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Sciopero Cgil, un milione in piazza "Tassate i ricchi e sbloccate i contratti", di Valentina Conte

Non siamo un paese rassegnato», dice Susanna Camusso, «emozionata» come ad un esordio, quando le riferiscono i dati di adesione allo sciopero generale di ieri indetto dalla Cgil. Un milione di persone nelle piazze di tutta Italia per dire no alla manovra del governo “iniqua, ingiusta e depressiva” che grava “tutta sulle nostre spalle”. A fine giornata, il sindacato di Gugliemo Epifani, ieri a Vancouver per un congresso internazionale, certifica lo «straordinario successo inaspettato»: 100 mila persone a Bologna, 70 mila a Napoli e Milano, 40 mila a Roma, 25 mila a Palermo, 20 mila all´Aquila, 80 mila in tutto il Veneto. Alte adesioni nelle fabbriche (punte del 100% in quelle metalmeccaniche della Lombardia), negli enti locali e nei trasporti che ieri si sono fermati per 4 ore e hanno causato disagi soprattutto a Roma e Milano, con 86 voli annullati a Fiumicino. In piazza anche gli studenti, i poliziotti, i lavoratori delle aziende in crisi a Cagliari come ad Ancona, e gli operai della Fiom di Pomigliano in corteo a Napoli dietro lo striscione «Siamo tutti di Pomigliano». Per il governo la mobilitazione è stata un flop e il ministro della Funzione pubblica, Brunetta, riferisce di una partecipazione limitata al 4% nel pubblico impiego.
La Camusso, vicesegretario Cgil, parla da Bologna, da una piazza Maggiore stracolma e rumorosa, tra fischietti e vuvuzelas. «Cgil isolata? Basta guardarsi intorno», risponde ai cronisti. Dal palco attacca il governo: «Questa manovra va cambiata, perché è depressiva, non guarda al futuro e la pagano solo i lavoratori, gli enti locali e i cittadini». Poi rilancia: «Sappiamo dove si può tagliare. Partiamo dalla tassazione delle rendite». E continua sollecitando chi ha condonato i capitali a pagare più del 5% e chi ha redditi sopra i 150 mila euro di contribuire «per due anni con un´addizionale che permetta a chi guadagna mille euro di non rinunciare ai contratti». «Così recuperiamo 180 miliardi», chiude.
La signora del sindacato, che da ottobre potrebbe guidare la Cgil quando Epifani lascerà, chiede al governo di sciogliere le norme speciali per la Protezione civile per “liberare” gli appalti e «risparmiare qualche miliardo» e di non procedere alla costituzione della Difesa Spa. Poi va giù duro contro gli «urlatori della modernità» anche sulla vicenda di Pomigliano: «Vorremmo un paese in cui il governo non fosse silenzioso e ininfluente di fronte alla più grande fabbrica di auto. Un paese moderno non mette in alternativa lavoro e diritti».
A sorpresa, Pierluigi Bersani spunta nel corteo di Milano. «Alziamo l´aliquota sulla rendita finanziaria come ha fatto Cameron in Inghilterra dal 18 al 25%. Noi l´abbiamo al 12%», dice il segretario del Pd che sulla Fiat aggiunge: «La Fiat confermi, senza se e senza ma, gli investimenti. Ha detto Panda e Panda sia». A Napoli arrivano anche il leader Idv Antonio Di Pietro che indossa la maglietta con la scritta «Pomigliano non si piega» e il governatore della Puglia Nichi Vendola che parla di democrazia e dignità violate a Pomigliano. «Mi auguro che sia l´ultimo sciopero del ‘900 italiano, vista la bassa adesione», commenta il ministro del welfare Sacconi.

La Repubblica 26.06.10

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Milano: Cortei e sciopero, centro bloccato
C’è l’impronta di Pomigliano su una piazza Duomo a Milano rossa di bandiere, magliette e cappellini come non si vedeva da un po’. Color Cgil, che nel giorno dello sciopero generale contro la manovra del governo porta a sfilare 70 mila persone (la metà secondo la Questura) e rivendica un’adesione «in alcune fabbriche al 100%». Disagi Sopra, il segretario del Pd, Bersani. A fianco, piazza Duomo dove sono confluiti i due cortei. Registrati disagi al traffico in centro

Nino Baseotto, segretario lombardo, alle 10.45 legge un messaggio al cellulare e sorride: «Siamo ancora fermi a porta Venezia», quando la testa del corteo s’è già mossa da un’ora. I partecipanti sono più del previsto. Numerosissimi quelli della funzione pubblica, i lavoratori dei trasporti (che in serata hanno fermato bus, tram e metro), i tessili. Ma l’ovazione è all’arrivo dei metalmeccanici della Fiom e di 7 cartelli che compongono la parola «dignità». Baseotto dal palco: «L’alternativa tra lavoro e diritti è un’idea barbara e medievale che non accetteremo mai». Poco lontano qualche migliaio sfila sotto le insegne della Cub, il sindacato di base. Bersaglio della protesta è per tutti la manovra. «Ingiusta e iniqua» sostiene la Cgil, perché colpisce i dipendenti, taglia risorse a Comuni e Regioni, deprime i consumi e allontana l’uscita dalla crisi. «Minestra indigeribile», dice il segretario nazionale Enrico Panini. «Va corretta», s’aggiunge il leader pd Pier Luigi Bersani, a sorpresa nel corteo. È il turno di Monica Mazzoleni, Indesit di Brembate Sopra, Bergamo, che chiude tutto e trasferisce altrove. Fa il suo discorso tosto, allenata da settimane di protesta, scende: «Ho 35 anni, un compagno, figli? C’era l’intenzione, ma adesso…». Da 13 anni alla catena di montaggio, Monica difende il posto suo e di 430 operai. Con poche speranze. «Siamo andati a parlare ovunque, al Comune, alla Provincia, anche a Pontida. È venuto pure Calderoli. Tante belle parole…».

