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«La scuola e i giovani nel Rapporto Istat 2009», di Dario Missaglia

Uno scenario inquietante: poca lettura, poco computer, pochissimo orientamento. E una scuola di classe che spacca il Paese.

Sarebbe davvero interessante sapere quale potrebbe essere l’opinione del Ministro Gelmini e dei suoi collaboratori in merito ai dati più rilevanti pubblicati dall’Istat in tema di istruzione-formazione-condizione giovanile. I dati sono davvero molti e offrono l’opportunità di tanti approfondimenti in varie direzioni. Selezioniamone alcune.

1) Quello già reso noto da fonti di informazione è relativo alla dinamica che spinge una quota rilevante di giovani (sette milioni tra i 18 e 34 anni, con percentuali che vanno dal 90% nella fascia 18-19, al 30% per la fascia 33-34 anni) a rimanere a lungo in famiglia. La famiglia, insomma, ammortizzatore sociale fondamentale per i nostri giovani; ma anche espressione di una condizione giovanile che evidenzia un profondo disagio e sulla quale molto ci sarebbe da riflettere. Colpisce poi tra i giovani quella quota di poco più di 2 milioni (il 21,2% della popolazione tra i 15–29 anni) che non lavora e non studia (generazione “Neet”); un’area critica in cui il prolungarsi di questa condizione può essere l’anticamera di diversi profili di emarginazione/esclusione. Certamente, in ogni caso, esprime senza dubbio un processo di disinvestimento nel “capitale umano” che stride fortemente con i proclami di Lisbona 2000.

2) L’analisi dei dati delle fasce d’età e relativo conseguimento dei titoli di studio evidenzia una crescita molto, troppo lenta, dei livelli di formazione nel Paese; lo svantaggio verso la UE aumenta. L’unico dato positivo è la conquista diffusa della licenza media, fuori da ogni condizionamento sociale, dopo un quarantennio e più di obbligo scolastico a 14 anni; ma appena ci si inoltra verso i titoli superiori, l’appartenenza alle classi sociali diventa determinante: l’Italia non ha ancora un sistema vero di pari opportunità formative per tutti; anzi, il ritorno a percentuali significative di bocciati e dispersi nel 2008-09 (con punte davvero drammatiche nel Mezzogiorno), spiega una torsione punitiva, selettiva, delle recenti dinamiche di sistema ma anche il pauroso “buco nero” costituito da una scuola media in cui, al di là di operazioni formali consumate in questi anni, la struttura organizzativa del modello e la didattica prevalente (di tipo individualistico/disciplinarista) fanno a pugni con i processi di apprendimento non formale e informale in cui sono immerse le nuove generazioni.

3) Sconvolgenti, infine, alcuni dati sulla condizione culturale, formativa dei nostri giovani e la grave arretratezza del sistema di istruzione/formazione. Nel 2009, il 13,2% dei giovani tra i 15-29 anni (oltre 1 milione, 2%) dichiara di non aver letto neanche un libro o di non aver mai utilizzato il computer. La esclusione dalla lettura dipende fortemente dalle caratteristiche della famiglia di origine e dagli stimoli che essa sa offrire; se questa è cosa nota, stupisce l’irrilevanza della scuola in questa dinamica; è come se il sistema avesse rinunciato a contrastare le diseguaglianze, a discriminare in positivo. Anzi, stando sempre ai dati Istat, “sembra confermata l’esistenza di un meccanismo di autoselezione che orienta le iscrizioni dei meno brillanti verso gli indirizzi tecnici e professionali e quelle dei più capaci verso i licei…” (pag. 197). Ovvero le politiche dell’orientamento sono vicino allo zero; gli studenti continuano a essere “dirottati” (non orientati) verso i livelli di istruzione superiore da docenti della scuola media e dalla valutazione conclusiva dell’esame del primo ciclo. Guarda caso, questo dirottamento corrisponde precisamente all’estrazione socioculturale delle famiglie di origine. Stiamo cioè tornando, non nel dibattito ideologico ma nei processi reali, a una nuova stagione della “scuola di classe”.

4) “L’alfabetizzazione informatica avviene in ambito familiare o nel mondo dei pari” (pag. 194). Quindi se 1,7 milioni di giovani dichiara (tra i 15-29 anni) di non aver mai usato un computer, vuol dire che stiamo descrivendo una condizione che riguarda il 4,8% dei giovani con un padre “dirigente” e il 18,6% dei giovani con un padre “operaio”; con processi che coinvolgono il Nord (13,6% ) e il Sud (24%). La scuola dunque non è in grado di incidere su questo processo di fondamentale alfabetizzazione dei giovani, salvo le dovute eccezioni. Molti docenti, peraltro di età avanzata, sono tagliati fuori dal processo di cambiamento. Non ci sono né risorse né progetti di investimento su uno scenario che peserà sul valore competitivo del nostro Paese e, soprattutto, sulle condizioni di vita di tanti giovani. Ma tutto ciò forse non importa a quei decisori politici convinti che in fondo, chi “ha i numeri” (si leggano il rapporto, così capiranno bene chi sono costoro) arriverà senz’altro alle agognate mete.

Vogliamo continuare a sperare che ad altri attori sociali e politici, questi dati offrano una nuova occasione per ritrovare in primo luogo le parole e le idee per tornare a parlare al mondo della scuola.

da www.educationduepuntozero.it

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«L’iniziativa Invalsi e il buco nero della scuola media», di Maurizio Tiriticco

