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I record del governo Berlusconi? Ora siamo nella top five della pressione fiscale e primi per il debito pubblico in Europa

L’Italia scala posti in classifica. Naturalmente non è quella della FIFA, purtroppo neanche quelle delle migliori economie, ma la classifica europea per la pressione fiscale: nel 2009 il peso del fisco sul prodotto interno lordo è stato del 43,2%, in aumento rispetto al 2008, anno rispetto al quale è peggiorato anche il dato del PIL. Siamo al quinto posto, insieme alla Francia, in Europa per pressione fiscale. Un bel record per il governo del meno tasse per tutti.
Due anni fa, all’insediamento del governo Berlusconi, eravamo al settimo posto…ora da battere restano solo Danimarca 49%), Svezia (47,8%), Belgio (45,3%), Austria (43,8%).

Restiamo invece campioni d’Europa per il deficit, il debito pubblico in Italia è sempre il più alto della UE: nel 2009, in rapporto al Pil, dopo il calo rilevato nel 2007, ha proseguito la crescita già registrata nel 2008, aumentando di quasi 10 punti percentuali rispetto all’anno precedente e attestandosi al 115,8%, un valore vicinissimo a quelli rilevati alla fine degli anni ’90.

“Il livello della pressione fiscale del 2009, confermato oggi dall’Istat, è molto preoccupante, soprattutto perchè viene raggiunto nonostante un consistente aumento dell’evasione” afferma Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd che nota: “Vengono schiacciati sempre piú pesantemente i redditi da lavoro dipendente, co.co.co e pensioni, mentre altre tipologie riescono a cogliere le opportunitá di evasione, allargate dal governo Berlusconi sin da giugno 2008 e incentivate dai condoni. I dati sull’evasione Iva sono impressionanti: il gettito cade nel biennio 2008-09 del 10%, a fronte di un aumento dei consumi nominali di oltre il 2%”. Intanto gli studi di settore “continuano a vessare i piccoli, ma consentono una forte autoriduzione di quanto dovuto ai contribuenti medi e grandi”. Non solo, per Fassina “il gettito versato dalle societá per azioni è ridicolo in confronto alla dinamica dell’economia. L’assetto fiscale italiano, oltre che profondamente iniquo, è un freno alla domanda interna, un blocco alla crescita. Il governo, invece di fare propaganda sull’art.41 della Costituzione, sia disponibile a discutere gli emendamenti presentati dal Pd al Senato per avviare subito i primi passi della riforma fiscale”.

“Questi sono i record del governo Berlusconi così come li fotografa l’Istat – attacca Michele Ventura vicepresidente vicario dei deputati del PD – gli effetti della crisi sulle finanze pubbliche si manifestano su tutti i paesi avanzati – spiega Ventura – ma colpiscono in particolar modo l’Italia dove la spesa pubblica ha sfiorato nel 2009 gli 800 miliardi, perché, insieme ai necessari interventi sugli ammortizzatori sociali, non sono state previste iniziative per favorire la crescita. Anche l’impegno appena preso dai grandi del G20 per il dimezzamento dei deficit dal 2013 non porterà risultati se non verranno messe in campo azioni per la ripresa. Questo governo, com’è dimostrato dalla manovra presentata – conclude Ventura – è incapace di fare qualsiasi cosa, sia di tenere i conti in ordine, che di vigilare sulla pressione fiscale. Altro che meno tasse!”.

Nel confronto con i paesi dell’Ue, lo stock di debito pubblico italiano in percentuale al Pil continua ad essere il più alto, a fronte del 73,6% rilevato nella media Ue.
Il deficit/Pil 2009 è quasi raddoppiato rispetto all’anno precedente (si è passati dal 2,7% al 5,3%). In valore assoluto, l’indebitamento risulta pari a 80.800 milioni di euro, maggiore di 38.225 milioni di euro rispetto al 2008.
E come se non bastasse le entrate calano: le imposte indirette del 4,2% (dopo essere diminuite già del 4,9 nel 2008), le imposte dirette del 7,1% e i contributi sociali effettivi dello 0,5%. La flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1%) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette ha risentito delle significative diminuzioni del gettito dell’Iva (-6,7%) e dell’Irap (-13%). L’andamento dei contributi sociali effettivi riflette la tenuta delle retribuzioni lorde, dovuta alla lieve crescita dell’importo medio pro-capite, che ha parzialmente compensato la flessione dell’occupazione.

Ora dobbiamo affrontare una manovra da 24 miliardi, mentre la spesa pubblica corre passando dal 49,4% nel 2008 al 52,5% del PIL e per la prima volta dal 1991, il saldo primario (indebitamento al netto della spesa per interessi) del nostro paese è risultato negativo (-0,6% del Pil).

Per Pierpaolo Baretta, capogruppo Pd in commissione Bilancio della Camera, sono dati che la crisi “non giustifica. La manovra non è in grado di affrontare questa situazione che rischia di non farci avere nel 2010 un sostegno alla ripresa. O il governo cambia politica o il paese resta impantanato.”

Marina Sereni, vice presidente dell’Assemblea nazionale del Pd riassume: “Spesa pubblica alta, bassa crescita, alta pressione fiscale: la manovra correttiva in discussione è, oltre che iniqua, inefficace proprio perché tocca soltanto il primo dei problemi che oggi l’Istat ci segnala”.
Poi ricorda le proposte del PD: “Per far uscire l’Italia dalla crisi è indispensabile mettere la crescita al centro delle politiche pubbliche e costruire un patto con tutti i soggetti economici e sociali che vada in questa direzione. Ridurre le tasse a chi lavora, a chi investe, a chi sceglie l’innovazione e la ricerca è un passo indispensabile per sostenere la ripresa e l’occupazione. Il Pd propone di destinare almeno la metà delle risorse recuperate dall’evasione fiscale ad alleggerire il peso delle tasse ai contribuenti onesti, a cominciare dalle famiglie con figli e dai redditi medio-bassi”.

Marco Laudonio

www.partito democratico.it

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L’Italia di Berlusconi Tasse e debito pubblico più alti d’Europa

Il debito pubblico in Italia e’ sempre il piu’ alto in Europa: nel 2009, in rapporto al Pil, dopo il calo rilevato nel 2007, ha proseguito la crescita gia’ registrata nel 2008, aumentando di quasi 10 punti percentuali rispetto all’anno precedente e attestandosi al 115,8%, valore molto prossimo a quelli rilevati alla fine degli anni ’90. Nel confronto con i paesi dell’Ue, lo stock di debito pubblicoitaliano in percentuale al Pil continua ad essere il piu’ alto, a fronte del 73,6% rilevato in media Ue-27). E’ quanto sostiene l’Istat che ha diffuso oggi informazioni dettagliate sui conti economici e i principali aggregati annuali del settore delle Amministrazioni pubbliche.

