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"Esercizio di responsabilità", di Ezio Mauro

All’improvviso, tutto il Paese ha guardato al referendum di una fabbrica del Sud come a un moderno giudizio di Dio. Dunque gli “invisibili” esistono, contano e pesano, quando prendono la parola, sia pure in condizioni estreme: e l’operaio e l’officina tornano a sorpresa ad essere un soggetto e un luogo politico, in questa Italia 2010, che pure credeva di aver cambiato per sempre il palinsesto. Avevamo dimenticato i produttori, soverchiati dai consumatori, come attori sociali e culturali. Avevamo inseguito le meteore dell’immateriale, avevamo nascosto addirittura il vecchio concetto di lavoro dietro le nuove rappresentazioni dei saperi, delle competenze, della professionalità. E invece quando l’impresa vuol fare i conti con la globalizzazione, deve farli anche con il lavoro, e addirittura con i lavoratori. Quel giudizio di Dio è stato al contrario un esercizio di responsabilità. Ha vinto il “sì”, e nettamente, perché davanti alla possibilità di un investimento industriale che risale al contrario il percorso tipico della società globale (cercare lo sviluppo fuori dai confini del vecchio Stato-nazione, per scaricare invece i problemi che ne nascono sulla rete statale e nazionale) l’istinto di sopravvivenza ha portato la maggioranza dei lavoratori ad approvare il piano Fiat, com’era inevitabile.