Dario Missaglia, in Educationduepuntozero, riferisce ampiamente sui sconcertanti dati che emergono dal Rapporto Istat sulla condizione giovanile del nostro Paese. Su uno di questi impietosi passaggi vorrei soffermare la mia e la vostra attenzione.
“L’unico dato positivo è la conquista diffusa della licenza media, fuori da ogni condizionamento sociale, dopo un quarantennio e più di obbligo scolastico a 14 anni; ma appena ci si inoltra verso i titoli superiori, l’appartenenza alle classi sociali diventa determinante: l’Italia non ha ancora un sistema vero di pari opportunità formative per tutti; anzi, il ritorno a percentuali significative di bocciati e dispersi nel 2008-09 (con punte davvero drammatiche nel Mezzogiorno), spiega una torsione punitiva, selettiva, delle recenti dinamiche di sistema, ma anche il pauroso “buco nero” costituito da una scuola media in cui, al di là di operazioni formali consumate in questi anni, la struttura organizzativa del modello e la didattica prevalente (di tipo individualistico-disciplinarista) fanno a pugni con i processi di apprendimento non formale e informale in cui sono immerse le nuove generazioni”.
Il fatto è che a dire queste cose non è l’arrabbiato comunista ma un Istat con tutto il suo rigore scientifico e la sua indipendenza politica! La denuncia è forte! Io e Dario lo diciamo da anni che un limite grosso ad un serio riordino dell’intero ciclo di istruzione va ricercato proprio nella persistenza costante di operare per gradi successivi, prima il primo ciclo e poi il secondo! Ed è proprio in quel “poi” che tutto l’edificio vacilla! La considerazione sembrerebbe elementare, ma tale non è per chi governa il nostro Sistema di istruzione! E se si chiama sistema, come tale va affrontato, con un approccio, appunto, sistemico! Ma il passato è pesante! In effetti, è da sempre che parliamo – e pensiamo e scriviamo – in termini di cicli! Ma nella Carta costituzionale ci si limita a parlare di istruzione inferiore e superiore e a dire che la prima, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
Quando nel ’62 demmo adempimento al precetto costituzionale, innalzando l’obbligo di altri tre anni in una scuola media e unificata, commettemmo quel primo errore che non solo abbiamo pagato caro per tanti anni ma che continuiamo a pagare! L’errore fu quello di salvaguardare non solo l’unitarietà della scuola media – quella dei professori, altra cosa rispetto alla scuola delle maestre – ma di attribuirle anche il primo grado di secondarietà. Non si sarebbe dovuto invece, costruire un percorso ottonale lineare, verticale e continuo, come oggi abbiamo imparato a dire? Un percorso in cui non ci fossero più maestre e professori ma insegnanti a tutto tondo impegnati soltanto a far raggiungere a tutti i nostri quattordicenni il massimo delle loro possibilità cognitive, culturali, operative? Otto anni sono tanti per un soggetto in età evolutiva e vanno tutti “sfruttati” con il massimo di una intelligenza docente! Purché non sia la norma ad umiliarla! Il professore medio e secondario di primo grado pensa in termini di istruzione secondaria, non di adempimento dell’obbligo! E’ portato “di norma” più a bocciare che a promuovere!
E le bocciature per tutti gli anni Sessanta fioccarono e non fu un caso che Don Lorenzo scrisse la sua lettera, ma non ad una maestra, neanche ad un professore, ma ad una professoressa! Perché questa scelta? La maestra era salva perché ce l’aveva messa tutta sia con Gianni che con Pierino! La colpevole era la professoressa perché il suo cuore era altrove, non nel garantire insegnamenti “obbligatori” per tutti, ma nel perpetuare quella discriminazione sociale che la legge 1859/62 aveva abbattuto sì, ma solo per metà! La media continuava a costituire pur sempre non un elemento di integrazione, ma di selezione anche! E quanti anni sono occorsi perché venisse cancellato quell’esame di quinta elementare, non un fattore di promozione ma di selezione?
Nessuno intende togliere valore al fatto che, comunque, la scuola media dell’obbligo nel corso degli anni un ruolo sociale lo ha svolto, con la proliferazione delle scuole medie nei paesi più sperduti, per la caduta verticale dell’analfabetismo. Ma ciò non è stato sufficiente a nascondere la natura profonda dell’operazione del ’62: di fatto, ci si era limitati ad aprire la scuola “secondaria” a tutti, ma senza fornirla degli strumenti perché questi tutti ne potessero fruire fino in fondo.
Di questo vizio d’origine la scuola media unica del ’62 non si è mai liberata! Neppure dopo la legge 517/77, neppure dopo i programmi del ’79, neppure dopo tutte le menate della Moratti ed i ritocchi di Fioroni! Il tentativo di Berlinguer e di De Mauro di costruire un unico ciclo, com’è noto, è abortito subito! Ed oggi, le cose stanno addirittura peggiorando! Tant’è vero che ancora non è noto se esistano delle Indicazioni nazionali che riguardino la scuola media! Pare che al Miur qualcuno ci stia lavorando, mah! Poi, con l’ulteriore innalzamento dell’obbligo di due anni, è l’identità stessa della scuola media ad essere messa sotto scacco! E le cose non miglioreranno! Anche perché il nuovo obbligo è una sorta di araba fenice!
In questa situazione di estrema precarietà, le prove Invalsi proposte agli esami meritano un discorso particolare. Personalmente ne riconosco lo spessore scientifico e culturale nonché la bontà della metodologia adottata. Nessuna contestazione, quindi, anzi, ma alcune riflessioni. In primo luogo, di quella didattica di tipo individualistico-disciplinarista, di cui parla Dario, non c’è traccia; è estremamente difficile dire a quale pagina di quale libro di quale materia di quale anno di studio corrisposta quel determinato quesito; ed ancora, il supporto della memoria, in quanto a regole date, è assolutamente ininfluente ai fini della soluzione dei vari problemi proposti. In altri termini, lo studente è tenuto a rispondere non in ordine a consueti repertori, ma in ordine a processi mentali che a monte sembrano avere poco o nulla a che fare con date materie e dati contenuti. Le difficoltà incontrate dagli studenti – e non solo da loro – consistevano soprattutto nel fatto che gli oggetti da trattare erano difficilmente rubricabili, afferibili a questa o a quella materia.
Mi sembra che la prove Invalsi siano servite soprattutto a dire ai nostri insegnanti: dove sono le vostre materie di sempre, ben definite e distinte l’una dall’altra? Dove sono le vostre infinite regole, le pagine da mandare a memoria, quando ai vostri studenti chiediamo, invece, di operare in modo diverso? Non è giunto il momento in cui rivedere un po’ il tutto di questa obsoleta organizzazione disciplinare della scuola media? Sotto questo profilo, le prove Invalsi vanno accolte come una occasione preziosa per rivedere l’organizzazione dell’intero triennio medio, tenendo conto di ciò che c’è a monte e a valle, o dovrebbe esserci: perché il discorso è sempre sistemico. Occorre, cioè, andare oltre la “provocazione” Invalsi. Se la sua lezione non viene accolta ed appresa, il rischio che correremo è fortissimo: che il buco nero diventi sempre più nero, fino a costituire un limite per un rinnovamento reale dell’intero Sistema! L’Europa ci guarda sgomenta; e i nostri ragazzi continueranno nel loro inesorabile declino!
da f u o r i r e g i s t r o newsletter del 27/06/2010

