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"Manovra in aula al Senato il 6 luglio. Valditara (Pdl) e Rusconi (Pd) spiegano le novità sulla scuola", di Claudio Tucci

La manovra da 24,9 miliardi arriverà in aula, al Senato, il prossimo 6 luglio. E non più il 1°, come invece previsto dal precedente calendario d’aula. La decisione è stata presa dai capigruppo di Palazzo Madama, su richiesta della maggioranza in commissione Bilancio per avere così più tempo per valutare i 2.550 emendamenti presentati dai gruppi. Il termine per la presentazione degli emendamenti per l’aula è stato spostato a lunedì 5 luglio alle ore 14.
Intanto, in mattinata, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti ha incontrato i capigruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, il relatore e presidente della commissione Bilancio, Antonio Azzollini, e il senatore Maurizio Saia, oltre a tecnici del ministero. Sul tavolo i nodi da sciogliere della manovra economica, molti dei quali rappresentanti in emendamenti di maggioranza e opposizione che sono stati accantonati in commissione Bilancio a Palazzo Madama, proprio in vista di questo confronto sulla percorribilità e la ulteriore definizione delle proposte di modifica.

Proposte che a questo punto, quasi con ogni probabilità confluiranno in un emendamentoo “omnibus” del relatore alla manovra. Tra i temi affrontati i tagli a sicurezza, scuola, pubblico impiego, forze armate e assegni di invalidità. L’incontro, riferiscono al termine i partecipanti, é stato interlocutorio, una prima analisi per fare uno “screening” più dettagliato la prossima settimana in un nuovo confronto con Tremonti che si terrà martedì o mercoledì, di ritorno dal vertice di Toronto. Altro tema caldo sul quale il ministro dell’Economia si sta concentrando é quello dei tagli alle Regioni, che hanno minacciato la restituzione delle proprie competenze allo Stato. Un tema legato alla prossima emanazione dei decreti attuativi del federalismo fiscale sul quale é aperto un confronto tra Tremonti ed enti territoriali.

Per quanto riguarda la scuola, dopo l’apertura di ieri del ministro Tremonti di utilizzare i risparmi maturati da Viale Trastevere per attenuare il blocco degli scatti d’anzianità dei docenti, abbiamo voluto approfondire la questione, chiedendo un commento al senatore Pdl e relatore del ddl di riforma dell’università, Giuseppe Valditara e al capo gruppo Pd in Commissione Cultura al Senato, Antonio Rusconi.
Valditara ha giudicato positive le parole del ministro dell’Economia, evidenziando, però, come ora sia necessario affrontare anche il problema dei tagli agli scatti meritocratici per i professori universitari. I mancati aumenti retributivi, ha detto Valditara, pesano per 87 milioni per il 2011 e 270, a regime, dal 2013. Le risorse per recuperare questi soldi, ha aggiunto, potrebbero arrivare dall’aumento dell’accisa sui tabacchi.

Critico, invece, il giudizio del senatore Pd Rusconi, che ha ricordato come l’operazione di Tremonti, di fatto, annulli tutti i discorsi sulla valorizzazione del merito degli insegnanti, rilanciati, anche ultimanente, dal ministro Gelmini. Se i 2,3 miliardi di risparmi, andranno, a rate, a recuperare i mancati scatti, cosa resterà, si chiede Rusconi, per premiare gli insegnanti più meritevoli? Rusconi, inoltre, evidenzia come Tremonti non abbia fatto alcun cenno alla questione dei mancati trasferimenti di soldi al fondo di funzionamento ordinario degli atenei. Che, anzi, il prossimo anno vedranno ridursi l’assegno di 1,3 miliardi. La richiesta fatta da Rusconi, in un apposito emendamento alla manovra, su cui la commissione Bilancio deciderà la settimana prossima, è di ripristinare almeno 800 milioni, che serviranno, ha detto, «appena a pagare gli stipendi, fermo restando il blocco degli scatti meritocratici». Anche perchè, ha concluso, «molti atenei, che proprio in questi giorni stanno programmando i corsi per il prossimo anno, se non vedranno accreditarsi nuove risorse, rischiano seriamente di chiudere i battenti».