Il Corriere della Sera 26.06.10

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“Bologna: Un fiume rosso invade piazza Maggiore “, di Sara Scheggia
Tantissimi, forse 60 mila, almeno 100 mila per gli organizzatori. Due serpentoni rossi che si sono riversati in Piazza Maggiore armati di fischietti, striscioni e pure trombette sudafricane vuvuzela, al loro esordio in una manifestazione sindacale. Lo sciopero generale della Cgil contro la manovra del governo ha invaso Bologna, per una mattinata di protesta come non se ne vedevano da anni. «Con una piazza così, si può cambiare il paese», ha detto dal palco Susanna Camusso, vice segretario generale del sindacato, pasionaria prossima a prendere il posto di Guglielmo Epifani. Davanti a lei, lavoratori e pensionati da tutta l´Emilia Romagna, arrivati sotto le Due Torri su oltre 500 pullman. «La Cgil isolata? – commenta – Basterebbe guardarsi intorno…». Il colpo d´occhio fa effetto, nemmeno i segretari regionali se l´aspettavano. «Non pensavamo a una cosa così grande», confessa Vincenzo Colla, della Cgil Emilia Romagna.
I due cortei, partiti da Piazza Azzarita e da Piazza dell´Unità alle 9 di ieri mattina, hanno paralizzato le vie della città, portandosi verso il Nettuno come due affluenti in piena. La Camusso li ha seguiti entrambi, cominciando dall´omaggio al cippo dei caduti a Porta Lame, dove ha deposto una corona insieme ai colleghi emiliani. A sfilare, tutte le realtà produttive regionali, accompagnate da tanti pensionati dello Spi, operatori sanitari, dipendenti pubblici, precari della scuola. In prima fila, per le Due Torri, le tute blu della Magneti Marelli, della Titan, della Lamborghini. «La lotta è credere in un futuro migliore», «Senza diritti siamo solo schiavi», «Io sto con la Fiom», gli striscioni più gettonati. C´è stato tempo anche per i no alla legge “bavaglio” con l´intervento di Giovanni Rossi della Fnsi, poi, a chiudere la giornata, il comizio della Camusso, il primo sulla piazza “rossa” di Bologna, che ha toccato punti spinosi come i tagli della manovra e l´operato del Governo, che sulla crisi «ha raccontato una fiaba di 600 giorni».
Dal Crescentone sono arrivati i primi numeri sulla partecipazione, poi confermati dalla Cgil: adesioni fino il 70% nelle bolognesi Gd, Ducati, Telecom. All´aeroporto si è sfiorato il 90% (12 voli cancellati), tra i ferrovieri il 60%. Molti supermercati Coop sono rimasti chiusi, mentre a Palazzo d´Accursio hanno scioperato quasi sei dipendenti su 10, così come al Sant´Orsola. Cifre importanti, ma contestate e contraddette dagli industriali che parlano di percentuali molto più basse. Per Unindustria, infatti, la media tra le associate si è fermata al 30,5%, con un picco di oltre il 40 tra gli operai, ridotto al 19,8% tra impiegati e quadri.
Piazza Maggiore, intanto, si prepara per un´altra protesta, lunedì 28, contro i tagli del Comune, che non ha rinnovato i fondi al blog dei senza dimora di Piazza Grande «Asfalto».

La Repubblica Bologna 26.06.10

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Puglia: Cgil, manifestazioni in tutta la regione: siamo l’insofferenza
La parola d’ordine è contrastare una manovra «che mortifica il mondo del lavoro e scarica le difficoltà sulla parte più debole del Paese». La Cgil, ieri, ha chiamato a raccolta il suo popolo (dipendenti, pensionati e precari): 20mila manifestanti, secondo le stime del sindacato, che hanno dato vita a cortei in tutta la Puglia. «Siamo riusciti a rappresentare l’insofferenza che serpeggia tra la gente — afferma Giovanni Forte, segretario generale della Cgil Puglia— vista anche la nutrita presenza nei cortei di amministrazioni locali: questo testimonia che non siamo soli. Gli enti territoriali stanno assumendo posizioni sempre più dure e contrarie nei confronti della manovra, come dimostra la bocciatura da parte della Conferenza Stato-Regioni».
A Bari la protesta è stata animata da 8mila persone con in testa i lavoratori del teatro Petruzzelli interessati, come altre realtà dello spettacoli, dai tagli dei trasferimenti statali. Ad aprire il corteo una delle statue utilizzate per l’allestimento della Turandot «vestita» con una maglietta rossa. «Il Mezzogiorno— prosegue Forte — non ha certo bisogno di tagli indiscriminati, ma di risolvere tutte le vertenze in piedi e di sconfiggere evasione fiscale e lavoro nero. Inoltre, c’è la necessità di attivare investimenti che generino occupazione rispettosa dei diritti delle persone». La risposta della zona industriale barese ha raggiunto la media del 70% (Isotta Fraschini 60%, Sirti 80%, Magneti Marelli 60%). Nel complesso, il comparto del pubblico impiego ha superato il 70% di adesioni (il picco al Policlinico con il 75%). Tra i presenti Fausto Durante, segretario nazionale della Fiom Cgil, che ha lanciato stoccate anche nei confronti delle altre sigle sindacali: «Non siamo isolati, i milioni di lavoratori che stanno scioperando lo dimostrano. Con noi si sono tutte le categorie sociali».

A Brindisi la partecipazione, meno sostenuta, ha interessato 3mila lavoratori. Il settore dell’igiene ambientale ha registrato un’adesione del 75%, mentre il dato complessivo è di un modesto 30%. La protesta è andata meglio nella Bat dove il comizio conclusivo è stato aperto da una lavoratrice del tribunale. Pubblico impiego e industria hanno raggruppato il 60% della forza lavoro (l’agenzia delle entrate di Barletta è rimasta chiusa). In Capitanata i cortei hanno interessato mille persone. Chiusi i due sportelli Inps del capoluogo, mentre nelle aziende si è registrato l’80% di scioperanti nel consorzio di igiene ambientale Sie, il 90% alla Hydro (San Severo) il 60% nel gruppo Franci (appalto delle pulizie negli stabilimenti Alenia di Foggia), il 40% negli uffici pubblici della provincia e il 35% nelle officine di Trenitalia. In Salento sono scesi in piazza 5mila lavoratori con un’astensione totale nella zona industriale. Bloccate le sedi Inps di Nardò e Casarano. La media di adesione allo sciopero, a livello provinciale, si è attestata al 70% (pubblico impiego 50%, industria e servizi 80%). Tremila persone, infine, si sono date appuntamento a Taranto. Nel pubblico impiego la partecipazione è risultata del 60%, mentre nel terziario del 70%. Poco sentita la protesta all’Ilva: nell’acciaieria più grande d’Europa solo il 30% dei dipendenti ha incrociato le braccia.

