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"Stato e Comuni, il baratto dei pezzi d'Italia", di Mario Tozzi

Quanto vale una spiaggia dell’arcipelago toscano o una torre calcarea delle Dolomiti? O, come sembra paventarsi in questi giorni, l’isoletta di Folegandros in Grecia? O, comunque, quanto vale una bellezza naturale nel mondo del terzo millennio, dilaniato da una crisi economica che rischia di confondere i valori con i prezzi?

In Italia la risposta a questa domanda è obbligata: nessun valore economico o finanziario può essere assegnato ai beni culturali a carattere naturalistico, semplicemente perché il solo pensare di metterli in vendita (o porli a garanzia di prestiti bancari) è pura follia. Sarebbe come alienare i gioielli di famiglia nella speranza di una congiuntura migliore che, però, sempre provvisoria sarà. E non si capisce cosa si potrà mettere in vendita la volta successiva.

Non sappiamo ancora se il passaggio dei beni demaniali alle amministrazioni locali diventerà realtà, permettendo di fare merce di natura e paesaggio.

Quello che è certo è che la tutela sarà allentata, per almeno due ragioni.

La prima è che i sindaci hanno, come si è visto recentemente, il cappio stretto al collo, e non riescono a fare cassa neppure per garantire servizi essenziali come sanità e trasporti. Figuriamoci l’ambiente.

La seconda è che un’autorità statale è sempre più efficace quando deve agire in termini di tutela, mentre nessun amministratore è in grado di resistere al corteggiamento del parente o dell’amico degli amici, visto che ne risponderà, poi, in prima persona – e sul posto – dopo cinque anni. Se c’è un settore che paga la crisi economica, in Grecia come in Italia o dovunque ci sia patrimonio naturale di pregio, quello è l’ambiente. E più la crisi colpisce duro, peggio sarà per i tesori naturali: se fosse vera la notizia di Mykonos parzialmente in vendita sarebbe gravissimo, ma già è grave che solo se ne parli.

Quei pezzi d’Italia sono il nostro bene più prezioso, perché non è tanto la somma di monumenti e bellezze naturali, ma il contesto, a rendere unico in tutto il mondo un Paese che dovrebbe porre a fulcro della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva il patrimonio culturale e naturalistico. Questo il motivo per cui a Venezia non sono stati innalzati grattacieli, la Torre a Pisa non crolla e Siena è ancora medievale; questa anche la ragione per cui a L’Aquila terremotata si ricostruiscono le chiese insieme alle case e non dopo.

Invece, in una sciagurata storia che inizia da quando si cominciò a parlare di monumenti e territorio come «petrolio d’Italia» (!), il valore venale del patrimonio culturale e naturalistico diventa qualcosa da investire per fare altro (le opere pubbliche), una risorsa da spremere, dando la tragicomica impressione di essere arrivati al fondo del barile mentre si hanno aspirazioni da quinta potenza industriale del mondo. Nessuno dice che si porrà in vendita l’isola della Maddalena, ma è grave che intanto possa diventare teoricamente possibile, come una specie di miccia sempre accesa in prossimità di un bomba che distruggerebbe non solo beni, ma anche cultura e identità nazionale. Se si gestiscono i beni ambientali e culturali in pure ottiche di mercato, il cittadino viene alienato di un patrimonio che è prima di tutto collettivo e viene trasformato in un mero consumatore. Anche se sono in pochi, oggi, a pensare che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco non vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia, siamo arrivati al punto di ipotizzare la privatizzazione anche dei parchi nazionali. Ma a cosa servono un parco naturale o un’area protetta? Semplicemente, migliorano la qualità delle nostre esistenze e, spesso, portano il valore aggiunto di uno sviluppo economico basato su pratiche eco-sostenibili. Un parco conserva la biodiversità del pianeta Terra, una specie di polizza sulla vita della nostra specie, che riuscirà a sopravvivere solo fintanto che saranno garantite varietà biologica e evoluzione naturale. Tutti i giorni godiamo dei servizi che la natura gratuitamente offre senza nemmeno darvi troppo peso, dall’acqua all’aria, al cibo o alla protezione da eventi catastrofici. Ma quando si tratta di garantire un futuro alla natura nessuno ricorda quei servizi e sembra che se ne possa fare a meno, tanto è che si discute se dare o meno alla gestione dei parchi italiani l’equivalente di una tazzina di caffè all’anno per ciascun cittadino. Si tratta di ballon d’essai estivi per «vedere che aria tira»? Può darsi, ma intanto, in tema di natura e paesaggio, è bene agire preventivamente: aver sottovalutato il problema ha solo sconciato il territorio nazionale ai limiti dell’irreparabile.