Il Sole 24 Ore 28.06.10

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“In manovra ritocchi su invalidi e sicurezza”,di Marco Mobili e Dino Pesole

Tagli alla sicurezza, scuola, forze armate, invalidità ma anche il duro braccio di ferro con le regioni. Temi che per la maggioranza dovrebbero tradursi in altrettanti emendamenti al testo della manovra economica, già a partire da martedì quando si riprenderà a votare in commissione Bilancio e il relatore Antonio Azzollini formalizzerà i suoi primi emendamenti d’intesa con il governo. Maggioranza che ha sondato ieri i margini reali di disponibilità da parte di Giulio Tremonti nel corso di un incontro al ministero dell’Economia, al quale hanno preso parte oltre al relatore, i capigruppo Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello e il senatore di area finiana Maurizio Saia.

Il ministro – stando a quanto riferiscono alcuni dei partecipanti al vertice – ha ascoltato con attenzione, ha convenuto in linea di principio sulla necessità di alcuni ritocchi al testo nel rispetto assoluto dell’invarianza dei saldi, e si è impegnato a fornire una risposta più completa sui singoli punti nel corso della prossima settimana. Riunione interlocutoria, dunque. «Stiamo lavorando anche sul fondo unico per la giustizia», rende noto Gasparri. «Certamente vi saranno delle modifiche al decreto, ma non credo si tratterà di correzioni sostanziali». Intanto le regioni dalle parole passano ai fatti, o almeno ci provano. Con una nota inviata al ministro per i rapporti con le regioni, Raffaele Fitto, il presidente della Conferenza delle regioni, Vasco Errani, oltre a spiegare le motivazioni della protesta delle regioni contro la manovra economica, ha chiesto la convocazione di una seduta straordinaria della Conferenza stato-regioni che dia il via libera «a una intesa per il trasferimento dalle regioni allo stato delle funzioni amministrative già conferite perchè oggettivamente le regioni sono impossibilitate ad esercitarle». Errani ha anche lanciato un appello a comuni e province che è stato subito accolto: tutti gli enti si incontreranno mercoledì prossimo con l’intento di fare fronte comune.

Il cammino della manovra si intreccia anche con quello attuativo del federalismo. Il ministro dell’Economia è al lavoro con i tecnici sulla relazione con cui saranno rese note le simulazioni di impatto del federalismo e che sarà presentata al Consiglio dei ministri di mercoledì prossimo. Ieri Roberto Calderoli ha confermato che i risparmi possibili dal solo comparto sanità sono pari a 4 miliardi. Dato per scontato l’arrivo del maxiemendamento e del voto di fiducia, tanto al Senato quanto alla Camera, i lavori per la messa a punto del testo proseguiranno per tutta la settimana. Inevitabile così lo slittamento dell’approdo in aula della manovra, fino a ieri calendarizzato per il 1° luglio e ora fissato per martedì 6. Nelle sedute di ieri la commissione è arrivata a illustrare le proposte di modifica fino all’articolo 9. Poche e di dettaglio le modifiche approvate: l’estensione ai lavoratori privati della proroga al 31 dicembre 2010 del termine di decorrenza degli obblighi sulla valutazione dei rischi da stress da lavoro-correlato per le Pa; il trasferimento al Cnr e non più alle Infrastrutture dell’Insean (Istituto nazionale per studi e esperienze di architettura navale), così come il passaggio all’Inpdap dell’Ente nazionale di assistenza magistrale; una parte dei fondi provenienti dalla liquidazione del patrimonio derivante dalla soppressione del comitato per l’intervento nella Sir, destinata all’Economia, sarà versata allo Stato per essere riassegnata al fondo ammortamento dei titoli di Stato.

Modifiche che confluiranno nel maxiemendamento così come quelle su cui il governo ha già scoperto le carte. Si tratta dell’elevazione a 65 anni dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche, così come il ritorno al 74% (la manovra l’ha elevata all’ 85%) dei requisiti di accesso all’invalidità civile.C’è poi la proroga per i versamenti di imposte e contributi in Abruzzo che slitta a dicembre 2010 così come il recupero dell’arretrato decorrerà dal 1° gennaio 2011 anziché dal 1° luglio prossimo. Una proroga confermata nella sostanza dal direttore delle Entrate, Attilio Befera, e dal presidente Inps, Antonio Mastrapasqua, che con un comunicato hanno sospeso il pagamento di quanto dovuto in attesa della conversione in legge della manovra.

