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"Anche Marchionne all’angolo senza patto tra lavoro e capitale", di Stefano Fassina

Un filo rosso lega l’offensiva del Governo sull’art. 41 della nostra Costituzione, la soluzione cercata dalla Fiat per Pomigliano e il carattere oggi dominante della politica economica europea. È il filo dipanato dalle destre europee, più o meno brutalmente a seconda delle varianti nazionali, della regressione della democrazia all’insegna del principio «più crescita, più lavoro, meno diritti». È un filo teso per segnare una frattura culturale e storica prima che politica: da una parte, l’economia sociale di mercato ed il welfare universalistico, cardini della cittadinanza democratica; dall’altra, l’assetto mercantilista a scala continentale perseguito dalle leadership e dall’opinione pubblica tedesche. Da una parte, il residuo inservibile della seconda metà del ‘900 europeo; dall’altra, l’amaro, ma necessario, calice della modernità dolorosa imposta ai lavoratori e alle lavoratrici dalla globalizzazione. Da una parte, «i conservatori», nostalgici di un improponibile patto tra capitale e lavoro quale condizione fondamentale della cittadinanza democratica; dall’altra, «i moderni», rassegnati o entusiasti a seconda delle classi sociali rappresentate.
Su Pomigliano, Luciano Gallino chiede un atto di saggezza a Marchionne, mentre per i lavoratori Eugenio Scalfari invoca l’intervento fiscale riparatore dei guasti redistributivi del mercato. Purtroppo, non sono soluzioni praticabili. Nel mercato globale, l’operaio di Pomigliano, oggi, deve scegliere tra lavoro e diritti. Super-Marchionne sceglie, invece, dove portare i capitali dei suoi azionisti, poco sensibili alla generosità, ma veloci a trovare condizioni del lavoro a loro sempre più favorevoli, uno shopping globale del lavoro. Altrettanto veloci sarebbero i percettori di redditi di medio-grande impresa o da capitale finanziario, cosicché il condivisibile intento redistributivo proposto dal fondatore di Repubblica peserebbe soltanto sui redditi da lavoro e sui capitali immobiliari e, oltre ad iniquità, genererebbe modeste risorse da redistribuire.
Allora non c’è soluzione? O lavoro o diritti? No, la soluzione c’è: ricostruire, a scala globale, le condizioni per il patto tra capitale e lavoro. È molto difficile. Ma le forze politiche e sindacali riformiste hanno uno straordinario asset economico da poter giocare: il motore dell’economia capitalistica non gira senza una decente distribuzione del reddito, senza condizioni dignitose di lavoro per le classi medie. È il punto che il senatore Obama, sulle orme culturali del New Deal di Roosevelt, ha posto al centro della sua campagna elettorale e della sua iniziativa da Presidente. È il punto affrontato dal Governo cinese nei suoi interventi a sostegno delle condizioni di reddito e diritti degli operai del Guangdong. È il punto che timidamente si affaccia nel dibattito delle forze riformiste europee sia politiche che sindacali.
Sul piano della battaglia delle idee, è il punto che i liberali pragmatici, come Keynes e Beveridge, hanno portato nell’agenda della politica a cavallo della II Guerra Mondiale. É il punto di attacco della «Caritas in veritate» all’individualismo metodologico. È il punto che oggi pongono autorevoli economisti, non solo neo-classici eccentrici o keynesiani come Stiglitz, Krugman, Fitoussi e Skidelsky, ma anche ortodossi: oltre al Financial Times, da ultimo, Raghuram Rajan, professore di finanza all’università di Chicago, ex-capo economista del Fondo Monetario Internazionale, in un saggio appena pubblicato (“Fault lines”) individua quale causa prima della crisi in corso e principale ostacolo all’exit strategy la regressione della distribuzione del reddito e delle condizioni del lavoro delle classi medie.
Insomma, per uscire dalla morsa di Pomigliano, per riformare e rilanciare il welfare della cittadinanza democratica, per ricostruire le condizioni del primato della politica sull’economia, è necessaria una rinascita intellettuale ed un’offensiva politica sovranazionale. Per i riformisti europei, vuol dire rilanciare l’Europa politica, federalista, per la crescita ed il lavoro.