Questi i dati principali, segnalati dall’Istat: deficit/Pil 2009 quasi raddoppiato rispetto all’anno precedente (si e’ passati dal 2,7% al 5,3%). In valore assoluto, l’indebitamento risulta pari a 80.800 milioni di euro, maggiore di 38.225 milioni di euro rispetto al 2008.
Non solo, nel 2009 il saldo primario (indebitamento al netto della spesa per interessi) del nostro paese e’ risultato negativo (-0,6% del Pil), in calo del 3,1% rispetto al 2008. Grazie alla riduzione dei tassi d’interesse, e’ diminuita anche l’incidenza degli interessi passivi sul Pil, pari al 4,7% (5,2% nel 2008). Anche il saldo delle partite correnti e’ stato negativo: il disavanzo e’ pari a 31.129 milioni di euro, con un peggioramento rispetto all’anno precedente di 43.216 milioni di euro. In rapporto al Pil il saldo e’ sceso attestandosi al -2%, per effetto della dinamica della crescita delle uscite correnti (2,3%) e del calo delle entrate correnti (-3,6%). E’ cresciuta invece la spesa pubblica complessiva del 3,1%, evidenziando una decelerazione rispetto al 2008 (+3,6%). La sua incidenza sul Pil e’ aumentata, passando dal 49,4% nel 2008 al 52,5%. Nell’ambito delle spese correnti, continua l’Istat, i redditi da lavoro dipendente (che incidono per circa un quinto sul totale delle uscite) sono saliti, in Italia, dell’1,0%, con un ritmo molto inferiore rispetto al 2008 (3,6%). Le spese per consumi intermedi hanno registrato un aumento del 7,5%, proseguendo la tendenza degli anni precedenti; le prestazioni sociali in natura, che includono prevalentemente le spese per assistenza sanitaria in convenzione, sono aumentate del 4,0%.
Di conseguenza, la spesa per consumi finali delle Amministrazioni pubbliche e’ aumentata del 3,3%, in rallentamento rispetto alla crescita del 4,3% del 2008.

La pressione fiscale aumenta e l’Italia è quinta nell’Unione europea per il peso delle tasse. Lo rileva l’Istat, secondo cui nel 2009 la pressione fiscale complessiva rispetto al Pil è passata al 43,2%, dal 42,9% dell’anno prima. Nella classifica europea dell’incidenza sul Pil del prelievo tributario e contributivo, l’Italia si piazza quindi al quinto posto (insieme alla Francia), preceduta da Danimarca (49%), Svezia (47,8%), Belgio (45,3%) e Austria (43,8%). I valori più bassi sono invece in Lettonia (26,5%), Romania (28%), Slovacchia e Irlanda (29,1%). L’aumento della pressione fiscale in Italia, spiega l’istituto di statistica, “è l’effetto di una riduzione del Pil superiore a quella complessiva del gettito fiscale e parafiscale, la cui dinamica negativa (-2,3%) è stata attenuata da quella, in forte aumento, delle imposte di carattere straordinario (imposte in conto capitale), cresciute in valore assoluto di quasi 12 miliardi”. Infatti, fra le imposte straordinarie sono classificati i prelievi operati in base allo scudo fiscale, per
un importo di circa 5 miliardi, e i versamenti una tantum dell’imposta sostitutiva dei tributi, che hanno interessato alcuni settori dell’economia, in particolare quello bancario. Tutte le altre componenti del prelievo fiscale, conclude l’Istat, sono risultate in calo: le imposte indirette del 4,2% (dopo essere diminuite già del 4,9% nel 2008), le imposte dirette del 7,1% e i contributi sociali effettivi dello 0,5%. La flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1%) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette ha risentito delle significative diminuzioni del gettito dell’Iva (-6,7%) e dell’Irap (-13%).

L’Unità 28.06.10

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"La ragnatela dei TAR", di Pippo Frisone

Un anno fa scrivemmo proprio sulle pagine di questo giornale che di fronte ad un Governo che se ne infischiava degli scioperi nella scuola e che continuava a fare strame delle regole, non rimaneva altra via che quella del TAR.
E così fu lo scorso anno in cui entrò in vigore la riforma del primo ciclo; lo stesso scenario si è ripetuto quest’anno con la riforma del secondo ciclo .

Con sistematica determinazione tutte le operazioni di applicazione dei tagli previsti dalla L.133/08, dalle iscrizioni ai Regolamenti e per finire agli organici, sono state prese dal Governo in assenza degli atti definitivi e prima della loro pubblicazione sulla G.U. come prevede invece la nostra Costituzione.

Se l’iter dei Regolamenti tra pareri e visti di controllo può essere risultato molto complesso e lungo, come nel caso della riforma delle superiori che ha richiesto in itinere più di un aggiustamento, l’atteggiamento del Governo che ha proceduto sempre a testa bassa, è stato quello di portare a casa il risultato a tutti i costi, infischiandosene della forma e delle procedure.

Le Commissioni parlamentari, il C.N.P.I , il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti chiamati a dare pareri, a controllare o esprimere rilievi , sono stati baipassati con semplici circolari del Ministro, la cui firma ha anticipato quella del Capo dello Stato sui Regolamenti di licei,tecnici e professionali (D.P.R. del 15.3.10 ) e la loro stessa pubblicazione sulla G.U. avvenuta il 16.6.10, nel supplemento ordinario n.128.

Quello che è successo lo scorso anno, si è ripetuto con maggiori ritardi e disfunzioni nel corso del 2010 con la secondaria superiore.

Iscrizioni al buio, Collegi non in grado di elaborare il nuovo POF né di adottare i libri di testo per le classi prime, incertezze sulle qualifiche triennali, individuazione dei perdenti posti sulle cosiddette “cattedre atipiche”, un mix tra vecchi e nuovi ordinamenti.

Mentre a Milano il Tar della Lombardia con ordinanza n.640 del 24.6.10 respingeva la richiesta di sospensiva avanzata da CGIL-CISL e UIL sui tagli al Tempo Pieno, non essendoci pericolo grave e irreparabile “per un servizio che potrà raggiungere sufficienti livelli qualitativi”, a Roma il TAR del Lazio con Ord.n.1023 del 25.6.10 concedeva invece la sospensiva sul ricorso, sponsorizzato dalla CGIL, di 755 tra docenti, ata e genitori di diverse province italiane.

In quest’ultimo caso, se il 19 luglio venisse confermata dal Tar del Lazio la sospensiva, dopo l’acquisizione delle controdeduzione del Miur, assente e nemmeno costituitosi in giudizio, l’intero impianto della riforma della secondaria salterebbe in aria, rinviando al prossimo anno l’entrata in vigore della riforma e il taglio dei 17mila posti.!

E non solo.

Mentre per il Tar della Lombardia i ripetuti tagli al tempo pieno non intaccherebbero la qualità del servizio, il Tar del Lazio mettendo in discussione la legittimità della circolare sulle iscrizioni , quella sugli organici e sulla mobilità , potrebbe compromettere quanto sin qui fatto anche sul primo ciclo.