"Medioevo «utile»", di Carlo Arturo Quintavalle

Cosa rappresenta l’Isime (Istituto Storico Italiano per il Medioevo) per il paese. Celebriamo i 150 anni dell’Unità d’Italia, con la chiusura di Istituti fondati subito dopo l’Unità con il preciso mandato di unificare culturalmente l’Italia

E’ possibile cancellare una struttura che ha costruito la intera storia medievale del nostro paese? E possibile bloccare la prosecuzione di centinaia di volumi, fonti e contributi critici che Jacques Le Goff, Georges Duby e gli altri grandi storici del medioevo in Francia e in Occidente hanno sempre apprezzato, citato, usato? E’ possibile ridurre, il che vuol dire cancellare, i finanziamenti a una struttura che ha pubblicato le vicende delle nostre città, i conflitti fra pontefici e principi, le storie dei cronisti e magari anche quelle degli eretici del medioevo?

Celebriamo i 150 anni dell’Unità d’Italia, con la chiusura di Istituti fondati subito dopo l’Unità con il preciso mandato di unificare culturalmente l’Italia e con l’annullamento delle – eccellenze italiane riconosciute nel mondo -?. Così chiude il suo angosciato comunicato stampa Massimo Miglio, presidente dell’«Istituto Storico Italiano per il Medioevo» (ISIME). Ma perché questo allarme? E che cosa è stato e che cosa è oggi l’Istituto? L’allarme nasce dalla progettata abolizione di un paio di centinaia di Enti supposti inutili, poi trasformata, grazie all’intervento del Ministro Bondi, in una riduzione dei finanziamenti totali del 50 per cento. Fra questi Enti c’è pure l’ISIME.

Non sono certo in grado di giudicare quali Istituti o Enti siano inutili, oggi, e se utili siano stati in passato o possano esserlo in avvenire, ma sono in grado di porre il problema dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo del quale sono internazionalmente note, da oltre un secolo, le attività. Miglio ricorda il nesso fra la creazione dell’Istituto e la storia dell’Italia unita. Per capire basta infatti
pensare alla edizione delle «Fonti per la storia d’Italia» che sono state la struttura portante degli studi storici degli ultimi cento e passa anni. Ecco quindi gli Annali, la Cronache delle diverse città, gli Statuti, gli Epistolari, le vicende di Genova e Venezia, Milano e Roma, e ancora le storie degli imperatori e dei principi dell’Italia medievale, per non parlare dei testi del tempo dei longobardi e dei -placiti-, cioè le leggi, del «Regnum Italiae». Dunque si tratta di quasi duecento imponenti volumi che ancora oggi proseguono. Ma per comprendere che cosa è l’Istituto forse conviene ricordare il «Bullettino» dove scrivono i maggiori specialisti e centinaia di giovani: i grandi volumi cominciano nel 1886 e oggi, 2010, siamo al volume 112. Nasce da qui, da queste decine di migliaia di pagine, la storia del nostro paese e su questi studi si fondano da generazioni, le ricerche sul medioevo in Italia e fuori.

Certo, oggi lo Stato dà all’Istituto 190.000 euro, dei quali 170.000 servono per pagare il personale, sei tecnici in tutto, il resto, 20.000 euro, basta appena per segreteria e telefono, e neppure per la stampa del Bollettino. Ecco, se lo Stato dovesse dimezzare, o anche solo ridurre, questa minima cifra di 190.000 euro all’anno si dovrebbero certo lasceranno a casa una parte dei tecnici, personale preparato e insostituibile. La conseguenza sarebbe la fine di una gran parte delle edizioni, dei rapporti con gli studiosi, della frequentazione degli studenti. Chi potrebbe mai curare la redazione delle opere, migliaia di pagine edite ogni anno? Inoltre si bloccherà la “Scuola storica nazionale” e ancora la “Scuola per la edizione delle fonti”, fondamentali per la formazione degli studiosi delle università italiane e straniere.
Certo, l’Istituto riesce a mettere insieme altri 300.000 euro ogni anno per edizioni critiche di testi, co­me la “Collana Bonifaciana” (Papa Bonifacio VIII) ricca di contributi interdisciplinari, e per decine di altre iniziative come la “Edizione delle Fonti per la Storia della Chiesa in Friuli”, la “Edizione Nazionale delle opere di Flavio Biondo”, i 13 volumi del prezioso “Repertorio per le Fonti del Medioevo” creato in collaborazione con decine di strutture internazionali. Ebbene, togliere finanziamenti a questa struttura fondante della storia del nostro paese sembra davvero assurdo.

Credo che questa possibile, dico possibile, censura della nostra storia medievale risponda a una mitologia del fare storia del nostro paese che è derivata dal ventennio fascista, quindi fondata sulla storia romana e poi rinascimentale e ancora ottocentesca, e conclusa con l’era fascista. Il medioevo infatti, per secoli, è stato il grande rimosso della nostra cultura. Ma sono stati gli storici, e quelli operosi per l’ISIME, a rimediare a questo vuoto. L’Istituto è stato creato per ricollegare l’Italia dell’Unità a quella del tempo longobardo, carolingio, ottoniano, alla Italia delle repubbliche marinare e dei comuni. Aboliremo la struttura portante di questo nuovo modo di pensare il nostro passato? I nomi che hanno fondata la storiografia della nostra civiltè medievale sono stati tutti membri dell’Istituto ed hanno pubblicato centinaia di saggi fondamentali per la storia dal tardo antico al XV secolo sul “Bullettino”, e ancora importanti volumi nella collana di “Studi storici”, una collana di ben 150 volumi.
Diminuire i finanziamenti mette a rischio dunque la sopravvivenza della struttura, una struttura forse più importante dell’Istituto della Enciclopedia Italiana. Chiudo con un ricordo: in Normale sono stato allievo, fra gli altri, di Arsenio Frugoni e quest’ultimo ci stimolava a leggere le opere di Raoul Manselli di Raffaello Morghen e di Cinzio Violante nei volumi azzurri della collana degli “Studi storici”. Sono loro, questi studiosi, i più raffinati interpreti delle fonti, coloro che hanno ridisegnato la storia del nostro paese, poi diventata tessuto dei manuali e fondamento per centinaia di altri volumi e saggi.

