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«Da Porta Portese a pezzi di Dolomiti, il patrimonio in vendita col federalismo demaniale»

Dal mercato di Porta Portese agli ‘isolotti prossimi alla Maddalena. L’agenzia del demanio mette nero su bianco la lista dei beni dei quali gli enti locali (in primis i Comuni) possono fare richiesta in base al federalismo demaniale. Fabbricati e terreni che possono ottenere a titolo gratuito, con l’obiettivo della loro valorizzazione ma non solo, anche eventualmente della ‘alienazionè, ovvero la vendita, a patto che l’introito sia destinato all’abbattimento del debito pubblico. Tanto è vero che accanto a ogni ‘benè, viene indicato un ‘valore di inventariò, che ammonta complessivamente a poco più di tre miliardi (3.087.612.747).

L«elenco provvisoriò messo a punto dall’agenzia del Demanio e di cui l’Ansa è in possesso, è composto di 11.009 schede per un totale di 19.005 cespiti. È quello del Lazio e in particolare di Roma il territorio ‘più fortunatò, con beni che, oltre allo storico mercato di Porta Portese vanno dal cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti al museo di Villa Giulia all’intero Idroscalo di Ostia dove morì Pier Paolo Pasolini. Ma nella lista di patrimonio disponibile entrano anche pezzi di torrente, fari (come quello di Mattinata sul Gargano) spiagge e addirittura isole, come gli ‘isolotti prossimi all’isola di Caprerà e l’intera isola di Santo Stefano vicino a Ventotene che viene resa disponibile ‘pezzo per pezzò, dall’ex carcere all’approdo agli arenili.(ANSA).

da www.unita.it

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«Federalismo, allarme dei Verdi. Rischio assalto al patrimonio», di ANTONIO CIANCIULLO

L’isolotto di Santo Stefano, vicino a Ventotene, con il carcere borbonico dove fu imprigionato Sandro Pertini. Il museo di Villa Giulia, a Roma, e l’Idroscalo di Ostia dove uccisero Pier Paolo Pasolini. Il faro di Mattinata, sul Gargano. L’ex forte di S. Erasmo a Venezia. Parti delle Dolomiti. E ancora boschi, terreni agricoli, fonti di acqua minerale. Tutto nelle mani dei privati. Non per vendita diretta, ma attraverso una rapida triangolazione: dallo Stato agli enti locali e dagli enti locali ai privati. Per fare cassa, per recuperare una piccola quota dei finanziamenti che lo Stato ha tagliato facendo mancare agli enti locali l’ossigeno necessario a mandare avanti servizi di prima necessità.

Non è ancora un fatto, ma una possibilità concreta che si è aperta in forza del federalismo demaniale. Facendo i conti si scopre che l’elenco dei beni che gli enti locali possono richiedere al demanio statale, ed eventualmente vendere per ripianare il debito pubblico, vale 3 miliardi di euro. E’ una lista, sintetizzata dall’Ansa, composta da 11.009 schede per un totale di 19.005 cespiti.

Soddisfatto il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, che commenta l’inserimento in questa lista di parti delle Dolomiti come le Tofane, il Monte Cristallo o la ‘Croda del Beccò a Cortina insistendo solo sul trasferimento di competenze: “Mi sembra una cosa buona il fatto che pezzi così famosi delle Dolomiti, dichiarate tra l’altro patrimonio mondiale dell’umanità, ritornino alle loro comunità. Stiamo andando nella direzione giusta, anche dal punto di vista dei simboli”.

Opposto il parere del leader dei Verdi Angelo Bonelli che guarda alla privatizzazione come una minaccia imminente e concreta: “Ormai è evidente che dietro il federalismo demaniale si nasconde la più grande speculazione edilizia ed immobiliare della storia della Repubblica italiana. Altro che punire i furbetti, come sostenevano in molti fra cui Di Pietro che ha votato il provvedimento: così ai furbetti si costruiscono ponti d’oro per fare affari sui beni di tutti i cittadini. Trecento milioni di metri cubi di cemento potranno essere realizzati sulle aree agricole facendo realizzare agli speculatori guadagni 5 volte superiori al valore del terreno acquistato”.
“Non è certo con questi trasferimenti disordinati e senza regole che si potranno compensare i tagli selvaggi inflitti ai bilanci degli enti locali, con effetti disastrosi anche sulla difesa dell’ambiente e sulle politiche di rilancio dell’economia sana, quella che punta all’efficienza e alle rinnovabili”, aggiunge Ermete Realacci, responsabile della green economy del Pd.

da www.repubblica.it

"Da Borromini ai suini gli affari improbabili della Beni culturali Spa", di Alberto Statera

Dal Borromini ai suini. Dai suini alle bietole. Che male c´è? La «Beni Culturali Spa» non si formalizza tra siti storici, musei, opere d´arte, statue, dipinti, archeologia e porcilaie. E persino campi di bietole per produrre agroenergia, nuova passione del direttore dei Musei Mario Resca. Attraverso le sorelline culturali Arcus Spa e Ales Spa, società pubbliche ma di diritto privato, si tratta di spendere centinaia di milioni di denaro pubblico in deroga, senza controlli di legittimità del Parlamento e della Corte dei Conti, in ossequio alla religione berlusconiana del fare e fare in fretta. Fare che? Soprattutto fare affari.

Come nel modello Protezione Civile Letta-Bertolaso. E come in quello dell´ex ministro Pietro Lunardi, che pare si sia portato via un palazzo nel centro di Roma a un quarto del suo prezzo, complice l´eccellente dominus vaticano Crescenzio Sepe, cardinale nella manica di Papa Wojtyla, ma esiliato subitaneamente a Napoli da Papa Ratzinger.

Per merito degli antichi predecessori Gregorio XV e Innocenzo X, fu il Borromini verso il secondo decennio del 1600 a disegnare la facciata del palazzo di Propaganda Fide a Roma in piazza di Spagna, la cui ristrutturazione a spese dell´Arcus, secondo i magistrati di Perugia avrebbe prodotto per riconoscenza la proprietà di un palazzetto vista Montecitorio all´ex ministro Lunardi, detto El Talpa per la sindrome incontrollabile che ha di progettare, ben retribuito con denaro pubblico, tunnel ferroviari e autostradali in tutta Italia, attraverso le sue società di famiglia. Non si sa bene invece chi fu a mettere in campo i suini, che pure hanno la loro indubitabile valenza culturale. Infatti la società di diritto privato Arcus, posseduta dal Tesoro italiano e controllata dai Beni Culturali, ha finanziato per 500 mila euro la Fondazione Pianura Bresciana per un risolutivo convegno sulle cinque razze autoctone di maiali. Cinque le razze suine? Forse sono anche di più. Ma accontentiamoci e rendiamo grazia al generoso ministero dei Beni Culturali.

