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«Manovra iniquia», al via lo sciopero Cgil. Cortei in tutta Italia

«Contro le scelte politiche del governo e per cambiare una manovra sbagliata e ingiusta», queste le motivazioni dello sciopero generale della Cgil: otto ore per i lavoratori pubblici, quattro per i privati (ma i metalmeccanici della Fiom scioperano per l’intera giornata), con manifestazioni e presidi in molte città.

Bologna «Questa manovra va cambiata perchè la pagano solo i lavoratori, gli enti locali e i cittadini. Bisogna chiedere a chi più ha di contribuire in base alle proprie risorse». Lo ha detto il vicesegretario generale della Cgil Susanno Camusso, nel corteo della manifestazione della Cgil a Bologna in occasione dello sciopero contro la manovra del governo. «Bisogna anche non fare una manovra depressiva che riduce la crescita – ha aggiunto – ma una manovra che guardi all’ occupazione e alla possibilità di rilanciare l’ economia. Nessuno nega la necessità di fare una manovra, ma si può fare una manovra equa e che guarda al futuro, non solo a tagliare le spese».

Nel suo primo comizio in piazza Maggiore a Bologna, concludendo la manifestazione della Cgil dell’Emilia-Romagna, il vicesegretario generale Susanna Camusso ha fatto un duro attacco al Governo e al suo atteggiamento nei confronti della Fiat. «Vorremmo un paese – ha detto tra gli applausi della piazza – in cui il Governo non fosse silenzioso e ininfluente di fronte alla più grande fabbrica di auto del paese. Vorremmo un Governo che non fosse stato zitto di fronte a tre piani della Fiat, che noi abbiamo contrastato fino a quando la Fiat non ha fatto un piano che prevedeva la crescita della produzione. Vorremmo ricordare agli urlatori della modernità e delle svolte epocali – ha rincarato Camusso – che, se fosse stato per loro, nel Mezzogiorno non ci sarebbero più stabilimenti della Fiat. Se fosse stato per loro la produzione di questo paese sarebbe stata ridotta. E proprio per questo, perchè sono stati silenziosi e ininfluenti, perchè non hanno saputo usare la politica industriale, perchè hanno sempre pensato che lavoro e crescita non fossero un loro problema, vorremmo che stessero zitti», ha gridato sostenuta dagli applausi del popolo della Cgil. «Vorremmo che non urlassero al trionfo quando si vogliono cancellare i diritti dei lavoratori – ha sottolineato – perchè a chi ignora la fatica del lavoro, a chi non sa che un paese moderno non mette mai in alternativa il lavoro e i diritti, ricordiamo che un paese moderno pensa che il lavoro ha i diritti. Perchè lo dice la nostra Costituzione, lo Statuto dei lavoratori, lo dice l’idea di civiltà».

I due cortei della manifestazione della Cgil dell’ Emilia-Romagna, che sarà conclusa dalla Camusso in piazza Maggiore, sono partiti verso le 9. Quello a cui partecipa la Camusso ha fatto una breve sosta a Porta Lame, dove ci fu una battaglia tra partigiani e nazifascisti, e dove è stata posta una corona al cippo che ricorda l’ episodio.
Gli organizzatori della manifestazione di Bologna della Cgil hanno detto dal palco: «Siamo centomila, abbiamo riempito le vie di Bologna. Ci sarà un balletto di cifre, ma a noi non importa. Questa è la verità, siamo tantissimi».

Milano Circa 50mila partecipanti e un’adesione media tra il 50 e il 60%. Questi, secondo gli organizzatori, i numeri della manifestazione e dello sciopero indetti dalla Cgil per protestare contro la manovra del governo. Il corteo, partito questa mattina alle 9.30 dai Bastioni di porta Venezia a Milano, è arrivato in piazza Duomo. La manifestazione ha coinvolto tutte le province
lombarde con punte di adesione all’astensione del lavoro del 90% (Galbani) e del 70% (Perfetti e Citterio). Importante anche
l’adesione del pubblico impiego, vicina al 70%. Il segretario della Camera del lavoro di Milano, Onorio Rosati, ha commentato: «C’è una partecipazione straordinaria, al di là di ogni più rosea aspettativa. È la dimostrazione che i problemi ci sono. In Europa gli altri governi stanno facendo cose serie, da noi solo demagogia».

Bersani «È scandaloso che non esista più un ministro allo Sviluppo Economico». Lo ha detto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani facendo riferimento alla vicenda dello stabilimento di Pomigliano d’Arco della Fiat. Bersani ha partecipato alla manifestazione della Cgil a Milano. Bisogna cambiare la manovra, in particolare sulle «cose più inaccettabili, che colpiscono i servizi e i redditi fondamentali». Questa l’opinione del segretario del Pd. «Noi – ha detto – abbiamo fatto delle proposte da 24 miliardi di euro, ma le abbiamo distribuite diversamente. Perchè non le si guardano?». Riguardo alle proteste dei presidenti di Regione, il leader Pd ha sottolineato: «È chiaro che le Regioni pongono un problema istituzionale. Le regioni non sono centri di spesa, ma istituzioni e come tali vanno trattate. Spero si dia loro ascolto».

Roma Cori e striscioni contro il Governo, contro il premier Silvio Berlusconi, e contro il sindaco Gianni Alemanno al corteo organizzato dalla Cgil per manifestare contro la manovra Finanziaria in discussione in Parlamento. «Voi del Popolo della libertà siete fascisti e ve ne dovete andà», gridano un gruppo di manifestanti. Cori anche contro il sindaco di Roma: «Alemanno ingrassa i consulenti e taglia i dipendenti, ci ha regalato sfruttamento e precariato». Mentre alcuni rappresentanti della Cgil funzione pubblica, sventolando banconote da 5 euro fac simile, hanno gridato: «Berlusca, voi pure queste?». In piazza anche la Banda di Marino in costume tipico e decine di metalmeccanici che hanno più volte intonato: «Siamo tutti con Pomigliano» e «la dignità non si contratta: no al ricatto della Fiat».

Napoli Il corteo della Cgil promosso in occasione dello sciopero generale di otto ore proclamato dalla confederazione contro la manovra varata dal governo sta attraversando corso Umberto I, nel centro della città a Napoli. Ad aprire il corteo i lavoratori della Fiat di Pomigliano d’Arco. Le tute blu hanno uno striscione sul quale è scritto ‘Siamo tutti di Pomigliano’. Molti gli applausi rivolti agli appartenenti alla Fiom che hanno raggiunto il corteo alla metà di corso Umberto. A sfilare ci sono anche l’ex leader della Cgil Gianni Rinaldini ed Enzo Masini, responsabile nazionale auto della Fiom. In piazza anche il leader di Sinistra e Libertà e presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e il presidente dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. A causa della manifestazione traffico impazzito in città anche per lo sciopero del trasporto pubblico locale fermo dalle 9 alle 13. Quindi autobus, metropolitane e funicolari bloccate. Dalle 14 alle 18 toccherà alle Ferrovie mentre il trasporto marittimo ritarderà le partenze di quattro ore. Per tutti gli altri settori lo sciopero durerà otto ore.