Il Corriere della Sera Puglia 26.06.10

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Palermo: Il popolo della Cgil scende in piazza “Non paghiamo gli sprechi delle cricche”, di Giovanni Scarlata
Calà: “Con l´aumento della Tarsu i cittadini pagano per tappare i buchi di bilancio del Comune e delle società”
Il popolo della Cgil scende in piazza contro la manovra economica del governo Berlusconi. A migliaia, provenienti da tutta la Sicilia (25 mila secondo il sindacato), hanno sfilato da piazza Croci a piazza Verdi, sede del comizio conclusivo, con uno striscione dal messaggio inequivocabile a far da apripista: “Tutto sulle nostre spalle? No”.
Dalla folla in corteo come dal palco allestito ai piedi del Teatro Massimo, sono state molte le critiche indirizzate all´operato del governo nazionale accusato in diverse occasioni di avere abbandonato il Mezzogiorno. «Questa manovra va cambiata e resa più giusta e più indirizzata verso le reali esigenze del paese – ha detto nel corso del suo intervento Vera La Monica, segretaria confederale della Cgil nazionale – Occorre risanare e recuperare gli sprechi, recuperando quanto viene perso a causa della corruzione e delle cricche». Maurizio Calà, segretario della Camera del Lavoro di Palermo, ha spiegato quali saranno gli effetti della manovra sul capoluogo siciliano: «L´anno prossimo Palermo si troverà a far fronte ad un mancato introito di 46 milioni di euro, in una città nella quale si aumenta la Tarsu per provare a tappare i buchi di bilancio del Comune e delle società partecipate avrà un´unica conseguenza possibile: ancora una volta saranno i palermitani a doverne pagare lo scotto». In piazza c´erano circa 5 mila dipendenti pubblici aderenti alla Fp Cgil Sicilia: «In città – dice il segretario Michele Palazzotto – sono arrivati 18 pullman con delegazioni di impiegati comunali e regionali tra cui moltissimi precari alle prese in questi mesi con la scadenza dei contratti. Come categoria abbiamo voluto fosse proprio un rappresentante di loro a prendere la parola».
Mariella Maggio, segretario generale della Cgil Sicilia, nel corso del suo intervento ha invitato la Regione a ricoprire un ruolo attivo nella soluzione della crisi: «La Regione faccia la sua parte, sia in sede di trattativa con il governo nazionale che nel modificare la sua politica economica. Nell´Isola ci sono 500 mila persone senza lavoro e questa manovra causerà un ulteriore impoverimento dei cittadini, che si ritroveranno a dover pagare di più per ottenere servizi minori». Distribuite migliaia di cartoline con la scritta «Vogliamo restare italiani» da spedire al Quirinale, e dal palco anche gli interventi dei rappresentanti dei precari della scuola, dell´industria e della pubblica amministrazione.

La Repubblica Palermo 26.06.10

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Veneto:Cgil, ottantamila in piazza «Non cederemo al ricatto»

«Vogliono che Pomigliano sia un modello da esportare, vogliono che faccia scuola. Ma noi non ci faremo spezzare le reni, resisteremo». Rumba di bandiere rosse, applausi, urla di incitamento.

Ecco come ieri mattina la piazza di Padova, nel giorno dello sciopero generale della Cgil, ha accolto le parole pronunciate sul palco da Antonio Silvestri, il leader cittadino della Fiom. Cioè il sindacato dei metalmeccanici che in Campania si sta opponendo al piano Marchionne. E’ stata una dimostrazione di vicinanza, quasi di simbiosi, quella tra il Veneto e Pomegliano. Non solo a Padova, dove in piazza De Gasperi sono scesi in 12 mila; ma anche in tutto il resto della Regione, dove alla fine si sono contate circa 80 mila presenze.

Tutti per strada a dire no al modello voluto dai vertici della Fiat per lo stabilimento del Sud e invocato anche dagli industriali di Treviso. Il discorso di Silvestri, in questo senso, è stato significativo. «Marchionne ha chiesto qualcosa di più che un semplice sacrificio – ha affermato il segretario della Fiom -. Ha posto un volgare ricatto, ha chiesto ai lavoratori di arrendersi».

Il numero uno dei metalmeccanici ha proseguito. «La vicenda di Pomigliano non si ferma in Campania, va molto più lontano, arriva qui – ha sostenuto il sindacalista, tra gli applausi della gente -. La posta in gioco è nazionale. E’ chiaro, infatti, che quello a cui ambiscono i vertici dell’azienda e del governo è imporre Pomigliano come modello da esportare».

Per la piazza, però, il modello Marchionne si può declinare in un unico modo. E cioè «più sacrifici, meno diritti». «Ma noi questo non lo possiamo accettare – ha ribadito Silvestri -. Perché deroga dopo deroga il modello arriverebbe immediatamente nelle nostre fabbriche. E questo vorrebbe dire fare un passo indietro di cento anni». Sulla stessa linea del leader della Fiom si è posto anche il segretario generale della Cgil di Padova, Andrea Castagna. Che ha iniziato il suo discorso affermando che «a Pomigliano non è stato richiesto qualche sacrificio, ma è stata chiesta la rinuncia ai diritti costituzionali».
E anche queste parole sono state sottolineate dall’applauso della piazza rossa. Pomigliano, Veneto. Il muro contro il sistema-Marchionne si è alzato anche nelle fabbriche, dove, secondo il sindacato, la partecipazione allo sciopero è stata particolarmente sostenuta: si sarebbero toccate punte del 100% di astensione del lavoro in due storiche industrie metalmeccaniche di Padova, la Anselmi e la Zen. Al fianco delle ragioni di protesta della Cgil, inoltre, è giunto anche il sostegno aperto del sindaco di Padova Flavio Zanonato. Che, dopo aver guidato in pratica il corteo tra le piazze del centro, è salito sul palco e ha fatto un breve intervento. «Compagni – ha detto il primo cittadino, ricevendo sulla parola d’esordio l’applauso della piazza -, sono al vostro fianco in questa battaglia comune. Questa manovra è irragionevole, perché produce tagli agli enti locali e quindi ai cittadini. Meno soldi ai Comuni significa meno servizi per la gente, ma in questo modo si perdono anni di conquiste sindacali». Zanonato ha dunque concluso. «Questa bellissima manifestazione infonde coraggio agli enti locali, siamo al vostro fianco».

Il Corriere della Sera Veneto 26.06.10

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“Napoli: Sciopero Cgil, in 70 mila per Pomigliano”, di Tiziana Cozzi

Per la Cgil, sono in settantamila, per la gente è un fiume di bandiere rosse. Tutti per Pomigliano. Un plebiscito spontaneo. Doveva essere lo sciopero Cgil contro la manovra economica del governo. Invece è stato un corteo di solidarietà per gli operai della Fiat di Pomigliano. Alle 9,30 piazza Mancini è già un tripudio di bandiere rosse. In testa al corteo, i metalmeccanici. Gli operai della Fiat di Pomigliano arrivano in ritardo ma raggiungono la testa del corteo, in mezzo agli applausi della gente. Impugnano lo striscione bianco con la scritta “Pomigliano siamo noi”. Un mare di magliette bianche con la scritta “Pomigliano non si piega” invade il corso Umberto, come non lo si vedeva da anni. “Un successo” dirà nel pomeriggio la Cgil Campania. In corteo ci sono i pensionati, i precari della scuola, gli universitari della Federazione lavoratori della conoscenza, i lavoratori della funzione pubblica, gli autonomi della polizia, gli immigrati della rotonda di Castelvolturno.
Tra loro, anche qualche politico. Nichi Vendola non arriva nemmeno che gli operai già lo acclamano. “Nichi, uno di noi”, gli dicono. Lui sorride e risponde: «È un amore ricambiato. Sono qui perché Pomigliano è la capitale della dignità del mondo del lavoro. Napoli è la capitale del Sud che non si è voluta piegare. E non è una strana questione sindacale. Riguarda la democrazia». C´è Paolo Ferrero, leader di Rifondazione Comunista («una lezione di dignità»). Per l´Idv ci sono Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris che a piazza Matteotti hanno installato un gazebo. «È una giornata importante soprattutto a Napoli e in Campania – commenta Di Pietro, mentre indossa la maglietta con la scritta “Pomigliano non si piega” – dove si sta giocando una partita fondamentale con i diritti. Siamo di fronte a una logica dell´impresa che produce schiavi». C´è l´europarlamentare Andrea Cozzolino e l´ex assessore Valeria Valente. Tutti dietro a quella scritta che ormai è un emblema: “Pomigliano siamo noi”. Tutti a marciare in sostegno a quella che sembra diventata una battaglia per la dignità del lavoro. Ognuno spende una parola di solidarietà. Anche se di mestiere fa l´insegnante e una catena di montaggio non l´ha mai vista. «La vertenza di lavoro della Fiat di Pomigliano è una pietra miliare per tutti i rapporti di lavoro futuri» dice Maria Grazia Colucci, 46 anni, da 24 precaria nella scuola primaria. Alle 11 il corteo arriva in piazza Matteotti. I Cobas, su un furgoncino contestano Cisl, Uil e Cgil con l´accusa di aver dato indicazione per il sì al referendum: nessuna tensione.
Salgono sul palco un lavoratore della Ssc ex Telecom, una dipendente dell´Asl Napoli1, Mario Di Costanzo della Fiat di Pomigliano, l´attrice Rosaria De Cicco interviene contro i tagli alla cultura, il presidente dell´Ordine dei giornalisti Ottavio Lucarelli parla degli effetti della legge bavaglio. Conclude Fulvio Fammoni, segretario confederale «Diciamo no a questa manovra perché è sbagliata, iniqua, punisce i lavoratori. Questa è l´Italia vera, non quella del falso ottimismo». Ieri lo sciopero ha provocato disagi anche nei trasporti, stop al 50 per cento dei bus. Praticamente bloccata la linea 1 del metrò, corse riprese a partire dalle 13. Intanto nei giorni scorsi le elezioni Rsu/Rls nel Centro di produzione e tv Rai di Napoli. La Slc Cgil è prima (241 voti), seguono Uilcom (216), Snater (151), Ugl (110), Cisl (91).