Un deputato dell´opposizione, Vincenzo Vita, ha provato a chiedere conto del singolare finanziamento culturale, tra i tanti, al governo. Ma, come al solito, nessuno se lo è filato. La cultura è cultura, mica vorremo imbrigliarla in una storia di maiali. Così come sacrosanti sono i milioni distribuiti al Santuario della Madonna di Pompei, alle monache Clarisse di Santa Rosa, alla Fondazione Aquileia. O all´Università di Padova, dove opera, superba scienziata, la dottoressa Ghedini. Ghedini? Ghedini chi? Ma sì, è proprio lei, la sorella dall´avvocato onorevole del premier Niccolò Ghedini, l´ex giovane di studio che arrancava un po´ lento, come ricordano i suoi ex colleghi, nell´ufficio del principe del Foro di Padova Piero Longo e che oggi produce a getto continuo leggi dello Stato per conto del premier. Leggi che, con tutta la buone volontà, non passano neanche la prima prova di ragionevolezza e di costituzionalità. È lei, Elena Francesca Ghedini, archeologa, accreditata di scienza ben superiore a quella fraterna, ad assurgere a consigliere del ministro Bondi per le aree archeologiche, al Consiglio superiore dei Beni Culturali e ad ottenere fondi cospicui per le sue legittime esigenze di ricercatrice. Esaudita.

Arcus, fiore all´occhiello di quella che i vecchi funzionari esautorati dei Beni Culturali chiamano il braccio operativo della «Banda Bondi», ha una sorellina che si chiama Ales, che la prossima settimana, si impossesserà di fatto dei servizi museali, governando gli appalti per un business da 100 milioni l´anno, che le aziende operanti nel settore museale giudicano uno scippo. Di nascosto, con un emendamento al decreto sugli enti lirici, il governo ha abrogato la gestione integrata dei 190 musei, che avrebbe consentito l´accesso dei privati ai servizi e che ora lascia tutto nelle mani della Beni Culturali Spa, evoluzione della Protezione Civile Spa bloccata in extremis, pronta per intercettare «in deroga» anche i due miliardi e mezzo di euro di fondi europei per i beni e il turismo culturale.

Grande polmone finanziario dell´Italia berlusconiana del «fare», mondata da ogni controllo di legittimità, in onore di una suprema deroga appaltatrice, per teatri da ricostruire, zone archeologiche da ripulire, siti d´arte da salvare, monumenti da sbiancare, palazzi da ristrutturare, statue da rigenerare, quadri da restaurare, biblioteche da puntellare, musei da gestire, biglietterie, librerie, bar e ristoranti da affidare possibilmente agli amici e agli amici degli amici, la Beni Culturali Spa era pronta, con i buoni uffici di Gianni Letta, a un luminoso destino. Ma incalzato dalle inchieste sui fasti della coppia Lunardi – Sepe, il ministro Bondi, che al ministero impersona il ruolo del passante impegnato da par suo nella poesia e nell´esegesi poetica del Capo, ha bloccato i residui pagamenti per il palazzo di Propaganda Fide e ha appena nominato il nuovo presidente di Arcus. Gli innumerevoli rilievi della Corte dei Conti raccontano di spese per centinaia di milioni a pioggia, in modo opaco, in incarichi e consulenze clientelari e favori vari.

Quasi una scienza, ormai, certificata nella sua sofisticazione dalle gesta del cardinale Sepe e dall´ex ministro Lunardi. El Talpa ha cercato di difendersi con un´intervista – manifesto che dovrà restare nei libri di storia nei secoli dei secoli: «Che male c´è? », si è chiesto. Che male c´è per un uomo di Stato se, di questi tempi, favorisce se stesso e gli amici, approfittando del proprio potere pro tempore? Ma non speriate che le notizie un po´ nefande siano finite qui.
Dobbiamo riferirvi ancora delle bietole che, tra musei e razze suine, aleggiano quotidianamente nel ministero di via del Collegio Romano. Sì, perché il direttore generale del ministero Mario Resca, intimo di Berlusconi, ex amministratore delegato di Mc Donald´s Italia, santificato dal «Foglio» di Giuliano Ferrara in un ditirambo come un superbo benefattore dell´umanità, si è fissato che vuole produrre energia alternativa dalle bietole negli ex zuccherifici italiani. Ma non con i soldi suoi – cosa di cui gli sarebbero tutti grati – ma con quelli pubblici dei bieticoltori (centinaia di milioni, in gran parte fondi europei). I quali, alquanto incavolati, tramite la Coldiretti, spogliata surrettiziamente dei fondi Finbieticola, hanno appena fatto ricorso alla Corte dei Conti.

I ricorrenti sperano di vedere presto il deus ex machina della cultura condannato, perché, al di là degli scopi istituzionali, sta distraendo nel progetto di agroenergia tanti soldi loro, in combutta con Giuseppe Grossi, re delle bonifiche ambientali, finito in carcere con l´accusa di aver triplicato i costi della bonifica milanese di Santa Giulia, e Giancarlo Abelli, re della sanità lombarda. In tandem con Resca nelle multiformi attività viene dato anche Salvo Nastasi, giovane capo di gabinetto della Banda Bondi al Collegio Romano e pluricommissario in deroga a teatri e musei. Piccoli potenti crescono.