Cagliari Oltre duemila persone stanno sfilando per le vie del centro di Cagliari in occasione della manifestazione di protesta contro la Manovra del Governo, nel giorno in cui la Cgil ha indetto lo sciopero generale. Il corteo, partito poco dopo le 9:30 da piazza Garibaldi, è aperto da una cinquantina di lavoratori del call center Video on line 2, che occupano da oltre 20 giorni la sede dell’azienda in crisi. In mezzo a loro anche il neopresidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia. Fra gli altri manifestanti i lavoratori del Teatro Lirico di Cagliari che portano per le strade un mega stendardo con la scritta «Non zittite l’arte», il sindacato sardo Css ed un gruppo di disoccupati di San Nicolò Gerrei. La manifestazione di Cagliari, che si svolge in contemporanea con le altre sette provinciali della Sardegna ed è fra le 120 organizzate dalla Cgil in tutta Italia, si chiuderà in piazza del Carmine con i comizi finali, affidati al segretario nazionale Vincenzo Scudiere ed al segretario territoriale Nicola Marongiu.

www.unita.it

L'associazione 20 maggio contro la manovra

Comunicato dell’associazione 20 maggio sul taglio del 50% di TD e collaborazioni.
“Il dimezzamento dei precari nel pubblico impiego previsto dalla manovra economica del Governo si tradurrà di fatto, nel corso del 2011, nel licenziamento di un numero di lavoratori stimabile in circa 150.000 persone in tutta Italia e metterà a rischio il funzionamento di interi comparti della pubblica amministrazione, rendendo difficoltosa o impossibile l’erogazione di servizi indispensabili per la collettività.
Si tratta di una vera operazione di macelleria sociale che priverà del proprio reddito un numero elevatissimo di lavoratori italiani, colpendo in particolare svariate decine di migliaia di giovani famiglie. Questo provvedimento rappresenterebbe un vero e proprio suicidio per il nostro paese che, dopo decenni nei quali non è stato in grado di offrire ragionevoli prospettive di vita e di carriera ad un’intera generazione, decide ora di mandarla al macero, sacrificando definitivamente il proprio futuro economico, sociale e demografico.
Per queste ragioni invitiamo il Senato ad approvare l’emendamento presentato dai senatori del Partito Democratico per cancellare il taglio dei contratti precari e chiediamo al Governo di mettere in cantiere provvedimenti che, una volta per tutte, affrontino il problema della precarietà in maniera credibile senza ricorrere ad operazioni irresponsabili, dalle pesanti ricadute sociali.”

Senza pudore: la cricca colpisce ancora

Brancher, neo ministro, si avvale del legittimo impedimento. Imputato per la scalata all’Antoveneta, non parteciperà a nessun processo per “organizzare” il suo dicastero. Una vergogna senza precedenti. Sotto effetto del bromuro, la Lega cosa fa?

Se prima poteva essere una possibilità, ora è una certezza. Perché nominare un ministro senza funzioni? Semplicemente per immunizzarlo con il legittimo impedimento ed evitare la sua partecipazione nelle aule giudiziarie. Il neo ministro Brancher, titolare del fantomatico dicastero per l’attuazione del Federalismo ha fatto dichiarare ai suoi legali che “non potrà essere in aula perché devo organizzare il nuovo ministero”.

Giusto per la cronaca ricordiamo che Brancher è imputato a Milano, insieme alla moglie, nel processo per il tentativo di scalata ad Antonveneta da parte di Bpi.

Davanti ad una vergogna di tali proporzioni è giusto porsi alcune domande: ma che governo abbiamo? Ma davvero l’opinione pubblica è stracarica di bromuro ed interessata solo all’eliminazione dell’Italia dai mondiali di calcio? Che credibilità internazionale può avere una nazione che accetta di essere sotto scacco davanti alla voce del padrone delle comunicazioni? La Lega parla solo a sproposito solo di calcio e ha dimenticato la parola “federalismo”?

“Ieri il mondo ha imparato due cose sull’Italia: che la Slovacchia ci ha buttato fuori dai mondiali e che nel nostro paese si fanno ministri per scansare la giustizia. Non so quale appaia più vergognosa, ma credo proprio la seconda”: così il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, arrivato a Milano per partecipare al corteo della Cgil, ha commentato la nomina a Ministro al Decentramento e sussidiarietá Aldo Brancher.

“La Lega – ha continuato il leader democratico – non può fare la ballerina: c’ero e non c’ero, ho visto e non ho visto, ho sentito e non ho sentito. Il Carroccio è responsabile di tutto quanto, vicenda Brancher compresa. Basta alla Lega di lotta e di governo, perché senza di lei non ci sarebbe tutto quello che stiamo vedendo”.

“Basta con questa impostazione di Lega di lotta e di governo – ha ripetuto Bersani – perché è anche lei responsabile. Senza di lei non si potrebbero fare queste cose”.

Durissimo anche il giudizio di Enrico Letta, vice segretario del Pd. “Ma la Lega non prova nessuna vergogna? Se la Lega ingoia anche l’umiliazione del federalismo usato come scusa per i fatti processuali di Brancher perde qualunque credibilità rimasta. Non so se per la Lega, ma per noi è impossibile qualunque confronto sul federalismo se non viene rimosso questo scandalo. Il fatto è talmente grave da lasciare esterrefatti per il senso di impunità e di sprezzo delle istituzioni che testimonia”.

Per Andrea Orlando, presidente forum Giustizia, “la richiesta di avvalersi del legittimo impedimento da parte del neo ministro Brancher, perché impegnato nell’organizzazione di un ministero fantasma, costituisce una vergogna che va persino oltre l’immaginazione, che chiarisce – se ancora ce ne fosse bisogno – tanto le regioni vere della scelta politica di inserire Brancher ai piani alti dell’esecutivo, quanto quelle da noi denunciate, che stanno alla base della legge sul legittimo
impedimento: creare nuove impunità per chi dovrebbe rispondere di fronte ad un tribunale del proprio operato”.

Dello stesso parere anche Filippo Penati, capo segreteria politica di Pier Luigi Bersani. “A giudicare dal loro atteggiamento rispetto alla vicenda Brancher, Bossi e gli altri leghisti sembra che nemmeno sappiano chi sia. La realtà che si vuole celare con questa pilatesca indifferenza è, invece, ben diversa. Non solo perché il titolare del nuovo dicastero al legittimo impedimento Brancher è lo storico anello di congiunzione tra il Carroccio e il Pdl ma anche perché nella sua nomina la Lega non può non aver avuto un ruolo determinante.
Stando così le cose, non vorrei essere nei panni di Bossi: come spiegare al proprio elettorato duro e puro la corresponsabilità nella creazione di un ministero il cui unico senso è permettere a un indagato di non dover rispondere dei suoi atti davanti alla giustizia?”.