Il Sole 24 Ore 28.06.10

«Documento donne», di Alessia Ripani

Cristina Comencini nel video che presenta lo spettacolo ‘Libere’

La ricerca della dignità. Il documento della donna libera italiana ai tempi di Silvio Berlusconi, il manifesto dell’anti-velina, il vademecum di chi non si riconosce nell’escort-pensiero e si attrezza per sconfiggerlo. Modernità alle prese con missioni in sospeso e palesi sconfitte, perché “se oggi una ragazza di trent’anni maledice il femminismo e invidia sua nonna vuol dire che c’è ancora tanto da fare”. Lo ha messo a punto un gruppo di donne – battezzato Di Nuovo e formato da intellettuali e precarie, scrittrici e giornaliste, poetesse e casalinghe, ‘madri e mogli ma non solo’ – scioccate dalla cronaca dell’estate godereccia della politica che anticipò quella giudiziaria, preoccupate dei movimenti ‘tettonici’ in tv ma anche e soprattutto delle opportunità negate; dall’immagine del femminile che, spacciata per spregiudicata e libera, offende i principi del rispetto e del buon gusto, nascondendo crescita professionale, civile, culturale.

IL DOCUMENTO

“In Italia c’è il tasso di lavoro femminile più basso d’Europa. Le donne vengono pagate a parità di mansioni e preparazione meno degli uomini. La televisione pubblica italiana espone il corpo delle donne come non accade in nessun altro Paese europeo. Le donne non hanno nessun aiuto per scegliere di avere un bambino. Nessun governo italiano ha mai fatto una politica per le donne”. Lo sguardo di Cristina Comencini fissa la telecamera nello spot che promuove il suo ultimo lavoro teatrale ‘Libere’, con Isabella Ragonese e Lunetta Savino impegnate in una discussione sul femminismo. Due generazioni si interrogano, anche per capire cos’è che non ha funzionato. Lo spettacolo verrà presentato il 2 luglio all’Accademia della danza di Roma. L’occasione servirà a far conoscere il documento e lanciare la campagna di adesioni su scala nazionale. “Non per fondare un partito delle donne – precisa la Comencini – ma un movimento capace di influenzare le scelte dei partiti”. Con lei ci sono, tra i nomi più conosciuti, Maria Serena Sapegno, Licia Conte, Iaia Caputo, Sara Ventroni, Anna Maria Mori, Francesca Izzo, Anna Maria Riviello e la protagonista della pièce, Savino.

“La nostra voce fatica a farsi sentire – spiega Francesca Izzo, 60 anni, femminista della prima ora, un tempo coordinatrice donne Ds – perché siamo tante, ma non siamo organizzate. Esistono associazioni e realtà sparse, forze e intelligenze, che non riescono ad affermarsi come punto vista autorevole proprio perché frammentate. Per questo vogliamo metterle in Rete e creare una grande associazione, un movimento riconoscibile in grado di incidere nelle scelte, contare. Per parlare alle donne useremo anche il teatro che. come il documentario o la letteratura, arriva al grande pubblico e alle coscienze. Poi ci saranno gli incontri, nelle università speriamo, nelle scuole, nei quartieri”. Raccogliere il pulviscolo di indignazione e trasformarlo in vento di rinnovamento della cultura e della società contro i miasmi del “ciarpame senza pudore”, per dirla alla Veronica Lario. Anche se la lady, pure, non convince. “Non ci pare appropriato – si legge nelle sette pagine preparate per cambiare l’Italia – il curioso trionfalismo di una parte del femminismo che nelle sortite di Veronica Lario e di Patrizia D’Addario scopre i segni dell’indelebile iscrizione della libertà femminile nella storia, le eleva ad eroine del cosiddetto post-patriarcato e nelle vicende che le riguardano scorge solo la miseria maschile”.

Insomma, ce n’è per tutti. Per la politica, certo, ma anche per la classe dirigente ed economica del Paese. “Vogliamo parlare – domanda Izzo – del lavoro? Delle istituzioni? Delle donne al comando? Degli stipendi? O anche, semplicemente, della maternità? E se le giovani ragazze ci appaiono disposte a tutto non inganniamoci. Sono vittime anche loro”. “La libertà di cui certamente godiamo più delle generazioni che ci hanno precedute ci ha reso veramente libere?”, chiede la Comencini al suo pubblico. “Pensavo che dopo aver fatto la femminista potessi dedicarmi all’insegnamento senza pensare alle istanze di un tempo – ammette la professoressa Izzo, oggi docente all’università di Napoli – invece no. Abbiamo fallito. Non è certo questo che sognavamo”.