La Repubblica 27.06.10

"Il boomerang finale dell´aldo longobardo", di Eugenio Scalfari

Nella società tribale dei longobardi, tra il servo e l´uomo libero esisteva una categoria intermedia: quella degli “aldi”. L´”aldo” era in qualche modo simile al liberto romano, ma con una notevole differenza: il liberto era uno schiavo liberato; in quanto tale aveva l´obbligo non solo morale ma addirittura giuridico di restar fedele alla “gens” cui apparteneva il suo liberatore. L´”aldo” invece non era stato beneficiario d´una vera e propria liberazione: semplicemente non era più soggetto alle limitazioni dei servi, si poteva muovere liberamente sul territorio e poteva anche svolgere affari e negozi in proprio nome, ma doveva fedeltà e obbedienza assoluta al suo padrone, assisterlo, rappresentarlo e battersi per lui e soltanto per lui. La volontà del suo padrone era la sola sua legge.
Queste cose pensavo quando Aldo Brancher è asceso nei giorni scorsi agli onori della cronaca. Chi meglio di lui raffigura l´”aldo” longobardo? Chi più di lui ha rappresentato il suo padrone ed ha stipulato negozi per lui? Negozi di alta politica (snodo di collegamento tra Berlusconi e la Lega) e negozi di sordidi affari (pagamenti in nero destinati a fini di corruzione di partiti, uomini politici, dirigenti amministrativi, imprenditori)?
Dalle accuse relative ad un periodo lontano, quando Berlusconi non era ancora entrato in politica e tanto più abbisognava di alleanze e coperture politico-affaristiche, Aldo Brancher si era liberato con la prescrizione raccorciata, disposta da una delle tante leggi “ad personam” volute dal Berlusconi ormai capo d´un partito e del governo, nonché con l´abolizione del reato di falso in bilancio, che gli era stato contestato dai magistrati della pubblica accusa.
Del reato di appropriazione indebita per il quale è perseguito in relazione alla scalata della banca “Antonveneta” avrebbe dovuto liberarlo la nomina a ministro varata nei giorni scorsi: nelle intenzioni di Berlusconi avrebbe dovuto consentirgli di valersi del legittimo impedimento disposto pochi mesi fa da un´altra legge “personale” destinata a sottrarre il premier ed i suoi ministri dai rigori processuali in attesa del lodo Alfano già in discussione in Parlamento.
Invece il caso Brancher è diventato un boomerang nei confronti di Berlusconi, del suo governo, delle sue alleanze, della compattezza della sua maggioranza; ha creato un profondo dissapore con Bossi e soprattutto con i leghisti, con Fini e soprattutto con i finiani, con un´opinione pubblica sempre più disamorata e critica. Ma principalmente un dissapore con il Quirinale.
Non era ancora mai accaduto che Napolitano entrasse a piedi uniti in un dibattito costituzionale con risvolti così direttamente politici. Non era mai accaduto che la natura profondamente padronale del potere berlusconiano fosse denunciata politicamente dalla più alta autorità dello Stato con parole che non consentono interpretazioni di sorta.
Ora il “boomerang” ha compiuto la sua traiettoria ed ha colpito non tanto Brancher quanto il suo padrone di cui da 25 anni è l´”aldo”. La situazione di crisi che si è aperta è forse la più grave fin qui vissuta dal berlusconismo. Per le ragioni che l´hanno provocata. Per il momento in cui avviene. Per le sue possibili conseguenze sulle crepe sempre più vistose di quello che è stato finora un blocco sociale e politico e che rischia adesso di andare in pezzi molto prima del previsto.
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Travolto dalle accuse (non solo dell´opposizione, ma anche dei suoi alleati), alla fine il neo ministro ha dovuto gettare la spugna, rinunciando allo scudo che il Cavaliere gli aveva regalato. Era il minimo che ci si potesse aspettare dopo il richiamo del Quirinale, imprudentemente attaccato da solerti portabandiera del Pdl. Il presidente della Repubblica non poteva esimersi dall´esternazione pubblica del suo pensiero avvenuta venerdì scorso. Aveva firmato da pochi giorni la nomina di Brancher a ministro senza portafoglio ricevendone il giuramento; aveva chiesto e ricevuto dal presidente del Consiglio le motivazioni che rendevano necessaria (a suo dire) quella nomina per ragioni funzionali. Non era entrato nel merito di esse. Non gli spettava, riposavano sulla valutazione politica del premier che Napolitano ritiene gli sia preclusa, dando semmai al proprio ruolo una configurazione restrittiva.
Ovviamente aveva volutamente escluso che la nomina in questione fosse dovuta a ragioni diverse dalla “funzionalità del governo” invocata dal presidente del Consiglio. Ma a mettere in dubbio quella motivazione erano intervenuti nel frattempo tre fatti: l´infastidita sorpresa di Bossi per quella nomina, manifestata al Quirinale direttamente dal ministro delle Riforme; il cambiamento della delega a Brancher, da ministro addetto all´attuazione del federalismo ad altra mansione tuttora non precisata e quindi non ancora pubblicata in “Gazzetta ufficiale”; infine (e più grave di tutti) la decisione di Brancher di sottrarsi immediatamente all´udienza del processo che lo vede indagato per appropriazione indebita e la richiesta di spostare la prossima data processuale ad ottobre, sulla base del legittimo impedimento.
Di fronte a tre fatti di questa portata era tecnicamente impossibile che il Quirinale restasse silenzioso e non definisse con esattezza la posizione di un ministro senza portafoglio di fronte alle scadenze processuali che lo riguardano. È ciò che ha fatto Napolitano con un´asciuttezza di linguaggio che fa parte dei suoi poteri–doveri di custode della Costituzione.
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Il caso Brancher nella sua esemplarità ci porta ad alzare lo sguardo sul panorama generale che configura il nostro paese. È un quadro niente affatto consolante perché al declino, in sé auspicabile e salutare, d´un blocco di interessi e di potere che controlla e manipola la nostra società ormai da oltre vent´anni, si aggiunge la fine di un´epoca che è sempre solcata – quando avviene – da lampi e tuoni e raffiche e terremoti e marosi che sconvolgono culture e istituzioni, comportamenti e consuetudini, senza ancora essere in grado di proporne di nuovi, guidati da nuovi ideali e fresche speranze.
Ho scritto domenica scorsa del «dopo–Cristo» di Pomigliano e della legge dei vasi comunicanti che opera in un´economia globale percorsa da paurosi dislivelli tra opulenza e povertà. Ed ho osservato che quei dislivelli esistono non soltanto tra paesi ricchi e paesi poveri ma anche all´interno dei paesi ricchi, da un confronto sempre meno accettabile tra sacche di povertà e di mediocre e precaria sostenibilità e fasce di antica opulenza e privilegiati benefici.
Sempre più urgentemente si pone dunque il problema di governare la crisi anche attraverso una redistribuzione del reddito che sia spiegata al pubblico non certo come frutto d´invidia sociale ma come appello all´equità dei sacrifici e alla loro ineluttabilità in una prospettiva più dinamica e più coesa.
Questo è il futuro della sinistra italiana, dei cattolici democratici e del liberalismo laico: libertà e giustizia, coesione sociale, efficienza da offrire e da reclamare.
Io non credo che questa legislatura terminerà il suo corso come previsto nel 2013. Credo che Berlusconi senta il crescente scricchiolio del sistema di potere da lui costruito. Lo senta e ne sia angosciato, ma anche intestardito nel difenderlo con tutti i mezzi.
Sente anche che il solo modo di protrarne l´agonia sia il ricorso alle urne prima che lo scricchiolio divenga schianto. La data probabile è a cavallo tra 2011 e 2012 e comunque al più presto possibile, quando l´informazione sarà stata totalmente blindata e solidamente nelle sue mani, la magistratura umiliata e asservita, le istituzioni di garanzia depauperate.
Il prossimo autunno e l´inverno che seguirà saranno perciò teatro di questi scontri. Come ha scritto Ezio Mauro nel suo intervento di mercoledì scorso, è inutile scommettere sul meno peggio. Non ci sarà un meno peggio perché è il principale interlocutore a non volerlo. Il meno peggio passa necessariamente dalla sua personale uscita dal campo ma questa ipotesi non rientra nella sua natura. Chi lo conosce lo sa: il «meno male che Silvio c´è» è l´essenza d´un carattere che ha evocato gli istinti profondi d´una società desiderosa di lasciare in altre mani il governo di se stessa, fino a quando non sentirà di nuovo l´orgoglio di riappropriarsi del proprio futuro.
Nei prossimi mesi sarà dunque questo il terreno di scontro e di confronto e dovrà esser questo il linguaggio che bisognerà parlare per essere ascoltati, compresi e incoraggiati. Non bastasse il resto, anche le vicende del calcio nazionale ne hanno fornito un´eloquente conferma.
Dai naufragi speriamo che sorga una nuova e creatrice allegria.