Quanti riuscirebbero in Italia a farsi nominare ministri per evitare di essere processati? O addirittura a vincere le elezioni e a governare, male, un Paese?
Benvenuti nell’Italia governata dalla cricca

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"Enti lirici, evitato il peggio", di Emilia De Biasi

Abbiamo votato contro il decreto Bondi sulle fondazioni lirico-sinfoniche perché lo riteniamo un provvedimento sbagliato che ha l’unico intento di colpire i diritti dei lavoratori. Nel corso dell’intenso lavoro parlamentare il gruppo del Pd ha voluto scongiurare che i tanti professionisti del settore fossero gettati nell’incertezza più assoluta e che si mettesse un’ipoteca sulla qualità delle produzioni liriche italiane.
Dopo la forzatura con cui la maggioranza ha approvato il provvedimento al senato, avevamo di fronte due scenari: subire l’ennesimo voto di fiducia senza alcuna possibilità di migliorare il decreto oppure fare in modo che la camera potesse esercitare il suo ruolo fino in fondo e cercare di ridurre il danno inferto alla cultura e ai suoi lavoratori. Abbiamo scelto questa seconda strada e siamo riusciti a modificare il provvedimento in diversi punti nonostante una parte dell’opposizione, l’Italia dei Valori, abbia voluto usare il provvedimento per fare propaganda e cimentarsi in un incomprensibile ostruzionismo utile solo ad acquisire una visibilità di corto respiro.
Con la nostra azione parlamentare abbiamo invece ottenuto importanti modifiche che, seppur non cambiano il nostro giudizio negativo sul complesso del provvedimento (e il nostro voto contrario lo dimostra) ne rendono meno drammatici gli effetti. L’approvazione di diversi nostri emendamenti ha evitato che si travolgesse lo spirito della riforma del 1996 che ha trasformato gli enti lirici in Fondazioni di diritto privato, valorizzando il contributo congiunto delle risorse economiche pubbliche e private.
Abbiamo inoltre sancito il principio della responsabilità dei massimi vertici gestionali delle fondazioni (sovrintendente e consiglio di amministrazione) circa il rispetto dei vincoli e dell’equilibrio di bilancio. Siamo riusciti ad eliminare quell’assurda e demagogica disposizione che avrebbe voluto imporre un tetto massimo ai cachet degli artisti ingaggiati: una norma che avrebbe impedito di poter avvalersi dei più prestigiosi nomi della lirica e della musica internazionale nelle produzioni nazionali e che avrebbe condannato definitivamente i nostri teatri. Abbiamo poi scongiurato che si affermasse il principio per cui si può decurtare del 25 per cento, a posteriori, il trattamento economico aggiuntivo, derivante dalla contrattazione integrativa aziendale (pari a una decurtazione netta del 12/15 per cento dello stipendio) per i lavoratori della lirica. Un pericoloso precedente che avrebbe potuto rappresentare il presupposto per ulteriori interventi legislativi volti a mettere in discussione i diritti acquisiti dei lavoratori.
Grazie a noi gli stipendi non si toccano, per il futuro si rinvia alla contrattazione nazionale e integrativa e slitta di un anno il divieto di prestazioni di lavoro autonomo per i dipendenti delle fondazioni. Infine, abbiamo evitato che venisse cancellata la legge 800 del 1967, l’unica legge italiana in materia di musica che all’articolo 1 sancisce che «lo stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale». Insomma, con la nostra opposizione siamo riusciti a limitare il danno con risultati di non poco conto. Adesso, nel paese, proseguiremo a batterci contro un provvedimento che è una vera e propria ingerenza sull’autonomia delle fondazioni lirico sinfoniche perché le vorrebbe sottoposte alla politica, che non coinvolge le regioni e che prosegue nella sforbiciata dei tagli a Fus. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per una grande battaglia culturale, per la difesa del lavoro e della dignità dei tanti operatori della lirica.

Europa quotidiano 25.06.10

"La grande bugia di Bertolaso", di Fabrizio Gatti

Ha speso 72 milioni di euro per bonificare La Maddalena. Affidando i lavori a suo cognato. Ma ‘L’espresso’ ha scoperto che due metri sott’acqua è ancora pieno di rifiuti tossici e materiali pericolosi per la salute tra l’Arsenale e il Parco di Caprera. Una discarica di rifiuti tossici nell’arcipelago della Maddalena. Fanghi neri impregnati di idrocarburi pesanti sbuffano come nuvole di vulcani sottomarini. Contaminano i pesci, i molluschi, i crostacei. E forse anche la vita degli uomini, delle donne e dei bambini che li mangeranno. La sabbia è così inquinata che le alghe non crescono in un raggio di centinaia di metri. Un deserto subacqueo. Bisogna scendere sul fondo del mare per vedere come hanno lasciato morire la natura e al tempo stesso preso in giro milioni di italiani. Bisogna infilarsi la muta, le pinne, una maschera da sub e nuotare quasi tre chilometri tra andata e ritorno.

Ed ecco, fra i due e i dieci metri di profondità, la bugia colossale di una bonifica che qui sotto non è mai cominciata. Perché la discarica è nel mezzo di Porto Arsenale, nel bacino su cui si specchiano i cristalli e i marmi pregiati della Main conference, la palazzina che l’anno scorso avrebbe dovuto ospitare gli onori del G8. Basta immergersi in apnea sotto le grandi vetrate, infilare la mano nella melma e filmare. Nubi color antrace salgono dense, piroettano e ricadono trascinate dal loro peso specifico verso fondali più lontani. Eppure, tra scandali, costi fuori controllo, indagini per corruzione e arresti, la bonifica era l’unica operazione considerata necessaria. Almeno, l’avevano dichiarata conclusa. Ora nemmeno quella si salva. «Un intervento esemplare», hanno detto.

L’aveva confermato il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, 60 anni, commissario delegato di queste grandi opere. L’aveva certificato il suo sponsor nel governo, il sottosegretario Gianni Letta, 75 anni. Invece no. Forse sono stati male informati. Forse qualcuno della struttura di missione nominata da Palazzo Chigi e spedita alla Maddalena a suon di stipendi d’oro, ha raggirato perfino loro. Oppure non hanno ancora raccontato tutto su questo brutto intrigo. Ma qui sotto, nel grande quadrilatero che dovrebbe diventare un porto turistico per Vip, gli effetti della bonifica non si vedono. E chissà, magari è per questo che il vertice del G8 è stato spostato a L’Aquila. Perché le eliche delle barche a motore avrebbero sollevato gli idrocarburi e trasformato l’acqua in un ammasso oleoso a visibilità zero. I sommozzatori dell’antiterrorismo non avrebbero potuto garantire la vigilanza. E per il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sarebbe stata una pessima figura ricevere i presidenti dietro vetrate affacciate su un mare che in alcuni giorni diventa nero come la pece. Cambi di colore imprevedibili che dipendono dalla risalita dei veleni nascosti sul fondo.
Questa storia comincia lunedì 22 marzo. Quella sera davanti alle telecamere di “Porta a Porta” Bertolaso difende il cognato, Francesco Piermarini, 52 anni, fratello di sua moglie. «Avete pure messo in mezzo mio cognato», dice a chi gli contesta gli incarichi familiari alla Maddalena: «Io a mio cognato non gli ho dato assolutamente nessun incarico. Mio cognato è stato scelto perché è un grande esperto di bonifiche ambientali. Ha lavorato con il guru delle bonifiche ambientali, che è Gianfranco Mascazzini. E per questa ragione è stato impiegato». Mascazzini, nel 2008, è direttore generale del ministero dell’Ambiente. Il cognato di Bertolaso viene inserito con un incarico ad personam nello staff di Palazzo Chigi. E assegnato alla struttura di missione in Sardegna che coordina la bonifica e l’avvio dei cantieri del G8. Alla Maddalena però Piermarini racconta una storia un po’ diversa. Dice di avere una laurea in economia e di essere rientrato da poco in Italia dopo aver terminato un’attività finanziaria all’estero. Comunque secondo Bertolaso, responsabile di tutta l’operazione G8, suo cognato viene scelto solo perché è un grande esperto di bonifiche.