L’Unità 24.06.10

"Sindaci, più di una protesta", di Davide Zoggia

È sbagliato pensare che la manifestazione degli amministratori locali davanti al senato sia stata una semplice protesta contro i tagli del governo. È stato qualcosa di più profondo e di più serio.
È una battaglia per la dignità di chi è chiamato ogni giorno a confrontarsi con i problemi reali delle persone, delle famiglie, delle imprese. Il sindaco non è solo un amministratore della cosa pubblica: per la stragrande maggioranza dei cittadini è un amico, un confessore, una persona a cui chiedere un consiglio. Un’autorità politica e morale che dà sicurezza e accompagna la vita quotidiana dei cittadini. La crisi economica ha messo ancora più in risalto questa funzione.
Le imprese, le famiglie sentono lo stato sempre più lontano, distante non solo dal punto di vista del sostegno materiale, ma soprattutto da quello dei “sentimenti”. Questo governo considera i territori, gli amministratori degli stessi, dei cortigiani.
Non si spiegherebbe altrimenti questa pervicacia nel considerare gli enti locali luogo di sprechi da colpire con una manovra che ha suscitato l’ira di tutti in maniera bipartisan, di destra e di sinistra, anche di quelli che non sono abituati a protestare nonostante il grande danno che si sta producendo.
Quello che più mi rammarica è l’imbroglio politico che questo governo ha messo in atto. Aveva promesso risorse ai territori, federalismo responsabile, autonomia impositiva agli enti locali: ma ci troviamo invece con un centralismo rafforzato.
La spesa pubblica non è stata nemmeno sfiorata e in momenti in cui si chiede agli italiani di stringere al massimo la cinghia si nomina un ministro senza funzioni, con un aggravio di spesa di circa un milione di euro per le tasche degli italiani. Ma in quale altro paese europeo succede questo? Abbiamo l’obbligo di lavorare duramente per modificare profondamente l’impostazione di questa manovra, ma abbiamo un obbligo ancor più grande: ridare dignità al sistema territoriale e a quello delle autonomie locali, secondo principi di modernità ed efficienza. Per ritornare a crescere.

Europa Quotidiano 24.06.10

Lirica. Pd, contrari a decreto che rende precario il lavoro

Rinunciando alla demagogia abbiamo introdotto modifiche importanti. “Il Pd vota contro il decreto sulle fondazioni lirico sinfoniche perché rende precario il lavoro e aumenta l’incertezza nella vita professionale dei lavoratori delle fondazioni compromettendo la qualità delle produzioni. Riteniamo che il decreto sia uno strumento improprio, che dà una delega al governo su fondazioni di diritto privato le quali, di fatto, vengono statalizzate”. Lo hanno detto Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura, ed Emilia De Biasi deputata Pd nella stessa commissione.
“Il Pd vota contro questo provvedimento con argomentazioni di merito e non di carattere demagogico – hanno proseguito le deputate democratiche -. Votare contro non significa lasciare i lavoratori a se stessi perché noi ci siamo occupati di loro. Da parte nostra, c’è stato un atteggiamento di responsabilità che ha permesso di ottenere risultati di non poco conto come la rinuncia del voto di fiducia, che non era per niente scontata; ciò ci ha permesso di introdurre importanti modifiche. Siamo riusciti ad ottenere l’eliminazione del ruolo del ministero nella fase di contrattazione; adesso saranno soltanto le parti sociali interessate ad essere coinvolte nel rinnovo dei contratti. Abbiamo ottenuto l’abolizione del taglio del 25% del contratto integrativo; tenendo conto che con stipendi tra i più bassi d’Europa, si tratta di una grande risultato insieme alla garanzia del rispetto dei diritti acquisiti. Slitta di un anno il divieto di prestazioni di lavoro autonomo per i dipendenti delle fondazioni. Abbiamo anche evitato l’abolizione della legge n. 800, unica legge in materia di musica, come era previsto originariamente dal decreto Bondi. Abbiamo affidato la responsabilità dei bilanci delle fondazioni ai consigli di amministrazione e ai sovrintendenti in modo da poter sapere chi è realmente responsabile di eventuali bilanci in rosso ed eliminato l’illogico tetto ai cachet, che avrebbe impedito l’ingaggio dei più prestigiosi artisti. Rimaniamo decisamente contrari alla delega che di fatto il governo assume su questo tema. Con il nostro lavoro abbiamo migliorato un decreto che era e rimane negativo. Lo abbiamo fatto rispettando il Parlamento e rinunciano alla propaganda e alla demagogia”.

"Appalti, allarme corruzione", di Vincenzo Mulè

Nella sua relazione annuale al Parlamento, il presidente dell’Authority lancia un monito: così si uccidono le realtà oneste. Gravissima accusa al “modello Bertolaso” e ai “grandi eventi”.
Una relazione che suona come una sonora bocciatura. Ad un sistema che fa dell’emergenza la normalità. E a un settore inquinato da eccessiva complessità normativa, scarsa trasparenza, inadeguata qualificazione degli enti pubblici che bandiscono le gare e disfunzioni dovute al ricorso all’arbitrato. Nel presentare al Parlamento il bilancio di un anno di attività, il presidente dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture Luigi Giampaolino ha evidenziato come l’attenzione dell’Authority sia stata «destata dall’insorgere, all’interno della pubblica amministrazione, di gravi episodi di corruzione ed illegalità che hanno riguardato proprio il settore di competenza, ancora una volta e con ciclicità preoccupante».

Una pubblica amministrazione malata, dove «il mancato rispetto delle regole e la presenza radicata e diffusa della corruzione è causa di una profonda e sleale alterazione delle condizioni concorrenziali che può contribuire ad annientare le imprese oneste, costringendole ad uscire dal mercato». Un capitolo a parte, nella relazione è dedicato al “modello Bertolaso”, ossia alla gestione da parte della protezione di lavori pubblici: dai grandi eventi (G8, mondiali di nuoto) al terremoto in Abruzzo. Nella relazione annuale L’Authority ha preso in esame anno per anno, dal 2001, l’andamento degli appalti gestiti «in regime di emergenza» con ordinanze di protezione civile. Ed ha rilevato una «tendenza all’incremento» raggiungendo nel 2009 il picco più alto per numero (49 ordinanze) e spesa globale (3,94 miliardi).