La Repubblica 27.06.10

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“Il mio destino nelle mani di Silvio”, di Alberto D’Argenio

Ci ha pensato tutta la giornata. Ai suoi collaboratori diceva: «Sono nelle mani di Berlusconi, sarà lui a decidere il mio futuro». Alla fine, quando l´onda delle polemiche sembrava travolgerlo, ha deciso.
Aldo Brancher rinuncia allo scudo ministeriale nel processo Antonveneta. «Così mi sento più tranquillo», confidava in serata, «a questo punto credo di avere tolto ogni retropensiero a chi ha montato questa speculazione ignobile». Il neo ministro ha deciso al termine di una giornata per lui drammatica, nella quale la sua figura si è trasformata nel possibile punto di rottura della maggioranza e ha messo in crisi la stessa tenuta del governo. Al punto che le pressioni che dal Canada gli ha fatto recapitare il premier Berlusconi, le condanne dei finiani, il gelo della Lega, le richieste di dimissioni dell´opposizione e le critiche dei pm milanesi lo hanno portato al clamoroso passo indietro: tra due lunedì, il cinque luglio, sarà in aula per rispondere alle accuse dei pm.
Ieri Brancher ha passato gran parte della giornata a Roma, al lavoro con i suoi collaboratori negli uffici di Largo Chigi dalle otto del mattino alle cinque del pomeriggio. Proprio mentre al tribunale di Milano si discuteva del legittimo impedimento invocato giovedì scorso, a soli sette giorni dalla promozione a ministro. Scosso dalla bufera ha cercato di concentrarsi sui prossimi impegni – relazione sul federalismo in testa – e si è cucito addosso quelle deleghe ministeriali che il pm milanese Eugenio Fusco in udienza ha detto di non conoscere. «Le deleghe il pm non ce le ha chieste – ribattevano i suoi collaboratori – comunque sono quelle approvate dal consiglio dei ministri il 18 giugno e proprio oggi le stiamo limando con il ministro Fitto perché ci potrebbero essere alcune sovrapposizioni di competenze sulla sussidiarietà. Tutto risolto e a giorni saranno pubblicate dalla Gazzetta ufficiale».
Ma i problemi, quelli veri, erano altri: la spada di Damocle delle dimissioni che, comunque, non si poserà fino a quando Brancher non avrà parlato con il premier Silvio Berlusconi, a Toronto per il G8. Dimissioni? Rinuncia al legittimo impedimento? Alle sette del pomeriggio Brancher rispondeva ancora così: «Ci sto pensando». Rinviando mesto alla fatidica telefonata con il Cavaliere. Appena atterrato a Milano, poco prima di cena, (oggi lo attende una manifestazione sul Lago di Garda) Brancher si sentiva «confortato» dalle smentite di Bonaiuti delle ricostruzioni giornalistiche che davano Berlusconi orientato per le dimissioni. Così come era contento delle dichiarazioni del premier, che da Toronto definiva il suo caso «una piccola questione». Ma quella telefonata dal premier, al contrario delle mille pressioni, non era ancora arrivata. Così stretto tra le bordate dell´opposizione – pronta a chiederne l´impeachment – e l´irritazione di finiani e leghisti – orientati ad abbandonarlo in Parlamento – le dichiarazioni canadesi non sono riuscite a rasserenarlo completamente.
È stato a questo punto che – «con una scelta del tutto autonoma», assicura – ha optato per la più plateale delle mosse. «Il ministro Aldo Brancher rinuncia al legittimo impedimento, ha deciso di acconsentire lo svolgimento dell´udienza del cinque luglio», hanno annunciato gli avvocati Filippo Dinacci e Piermaria Corso. Che hanno aggiunto: «La scelta di far valere il legittimo impedimento era stata presa perché pensava fosse suo dovere, almeno nel primo periodo di mandato, dare un impulso determinante a quelle riforme di cui il paese ha bisogno e che il governo gli chiedeva di velocizzare. Per questo si era messo a disposizione della magistratura a partire dal sette ottobre prossimo, ritenendo che per quella data avrebbe potuto completare buona parte del programma di lavoro». Ma poi le polemiche, le richieste di dimissioni, l´atteggiamento freddino di molti alleati di governo (fatti definiti dagli avvocati «reazioni sopra le righe»), quella telefonata dal Canada che non arrivava, hanno convinto il ministro a cambiare idea: ferma restando, concludo Dinacci e Corso, «la necessità di rivedere il programma delle udienze in relazione agli ordinari impedimenti parlamentari e di governo che non consentano la partecipazione di Brancher». Un chiaro tentativo di abbassare la tensione provocata da «un caso vergognoso montato ad arte contro di me, che non voglio sfuggire a niente». E, ovviamente, affrontare con maggior serenità i prossimi giorni e le polemiche destinate a dominare ancora i media. Forte di un gesto che, spera Brancher, dovrebbe evitargli le dimissioni.