La Stampa 28.06.10

Berlusconi gela le Regioni «Non si sprecano i soldi dei cittadini»

Obiettivo “ottimistico”, quello che ci si è posti al vertice del G20 circa la riduzione del deficit, ma “raggiungibile”. Soprattutto se ci si concentrerà nella riduzione degli sprechi dei soldi dei contribuenti che abbondano nell`amministrazione dello Stato e delle autonomie locali. Silvio Berlusconi parte dal comunicato finale del vertice di Toronto per chiudere la porta alle richieste delle regioni, che anche oggi – attraverso una lettera di 5 governatori, tutti del Pdl, al ministro Tremonti – hanno chiesto di riaprire il confronto sui pesanti tagli che la manovra impone loro. Un `no`, quello di Berlusconi, pronunciato in maniera netta: tagliare “è sempre difficile e doloroso – ammette – ma non si può andare avanti così a sprecare i soldi dei cittadini”. Anche perché “abbiamo messo gli occhi dentro l’amministrazione dello Stato, di Regioni, Province e Comuni, e ci si è accapponata la pelle”, dice nella
conferenza stampa al termine del G20, nella notte italiana. Certo, riconosce, “è chiaro che chi ha la responsabilità di una Regione difende lo status quo, perchè molto spesso si tratta di abolire enti, il che vuol dire persone che si devono cercare un`altra occupazione”, tuttavia così “non si può continuare: è una cosa scontata”.

La risposta alle Regioni è il solo accenno alle vicende italiane, insieme all`annuncio che la modalità del voto degli italiani all`estero verrà cambiata: “Lo faremo sicuramente entro la fine della legislatura”, dice il premier da Toronto, dove vive una
delle più grandi comunità italiane all`estero. Che non rischierà comunque di vedersi tolto un diritto da poco ottenuto: “E` stata una conquista”, rassicura Berlusconi. Del caso Brancher, il premier non vuole invece proprio occuparsi, almeno davanti ai taccuini, e così neanche quando al termine della conferenza stampa si ferma a raccontare il match tra Germania e Inghilterra ai Mondiali (“Abbiamo vissuto in diretta la tragedia di Cameron e mano a mano che arrivavano i gol la Merkel era sempre più brillante”) Berlusconi raccoglie lo spunto proposto da una cronista, che a proposito di Mondiali gli chiede se abbia letto l`autodifesa del ministro alle telecamere del Tg3: “Sì, sì…”, borbotta lasciando la sala. Meglio parlare del G20, della possibilità dell`Italia di
raggiungere gli obiettivi proposti. Che diventano ancora più ambiziosi nell`interpretazione di Berlusconi, che parla di “eliminare il deficit entro il 2016” quando il vertice ha chiesto di dimezzarlo entro il 2013: “Ora mettiamoci di buzzo buono per raggiungere il 3% nel 2012 come l`Europa ci ha giustamente richiesto, e poi diamoci anche l`obiettivo di non avere deficit: poco a poco, percorrendo la strada della riduzione delle spese, dell`eliminazione degli sprechi e della cassazione benefici”. Ma accanto a lui siede chi il deficit dovrà effettivamente ridurlo, Giulio Tremonti, e così Berlusconi spiega che “parlando con il nostro ministro che era già preoccupato di dover arrivare all’obiettivo nel 2016, ho detto ottimistico per fargli una carezza… Però penso che si possa raggiungere, o almeno questo è il mio pensiero”. Ma Tremonti chiosa con un sorriso: “Stava parlando del mondo, del G20…Sono grandi mete, grandi ambizioni”. Quale che sia l`obiettivo, per Berlusconi il consolidamento dei bilanci è il presupposto per la
crescita: “La crisi è riconosciuta da tutti come alle spalle: i Paesi in via di sviluppo crescono dal 6% in su, e per quanto ci riguarda anche noi abbiamo ripreso, seppure con una velocità ridotta, consumi, esportazioni, produzione”.

