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"Gli invisibili senza lavoro", di Tito Boeri

Quasi un lavoratore temporaneo su sei ha perso il lavoro. I dati delle rilevazioni sulle forze lavoro del primo trimestre 2010 ci permettono di aggiornare la contabilità della Grande Recessione per il lavoro degli italiani. Il tasso di disoccupazione ha superato il 9%. Aggiungendo i cassintegrati (le ore totali concesse nel 2010 equivalgono a 623.000 posti di lavoro a tempo pieno) e almeno la metà dei lavoratori che nell´ultimo anno sono stati costretti a passare dal tempo pieno al parziale, si giunge a una stima delle persone in cerca di lavoro superiore al 12%. Sono dati coerenti con l´andamento dell´economia; il pil è diminuito dall´inizio della crisi di più del 7%. L´occupazione sta replicando lo stesso andamento. Speriamo di avere toccato il fondo. Dall´estate le notizie dal mercato del lavoro dovrebbero gradualmente cominciare a migliorare. I dati sui posti vacanti, resi finalmente disponibili dall´Istat martedì, segnalano un modesto incremento nell´industria nell´ultimo mese. Piccolo segnale incoraggiante, anche se siamo ancora molto al di sotto dei livelli pre-crisi.
Non ci sono ancora informazioni adeguate sulla povertà e le disuguaglianze durante la crisi. Ma tutto fa pensare che siano fortemente aumentate, come sempre avviene in Italia in questi casi. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli stress-test: prima sulle banche e poi sui conti pubblici. Servono per capire quali sarebbero le conseguenze sui bilanci degli istituti di credito e sui conti pubblici degli scenari più negativi. Il Governo avrebbe dovuto fare da tempo anche uno stress test dei nostri ammortizzatori sociali, anziché decretare a priori (nelle parole di ben due Ministri, Brunetta e Sacconi) che sono «i migliori del mondo». Un gruppo di ricercatori di Essex (Figari, Salvatori e Sutherland) ha provato a compiere simulazioni di questo tipo. I loro risultati indicano che il nostro sistema è quello che protegge di meno: chi perde il lavoro in Italia, a differenza che negli altri paesi Ue, cade quasi sempre in condizioni di povertà, molto sotto la soglia di sussistenza. I nostri ammortizzatori sociali sono relativamente più generosi per i lavoratori con redditi medi, penalizzano chi ha salari più bassi. E non coprono se non in minima misura i lavoratori duali. Il problema è che da noi non ci sono tutele minime, non ci sono reti che impediscano il crollo dei redditi quando si perde il lavoro in questi casi.
Stupisce il fatto che in Italia si parli di diritti fondamentali violati, di lavoratori oppressi dalla globalizzazione, quanto si discute di un accordo collettivo che, in una delle aree più depresse del paese, offre lavoro a chi comunque oggi riceve i trattamenti di Cassa Integrazione, come a Pomigliano. Si ignora del tutto il fatto che in Italia ci sono da anni milioni di lavoratori che sono pagati dal 20 al 30 per cento in meno degli altri solo perché non hanno un contratto a tempo indeterminato, che per lo stesso motivo hanno otto volte di più la probabilità di perdere il lavoro degli altri e, che quando poi perdono in effetti il lavoro non ricevono alcun aiuto dallo Stato. Il fatto che spesso siano giovani non toglie nulla alla gravità di questi diritti violati. La disoccupazione creata in questa crisi è di lunga durata. Tra chi ha perso il lavoro nella Grande Recessione, in nove su dieci è stato in cerca di un impiego alternativo da più di 12 mesi. Sono eventi che marcheranno l´intera carriera di quel terzo di giovani (il tasso di disoccupazione giovanile è ormai al 30%) che si è affacciato in questi anni al mercato del lavoro: molti studi sociologici documentano danni permanenti su retribuzioni, durata dell´impiego e anche salute. E basta fare due conti per capire che le pensioni future di questi giovani ne risentiranno pesantemente.
Non c´è bisogno di creare un nuovo ministro per riformare gli ammortizzatori sociali. Non ci sono legittimi impedimenti di sorta a un cambiamento delle regole che alimentano il dualismo del nostro mercato del lavoro. Per varare queste riforme non c´è neanche bisogno di soldi pubblici in aggiunta a quelli che già oggi vengono versati per gli ammortizzatori sociali e gli incentivi alla contrattazione decentrata. Questi ultimi si sono rivelati in quasi quindici anni di esperimenti del tutto inefficaci a promuovere un maggiore legame fra salari e produttività. Il sospetto è che continuino a venire riproposti (sono stati addirittura potenziati dalla manovra «lacrime e sangue» 2011-13) con l´unico obiettivo di alimentare le divisioni nel sindacato. Ma siamo convinti che anche la Cisl, grande sponsor di questi incentivi, sarebbe favorevole a sostituirli con sussidi di disoccupazione per i lavoratori precari. Invece della Cassa Integrazione in deroga, che la politica decide a chi dare e a chi non dare e che continua a crescere in modo impetuoso perché è a costo zero per i datori di lavoro, si dovrebbe istituire un sistema di sussidi di disoccupazione con regole uguali per tutti, che eviti a chi perde il lavoro di finire in povertà. Bisognerebbe anche unificare i percorsi di ingresso nel mercato del lavoro. Qui, a dire il vero, non latita solo il Governo, ma anche l´opposizione. Da mesi, se non da anni ormai, discute di proposte per contrastare il dualismo, ma non riesce a prendere alcuna decisione. Si va di rinvio in rinvio mentre il conto della crisi diventa sempre più salato per i temporanei. Non siamo in tempi normali. Questi ritardi si pagano. Certo, oggi l´opposizione non avrebbe comunque i numeri per far approvare una riforma del percorso di ingresso nel mercato del lavoro. Ma sarebbe almeno un segnale per questi lavoratori: qualcuno ogni tanto pensa anche a loro.