Credo che sia tempo di dare un aiuto maggiore, anche in tempi duri come questi, a questa struttura della nostra Italia: all’Istituto sono nati i giovani più promettenti della nostra storiografia medievale. E dovranno ancora uscire, da qui, le future generazioni degli studiosi.

dal Corriere della Sera/Roma, del 24 giugno 2010

«Italia fuori e Calderoli nel pallone», di Tito Boeri e Fausto Panunzi

Nell’ansia di semplificare, il ministro per la Semplificazione Calderoli ha trovato, immediatamente dopo l’eliminazione dell’Italia ai Mondiali di calcio, la diagnosi e la terapia dei problemi delle nostre squadre: troppi stranieri sui campi italiani e pochi giocatori allevati nei vivai nazionali. In realtà l’esperienza italiana e di altri paesi lo smentisce. I veri problemi del calcio italiano, seri e strutturali, sono gli stadi inadeguati e l’eccessiva dipendenza dei ricavi dalla televisione, aggravati da una mancanza di leadership a livello di Lega e Federazione.

Dopo eliminazioni così amare come quella subita ieri dalla nazionale di calcio italiana, bisognerebbe rimanere calmi e ragionare con la testa fredda. Invece il ministro Calderoli ha già trovato in poche ore diagnosi e terapia: la colpa è dell’eccessivo numero di stranieri che giocano nelle squadre italiane. La possibilità di “importare” extra-comunitari avrebbe ridotto gli incentivi per i nostri grandi club a investire sui giovani, rinunciando a coltivare i vivai. Inoltre gli stranieri rubano il posto ai giovani talenti italiani. Basterà quindi chiudere le frontiere per avere una Nazionale di nuovo vincente.

GIOCATORI NON APPREZZATI ALL’ESTERO
Calderoli è Ministro per la Semplificazione, ma stavolta semplifica troppo. Partiamo dall’ovvio. L’Italia è tuttora campione del mondo in carica (seppur per altre due settimane). Quattro anni fa le frontiere erano aperte e c’erano decine di stranieri che giocavano nelle squadre italiane. Le frontiere erano già aperte quando siamo arrivati terzi a Italia 90 (Maradona era già l’idolo di Napoli) e persino, seppure in modo limitato, quando siamo diventati campioni del mondo nel 1982.
Inoltre quello italiano non è certo l’unico campionato pieno di stranieri. Lo sono anche quelli di Spagna, Inghilterra, Germania e Francia. Ma solo la Francia, come noi, è già stata eliminata. Le altre sono tutte qualificate per gli ottavi di finale. La vera anomalia italiana degli ultimi anni è l’incapacità di esportare giocatori. Anni fa Vialli, Zola, Di Matteo, Gattuso, Carboni giocavano in Inghilterra o Spagna, in club come Chelsea o Valencia che lottavano per lo scudetto. Solo quattro anni fa Toni andava al Bayern. Oggi ci sono pochissimi giocatori italiani che giocano fuori dai nostri confini e tutti in squadre di secondo piano. Questo non dipende certo dal fatto che le squadre straniere non possono pagare stipendi competitivi: il Real strapaga Cristiano Ronaldo e Kakà e il Barcellona Ibra. E gli allenatori italiani hanno mercato all’estero: Ancelotti al Chelsea, Capello allenatore dell’Inghilterra, Mancini al City, Spalletti allo Zenit. Vuol dire che pochissimi giocatori italiani sono apprezzati all’estero. Questo è il vero problema. Chiudere le frontiere non aiuta molto se il problema è che i beni prodotti internamente non sono competitivi sui mercati internazionali. Senza contare che chiudere le frontiere, invece, servirebbe solo a far salire il monte salari e spingere ancor più verso il rosso i bilanci delle società italiane e che, grazie ai giocatori extra-comunitari, come brasiliani e argentini, i nostri club sono riusciti spesso a ben figurare in competizioni a livello internazionale, acquisendo esperienza in incontri di alto livello.

CHI FA LA DIFFERENZA IN CAMPO
Esiste certamente un problema vivai, non solo a livello italiano. La possibilità di strappare talenti in giovane età rende meno conveniente investire internamente rispetto a usare il mercato. Nel trade-off tra “make or buy” oggi nel calcio conviene decisamente il buy. Forse le politiche di compensazione per la formazione dei giovani talenti dovrebbero essere riviste. Ma non dimentichiamo neanche che le squadre sudamericane sono esposte allo stesso problema e non sembrano risentirne in alcun modo, almeno a vedere la loro performance ai Mondiali. E neanche, a livello di club, il Barcellona, squadra che da sempre investe molto nel vivaio, sembra averne troppo sofferto.
Infine una considerazione più calcistica. Nel calcio basta poco per fare una grande differenza nei risultati sportivi. Se andiamo a vedere la performance della Francia negli ultimi quattro mondiali vediamo che ha fatto sempre benissimo quando aveva Zidane in campo (Francia 1998 e Germania 2006) e malissimo quando non c’era (nel 2002 era infortunato e giocò solo la terza e ultima partita, peraltro in condizioni menomate). L’Inghilterra sembra un’altra squadra rispetto a pochi mesi fa perché Rooney non si è ancora ripreso dall’infortunio alla caviglia. Insomma, il calcio italiano ha problemi seri e strutturali: stadi inadeguati e eccessiva dipendenza dei ricavi dalla televisione, aggravati da una mancanza di leadership a livello di Lega e Federazione. Ma sull’eliminazione di ieri forse hanno pesato di più gli infortuni di Buffon e Pirlo e la testardaggine di Lippi.