Passano le settimane e Porto Arsenale apre finalmente i cancelli. Dal 22 maggio al 6 giugno La Maddalena ospita le regate della Louis Vuitton Trophy. L’occasione, pure questa finanziata con soldi pubblici, per il lancio ufficiale del “porto spettacolare del futuro”, come pubblicizzano i manifesti. Infatti, concluse le gare, le strutture a cinque stelle saranno disponibili soltanto in futuro. Non prima di un anno. E’ un inizio un po’ zoppo del nuovo polo turistico affidato in concessione per 40 anni alla Mita resort della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Il canale e il bacino interno sono interdetti alla navigazione. I pochi yacht, le barche a vela e a motore devono ormeggiare nel bacino esterno, davanti alla Main conference. E la mattina di martedì primo giugno succede qualcosa di strano. L’acqua in cui si riflette l’opera simbolo progettata dall’architetto Stefano Boeri diventa nera. La partenza di uno yacht di appoggio alla regata fa risalire dai fondali nuvole dense che colorano il mare. Non è solo sabbia, che nell’arcipelago è ovunque chiara. Questi turbini sono oleosi, molto scuri e tendono a rimanere sul fondo.
Pochi giorni dopo, di rientro su un volo Olbia-Milano, l’aereo di Meridiana passa casualmente sopra l’arcipelago. E a più di mille metri di quota la differenza dei colori è netta. Intorno l’acqua è blu. Davanti alla Main conference il mare è nero. Con una pennellata di inquinamento che si allunga verso l’isola di Caprera. Non resta che aspettare la fine delle regate. E la nuova chiusura di Porto Arsenale. Il modo per scoprire cosa si nasconde sui fondali è entrare nei due bacini a nuoto.

Il segreto di Discarica Maddalena viene svelato da “L’espresso” dopo quattro giorni di immersioni. Dal 13 al 16 giugno. Il filmato e le fotografie cliccabili mostrano in esclusiva i fanghi tossici e delle macerie scaricate illegalmente in mare alla fine dei lavori, proprio sotto la Main conference. Perfino il canale di ingresso e il bacino interno dell’Arsenale sono inquinati da sostanze altamente pericolose. Per questo, durante le regate della Vuitton Trophy, la Provincia di Olbia Tempio ha vietato la navigazione alle barche a motore. Ma solo nel bacino interno: per «minimizzare al massimo qualsiasi fenomeno di risospensione », è scritto in un avviso. Un vero successo: un porto turistico costato complessivamente 377 milioni di euro pubblici nel quale yacht, barche e gommoni non possono attraccare.

L’inquinamento nel bacino interno lo conferma un’indagine dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Il 25 e il 26 novembre 2009 i tecnici del mininistero dell’Ambiente e la struttura di missione di Palazzo Chigi fanno eseguire 31 carotaggi nei sedimenti del fondale. Scoprono così alte concentrazioni di molecole killer (vedi l’elenco a pagina 43). Ben oltre i limiti di legge, superati spesso con multipli esponenziali. Si tratta in gran parte di derivati del petrolio e residui di combustione. Sostanze scaricate in mare per decenni durante il lavaggio dei serbatoi e delle sentine delle navi, quando l’Arsenale era gestito dalla Marina militare italiana. I risultati delle analisi vengono tenuti segreti fino alla primavera di quest’anno. Il ministero li comunica agli addetti ai lavori in una riunione soltanto il 23 aprile 2010. E ammette così la mancata bonifica dell’Arsenale. Avviata nel 2008 sotto il controllo di Francesco Piermarini, come ha raccontato in tv suo cognato Bertolaso. E mai completata.

Non risultano invece analisi dei fanghi nel bacino esterno. Ufficialmente quel tratto di mare non è inquinato. All’Ispra dicono di non sapere nulla della presenza di idrocarburi davanti alla Main conference. E nessuna comunicazione è stata data alla Provincia di Olbia Tempio, come conferma Pierfranco Zanchetta, assessore all’Ambiente nella giunta di centrosinistra uscente. Nei documenti, Discarica Maddalena non esiste. Domenica 13 giugno soffia il maestrale. Dal porticciolo di Punta Moneta la nuotata è tutta controvento e controcorrente. A un centinaio di metri dalla banchina est di Porto Arsenale il fondale beige diventa improvvisamente nero. Le alghe sono morte o non crescono. L’acqua, prima limpida, ora è torbida. E’ il percorso di uscita delle correnti di bassa marea. Qui sotto ci sono lastre di eternit, cemento e fibra di amianto, cadute o buttate in mare. Dopo la lunga nuotata fino all’ingresso dei bacini, bisogna tornare indietro. Stanno smontando i pontili della Vuitton Trophy e sulla banchina opposta sono al lavoro due sommozzatori veri. Un secondo imprevisto appare all’improvviso tra Caprera e Santo Stefano, a metà della traversata a nuoto del canale centrale: arriva un mercantile. Meglio togliersi di mezzo. Al più presto. La nave cargo si avvicina silenziosa. E va a ormeggiare alla banchina di Porto Arsenale. Una zona, secondo la mappa dell’Ispra, che dovrebbe essere interdetta alla navigazione.