La Repubblica 27.06.10

"Il futuro ha bisogno di alternative", di Barbara Spinelli

D’un tratto, come se la crisi economica cominciata nel 2007 non fosse passata da queste parti, è riapparsa nei vocabolari un’espressione molto usata negli Anni 80: «Non c’è alternativa». L’acronimo inglese, Tina (There is no alternative), caratterizzò i governi di Margaret Thatcher, e la fiducia che a quei tempi si nutriva nelle virtù indiscutibilmente razionali delle forze di mercato. Queste ultime non andavano regolate: si regolavano da sole, a condizione di esser lasciate senza briglie. Il dogma del mercato mise a tacere dissensi e recriminazioni spesso irragionevoli, ma finì col congelare il pensiero e le sue risorse multiformi. Il fallimento del comunismo accentuò questi vizi di immobilità, perché ogni idea diversa era considerata a questo punto una messa in questione radicale dell’economia di mercato. La stessa parola alternativa era in anticipo screditata, proscritta. Chi aveva l’ardire di pensare o immaginare alternative era accusato di avvelenare e addirittura sovvertire il grande idolo dei fondamentalisti che era il tempo presente.

La fiducia nel dogma ha trovato nel 2007 la pietra su cui è inciampata, e cadendo ha trascinato con sé le sicurezze che credeva di possedere, compresa la sicurezza che le forze di mercato non avessero mai bisogno di briglie politiche. Quel che è mancato e che manca, tuttavia, è un ricominciamento del pensare: troppo a lungo congelata, la mente avanza ancora a tastoni e nel buio acchiappa con le mani le parole che trova, senza sapere se appartengano al mondo nuovo o al vecchio.

Tra queste parole c’è l’acronimo della Thatcher, riutilizzato da governi, imprenditori ed economisti nelle più svariate occasioni: nel caso di Pomigliano, come nelle discussioni sui piani di rigore che i Paesi industriali si apprestano a varare. Non vengono riutilizzate senza ragione, perché non poche misure e decisioni sono obbligate, difficilmente confutabili: è vero, ad esempio, che in un’economia internazionalizzata si possono produrre automobili solo in fabbriche dove i costi di lavoro siano abbastanza bassi e la produttività abbastanza alta da poter competere con le produzioni in Europa orientale o Asia. Da questo punto di vista non c’è alternativa, in effetti. Se si vogliono fabbricare automobili in Italia o in Francia o in Germania, bisogna per forza adottare nuove condizioni di lavoro: grosso modo, quelle indicate dal piano Marchionne.

Essendo un momento di verità, la crisi consiglia tuttavia prudenza, quando si esprimono certezze razionali così granitiche, impermeabili alle controversie e alle alternative. Soprattutto, essa insegna ad aguzzare lo sguardo, e anche ad allungarlo e differenziarlo. Una cosa che è senza alternativa nel breve termine, può rivelarsi del tutto sterile e più che bisognosa di alternative se esaminata con lo sguardo, molto più lungo, delle generazioni che verranno e di quelli che saranno i loro bisogni, le loro domande, i loro stili di vita. Una produzione che sembra oggi vitale e prioritaria può essere, nel lungo termine, non così centrale come lo è stato fino a oggi.

È questo il momento in cui il dogma del mercato tende a divenire l’ortodossia del tempo presente, dell’hic et nunc. L’automobile è un prodotto essenziale della nostra esistenza, oggi. Ma non è detto che lo sarà sempre allo stesso modo, che i modi di vita e le abitudini degli uomini non subiranno metamorfosi anche profonde. Il clima che si degrada rapidamente, il costo del petrolio, la scarsità delle risorse: tutti questi elementi non garantiscono all’automobile il posto cruciale che ha avuto per gran parte del ’900, e non saranno gli aumenti della produttività e le più severe condizioni di lavoro in fabbrica a migliorarne le sorti. Un’auto resta un’auto, anche se consumerà meno energia, e sulla terra ce ne sono troppe. Nell’immediato non c’è alternativa a costruire auto in un certo modo a Pomigliano. Nel medio-lungo periodo l’enorme numero di veicoli programmati non troverà forse acquirenti.

Gli studiosi dibattono la questione da anni. Lo stesso Sergio Marchionne ha più volte fatto capire, in passato, che la domanda di automobili sta declinando in maniera strutturale, indipendentemente dalle crisi congiunturali. Già si studiano possibili riconversioni, alternative, che vanno ben al di là delle automobili a basso consumo. I piani alternativi non mancano e tutti raccomandano di investire nei trasporti comuni più che nell’auto individuale, nelle rotaie più che in ragnatele sempre più invasive di strade asfaltate, nei motori destinati a produrre energie alternative più che in motori che dilapidano risorse in diminuzione al servizio del singolo individuo. «I trasporti pubblici e le energie rinnovabili saranno il fulcro industriale della prossima generazione nell’economia globale», afferma Robert Pollin, economista all’università del Massachusetts. Secondo alcuni autori (James Kunstler è il più pessimista, nel suo libro intitolato The Long Emergency) il declino dell’auto diverrà visibile quando non sarà più conveniente costruire, in epoca di petrolio raro e caro, le città satelliti lontane dai centri-città e dai luoghi di lavoro (i suburbia).