Ma la forte percentuale di “no” significa che lo scambio tra lavoro e diritti inquieta e non convince le persone coinvolte, che chiedono di tenere il dossier spalancato, per continuare a discutere e negoziare. C´è un problema aperto a Pomigliano, il giorno dopo.
Ora la Fiat fa capire che il risultato la delude, anche perché non la copre politicamente dal rischio di una valanga di ricorsi sui diritti che l´accordo mette in gioco. Il piano “A”, cioè lo spostamento a Pomigliano della nuova Panda dallo stabilimento polacco di Tychy, garantendo con le nuove regole dell´accordo separato un investimento da 700 milioni di euro, per l´azienda è in forse. Si pensa al cosiddetto piano “C”, che prevede di chiudere Pomigliano e riaprirlo, con una newco, cioè una nuova società che riassuma tutti i lavoratori con il contratto firmato nell´intesa separata.
Diciamo subito che dopo aver caricato di tante attese e di significati epocali questo referendum, le parti dovrebbero sentirsi tutte vincolate al quadro d´intesa che è stato sottoposto al voto. Il risultato obbliga tutti. “Lavoreremo con i sindacati che si sono assunti la responsabilità dell´accordo”, dice la Fiat per individuare e attuare insieme “le condizioni di governabilità necessarie per realizzare i progetti futuri”. Questo significa escludere la Fiom, che ha detto no e non ha firmato l´intesa, da ogni negoziato e da ogni verifica per l´attuazione dell´accordo? È praticamente impossibile, se si pensa che un lavoratore su tre ha condiviso quella posizione. La gestione del nuovo patto diventerebbe impraticabile nella quotidianità e nella materialità della fabbrica.
L´unica strada ragionevole, a questo punto, è l´apertura di un confronto che abbia alla base il risultato non equivoco del referendum, e cioè l´accettazione di un piano che è passato al vaglio del voto. Tenendo conto che ci sono modifiche possibili, capaci di salvare le ragioni imprenditoriali di produttività, di efficienza e di garanzia dell´investimento e di includere nell´intesa quel terzo di lavoratori che ha seguito la Fiom nel suo “no”.
La Fiat fino ad oggi ha messo in campo ragioni di competitività, di compatibilità, di opportunità offerte altrove dal mercato globale. Deve valutare se intende restare su quel terreno che ha contraddistinto l´era di Marchionne, oppure se vuole fare politica, usando Pomigliano come test di una redifinizione non tanto dei rapporti tra produzione e capitale, ma tra lavoratori e impresa, attraverso il ruolo e lo spazio del sindacato. Chi ha parlato con i vertici del Lingotto in questi giorni, ha avvertito una presa di distanza dagli opposti ideologismi in campo, nel governo e nella Fiom. Si tratta adesso di considerare il risultato del referendum, i suoi “sì” e i suoi “no” anche alla luce della ridotta quota di libertà che avevano i lavoratori davanti a un´urna che poteva decretare la cancellazione della loro fabbrica e del loro futuro. Da qui può nascere una tutela delle necessità dell´azienda, coniugata con uno sforzo di responsabilità. E´ vero che Marchionne vive nel Dopo Cristo, e questo gli ha consentito di ribaltare una società fallita, ma è anche vero che lui e i suoi uomini non possono ignorare che l´Italia non è per la Fiat un Paese qualsiasi, anche considerando quanto lo Stato ha fatto per Torino.
Nello stesso tempo, un esercizio di responsabilità è necessario anche per la Fiom. Nel “sì” come nel “no” operaio c´è la coscienza del limite a cui è arrivato il confronto di Pomigliano, e il referendum può essere l´occasione di un percorso sindacale di emancipazione partendo proprio dalla compressione dei diritti, che i lavoratori hanno toccato con mano. Ma la forza contrattuale nasce dalla dignità del lavoro e dalla responsabilità che ne consegue: anche per il sindacato. Com´è possibile che la Fiom abbia coperto abusi e distorsioni nel processo produttivo fino a quando Marchionne non li ha usati come denuncia nel confronto di questi giorni?
Sono in campo dopo Pomigliano questioni gigantesche che possono dare al sindacato uno spazio nuovo, e persino formare una nuova coscienza operaia, come si diceva una volta. Perché i vasi comunicanti della globalizzazione che spingono le produzioni verso i mercati emergenti per un dumping favorevole di diritti e di salari, potrebbero funzionare anche in una diversa direzione, estendendo a quei Paesi più poveri la democrazia dei diritti che l´Occidente ha conquistato in più di un secolo, e che fino a ieri considerava acquisiti, parte della sua civiltà materiale e morale, forma stessa del suo modo d´essere. Non pensarlo, non testimoniarlo, significa semplicemente non avere fede nella democrazia, considerarla un concetto relativo, che vale solo alla latitudine occidentale, e non ha valore universale.
Tutto questo dovrebbe valere soprattutto per la politica. Ma quale politica? Pomigliano ha dimostrato clamorosamente che i lavoratori hanno scarsa o nulla rappresentanza, in un´Italia in cui il Presidente del Consiglio corre ad arringare la Federalberghi, si fa applaudire dagli artigiani, abbraccia la Confcommercio. Purtroppo, in questa vicenda il governo ha giocato il ruolo peggiore, gregario e velleitario insieme, all´insegna della pura ideologia: che resiste soltanto in Italia, tra i Paesi europei, e che certo non è uno strumento di risoluzione dei conflitti. I ministri interessati, si sono gettati sull´osso di Pomigliano per un puro ideologismo, cercando riparo nella forza della Fiat per usarla là dove vorrebbero arrivare ma non possono, da soli, e cioè al regolamento finale dei conti con la Fiom e poi con la Cgil. Spaventa vedere un pezzo di governo impegnato nel cuore di una vertenza di portata nazionale esclusivamente per regolare i conti del Novecento, che non è capace di chiudere per via politica, vista la sua mancanza di disegno, di autonomia, di autorità.
E´ questo intervento autoritario e parassitario che ha dato un segno di “classe” all´affare Pomigliano, stupefacente negli anni Duemila. Quei ministri che urlavano al nuovo ordine quando credevano di avere una valanga di voti (altrui) in tasca, ieri mattina erano preoccupati di rimanere con il cerino in mano, se la Fiat si ritirava, e battevano in ritirata, come qualche leader sindacale. Nel piano Fiat di Pomigliano avevano visto e celebrato soprattutto l´attacco al diritto di sciopero, costituzionalmente garantito, per usarlo come testa d´ariete contro la Costituzione, di cui già volevano cambiare l´articolo 41 per cancellare quei “fini sociali” verso i quali va indirizzata l´attività economica secondo la Carta: ignorando che si tratta delle finalità che riguardano il funzionamento del mercato in condizioni corrette di concorrenza, in un sistema di economia di mercato aperto.
Questa ideologia di classe – che tiene insieme l´idea di una democrazia senza libertà d´informazione e l´idea di una Costituzione senza lavoro – non capisce che senza sicurezza materiale non c´è libertà politica, e questo è il senso dell´articolo 1 della Cosituzione, che eleva il lavoro a fondamento della Repubblica. Non solo. Se si scambiano diritti contro lavoro, salta la distinzione stessa tra politica ed economia, cioè viene meno la sovranità democratica e istituzionale della politica, cui tocca fissare la cornice giuridica e sociale che rende legittima l´azione economica e la sua crescita. Salta il tavolo di compensazione dei conflitti, che tiene insieme i vincenti e i perdenti della globalizzazione: fino ad oggi. Salta, infine, il nesso della modernità occidentale così come la conosciamo, il nesso tra capitalismo, Stato sociale, opinione pubblica e democrazia. Il governo ci pensi, provi a salvarsi, e faccia la parte che gli spetta per dare un esito al referendum di Pomigliano.

La Repubblica 24.06.10

Il partito della Costituzione

Bersani alla Stampa estera: lo scopo del Pd è quello di “essere il Partito del Secolo dei Progressisti Italiani. Io voglio che il mio partito sia il partito della Costituzione. Il Pd, un partito giovane che non rinnega le proprie radici ma le amalgama”. “In Italia c’è bisogno del ruolo di controinformazione svolto dalla stampa estera”. Lo ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante un incontro a porte chiuse con i giornalisti della Stampa estera.