Il 5 luglio sempre il TAR del Lazio è chiamato a pronunciarsi, su ricorso CGIL, sulla legittimità della Circ.n.37 sugli organici del 2010/11.

Ma il contraccolpo più forte si teme per la secondaria superiore: fino al 19 luglio tutte le operazioni

restano sospese e congelate, il che provocherà un ulteriore slittamento di tutte le operazioni sin qui fatte, compresa la pubblicazione dei trasferimenti che era stata prorogata al 17.7.10.

Se il responso della magistratura amministrativa sarà confermato di segno negativo, al Ministero non rimarrà che ricorrere al Consiglio di Stato contro la sospensiva del Tar del Lazio.

Oppure come è già successo in passato, vedi il pasticciaccio delle code nelle graduatorie ad esaurimento, il Governo può intervenire per decreto-legge e salvare il salvabile, ammesso che arrivati a questo punto, ci sia ancora qualcosa da salvare.!

Un altro pessimo esempio di forzature, disprezzo delle regole che il muro contro muro della politica,non riuscendo a mediare e a trovare soluzioni condivise, sulla scuola come in altri campi, mette ancora una volta in mano ai giudici il destino delle riforme nel nostro Paese.

ScuolaOggi 28.06.10

"La verità fa paura", di Ezio Mauro

Berlusconi attacca di nuovo gli organi d’informazione. Siamo davanti a un premier che usa i vertici internazionali per regolare i conti domestici. Teme la pubblica opinione. Ma noi continueremo a fare il nostro mestiere. Perché i cittadini vogliono sapere, per poter giudicare
IL tycoon delle televisioni ha paura dei giornali. Da San Paolo, dov’è in visita di Stato, il Presidente del Consiglio ieri ha trovato modo di attaccare gli organi d’informazione (quelli che non controlla e che non possiede, naturalmente, abituato com’è alla totale obbedienza televisiva), denunciando “una disinformazione totale e inconcepibile, da molti mesi a questa parte”. Poi ha lanciato una proposta inedita: “Bisogna fare uno sciopero dei lettori e insegnare ai giornali italiani a non prenderli in giro”.

Siamo dunque davanti ad un Premier che usa i vertici internazionali per regolare i conti domestici con il potere d’informazione, che non è ancora interamente oggetto del suo dominio, e che lo spaventa perché introduce elementi di verità e di critica nel paesaggio televisivo: dentro il quale il leader coltiva il senso comune nazionale, canale di egemonia e di consenso. In Occidente, non si è mai visto un Capo di governo impegnato ad eccitare una impossibile rivolta populista per far tacere le (poche) voci critiche che rompono il coro.

Tutto ciò è ancora più grave se si pensa che l’uomo politico in questione è anche editore, perché non ha mai voluto dismettere il controllo proprietario pieno ed effettivo sulle reti televisive di sua proprietà e sui suoi giornali, variamente appaltati. Che spettacolo, per i brasiliani e gli italiani.

Siamo davanti ad un Presidente del Consiglio che teme la pubblica opinione. E a un editore che teme i giornali.
Possiamo assicurarli entrambi (spaventati dalla verità, e dalla libertà) che continueremo a fare il nostro mestiere: perché i cittadini vogliono sapere, per poter giudicare. E non prendono ordini dal Premier su cosa bisogna leggere, nell’Italia berlusconiana.

La Repubblica 29.06.10

"La proposta di legge della Lega Nord sul reclutamento del personale docente della scuola", di Osvaldo Roman

Si deve innanzitutto rilevare che il trasferimento delle competenze amministrative statali alle Regioni, previsto all’art.1 di questo progetto di legge (A.C. n. 3357) contrasta, per metodo e per contenuto, con quanto stabilito dalla legge 42/08 (legge delega sul federalismo fiscale) e soprattutto con quanto stabilito nel testo, non ancora approvato in sede politica, dell’Intesa attualmente all’esame della Conferenza Stato-Regioni. Infatti tale Intesa prevede che: il personale dirigente, docente e ATA della scuola resti alle dipendenze dello Stato, con trattamento giuridico ed economico fissato dalla contrattazione nazionale di comparto e – sulla base di questa –dalla contrattazione integrativa. Si tratta di una dipendenza funzionale dalle istituzioni scolastiche. Solo la programmazione e la sua distribuzione territoriale, sarebbero di competenza delle Regioni o degli Enti Locali;

Inoltre anche il metodo di questo trasferimento, cioè lo strumento di regolazione di tale materia, differisce da quello previsto nella legge delega sul federalismo e dallo Schema di Intesa. Ciò perché la legge in esame sostituirebbe totalmente sia per funzione, ma soprattutto per i contenuti, la prevista Intesa. E’, infatti, evidente la violazione di quanto previsto al comma due dell’art.8 della legge 42/09 la dove si precisa, che “inoltre, nelle forme in cui le singole Regioni daranno seguito all’Intesa Stato-Regioni sull’istruzione, al relativo finanziamento si provvede secondo quanto previsto per le spese inerenti ai livelli essenziali delle prestazioni”.

Tralascio in questa sede di approfondire tale problematica perché voglio trattare quella concernente il reclutamento dei docenti che in questi giorni è sulle pagine dei giornali a causa dell’iniziativa dell’on. Cota.

Vari articoli della Padania infatti presentano un non meglio precisato intervento a favore della nomina di docenti non abilitati residenti nella regione Piemonte.

E gli esponenti della lega fanno capire che si tratta puramente di una mossa puramente propagandistica atta a sponsorizzare la loro iniziativa legislativa. Infatti l’art. 1 prevede il trasferimento alle regioni del personale docente, dirigente e ATA. Al comma 3 del medesimo ’articolo del progetto di legge, presentato sia alla Camera che al Senato, si prevede, in conseguenza del trasferimento del personale, il trasferimento di funzioni amministrative, attualmente spettanti allo Stato perché corrispondenti a funzioni legislative esclusive che gli competono. Tra queste competenze quella di gestire i concorsi del personale statale una volta trasferito ad una gestione amministrativa regionale.

Un siffatto trasferimento di competenze amministrative è previsto dalla nostra Costituzione. Quello che purtroppo sfugge al legislatore leghista e che invece non è previsto (se non con le procedure di cui all’art.116 della Costituzione) il trasferimento di quelle medesime funzioni legislative. Di tali funzioni infatti si tratta quando si trasferiscono ai regolamenti regionali, intendendole come atti amministrativi, la regolamentazione di materie come la definizione delle caratteristiche generali del sistema concorsuale. Fra queste le modalità di svolgimento e i requisiti di accesso ai concorsi. Si tratta di materie intangibili a livello delle singole regioni che in tale caso possono essere regolate solo e direttamente da una legge dello Stato.

Invece il Pdl della Lega Nord vi interviene pesantemente e in maniera chiaramente eversiva dell’ordinamento costituzionale.