da www.repubblica.it

"Pensioni cosa cambia",di Federico Pace

E’ l´attesa la pena a cui viene costretto, suo malgrado, l´italiano sul punto di andare in pensione. E da gennaio 2011, questa penadiventerà ancora più grave.
Fino a oggi si trattava di qualche mese. Dall´anno prossimo, con le norme inserite nella manovra economica, il “ritardo”, una volta raggiunti i requisiti, arriverà a un anno per i dipendenti e a 18 mesi per autonomi e parasubordinati. Senza alcuna ricompensa. Neppure modesta. Nel limbo ci sono tutti. Dipendenti e collaboratori. Del pubblico e del privato. Donne e uomini.
Chi andrà più tardi. Un dipendente che ha raggiunto i 65 anni e che riceverà una pensione legata agli ultimi stipendi (sistema retributivo), dopo il primo gennaio del 2011 non potrà andare di fatto in pensione, ma dovrà aspettare i 66 anni. Così come chi matura il diritto con 40 anni di contributi. Con la beffa che l´anno in più non avrà effetti sulla pensione. Verrà conteggiata la stessa quota dell´anno precedente: l´80 per cento della retribuzione. Simile beffa subirà chi andrà in pensione con il sistema contributivo, cioè quelli con un assegno proporzionato a quanto versato. Si lavorerà un anno in più e il parametro di calcolo legato all´attesa di vita sarà lo stesso dell´anno prima.
Non solo. Anche gli iscritti alla gestione separata, che con la legge 243/2004 potevano usare la “finestra” dei dipendenti, dovranno attendere 18 mesi. Stesso tempo anche per i dipendenti passati da ì diversi istituti previdenziali. Prima non aspettavano neppure un giorno. Con l´emendamento del 10 giugno 2010, poi, l´età pensionabile delle dipendenti pubbliche salirà a 65 anni dal gennaio 2012. Senza alcuna gradualità: le nate nel 1950 vanno in pensione nel 2011, chi è nata nel 1951 aspetterà il 2016. L´assenza di incentivi. Il problema non sembra essere tanto quello dell´elevamento dell´età. ì Quanto gli strumenti e i modi usati. «In linea di principio nessuno vuole andare presto in pensione» spiega Luigina De Santis, componente del collegio di presidenza del patronato Inca Cgil «però per alzare l´età pensionabile si deve pensare un sistema di premiazione per chi rimane. Si resta al lavoro se si ha un incentivo».
Evitate le distorsioni. Difende la bontà delle norme il presidente dell´Inps Antonio Mastropasqua. «La norma che andrà in vigore dal primo gennaio 2011 restituisce più equità al sistema delle finestre. Prima si rischiava di essere penalizzati a seconda del momento in cui si maturava il diritto». In effetti, quando c´erano ancora le quattro finestre, se, ad esempio, si compivano gli anni il primo aprile, si aspettavano quattro mesi, mentre se nati il primo giugno, si aspettava meno. «Ora» spiega Mastropasqua «tutti i lavoratori dipendenti aspettano lo stesso tempo. C´è una finestra che scorre per ognuno in modo uguale. Tutti hanno le stesse modalità di pensionamento».
La disparità di trattamento. Ma non è solo una questione di attesa. La manovra penalizza il trattamento pensionistico di dipendenti pubblici e lavoratori della scuola. Il blocco dei contratti dei dipendenti nei prossimi tre anni e dello scalone, lo scatto pluriennale, fanno sì che un insegnante di 61 anni avrà davanti a sé tre anni di retribuzione congelata con effetti negativi sulla pensione. Al contrario, la riduzione retributiva per il contributo di solidarietà per la dirigenza pubblica con più di 90mila euro “non opera ai fini previdenziali”. Ma quali rischiano di essere gli effetti? «Le pensioni di anzianità nel 2009 erano in caduta ì vertiginosa» dice Luigina De Santis. «Mi aspetto che molte persone che pensavano di restare, di fronte al timore di perdere un diritto, ì anticipino ora il pensionamento».
L´attesa di vita è la vera sfida. Altro cambierà ancora. Con la legge
102/2009, a partire dal 2015, l´età pensionabile sarà adeguata all´incremento della speranza di vita. I regolamenti attuativi dovranno essere emanati entro il 2014. Per Mastropasqua «in questo modo si immette nel sistema italiano un principio, innovativo e lungimirante, che non ha uguali nel resto d´Europa.
L´età del pensionamento non può che essere correlata all´aspettativa di vita». Ce lo chiede pure l´Unione europea. Ma interne al dibattito si muovono, nascoste, altre variabili. E altre domande a cui la classe politica dovrebbe rispondere prima di ogni cosa: «Il governo» dice Luciano Gallino, sociologo e osservatore attento delle trasformazioni nel mondo del lavoro «sembra ignorare che siamo nel mezzo di una ì crisi economica mondiale che durerà molti anni e che produce tassi di disoccupazione molto elevati. Le imprese ristrutturano, per aumentare la produttività cercano di assumere soprattutto giovani cercando di
liberarsi, ed evitando di assumere, non solo i sessantenni, ma anche i
quarantacinquenni e i cinquantenni. Quando si parla di prolungamento di età pensionabile si devono fare i conti con il vuoto sempre più grande tra la domanda delle imprese e l´ipotesi che le persone vadano in pensione più tardi.
Questo rischia di diventare un problema molto serio. Come si colma questo vuoto di venti anni nella vita di un uomo? è su questo che deve ragionare la politica».