L`Italia, rivendica il premier, “nei primi tre mesi è allo 0,5%,”, e questo è “frutto della decisione di guardare ai conti con regole per il consolidamento fiscale e nel contempo per sostenere lo sviluppo”. Strada che “noi abbiamo imboccato per primi”. Berlusconi difende così l`austerity europea, criticata nei giorni scorsi da Barack Obama: “Sono piani ragionevoli in considerazione dei deficit
aumentati con la crisi. Credo fosse necessario intervenire, e tutti lo hanno fatto trovando l`accordo e i complimenti dell`amministrazione americana”. Per sé però rivendica una differenza sostanziale: “Credo che il merito nostro sia stato quello di intervenire senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini”. C`è tempo per un ultimo accenno agli esiti del vertice. A Tremonti il premier assegna il merito di avere “indicato per primo la necessità di regolare l`attività finanziaria”, con un lavoro che portò al Lece framework e che ora dovrà completarsi entro il G20 di Seul a novembre. E a sé stesso quello di essere stato “buon profeta nel dire che era impossibile trovare l`accordo di tutti” sulla tassa sulle transazioni finanziarie”. Dunque “nessun accenno” al tema, nonostante “l`esplicita richiesta della Merkel che non ha avuto seguito”. Insomma, “direi che si è andati nella direzione prevista”, tira le somme il presidente del Consiglio, che si riserva un`ultima osservazione sulla “grande convergenza e coesione” dei Venti. E così anche se al vertice si è deciso che ognuno farà per sé, il premier sottolinea “il dialogo tra le potenze” e “un`amicizia che è più della cordialità e simpatia”.

L’Unità 28.06.10

"Nelle università più tagli agli stipendi dei giovani docenti", di Gianni Trovati

È il primo “salto” dei ricercatori, quello cruciale per dare l’abbrivio alle retribuzioni in cattedra, a essere il più colpito dalle misure congela-stipendi previste anche per le università dalla manovra correttiva.
Professori e ricercatori, come magistrati, diplomatici e alti gradi militari, non hanno una storia retributiva disciplinata dai contratti, ma dagli incrementi automatici, ed è lì che nel loro caso si concentra l’ondata di gelo imposta dalla manovra. I grandi lavori sui correttivi sono già iniziati, ma l’ultima parola la dirà in settimana il maxiemendamento governativo: se le carte non cambieranno, i docenti dovranno dire addio per i prossimi tre anni alle due gambe degli aumenti in busta, cioè gli incrementi automatici annuali ancorati alle dinamiche salariali del pubblico impiego e gli scatti (altrettanto automatici, in attesa di una rivoluzione meritocratica che tarda ad arrivare) che ogni due anni fanno salire il professore di un piano nel grattacielo della busta paga.

La tagliola è uguale per tutti, ma gli effetti sono variegati perché cambiano per ognuna delle 52 posizioni stipendiali in cui si articolano le entrate degli oltre 60mila docenti universitari italiani. Il sistema è bizantino è irrazionale in sé – consente anche di raddoppiare lo stipendio senza passaggi di ruolo – e non è semplice trovare una regola in grado di sposare l’esigenza dei sacrifici con un minimo di progressività nelle richieste; fatto sta, però, che lo stop generalizzato finisce per colpire con più durezza proprio gli stipendi più leggeri.
In termini percentuali, il dazio più pesante è a carico dei ricercatori esordienti, che debuttano fra i docenti con un netto da 1.200 euro al mese. Chi ha iniziato la carriera l’anno scorso, oltre agli incrementi Istat deve rinunciare agli scatti del 2011 e del 2013, con una stretta che si porta via 7.659 euro all’anno in termini di mancati aumenti: in pratica, la rinuncia vale il 32,7% dello stipendio annuale.