Il carotaggio in quel punto, il numero 22, rivela tra le concentrazioni più alte di benzo( a)antracene (3,07 milligrammi per ogni chilo di sedimento), benzo(a)pirene (2,90 milligrammi/chilo), benzo(b)fluorantene (2,72), crisene (2,8), pirene (7,6) e di altri veleni. Ulteriori aree di inquinamento record dei fondali sono il tratto centrale del canale di ingresso. E la banchina Ovest, fra il centro commerciale e l’hotel a cinque stelle: con massimi qui di 5,6 milligrammi/ chilo di pirene, di 4,29 di benzo(b)fluorantene (cancerogeno, può provocare danni genetici) e di 16,9 di policlorobifenili (sostanza con tossicità paragonabile alla diossina). Contaminata anche la banchina Est dove gli idrocarburi raggiungono i 6.380 milligrammi/chilo
Lunedì 14 giugno la traversata a nuoto parte dalla costa opposta: il molo davanti all’ex ospedale militare, il secondo hotel del G8 costato 73 milioni e ora completamente abbandonato. Tra le 6 e le 9.30 del mattino c’è tempo per controllare tutti e due i bacini e il canale di ingresso. E’ incredibile che abbiano scaricato in mare tonnellate di macerie sotto la Main conference, il progetto simbolo al quale non è stato ancora trovato nome migliore. Forse lo meriterebbe visto che è costato 52 milioni, tutti incassati dall’impresa di Diego Anemone, 39 anni, arrestato con il coordinatore degli appalti, Angelo Balducci, 62, e scarcerato dopo tre mesi. Proprio lì davanti il fondale è fangoso e completamente spoglio. Non crescono alghe per centinaia di metri. La probabile concentrazione di veleni annienta la vita. Qua e là nel limo chiaro emergono chiazze di sedimento nero.

Il giorno dopo, martedì 15 giugno, la corrente tra Punta Moneta e il canale di ingresso è più forte del solito. La mattinata è dedicata a nuove immersioni. Basta scendere, agitare la mano nel fango gelatinoso, fotografare e filmare. Le nuvole nere salgono da più punti. Poi si torna nel canale di ingresso e nel bacino interno: in queste due zone la bonifica è stata fatta ma solo lungo le banchine, per una larghezza di appena una decina di metri. A pochi chilometri da qui, a Palau di fronte alla Maddalena, proprio oggi il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo e il collega francese Jean-Louis Borloo, stanno firmando il protocollo per la nascita del Parco marino delle Bocche di Bonifacio. C’è da giurare che la delegazione francese sia all’oscuro dell’inquinamento provocato dalla Marina militare al centro del nuovo parco. Mercoledì 16 giugno, le ultime immersioni. Resta adesso da scoprire perché il bacino davanti alla Main conference non sia stato bonificato. Qualcuno disposto a raccontare cosa sia successo si trova: «Più scavavi nel fondale, più trovavi fanghi contaminati », ricorda il tecnico di un’impresa: «La benna tirava su melma densa come cioccolata e nera come pece. Erano sicuramente idrocarburi pesanti. Hanno deciso di lasciarli lì perché senza la costruzione di una diga ermetica, avrebbero inquinato l’arcipelago. E la costruzione della diga avrebbe fatto perdere tempo e ridotto i margini di guadagno per le imprese. Lo stesso vale per la parte non bonificata del canale e del bacino interno. So che la sospensione dei lavori è stata autorizzata da qualcuno dentro al ministero dell’Ambiente».

L’ennesima operazione di maquillage per salvare l’apparenza. Anche se la bonifica è costata 31 milioni, che salgono a 72 milioni 610 mila euro sommando gli interventi di consolidamento delle banchine e la trasformazione in porto turistico. Ora però tutte le opere rischiano di diventare una colossale cattedrale nel deserto. Uno spreco da 377 milioni a carico degli italiani e delle casse della Regione Sardegna, che per questa spesa deve rinunciare a nuovi investimenti. E che, come proprietaria della struttura, dovrebbe addirittura pagare la nuova bonifica. Per il pericolo che i fanghi tossici risalgano, la navigazione nel porto è vietata. E senza possibilità di attracco, addio posti barca. Addio occasioni di lavoro. La zona però non può reggersi sui due mesi del turismo estivo. Con la chiusura delle basi americane e il Porto Arsenale fermo, per i 2 mila disoccupati dell’arcipelago si riaffaccia dopo decenni la prospettiva dell’emigrazione. E’ il danno più odioso della finta bonifica: aver rubato il futuro all’isola.

I manager di Mita resort forse sapevano della presenza dei veleni. Sarà per questo che la società di Emma Marcegaglia ha ottenuto da Bertolaso un canone a prezzo di svendita: 60 mila euro l’anno, come l’affitto di una cartoleria in centro alla Maddalena. “L’espresso” l’ha chiesto alla società, senza ottenere risposta. Nei mesi della bonifica raccontano di camion che entravano carichi nelle aree di cantiere. L’ultimo dubbio porta a quei giorni del 2008: se i fanghi contaminati sono ancora in fondo al mare, i rifiuti tossici cementati sotto le banchine vengono tutti dall’Arsenale?

L’Espresso 23.06.10

"La fabbrica dei diplomi quei 26mila privatisti a caccia dell´esame facile", di Salvo Intravaia e Vera Schiavazzi