Rispondendo alle domande fatte dai cronisti, il leader democratico ha voluto ribadire la posizione del Pd sulla sbagliata manovra finanziaria che non ridistribuisce equamente i carichi, sulle difficoltà che vivono le tute blu a Pomigliano d’Arco e sui continui sbagli del governo che si nasconde sotto l’ombrello dell’Europa sebbene sia “isolato dalle decisioni dei partner” dell’Unione.

Nonostante i vari sondaggi che ogni volta il premier va snocciolando, più per rassicurare sé stesso, “il governo Berlusconi è in calo di consensi, anzi è iniziata la parabola discendente, come dimostrano le recenti amministrative in Sardegna, dove il partito di Berlsuconi ha perso 13 punti”.

Per Bersani i prossimi “tre anni sono troppo lunghi per questo equilibrio di maggioranza e di Governo. Quando arrivano i nodi economici, con questo populismo, con un uomo solo al governo, non si risolvono i problemi”.

“Le forze di maggioranza hanno dei problemi”, ha insistito Bersani, come dimostrano ”i diversivi” di Bossi sulla nazionale di calcio. Tuttavia, ha aggiunto, “è vero che non capitalizziamo ancora le difficoltà del centrodestra e che spesso queste si trasformano in disimpegno e indignazione, ma
dobbiamo trasformare ciò in energie positive”.

Lo scopo del Pd è quello di “essere il Partito del Secolo dei Progressisti Italiani. Io voglio che il mio partito sia il partito della Costituzione. Il Pd, un partito giovane che non rinnega le proprie radici ma le “amalgama”

“Non c’è un far da soli – ha detto ancora Bersani – ma un’ambizione a crescere, rivolgendosi a tutte le forze politiche di opposizione sia in Parlamento, sia fuori”.

Alla fine dell’incontro uno dei Consiglieri ha fatto notare che la stampa estera, negli ultimi tempi, a causa della informazione che dà, sta subendo un “attacco” da diversi organi di informazione italiani, alcuni piu’ legati al governo, come Il Giornale e Libero, e altri indipendenti, come Il Riformista.

Il segretario del Pd ha promesso il suo appoggio ma ha anche sdrammatizzato l’entità di questi attacchi. “Comunque – ha aggiunto – il Italia c’è bisogno del ruolo svolto dalla stampa estera, e speriamo che in futuro non ce ne sia bisogno ancora di più”.

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Manovra. PD: troppi insegnanti? Lo vadano a raccontare alle famiglie…

Dichiarazione congiunta di Francesca Puglisi, responsabile Scuola Pd, e dell’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo PD in VII Commissione Camera dei Deputati.
La scuola non si migliora riducendo il numero dei docenti e aumentando quello degli studenti per classe, così come propone il sottosegretario all’Economia Casero, il quale, per giustificare il fatto di non aver raggiunto la parità di bilancio, torna a raccontarci la stessa storiella di due anni fa del numero troppo alto di insegnanti. Non ci avevamo creduto allora, e non ci
crediamo adesso.
Cominci, Casero, a spiegare come stanno davvero le cose. In Italia il rapporto è più alto anche per il numero di docenti di sostegno, indispensabili a seguire quei bambini e ragazzi diversamente abili, che forse il sottosegretario Casero considera di serie B, visto che non fa cenno a questo fondamentale aspetto e finge di non sapere che in altri paesi europei il personale che segue tali alunni non è conteggiato nel numero degli insegnanti. Aggiungiamo che nel resto d’Europa non esistono neanche gli insegnanti di religione cattolica, che in Italia sono inclusi nel conto quando si vuol parlare di un numero troppo alto di docenti.
A settembre, quando le famiglie si troveranno senza tempo pieno o con classi sovraffollate, Casero potrà raccontare loro di nuovo la favoletta del numero troppo alto di insegnanti. Ma chi gli crederà?

"Perché dovete chiamarmi compagno", di Mario Rigoni Stern

Cari Compagni, sì, Compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.

Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere. Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra di aver risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione.