La Repubblica Napolli 26.06.10

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Un milione in piazza con la Cgil. «Paghi di più chi ha di più», di Andrea Bonzi
Un milione di «no» al governo. Un milione di volti, storie e problemi si sono mescolati ieri nelle piazze di tutta Italia, in risposta alla chiamata allo sciopero della Cgil, che ha lanciato l’allarme sull’impatto devastante che la manovra da 25 miliardi di euro messa a punto dal ministro Tremonti avrà su lavoratori, precari, pensionati.
IL CUORE BATTE A BOLOGNA A Bologna, Napoli e Milano i comizi principali: nel capoluogo emiliano si sono ritrovati, sempre secondo stime del sindacato, quasi 100mila persone, da tutta l’Emilia-Romagna. Due cortei sono partiti da fuori le mura per riunirsi sul Crescentone, “cuore” della città, che non è riuscito a contenerle tutte. Assente Guglielmo Epifani, impegnato in un convegno in Canada, a parlare dal palco, davanti a una «straordinaria» e gremitissima piazza Maggiore è stata Susanna Camusso, numero due della Cgil nazionale. Una sorta di investitura sul campo, in vista della sua probabile nomina a leader del più grande sindacato italiano. «C’è chi dirà che la Cgil è sempre rivolta al passato e che la Costituzione ormai è vecchia perché ha 60 anni. Mi viene da dire che ha sempre meno anni del nostro premier», esordisce Camusso. E strappa il primo, caloroso, applauso. Sventolano migliaia di bandiere Cgil: nella marea rossa ci sono tutte le categorie, dagli insegnanti ai metalmeccanici delle aziende emiliano- romagnole (Ducati, Bonfiglioli, Magneti Marelli, per citarne alcune), dalle operaie Omsa ai lavoratori del turismo della Riviera, passando per i pensionati e i dipendenti pubblici di Comuni ed Enti Locali. Picchi di adesione anche del 95% e del 100% nei luoghi di lavoro: il porto di Ravenna, ad esempio, è rimasto bloccato. «Siamo qui per reagire al governo che ci nega il futuro – li sprona Camusso -. Dopo averci raccontato per 600 giorni una fiaba dove la crisi non c’era, lo specchio si è rotto: si dice che si fa la manovra per rispondere all’Europa e non si ammette di aver sbagliato previsioni». La Cgil è un sindacato «responsabile», quindi ben conscio della situazione. Ma Tremonti ha messo a punto un pacchetto di provvedimenti «iniquo e depressivo», che finisce per gravare sempre sulle stesse spalle: quelle dei lavoratori. Da qui la richiesta di «un’addizionale per due anni a chi ha un reddito superiore ai 150mila euro» per evitare il salasso su chi ne prende 1.000 al mese, e di un prelievo maggiore a chi ha usufruito dello scudo fiscale e agli speculatori finanziari: «Possibile che il governo non chieda a queste persone di contribuire? In Gran Bretagna l’hanno fatto», ricorda la numero due di Corso Italia. Invece «l’imprenditore S.B. con un reddito di 23 milioni di euro nel 2008 non pagherà un euro» esemplifica Danilo Barbi, segretario emiliano-romagnolo della Cgil. Non è solo un problema di buste paga, ma anche di diritti. Alcuni lavoratori hanno al collo un cartello: «Fiat Panda. 700milioni di euro. Schiavi inclusi». Inevitabile, per Camusso, toccare l’argomento Pomigliano: «Se fosse per il governo, nel Mezzogiorno non ci sarebbero più stabilimenti della Fiat – attacca Camusso -. E vorremmo che ora chi grida al trionfo e alle svolte epocali quando si vogliono cancellare i diritti dei lavoratori, stesse zitto». Come «zitto e ininfluente» è stato l’esecutivo di fronte al Lingotto. Ma non ci sono diritti senza legalità. «Il governo sciolga le norme speciali per la Protezione civile, la faccia tornare alle regole per gli appalti che devono rispettare tutti. E rinunci a costituire la Difesa Spa, altro luogo dove si costruiranno di nuovo corruzione ed evasione. Noi vogliamo un Paese trasparente ».
BERSANI IN CORTEO A MILANO Nel capoluogo lombardo hanno manifestato in 80mila (35mila secondo la Questura). Il corteo è arrivato in piazza Duomo. Anche lì, adesione massiccia allo sciopero, con picchi del 90% alla Galbani e del 70% alla Perfetti, Citterio e tra i dipendenti pubblici. Tra la folla Pierluigi Bersani, segretario nazionale del Pd, che chiede che almeno il governo «corregga le cose più inaccettabili, che colpiscono i servizi e i redditi fondamentali. Noi delle proposte alternativa per 24 miliardi le abbiamo fatte, perché non le si guardano?». E mentre il ministro Brunetta, tramite una nota, parla del 4% di adesione nell’amministrazione pubblica in tutta Italia, a livello nazionale la Fiom parla di una media del 70% di tute blu che hanno incrociato le braccia. Il Centrodestra, infine, si aggrappa alla Grecia. Per Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, «l’effetto delle ricette di questo Pd e di questa Cgil sarebbe quello di portarci dritti verso un esito “greco”, tra perdite massicce di posti di lavoro nel privato, assunzioni insostenibili nel pubblico, e il mix tasse alte-spesa alta-debito alto ».