Ventiseimila ragazzi che non hanno frequentato neppure un giorno di scuola e che in queste ore si presentano alla maturità: sono i “fantasmi del diploma”, l´esercito dei privatisti, quelli che avendo perso uno, due o tre anni di scuola (o non essendoci andati del tutto) vengono comunque sospinti da mamme e papà ad afferrare quel “pezzo di carta” che consentirà loro di entrare all´università, partecipare ai concorsi pubblici, candidarsi a qualunque ricerca di personale. E se per ottenere il diploma studiando regolarmente in un liceo paritario (che per legge adotta gli stessi programmi e gli stessi orari di uno statale) si spendono mediamente 22.000 euro per cinque anni di retta, per candidarsi come privatisti le tariffe possono partire dai 4.000 euro che la Guardia di Finanza di Gela ha appena scoperto essere il prezzo fissato da dieci “diplomifici” chiusi in Sicilia e in Calabria, per arrivare ai 10.000 di un anno di preparazione “personalizzata” concluso con l´esame facile. Studiare in una scuola privata “seria”, come ne esistono centinaia in Italia, o presentarsi solo al momento dell´esame contribuendo così al business dei diplomifici sono due cose ben diverse. Non è un caso, del resto, se i privatisti cercano di scegliersi la scuola (e ci riescono in oltre il 90 per cento dei casi) dove affronteranno la maturità. Solo quattro studenti su 100 negli istituti statali si presenta da esterno, mentre nei privati la percentuale sale all´11 per cento sul totale dei candidati, con un aumento del 15 per cento rispetto al 2009.
Ma gli istituti privati sono tutti uguali? Come distinguere quelli che facilitano chi non ha voluto o potuto frequentare la scuola da quelli che si comportano in tutto e per tutto come una scuola pubblica? E com´è fatta la mappa dei diplomifici italiani?
Una mini-classifica si può tentare, partendo da quelli che, per presenza di studenti “esterni”, superano di oltre dieci punti la media nazionale. Quelli che accettano i privatisti, anzi li incoraggiano, e magari li preparano anche attraverso i propri canali paralleli, con tanto di tutor che durante l´anno aiutano gli sventurati giovani a fare la minor fatica possibile. Oltre al “Rousseau” di Viterbo, che vanta addirittura il 44 per cento di privatisti (89 esterni contro 112 interni), c´è “Il Nazareno” di Pescara (47 candidati esterni, pari al 24 per cento), l´Icos di Lecce (32 per cento di privatisti), il “Pascoli” di Palmi (in provincia di Reggio Calabria, col 31 per cento) il “Quasimodo” di Siracusa (27 per cento di esterni). Poi c´è chi non vuole sentirne parlare: «Privatisti non ne vogliamo, e del resto loro non vogliono noi», spiega senza giri di parole Antonello Famà, direttore del “Sociale”, il liceo dei Gesuiti torinesi. «Ci vuole più rigore contro intrallazzi e imbrogli negli esami dei candidati esterni, i diplomifici vanno contrastati e noi lo abbiamo sempre chiesto», aggiunge Francesco Macrì, presidente della Fidae, l´associazione che riunisce 3.000 scuole paritarie cattoliche.
FALSI DIPLOMI E TRUCCHI PER GLI ESAMI
Inchieste e processi per ora si concentrano soprattutto al Sud. A Palermo, nel 2006, un´indagine della Procura ha portato alla chiusura di 7 istituti e all´arresto di 11 persone. La Guardia di Finanza ha scoperto irregolarità di ogni genere: diplomi autentici consegnati in bianco dal Ministero e assegnati a studenti bocciati, altri del tutto “taroccati”, destinati a chi non poteva pagare troppo. Quattrocento i titoli sicuramente falsi venduti agli studenti impreparati e alle loro famiglie. E in molti casi, all´arrivo della Guardia di Finanza, gli ex bocciati avevano già trovato lavoro proprio grazie al diploma fasullo. Introvabili anche i registri di “carico e scarico” sui quali gli istituti parificati coinvolti nell´inchiesta avrebbero dovuto annotare i diplomi bianchi giunti da Roma e quelli consegnati ai promossi. Per evitare questo genere di frode, da quest´anno, il Miur ha avviato la produzione di nuove pergamene in carta filigranata, più difficili da falsificare. Più difficili se non impossibili da prevenire i trucchi a esame in corso, come racconta A. R., ispettore di un Ufficio scolastico regionale: «Nel corso dell´anno, si inizia a far comparire come presenti alunni che sono assenti. La valutazione dipende anche dalla frequenza scolastica e un ragazzo con troppe assenze, perché magari lavora, non potrebbe avere i voti che si ritrova a fine anno. Poi, ci sono i compiti in classe fatti da qualche insegnante compiacente (fino a 25 crediti scolastici su 100). E i panini con le soluzioni dentro: la mattina degli scritti alcuni gruppi si organizzano a casa di qualcuno e aspettano le tracce. Ormai si sa che le tracce dopo qualche ora sono disponibili, il compito risolto altrove entra col panino di metà mattinata, specialmente negli istituti dove la prova dura 8 ore».
UNA MATURITÀ FATTA SU MISURA
Il “diploma facile”, però, parte da lontano. All´inizio dell´anno scolastico, e comunque entro novembre, gli aspiranti privatisti devono presentare domanda all´Ufficio scolastico provinciale esprimendo fino a tre opzioni sugli istituti dove vorrebbe sostenere l´esame. In pratica, il candidato cerca di scegliersi se non una commissione “amica” quanto meno una non troppo severa. Prendiamo il caso di Torino, una città dove – fino ad ora – non sono stati scoperti illeciti in questo campo ma dove cresce di anno in anno la quota di famiglie che preferisce proteggere i figli nella costosa cornice di un liceo privato. «Da noi – spiegano gli uffici – si cerca nei limiti del possibile di accogliere la prima scelta del candidato. Se poi ci sono troppi studenti che chiedono la stessa scuola, li si chiama e li si informa che i posti disponibili verranno sorteggiati». Nel caso del liceo classico (un tipo di diploma poco richiesto dai privatisti) tutti i candidati finiscono nella stessa scuola, il paritario “Giusti”. Nessuno si sogna di chiedere altri istituti, anche privati, con fama di severità: «Da noi non capita da almeno dieci anni – dice ancora Antonello Famà, direttore del “Sociale” – Non giudico chi non conosco, ma certo qui non regaliamo nulla e i nostri piani didattici non sono dettati da criteri economici». Insomma, il vecchio slogan “esami in sede” – per anni al centro della pubblicità dei privati – funziona ancora. È possibile cambiare città pur di ottenere il diploma? E alla fine la promozione arriva davvero? Che differenza c´è tra pubblico, privato e diplomifici?
L´ITALIA DELL´ESAME FACILE
Viterbo quest´anno vanta il primato assoluto, col 27,8 per cento di candidati esterni che si presentano alla maturità, seguita da Livorno e Pescara, che superano il 24, Chieti e Lecce, oltre il 22, Reggio Calabria e Siracusa (prima delle indagini che hanno portato alla chiusura di parecchie scuola) viaggiavano sul 22 per cento, mentre Latina, Firenze, Teramo, Agrigento e Vibo Valentia si collocano intorno al 20. Dopo essersi visto assegnare la scuola desiderata, il candidato sostiene in maggio un “pre-esame” con i soli docenti dell´istituto privato dove poi darà la maturità: naturalmente il servizio ha un costo (le famose “tasse”) e del resto non è particolarmente selettivo. Lo scopo – oltre a rispettare formalmente la legge – è quello di riferire alla commissione di maturità “vera”, e in parte composta dagli stessi docenti, se il candidato conosce i programmi dei cinque anni precedenti. Poi arriva l´esame, come per tutti gli altri. Che fine fanno i privatisti? Quelli delle statali vengono decimati (27 bocciati su 100 nel 2008), nelle paritarie se ne salvano parecchi di più: solo 14 bocciati su cento. E, quando nel 2004 il ministro Letizia Moratti cambiò la commissione della maturità (con tutti commissari interni e il solo presidente esterno) le cose andarono a gonfie vele per le paritarie: i 1.242 esterni del 2002 diventarono 12 mila nel 2005, quasi tutti promossi (appena 5 bocciati su 100), nelle statali ne vennero fermati addirittura 22 su 100.
DA DOVE ARRIVA L´AIUTINO?
Il modo nel quale si può influire sui commissari nominati dal ministero, lo si comincia a scoprire parlando con i giovani insegnanti precari che lavorano negli istituti privati. Molti si sfogano su appositi blog, gli stessi sui quali si lamentano gli studenti “truffati” (c´è anche chi “compra” l´esame ma poi non ottiene il diploma…). «L´ultima volta che ho fatto questo lavoro – racconta Andrea Pappalettera, segretario della Cisl scuola di Torino – sono stato l´unico della mia commissione a non subire pressioni. C´era chi veniva chiamato a casa, chi raggiunto direttamente sul portone da un collega o da un papà facoltoso… A me non capitò perché ero noto come sindacalista». Daniela N., 38 anni, da dieci insegnante di inglese in un linguistico privato, è più esplicita: «Appena arrivata qui mi hanno fatto passare la fantasia dicendomi che non dovevo “disturbare” i ragazzi. I compiti in classe si fanno col libro aperto davanti, le interrogazioni su un tema a piacere. Spesso i privatisti sono studenti che già conosciamo e che non hanno frequentato regolarmente. Il pre-esame è una burla. Quanto ai commissari esterni, non so e non voglio sapere come vengono incoraggiati a promuovere chi non se lo merita, certo la scuola non fa mancare loro nulla…». Perché non si denuncia? «Perché ho bisogno dei 1.000 euro che mi danno ogni mese, anche se ci trattano come schiavi e, di fatto, ci ricattano per non farci fare il nostro lavoro». È questo il business delle scuole private? Può sopravvivere chi esercita la stessa severità? Che diploma cerca chi non ha studiato?
PRIVATISTI NO GRAZIE
«Le nostre scuole non hanno fini di lucro, altre evidentemente sì», chiarisce ancora Macrì a nome della Fidae. «Per questo, se si guarda ai numeri dal 2002 ad oggi, si registra una lieve ma costante flessione degli istituti cattolici: in quell´anno, i finanziamenti pubblici che il nostro settore riceveva oscillavano intorno ai 565 milioni di euro, da allora sono costantemente calati». Le sole rette non sono sufficienti a restare sul mercato, chi non è sostenuto da robuste convinzioni etiche non può che orientarsi a sfornare diplomi. E da Macrì arriva anche un´altra ammissione: «Solo il ministro Berlinguer fece qualcosa per arginare il numero dei privatisti fissando dei tetti. Ovunque si verificano scorrettezze e anomalie lo Stato dovrebbe intervenire con estremo rigore, lo abbiamo detto a tutti i ministri ma non siamo stati ascoltati. A noi i privatisti creano problemi, li accettiamo solo se ce lo impongono».
LA VIA PIÙ BREVE
«I privatisti ritengono che il diploma da dirigente di comunità sia il più facile da ottenere. Inutile spiegare loro che non dovrebbe essere così». Wilma Marchino, a lungo dirigente in un istituto scolastico torinese, oggi sindacalista Cisl, spiega così il numero record di esterni che affollano l´esame per questa maturità “amichevole”. «Arrivano da scuole non parificate, e intasano i pochi istituti statali – spiega Marchino – Negli anni scorsi si sono verificate situazioni esplosive, da Mantova a Forlì a Roma, puntualmente denunciate al Ministero, che ha introdotto la clausola dell´obbligo di residenza. Il risultato? I candidati si sono suddivisi un po´ in tutta Italia, ma hanno continuato a aumentare, quest´anno solo a Torino ne avremo oltre 300. Oltre il 40 per cento ha una preparazione insufficiente, si tratta perlopiù di dipendenti di amministrazioni locali, di ospedali e della Polizia, che hanno bisogno del titolo per poter accedere ai concorsi. Alcune materie, in particolare quelle scientifiche vengono saltate a piedi pari nella preparazione fornita da molte scuole private, altrettanto spesso i candidati si presentano senza aver fatto neppure un giorno di tirocinio, che invece sarebbe obbligatorio». Nessuna vocazione a lavorare nel welfare, dunque, ma la convinzione che tra le molte scorciatoie sia questa la più facile di tutte.