Più alta in valore assoluto, ma un po’ più “leggera” in termini relativi, è la cura che si prospetta per i ricercatori non confermati che hanno già all’attivo due scatti stipendiali, e che nei prossimi tre anni si vedono congelati aumenti per più di 8mila euro l’anno, cioè il 27,6% della loro busta paga che oggi al netto viaggia intorno ai 1.530 euro al mese.
La tabella in pagina fa i conti in tasca a tutti i docenti italiani, calcolando per ogni fascia stipendiale quanto vale l’austerità in busta paga imposta dalla manovra per salvare i conti pubblici (e in particolare quelli delle università, che senza correttivi l’anno prossimo dedicherebbero al personale quasi 7 miliardi di euro, cioè più di quanto potranno ricevere dallo stato).

L’incremento automatico è quello legato al resto del pubblico impiego, ed è calcolato in base all’Ipca, cioè il nuovo indice che dall’anno prossimo avrebbe dovuto accompagnare l’esordio degli accordi triennali sul modello del lavoro privato. Gli scatti sono invece rappresentati dagli importi che separano tra loro le fasce stipendiali, e oscillano fra un minimo e un massimo perché il risultato dipende dalla situazione del singolo docente. Chi ha avuto l’ultimo scatto nel 2009 se ne vedrà bloccare due, quello del 2011 e quello del 2013, mentre chi ha visto la busta paga aumentare quest’anno dovrà rinunciare solo a quello in calendario per il 2012.
Il caso, insomma, domina una buona fetta delle sorti degli stipendi in cattedra, ma nel caleidoscopio delle somme in gioco si fa largo una regola generale: in ognuno dei ruoli dei docenti confermati, che sono l’ampia maggioranza (sono quelli che hanno già passato qualche anno all’interno del loro ruolo), l’impatto percentuale della manovra scende al crescere dell’anzianità, e quindi dello stipendio.

Un ordinario appena dopo la conferma, per esempio, guadagna 58mila euro lordi l’anno e deve rinunciare ad aumenti fino al 18,9%, mentre per chi ha un’anzianità elevata e guadagna fino a 106mila euro l’anno la stretta non supera in nessun caso il 10% (la fascia più alta, ovviamente, non ha scatti ulteriori, quindi subisce nella manovra un impatto più morbido). Questa progressività al contrario non viene cancellata nemmeno dal «taglia-manager», che sforbicia del 5% le quote degli stipendi pubblici che superano i 90mila euro e del 10% quelle che vanno oltre i 150mila. Nelle università entra in azione in genere solo la prima di queste tagliole, e solo per gli ordinari più anziani, e le cifre in gioco sono leggere: un cattedratico al vertice dell’anzianità, che senza avere incarichi ulteriori (per esempio preside di facoltà o rettore) sfiora i 110mila euro all’anno, in 12 mesi paga a questa misura 992 euro lordi.

Il Sole 24 Ore 28.06.10

"I tagli al welfare tagliano anche vite umane", di Cristina Pulcinelli

Tagli radicali imposti dai governi al welfare sociale non causano solo difficoltà economiche nella popolazione, ma hanno un costo in vite umane. L’avvertimento viene da un articolo appena pubblicato sul British Medical Journal.
La recessione economica sta imponendo ai governi di tagliare le spese e in Europa c’è un acceso dibattito sul potenziale impatto economico di questa politica. Nessuno però parla degli effetti sulla salute delle persone, così David Stuckler dell’università di Oxford insieme ad alcuni colleghi ha analizzato proprio questo impatto. Benché i governi pensino di proteggere la salute salvaguardando i budget per la sanità, dicono gli autori, in realtà non lo stanno facendo perché la spesa per il welfare è ugualmente, se non più, importante per la salute della popolazione. A questo proposito ricordano un rapporto sulla salute e le condizioni sociali commissionato dal governo inglese secondo cui, ad esempio, i bambini che ricevono una istruzione migliore e hanno un ambiente più sano in cui giocare crescono più in salute di quelli che non hanno queste opportunità.
Il gruppo di scienziati ha preso in esame i dati sulla spesa per il welfare sociale forniti dall’Ocse e che riguardano 15 paesi europei negli anni compresi tra il 1980 e il 2005. Il welfare comprende programmi per dare sostegno a famiglie e bambini, aiuti ai disoccupati per trovare un lavoro e sostegno alle persone con disabilità. Ognuna di queste voci può avere effetti sulla salute. E in effetti i ricercatori hanno trovato che quando la spesa sociale era alta, i tassi di mortalità cadevano, ma quando la spesa era bassa, i tassi di mortalità crescevano in modo sostanziale. In particolare le morti erano dovute a quelle malattie per le quali le condizioni sociali sono molto importanti, come l’infarto e le malattie indotte dall’alcol. Sulla base di modelli matematici, i ricercatori stimano che un taglio di 70 sterline (85 euro) a persona sulla spesa per il welfare sociale fa aumentare le morti per alcol di circa il 2,8% e la mortalità per malattie cardiovascolari dell’1,2%.
Ridurre invece la spesa in altri settori, ad esempio la difesa, non ha un impatto tanto negativo sulla salute. “I programmi di welfare sociale e quelli per la salute – concludono gli autori – sono un fattore determinante per la salute futura della popolazione che bisogna prendere in considerazione nel dibattito economico”.