Picco che «si giustifica prevalentemente» con l’emergenza del terremoto in Abruzzo. Negli ultimi dieci anni, sottolinea il presidente dell’Authority, Luigi Giampaolino, «una fetta rilevante di spesa pubblica è stata impiegata per per investimenti relativi a contratti sottratti in tutto o in parte non solo all’osservanza delle procedure previste dal Codice dei contratti degli appalti ma, in alcuni casi di non poca rilevanza e specialmente nell’ambito dei “grandi eventi”, anche ad ogni attività di rilevazione e controllo da parte dell’Autorità di vigilanza».

Nella relazione, inoltre, «si rappresenta il timore che il sistematico ricorso a provvedimenti di natura emergenziale, celando l’assenza di adeguate strategie di intervento per la soluzione radicale del problema, si risolva in una sistematica ed allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti». Per tali ragioni, sottolinea ancora l’Authority, «si rappresenta, per il futuro, ed al ricorrere di casi analoghi che dovessero necessitare di ripetuti interventi, l’opportunità di predisporre, anche sulla base di una attenta programmazione che tenga in adeguato conto i segnali più allarmanti che provengono dal territorio, provvedimenti generali di natura strutturale piuttosto che emergenziale». Più in particolare, il terremoto in Abruzzo e la ricostruzione dell’Aquila, oltre il gravissimo incidente ferroviario alla stazione di Viareggio, sono stati oggetto di disposizioni urgenti alla base di ordinanze che tra il 2009 e il 2010 hanno previsto stanziamenti per 638.689.480 euro.

Una cifra ulteriormente lievitata in virtù di ulteriori fonti normative che hanno fatto crescere l’importo complessivo di tali stanziamenti per l’anno 2009 a 1.636.666.303 euro e per l’anno 2010 a 560.000.000 euro. L’importo relativo alle gare effettuate in Abruzzo ammonta, ad oggi, ad un totale di 1.149.969.043,29 euro, per interventi suddivisi, nell’ambito del Progetto Case, in Map (casette di legno), Musp (scuole) e Mep (chiese provvisorie). Complessivamente, sono state realizzate, 471 gare, molte delle quali mediante procedure negoziate, per estrazione a sorte o ad inviti. Soltanto 11 gare sono state effettuate con procedura aperta, ma l’importo totale di queste ammonta a 726.000.000 euro, pari al 63% dell’importo complessivo di tutte le gare espletate.

Accanto agli interventi di natura emergenziale, sottolinea l’Authority, una fetta rilevante della spesa relativa alle ordinanze urgenti riguarda quelle legate ai cosiddetti “grandi eventi”. Nozione, secondo l’Autorità «applicata a fattispecie assai disomogenee ed in ogni caso prive dei requisiti di contingibilità (intesa come imprevedibilità) ed urgenza». Ebbene, il governo italiano per due appuntamenti ampiamente prevedibili come la presidenza italiana del G8 e le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, nel periodo compreso tra l’anno 2007 e l’inizio del 2010, ha stanziato oltre un miliardo di euro per il primo e circa 240 milioni per il secondo.

Il finale della relazione è un monito per il futuro perchè, come rileva ancora l’Autorità, «il ricorso ad una nozione tanto generica di “grande evento” non sarà riproponibile per il futuro, alla luce di quanto chiarito dalla Corte dei Conti nella recente deliberazione n. 5/2010». Ossia, che i grandi eventi, per rientrare nella competenza della Protezione Civile, debbono appartenere al più ampio genere costituito dalle situazioni di grave pericolo.

da Terranews del 24.06.10

"Viaggio nella Palermo sommersa dall'immondizia", di Felice Cavallaro

Per loro fortuna i duemila turisti sbarcati ieri mattina da due palazzi galleggianti come la Fantastica e la Concordia per scoprire la città fra carrozzelle addobbate come carretti hanno seguito la direttrice che dal porto arriva a Piazza Politeama, lungo via Emerico Amari, cinquecento metri puntellati da cassonetti sporchi e scoperchiati, lerci e maleodoranti, ma svuotati nella notte. Così, forse, Palermo ha evitato di offrire ai croceristi per l’ennesima volta l’immagine e il disastro di una nuova Napoli. O, come ha sferzato con un titolo della scorsa settimana Le Monde, di «città pattumiera». Sporca, ma senza montagne di rifiuti. Anche se resta nelle foto ricordo il profilo tetro di contenitori simili a bocche spalancate di vecchi sdentati, i coperchi piegati o spezzati. Poteva andare peggio, direbbe con una delle sue battute Fiorello. Sarebbe bastata, infatti, una piccola deviazione sulla destra, prima della cupola del Teatro Politeama, per restare ancora più sconvolti davanti alla discarica a cielo aperto del Borgo Vecchio, un mercato nel cuore della vecchia Palermo dove si può comprare di tutto, anche la notte. A due passi da botteghe e bancarelle, da griglie con sgombri e «stigghiole» fumanti, ecco una catasta di materassi sfatti, armadi sfondati, sedie e tavoli squinternati, resti di frigo, radio e tutto ciò di cui ci si può liberare. Compreso un serbatoio di eternit, come succede nella piazzetta trasformata dai ragazzi in un campetto di calcio recintato, una gabbia, unico modo per delimitare lo spazio fra gioco e monnezza.