da http://www.lavoce.info

Scuola: Ghizzoni (Pd), dopo Tar del Lazio Gelmini non può più stare in silenzio

“Fino ad oggi sono state reticenti le risposte del ministro Gelmini alle nostre interrogazioni sull’uso ‘disinvolto’ delle circolari in assenza di leggi e sulla mai avvenuta pubblicazione dei decreti interministeriali sugli organici. Ma, davanti all’ordinanza di ieri del Tar del Lazio e alla richiesta di presentare entro 15 giorni una ‘documentata relazione’, il ministro non potrà più far finta di niente. Non avrà più alibi per non venire in parlamento a render conto dell’irregolarità e delle disfunzioni amministrative che hanno caratterizzato l’applicazione dei tagli di 130 mila posti tra docenti e personale non insegnante. Il silenzio della Gelmini potrebbe essere compreso solo se il ministro fosse impegnata in queste ore in un esame di coscienza sui devastanti tagli e sul caos creato alla scuola pubblica”.
Lo ha affermato Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella commissione Cultura di Montecitorio dopo l’ordinanza del tribunale amministrativo sugli organici .

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Scuola, il Tar sospende i tagli sugli organici: “Circolari illegittime”

Una ordinanza del Tar del Lazio sospende i provvedimenti ministeriali in materia di organici accogliendo una richiesta del «Comitato nazionale per scuola della Repubblica» e del «Comitato bolognese scuola e costituzione». Il ricorso riguarda le circolari sugli organici che, secondo i legali di parte, sarebbero illegittime in quanto emanate prima che i Regolamenti sulla riforma della secondaria di secondo grado entrassero in vigore.
Il Tar del Lazio per il momento non è ancora entrato nel merito ma disposto la sospensione dei provvedimenti impugnati ordinando al Ministro di depositare nel termine di quindici giorni una «documentata relazione» per acquisire ulteriori elementi. Il 19 luglio è fissato una nuova udienza per decidere se confermare o meno la sospensione dei provvedimenti impugnati. Intanto, però, la sospensione delle circolari potrebbe avere qualche conseguenza. Secondo i Comitati che hanno promosso il ricorso la sospensione comporta che fino al 19 luglio tutte le operazioni sull’organico e i relativi trasferimenti del personale e quelle sulle iscrizioni sono congelate.
Secondo i Comitati che hanno presentato il ricorso «la serie di illegittimità compiute dal ministro Gelmini che, usando circolari come fossero leggi, ha forzato tempi e procedure della riforma al solo scopo di incassare i tagli di spesa, ha messo nel caos le scuole e mette a rischio l’inizio regolare del prossimo anno scolastico». Il Comitato Scuola e Costituzione sottolinea, in una nota, che i genitori hanno dovuto procedere all’iscrizione dei figli alle prime classi dei nuovi indirizzi per l’anno scolastico 2010-2011 «senza conoscere i programmi di studio e sulla base dell’offerta formativa dello scorso anno che gli istituti non sono stati in grado di aggiornare, in mancanza dei programmi e dei regolamenti definitivi». Sempre in assenza di programmi e regolamenti «è stato imposto ai Collegi l’adozione dei libri di testo entro il 31 maggio per le nuove classi prime» ed «è incerto a quali insegnanti verrà affidato l’insegnamento delle discipline introdotte dai nuovi ordinamenti e non previste dai precedenti».
Infine, il Comitato mette in evidenza come siano «in enorme ritardo» le operazioni di definizione dell’organico e quindi quelle di mobilit… (in questo momento sono in fase di definizione quelle della sola scuola primaria). «I docenti si troveranno trasferiti d’ufficio sulla base di un organico basato per il prossimo anno su classi di concorso ‘atipichè ovvero di classi prodotte da una commistione fra le vecchie classi e quelle previste dal regolamento di revisione, rimasto congelato nel suo iter. In tal modo – conclude il Comitato alcune graduatorie verranno penalizzate dall’unificazione con altre».
da www.unita.it