L’Unità 28.06.10

L'Italia scala la classifica della pressione fiscale e si porta al quinto posto con la Francia

L’Italia scala la classifica europea (Ue-27) per la pressione fiscale: nel 2009 il peso del fisco sul prodotto interno lordo è stato del 43,2%, in aumento rispetto al 2008 (42,9%). L’Italia si colloca così al quinto posto, insieme alla Francia, in Europa per pressione fiscale. Nel 2008 era al settimo posto. È quanto risulta dai dati sui “Conti ed aggregati economici delle amministrazioni pubbliche” nel 2009 diffusi oggi dall’Istat. Per tornare ad una pressione fiscale più alta in Italia, bisogna tornare indietro al 1997, l’anno dell’Eurotassa (ma nel 2007 la pressione del fisco era stata comunque pari al 43,1%). A pesare una diminuzione del Pil maggiore della diminuzione delle entrate.

La flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1%) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette ha risentito delle significative diminuzioni del gettito dell’Iva (-6,7%) e dell’Irap (-13%). L’andamento dei contributi sociali effettivi riflette la tenuta delle retribuzioni lorde, dovuta alla lieve crescita dell’importo medio pro-capite, che ha parzialmente compensato la flessione dell’occupazione. L’incidenza sul Pil del prelievo tributario e contributivo dell’Italia risulta pari – come già detto – a quello rilevato in Francia e inferiore a quello di Belgio (45,3%) e Austria (43,8%), oltre che rispetto ai paesi scandinavi, i cui più evoluti sistemi di welfare hanno storicamente richiesto un maggiore ricorso alla fiscalità generale. Danimarca e Svezia, infatti, presentano i valori più elevati della pressione fiscale (rispettivamente 49,0% e 47,8%), mentre quelli più bassi si riscontrano in Lettonia (26,5%), Romania (28,0%), Slovacchia e Irlanda (29,1%), Lituania (29,3%) e Bulgaria (30,9%).

Le reazioni. Come prevedibile, i dati dell’Istat rinfocolano la polemica da parte dell’opposizione: «Scaliamo la classifica europea per il peso delle tasse e insieme abbiamo un debito pubblico che, sfiorando il 116% rispetto al Pil, resta sempre il più alto della Ue. Questi sono i record del governo Berlusconi così come li fotografa l’Istat», dice il vicepresidente vicario dei deputati del Pd,Michele Ventura. Che aggiunge: «Gli effetti della crisi sulle finanze pubbliche si manifestano su tutti i paesi avanzati, ma colpiscono in particolar modo l’Italia dove la spesa pubblica ha sfiorato nel 2009 gli 800 miliardi, perchè, insieme ai necessari interventi sugli ammortizzatori sociali, non sono state previste iniziative atte a favorire la crescita. Anche l’impegno appena preso dai grandi del G20 per il dimezzamento dei deficit dal 2013 non porterà risultati se non verranno messe in campo azioni per la ripresa. Questo governo, com’è dimostrato dalla manovra presentata – conclude Ventura – è incapace di fare qualsiasi cosa, sia di tenere i conti in ordine, che di vigilare sulla pressione fiscale. Altro che meno tasse
Polemiche a parte, quel che appare certo è che la pressione fiscale oltre a non scendere come più volte promesso dall’attuale Governo – nel 2001 il premier Silvio Berlusconi annunciò l’ormai celeberrimo “meno tasse per tutti”, passando nel corso di quest’anno al non meno celebre “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani” – addirittura aumenta. A dispetto degli annunci.