La Repubblica 25.06.10

"La rivolta dei governatori divide Pdl e Lega", di Marcello Sorgi

La protesta delle Regioni contro il governo che scarica sulle amministrazioni locali il peso maggiore della manovra da ieri ha assunto toni da rivolta. I governatori minacciano nientemeno che di rinunciare alle loro competenze in molte materie su cui da tempo il potere centrale non esiste più. La spiegazione, data a nome di tutti dal presidente della Conferenza Stato-Regioni Vasco Errani, è che tagliando i fondi previsti per una serie di servizi la manovra rende impossibile garantirli, a meno di non procedere, localmente, all’istituzione di nuove tasse per finanziarli.

Va detto che era abbastanza prevedibile che sarebbe finita così. La vicenda di un governo che a Roma si vanta di «non aver messo le mani nelle tasche degli italiani» mentre in periferia costringe le amministrazioni a farlo era apparsa chiara da quando l’impianto della manovra fu spiegato per la prima volta. Nel nostro Paese, più che in altri, tagli e tasse si equivalgono: l’Italia, rispetto alla Francia, tanto per fare un esempio, è più avanti in fatto di decentramento: in molte materie come trasporti pubblici locali, polizia amministrativa, incentivi alle imprese, parte della Protezione civile, invalidi civili, agricoltura, viabilità e ambiente, oltre naturalmente alla Sanità, che da sola copre più di metà dei bilanci regionali, le amministrazioni locali hanno potestà esclusiva o quasi esclusiva, ma il finanziamento dei servizi che devono fornire è ancora assicurato dallo Stato, che è il destinatario centrale della quasi totalità delle entrate ricavate dalle tasse.

Come mercoledì i sindaci che avevano appreso dai giornali della possibilità allo studio di una nuova imposta comunale per rimpiazzare l’Ici, abolita dal 2008 e mai reintegrata con trasferimenti di fondi da parte del governo, così oggi anche i governatori vorrebbero sapere quale sorte li aspetti. Va da sé che in un quadro del genere la ormai sommersa discussione sul federalismo, prima di tutto su quello fiscale, torna drammaticamente d’attualità, e non a caso il leader della Lega l’altro giorno è andato a parlarne con il Capo dello Stato. La sensazione è che un governo con le casse vuote e con una capacità famelica di tagliare i fondi per le Regioni e i Comuni non sia affatto pronto a rinunciare al centralismo delle tasse. Accanto al contenzioso sulle tabelle dei bilanci dei governatori, e sui futuri aumenti, tra gli altri, dei biglietti dei tram e dei bus, è quindi destinato a crescere anche l’attrito politico su uno dei punti chiave dell’alleanza che cementa il patto tra Pdl e Lega.

La Stampa 25.06.10

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Sciopero generale Cgil: «Sulle spalle dei soliti noti», di Laura Matteucci

Contro le scelte politiche del governo e per cambiare una manovra sbagliata e ingiusta», queste le motivazioni dello sciopero generale della Cgil: otto ore per i lavoratori pubblici, quattro per i privati (ma i metalmeccanici della Fiom scioperano per l’intera giornata), con manifestazioni e presidi in molte città. Motivazioni che la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia fa finta di non conoscere: «Contro cosa scioperano? – chiede retoricamente – Contro l’Europa, contro i mercati? La manovra va fatta, anche noi crediamo che alcuni aspetti non vadano bene, ma il saldo deve essere quello».