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IL TAR DEL LAZIO SOSPENDE L’EFFICACIA DELLE CIRCOLARI DELLA GELMINI SULLE ISCRIZIONI NELLE SCUOLE SECONDARIE, SUGLI ORGANICI DI OGNI ORDINE E GRADO E SULLA MOBILITA’.
I provvedimenti del Governo sulla scuola non solo distruggono la scuola pubblica con un taglio di 8 miliardi di euro, di 87.000 posti di insegnamento e di 45.000 posti di personale non insegnante, ma sono illegittimi.
Il TAR del LAZIO, con ordinanza n. 1023 del 25-6-10, ha accolto la richiesta dei legali dei ricorrenti, Maria Virgilio e Corrado Mauceri e ha disposto la sospensione dei provvedimenti impugnati ed ha ordinato al Ministro di depositare nel termine di quindici giorni una ” documentata relazione che riferendo sui fatti di causa, controdeduca puntualmente sui motivi dedotti con il ricorso”.
Il TAR ha rinviato al 19 luglio la prossima udienza per decidere se confermare o meno la sospensione dei provvedimenti impugnati.
La sospensione comporta che fino a quella data tutte le operazioni sull’organico e i relativi trasferimenti del personale perdente posto e quelle sulle iscrizioni sono congelate. La serie di illegittimità compiute dal Ministro, che – usando circolari come fossero leggi – ha forzato tempi e procedure della riforma al solo scopo di incassare i tagli di spesa , ha messo nel caos le scuole e mette a rischio l’inizio regolare del prossimo anno scolastico.
L’arroganza del Ministro è giunta fino al punto da non partecipare all’udienza davanti al TAR del 24 giugno, neppure presentando memoria scritta.
Il ricorso è stato presentato da 755 docenti, genitori, personale Ata, studenti, unitamente al Comitato Nazionale per la scuola della Repubblica, al Comitato Bolognese Scuola e Costituzione e al Crides di Roma, ed è stato organizzato dai Coordinamenti scuole superiori di Roma, Bologna, Firenze, Pisa, Padova, Vicenza, Parma, Modena, Ferrara, Milano nonché dal Tavolo regionale della Toscana per la difesa della scuola statale.
Il danno derivante dalla operazione governativa è gravissimo. I genitori hanno dovuto procedere all’iscrizione dei figli alle prime classi dei nuovi indirizzi per l’a.s. 2010/11:
a) senza conoscere i programmi di studio
b) sulla base del piano dell’offerta formativa dello scorso anno che gli Istituti non sono stati in grado di aggiornare, in mancanza dei programmi e dei regolamenti definitivi;
c) gli iscritti alle prime classi dei professionali non hanno alcuna garanzia che gli istituti statali siano in grado di offrire la qualifica professionale triennale finora prevista, visto che la competenza al riguardo è soggetta alle decisioni delle singole Regioni.
I genitori e gli studenti già iscritti agli istituti tecnici e professionali e che frequenteranno le prossime classi seconde terze e quarte si troveranno a loro insaputa dal prossimo settembre l’orario ridotto da 2 a 4 ore. Essi sono stati iscritti d’ufficio alla classe successiva senza essere informati del cambiamento e senza conoscere le materie soggette alla riduzione d’orario.
I Collegi dei docenti sono stati impossibilitati a definire un nuovo piano dell’offerta formativa:
a) i nuovi indirizzi di studio sono stati imposti tramite pubblicazione sul sito del Ministero nel mese di marzo. In tal modo è stato impedito agli Istituti di avanzare le loro motivate proposte di modifica delle confluenze fra gli indirizzi del vecchio e del nuovo ordinamento, come pure previsto dall’art.13 c.5 del regolamento di revisione dei Licei;
b) i Collegi non sono stati in grado di definire il loro nuovo piano dell’offerta formativa da presentare ai genitori all’atto dell’iscrizione;
c) è stato imposto ai Collegi l’adozione dei libri di testo entro il 31 maggio per le nuove classi prime senza che fossero definiti i nuovi programmi (Indicazioni per i Licei, Linee guida per i Tecnici e Professionali), che sono stati modificati più volte e sono ancora in via di pubblicazione definitiva. Molti collegi hanno rifiutato di deliberare al riguardo, altri hanno adottato testi improvvisati e definiti in base alle prime bozze dei programmi, che sono state poi profondamente modificate anche in seguito al parere del CNPI e delle Associazioni professionali.
E’ incerto a quali insegnanti verrà affidato l’insegnamento delle discipline introdotte dai nuovi ordinamenti e non previste dai precedenti.
Sono in enorme ritardo le operazioni di definizione dell’organico e quindi quelle di mobilità; in questo momento sono in fase di definizione quelle della sola scuola primaria.
I docenti si troveranno trasferiti d’ufficio sulla base di un organico basato per il prossimo anno su classi di concorso “atipiche” ovvero di classi prodotte da una commistione fra le vecchie classi e quelle previste dal regolamento di revisione, previsto dal comma 3 dell’art. 64 della Legge 133/08, che risulta approvato dal CDM il 12/06/09, ma è rimasto congelato nel suo iter.
In tal modo alcune graduatorie verranno penalizzate dall’unificazione con altre.
Le associazioni ricorrenti a nome di tutti i 755.
Bologna 26/06/10

I testi dell’ordinanza, dei motivi aggiunti, del ricorso e la memoria depositata sono disponibili all’indirizzo
www.scuolaecostituzione.it

Brancher dimettiti

Aldo Brancher deve dimettersi. Lo chiede Enrico Letta a nome del PD dopo che in una nota il Quirinale afferma che il neoministro per l’Attuazione del federalismo non può ricorrere al legittimo impedimento per evitare di presentarsi in tribunale: “Le parole del Quirinale sono un macigno. Solo le dimissioni del ministro Brancher possono sanare questo scandalo. Le chiediamo per il bene del Paese e per il rispetto delle istituzioni” dichiara immediatamente il vice segretario del Pd. Da pochi minuti le agenzie stanno battendo la nota del Quirinale: “In rapporto a quanto si è letto su qualche quotidiano questa mattina a proposito del ricorso dell’onorevole Aldo Brancher alla facoltà prevista per i ministri dalla legge sul legittimo impedimento si rileva che non c’è nessun nuovo ministero da organizzare in quanto l’onorevole Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio”. Il Colle fa riferimento alle notizie apparse questa mattina sui quotidiani che riferiscono della comunicazione dello stesso Brancher al tribunale di Milano, dove è in corso il processo Antonveneta e per il quale il ministro ha deciso di avvalersi della legge sul legittimo impedimento, così da evitare il processo a differenza della moglie, imputata ma non ancora assurta a titolare di un dicastero. Mentre lui si è valso il titolo di ministro al legittimo impedimento, come rimarcava in mattinata Filippo Penati, capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani.
Ora dimissioni, altrimenti il PD è pronto a presentare la mozione di sfiducia, come annuncia Dario Franceschini, capogruppo PD alla Camera: “Adotteremo tutte le iniziative parlamentari conseguenti d’intesa con gli altri gruppi di opposizione, compresa una possibile mozione di sfiducia comune. Intanto – sottolinea – è necessario che Berlusconi venga immediatamente in aula a spiegare le ragioni della nomina: ho scritto dunque al presidente Fini perché solleciti Berlusconi ad essere personalmente in aula mercoledì al question time che presenterò a nome del gruppo del Pd”.

E dopo le dimissioni affronti il processo Antonveneta che lo vede imputato in tribunale come rimarca Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico: “Sul legittimo impedimento per il neoministro Brancher il presidente della Repubblica pronuncia parole ineccepibili e giuste. Alle nostre obiezioni sull’inutilità, in tempi di crisi, di un nuovo ministro ci era stato risposto che si trattava di una nomina low cost, e invece il neoministro del nulla dice che non può presentarsi dai magistrati perché deve
organizzare il proprio dicastero. Motivazioni risibili, contraddittorie e inaccettabili. Non si può tollerare l’uso personale delle istituzioni, lo stravolgimento della legalità e la beffa alla Costituzione. Non c’è altro da aggiungere, il ministro si dimetta e si presenti in tribunale”.
Da Napolitano è arrivata una sconfessione sonora come rimarca il responsabile Giustizia del Pd, Andrea Orlando: “La nota del Quirinale conferma che ancora una volta il Capo dello Stato costituisce un punto di riferimento fondamentale per la corretta attuazione della Costituzione. Per questo merita un plauso e un sostegno pieno. Il neo ministro ne tragga le dovute conseguenze e lasci il bunker di un incarico vuoto e inutile. Le istituzioni non sono a disposizione dei singoli, ma sono strumenti per servire il Paese”.