Palermo, le strade invase dai rifiuti

Inferno Bellolampo
È una delle immagini consegnate dal cuore di Palermo, dal «cuore di cactus», per usare il titolo di un libro di Antonio Calabrò che, come ogni scrittore nato da queste parti, ama e odia una terra dove sui rifiuti si scatena una guerra politica e rischia di esplodere una bomba ecologica chiamata Bellolampo. Nome di un brutto monte dove i gabbiani sembrano topi volanti. Una discarica al collasso che alimenta i liquami del cosiddetto percolato, un lago di melma che si infiltra insidiando la falda. Un girone dantesco, meta di autocompattatori rotti e insufficienti. Specchio di un’azienda colabrodo, l’Amia, un buco di oltre cento milioni di euro, proprio ieri mattina inseguita in tribunale da 2.400 creditori che chiedono 44 milioni per forniture mai saldate. Forniture in qualche caso ai raggi X di ben altre indagini. È il caso del lavaggio «esterno » al quale si appoggiava l’Amia, quello dei boss Lo Piccolo a San Lorenzo. Sotto processo un’intera gestione, il sindaco Diego Cammarata con dodici fra direttori e amministratori. Compreso l’ex presidente Enzo Galioto, ancora ben protetto dal suo seggio di senatore Pdl. Resteranno nella storia degli scandali i viaggi ad Abu Dhabi per trasferire negli Emirati un presunto know how della «differenziata » allora mai sperimentata in Sicilia. Un buco nell’acqua. E un buco nel bilancio di un Comune sull’orlo del dissesto. Bocciata la proposta del sindaco per l’aumento della tassa immondizia, la Tarsu, non si sa cosa fare perché la prima voce dei tagli è la Gesip con i suoi duemila dipendenti assunti per cooptazione.

Sindaco in vacanza
È questa la catena di guasti antichi e recenti che sta dietro un viaggio fatto ieri mattina spostandoci da borgate decentrate come Pagliarelli e Bonagia a Villa Sperlinga, il cuore residenziale di una Palermo do ve gli abitanti di via Libertà o piazza Leoni scoprono con soddisfazione i primi esperimenti di «differenziata». Anche se proprio a piazza Leoni, di fronte all’ingresso di Villa Airoldi, sede di un Golf Club fra giardini e vasche del Settecento, la titolare dell’edicola all’angolo, Giovanna Calabrese, indica esterrefatta una vasca dei nostri giorni colma di rifiuti, come fosse un cassonetto: «La differenziata è una gran cosa, ma se i signori della cosiddetta “Palermo bene” ristrutturano casa buttando tutto per strada vince l’inciviltà…». S’intrecciano così le colpe degli amministratori e le cattive abitudini di chi a Palermo vive. Anche se fra siti web e manifesti prevale il refrain sul sindaco, «Cammarata vattene». È lo slogan pennellato su un paio di teli stesi da cittadini semplici ai loro balconi, quartiere Matteotti, il più signorile, a due passi dalla elementare Garzilli. È un crescendo. E Cammarata, appena tornato dal Sudafrica dopo una gita «mondiale», respinge le critiche di chi ha pure presentato una mozione di sfiducia: «Che male c’è a prendersi tre giorni di vacanza?». Quesito che rimbalza in una città da dove parte una sua disperata lettera appello alla Prestigiacomo, a Bertolaso, a Gianni Letta perché ministero dell’Ambiente, Protezione civile e Palazzo Chigi lo ascoltino: «Chiedo da gennaio dell’anno scorso lo stato di crisi…».

Percolato d’oro
Lo ascoltano un po’ meno alla Regione, dove prevale il contropiede con Raffaele Lombardo, il governatore che ha detto no ai termovalorizzatori facendo saltare «un affare criminale», stando all’accusa lanciata anche dal suo assessore all’Energia Pier Camillo Russo. Un tecnico già andato in Procura per l’«emergenza percolato», convinto che qualcuno abbia interesse ad ampliare la misura del fenomeno: «Mi hanno chiesto di conteggiare 45 mila tonnellate di percolato smaltite in quattro mesi. Cioè 11.250 tonnellate al mese. Lavoro eseguito con autocisterne fornite di rimorchio. Trenta tonnellate ognuna a viaggio. Significa che ogni mese per 11.250 tonnellate occorrono 375 autocisterne che fanno la spola con Gioia Tauro ». I conti non tornano e Russo bacchetta: «Smaltire ogni tonnellata di percolato costa 80 euro. Così, per 45 mila tonnellate dovrei firmare un assegno da 3 milioni e 600 mila euro. Ecco perché il percolato non deve mai mancare. Non bisogna farlo finire mai…». È materia di indagine. E non è l’unico scontro, visto che adesso l’Amia litiga anche col prefetto Giancarlo Trevisone per la quinta vasca di Bellolampo collaudata senza loro tecnici. Una boccata d’ossigeno. Appena sei mesi per un nuovo possibile collasso che forse non può essere rovesciato solo sul sindaco. Ma echeggia nei suoi confronti il malessere. Nascono su Facebook gruppi come «Carta 9 gennaio» e Calabrò dialoga con uno degli allievi di Piersanti Mattarella, Antonio Piraino, un manager di Banca Nuova, sulla scia di altri scrittori, di Roberto Alajmo che denuncia incuria e degrado. In sintonia con chi raccoglie centinaia di foto sui rifiuti di Palermo e li piazza nella vetrina internet, «Il Valore delle Piccole Cose».