Il modo di vita e di convivenza dei terrestri è in mutazione: a causa del clima, del diradarsi di risorse del pianeta, di catastrofi come quella nel Golfo del Messico. Muteranno bisogni, aspirazioni, influenzando sempre più i mercati. È una prospettiva alla quale conviene pensare, fin d’ora, cominciando a costruire le fabbriche e i lavori che saranno necessari nel mondo futuro. Anche mondo futuro è un concetto in metamorfosi costante: non è qualcosa che ideologicamente viene sovrapposto alla realtà, sostituendola alla maniera di un villaggio Potemkin che prima inganna e poi delude. È una realtà che molto semplicemente succederà, e sulla quale tuttavia potremo incidere con una condotta o con l’altra. L’unico vero problema è che le forze che saranno protagoniste di nuovi stili di vita e nuovi consumi esistono in maniera flebile, non dispongono di lobby per far ascoltare la propria voce, non hanno possenti rappresentanze. Non l’hanno soprattutto nei sindacati e nei partiti di sinistra, il più delle volte sordi alle esigenze di chi non ha il posto fisso, di chi vive in condizioni di mobilità continua, di chi non è protetto da reti di sicurezza ed è già attore di nuovi stili di vita e di consumi. Ma c’è arretratezza anche nel mondo degli imprenditori, dove a dominare sono spesso forze gelose del posto occupato dalle produzioni classiche: forze timorose del futuro, e delle conversioni mentali e produttive che il futuro comporta.

Vale la pena dunque pensare le alternative, e abbandonare le parole-mantra di Margaret Thatcher. E vale la pena pensare il mondo contraddittoriamente, tenendo sempre presenti i due sentieri che abbiamo davanti. Il sentiero del qui e ora, con i suoi stati di necessità non eludibili. E il sentiero del domani e dopodomani, con i suoi non meno eludibili vincoli energetici e climatici. Può darsi che nell’immediato sia corretto ricordare che non esistono alternative. Ma di alternative c’è un enorme bisogno per il futuro, ed è un bene che vengano pensate, vagliate, scartate, non domani ma già oggi.

La Stampa 27.06.10

Il Tar ferma la scuola Gelmini «Circolari illegittime», di Chiara Affronte

Per adesso è vittoria. E se tutto procede come si vorrebbe «in un paese normale e democratico» la riforma della scuola del ministro Mariastella Gelmini verrà sospesa.
Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso su iscrizioni nelle scuole superiori, organici e mobilità presentato lo scorso aprile da 755 persone tra docenti, personale Ata e genitori, come annunciato dall’Unità. E ha disposto la «sospensione dei provvedimenti impugnati», recita l’ordinanza del 25 giugno. Tradotto: sono inefficaci e illegittime le circolari del ministro, che fino ad ora hanno «dettato legge» nella scuola nonostante non fossero depositati i regolamenti attuativi in Gazzetta ufficiale. Il 19 luglio ci sarà la seconda udienza, in cui il tribunale deciderà se confermare la sospensione, dando in sostanza la chance al Minsitero di portare la sua versione. L’Usr emiliano-romagnolo replica: «Vogliamo vedere le carte».

Milli Virgilio, bolognese, ex assessore della giunta Cofferati, e Corrado Mauceri, fiorentino, gli avvocati ricorrenti. Impossibile da qui al 19 luglio “aggiustare tutto” per loro, perché ci sono iter e modalità democratiche da rispettare: «Bisognerebbe ricominciare daccapo», chiarisce Mauceri. «È un fatto gravissimo: il Ministero ha attuato un capovolgimento anteponendo la volontà governativa a quella legislativa. Il segnale del Tar è importantissimo», tuona Virgilio. Di fatto, le circolari e il sito internet sono stati spacciati come regolamenti e decreti attuativi. Inacettabile poi la «tracotanza» del Ministero che non si è presentato in udienza e non ha neppure depositato una memoria. Ma c’è un punto che non lascia gli avvocati tranquilli. Un punto che anche la Cgil con Sandra Soster sottolinea: «Il Ministero potrebbe farla franca» (la Cgil nazionale tra l’altro ha fatto un altro ricorso al tar che verrà discusso il 5 luglio, ndr). «Logica vuole che il Ministero soprassieda e rimandi la riforma all’anno prossimo, ma può invece succedere che invece metta il Tar davanti al fatto compiuto e vada avanti per la sua strada», osserva Mauceri.

È l’avvocato a lanciare un appello alle istituzioni, sostenuto dal bolognese Comitato Scuola e Costituzione, firmatario del ricorso insieme ad altri coordinamenti nazionali: «A questo punto è fondamentale l’intervento delle istituzioni, degli enti locali che si devono opporre alla messa in atto di tagli illegittimi». Mauceri già da oggi inizierà a lavorare ad una bozza di diffida per impedire che il Ministero prenda provvedimenti in questa fase: «Vogliamo coinvolgere i giudici del lavoro perché sia chiaro che chi ha perso il posto lo ha perso illegittimamente».

Duro sul silenzio delle Regioni il bolognese Bruno Moretto di Scuola e Costituzione: «Festeggiamo con amarezza, visto che la Regione non ha partecipato al ricorso, come ad un certo punto sembrava dovesse essere. Chiediamo che sia presente all’udienza del 19 luglio». Oltre ai tagli, molto grave per i ricorrenti, il «tradimento» verso i nuovi allievi delle superiori che si sono iscritti in base a Pof (piani di offerta formativa) irreali visto che le scuole non sanno quali materie verranno tagliate e chi insegnerà cosa.
Il ministero ridimensiona la portata della sentenza. «L`ordinanza del Tar del Lazio sui provvedimenti ministeriali in materia di organici è solo temporanea», precisa in una nota. «Il Miur – si legge nella nota – fornirà al più presto ogni opportuno chiarimento e depositerà la documentazione necessaria al fine di dimostrare che il ricorso, enfatizzato da parte di alcuni sindacati e associazioni, è destituito di qualsiasi fondamento».

L’Unità 27.06.10

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“Mobilità docenti a rischio” , di R.P.
Organici della scuola nel caos per l’ordinanza n. 1023 emessa il 25 giugno dal Tar del Lazio con cui è stata accolto la richiesta del “Comitato nazionale per scuola della Repubblica” e del “Comitato bolognese scuola e costituzione”.

Il ricorso riguarda le circolari sugli organici che, secondo i legali di parte, sarebbero illegittime in quanto emanate prima che i Regolamenti sulla riforma della secondaria di secondo grado entrassero in vigore.