La Repubblica 28.06.10

Atenei in fermento. Gli studenti ribadiscono il no al ddl di riforma in discussione al parlamento

Atenei in fermento. Un ampio schieramento di associazioni e organizzazioni sindacali del settore ha proclamato per il primo luglio assemblee generali di ateneo e dal 5 al 9 luglio una settimana di mobilitazione di tutte le componenti del mondo universitario: docenti, precari, personale tecnico-amministrativo, studenti. Un intervallo di tempo durante il quale convocare, tra l’altro, assemblee permanenti di facoltà e di ateneo.

Le organizzazioni e le associazioni dell’università ribadiscono il giudizio negativo sul ddl di riforma dell’università in discussione in Parlamento e sulla Manovra finanziaria «che colpisce pesantemente l’Università e coloro che vi operano» e fanno notare come stia crescendo una mobilitazione «sempre più adeguata alla gravità della situazione». «Organi collegiali e assemblee – ricordano – hanno deciso o stanno decidendo forme di protesta che recepiscono le indicazioni delle organizzazioni e delle associazioni universitarie (astensione dei professori e dei ricercatori dai compiti didattici non obbligatori per legge e partecipazione il 1 Luglio alle assemblee di ateneo nei rettorati con occupazione simbolica degli stessi) e in molti casi vanno anche oltre (invito alle dimissioni dalle cariche accademiche e sospensione dell’attività didattica)».
Le sigle che promuovono la protesta sono: Adi, Adu, And, Andu, Apu, Cga, Cisal, Cisl-Università, Cnu, Confsal-Cisapuni-Snals, Flc-Cgil, Link-Coordinamento Universitario, RdB-Usb Pubblico Impiego, Rete 29 aprile, Snals-Docenti Università, Sun, Udu, Ugl-Università e Ricerca, Uilpa-Ur.
da www.sole24ore.it

Allarme inquinamento. Coste e isole a rischio

Legambiente presenta il rapporto ‘Mare Nostrum 2010’: “Cattiva depurazione e cementificazioni abusive restano i mali endemici”. E tra i nuovi nemici delle nostre acque arrivano le trivellazioni petrolifere off-shore

VENEZIA – Crescono i reati di inquinamento e abusivismo sulle coste italiane, sono a rischio aree di pregio e le isole minori. L’allarme viene lanciato da Legambiente nel rapporto ‘Mare Nostrum 2010’ presentato oggi a Venezia. “Cattiva depurazione, inquinamento e cementificazioni abusive restano i mali endemici del mare italiano, che niente e nessuno sembra poter scalfire”, spiega Legambiente. Il rapporto è stato presentato in occasione della partenza della Goletta Verde, la campagna di monitoraggio delle acque marine dell’associazione ambientalista.

Le percentuali. Il 2009 ha visto una crescita dell’abusivismo edilizio del 7,6% rispetto all’anno precedente. L’inquinamento per scarichi fognari illegali, cattiva depurazione e inquinamento da idrocarburi è aumentato addirittura del 45%. I sequestri sono saliti del 46,2% passando dai 4.049 del 2008 ai 5.920 del 2009. Calati invece del 40% circa i reati accertati fra la costa e il mare, 8.937 infrazioni nel 2009 a fronte delle 14.544 del 2008, una diminuzione determinata soprattutto dalla riduzione di reati accertati nel campo della pesca (-72,4%) e della nautica da diporto (- 76,6%).