L’Unità 26.06.10

"Dalla parte dell'etica e del diritto", di Michele Ainis

E’ irrituale il comunicato di Napolitano sul caso Brancher? Può darsi; ma certamente è fuori da ogni rito democratico che un ministro senza ministero, prima ancora di capire quale sia il suo daffare nel governo, mandi a dire ai propri giudici che ha troppo da fare, verrà in tribunale un’altra volta. Trasformando il sospetto in una prova, quanto alle ragioni della sua fulminea nomina. E soprattutto trasformando il legittimo impedimento in un’onda collettiva di legittima indignazione, come ha scritto Cesare Martinetti su questo giornale. Di tale sentimento il Presidente non può che farsi interprete, nel suo ruolo di custode di valori etici, oltre che giuridici. Anche il diritto, però, vuole la sua parte. E almeno in questo caso il diritto sta dalla parte del nostro Presidente. La legge n. 51 dello scorso 7 aprile – che ha introdotto questa via di fuga dalle aule giudiziarie per il premier e per i suoi ministri – stabilisce che il legittimo impedimento può essere invocato quando altrimenti verrebbe ostacolata una funzione di governo. Nel suo tenore letterale, l’art. 1 della legge non distingue fra ministri con dicastero ovvero senza portafoglio. Aggiunge tuttavia che l’attività ministeriale dev’essere di volta in volta disciplinata da una norma, non dai desideri dell’interessato.

Quale specifica attività ministeriale impedisce al neoministro di presentarsi in tribunale? E qual è la specifica norma che la regola? C’è poi un’ultima questione, sempre in punta di diritto. La legge parla di «legittimo» impedimento, non d’impedimento «assoluto». Il primo è sindacabile dal giudice, il secondo no. Significa che un’interpretazione costituzionalmente orientata può temperare le due esigenze in gioco – quelle del governo e quelle della giustizia – senza sacrificare troppo l’ultima alla prima. Significa perciò che ogni magistratura giudicante potrà ben valutare se l’impedimento è davvero «legittimo», ossia conforme alle leggi sull’attività ministeriale. Ecco, è questo il senso del comunicato che abbiamo letto ieri. Un avallo interpretativo – il più autorevole, anche perché dettato da chi presiede il Consiglio superiore della magistratura – verso letture compatibili con la Costituzione, quando si tratta di applicare questa legge travagliata. Poi spetterà ai giudici l’ultima parola.

La Stampa 26.06.10

"Il profitto e l'operaio", di Gad Lerner

Il primo ministro del governo italiano ha percepito nel 2009 un reddito pari a 11.490 (undicimilaquattrocentonovanta) volte il reddito di un operaio Fiat di Pomigliano d´Arco. Le cedole della sua quota personale di Fininvest (Silvio Berlusconi detiene il 63,3% dell´azienda, escluse le azioni possedute dai figli) gli hanno fruttato l´anno scorso un dividendo di 126,4 milioni di euro. Cifra che corrisponde per l´appunto a 11.490 volte il reddito di un lavoratore metalmeccanico di Pomigliano che nello stesso periodo ha risentito della cassa integrazione, portando a casa circa 11.000 (undicimila) euro lordi. In altri termini, la persona fisica del nostro primo ministro ha guadagnato nel 2009 due volte (e più) il monte salari dell´intero stabilimento al centro della drammatica vertenza che sta rimettendo in gioco le relazioni sindacali del paese.
Nello stesso periodo, l´amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha percepito un compenso di 4 milioni e 782 mila euro, pari a 435 volte il reddito di un suo dipendente di Pomigliano. Tale cifra comprende il bonus che la Fiat ha deciso di attribuirgli per il 2009, mentre l´attività svolta dal manager italo-canadese negli Stati Uniti per Chrysler è stata fornita a titolo gratuito.
Credo non sia più possibile discutere di giustizia sociale e di redistribuzione del reddito, ma anche di economia e finanza, prescindendo da queste nude cifre. Da una ventina d´anni la parola egualitarismo è proibita nel dibattito pubblico, demonizzata alla stregua di un´ideologia totalitaria. Ma nel frattempo imponenti quote della ricchezza nazionale sono state dirottate dal lavoro dipendente a vantaggio dei profitti, esasperando una disuguaglianza di reddito senza precedenti storici.
Questo imponente spostamento di punti del Pil dai salari al capitale non ha certo reso più competitiva l´economia italiana come invece prometteva. Semmai fotografa, con sintesi brutale, la sconfitta di una sinistra la cui ragione sociale, per oltre un secolo, si identificò con il miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, primi fra tutti gli operai. Pervenuta, sia pure per brevi periodi, al governo del paese, la classe dirigente della sinistra si è legittimata attraverso l´accettazione della cultura di mercato ma ha finito per confondersi in larga misura nell´establishment italiano da cui voleva essere accettata, tollerandone in cambio i vizi, sposandone talvolta i comportamenti.
Se il coefficiente di Gini, cioè l´indicatore statistico con cui gli economisti cercano di misurare il tasso di disuguaglianza sociale di un paese, colloca ormai l´Italia ai gradini più bassi dell´Ocse, con un´accelerazione costante a partire dai primi anni Novanta, è doveroso ricordare che il lavoro dipendente non ha subito solo decurtazioni proporzionali di reddito. Chi prometteva “qualità totale” nel ciclo produttivo ha perso quote di mercato anche a seguito di eccessiva difettosità. La fabbrica automatica che doveva liberare il lavoro manuale dalla fatica fisica e dal pericolo di infortuni, in cambio di normative più flessibili, si è rivelata una trovata propagandistica.
Spetterà agli storici di domani capire come mai l´incremento delle disuguaglianze sia parso così a lungo giustificabile, o comunque accettabile, a chi le subiva. Il fallimento del comunismo ha reso improponibile la visione messianica della classe operaia come nucleo di un´emancipazione scaturita dall´interno del ciclo produttivo, rivoluzionandone le relazioni gerarchiche e i parametri di retribuzione. Ma nel frattempo sospingeva i ceti meno abbienti ad affidare il proprio destino nelle mani di leadership territoriali populiste, non importa se guidate da imprenditori che perseguivano l´arricchimento personale, ché anzi era proprio il loro successo a figurare come l´unico modello di comportamento imitabile. A sua volta un sindacalismo disarmato riusciva a proporsi solo come tutela locale, se necessario in contrapposizione con altri stabilimenti italiani o più spesso con i lavoratori dei paesi emergenti.
La speranza fallace che l´arricchimento di pochi generasse maggior benessere per tutti ha consentito che la presa di potere dei manager divaricasse la forbice delle retribuzioni, elevando in breve tempo gli stipendi dirigenziali: da venti o trenta volte la media di un salario operaio, a centinaia di volte. I profitti realizzati tramite la speculazione finanziaria globale, hanno completato l´opera.
Il paradosso che viviamo oggi è che la rabbia sociale rischia di finire appannaggio della demagogia di destra, mentre la sinistra ammutolisce vittima delle sue inadempienze. Chi ha teorizzato la difesa localistica del proprio territorio dalle insidie della globalizzazione, naturalmente, propone alle masse una visione strabica delle disuguaglianze. Denuncia come eccessivi i redditi di categorie molto visibili ma sparute come i calciatori e i personaggi dello spettacolo. Oppure addita al pubblico ludibrio di volta in volta i suoi avversari simbolici, come gli alti magistrati e i dirigenti ministeriali. Ma si guarda bene dal prendersela con i redditi da capitale, con le rendite finanziarie, con i compensi dei manager che appartengono al suo sistema di potere. La piramide sociale, nella visione della destra, può venire scossa dal terremoto della crisi, ma per uscirne ancora più verticale.
È prevedibile che nei prossimi anni questo malessere genererà un pensiero radicale e una reazione estremista anche nell´ambito della sinistra, impreparata a confrontarsi con le regole della finanza, con la riforma dei rapporti di lavoro, con la crisi del welfare. La morte del comunismo non elimina in eterno la spinta antagonista, con i suoi aneliti di giustizia e il suo inevitabile contorno di ambiguità.
Per il momento sarebbe bene che i dirigenti del Pd affascinati dallo stile Marchionne, colti alla sprovvista dalla minoritaria ma elevata quota di opposizione espressa dai lavoratori di Pomigliano a un accordo stravolgente le condizioni di lavoro, cominciassero a riflettere. Assumendo il tema della disuguaglianza sociale come prioritario nell´agenda di una sinistra moderna degna delle sue origini.