Tale proposta di legge prevede, su tutte le materie trasferite, l’emanazione di Regolamenti. Al riguardo occorre ricordare che tali Regolamenti potrebbero riguardare solo le materie a legislazione esclusiva regionale o concorrente o alcuni aspetti di quelle trasferite che rimangono però regolate dalla legislazione nazionale. Ad esempio i requisiti di accesso ai concorsi non possono essere oggetto di regolamentazione regionale così come analogamente molte altre materie di cui tratta il PDL. Ma di tutto ciò nel testo non c’è alcuna consapevolezza. Infatti se il controllo, la valutazione, l’attività ispettiva e il riconoscimento e la vigilanza sulle scuole paritarie e private fossero di competenza amministrativa regionale contrariamente a quanto finora previsto nelle bozze di Intesa della Conferenza Stato Regioni si tratterebbe di una delega di funzioni amministrative sulle quali la competenza legislativa resterebbe esclusiva statale. Ma mai l’articolato riferisce di questa correlazione con la normativa statale! Né si può immaginare che l’attuazione di tale competenza esclusiva di natura costituzionale sia assolta e soddisfatta dai principi riportati nel progetto di legge leghista. Le attività amministrative, in senso stretto, connesse a materie di competenza legislativa esclusiva statale possono essere trasferite con una legge dello Stato. Le competenze legislative esclusive statali no: ci vuole una legge di modifica Costituzionale o una procedura, come quella ricordata, di cui all’art.116! Ma tant’è, il difetto risale alla difficoltà di comprensione del Decreto legislativo 112/97 che la relazione introduttiva del Pdl definisce di trasferimento delle competenze “legislative” quando ormai dovrebbe essere noto anche agli studenti del primo anno di legge che le competenze ivi trasferite sono tutte di natura amministrativa.

Ma la nuova normativa sul reclutamento da cui prende le mosse l’intero provvedimento, che era già stata oggetto di proposte legislative della Lega sia alla Camera sia al Senato, rappresenta la novità veramente rilevante di questo testo di attuazione leghista del federalismo, che ne esplicita chiaramente la natura intimamente autoritaria e antisindacale.

L’elenco delle aberranti innovazioni è molto lungo, cerchiamo di riassumerne il significato per ogni singolo argomento.

Innanzitutto vi si trova l’abolizione della nomina a tempo indeterminato dopo il concorso.

Infatti, come stabilito agli artt. 19 e 21, dopo il concorso viene abolita l’attribuzione della nomina a tempo indeterminato. Vengono attribuiti incarichi a termine dai 5 ai 10 anni(art.21) e prima di un’eventuale nomina a t.i. occorre permanere in un rapporto di lavoro a tempo determinato. Solo al terzo incarico annuale, previa valutazione del Comitato di valutazione nominato dalla Giunta( art.23), si può, se si è stati bravi, ottenere l’assunzione definitiva! Altrimenti oltre al possibile licenziamento sussiste la possibilità di permanere fino a 10 anni con incarico annuale.

Requisiti per il conferimento degli incarichi a tempo indeterminato (art. 8)sono l’iscrizione all’albo regionale e il concorso regionale per merito.

Il richiamo all’art.2 comma 416 della legge 244/07è un modo per riferirsi genericamente al Regolamento sulla formazione iniziale dei docenti in questo momento in via di definizione. Ma non si fa alcun riferimento al Regolamento già approvato dal CdM e in corso di definizione e al tirocinio ivi previsto che precede l’abilitazione. Per questo motivo tutte le relative formulazioni risultano alquanto indefinite.

Infatti si qui prevede (comma 5) la competenza regionale sulle modalità di svolgimento del tirocinio previsto dalla normativa nazionale che dovrebbe precedere l’abilitazione. Inoltre (comma 6) si prevede un potere regionale nella programmazione e nel coordinamento dell’anno di formazione). Questo anno di formazione vien attribuito dalle scuole discrezionalmente (comma 6) con la stipula di un contratto di inserimento retribuito(come nella proposta di CL) dopo il conseguimento dell’abilitazione mentre il tirocinio del Regolamento governativo precede, sia per la primaria, sia per la secondaria, l’abilitazione. Si tratta in ogni caso di spese aggiuntive a quelle sostenute con l’attuale ordinamento. Tale tirocinio e tale anno di formazione non rappresentano aggiunte accidentali perché con ogni evidenza costituirebbero titoli preferenziali, e finanche esclusivi, per i successivi concorsi indetti dalle scuole. Si completa in tal modo il sistema di chiamata diretta mascherata (dei residenti!) che questo testo prevede.

Per comprendere l’intrinseca debolezza giuridica di tale proposta occorre tenere presente che le modalità di effettuazione dei concorsi essendo una competenza legislativa statale potrebbero essere cambiate con una legge statale che modificasse norme come questa qualora fossero approvate-La stessa competenza amministrativa delegata alle regioni per questa materia e per altre corrispondenti a materie ascrivibili alla competenza legislativa statale può essere revocata. Si tratta con tutta evidenza anche in questo caso di una costruzione sulla carta molto debole e propagandistica avviata come strumento di ricatto sugli alleati nella attuale fase di contrattazione sul federalismo fiscale. Si tratta di una proposta però, e questo i dirigenti della Lega Nord, in genere tatticamente prudenti su tali materie, non lo hanno valutato, destinata probabilmente a chiudere ogni spazio di trattativa con le forze democratiche del paese.

Le scuole scelgono gli insegnanti

Si tenga presente che consentire discrezionalità regionali per l’individuazione dei requisiti di ammissione può far sì che, oltre all’obbligo di iscrizione all’albo regionale degli abilitati che implica l’obbligo di residenza, si possa aggiungere anche il requisito di essere in qualche modo individuato dalla scuola ad esempio tramite il tirocinio o l’anno di formazione ivi svolto senza garanzie di assegnazione oggettiva. Di fatto la scelta dei docenti tramite un concorso fasullo è attribuita alle scuole.

L’art.9 tratta dei concorsi per i docenti. In questo caso ogni scuola singola o associata ad altre può effettuare i propri concorsi con commissioni composte da suoi docenti.

Gli artt. 10 e 11 definiscono una prova solo orale di carattere ideologico di tipo privatistico che consente ogni discrezionalità alle scuole anche in ragione alle modalità di composizione e di nomina della Commissione di esame. Si conferma in tal modo indirettamente che alla definizione dei titoli di ammissione concorrono i tirocini egli anni di formazione regionali(formazione della polenta o della pizza) post abilitazione.

Per i concorsi riguardanti gli insegnanti di religione cattolica invece ci si avvale del Vescovo.

Si è già detto del carattere totalmente incostituzionale di questa disciplina dei concorsi.

Infatti le modalità di svolgimento dei concorsi triennali sono sottratte illegittimamente alla legislazione statale per essere affidate ai Regolamenti regionali(art. 11)

Il Presidente della Commissione di Esame (art.12) è scelto! Da chi? Dall’Amministrazione regionale o direttamente dalla Giunta come avviene per molte altre decisioni importanti previste in questo testo.

Con un meccanismo come quello descritto non esistono più le garanzie di imparzialità e di trasparenza previste dalla Costituzione. Ogni giunta nomina prima di tutto i suoi clienti.