La Cgil rassicura la presidente: c’è sì bisogno di una manovra correttiva, ma quella proposta è «ingiusta e depressiva», fatta sulle spalle dei soliti noti, dice la vice segretaria generale Susanna Camusso, a Bologna per la manifestazione cui parteciperanno anche Pd, Idv, Sel e Popolo viola (il segretario Epifani è in Canada per il congresso della confederazione sindacale internazionale).

«La manovra è necessaria – continua – anche perché per due anni il governo ha negato la crisi senza mettere in atto alcuna misura anticiclica», ma «vorremmo credere che la presidente sappia che non c’è una sola manovra possibile, un solo modo di trovare risorse e di tagliare le spese. La Cgil dunque in piazza con l’opposizione «per cambiare un’operazione che abbatte il Pil dello 0,8%, come certifica Confindustria (0,4% all’anno, ndr) perché il paese ha bisogno di crescere attraverso politiche di stimolo e per l’occupazione». Dito puntato, insomma, contro un provvedimento che non contempla strumenti di sostegno all’occupazione e allo sviluppo, proprio mentre il tasso di disoccupazione è arrivato al 9,1% (dati Istat).

Una manovra iniqua perché divide il paese scaricando i costi sui lavoratori, sulle Regioni, sugli Enti locali e sui cittadini più esposti. In sciopero anche per la libera informazione e la giustizia, contro i tagli alla cultura, allo spettacolo e all’editoria. Nelle piazze sarà letto l’appello per la manifestazione del primo luglio a piazza Navona e che vede la Cgil tra i promotori. In diverse città parleranno lavoratori del mondo dell’informazione e della cultura mentre i lavoratori poligrafici e dell’emittenza privata sciopereranno in concomitanza con la giornata del silenzio del 9 luglio. Con una premessa beneaugurante: «Lo sciopero proclamato paga. Il ministro Tremonti annuncia una retromarcia sugli scatti di anzianità della scuola». Così Corso d’Italia commenta le aperture sugli scatti del personale scolastico.

A Roma manifestazione e corteo fino a piazza Farnese, a Milano comizio in piazza Duomo. A Napoli interviene Fulvio Fammoni (e ci sono anche Vendola e Di Pietro). Liguria (eccezion fatta per La Spezia), Toscana e Piemonte effettueranno lo sciopero il 2 luglio. Numerosi esponenti del Pd partecipano alle manifestazioni promosse: a Milano, tra gli altri ci sarà anche Stefano Fassina, responsabile Economia e lavoro, e a Roma Cesare Damiano, capogruppo in commissione Lavoro della Camera. Nei trasporti astensione dal lavoro per quattro ore. Per piloti, assistenti di volo e personale di terra degli aeroporti dalle 10 alle 14. Alitalia raccomanda di verificare chiamando lo 800.650055 o collegandosi a www.alitalia.it.

Dalle 14 alle 18, lo stop nel trasporto ferroviario: escluse le fasce a maggiore mobilità pendolare (dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21), circolazione regolare per i treni a media e lunga percorrenza. Il trasporto pubblico locale – bus, metro, tram e ferrovie concesse – si ferma per 4 ore in fasce orarie diverse da regione a regione, rispettando le fasce di garanzia. Interessati anche navi e traghetti che ritarderanno di 4 ore le partenze, i camion per tutto l’arco della giornata, i portuali per 4 ore per ciascun turno di lavoro, gli addetti alle autostrade per 4 ore al termine di ciascun turno ed il personale dell’Anas per l’intera giornata. Coinvolti anche l’autonoleggio, il soccorso autostradale, le autoscuole, i trasporti funebri. I docenti commissari negli esami di maturità sono stati esonerati dal partecipare.

L’Unità 25.06.10

"Il predone", di Giuseppe D'Avanzo

Pensiamo ogni volta di aver conosciuto di Berlusconi il volto peggiore, l´intenzione più maligna, la mossa più fraudolenta. Bisogna convincersene, quell´uomo sarà sempre in grado di mostrare un´intenzione ancora più maligna, una mossa ancora più fraudolenta, un volto ancora peggiore. Sappiamo che cosa è e rappresenta la cosa pubblica per il signore di Arcore, non dobbiamo scoprirlo oggi. È l´opportunità di ignorare e distruggere le inchieste giudiziarie che hanno ricostruito con quali metodi e complici e violenze Silvio Berlusconi ha messo insieme il suo impero. Non scopriamo adesso che il signore di Arcore si è fatto Cesare per evitare la galera (lo ha detto in pubblico senza vergogna il suo amico Fedele Confalonieri). E tuttavia, pur consapevoli che il potere berlusconiano sia esercitato in modo esplicito a protezione dei suoi interessi privati, lascia di stucco l´affaire Brancher.
La storia la si conosce. C´è questo signore, Aldo Brancher. Non se ne apprezza un pregio. Si sa che è stato assistente di Confalonieri in Fininvest. Con questo ruolo, tiene i contatti con socialisti e liberali nella prima repubblica. Detto in altro modo, è l´addetto alla loro corruzione. Il pool di Milano documenta nel 1993 che Brancher elargisce 300 milioni di lire al Psi e 300 al segretario del ministro della Sanità liberale (Francesco De Lorenzo) per arraffare a vantaggio della Fininvest un piano pubblicitario dello Stato.