La Repubblica 26.05.10

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«I tagli? Per il Governo necessari per allineare il rapporto prof-alunni all’Ue», di A.G.

Il sottosegretario all’Economia, Luigi Casero spiega che la cancellazione di decine di migliaia di cattedre era necessaria per riqualificare la spesa pubblica e che parte delle risorse andranno comunque all’innovazione e allo sviluppo del settore. Replica del Pd: tutto falso, ad iniziare dall’alto numero di docenti.

La diatriba tra maggioranza ed opposizione sui tagli agli organici della scuola non si arresta: ad ‘infiammare’ la polemica sono state le parole pronunciate dal sottosegretario all’Economia, Luigi Casero, nel corso dell’esame della manovra in commissione Bilancio del Senato. Il sottosegretario ha ribadito che il Governo aveva la necessità di risanare i conti pubblici e che la cancellazione di decine di migliaia di cattedre (circa 80.000 in tre anni) era necessaria perché in Italia ve ne sarebbero troppe: Casero si è infatti soffermato “sull’urgente necessità di procedere a una politica di riqualificazione della spesa pubblica” formulando “l’esempio del rapporto insegnanti-studenti nelle scuole”. Ma ha anche spiegato che una parte di quelle economie sarebbero dovute essere ‘rispalmate’ nella stessa scuola per risollevarla dal fondo in cui è stata destinata negli ultimi anni: “se si abbassasse tale rapporto, allineandolo alla media europea – ha sottolineato – sarebbe possibile recuperare risorse da destinare all’innovazione e allo sviluppo del settore scolastico”. Peccato che i risparmi accumulati nell’anno in corso e nel passato siano stati indirizzati dal Governo per ripanare i debiti nei confronti degli istituti. E che di riqualificazione del comparto, come dei premi al personale, si siano perse le tracce.Le dichiarazioni di Casero non sono sfuggite al Partito democratico, in particolare a Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Pd, e Manuela Ghizzoni, capogruppo democratica in commissione Istruzione alla Camera, che attraverso una dichiarazione congiunta hanno detto che il sottosegretario ” per giustificare il fatto di non aver raggiunto la parità di bilancio, torna a raccontarci la stessa storiella di due anni fa del numero troppo alto di insegnanti. Non ci avevamo creduto allora, e non ci crediamo adesso”.
Le due esponenti del Pd ricordano anche che “in Italia il rapporto è più alto anche per il numero di docenti di sostegno, indispensabili a seguire quei bambini e ragazzi diversamente abili, che forse il sottosegretario Casero considera di serie B, visto che non fa cenno a questo fondamentale aspetto e finge di non sapere che in altri paesi europei il personale che segue tali alunni non è conteggiato nel numero degli insegnanti. Aggiungiamo che nel resto d`Europa non esistono neanche gli insegnanti di religione cattolica, che in Italia sono inclusi nel conto quando si vuol parlare di un numero troppo alto di docenti”.

da Tecnica della Scuola

«Tornano (forse) gli scatti di anzianità», di R.P.

Il blocco degli scatti di anzianità per il personale della scuola potrebbe rientrare: il Governo ha già pronto un emendamento per cancellare la norma contenuta nel decreto legge 78 all’esame del Senato proprio in questi giorni.
L’annuncio è stato dato nella giornata del 24 giugno dallo stesso ministro Tremonti nel corso di un incontro con Cisl-Scuola, Uil-Scuola, Snals e Gilda-Unams svoltosi tra l’altro in concomitanza con il primo tempo della partita Slovacchia-Italia (le note di agenzia riferiscono che sindacalisti e ministro abbiano discusso la questione proprio assistendo ad alcune fasi della partita).
Subito dopo l’incontro i sindacati hanno commentato il fatto.
Francesco Scrima, segretario nazionale di Cisl-Scuola non ha dubbi: “L’azione di un sindacato si giudica dai risultati che produce: l’impegno assunto dal Governo di modificare la manovra finanziaria in modo da rendere possibile il mantenimento delle progressioni di anzianità previste dal contratto scuola vigente dimostra che la Cisl, percorrendo in piena autonomia la via del confronto e del negoziato, ha fatto la scelta giusta e ha agito bene”.
Moderata soddisfazione viene espressa anche dalla Gilda-Unams la cui direzione nazionale ha però votato propria nella stessa giornata una serie di iniziative da mettere in campo durante il prossimo anno scolastico.
“Tra le azioni di protesta – rende noto il sindacato di Di Meglio – il boicottaggio di tutte le attività non obbligatorie, a partire dall’organizzazione delle gite e dei viaggi di istruzione”.
Polemico, invece, il commento della Flc-Cgil: “Guarda caso, il giorno prima dello sciopero generale c’è chi vorrebbe attribuirsi risultati, tentando di recuperare il terreno perduto con incontri informali e segreti che nulla hanno a che fare con l’autonomia del sindacato” (il riferimento alla Cisl non è neppure troppo nascosto). “Se modifiche ci saranno per la scuola – aggiunge ancora il segretario nazionale Mimmo Pantaleo – rispetto alla vera e propria macelleria sociale ai danni dei lavoratori pubblici, esse saranno il frutto della mobilitazioni dei lavoratori”.
da Tecnica della scuola

