine”.

La Repubblica 29.06.10