Lo arrestano. Resta tre mesi a san Vittore. Non scuce una frase. Condannato in primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito, vede la luce in Cassazione grazie alla prescrizione del secondo reato e alla depenalizzazione del primo corrette, l´una e l´altra, dalle leggi “privatistiche” del governo Berlusconi. Il salvataggio del Capo e della Ditta gli vale, a titolo di risarcimento, l´incarico di messo tra il partito del presidente e la Lega di Bossi, uno scranno in Parlamento, un seggio di sottosegretario di governo. E da qualche giorno anche di ministro. Ministro senza incarico, senza missione, senza alcuna utilità per il Paese. Un ministro talmente superfluo che gli cambiano anche la delega dopo la nomina.
Fin dall´annuncio del suo ingresso nel governo, è chiaro a tutti – se non agli ingenui – che Aldo Brancher diventa ministro per un´unica necessità: egli deve opporre nel giudizio che lo vede imputato di appropriazione indebita nel processo Antonveneta il legittimo impedimento che Berlusconi si è affatturato per liberarsi dalle sue rogne giudiziarie. Ora che Brancher chiede di salvarsi dal giudizio perché ministro, anche gli ingenui hanno capito.
C´è qualcosa di umiliante e di illuminante in quest´affaire perché ci mostra in quale abisso di degradazione sono state precipitate le nostre istituzioni. Ci manifesta quale arretramento di secoli la nostra democrazia deve affrontare. Ci dice che le istituzioni coincidono ormai con le persone che le incarnano, anzi con la persona, quel solo uomo – il Cesare di Arcore – che le “possiede” tutte come cosa sua, Ditta sua, nella sua piena disponibilità proprietaria al punto che può eleggere il suo “cavallo” senatore o ministro uno dei suoi complici, pretendendo oggi per il ministro (e domani per il senatore, chissà) la stessa impunità che ha assegnato a se stesso.
Voglio dire che quel che abbiamo sotto gli occhi con il caso Brancher è nitido: il cesarismo, il bonapartismo, il peronismo – chiamatelo come volete – di Silvio Berlusconi non riconosce alle istituzioni, alle funzioni pubbliche dello Stato alcuna oggettività, ma soltanto la soggettività che egli – nel suo potere e volontà – di volta in volta decide di assegnare loro. Il governo è suo, di Berlusconi, perché il popolo glielo ha dato e così del governo ci fa quello che gli pare. Se vuole, lo trasforma – come per Brancher – in una casa dell´impunità per corifei e turiferari. Quel che l´affaire illumina è il lavoro mortale di indebolimento delle istituzioni. Di quelle istituzioni nate per arginare l´abuso e l´istinto di sopraffazione, per garantire sicurezza e stabilità, diffondere fiducia e cooperazione e diventate, nella democrazia plebiscitaria del signore di Arcore, strumento inutile, ferro rugginoso e inservibile.
Se la nomina a ministro può mortificarsi a capriccio e complicità vuol dire che la politica può fare a meno delle istituzioni. Certo, non si possono accantonarle formalmente, ma svuotarle, sì. Di ogni significato, rilevanza, legittimità, come accade al governo con l´uomo diventato ministro per evitare il giudice. Osserviamo ora la scena che Berlusconi ha costruito in questi due anni di governo. Il Parlamento è soltanto l´esecutore muto degli ordini dell´esecutivo. La Corte costituzionale e la magistratura devono essere presto subordinate al comando politico. La presidenza della Repubblica, priva della legittimità popolare, è soltanto un impaccio improprio. Il governo, già consesso obbediente agli ordini del sovrano, diviene ora e addirittura il premio per chi, con il suo servizio al Capo, si è guadagnato il vantaggio di rendersi legibus solutus come il sovrano. Tocchiamo qui con mano il conflitto freddo che si sta consumando tra una concezione della democrazia incardinata nella Costituzione, nei principi di una democrazia liberale basata sull´oggettività delle funzioni pubbliche e la convinzione che il voto popolare renda onnipotenti e consenta ogni mossa anche l´annichilimento delle istituzioni.
Umiliante e illuminante, l´affaire Brancher è anche educativo perché liquida almeno un paio di luoghi comuni del dibattito pubblico, specialmente a sinistra. Chi di fronte alle minacce estorsive del sovrano (o impunità o processo breve che blocca centinaia di migliaia di processi; o impunità o paralisi della macchina giudiziaria) trova sempre conveniente scegliere la “riduzione del danno” e “il male minore” saprà oggi quel che avrebbe già dovuto sapere da tre lustri: il Cesare di Arcore non ha inibizioni. È un predone. Lo guidano i riflessi. Quel che serve, lo trova d´istinto. Se gli si offre un arsenale, lo utilizza, statene certi, perché è ridicolo aspettarsi da Berlusconi self-restraint. Non esisteranno mai mali minori con lui, ma soltanto mali che annunceranno il peggio. Il secondo luogo comune dice che “l´antiberlusconismo non porta da nessuna parte”. L´affaire Brancher conferma che non c´è altra strada che contrastare il berlusconismo se si vuole proteggere il Paese e le sue istituzioni da una prova di forza pre-politica, fuori delle regole che ci siamo dati. È anche questo il caso Brancher, una prova di forza. Che toccherà non solo all´opposizione contrastare. Fini, la Lega, i soliti neutrali potranno subirla senza mettere in gioco la rispettabilità di se stessi?