La Repubblica 25.06.10

L'Aquila vola a Roma. Noi con gli abruzzesi

Tre file di sedie su tre lati e la giunta di fronte, con il gonfalone alle spalle. A Piazza Navona si riunisce il consiglio comunale de L’Aquila e vota all’unanimità una delibera con cui il comune abruzzese entra in stato di agitazione permanente per le incertezze del governo sulla ricostruzione post-terremoto, sulla proroga delle tasse e per chiedere l’istituzione di una tassa di scopo.
Una manifestazione simbolica durante la quale il sindaco de L’Aquila, Massimo Cialente è durissimo: “Prima sentivamo il governo con noi, il Paese con noi: ora non sentiamo più il governo dietro di noi. La ricostruzione è completamente bloccata: se hanno deciso di non ricostruire ce lo dicano ma non dicano che siamo incapaci, se ci danno i fondi gli appalti partono in una settimana. Ci vogliono far pagare da luglio in cinque anni le tasse che non abbiamo pagato: 250 milioni. Per le nostre famiglie è come avere un mutuo da pagare in più. Questo mentre abbiamo ancora 32.000 sfollati senza case, 800 attività commerciali che non hanno più neanche le mura, solo macerie”.
Alle 12 il consiglio finisce ma il presidente del Senato, Renato Schifani, non vuole incontrare nessuno, mentre il PD in una conferenza stampa con la capogruppo Anna Finocchiaro ribadisce come la ricostruzione in Abruzzo è una questione nazionale e presenta le sue proposte: la zona franca richiesta anche da Cialente, lo stop ai tributi fino al gennaio 2014, la sospensione dei mutui fino al 30 giugno 2011, la copertura della ricostruzione per almeno un miliardo e una legge sulla ricostruzione.
Dalle 10 di mattino Piazza Navona nella porzione di fronte al Senato nonostante il sole a picco si riempie. Si vota la manovra e gli aquilani chiedono di non essere dimenticati né dalla politica né dall’informazione. Sono tanti i parlamentari del PD che vengono a portare la loro solidarietà, a partire dalla capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, dal suo vice, Luigi Zanda e poi Franco Marini, Luigi Lusi, Vincenzo Vita, Giovanni Lolli e Giovanni Legnini.
Di fronte alla giunta siedono assieme ai sindaci con la fascia tricolore dei comuni del cratere. Inzia l’appello, i consiglieri ci sono quasi tutti. Si sta per cominciare quando si sente un coro: “L’Aquila-L’Aquila” e da corso Vittorio Emanuele arrivano un centinaio di cittadini con le bandiere verde-nero, i colori della città. Mentre passano di fronte al consiglio “open air” si alzano tutti per applaudirli. Indossano cartelli di protesta. “Come sta l’Aquila?”, si legge in uno che riporta una vignetta con medico e paziente, “E’ ancora un po’ intontita”, risponde il dottore, “ma se si sveglia si incazza”. In un altro cartello c’è l’epitaffio per la città dell’Aquila listato a lutto.
“Serve unità – dice Lolli – non siamo qui con le bandiere dei partiti ma solo con le bandiere nero verde”.Franco Marini commenta: “L’Aquila deve diventare una questione nazionale, non si può fare finta di niente. Dobbiamo restare uniti, in questo momento non serve uno scontro frontale col governo, ma bisogna fargli capire che l’Aquila ha bisogno di interventi urgenti. Dobbiamo lavorare per la ricostruzione fisica, economica e sociale della città che ha bisogno di interventi urgenti”