Cassonetti sudici
Sono foto come quella scattata ieri mattina alle 10.45 a piazza Pagliarelli, la borgata oltre la circonvallazione, dove Giuseppe Di Simone mostra schifato i cassonetti zeppi, i coperchi a pezzi: «L’autocompattatore passa, ma dentro restano luridi e nessuno li ha mai puliti». È quel che succede alle 11.10 in via del Bassotto, quartiere Bonagia. Divani, sedie, armadietti rotti circondano i cassonetti stracolmi, scrutati con disappunto da Giuseppe Santoro, pensionato: «Tutti si lamentano, ma nessuno si ribella». Venti minuti dopo ecco il replay su via Montegrappa, villaggio Santa Rosalia, vicino all’ospedale Civico. Cassonetti e discarica in area parcheggio. Un gatto spaventato dal fotografo mentre sfalda sacchetti e cerca cibo, indicato da Davide Giannini, titolare dell’autoscuola Jolly: «Adesso, anche il pomeriggio, il camion passa, ma puzza più dei cassonetti che restano sudici». Dalla periferia a piazza Unità d’Italia la rabbia è la stessa. E alle 12.30 sotto la pioggerellina una signora si tura il naso all’angolo con via Giusti. Come succede alle 12.50 a piazza Leoni davanti alla vasca-cassonetto. O alle 13.30 al mercato di via La Marmora, angolo via Sanpolo, fra panieri di insalate e pomodori stesi accanto alla spazzatura da un ambulante abusivo che non protesta: «Cade il mondo se per una notte non se la portano?». E passa veloce pure la signora che alle due del pomeriggio rischia di inciampare nell’armadio di ferro arrugginito da dieci giorni sul marciapiede di via Francesco Lo Jacono, a 50 metri dall’albero Falcone di via Notarbartolo, simbolo di un riscatto che anche la monnezza allontana.