La Repubblica 25.06.10

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“Legittima indignazione”, di Cesare Martinetti

Ai candidi che consideravano misteriosa la sua nomina, il neoministro Brancher ha tolto ogni illusione impugnando subito il legittimo impedimento: salta il suo processo e ne nasce una legittima indignazione.
Sabato – ha fatto sapere ieri – non potrà essere davanti ai giudici di Milano a rispondere dell’accusa di ricettazione e appropriazione indebita nella scalata all’Antonveneta. Deve organizzare il suo ministero, non ha tempo. Dunque non di politica si doveva almanaccare per tentare di capire i presunti misteri della sua nomina, ma di giustizia. Anzi di fuga dalla giustizia. I peggiori sospetti si sono rivelati fondati.

Sarà dunque «legittimo» – per noi – indignarsi dal momento che ora tutto è chiaro? Aldo Brancher, ex prete ed ex top manager di Fininvest, è stato nominato ministro con una delega che nessuno ha ancora ben capito (forse nemmeno lui) per consentirgli di sottrarsi a un processo sfruttando quel «legittimo impedimento» che conferisce ai membri del governo italiano una prerogativa sconosciuta ai governi di qualsiasi altro Paese a noi vicino per storia e per sistema. In Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti un ministro sfiorato dal sospetto si dimette; da noi un politico rinviato a giudizio viene fatto ministro in modo da cucirgli addosso la corazza dell’impunità. Ad personam.

Per dotarlo dello scudo ministeriale Silvio Berlusconi ha sfidato la logica, il buon senso e anche la fedeltà all’alleato più fedele, la Lega. Tra il premier e Umberto Bossi si coglie spesso una commedia delle parti destinata al teatro della politica che alla fine si ricompone in una complicità che non viene mai meno. Questa volta, nel nome di Brancher, invece si è andati oltre. Nominato ministro per l’«attuazione del federalismo», parola feticcio della Lega, Brancher s’è dovuto prendere prima l’ostracismo di Bossi, poi gli insulti del popolo di Pontida attizzato dal capo.

Niente federalismo, allora. Lo hanno chiamato «decentramento» aggiungendo la parola «sussidiarietà», così cara a Cl. L’importante era che Brancher diventasse ministro di qualcosa. Ma riguardate la fotografia del suo giuramento: lui è sorridente, Giorgio Napolitano invece ha lo sguardo basso come chi deve trangugiare un boccone di cui farebbe volentieri a meno. Nulla poteva eccepire il Capo dello Stato alla nomina di un ministro «senza portafoglio». Ma gli era fin troppo evidente che si trattava di una messinscena. Come s’è visto ieri. E proprio al Quirinale mercoledì sera ha voluto recarsi Umberto Bossi per un colloquio con il Capo dello Stato che – ha raccontato ieri su La Stampa Federico Geremicca – ha avuto toni più che preoccupati per l’insieme della situazione politica. La grottesca nomina di Brancher era la testimonianza dei torbidi.

Ma di quale segreto sarà mai la cassaforte questo Aldo Brancher destinatario di un tale privilegio? Le cronache di Tangentopoli rammentano che quando venne arrestato – da manager Fininvest – per finanziamento illecito del Psi di Craxi, lo stesso Brancher fu oggetto di un’attenzione mistica da parte del suo datore di lavoro. Fu lo stesso Berlusconi a raccontare che insieme a Fedele Confalonieri fece spesso il giro in macchina intorno al carcere di San Vittore dov’era recluso Brancher per mettersi «in comunicazione con lui». Ora che sono tutti e due al governo le comunicazioni sono più semplici. E i misteri sempre più fitti.