Poi inizia a parlare Cialente: “La nostra non è una parata di stelle, ma un Consiglio che deve portare a dei risultati” e chiede subito una “tassa di scopo così da avere un flusso continuo di fondi programmabili. La nostra è stata la più grande tragedia dell’ultimo secolo perché non dobbiamo averla? Ogni aquilano ha perso almeno un amico, ma durante i terribili funerali del venerdì santo pensavamo di farcela, ora restano il dolore ed i problemi. L’Aquila è distrutta ma vuole rinascere. Vogliamo al zona franca urbana per consentire alle partite IVA, ai professionisti ed alle attività artigiane di ripartire”.
Attacca l’informazione che rinuncia alla denuncia: “La civiltà e la compostezza di questo popolo sono stati oscurati dalla televisione di Stato e da Mediaset. Le loro telecamere erano super presenti nella prima fase dell’emergenza, ora sono scomparse. Il 16 giugno 25.000 aquilani hanno manifestato, il più grande corteo della città, ma il TG1 e il TG2 non se ne sono occupati. Due giorni fa abbiamo invitato i direttori delle principali testate e dei tg a venire a L’Aquila per mostragli che non è vero che tutto è risolto e che siamo un popolo ingrato e scontento. Addirittura Berlusconi ha detto che qualcuno di noi, i più fragili, potrebbero attentare a chi ci ha aiutato. E’ vergognoso, Chiediamo a Rai e Mediaset, presenti lo scorso anno, di dire la verità. Berlusconi è venuto 25 volte e ci chiedeva di avere fiducia e oggi i nostri ragazzi fanno ancora gli esami arrivando in pullman dalla costa! Da novembre scorso abbiamo sempre più difficoltà mentre ci dicevano che le ordinanze avrebbero reso tutto più veloce delle leggi. Invece Tremonti rivede anche 20 volte ogni documento, il 29 gennaio io e Chiodi (il presidente Pdl della regione) abbiamo ricevute le consegne dei poteri sulla ricostruzione. E da allora non sono arrivati più soldi”.
Cialente attacca il governo è la protezione civile: “Non sono arrivati i fondi per la ricostruzione e la nostra contro parte è diventata la protezione civile e non il governo. In un sistema democratico la ricostruzione è compito del governo e degli enti locali e non della Protezione civile. E’ una vergogna che si vogliano scaricare sugli enti locali le responsabilità del mancato avvio della ricostruzione, una cosa gravissima. Ci dicono di non saper usare i fondi delle donazioni,parlano di 9 miliardi di euro ma non abbiamo neanche gli 80 milioni necessari per ricostruire i principali edifici pubblici. Doveva riaprire la prefettura in centro a febbraio e non possiamo pagare l’avanzamento dei lavori alle ditte”.
Nella Finanziaria è previsto che da luglio gli aquilani riprendano a pagare le tasse, restituendo con gli interessi i soldi dei 14 mesi di sospensione, entro 5 anni. E’ come pagare un muto, chi è in piazza mormora che non riesce a dormire la notte pensandoci.
Ma ora si parla di un rinvio di 6 mesi e non basta: “Le scadenze di sei mesi in sei mesi del rinvio delle tasse ci fanno sembrare come se avessimo davanti la Corte federale americana che rinvia una condanna a morte. Non siamo in grado di ripagare le tasse e siamo di fronte un forte rischio sociale. Giovani e anziani sono in estrema difficoltà: i ragazzi si stanno avvicinando all’alcool e gli anziani sono confinati nella costa. Diteci cosa dobbiamo fare. Siamo stati abbandonati, è la prima volta che non si mette una tassa di scopo o un contributo di solidarietà dopo una catastrofe del genere. Anche nel 1703 (quando un altro catastrofico terremoto colpì L’Aquila, ndr) si rinviarono le tasse. Non chiediamo cifre enormi, ma solo i fondi per ricostruire case, alberghi e pagare chi è in autonoma sistemazione. Noi siamo l’anello più debole e disperato del paese. Se non si fa qualcosa il rischio è che diventi vano anche quello che è stato fatto”.
L’ex presidente della provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane, seduta in prima fila, ha lanciato un appello ai senatori: “Cambiate la legge finanziaria e concedente il rinvio delle tasse e della proroga alle tasse.”. Poi si è rivolta agli aquilani: “Ora basta dire grazie per le cose fatte, servono aiuti per la ricostruzione. Ci hanno lasciato soli, ha ragione Cialente”.
Dopo il consiglio comunale straordinario una delegazioni di politici abruzzesi ha chiesto di essere ricevuta dal presidente del Senato Renato Schifani, ricevendo un rifiuto! Della delegazione fanno parte tra gli altri, il senatore Franco Marini, il presidente della Provincia Antonio Del Corvo, il sindaco Massimo Cialente, il presidente del consiglio comunale Carlo Benedetti, la vice presidente del consiglio provinciale Stefania Pezzopane, i deputati Giovanni Lolli e Pierluigi Mantini, e il consigliere comunale Enzo Lombardi. Mentre i democraticie parte della delegazione tengono assieme una conferenza stampa: “La ricostruzione dell’Aquila e delle zone colpite dal terremoto è una questione nazionale e così deve essere trattata nei prossimi anni”. Ad affermarlo è il capogruppo del Pd in Senato, Anna Finocchiaro, che poi illustra gli emendamenti alla manovra del PD che puntano ad una proroga della sospensione del pagamento di tributi, tasse e contributi al 31 dicembre 2010; la ripresa a fine anno dei pagamenti del pregresso senza l’applicazione degli interessi e solo il 40% di quanto dovuto; uno stanziamento aggiuntivo di 45 milioni di euro per ciascuno degli anni 2010, 2011 e 2012 per la Zone franche urbane; la sospensione delle rate dei mutui su case terremotate fino al 30 giugno 2011.
Tutti gli emendamenti sono confrontabili con i pochi provvedimenti di governo e maggioranza nel documento che alleghiamo.
“Se non si assume questo problema come una priorità – ha spiegato il senatore Giovanni Legnini – il problema non si risolve perché serve una copertura superiore al miliardo”. E non affrontare subito il problema significa far lievitare ancora di più la somma necessaria, sostiene Legnini. “Non una pietra è stata tolta dal centro storico dell’Aquila – ha fatto notare Finocchiaro – se non quelle tolte dalle carriole” dei terremotati che protestano per la mancata apertura del centro e per il mancato avvio della ricostruzione. “Noi abbiamo chiesto al governo di impegnarsi su una legge sulla ricostruzione che è essenziale e che parte da un presupposto diverso rispetto a quello dell’esecutivo”, ha proseguito la presidente dei senatori Pd, riferendosi alle leggi varate dopo terremoti che hanno preceduto quello dell’Abruzzo, come in Umbria e Molise.
Intanto un centinaio di terremotati aquilani arriva sotto la sede Rai di viale Mazzini per criticare la scelta fatta dal Tg2 il 16 giugno di non parlare delle 20mila persone in piazza per chiedere garanzie sulla ricostruzione ma di mandare in onda un servizio sulle proprietà della cioccolata. Così i manifestanti hanno allestito un banchetto con del pane e della Nutella. Sempre davanti alla sede Rai di Viale Mazzini c’è un set di televisori vecchi su cui è appoggiato un computer dove scorrono le immagini della manifestazione del 16 giugno all’Aquila. E danno appuntamento per il 6 luglio a Roma per manifestare.

Marco Laudonio
www.partitodemocratico.it