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dal Manifesto: «Tremonti sblocca l’anzianità, e la Cisl si prende il merito», di ci.gu.
La quota di risparmi del 30% che la precedente finanziaria destinava alla valorizzazione dei docenti non verrà congelata dalla manovra «lacrime e sangue» contro la crisi. Lo ha precisato il ministro dell’Economia in persona, Giulio Tremonti, intervenendo ieri mattina in un incontro organizzato dai sindacati della scuola Cisl, Uil, Snals, Confsal e Gilda. Per la scuola, insomma, ci sarebbe un minimo spiraglio che potrebbe evitare il blocco degli scatti di anzianità. «Quello che è stato acquisito per legge – ha detto Tremonti – è un diritto. Attraverso intese tra le parti sociali e il ministro Gelmini ci sarà poi l’attribuzione dei risparmi. La quota di risparmi era per il miglioramento della scuola e per il personale». «Il blocco vale per gli stipendi – ha concluso il ministro – ma non vale in quota risparmi». I sindacati, che si erano riuniti il 15 giugno scorso al teatro Quirino, brindano alla piccola vittoria: non è da tutti incassare una partecipazione del ministro a un’iniziativa sì pubblica ma che aveva il carattere di una riunione sindacale – anche se non dichiarata. «La nostra è evidentemente una strategia che paga – spiega Francesco Scrima, segretario della Cisl scuola – lo sciopero, secondo noi va usato “qb”, quanto basta, noi abbiamo scelto un’altra strada: confrontarci ogni giorno con il governo e con il parlamento. A qualcosa è servito». Il riferimento è, manco a dirlo, alla scelta della Cgil che invece il 12 giugno ha portato in piazza migliaia di persone per una manifestazione sul lavoro pubblico e in generale contro la manovra. Ma la Cgil non ci sta a far incassare il risultato ai sindacati che scelgono la via della trattativa: «Non si può dichiarare prima che la manovra è equa e poi chiedere modifiche quando le proteste dei lavoratori ti impongono di farlo – ha dichiarato il segretario della Flc Cgil Mimmo Pantaleo – Adesso, guarda caso il giorno prima dello sciopero generale, c’è chi vorrebbe intestarsi risultati, tentando di recuperare il terreno perduto con incontri informali e segreti che nulla hanno a che fare con l’autonomia del sindacato». Se risultati ci saranno, aggiunge Pantaleo «saranno il frutto della mobilitazioni dei lavoratori».

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da Tuttoscuola, «Fioroni: Tremonti passi ora dalle parole ai fatti per i docenti»
L’ex-ministro dell’istruzione, on. Beppe Fioroni, attuale presidente del forum Welfare del Partito Democratico, commenta in modo positivamente cauto l’apertura del ministro dell’economia Tremonti per una disponibilità a rivedere gli interventi della manovra sul personale scolastico, previa verifica della compatibilità dei correttivi.
“Finalmente Tremonti – dichiara Fioroni – scopre la scuola e avanza promesse che spero non rimangano tali”.
“Avevamo proposto da tempo – ricorda l’ex-ministro – che una parte consistente dei risparmi legati ai tagli sulla scuola restassero ai professori e che venissero ripristinati gli scatti di anzianità per i prossimi tre anni, che il governo ha annunciato di congelare. Ne avevo parlato settimane fa, vedo con soddisfazione che oggi Tremonti si mostra d’accordo”.
Fioroni chiede che il ministro Tremonti e il governo passino dalle parole ai fatti: “o la maggioranza approva il nostro emendamento in proposito o ne avanzi uno suo. Tornare indietro – conclude Fioroni – sarebbe una doppia vergogna”.
Ricordiamo che questa apertura, con verifica, del ministro Tremonti è avvenuta ieri nell’incontro con le dirigenze sindacali di Cisl-scuola, Uil-scuola, Snals e Gilda.

da Tuttoscuola, «Il Pd chiede a Tremonti ulteriori passi sulla scuola»
Il commento dell’ex ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni sull’apertura del ministro dell’Economia Giulio Tremonti sulla scuola non è l’unico nel Partito Democratico. In particolare, la responsabile Scuola della segreteria del Pd Francesca Puglisi ha affermato: “La marcia indietro di Tremonti sugli scatti di anzianità gli insegnanti è solo il primo passo: ne aspettiamo altri”.
La Puglisi ha continuato: “Finalmente, comunque, il ministro ammette che sì, la sua manovra è iniqua e cade sulle spalle dei professori oltremisura rispetto a qualsiasi altra categoria di lavoratori del Paese. Come ha denunciato il Partito democratico, con gli emendamenti depositati, il blocco degli scatti di anzianità non sarebbe più recuperato dai lavoratori della scuola. Ma nella manovra di Tremonti e nel taglio triennale di risorse umane e finanziarie che sta mettendo la scuola pubblica in ginocchio c’è molto di più – ha sottolineato la Puglisi -: c’è il disegno di un Paese diviso tra ricchi e poveri, meno libero, meno competitivo perché più ignorante. Per questo il Partito democratico è impegnato nelle Istituzioni e nel Paese insieme a tutte le forze civili e sociali a contrastare chi taglia il futuro ai nostri figli”.
Anche il il senatore del Pd Paolo Giaretta, relatore di minoranza della manovra ha dichiarato che “il governo dovrebbe avere più convinzione sul fatto che la scuola è una risorsa strategica per il futuro. Possibile che in Germania ci si creda e in Italia no?”.
Giaretta ha aggiunto che “è inaccettabile, ad esempio, che risorse che erano state finalizzate alla valorizzazione del merito del personale della scuola con provvedimenti precedenti vengano, oggi, con la manovra destinate a ripianare i debiti e le spese ordinarie. In questo modo, si toglie ogni incentivo agli insegnanti, doppiamente penalizzati con il blocco degli scatti di anzianità e con la perdita delle politiche di incentivazione basate sul merito. Il Partito democratico – ha continuato il senatore democratico – ha posto sin dall’inizio la questione. Il ministro Tremonti sembra aver dato un’apertura nell’incontro con le organizzazioni sindacali riconoscendo il fondamento delle critiche avanzate dal Pd e dai lavoratori delle scuole. Bisogna però far seguire alle parole i fatti restituendo agli insegnanti il maltolto”.