La prova concorsuale è solo orale!

L’art.13 descrive la prova orale finalizzata all’accertamento delle capacità comunicative e metodologiche dei concorrenti. Si tratta di una prova del tutto discrezionale che, stanti le note difficoltà dei leghisti per la lingua italiana, potrebbe essere svolta anche in dialetto.

Per essere compreso nel suo autentico significato tale testo deve essere confrontato con quello presentato nel 2008 sia alla Camera sia al Senato. In quell’occasione, più esplicitamente e con la rozzezza non ammaestrata da questi due primi anni di sgoverno del sistema scolastico, si pretendeva che la prova dovesse consistere in una lezione sempre “finalizzata all’accertamento delle capacità comunicative e metodologiche dei concorrenti”.

Il meccanismo di compilazione della graduatoria.

Il meccanismo per la compilazione della graduatoria di merito del concorso è involuto viene. Infatti viene prevista una sorta di doppia valutazione del punteggio conseguito per l’accesso all’albo regionale. Il guaio è che la prova per l’iscrizione all’albo regionale di cui all’art.18 non prevede le modalità di determinazione di un determinato punteggio!

In ogni caso pare di capire che per i primi trenta di quell’albo tale punteggio se maggiore di quello conseguito( fino a 40 punti) nel concorso regionale per titoli ed esami lo possano sostituire. Tale punteggio dell’albo poi vien utilizzato anche per compilare la graduatoria di merito(comma 6).

L’istituzionalizzazione del precariato.

Il nuovo concorso regionale di concezione leghista è molto singolare. Esso ,come vedremo rappresenta una forma di riconoscimento del precariato istituzionalizzato (i precari diventano una sorta di servitori della gleba). Infatti i vincitori di concorso sono nominati a tempo determinato e secondo quanto previsto all’art.19 vi permangono per un periodo massimo di tre anni.

Quando mancano i concorrenti si aprono i confini regionali e viene riservato l’accesso al concorso ad una quota di candidati non determinata dalla legge i candidati delle regioni limitrofe. Tale quota è totalmente discrezionale e non sono previste le modalità di un’eventuale codeterminazione tra Regioni.

Non esiste più la mobilità interregionale

Non è previsto(all’art.16) chi regoli la mobilità interregionale e quali organismi regolino le sospensioni cautelari dal servizio fino a 15 giorni e più in generale non è previsto nulla sugli organismi di autotutela. (CNPI ecc.) Per gli ATA non vi sono disposizioni di sorta.

E’ da segnalare, per il particolare grottesco vigore liberticida, la previsione con cui al comma 4 si preannuncia una scrematura preliminare nella composizione degli organici delle scuole. Una sorta di trasferimento d’ufficio di massa

Si tratta di una ripulitura preliminare. Un regime di salute pubblica nelle scuole. In assenza di qualsivoglia organo di autotutela. Ecco il testo che merita una particolare menzione: “Fino a quando il contratto collettivo regionale integrativo non disponga diversamente, il centro servizi amministrativi per la comunità scolastica territoriale di cui all’articolo 31 può disporre il trasferimento d’ufficio del personale docente per accertata situazione di incompatibilità di permanenza nella scuola o nella sede. Qualora ricorrano ragioni di particolari urgenza e gravità, il trasferimento può essere disposto anche in corso d’anno; in attesa del provvedimento di trasferimento il centro servizi amministrativi per la comunità scolastica territoriale può disporre, a fini cautelari, la sospensione dal servizio per un periodo massimo di quindici giorni. Mancano solo i vagoni piombati! In realtà la composizione degli organici delle scuole era già stata decisa all’atto del trasferimento nei ruoli regionali!(art.2 comma 1)

L’albo regionale dei docenti abilitati.

L’art.17 regola le modalità di accesso agli albi regionali. I titoli di studio sono evidentemente provvisori perché in corso di ridefinizione. Le certezze riguardano le seguenti materie:

a) Non si prevede quale possa essere il punteggio per l’accesso;

b) Vi è piena discrezionalità regionale nella determinazione dei titoli e delle specializzazioni;

c) é previsto l’obbligo di residenza nella regione che in tal modo diviene un prerequisito per il reclutamento concorsuale

Le deliberazioni (sic!) in ordine alle domande d’iscrizione all’albo ( ma non sono domande di partecipazione al concorso per l’iscrizione all’albo?)dovrebbero essere controllate dagli organi tecnici rappresentativi. Peraltro di tali organi tecnici non vi è traccia nel Pdl (l’art. 32 non ne parla, evidentemente si riferiscono al testo dell’on. Aprea.)

Il Comitato di valutazione (quello di nomina politica di cui all’art.23) somministra ai docenti (prima dell’olio di ricino) le domande dei test di valutazione. La valutazione riguarda in particolare la conoscenza:

a) dei processi di innovazione in corso nei sistemi scolastici e formativi europei;

b) delle disposizioni del titolo V della parte seconda della Costituzione in materia di rapporti tra Stato, regioni ed enti locali e della loro applicazione in campo scolastico e formativo;

c) dell’attuazione del sistema educativo di’istruzione e formazione;

d) degli aspetti formativi, giuridici, amministrativi, organizzativi, comunicativi e relazionali dell’istituzione scolastica autonoma;

e) dell’organizzazione della scuola per quanto concerne i rapporti con il territorio, l’uso delle tecnologie didattiche, l’educazione alla cittadinanza e alla legalità, nonché la valutazione dei processi sociali in atto.

Si deve al riguardo rilevare che rispetto alla natura delle prove presentate nel testo del 2008 si realizza un certo miglioramento “democratico”. Infatti esse allora riguardavano:

a) le aspettative e gli obiettivi che i docenti si pongono, al fine di garantire il raggiungimento degli standard previsti e il possesso delle qualità personali e intellettuali adatte per diventare insegnanti;

b) la conoscenza delle proprie responsabilità future all’interno del sistema d’istruzione e sui metodi da attuare riguardo ai bisogni educativi speciali meno diffusi relativi agli alunni portatori di handicap;?c) la conoscenza di una vasta gamma di strategie per promuovere l’educazione alla cittadinanza, alla legalità, alla salute e il rispetto delle proprie radici culturali;?d) l’influenza che il sistema valoriale può avere sull’apprendimento degli studenti, influenzando il loro sviluppo fisico, intellettuale, linguistico, culturale ed emotivo;?e) la buona conoscenza delle tecnologie didattiche, sia nell’insegnamento della loro materia sia come supporto del ruolo professionale.

Quello che è significativo richiamare nella valutazione di siffatti albi è che possono esercitare l’attività d’insegnamento nelle istituzioni scolastiche pubbliche, private e paritarie solo i residenti nella Regione. Il titolo di abilitazione non consente neppure lo svolgimento di una supplenza breve. Insegnare senza residenza ancora non è un reato ma poco ci manca. Sicuramente il respingimento dell’immigrato é già possibile

E’ come si è detto molto evidente che le prove di accesso all’albo sono realizzate con test abbastanza mirati al controllo politico. e razziale.