Il Sole 24 Ore 28.06.10

"Il ministro impresentabile", di Francesco Merlo

È l´ultima mutazione genetica del berlusconismo: il Bertoldo di Stato, lo stralunato compare, il finto tonto perfetto, il furbissimo sciocco che si nasconde dietro una disperante inadeguatezza e una imbranataggine comica, insomma il falso scemo che ci prende per scemi veri.
Ieri, per esempio, proprio quando era stato smascherato come simulatore dal capo dello Stato, si è meravigliato perché i cronisti insistevano a ficcare il naso nelle sue vicende, e ha detto al Tg3 che non è educato disturbare un brav´uomo la domenica, che forse è il giorno riservato alla contabilità delle mazzette e non certo alle domande dei giornalisti.
E ha aggiunto di non capire, il povero Brancher, perché non sfruculiano Lippi, che se le merita davvero, invece di importunare il povero neoministro di non si sa che cosa. Con un´aria da furfante gentiluomo che non sente rimorsi né prova vergogna ha sostenuto che gli italiani sfogano su di lui la rabbia per l´eliminazione dai Mondiali, che è una genialità da imbonitore, la “mossa” dello scugnizzo di Belluno.
Insomma, ascoltato in tv, Aldo Brancher non è più solo il presunto collettore della banda Bassotti, il sensale di Berlusconi e della Lega, ricompensato e soccorso con un ministero, ma è la perfezione del nuovo commis dello Stato italiano, quello che fa finta di non capire e di non sapere: «Che male c´è?». Come Scajola, che non si è accorto che gli compravano la casa; come Lunardi che spaccia per innocente favore l´impudicizia dell´affarismo; come Bertolaso che non si spiega mai e si indigna sempre. Come loro, anche Brancher non si è reso conto che l´hanno fatto ministro proprio quando il processo per appropriazione indebita è arrivato a dibattimento e quindi vicino alla sentenza. Se ne sono accorti tutti tranne lui.
Ma Brancher è il più bravo, sfoggia un´ingenuità da campagnolo, da Mister Bean della politica, da Chance il giardiniere, e ogni volta che parla regala suggestioni nuove, disorienta, spiazza come fosse un Dostoevskij della sceneggiata celtica: «Per idiota mi prendono tutti, non so perché…».
È ormai noto, fin nei dettagli, l´imbarazzante intreccio a proposito delle sue competenze ministeriali, le famose deleghe annunziate e ancora non assegnate, con il federalismo che è stato derubricato a decentramento, il tentativo di raggiro istituzionale e il trucco da magliaro ai danni del Capo dello Stato. Ebbene, ieri in tv Brancher invece che parare i colpi ha cercato di sferrarne, in nome di una onorabilità offesa: «È una vergogna», «sono sorpreso da tanta cattiveria», «le mie deleghe sono quelle scritte, andate a leggerle». Dove? «Sulla Gazzetta Ufficiale», è stata la sua sfrontata bugia.
Brancher sa che nessuno legge la Gazzetta Ufficiale, l´ha evocata per intimidire e per legittimarsi. Ma il punto è che la Gazzetta Ufficiale non ha ancora comunicato la sua nomina e quindi nemmeno le sue deleghe.
Una volta i ministri venivano scelti per competenza o per appartenenza politica, mai per ricompensare un silenzio complice e per sfuggire alla giustizia. Ma Brancher, che non vuole dimettersi, non è un cialtrone, non è pittoresco e si capisce benissimo che la combriccola che lo vuole ministro a tutti i costi ha più ragioni di temerlo che di premiarlo. Con le tasche piene di segreti si è umiliato sino a diventare il Bertoldo di Stato e ha conquistato sul campo i suoi gradi di ministro. All´Impresentabilità.

La Repubblica 28.06.10