Le trivellazioni. Secondo quanto reso noto da Legambiente, “molte società energetiche hanno avanzato richieste di ricerca, e in alcuni casi ottenuto permessi in un’estensione di circa 39mila chilometri quadrati in 76 aree, per la gran parte di elevato pregio ambientale e considerate zone sensibili proprio per i loro ecosistemi fragili e preziosi da tutelare”. Le attività di ricerca in mare di idrocarburi sono concentrate nel mar Adriatico, nello Jonio e nell’area davanti alla Sicilia meridionale e occidentale: si tratta di 24 permessi di ricerca rilasciati per una superficie complessiva di circa 11mila chilometri quadrati. I luoghi più interessati dalle attività di ricerca di petrolio sono la costa tra le Marche e l’Abruzzo con tre permessi, il tratto di costa pugliese tra Bari e Brindisi con due, il golfo di Taranto e il canale di Sicilia con 12. L’ultimo permesso in ordine cronologico è stato rilasciato pochi giorni fa alla Shell Italia per avviare le prospezioni in un’area di mare di 1.356 chilometri quadrati di fronte al golfo di Taranto. I tratti di mare che rischiano l’arrivo di trivelle e piattaforme, conclude il dossier, nei prossimi anni potrebbero essere molti di più: dal 2008 ad oggi sono state presentate altre 41 domande per 23.408 chilometri quadrati.

La mafia. In testa nella classifica delle illegalità le regioni a tradizionale presenza mafiosa, dov’è stato accertato il 59% del totale dei reati (a fronte del 55,5% del 2008). La Campania con 1.514 infrazioni è stabile al primo posto, seguita dalla Puglia con 1.338 infrazioni, dalla Sicilia con 1.267 infrazioni e dalla Calabria con 1.160 infrazioni.

Reti killer. Ogni anno migliaia di esemplari tra tartarughe, piccoli delfini, capodogli o balenottere trovano la morte per soffocamento in queste reti killer non selettive che dovrebbero già essere state distrutte grazie ai milioni di euro spesi dall’Ue per indennizzare i pescatori proprietari. In Calabria, Campania, Sicilia e Puglia sono state sequestrate nell’ultimo anno, complessivamente, più di 133 mila metri di reti spadare e quasi 111 mila di ferrettare (una piccola spadara lecita, ma spesso utilizzata in maniera fraudolenta). Le marinerie più coinvolte nelle operazioni di polizia sono state quelle di Reggio Calabria, Catania, Roma e Napoli. Le due località italiane tristemente note per l’utilizzo delle spadare sono Bagnara Calabra (Rc) e Porticello (Pa). Ma anche San Vito lo Capo si è rivelata lo scorso anno una specie di “porto franco”, soprattutto per i pescherecci catanesi, così come alcuni porti esteri, tra cui quello di Biserta, in Tunisia, di fronte alle coste trapanesi, scelto da numerose flottiglie per scaricare il pescato.

Abusivismo. Dal punto di vista dei reati accertati sul demanio, la Sicilia è la regione con più illegalità sul fronte dell’abusivismo con 749 infrazioni accertate; seguono la Campania con 702, la Calabria con 561 e la Sardegna con 499.

Scarichi e depuratori. Numeri imbarazzanti per il settimo Paese più industrializzato al mondo sono anche quelli sugli scarichi civili non depurati: il 30% degli italiani – pari a 18 milioni di cittadini – non è servito da un impianto di depurazione, mentre il 15% non ha a disposizione una rete di fognatura dove scaricare i propri reflui e, tra questi, ci sono tutti i veneziani del centro storico e delle isole. Dati che viaggiano spesso insieme con quelli dell’abusivismo edilizio di cui, di solito, gli scarichi illegali sono la conseguenza. Per quanto riguarda le fognature, solo la Lombardia supera il 90% di copertura della popolazione, fanalino di coda la Sardegna e la Liguria con il 75%. Le 15 regioni costiere sono tutte sotto il 90%. Ma i problemi principali riguardano il servizio di depurazione. La regione in cui si registra il deficit maggiore è la Sicilia dove 2,3 milioni di persone (il 54% del totale) riversano i propri scarichi non depurati nel mare. A seguire la Campania dove il servizio copre solo il 67% della popolazione lasciando scoperti quasi 2 milioni di cittadini, poi il Lazio e la Toscana, con circa 1,4 milioni (il 38% del totale) di persone scoperte.