Un ministero inutile a occuparsi dell’attuazione del federalismo che ha fatto litigare PDL e Lega, con un nominato che si accavalla alle competenze al centro del ministero per le Riforme di Umberto Bossi, dei Rapporti con le Regioni di Raffele Fitto dell’Attuazione del programma di Gianfranco Rotondi, di quello per la Semplificazione di Calderoli. Un vero ufficio complicazione cose semplici in mano all’uomo da sempre considerato il pontiere di Berlusconi con i leghisti.
Invece le parole che giungono dal Quirinale “sono chiare, nette ed incontrovertibili – dichiara Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama – Brancher ne tragga le conseguenze, altrimenti in Parlamento non permetteremo che un uso così disinvolto delle istituzioni e delle loro prerogative continui ad oltraggiare la democrazia italiana”.
“Questa vicenda conferma una delle critiche di incostituzionalità fatta dal Pd alla legge sul legittimo impedimento”, osserva Stefano Ceccanti, della presidenza del gruppo Pd a Palazzo Madama. “Infatti, per invocarlo è sufficiente una sorta di autocertificazione che non può essere messa in discussione dai giudici anche quando le sue motivazioni sono palesemente false – osserva – come è evidenziato dalla nota del Quirinale”.
L’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, attacca: “Deve dimettersi. Le ragioni della sua inopinata nomina sono emerse immediatamente nella loro reale natura: Brancher è stato nominato ministro esclusivamente nel tentativo di usufruire del legittimo impedimento per sfuggire ad un processo. Il Quirinale ha reso evidente, con la sua nota, la pretestuosità delle motivazioni con le quali il neo ministro ha tentato di usare la sua carica per non rispondere ai magistrati” aggiunge Veltroni sottolineando che “il rapporto diretto tra la nomina e il tentativo di avvalersi immotivatamente del legittimo impedimento delegittima completamente il ministro Brancher”. “Le sue dimissioni mi sembrano -conclude Veltroni il minimo atto di responsabilità richiesta”.
Anche Nicola Latorre, vicepresidente del Gruppo Pd al Senato ai microfoni del Gr1 la pensa allo stesso modo: “Il ministro Brancher non ha alcuna ragione per servirsi del legittimo impedimento e per la verità non si comprendono neanche le ragioni per cui è stato nominato ministro, dunque a questo punto farebbe bene a dimettersi”. Latorre ha aggiunto che “il presidente Napolitano con il consueto equilibrio e la saggezza che lo contraddistinguono, ha interpretato nella maniera più giusta la legge e la Costituzione”.

Marco Laudonio

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"Il Cavaliere e la fortuna. A gonfie vele in privato mentre il Paese crolla", di Vittorio Emiliani

I detti memorabili sulla «fortuna» si sprecano, fin dall’antico, anche se con significati contraddittori: la fortuna aiuta gli audaci (epico), ciascuno è fabbro della sua fortuna (self-made-man romano), o, invece, la fortuna è cieca (scettico in partenza). In generale è ragionevole pensare che la fortuna ci vuole e però bisogna meritarsela. Ora, Silvio Berlusconi, di fortuna nella vita ne ha avuta tanta. Pure «agevolata», da un certo periodo storico in qua. Per esempio, quando bisognava che l’amico presidente del Consiglio tornasse da Londra per varare il decreto salva-tv e quello prese un jet e tornò sull’italico suolo. Poi, più o meno agevolato, capì quando era il momento di «scendere in campo». E, sia pure provvisoriamente, battè il poco coeso cartello dei «progressisti» guidato da Achille Occhetto presentatosi al duello tv con un vestito color cioccolato che a Gioachino Rossini aveva portato una sfiga orrenda la sera della prima del suo “Barbiere di Siviglia”, risoltasi in un tonfo clamoroso. Appunto. Nel 1994 le sue aziende erano in rosso di circa 8.000 miliardi di lire. Oggi hanno vele gonfie da scoppiare. Ha «militarizzato» il controllo del mercato pubblicitario con la legge Gasparri ed ha ridotto la Rai ad una ancella in ginocchio per debiti e carenza di idee. La stessa Rai che un decennio fa chiudeva dei bei bilanci e rifilava a Mediaset sonore batoste. Dal punto di vista personale e familiare, Berlusconi ha dunque sfruttato al meglio l’autostrada politica che gli hanno spalancato il dominio di cinque canali e tg su sei, le divisioni e gli errori ostinati degli avversari. Che l’hanno battuto due volte, nel 1996 e nel 2006, con Prodi, salvo pugnalarlo e farsi la guerra fra loro. Dal punto di vista del Paese, al contrario, non c’è nella storia italiana, dal 1945, periodo più grigio o più nero di questo caratterizzato dal berlusconismo. Che cosa si può ricordare oltre alle leggi ad personam a cui ha forzato il Parlamento e che oggi servono a ministri appena nominati per non presentarsi davanti al giudice? Badate bene, per un grave reato finanziario, non per reati «politici». Forse sono memorabili i condoni, gli scudi fiscali, i tagli inferti a scuola e cultura? L’Italia berlusconizzata è un Paese invecchiato, intristito, impoverito, incapace di reagire, di inventare, di indignarsi persino. Un Paese che non investe nella cultura e nella ricerca pur essendo fra quelli che già meno spendono per questi capitoli essenziali che Obama (ma anche Sarkozy) considera i «motori» della ripresa e delle modernizzazioni. Un Paese diviso, anzi spaccato. Non soltanto fra governo e opposizione, ma pure fra governo centrale e Regioni, pronte a restituire alcune competenze avute oltre trent’anni fa per non alzare loro le tasse, per non prendere loro i denari, insieme ai Comuni, dalle tasche degli italiani, per non togliere dal fuoco le castagne bruciate da lui, da Tremonti e da Bossi. Neppure l’italico stellone ci aiuta più. Era una sorta di fortuna un po’ volgare, arronzata, che «aiutavamo» con qualche furberia, con qualche trovata ingegnosa. Berlusconi come Lippi? Beh, molto peggio: sicuro di sé fino alla boria (ricordatevi le passerelle nell’Abruzzo terremotato); incurante di critiche e consigli; incapace di fare squadra se non con altri come e peggio di lui. Guardate l’Expo 2015 di Milano che il tanto spregiato Prodi aveva portato a casa e che, affidata alla signora Moratti e ad altri genii lumbàrd, rischia il peggio. Anche perché un’idea che è una, ‘sti genii non l’hanno partorita, al di là della solita colata di cemento. Già, la forza delle idee. Lui ha la forza dei danèe . Per sé. Noi dovremmo avere quella delle idee, e del rigore. Per tutti. Ps: Un grande «menabuono» per chi della jella, e quindi, per converso, dello stellone, pensa, con Benedetto Croce, «non è vero, ma ci credo», è ritenuto il già citato Rossini. Ma, con tutta la simpatia e la stima per il grande Gioachino, stavolta temo non basti proprio.