Ma dove si realizza l’innovazione più fantasiosamente autoritaria, è là, dove si abolisce la nomina a tempo indeterminato per i vincitori di concorso Evidentemente, non basta:

a) essere residenti nella regione;

b) aver fatto un anno di formazione dopo l’abilitazione(non dopo il concorso) in scuole che li hanno prescelti per tale percorso;

c) aver superato i test per l’ammissione all’albo.

No! Dopo il superamento del concorso regionale, con sola prova orale, gestito dalle singole scuole con commissioni dalle medesime nominate, la nomina può essere solo a tempo determinato! Per fare ciò è necessario derogare da quanto previsto dal decreto n. 368/2001. Però i leghisti non tengono conto che tale legge in quanto di attuazione della Direttiva 1999/70/CE della Commissione Europea non è derogabile per le materie che tratta agli artt. 4 e 5, in maniera totalmente difforme da quanto previsto in tutto quest’articolo.

L’abolizione delle graduatorie provinciali ad esaurimento.

L’art.20 (il 100% dei posti è assegnato ai concorsi regionali) corona tale percorso dell’orrore con la tanto invocata abolizione delle graduatorie provinciali a esaurimento, in cui sono inseriti, dopo anni di servizio resi alla scuola pubblica, quasi 200 mila aspiranti. Come è noto le graduatorie provinciali a esaurimento che attualmente forniscono il 50% dei posti da assegnare alle nomine a tempo indeterminato, dovrebbero convivere, fino ad una loro esplicita soppressione che in questo caso si realizza, con qualsivoglia nuovo tipo di sistema concorsuale cui potrebbe essere destinato solo il restante 50% dei posti disponibili.

Le nomine dei vincitori dei nuovi concorsi regionali sono a tempo determinato (da un minimo di 5 a un massimo di 10 anni) Con la conferma subordinata alla valutazione periodica del famigerato comitato di valutazione. Tutto ciò è in evidente violazione del D.L.vo n.368/2001. Solo nel primo concorso le nomine risulterebbero a tempo indeterminato. Nulla si dice del destino del personale già in servizio trasferito alle Regioni.

Le nuove figure di precariato.

L’art.22 introduce in modo organico anche nella scuola tutte le figure flessibili esistenti nel settore privato. In tal modo il precariato, nelle forme più degradanti esistenti nel mercato del lavoro privato, entrerebbe per la prima volta organicamente nel mondo della scuola sia pure con riferimento ai casi, non esplicitamente richiamati, di cui tratta l’art.36 citato. Peraltro si prevede ciò non “per rispondere a esigenze temporanee ed eccezionali” di cui al richiamato art.36 della legge 165/2001. Non si considera però che utilizzando tali prestazioni per il tempo pieno non copre un’esigenza temporanea ed eccezionale. L’articolo 36 quindi viene richiamato per la compiere una sua violazione. In questo contesto non è chiaro cosa significhi il raddoppio dei criteri di utilizzo del doppio organico (comma 2).

Un Comitato di valutazione di nomina tutta politica.

Il Comitato di valutazione(art.23) è istituito dalla Regione(cioè dalla Giunta) esso tra l’altro valuta i docenti, funge da commissione di esame per l’ammissione agli albi regionali, integra le commissioni di esame ecc. Non c’è dubbio che con tale organismo da santa inquisizione siamo al regime! Se si aggiunge che anche i possibili trattamenti accessori sono frutto della valutazione si completa la totale subordinazione politica del personale della scuola con pregiudizio totale delle sue libertà sindacali e d’insegnamento.

Con un regolamento regionale vengono disciplinati le competenze, la sede e le modalità di funzionamento di ciascun Comitato di valutazione. Tale regolamento evidentemente è di competenza della Giunta che istituisce e nomina il Comitato di valutazione. Non viene stabilito quale sia il ruolo della residua valutazione nazionale, evidente considerata marginale, né il raccordo con quella del sistema di istruzione e formazione professionale. I nuclei operativi provinciali di supporto del comitato di valutazione non sono definiti e risultano quindi essere anche una sorta di ronde in camicia verde.

Nessuno venga ora a dirci, se non si vuole sputtanare definitivamente, che con questa Lega si può trattare!

Il reclutamento dei docenti secondo la Lega Nord

La proposta di legge (A.C. n. 3357) prevede:

Concorso regionale.

Il reclutamento si effettua con un Concorso Regionale bandito dalle scuole singole o associate.

La Commissione del Concorso è nominata dalle scuole.

Al Concorso indetto ogni tre anni possono partecipare solo coloro che sono iscritti negli appositi Albi regionali.

Albi regionali.

Negli Albi regionali si possono iscrivere sono i residenti nella Regione, già abilitati, che abbiano superato un apposito esame svolto sulla base di un test.(art.17)

Il test viene predisposto dal Comitato regionale per la valutazione.(art.18).

Il Comitato regionale per la valutazione è nominato dalla Giunta Regionale.(art.23)

Le materie su cui si articolano le domande contenute nella prova a test riguardano vari argomenti indicati all’art.18

Le domande di iscrizione all’Albo sono valutate da non meglio definiti”organismi tecnici rappresentativi regionali. In sostanza i candidati all’iscrizione all’albo vengono valutati, dopo l’effettuazione e la valutazione del test, anche dalla giunta regionale(art.17, comma 4)

Modalità di svolgimento del Concorso regionale

I bandi dei concorsi regionali per titoli ed esami sono triennali e stabiliscono tra l’altro i requisiti e le modalità di partecipazione.(art.10).

I Concorsi sono disciplinati secondo modalità stabilite con regolamento regionale.(art.11)

Fra i titoli valutati per il Concorso regionale possono essere compresi il tirocinio o l’anno di formazione svolto, sulla base di una chiamata discrezionale da parte delle scuole, di quanti siano già iscritti nell’Albo regionale corrispondente al Concorso.

Ai concorsi sono ammessi coloro che sono in possesso dei titoli di formazione previsti dalla normativa nazionale vigente e dai bandi di concorso regionali (iscrizione all’albo previa residenza , tirocinio e anno di formazione , ecc.) (art.11, comma 1 , lett. h)):

La regione delibera annualmente il contingente di nomine da effettuare.

Le scuole o le istituzioni scolastiche(sic!) singole o associate espletano direttamente i concorsi per la selezione dei candidati. (art.11, comma 1 , lett. c ).

La commissione giudicatrice è nominata dalla scuola ai sensi dell’art.12

La prova del concorso è solo orale (anche in dialetto quindi).

Il contenuto della prova riguarda “l’accertamento delle capacità comunicative e metodologiche dei concorrenti”. (art.11, comma 1 , lett. d).

Abolizione delle graduatorie provinciali ad esaurimento

Vengono messi a concorso tutti i posti vacanti e disponibili.(art.9)

Di conseguenza cessano di avere validità le graduatorie provinciali ad esaurimento (ancorché non esaurite).