«Gestione unitaria dell'intesa», di Cesare Damiano

Adesso si deve guardare avanti. A Pomigliano il referendum è stato fatto e il “sì” ha vinto. Il 63 % non è il plebiscito che la Fiat chiedeva, ma indica la chiara volontà dei lavoratori di volere l’accordo. Anche se sarebbe utile unalettura disaggregata dei dati, tra il voto degli operai e quello degli impiegati, a questo punto non ci deve essere spazio per atteggiamenti pretestuosi. Né da parte dell’azienda né da parte del sindacato.
Il Lingottonon puòtirarsi indietro – comesi è ventilato non appena conosciuto il risultato – adducendo a motivo l’esiguità del margine di favorevoli all’intesa. Il sindacato non può perdersi in polemiche e discussioni sul significato del voto. L’investimento a Pomigliano va fatto. Il lavoro va garantito.
Ciò non significa cancellare le critiche sui punti più controversi dell’intesa. Il più delicato riguarda il diritto di sciopero, sancito dalla Costituzione. L’accordo rischia di metterlo in discussione. Se si tratta di un equivoco, non sarà difficile chiarirlo. Anche la parte riguardante l’assenteismo desta perplessità. Gli abusi vanno puniti, ma non si può penalizzare chi è realmente malato. Gli strumenti per farlo ci sono e si possono sempre trovare nuove vie negoziali in grado di affrontare la specifica situazione di Pomigliano.
Per quanto inaspriscano le condizioni di lavoro, specie degli operai, altre questioni possono essere invece considerate – e accettate – in un’ottica di scambio.
Dal passaggio a 18 turni settimanali, sei giorni su sette, allo spostamento della fruizione della pausa mensa a fine turno; modalità già in atto nello stabilimento Fiat di Melfi; dalla riduzione da 40 a 30 minuti della durata delle pause alla deroga al contratto nazionale per ciò che riguarda lo straordinario (se ne prevede il ricorso fino a 80 ore annue – invece di 40 – senza la preventiva consultazione dei sindacati). Da una parte sacrifici e maggiore utilizzo degli impianti, dall’altra sicurezza del posto di lavoro, garanzia che non ci saranno delocalizzazioni e che si tratti di un investimento strategico.
Ciò che serve, adesso, è una gestione unitaria dell’intesa che prenda atto, pur criticamente per alcuni, del risultato del referendum. Non solo il modello organizzativo adottato a Pomigliano diventerà punto di riferimento per gli altri stabilimenti del gruppo (il piano industriale dell’azienda prevede già la saturazione a 18 turni settimanali per tutti gli stabilimenti dell’auto), ma come in passato le scelte concordate sono destinate a modificare le relazioni sindacali nella maggior parte delle aziende italiane. Le misure contro l’assenteismo e quelle che limitano il diritto di sciopero nonpossono però diventareun modello, anche perché sono state introdotte per affrontare una situazione particolare. Anche per questo chiamarsi fuori non conviene a nessuno.

da L’Unità

La posizione del PD sul passaggio delle competenze dagli Usr alle Regioni

Pubblichiamo la lettera che Francesca Puglisi, Responsabile Scuola del Partito Democratico, ha inviato al Direttore di tuttoscuola.com a seguito della pubblicazione di un articolo che distorce la posizione del Partito Democratico sul passaggio di competenze dagli Uffici Scolastici Regionali alle Regioni, e sulll’accordo-quadro concernente l’attuazione della riorganizzazione delle competenze tra Stato, regioni, autonomie locali e scolastiche.

Egregio Direttore,
desidero chiarire la posizione del Partito Democratico sul passaggio di competenze dagli Uffici Scolastici Regionali alle Regioni, come proposto nell’ambito degli emendamenti alla Manovra Finanziaria del Governo che continua così pesantemente a vessare il personale della scuola e gli Enti Locali. La nostra proposta fa riferimento all’accordo raggiunto dalla Conferenza Stato Regioni in tema di applicazione del Titolo V ed è del tutto difforme dalla proposta della Lega Nord sul reclutamento degli Insegnanti.
Come Lei ben sa la proposta di legge della Lega Nord prevede:
* un reclutamento con un Concorso Regionale bandito dalle scuole singole o associate.
* la Commissione del Concorso è nominata dalle scuole.
* al Concorso indetto ogni tre anni possono partecipare solo coloro che sono iscritti in appositi Albi regionali. Negli Albi regionali si possono iscrivere solo i residenti nella Regione, già abilitati, che abbiano superato un apposito esame svolto sulla base di un test.(art.17)
* il test viene predisposto dal Comitato regionale per la valutazione.(art.18). Il Comitato regionale per la valutazione è nominato dalla Giunta Regionale.(art.23)
* le domande di iscrizione all’Albo sono valutate da non meglio definiti”organismi tecnici rappresentativi regionali. In sostanza i candidati all’iscrizione all’albo vengono valutati, dopo l’effettuazione e la valutazione del test, anche dalla giunta regionale(art.17, comma 4)
* l’Abolizione delle graduatorie provinciali ad esaurimento, poiché vengono messi a concorso tutti i posti vacanti e disponibili.(art.9), di conseguenza cessano di avere validità le graduatorie provinciali ad esaurimento (ancorché non esaurite).
* l’abolizione della nomina a tempo indeterminato e l’introduzione nella scuola di tutte le forme di lavoro precario attualmente esistenti nel settore privato.(art.22).

Invece la legge delega 42/09 sul federalismo fiscale all’art.8 comma 1 lettera a) rinvia proprio all’Intesa che dovrà essere definita dalla Conferenza Stato-Regioni, il compito di definire le materie che dovranno essere trasferite e le relative modalità di finanziamento attraverso il nuovo assetto della fiscalità. Il PDL della Lega sembra ignorare questo percorso e se ne inventa un altro totalmente diverso, come se i modi di realizzazione del federalismo non fossero già stati oggetto di una specifica definizione legislativa. E’ un modello che prevede il controllo politico dell’istruzione e di “segregazione regionalista” che abbiamo già visto all’opera in questi mesi.
La nostra proposta invece accelera e dà maggiore forza giuridica a quel percorso di Intesa attualmente all’esame della Conferenza Stato-Regioni. L’Intesa prevede che il personale dirigente, docente e ATA della scuola resti alle dipendenze dello Stato, con trattamento giuridico ed economico fissato dalla contrattazione nazionale di comparto e – sulla base di questa -dalla contrattazione integrativa. Si tratta di una dipendenza funzionale dalle Regioni che non deve tradursi in una doppia dipendenza.
La programmazione, la gestione e la distribuzione territoriale, degli organici sarebbero di competenza delle Regioni e degli Enti Locali; al Ministero resterebbero le competenze per la definizione delle norme generali (definizione, limiti e contenuti dell’autonomia scolastica; definizione degli ordinamenti scolastici; valutazione degli apprendimenti; obbligo d’istruzione , esami di stato, regole e procedure per il rilascio dei titoli di studio; definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, verifica e controllo del loro raggiungimento; criteri di formazione, selezione e reclutamento del personale scolastico; modalità di esercizio del potere sostitutivo diritti ed obblighi delle scuole non statali e paritarie), principi fondamentali e definizione dei livelli essenziali con il coinvolgimento delle Regioni e degli Enti locali.
Si tratta di una nuova ripartizione delle competenze quindi, che toccano le leve di governo del sistema educativo a livello territoriale: la programmazione della rete scolastica e dell’organizzazione del servizio, il ruolo partecipativo delle autonomie scolastiche, che vogliamo valorizzare, certi come siamo che sia lì il patrimonio dell’innovazione didattica da diffondere e valorizzare, l’istituzione di organismi di governance del sistema d’istruzione a livello regionale, provinciale e scolastico.
E’ l’inizio di una nuova fase di costruzione dell’intera impalcatura del sistema, su cui il Partito Democratico il 7 e 8 Ottobre presenterà la propria proposta politica alternativa, dopo averla discussa con tutto il mondo della scuola attraverso momenti di approfondimento e di confronto aperto.
RingraziandoLa come sempre per l’attenzione, colgo l’occasione per porgerLe i miei più cordiali saluti e auguri di buon lavoro
Francesca Puglisi
Responsabile Scuola Segreteria Nazionale Partito Democratico