La Stampa 25.06.10

Una manovra ammazza PIL. Arriva l'ammissione di colpevolezza

Tremonti è costretto a dire la verità: la manovra economica avrà una ripercussione negativa sull’economia. Sacrifici per tutti? No, a pagare saranno sempre gli stessi.
“Questa manovra è necessaria, senza si ha il collasso, il crollo”. Fino a qualche mese fa sembrava impossibile che il Ministro Tremonti potesse pronunciare queste parole. L’Italia non subiva la crisi, anzi era solo il Pd che lanciava allarmi catastrofici. Oggi il ministro della fantasia, con tono indispettito, è costretto ad ammettere l’emergenza.
Nei dati contenuti nella tabella consegnata dal Tesoro alla Commissione Bilancio del Senato è emerso chiaramente che la manovra voluta dal governo avrà un impatto depressivo sull’economia. Tremonti ha ribadito che “senza questa manovra oltre a non esserci la crescita non c’è più la struttura complessiva”. E finalmente, si è ricordato che il Belpaese ha il terzo debito pubblico al mondo e che i tagli saranno intoccabili.

Ma non solo. Il ministro ha invitato anche le Regioni ad aumentare i tagli, un po’ per spartire le colpe e per poter, un giorno, dichiarare: “le tasse e i tagli li hanno ordinati i governatori regionali, soprattutto quelli in mano al centrosinistra. Il governo di Berlusconi non ha mai messo le mani nelle tasche degli italiani”.

Incominciamo dal Nord. Ad esempio dal Trentino Alto Adige (non di sicuro dal Piemonte, Lombardia e Veneto, che strano), che dovrebbe dare in misura proporzionale alle sue disponibilità. Insomma “chi più ha, può dare di più”.

Nascondendosi dietro lo scudo dell’Unione, il ministro che criticava l’Europa e i suoi commissari fino a poco tempo fa, oggi afferma che la manovra è stata costruita in base al disegno europeo. Una manovra che nel triennio 2010-2012 porterà una riduzione del Pil pari allo 0,5%; un effetto negativo anche sui consumi dello 0,2% nel 2010 e dello 0,1% nel 2011 e nel 2012, nullo l’effetto sul 2013. Infine inciderà, ovviamente con il segno meno, anche sugli investimenti e sull’occupazione.

Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, ha definito “molto negativo” l’incontro con Tremonti, Fitto e Calderoli. “La manovra – ha detto il governatore dell’Emilia Romagna – mette il federalismo fiscale in una condizione di non praticabilità”. Ironico Dellai, presidente della Provincia di Trento: “noi abbiamo già dato”.

Per Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del Gruppo del Pd alla Camera,
“è gravissima l’ammissione da parte del Tesoro sugli effetti depressivi della manovra economica. Così rischiamo di dover affrontare a settembre una nuova manovra di almeno 6- 7 miliardi. I dati confermano che l’impostazione della manovra economica è sbagliata: il governo la smetta di nascondere la verità agli italiani e si confronti con la necessità di politiche di sviluppo serie ed equilibrate”.

Per Stefano Di Traglia, responsabile Comunicazione del Pd, “ieri in modo clamoroso lo stesso ministero guidato da Tremonti aveva definito depressiva la manovra. Oggi tocca alle importanti e autorevoli parole della Corte dei Conti sancire ciò che il partito Democratico ha sempre detto con forza dal primo giorno, e cioè che la manovra del governo non aiuta assolutamente il paese a crescere. Insomma, a un governo depressivo e deprimente non rimane che il prozac”