L’Unità 26.06.10

"Bersani: niente scherzi, si investa subito ma quest'accordo non sarà ripetibile", di Adolfo Pappalardo

“Per salvare lo stabilimento si incide su diritti sensibili, non è solo la Fiom a preoccuparsi delle conseguenze”. “Ora occorre che la vicenda Pomigliano per risolversi esca dai riflettori per un po’, ci sia insomma una fase di decantazione” è il parere di Pier Luigi Bersani. Per il resto due cose sono assolutamente certe per il segretario nazionale del Pd; La prima: “Ipotesi Newco? Non ne voglio nemmeno sentire parlare e si rispettino gli impegni presi”. La seconda: “Una linea non chiara del Pd sul caso Fiat? Tutti abbiamo detto che le forze sociali hanno una loro autonomia e che l’investimento andava fatto. Per il resto il segretario sono io e ho sempre ribadito come questo non sarà un modello ripetibile perché di certo questo contratto non può essere spostato meccanicamente negli altri stabilimenti dei gruppo”.

In mezzo, come aveva anticipato durante un seminario sul Mezzogiorno a Napoli, l’assenza di un ministro per lo sviluppo Economico: “Davanti al caso Pomigliano e a decine di crisi aziendali che passano sotto silenzio occorreva trovare subito un sostituto di Scajola. E invece ci hanno dato Brancher”.

Su Pomigliano c’è incertezza la Fiat sembra confermare l’impegno ma non l’investimento programmato visto l’appena 63 per cento dei sì. E la Fiom chiede di riaprire le trattative.

“Sono abbastanza esperto di queste cose per sapere che ci sono infinite tecniche sindacali e di relazioni d’impresa per trovare una soluzione che salvi ruolo e dignità di ciascuno e si migliori il grado di adesione. Se avessimo una Fiat che ribadisce senza se e senza ma gli impegni presi, se avessimo un governo che non dicesse La fiat fa l’investimento e non parla con nessuno si potrebbe favorire più facilmente un percorso condiviso. E inutile fare la voce delle armi, oppure ripetere teorie ideologiche come vedo spesso fare da parte del governo. Poca arroganza, per favore. Anche per questo penso che occorra una fase di decantazione tra azienda e forze sociali per riaprire li dialogo”.

S’aspettava questo risultato al reférendum?

“ha ribadito quello che ho sempre sostenuto. E cioè che l’investimento va fatto, ma tenendo a mente le preoccupazioni di queste persone. Che non sono solo quelle della Fioim perché quell’accordo ha pesato su alcuni diritti sensibili come la malattia e lo sciopero. E quindi mi auguro che ora tutto venga orientato e rimesso sul piano produttivo secondo una logica del buon senso”.

I retroscena di quesli giorni tratteggiano la possibillità di una nuova società, la Newco, che assuma gli operai napoletani che lo vogliono con una contrattazione favorevole ai vertici del Lingotto.

“Non ne voglio nemmeno sentire par dare. Si era detto Panda a Pomigliano e così deve essere dopo i risultati del referendum che loro hanno voluto. Gli impegni si rispettano”.

Eppure ora anche dalla maggioranza di governo e da Cisl e Uil arrivano le richieste di rispettare gli accordi: come se ci fosse l’incubo di un passo indietro del Lingotto.

“Il governo giustamente deve farlo ma deve anche ribadire la più ampia condivisione. Non è la prima volta che i sindacati rivendicano una trattativa a maggioranza, dopodiché si sono sempre trovati modi, in passato, per allargare le maggioranze. Salvando la dignità di ciascuno”.

Crede che possano esserci davvero boicottaggidaparte della Fiom come teme la Fiat?

“Non diciamole nemmeno queste cose perché non esistono, esiste invece un problema che si pu e si deve risolvere”.

La sinistra su questavicenda siè divisa. Compreso il Pd dilaniato tra autorevoli esponenti schierati subito per il sì e altrettanti di primo piano per il no.

“Tutti quanti abbiamo detto che l’investimento andava fatto e ribadisco che le forze sociali hanno una loro autonomia e il partito un suo profilo. Il segretario comunque sono io e ribadisco: non facciamo di questa vicenda un modello. Anzitutto si poteva impostarla meglio la linea e al punto dove siamo arrivati parta l’investimento ma si apra una fase di dialogo sui temi dei diritti perché c’è stata mia preoccupazione molto forte. Questa è semplicemente una linea non ideologica. Qui parliamo di lavoro, realtà industriale e io non me la sento di fare così a cuorleggero esperimenti sulla pelle della gente. E, perfavore, non li faccia nemmeno il governo”.

Eppure il ministro Sacconi sostiene che il contratto nazionale sarà una cornice sempre più leggera.

“Stia attento, l’Italia è già abbastanza divisa così e se spacchiamo anche gli istituti di coesione è la fine. Perché se tocchiamo punti fondamentali non so dove andiamo a finire su certi argomenti ci vuole molta, molta cautela”.

Il Mattino 25.06.10