Abolizione della nomina a tempo indeterminato

Viene abolita l’attribuzione della nomina a tempo indeterminato dopo l’espletamento del concorso. (art.19, comma 1).

Requisiti generali per il conferimento degli incarichi a tempo indeterminato (art. 8) sono l’iscrizione all’albo regionale e il concorso regionale per merito.

Gli incarichi a termine possono essere attribuiti, in deroga alla normativa europea (art.19, comma 2), a partire da un periodo minimo di 5 anni fino ad un massimo di 10 anni (art.21) e comunque prima di un’eventuale nomina a t.i. occorre sempre permanere almeno per un triennio dopo il concorso in un rapporto di lavoro a tempo determinato.

I docenti possono essere nominati a tempo indeterminato solo al terzo incarico annuale, .(art.19, comma 2). Ciò avviene, previa valutazione meritocratica del servizio prestato, a cura del Comitato di valutazione nominato dalla Giunta( art.23). Se si è stati bravi, si può,ottenere l’assunzione definitiva! Altrimenti oltre al possibile licenziamento sussiste la possibilità di permanere fino a 10 anni con incarico annuale.(art.21)

I vincitori del concorso regionale hanno l’obbligo di permanenza nella sede e di residenza nella regione per 5 anni

Sono introdotte nella scuola tutte le forme di lavoro precario attualmente esistenti nel settore privato.(art.22)

ScuolaOggi 28.06.10

"PD e Fondazioni liriche. Ovvero: l’opposizione dei fatti e non delle parole.", di Emilia De Biasi e Manuela Ghizzoni*

Gli ultimi anni ci hanno consegnato una politica più di parole che di fatti, e di autoritarismo delle decisioni governative. Spesso abbiamo discusso nelle assemblee delle nostre città su come rendere più efficace la nostra opposizione, per un’alternativa che esca dal dilemma di una protesta senza proposta. Il Gruppo PD alla Camera ha provato a rispondere a quelle attese. Ha evitato che il Governo mettesse la fiducia sul decreto sulle fondazioni lirico sinfoniche restituendo al parlamento la sua funzione democratica, e all’opposizione lo spazio di modifica, e dunque di miglioramento del decreto, senza per questo venire meno al voto contrario, motivato dal merito inaccettabile e dalla delega al governo su una materia che non ha i requisiti di urgenza tali da giustificare il ricorso ad un decreto. Il Gruppo PD al Senato ha svolto un gran lavoro, e ha migliorato il testo, pur votando contro il provvedimento. Alla Camera abbiamo messo a frutto i risultati dei nostri senatori. Qualcuno ci ha definiti più compiacenti dei colleghi del Senato. E dove starebbe la compiacenza? Nella passione che l’intero gruppo ha dimostrato sul tema, nella capacità di presentare emendamenti e farli approvare, nel raggiungimento di risultati importanti per i lavoratori, come ad esempio con l’emendamento che ha abolito il taglio del 12,5% del loro stipendio, già di per sé non proprio alto? C’è chi pensa che l’opposizione si misuri dai decibel e dal numero di parole. Noi pensiamo che si misuri dalla fermezza delle argomentazioni e dalla capacità di giocare un ruolo propositivo nelle istituzioni. E’ facile cedere alle lusinghe dell’antipolitica e considerare il lavoro nelle istituzioni occasione di propaganda per ribalte televisive. Si rischia di consegnarsi alla telecrazia, che non possiamo stigmatizzare se la pratica il Presidente del Consiglio e invocarla se arriva il nostro turno. C’è un allarme cultura nel nostro Paese, ed è una cosa seria. Ci sono 300.000 lavoratori che aspettano risposte, a cui non basta la solidarietà di una notte in bianco. Sentiamo il dovere, per loro e per l’Italia, di batterci, di vincere con le nostre idee che si fanno realtà. In una parola sentiamo il dovere morale e politico di rappresentarli.

* Deputate PD, Commissione Cultura della Camera

L’Unità 29.06.10

"Governatori in bilico tra vizi e virtù", di Luca Ricolfi

Sono giorni decisivi per la manovra del ministro Tremonti. Quello che si sta decidendo, infatti, è su quali enti dovranno gravare gli ingenti tagli di spesa che la manovra prevede per i prossimi due anni: 8 miliardi nel 2011, 15 miliardi nel 2012. Nessuno, fra i rappresentanti di Stato, Regioni, Enti locali (Province e Comuni) mette in discussione l’entità complessiva dei tagli, pari a 23 miliardi in due anni, ma un po’ tutti sottolineano che i sacrifici richiesti al proprio comparto sono eccessivi. Soprattutto gli enti territoriali, ossia Regioni, Province e Comuni, hanno espresso il loro disappunto. Non senza ragione, a mio parere: le spese di tali enti assorbono circa 1/3 della spesa pubblica corrente, mentre la manovra chiede loro di sostenere ben 2/3 dei sacrifici.

Per contro le Amministrazioni centrali, essenzialmente lo Stato e gli Enti di previdenza, contribuiscono per circa 2/3 alla spesa complessiva, ma sono chiamate a sopportare solo 1/3 dei sacrifici. A questo motivo di disappunto se ne aggiunge un altro, e cioè che quando si parla di sprechi sembra che essi siano un’esclusiva degli Enti territoriali, mentre le analisi empiriche mostrano che anche gli Enti centrali fanno la loro parte: scuola, università, giustizia, sistema penitenziario, false pensioni di invalidità, solo per citare i casi più studiati, contribuiscono non poco alla dissipazione di risorse pubbliche.

Eppure il dibattito sui media si focalizza sulla mala gestione della sanità e sulle spese pazze delle Regioni, come se il tasso di spreco delle Amministrazioni centrali fosse limitato ai privilegi della politica, che in realtà incidono assai poco sul volume complessivo degli sprechi (non più del 2%, secondo una mia valutazione di larga massima).

Fino a qualche giorno fa gli Enti territoriali, e in particolare le Regioni, hanno fatto fronte comune contro il governo, cercando di ottenere uno sconto. Ultimamente, tuttavia, allo scontento anti-centralistico, che unisce tutti i governi locali, se ne sono aggiunti altri due, che tendono a rompere il fronte delle Regioni. Il primo è lo scontento delle Regioni (relativamente) virtuose governate dalla Lega, ossia Piemonte e Veneto, che con i loro governatori hanno chiesto di tener conto della sostenibilità dei sacrifici: a chi ha già molto tagliato, perché ha razionalizzato la spesa, si dovrebbero chiedere sacrifici minori, proprio perché i suoi margini di ulteriore miglioramento sono ridotti. Il secondo è lo scontento di cinque Regioni in deficit, tutte governate dal centro-destra: Lazio, Campania, Calabria, Abruzzo, Molise. Secondo i loro governatori, il ministro Tremonti dovrebbe tenere conto del fatto che il deficit non è stato prodotto dagli attuali governatori, appena eletti, ma dai loro predecessori, per lo più appartenenti al centro-sinistra. Detto in altre parole, la manovra dovrebbe tenere conto dello «svantaggio» di chi ha enormi deficit da ripianare e già si sta dando molto da fare per rimettere i conti in ordine.