Il Corriere della Sera 23.06.10

"L'Aquila ci parla di noi", di Guido Crainz

L´Aquila, con il disagio e la protesta dei suoi cittadini, ci parla in molti modi dell´Italia. Ci ripropone la sensazione che sempre avvertiamo dopo la catastrofe, materiale e culturale, di un terremoto: la sensazione cioè che ogni volta sia la nazione nel suo insieme a doversi rialzare, a dover ritrovare ragioni e speranze per il proprio futuro. Lo avvertivo nel 1976 friulano, nei luoghi in cui sono cresciuto, e lo avverto ora nell´ Abruzzo in cui insegno da molti anni. L´Aquila ci parla anche di un paese incapace di far tesoro delle esperienze del passato. E ci costringe a interrogarci sul nostro presente: è la storia d´Italia che ci viene incontro quando ricordiamo la valanga d´acqua del Vajont, il 1968 del Belice, il 1976 del Friuli, il 1980 della Campania o l´Abruzzo di oggi.
Si pensi al Vajont del 1963, che mostrava all´Italia del “miracolo economico” la tenace sopravvivenza di una povertà arcaica, di donne vestite di nero, di gerle che portavano in salvo i residui di una miseria antica. E si pensi all´inadeguato esito del processo ai responsabili, frutto di una giustizia ancora debole e incerta di fronte ai potenti. La prima fotografia scattata a L´Aquila che ricordo d´aver visto è della fine degli anni Sessanta, la pubblicarono tutti i giornali: ritraeva le donne del Vajont scese in Abruzzo per assistere a quel processo.
Vi è poi il 1968 del Belice, che è anche l´anno di Avola, nella stessa Sicilia: un´Italia in cui i braccianti potevano ancora morire sotto il piombo della polizia battendosi per diritti elementari. In quell´anno una giovane generazione iniziò a chiedere l´”impossibile”: si dimostrò impossibile anche dare risposte adeguate a quei diritti e a quei bisogni. E il Belice divenne il simbolo di un amarissimo, doloroso e umiliante fallimento nazionale.
Si pensi anche al 1976 del Friuli, molto evocato ma poco conosciuto nella sua articolata realtà. Ci racconta molte cose, quel Friuli. Ci parla in primo luogo del clima del tempo, di una “democrazia dal basso” che si sviluppò prepotentemente in un Paese segnato da una grande sensibilità civile e da una forte speranza di cambiamento, presto delusa. Ci parla del concreto operare di persone e di istituzioni, di legislatori nazionali e di amministratori locali, a contatto diretto – non senza conflitti, talora – con gli amministrati, con i paesi e le culture ferite dal trauma. E ci parla anche del prezioso ruolo svolto allora dalla Chiesa friulana, dai suoi sacerdoti e dal suo vescovo. Un momento irripetibile, forse, e quattro anni dopo l´Irpinia sembrò collocarsi in un´altra epoca. Illuminò di luce cruda i mutamenti in corso sia nel Paese che nel Palazzo. In un primo momento i ruoli sembrarono quasi rovesciarsi: poche ore dopo il sisma è Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, a irrompere dal video nelle case degli italiani e a denunciare i rischi di un “altro Belice”. A chiamare in causa responsabilità di singoli e di parti politiche. Quelle immagini televisive ci appaiono oggi la nobile e terribile testimonianza di un´impotenza. A nulla varrà quell´irrituale appello, che attirò al Presidente anche veementi critiche. In Irpinia fu molto peggio che nel Belice. La ricostruzione delle aree colpite – e di quelle non colpite, poiché l´area si dilatò a dismisura e lo sperpero si protrasse nel nulla – moltiplicò inefficienze, corruzione, sprechi, dilapidazioni di denaro pubblico. Alimentò o consolidò intrecci perversi fra poteri legali e illegali. E la grande solidarietà per l´Irpinia fu l´ultimo grande momento di mobilitazione nazionale per il Sud, prima dell´innescarsi di derive e umori che la Lega porterà agli estremi: nei primi anni Ottanta deliranti scritte antimeridionali inizieranno a comparire sui cavalcavia veneti o sui muri lombardi.
Che Paese ci ha mostrato, infine, il dramma di oggi, il dramma dell´Abruzzo? In primo luogo un Paese irresponsabilmente smemorato: il decisionismo di vertice e l´esautorazione della popolazione che sono state imposte a L´Aquila sono l´esatto contrario di quell´intreccio fra partecipazione e decentramento che fu la chiave vera della rinascita friulana (e contraddicono anche la positiva esperienza delle Marche e dell´Umbria, nel 1997). Hanno sottratto alla discussione e alla decisione della comunità colpita e dell´intero Paese non solo le misure della primissima fase ma anche quelle riguardanti il futuro della città, ancora circondato da un´incertezza e da un´opacità che alimentano la sfiducia, se non lo sconforto. Negli ultimi anni, inoltre, l´azione generale della Protezione civile ha assunto progressivamente al proprio interno il perverso meccanismo che è stato alla base del disastro campano: l´estensione delle regole dell´emergenza – con l´indebolimento di controlli e vincoli – ad eventi che non hanno alcun rapporto con essa (con le conseguenze rivelate dalle intercettazioni telefoniche, che il governo vuole appunto abolire). La berlusconiana “politica del fare”, presunto simbolo di innovazione, ha così riproposto in qualche modo i contorni più negativi della politica degli anni ottanta. Amplificati dalle promesse mirabolanti e dalle realtà virtuali fatte intravedere, favoriti anche da troppi “intervalli di silenzio” dell´informazione (di quella televisiva in modo particolare, con rarissime eccezioni).
Anche il Paese, infine, dovrebbe interrogarsi meglio su se stesso. Una nazione che non sente il bisogno di essere realmente e assiduamente vicina a una propria parte ferita rischia di smarrire, e forse sta già smarrendo, la propria ragion d´essere più profonda.

La Repubblic 24.06.10

"Una «service» tax per i comuni. Con la manovra Italia più povera", di Bianca Di Giovanni

«Oggi abbiamo smosso le acque». Dopo una giornata sulle barricate i sindaci incassano qualche apertura da parte del governo. Ma non abbassano la guardia sul «salasso» della manovra, che chiede agli enti locali circa 13 miliardi di tagli, , avverte Sergio Chiamparino. «C’è la disponibilità a discutere la revisione del patto di stabilità e delle sue modalità», rivela il presidente Anci dopo l’incontro con Giulio Tremonti. Per ora, tuttavia, siamo solo alle parole: dovranno seguire i fatti. Il ministro dal canto suo si è preparato alla giornata di fuoco preannunciando una nuova tassa sugli immobili da attribuire ai Comuni nell’ambito del federalismo. Nel governo non si parla di nuova Ici , ma di «service tax», cioè sui servizi legati agli immobili e sul territorio. Ma i sospetti di un ritorno indietro sono forti. Così in serata Tremonti ha fatto sapere che l’ipotesi service tax non si estende alla prima casa. Buona notizia per i cittadini: ma per le casse comunali sarebbe un altro colpo, proprio in vista del federalismo. Su cui il ministro si è impegnato a presentare una relazione in consiglio dei ministri martedì prossimo.

PARTITA APERTA La partita con Comuni,Province e Regioni è ancora tutta da giocare: le diplomazie sono al lavoro per modificare i termini troppo stringenti di una manovra che «mette la pistola nelle mani degli amministratori locali», come va ripetendo Vasco Errani. Ma l’esito è ancora incerto. La Lega insiste perché gli sconti vengano fatti solo ai virtuosi: per il Sud sarebbe una stangata ulteriore. Roberto Formigoni, capofila in un primo momento della protesta, spera che qualcosa cambi. Ma ieri sera, al termine dell’ennesimo incontro dei governatori con esponenti dell’esecutivo, il risultato è stato definito «molto negativo » da Errani. Il ministro del Tesoro ha ripetuto che «la manovra è necessaria, senza c’è il collasso». Poi l’affondo dell’ironia. «È arrivato il momento di applicare la logica evangelica – ha detto – chi più ha, può dare di più». Aggiungendo che altri tagli sul governo centrale sono impossibili.