Per il momento il Tar del Lazio non è ancora entrato nel merito del ricorso ma ha disposto la sospensione dei provvedimenti impugnati ordinando al Ministro di depositare nel termine di quindici giorni una ” documentata relazione che riferendo sui fatti di causa, controdeduca puntualmente sui motivi dedotti con il ricorso” (si tratta in realtà della consueta formula che la giustizia amministrativa utilizza quando risulti necessario acquisire ulteriori elementi per assumere una decisione).

Di per sé l’ordinanza del Tar non significa quindi che le tesi dei ricorrenti siano state ritenute fondate: ogni decisione, infatti, è rinviata alla prossima seduta del 19 luglio.

Lo stesso Ministero getta acqua sul fuoco ed evidenzia che “l’ordinanza è solo temporanea, Il Miur fornirà al più presto ogni opportuno chiarimento e depositerà la documentazione necessaria al fine di dimostrare che il ricorso, enfatizzato da parte di alcuni sindacati e associazioni, è destituito di qualsiasi fondamento”.

Per intanto, però, la sospensione dei provvedimenti ministeriali in materia di organici potrebbe avere qualche conseguenza.

Secondo i Comitati che hanno promosso il ricorso “la sospensione comporta che fino a quella data (il 19 luglio, ndr) tutte le operazioni sull’organico e i relativi trasferimenti del personale perdente posto e quelle sulle iscrizioni sono congelate”.

Se così fosse, il ricorso avrebbe conseguenze pesanti soprattutto per gli stessi insegnanti che hanno chiesto di accedere alle operazioni di mobilità.

Fino a questo momento sono stati pubblicati solamente i movimenti dei docenti di scuola primaria e scuola dell’infanzia, mentre quelli per la secondaria di primo grado sono attesi per il 2 luglio; il 19 luglio dovrebbe essere la volta dei movimenti della secondaria di secondo grado; ma a questo punto il condizionale è d’obbligo ed è molto probabile che questi termini slittino di parecchi giorni.

E’ anche possibile, peraltro, che nel maxiemendamento al decreto sulla manovra finanziaria che il Governo sta predisponendo venga inserita qualche norma per escludere il rischio che l’anno scolastico 2010/2011 prenda avvio nella confusione più totale.

Da Tecnica della Scuola 27.06.10

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“Scuola, il Tar blocca la riforma Gelmini”, di Salvo Intravaia

ROMA – Il Tar Lazio “congela” la circolare sulle iscrizioni alle scuole superiori e il prossimo anno scolastico rischia di iniziare nel caos. I giudici amministrativi della Capitale – accogliendo il ricorso presentato da 755 fra docenti, genitori, alunni e Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari), e sostenuto dal Comitato Nazionale per la scuola della Repubblica, dal Comitato Bolognese Scuola e Costituzione e dal Crides di Roma – hanno sospeso l´efficacia del provvedimento ministeriale fino al prossimo 19 luglio, quando si svolgerà la prossima udienza. Nel frattempo, il ministero dell´Istruzione dovrà produrre una “documentata relazione”. A questo punto, i trasferimenti del secondo grado, fissati proprio per il 19 luglio, probabilmente slitteranno, mentre tutte le operazioni per definire gli organici e le cattedre verranno bloccate. E senza gli organici non è possibile avviare l´anno scolastico, perché non è possibile trasferire gli insegnanti, non è possibile assegnare le supplenze e non è neppure possibile effettuare i tagli imposti dalla Finanziaria del 2008: 17mila cattedre solo alle superiori. Ma, soprattutto, non è possibile fare partire i nuovi licei, i nuovi istituti tecnici e i nuovi professionali della riforma Gelmini.
Il ministero si affretta a gettare acqua sul fuoco. «L´ordinanza del Tar del Lazio sui provvedimenti ministeriali in materia di organici è solo temporanea, è una semplice richiesta d´informazioni», spiegano da viale Trastevere. «Forniremo al più presto – assicurano – ogni opportuno chiarimento e depositeremo la documentazione necessaria al fine di dimostrare che il ricorso, enfatizzato da parte di alcuni sindacati e associazioni, è destituito di qualsiasi fondamento». Sugli organici del superiore il ministero era già in notevole ritardo e il “contrattempo” del Tar rappresenta la ciliegina sulla torta. «Il danno derivante dalla operazione governativa è gravissimo», dichiarano le associazioni che snocciolano tutti i motivi del ricorso. «I genitori hanno dovuto procedere all´iscrizione dei figli alle prime classi dei nuovi indirizzi senza conoscere i programmi di studio e in mancanza dei programmi e dei regolamenti definitivi». Inoltre, «gli iscritti alle prime classi dei professionali non hanno alcuna garanzia che gli istituti statali siano in grado di offrire la qualifica professionale triennale finora prevista, visto che la competenza al riguardo è soggetta alle decisioni delle singole Regioni». Mentre, «gli studenti iscritti nelle seconde, terze e quarte classi degli istituti tecnici e professionali si troveranno a loro insaputa dal prossimo settembre l´orario ridotto da 2 a 4 ore». Sono stati «iscritti d´ufficio alla classe successiva – spiegano – senza essere informati del cambiamento e senza conoscere le materie soggette alla riduzione d´orario». Le iscrizioni alle superiori quest´anno sono scadute il 26 marzo, mentre i Regolamenti sul riordino delle scuole di secondo grado sono stati pubblicati in Gazzetta lo scorso 15 giugno. Prima di questa data, le scuole sono andate avanti a colpi di bozze, che potevano essere modificate fino all´ultimo momento. E se il 19 luglio i giudici del Tar Lazio si dovessero convincere che genitori e studenti sono stati danneggiati, la riforma, a sorpresa, potrebbe saltare.

La Repubblica 27.06.10

Ustica, Napolitano: «I processi non hanno fatto luce»

”Il dolore ancora vivo per le vittime si unisce all’amara constatazione che le indagini svolte e i processi sin qui celebrati non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico evento e di individuarne i responsabili”. Lo dice il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato a Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, di cui domani ricorre il 30/o anniversario.