Ed ecco il risultato paradossale: il ministro Tremonti si trova a dover fronteggiare due argomentazioni speculari, per cui sia la virtù che il vizio vengono usati come motivi per ottenere sconti sulla manovra. I governatori di alcune Regioni virtuose del Nord chiedono di fare meno sacrifici perché li hanno già fatti, quelli di alcune Regioni viziose del Centro-Sud chiedono di farne di meno perché – non avendoli fatti prima – dovranno farne troppi in futuro. Il tutto aggravato dal fatto che i dati e le stime sui costi standard, ossia su quanto è ragionevole che ogni Regione spenda, non sono ancora noti. È possibile che Tremonti se la cavi dicendo: avete visto che, alla fine, i tagli lineari (ossia eguali per tutti) sono l’unica cosa ragionevole. O che Calderoli ripeta quel che, pilatescamente, ha già detto alle Regioni: i risparmi sono questi, se ci riuscite decidete voi un modo equo di ripartirli fra voi stessi.

Se le cose andassero così, sarebbe un ulteriore colpo alla credibilità del federalismo fiscale. È vero che i conti territoriali esatti non ci sono ancora, ed è certamente una grave responsabilità di questo governo aver messo il carro davanti ai buoi, votando una legge sul federalismo fiscale (la legge 42 del 2009) prima che fosse pronta la base informativa necessaria per farla funzionare. E tuttavia, se si parla di conti delle Regioni, l’ordine di grandezza degli sprechi si conosce più che bene: ci sono innumerevoli ricerche che li quantificano, e se proprio non ci si fida dei lavori dei centri-studi ci sono i dati impietosi dei deficit sanitari, di cui è provato che sono strettamente legati all’entità degli sprechi. Se si vuole, quei dati possono benissimo essere usati per modulare i sacrifici richiesti, esigendo di più da chi è male organizzato e proprio per questo ha maggiori possibilità di riorganizzarsi in modo più efficiente. Decidano i governatori delle Regioni in dissesto se i tagli che devono fare preferiscono cominciare a farli davvero, o preferiscono scaricarli – sotto forma di maggiori tasse – sui cittadini che li hanno eletti. Ma non si sottraggano alle loro responsabilità dando la colpa ai predecessori: i dissesti erano noti, ed è anche per ripianarli che i governatori neoeletti hanno chiesto il voto ai rispettivi elettori. E tantomeno chiedano allo Stato di ripianare, concedere fondi Fas, soprassedere, dilazionare. Perché i costi che i governatori delle Regioni in dissesto cercano oggi di evitare li pagherebbero domani i contribuenti, a partire da quelli delle grandi Regioni virtuose del Centro-Nord, che non hanno alcuna responsabilità (ma solo svantaggi) per anni e anni di espansione incontrollata dell’occupazione e della spesa nei territori peggio amministrati.

Ci sono due cose, tuttavia, che i governatori delle Regioni, specie di quelle fin qui mal amministrate, possono ragionevolmente chiedere: la caduta dei vincoli di destinazione dei vari fondi, nonché maggiori poteri per riorganizzare l’erogazione dei servizi pubblici. Perché su un punto i timori dei governatori, di tutti i governatori, sono perfettamente giustificati: per ridurre i costi dei servizi pubblici bisogna aumentare l’efficienza, ma per aumentare l’efficienza è inevitabile ristrutturare, un’operazione che oggi è resa impervia non solo dalla mancanza di analisi organizzative dettagliate ma anche dai mille espedienti che ogni organizzazione complessa, specie se fa parte della Pubblica Amministrazione, può mettere in campo per resistere al cambiamento.

La Stampa 29.06.10

"Saliamo tutti sulla nave dei diritti", di Giuseppe Civati

Basta stare zitti, arriva la nave dei diritti. E la nave è sbarcata, sabato, a Genova, compiendo così un’azione simbolica, quasi metaforica, è stato detto dagli organizzatori, che festeggia in modo celebrativo l’Unità d’Italia e i diritti che una vera unità del Paese dovrebbe portare con sé. Il momento è grave e parecchio triste, perché l’Italia appare divisa come non mai, quasi strappata.
Vent’anni di Berlusconi l’hanno divisa in profondità: tra categorie e ceti sociali, italiani e stranieri, territori e, addirittura, generazioni. E la crisi ha messo in luce ritardi e fragilità che il nostro Paese ha cercato di nascondere prima di tutto a se stesso.
L’iniziativa è nata a Barcellona, la città più italiana d’Europa, fuori ì d’Italia. Una terra di diritti e di integrazione, sapendo però che quasi tutto, al confronto con l’Italia di questi anni, sembra terra di integrazione, di diritti, di rispetto e di valori costituzionali.
Questo è il tema principale, che dovrebbe fare riflettere tutti, non solo chi ci guarda da fuori. I Mille del 2010 che provengono da Barcellona, lo sanno.
Sanno anche di essere una piccola avanguardia che non basterà a farci cambiare, ma ci farà pensare. Ad accogliere la Nave dei diritti c’è anche Marta Vincenzi, sindaco di Genova, che si è sempre distinta
per l’associazione tra i compiti amministrativi di ogni giorno e l’adesione alle grandi sfide culturali e dei diritti. Quello che colpisce più dei cittadini genovesi che hanno presenziato allo Sbarco è la loro provenienza, popolo viola, curiosi,mamme con bambini, pensionati con le bandiere delle Fiom, gli immancabili tamburi: tutti schierati contro la rassegnazione e la tristezza che ci viene a guardare le case comprate
ai ministri a loro insaputa e la legge bavaglio, gli scandali che riguardano la Protezione civile (sai che Protezione!) e la peggiore manovra economica degli ultimi 20 anni.
Quando si vive o si va all’estero, la prima domanda che viene rivolta agli italiani spesso è: «ma come fate?». E ci si riferisce al presidente del Consiglio, che gode di pessima fama. E una pessima fama fa la
trasferisce al proprio Paese nonostante la sua preoccupazione
di non parlare di mafia e corruzione. Subito dopo, di fronte alla risposta imbarazzata di molti di noi, è l’interlocutore a esprimere una grande e bella idea dell’Italia, nonostante tutto.Ea richiamarci al rispetto che dobbiamo al nostro Paese. Alla sua storia e a quello che ancora può rappresentare.
Viva lo Sbarco della dignità d’Italia e della sua unità, allora, perché ci ricorda che tutto questo non deve riguardare solo gli europei o chi vive all’estero, chi da italiano ha scelto di “fuggire” o vi è stato costretto.
Perché l’Italia siamo noi e nessuno dovrebbe sentirsi escluso da un cambiamento che ci pare urgente, necessario, vitale.

L’Unità 28.06.10