IMPOVERIMENTO La quadratura del cerchio è lontana. Per questo in senato l’esame va a rilento: le proposte di governo e relatore si fanno attendere. Antonio Azzollini (pdl) ha lanciato comunque un messaggio chiaro: se ci sarà la fiducia, dovrà essere posta sul testo esaminato dalla commissione. Se già si parla di blindatura, vuol dire che gli spazi restano molto stretti. Per ora arrivano i numeri del Tesoro sugli effetti della manovra: cifre devastanti. Il decreto frena la crescita per mezzo punto in tre anni: circa nove miliardi in meno di ricchezza per colpa della ricetta Tremonti.

E sono i suoi uffici ad ammetterlo. Tuttavia, fonti tecniche spiegano che il Tesoro prevede un effetto compensativo dell’impatto recessivo della manovra grazie al miglior andamento dell’ economia. Sarà: non si vede con quali misure l’impatto possa essere limitato. Si stima un impatto negativo anche sull’occupazione e sul tasso di disoccupazione nel periodo 2011-13, rispettivamente per lo 0,5% e per lo 0,9%. Effetti negativi anche su consumi e investimenti. Sui consumi privati il segno meno inizia già da quest’anno, mentre per gli investimenti nel 2010 l’effetto resta nullo. mezzo punto in meno anche sui salari l’anno prossimo, e nel biennio successivo andrà anche peggio (-0,6%). Insomma, l’impoverimento è garantito per tutto il Paese.

L’Unità 24.06.10

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“Manovra, è rottura tra Tremonti e le Regioni”, di Roberto Petrini

È scontro sulla manovra economica tra Regioni e ministro dell´Economia. Tremonti ha difeso i tagli: «La manovra è necessaria, senza c´è il collasso». Un secco «no» alla manovra arriva dal presidente delle Regioni, Vasco Errani: «L´incontro con il governo è stato molto negativo». Confermato l´arrivo della nuova Imu, imposta destinata a dare ai comuni 25 miliardi di euro.
Impatto recessivo: il ministro dell´Economia Giulio Tremonti è stato costretto ad ammettere che le stime del Pil continuano a peggiorare. Quest´anno, invece dell´1 per cento previsto dalla Relazione unificata (Ruef) di poco più di un mese fa, il Pil crescerà dello 0,9 per cento (meno della media europea, all´1 per cento e ancor meno della stima contenuta nel Programma di stabilità del gennaio scorso pari all´1,1 per cento). Colpa della manovra da 24,9 miliardi che in tre anni «piallerà» la crescita di mezzo punto percentuale. Le cifre sono arrivate in Commissione Bilancio del Senato dove il governo ha presentato un aggiornamento del documento contabile di maggio. Le nuove cifre complicato la situazione dei conti pubblici tant´è che il Pd calcola che in settembre sarà necessaria una nuova manovra di 6-7 miliardi.
Un quadro fosco che cala sulla settimana di proteste e sulla difficile trattativa che il ministero dell´Economia sta portando avanti con esiti alternati. «La manovra è necessaria, l´alternativa è il collasso», si è difeso il ministro dell´Economia che ieri ha incassato un disgelo sul fronte dei Comuni, ma ha visto surriscaldarsi lo scontro con le Regioni.
«Un incontro molto negativo», ha sentenziato il presidente della Conferenza delle regioni Vasco Errani dopo il vertice con il ministro. Per tutta risposta Tremonti ha convocato una conferenza stampa, ha spiegato che «non ci sono alternative» ai tagli alle Regioni, che la spesa delle amministrazioni centrali non è ulteriormente comprimibile e ha sparigliato prendendosela con le Regioni a statuto speciale: «E´ arrivato il momento di mettere in atto la logica evangelica per cui chi ha di più metta di più, ci sono regioni come il Trentino che hanno moltissimo». Pochi secondi e, come un siluro, è arrivata la dichiarazione del presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai: «Abbiamo già dato, Tremonti è un provocatore».
Un po´ meglio è andata la partita con i Comuni che hanno ottenuto uno spostamento di parte dei tagli dal 2011 al 2012, lasciando invariati i saldi finali. Ma il «grimaldello» del clima più disteso è stata la nuova imposta municipale unica, Imu o service tax, che dovrebbe applicare la legge sul federalismo fiscale e garantire un gettito di 25 miliardi accorpando l´Ici sulla seconda casa e sugli immobili commerciali, l´imposta di registro sulle compravendite, l´imposta ipotecaria e, quando ci sarà, anche la cedolare secca sugli affitti. I Comuni potranno decidere aliquote e detrazioni. «Andiamo nella direzione giusta», ha detto il presidente dell´Anci Sergio Chiamparino, che ieri ha guidato la protesta dei sindaci di fronte al Senato. Tuttavia i Comuni avvertono che dovrà essere ritirata la norma della manovra che accentra il catasto e il passaggio dei registri immobiliari ai Municipi dovrà essere accelerato ed effettivo per consentire la gestione delle nuove tasse. Tremonti ha assicurato che la nuova tassa, che sostituirà l´Ici, non peserà sulla prima casa (cioè non ci saranno modifiche rispetto alla situazione attuale) e ha annunciato che martedì prossimo ci sarà un consiglio dei ministri straordinario dedicato al federalismo fiscale. Poi ha trovato il modo di replicare al Pd che chiede di redistribuire il peso della manovra sui redditi più alti e sui patrimoni: «La tassa sui ricchi non è una soluzione, se alziamo le tasse facciamo una cosa storta», ha detto il ministro dell´Economia.
Nel frattempo il decretone viaggia in seduta notturna: in serata ancora non era stato approvato nessun emendamento. Il relatore Antonio Azzollini (Pdl) ha annunciato un emendamento per rivedere la norma che restringe i criteri per ottenere la pensione di invalidità.