A.Dra

www.partitodemocratico.it

I nuovi occupati da 15 anni vivono con «meno diritti», di Marco Simoni

Negli anni 90, i referendum tra i lavoratori hanno consentito di sostenere accordi nazionali molto discussi. Nell’autunno del 1992, i vertici di CGIL CISL e UIL furono contestati duramente nelle piazze per aver firmato l’accordo del luglio precedente. Al contrario, nessuna contestazione seguì gli accordi del ’93 e del ’95, perché legittimati da referendum, pur approvati con la contrarietà del 30-35% dei lavoratori, dati simili a quelli di Pomigliano. L’esito di quest’ultimo referendum, dunque, non stupisce e non può essere considerato il prodotto di un presunto ricatto da parte della Fiat. Il fatto che i lavoratori, quando interpellati, decidano di accettare compromessi in cambio di una prospettiva più solida è la norma e non un’eccezione: in tutta Europa, negli ultimi vent’anni, tanto maggiore è stato il coinvolgimento dei lavoratori nelle ratifiche di accordi sindacali, tanto maggiore la moderazione della loro politica, attenta alle compatibilità economiche e non solo agli interessi di breve termine.
Sembra tuttavia che il risultato non abbia soddisfatto i vertici Fiat che chiedevano un consenso più unanime per avere una ragionevole aspettativa di successo dei loro piani industriali. Purtroppo, sembrano pochi gli attori in grado di lavorare a una soluzione positiva, a partire dal governo, che porta la responsabilità molto grave di avere politicizzato una questione che si sarebbe dovuta lasciare alla dinamica delle parti sociali.
Tutti ricordano bene le polemiche governative contro la Fiat quando la vicenda di Termini Imerese sembrava impopolare; ora il governo ha deciso, al contrario, di mettere il cappello sulla vicenda di Pomigliano con toni fuori luogo su un presunto significato dell’accordo per le future relazioni industriali. Questo atteggiamento ha avuto la prevedibile conseguenza di impedire un intervento della Cgil nazionale per mediare le posizioni apodittiche del suo sindacato di categoria. In altre parole, il primo interesse del governo non è il successo della ristrutturazione industriale ma la marginalizzazione della Cgil che al momento è il suo principale oppositore sociale.
L’irresponsabilità dei comportamenti del governo, che finalmente sta corrispondendo a un’erosione dei suoi consensi nell’opinione pubblica, si è purtroppo confrontata con un’incredibile debolezza intellettuale non solo della Fiom, tipica interprete di una politica nostalgica, ma di una nutrita schiera di commentatori e politici – da Scalfari a Vendola – intrappolati nella vulgata della globalizzazione cattiva. Questa vulgata, speculare a quella di Sacconi, vede nell’accordo di Pomigliano caratteristiche esemplari che non può avere. Le condizioni patetiche della produttività di quell’impianto, il suo legame con la pessima politica industriale degli anni ’80, la condizione di marginalità di un territorio in gran parte perso all’economia legale e senza una presenza sufficiente dello Stato sono dati che rendono il caso di Pomigliano un caso eccezionale. Senza tener conto di queste condizioni, ogni ragionamento sugli effetti della globalizzazione o sui diritti del lavoro è monco e fuorviante.
Esiste una ricca letteratura che spiega come, nonostante il lavoro a buon mercato della Cina o della Polonia, le imprese abbiano ancora molte ragioni economiche per stabilirsi nei nostri paesi, e il caso in oggetto è sicuramente un buon esempio a meno di pensare che le scelte di Marchionne siano dettate da puro patriottismo. I sindacati conservano, dunque, qualche potere contrattuale che potrebbe essere usato con più accortezza e anche più decisione.
Allo stesso tempo, una vita lavorativa caratterizzata da diritti molto minori di quelli previsti dall’accordo di Pomigliano riguarda da almeno quindici anni la stragrande maggioranza dei nuovi occupati, in tutti i comparti, con l’assenso implicito di tutti i sindacati che non ritengono opportuno nemmeno rispondere alle sollecitazioni giunte a questo proposito da questo giornale.
Considerare dunque i fatti di questi giorni come uno spartiacque non serve né alla loro comprensione, e tantomeno alla costruzione di una ragionevole e possibile politica industriale, sindacale, o di sviluppo.

L’Unità 24.06.10

Fondazioni Liriche: Ventura, “Vi spiego la battaglia del PD”

Il vicepresidente vicario dei deputati PD e parlamentare fiorentino: a fianco della cultura, contro il decreto

“Dal pomeriggio di mercoledì, notti comprese, siamo stati in aula per la seduta fiume per il decreto sulle Fondazioni lirico-sinfoniche. Il PD ha combattuto e combatte contro il decreto, strumento improprio, che dà una ingiusta delega al governo, su fondazioni diritto privato, che statalizza le fondazioni, precarizza il lavoro e getta nell’incertezza la vita professionale dei lavoratori delle fondazioni e mette un’ipoteca sulla qualità delle produzioni. Per questo il nostro no”. Lo dice Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati del PD e parlamentare fiorentino.
“Avevamo di fronte due scenari – spiega Ventura:accettare l’ennesimo voto di fiducia senza alcuna possibilità di far decadere il decreto fare in modo che la Camera potesse esercitare il suo ruolo fino in fondo e cercare di ridurre il danno inferto alla cultura e ai suoi lavoratori dal decreto.
Il Partito Democratico ha espresso la contrarietà al decreto ed è riuscito a modificarlo in alcune sue parti:

Pur rimanendo tutte le riserve sul provvedimento, tanto da confermare il voto negativo sulla conversione del decreto-legge, tuttavia, grazie a un attento e proficuo lavoro emendativo, siamo riusciti ad introdurre delle modifiche che hanno ridotto il danno per la lirica italiana e per i lavoratori del settore.

Con l’emendamento 1. 36. si è inteso scongiurare che venisse travolto lo spirito della riforma del 1996, che ha trasformato gli enti lirici in Fondazioni di diritto privato, valorizzando il contributo congiunto delle risorse economiche pubbliche e private.