Caso Campania. Quattro reati al giorno, tre infrazioni per ogni chilometro di costa per un totale di 1.514 infrazioni, 2.577 persone denunciate o arrestate e 1.030 sequestri effettuati. Le storie di mare raccolte da Legambiente in Campania sono quasi sempre storie di illegalità: veleni scaricati nel golfo, rifiuti e scarichi fuorilegge, petrolio, bracconieri e cemento che dilaga sul demanio. Sono le coste che pagano il prezzo più alto: la Campania, con 702 infrazioni e 480 sequestri, si piazza seconda a poca distanza dalla Sicilia per casi accertati di abusivismo sul demanio marittimo nell’ultimo anno. Detiene il primato invece per il numero di persone arrestate o denunciate, che sono ben 1.363, il 25% del totale nazionale. Epicentro dell’illegalità la periferia di Napoli, l’isola di Ischia, la Costiera Amalfitana e la penisola Sorrentina, dove, secondo i dati della Procura generale della Repubblica di Napoli, a ottobre 2009 erano stati abbattuti 106 immobili.

Le reazioni Ue. A causa di questi numeri, l’Italia ha in corso una procedura d’infrazione europea per il mancato trattamento delle acque reflue in ben 178 comuni di dimensioni medio-grandi. Le regioni nel mirino dell’Europa sono la Sicilia, con 74 comuni inosservanti, fra cui spiccano diversi capoluoghi di provincia come Palermo, Catania, Messina, Ragusa, Caltanissetta e Agrigento; la Calabria con 32 comuni tra i quali Reggio Calabria, Lamezia Terme e Crotone; la Campania con Benevento, Napoli, Salerno, Avellino, Caserta e altri 18 agglomerati tra cui Ischia; la Liguria con 19 comuni fra cui Imperia, Genova e la Spezia; e poi 10 comuni pugliesi, le province di Campobasso, Isernia, Trieste e Chieti e così via. Uno degli esempi più evidenti di cattiva depurazione è quello dei Regi Lagni, una serie di canali d’acqua che attraversano un bacino di più di 1.000 chilometri quadrati tra l’area napoletana e quella di Caserta, la provincia che da anni si attesta al primo posto per maggiore percentuale di costa vietata alla balneazione: solo il 35% è considerato balneabile.

www.repubblica.it

«Tra mercati e sondaggi», di Tommaso Padoa-Schioppa

La riunione del G20 è una riprova di quanto sia impervio il cammino verso un governo mondiale dell’economia. Essa doveva affrontare due grandi questioni cui l’interdipendenza economica e finanziaria ha dato carattere globale: quali nuove regole adottare per il sistema finanziario; quale crescita perseguire e, dunque, se riequilibrare i conti pubblici o sostenere l’attività economica. La difficoltà era duplice: le questioni sono di per sé ardue e per di più sono al centro di discussioni e negoziati politici entro i Paesi ancor più che tra essi. Sono difficoltà per così dire congenite, ineliminabili: i problemi posti dalla situazione economica e finanziaria infatti non sono certo passeggeri e la ricerca di accordi internazionali continuerà a intrecciarsi con quella del compromesso e del consenso interni.

Per i Paesi cosiddetti emergenti le due questioni sono relativamente meno ardue perché essi sono sostenuti da una crescita economica robusta e, per ora, pressoché inarrestabile. L’uscita dalla povertà è una trasformazione degli stili di vita che, una volta avviata, difficilmente si ferma prima che l’acqua corrente e l’elettricità siano arrivate in tutte le case e che i primi elettrodomestici siano venuti ad alleviare il lavoro domestico. In quei Paesi la crescita forte aiuta i governi, sia quelli democraticamente eletti come in India e in Brasile sia quelli oligarchici come in Cina.

Per i Paesi ricchi — Stati Uniti, Europa e Giappone — le sfide sono invece una prova assai dura che investe non solo l’economia, ma anche l’equilibrio sociale e le stesse istituzioni politiche. Sono i più ricchi, ma anche i più fragili, perché la loro crescita materiale è largamente fondata sul consumo superfluo, perché il debito pubblico elevato e la finanza malata sono in casa loro, perché la loro struttura sociale mal tollera la stagnazione dell’economia e perché i loro regimi democratici non permettono cadute del consenso. Tutto li rende prigionieri della veduta corta.

Le due sponde dell’Atlantico hanno orientamenti alquanto diversi e sono entrambe soggette a una dipendenza: dai sondaggi in America, dai mercati in Europa.