La Repubblica 24.06.10

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“Scontro tra Tremonti e i governatori sui tagli. Ai comuni tassa unica sulla casa”, di Eugenio Bruno

Quattro “mattoni” da 25 miliardi di euro totali. I comuni se li divideranno dal 2012, quando entrerà in vigore la nuova tassa sugli immobili. Che la si chiami “service tax” o “imposta municipale unica” la sostanza non muta: i sindaci si vedranno recapitare il gettito dell’Ici (dalla seconda casa in poi), dell’Irpef immobiliare, e delle imposte ipo-catastale e di registro. Il tributo con uno dei decreti attuativi del federalismo sull’autonomia fiscale dei comuni attesi a inizio luglio.

I suoi capisaldi sono stati illustrati ieri dai ministri dell’Economia e della Semplificazione, Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, a una delegazione di primi cittadini capitanata dal presidente dell’Anci Sergio Chiamparino. Senza però mostrare loro alcun testo. Proprio il responsabile di via XX settembre ha precisato che la tassazione «non si applicherà alla prima casa», come previsto dalla legge delega sul federalismo.

I municipi dovrebbero vedersi fiscalizzare 15 miliardi in più rispetto ai circa 10 che oggi incassano con l’Ici, rinunciando al contempo a un’identica quota di trasferimenti erariali. A tanto ammonta, infatti, il gettito 2008 degli altri tributi accorpati nella “service tax”. Se però l’Irpef, come sembra, arrivasse sotto forma di cedolare secca il gettito potenziale potrebbe ridursi di 3-4 miliardi. Inoltre, il tributo dovrebbe colpire i possessori di un qualsiasi immobile situato nel territorio comunale e diverso dalla prima casa; dovrebbe essere formato da un’aliquota sul possesso del bene – la cui base imponibile sarà data dal suo valore catastale – e una aggiuntiva da versare in caso di trasferimento del bene.

Oltre a semplificare la giungla tributaria comunale formata da 17 voci tra tributi e addizionali, la “service tax” dovrebbe aumentare la potestà impositiva dei comuni che potranno manovrare le aliquote ed eventualmente accorpare altri tributi (tipo Tarsu o Tari). Analogo sfoltimento interesserà le province con un tributo collegato al trasporto su gomma, che andrà ad aggiungersi a Ipt e Rca ma non sarà il bollo auto. Positivo il commento di Chiamparino che, al Sole 24 Ore, ha confessato: «La tassa unica è molto importante perché ci darebbe maggiore autonomia ma a quell’appuntamento vogliamo arrivarci vivi». Con un chiaro riferimento alla trattativa in corso con il governo su manovra e patto di stabilità: il motivo che ha portato ieri mattina in piazza Navona qualche centinaio di primi cittadini con fascia tricolore listata a lutto e cartelli appesi al collo a mo’ di cappio e oltre 30 presidenti di provincia.

La protesta, organizzata da Anci, Upi, Legautonomie, Uncem e Cgil, è durata un paio d’ore. Nel corso delle quali amministratori piccoli e grandi si sono alternati sul palchetto allestito per l’occasione a 50 metri dal Senato e hanno detto la loro contro la manovra quasi alla maniera di Hyde Park. Con toni e accenti diversi a seconda della provenienza geografica e politica. I più inviperiti sono parsi quelli di centrosinistra mentre i leghisti si sono concentrati sui 300 milioni trovati per Roma capitale (che il sindaco Alemanno vorrebbe diventassero 350) a fronte dei sacrifici imposti a tutti gli altri.

Per Chiamparino «qualcosa si è mosso». D’accordo il presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione: «Abbiamo chiesto di introdurre criteri meritocratici come il tasso di indebitamento o il rapporto tra i costi del personale e la spesa corrente». In risposta il governo ha dato la disponibilità a rivedere la ripartizione dei tagli all’interno dei singoli comparti. Sulla falsariga di quanto annunciato per le regioni si distinguerebbe tra virtuosi e non, affidando la scelta a un decreto concordato con le autonomie locali. Fermi restando i saldi: i 14,8 miliardi chiesti alle autonomie dovrebbero rimanere tali; al massimo (anche se su questo l’esecutivo non ha ancora risposto) una parte dei sacrifici potrebbe essere spostata dal 2011 al 2012 quando dovrebbero farsi sentire i benefici dell’autonomia tributaria promessa dal federalismo. A settembre, infine, potrebbe ripartire il tavolo sul patto di stabilità per sbloccare i residui passivi destinati agli investimenti e tuttora congelati.

Il Sole 24 Ore 24.06.10