Con l’emendamento 1. 42. abbiamo sancito il principio della responsabilità dei massimi vertici gestionali delle fondazioni, sovrintendente e consiglio di amministrazione, circa il rispetto dei vincoli e dell’equilibrio di bilancio.

Con l’emendamento 1. 43. siamo riusciti ad eliminare una assurda e demagogica disposizione che avrebbe voluto imporre un tetto massimo ai cachet degli artisti ingaggiati dalle fondazioni. Una norma del genere avrebbe impedito di poter avvalersi dei più prestigiosi nomi della lirica e della musica internazionale nelle produzioni nazionali.

Con l’emendamento 3. 65. così come riformulato in Aula, abbiamo scongiurato che si affermasse il principio per cui si potesse decurtare del 25 per cento, a posteriori, il trattamento economico aggiuntivo, derivante dalla contrattazione integrativa aziendale (pari a una decurtazione netta del 12/15% dello stipendio) per i lavoratori della lirica. Un pericoloso precedente, che avrebbe potuto rappresentare il presupposto per ulteriori interventi legislativi volti a mettere in discussione i diritti acquisiti dei lavoratori. Gli stipendi in essere non si toccano e per il futuro si rinvia alla contrattazione nazionale e integrativa.

Infine, con l’emendamento 8. 9. abbiamo evitato che venisse cancellata la legge 800 del 1967, l’unica legge italiana in materia di musica, che al suo articolo 1 sancisce “Lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale”.

Il provvedimento è stato inoltre modificato in 2 punti, con emendamenti parzialmente accolti, e che riguardano i diritti dei lavoratori:

1) Art. 3 comma 1: slitta di 1 anno, dal 2011 al 2012, il divieto delle prestazioni di lavoro autonomo rese dal personale.

2) Art. 2 comma 1: viene cancellata la norma che prevedeva l’intervento del Ministero dei Beni Culturali nella scelta della rappresentanza datoriale al tavolo per il Contratto Collettivo nazionale”.

Voglio ricordare che il comma 5 e le altre misure che prevedono assunzioni di personale a tempo determinato o indeterminato hanno ricevuto parere negativo dalla Commissione Bilancio ai sensi dell’art. 81 comma 4 della Costituzione, sulla base della relazione della Ragioneria Generale dello Stato”.
Mi sono dilungato – conclude Ventura – perché volevo dare il senso della nostra battaglia a fianco della cultura, vera Cenerentola di questo esecutivo”.

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Lirica. Pd, abbiamo condotto una battaglia per la difesa dei lavoratori

“È stato approvato un importante emendamento del Pd, riformulato dalla commissione Cultura, che ha impedito la riduzione del 25% del trattamento economico in atto derivante dalla contrattazione aziendale dei lavoratori delle fondazioni lirico sinfoniche. Originariamente il governo aveva proposto una decurtazione del 50% di questi trattamenti, al fine di perseguire l’obiettivo della sostenibilità finanziaria delle fondazioni. Il Pd ha condotto una battaglia coerente tesa alla difesa e al miglioramento delle condizioni dei lavoratori. La nuova formulazione concordata con tutti i partiti di maggioranza e opposizione fa salvi i livelli retributivi acquisiti dalla contrattazione nazionale e aziendale e prevede, per eventuali trattamenti economici aggiuntivi, la loro erogazione solo in casi di pareggio di bilancio. Quest’ultima norma avrà effetto fra due anni. Si tratta di un risultato importante che corregge positivamente e concordemente la posizione iniziale del governo”.
Lo dicono Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro, e Emilia De Biasi deputata Pd in commissione Cultura.

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Fondazioni liriche: Soro (Pd), noi privilegiamo il merito, l’Idv la propaganda

“È inaccettabile l’accusa di malafede che ci rivolge Italia dei valori”. Lo ha affermato in Aula il deputato Democratico Antonello Soro durante la discussione sulle Fondazioni liriche.

“Ieri – spiega – c’erano due possibilità: convertire un decreto-legge che a noi non piaceva attraverso un voto di fiducia, o intervenire in un processo emendativo e ridurre il danno, per fare un decreto migliore di quello approvato del Senato. L’Idv ha scelto la strada di un’opposizione frontale finalizzata soltanto a favorire la decisione da parte del Governo di porre la fiducia. È evidente che questa strada noi non l’abbiamo condivisa e non la condividiamo. Alla base della scelta – aggiunge Soro – ci sono due idee di opposizione diverse, non sempre coincidenti. Il Pd non ha assecondato l’interpretazione secondo la quale l’Idv avrebbe sviluppato questa grande opposizione ostruzionistica per coprire altre questioni che la riguardavano ma, se per questo il partito di Di Pietro s’illudeva di dettare l’agenda del Pd spostando in là l’asticella, si è sbagliato di grosso