”Nella ricorrenza del trentesimo anniversario del disastro di Ustica, rivolgo il mio pensiero commosso a lei Presidente e a tutti i famigliari di coloro che hanno perso la vita in quella tragica notte – scrive il Capo dello Sato – Il dolore ancora vivo per le vittime si unisce all’amara constatazione che le indagini svolte e i processi sin qui celebrati non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico evento e di individuarne i responsabili. La tenace dedizione e l’anelito di verita’ e giustizia con i quali l’Associazione da lei presieduta perpetua il ricordo di quel 27 giugno 1980 trovano la nostra piena comprensione – continua Napolitano – Occorre il contributo di tutte le Istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguita’ e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni. Nel sempre doloroso ricordo delle 81 vittime, esprimo a lei e ai famigliari dei caduti la partecipe vicinanza mia e della intera Nazione”.

L’Unità 26.06.10

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“Vergogne di Stato”, di Stefano Corradino

“Perchè chi sapeva è stato zitto? Perchè chi poteva scoprire non s’è mosso? Perchè questa verità era così inconfessabile da richiedere il silenzio, l’omertà, l’occultamento delle prove? C’era la guerra quella notte del 27 giugno 1980. C’erano 69 adulti e 12 bambini che tornavano a casa, che andavano in vacanza, che leggevano il giornale, che giocavano con una bambola. Quelli che sapevano hanno deciso che i cittadini, la gente, noi, non dovevamo sapere: hanno manomesso le registrazioni, cancellato i tracciati radar, bruciato i registri; hanno inventato esercitazioni che non erano mai avvenute, intimidito i giudici, colpevolizzato i periti e poi hanno fatto la cosa più grave di tutte: hanno costretto i deboli a partecipare alla menzogna, trasformando l’onesta in viltà… Perchè?”

E’ la scena finale del film “il Muro di Gomma” diretto da Marco Risi, dedicato alla strage di Ustica. L’attore fiorentino Corso Salani, morto pochi giorni fa per un malore improvviso a soli 48 anni, interpretava il ruolo di Rocco, giornalista del Corriere della Sera impegnato in una coraggiosa indagine, tra le testimonianze strazianti di famiglie distrutte per tanti innocenti precipitati negli abissi marini e i silenzi, i misteri, le menzogne dei Servizi segreti, dei vertici militati, degli apparati dello Stato, di politici evasivi preoccupati che la ricerca della verità potesse mettere a repentaglio le relazioni diplomatiche con altri Paesi.

A 30 anni di distanza l’inchiesta è ancora aperta. Ce lo ha ricordato qualche giorno fa sul nostro giornale on line Andrea Purgatori, il giornalista del Corriere della Sera (e sceneggiatore del film di Risi) che per primo seguì la vicenda del Dc9. Quel muro di gomma non è stato ancora squarciato eppure, come ci ha spiegato Purgatori “sappiamo dei livelli di copertura ai vertici di alcune istituzioni importanti dello Stato come, per esempio, l’Aeronautica Militare”. Come lo sappiamo? Grazie alle intercettazioni, quello strumento di indagine che una vergognosa Legge di Stato vorrebbe proibire. Se allora questa Legge fosse stata in vigore di quel silenzio, di quell’omertà, di quegli occultamenti di prove non sapremmo niente.

“Vergogna di Stato” titolava coraggiosamente il Corriere della Sera. Un titolo che domenica 27 giugno 2010 vorremmo rileggere sul principale quotidiano italiano (ma anche sugli altri). Vergogna ben più grave della miserrima figura della nazionale di calcio. La vergogna di una strage senza colpevoli a trent’anni di distanza. E di un governo che vuole impedire per Legge la ricerca della verità.
Il 1° luglio 2010 saremo a Piazza Navona anche per i familiari di quelle 81 vittime che non potranno mai essere risarciti per la perdita che hanno subito. E che non gridano vendetta ma solo verità e giustizia.

da articolo21.org

Inaugurata a Carpi la festa nazionale del Partito Democratico sulla Green Economy

E’ stata inaugurata alla presenza dei dirigenti del PD locale e regionale la Festa nazionale del Partito Democratico sulla Green Economy, che si terrà a Carpi nella zona piscina fino al 19 luglio. Al taglio del nastro erano presenti anche i Sindaci dei quattro comuni dell’Unione Terre d’Argine, l’on. Manuela Ghizzoni e numerosi amministratori locali.

Ha aperto i saluti il segretario del PD di Carpi Davide Dalle Ave, il quale ha sottolineato il ricco programma di iniziative politiche realizzato insieme al PD provinciale, regionale e nazionale e le ragioni che hanno indotto il PD locale ad ospitare l’importante kermesse “che sarà l’occasione per discutere, confrontarsi e dibattere – ha sottolineato Dalle Ave – su uno dei settori che, più di altri, oggi è sinonimo di innovazione, ricerca e rispetto ambientale”.

“Vogliamo far comprendere le enormi potenzialità di un settore che anche in questo difficile momento offre opportunità di crescita – ha commentato l’on Alessandro Bratti, membro della commissione Ambiente della Camera – ce lo dicono tutti i dati: nella crisi che stiamo attraversando, se esiste un segmento economico vivace è proprio quello legato alla green economy”.

“Stiamo caratterizzando i nostri appuntamenti politici estivi su due temi per noi fondamentali – ha affermato il segretario del PD modenese Davide Baruffi – il primo è l’uguaglianza, che sarà al centro della festa provinciale di settembre, e l’altro è appunto lo sviluppo sostenibile, con la Festa del PD a Carpi. Segnalo – ha concluso amaramente Baruffi – che nella manovra finanziaria del Governo non c’è traccia né dell’uno né dell’altro, facendo di questa finanziaria una manovra non solo iniqua, ma anche miope”.

“Vogliamo lanciare messaggi chiari e sottolineare quale modello di sviluppo vogliamo – ha aggiunto il segretario del PD dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini – un modello che punta alla crescita e allo sviluppo sostenibile, creando nuove filiere industriali e nuove opportunità di lavoro e impresa: in Emilia Romagna vi sono già circa 2 mila nuove imprese che operano in questo ambito e la Regione investe molto su questo settore, a differenza del Governo che ha tagliato nella finanziaria anche i pochi contributi previsti”.

“Vi sono evidentemente diverse concezioni di vita e di sviluppo – ha concluso il Presidente della Provincia di Modena Emilio Sabattini – e la nostra idea è distante da quella del centro destra, perché pensiamo si debbano mettere in campo anche pensieri lunghi, in grado di delineare un futuro di sviluppo e benessere per le nostre comunità”