In materia di riforma della finanza, Stati Uniti ed Europa attuano le rispettive riforme con scarso riguardo a quanto fa l’altro: priorità diverse, orientamenti di fondo diversi. La convergenza internazionale delle regole è proclamata ma poco praticata.

In materia di bilancio, poiché né la moneta né il debito americani destano finora ansia nei mercati e a Washington l’indice di popolarità del governo è sensibilissimo alle cifre sulla disoccupazione, l’amministrazione Obama teme soprattutto la bassa crescita e vorrebbe che l’Europa aiutasse a sostenerla. L’Europa è nella situazione opposta: la sua divisione e il prevalere del potere degli Stati su quello dell’Unione hanno creato un vuoto che rende i mercati arbitri della sua politica economica. Arbitri senza calma olimpica che, come bestie impaurite, prima impongono un rapido risanamento dei bilanci pubblici e subito dopo si allarmano per l’effetto depressivo che esso avrà sull’economia.

Governare il mondo è difficile quando si fatica a governare se stessi. Ma governare se stessi da soli, come se il mondo fosse diviso in isole non comunicanti, è impossibile quando le sfide sono globali.

da www.corriere.it

«Sovversivi di governo», di Guido Melis

Facciamo un quiz. Trovatemi un altro paese democratico nel quale un partito di governo abbia organizzato una fiaccolata per contestare (ancor prima del relativo giudizio) l’applicazione corretta della legge elettorale da parte della magistratura. Oppure uno Stato, che non sia ben inteso qualche remota repubblica delle banane, nel quale un tale, essendo indagato, sia stato nominato a tambur battente ministro unicamente per consentirgli di sfuggire ai suoi giudici.
Difficile trovarlo, vero? Viviamo in Italia una inesorabile deriva delle regole base che presiedono alle democrazie moderne. Queste regole vivono, in genere, del tacito patto tra gli attori del gioco politico, secondo il quale esse valgono sempre e comunque, indipendentemente dal fatto che possano di volta in volta svantaggiare l’uno o l’altro dei contendenti. Sono regole, appunto: cioè sono caratterizzate da un alto tasso di rigore formale, da un elevato grado di astrattezza e di neutralità, da una tassatività assoluta, che non consente eccezioni nella loro applicazione.
Come ci ha insegnato la scienza politica, la democrazia vive di regole: sicché se una Corte dice che il voto della Florida per Bush è valido anche quando si abbiano fondati motivi per ritenere il contrario, un minuto dopo Al Gore dichiara di volersi attenere senza riserve alla decisione di quella Corte.
A nessuno, in un Paese di media tenuta democratica, verrebbe in mente di nominare ministro un inquisito col solo scopo di offrirgli lo scudo anti-giudici messo a punto per il presidente del Consiglio. E d’altra parte nessun Paese democratico consentirebbe l’esistenza stessa di un simile scudo.
Cose banali, che mai solo qualche anno fa ci saremmo immaginati di dover ribadire.
Siamo infatti di fronte ad un sovversivismo inedito delle classi dirigenti, cioè alla teoria dell’irresponsabilità del potere e di chi lo esercita, all’ideologia manifesta della violazione sistematica e se possibile della soppressione delle regole.
Le regole – si dice (lo si è detto nel caso recente del Lazio) – debbono soggiacere alla volontà degli elettori. Le regole – dice il neopresidente del Piemonte Cota – non contano: facciamo la fiaccolata e tutto va al suo posto. Le regole – ci fa sapere il neoministro Brancher – possono tranquillamente essere mandate al diavolo, se si tratta di salvare dal giudizio qualcuno di lorsignori: esiste il diritto dei più forti, chi se ne frega della legge. Salvo poi rassegnarsi, come ha dovuto fare ieri a tarda sera, passando così da un improbabile “legittimo impedimento” a un più che legittimo, anzi doveroso, pentimento.
Spira sulle regole un vento di insofferenza: inutili, formalistiche, burocratiche, ritardanti, cervellotiche. Palla al piede del Paese reale. Lo dice Berlusconi, lo ripetono i fedeli amplificatori del verbo. Lo dice persino, ogni tanto, Confindustria. Su questo preparano quelle che chiamano le riforme istituzionali.
Lentamente, gradualmente, ci conducono verso un paese di Bengodi senza più regole. Loro la chiamano libertà. Non sanno, o non vogliono dirci che la democrazia moderna, tolte le regole, non è più democrazia.

da L’Unità