All’erta Compagni! Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza. Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite. Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini. Così nei diritti fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Vi giunga il mio saluto, Compagni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e Resistenza sempre. Vostro Mario Rigoni Stern
Mira (Venezia) 20 gennaio 2007

Un amico di eddyburg e della sua Scuola ci invia un inedito del grande scrittore e partigiano, istruttivo in questi giorni per i giovani

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"SuperGiulio o solo Zelig?", di Franco Monaco

Con piacere ho riscontrato, in qualche confronto televisivo recente, un Bersani tosto, che le cantava chiare a Tremonti, non facendosi intimidire dal suo saccente pierinismo. Mi è sembrata pertinente ed efficace la tesi più volte ribadita dal segretario Pd.
E cioè siamo pronti a discutere di tutto, ma a una condizione: che finalmente si pronuncino parole di verità e soprattutto (traduco e chiedo scusa) che la si finisca di prenderci per i fondelli. Mi chiedo spesso perché mai, a sinistra, politici di primo piano diano credito a Tremonti. Forse – mi rispondo – perché, dentro un governo che di sicuro non brilla per competenze e per cultura, egli rappresenta la rara eccezione di persona che ha fatto qualche buona lettura e che non si risparmia nell’esibirla con sussiego. Dunque, possiamo tradurre così, la cosa si spiega con il proverbiale elitarismo della sinistra e, rispettivamente, con il deficit culturale di una destra nella quale Tremonti farebbe eccezione.
Tuttavia, come qualcuno ha osservato di recente, il ministro dell’economia va misurato sul piano dell’azione e non delle teorie o dell’ostentata erudizione, sulla politica economica e non sulla filosofia della storia. Ed è su tale più appropriato terreno che si impone un giudizio decisamente severo. In primo luogo sul bilancio della sua azione. Come per Berlusconi, anche per Tremonti, vale il principio secondo il quale è tempo di chiedere conto di lunghi anni nei quali egli è stato il dominus della politica economica. Quale il consuntivo: su crescita, liberalizzazioni, debito, deficit, mezzogiorno, lotta all’evasione, equità sociale? Quali le riforme legate al suo nome? Un bilancio reso difficile soprattutto dal suo funambolismo: egli davvero ha recitato tutte le parti in commedia. Dapprima ostile all’euro e ai vincoli comunitari e ora arcigno guardiano di essi; campione della finanza creativa e delle cartolarizzazioni e poi cantore dell’economia produttiva; rigorista oggi ma autore ieri di una sequela di condoni e di scudi fiscali che premiano e incoraggiano i grandi evasori; prima liberale, poi colbertista censore del mercatismo e infine di nuovo convertito a una costituzione economica di stampo radicalmente liberista al punto da proporre la riscrittura dell’articolo 41 ove la libertà economica è coniugata con l’utilità sociale. Palesemente un diversivo a giustificazione delle liberalizzazioni mancate o addirittura revocate.
Non più tardi del novembre scorso, all’università Cattolica che imprudentemente gli aveva affidato la prolusione dell’anno accademico su un tema di scienza economica (Tremonti non è un economista e non ci sono precedenti di una prolusione affidata dalla Cattolica a un ministro in carica) accreditandolo come teorico dell’economia sociale di mercato, egli tesseva l’elogio della dottrina sociale della Chiesa e, segnatamente, dell’enciclica sociale Caritas in veritate. Segnalo che, indiscutibilmente, uno degli articoli della Costituzione della repubblica più conformi alla dottrina sociale cristiana, è appunto quello che oggi Tremonti e Berlusconi vorrebbero riscrivere. Se è vero che, per l’etica sociale cristiana, l’economia va concepita come attività etica da inscrivere nel quadro del bene comune e il diritto naturale alla proprietà privata è a sua volta da armonizzare con la destinazione universale dei beni. In questa nuova recita tremontiana si inscrive la sua bizzarra uscita recente in sede Cisl sulla dura vertenza Fiat di Pomigliano ove l’accordo è stato da lui rappresentato come modello per chi si ispira all’economia sociale di mercato. Che c’entra? Anche io penso che sia ragionevole e responsabile che i sindacati diano l’assenso alle pur pesanti e ultimative condizioni poste da Marchionne. Ma è questione pratica, un compromesso obbligato. Il cuore dell’economia sociale di mercato non è la rinuncia unilaterale al conflitto ma appunto la finalizzazione etico-sociale della stessa iniziativa economica. Proprio ciò che si vorrebbe cambiare in Costituzione. Di questa babele, alimentata dal fumo ideologico e propagandistico di Tremonti, è sintomatica la circostanza che quella sua uscita sull’articolo 41 non abbia suscitato reazioni in sede Cisl, un sindacato che affonda le sue radici in quel pensiero sociale cristiano di cui quell’articolo è impregnato.
Ancora: Tremonti sferza gli economisti perché, a differenza di lui, non avrebbero previsto la crisi internazionale ma per lungo tempo ha fatto da spalla al querulo ottimismo del premier, dissipando risorse (Alitalia, Ici) che sarebbero venute utili oggi dentro una crisi che si è fatta drammatica.
La disinvoltura, la spregiudicatezza dell’uomo, vero e proprio zelig della politica italiana, si rinviene anche sul piano più strettamente politico. Solo per memoria: in origine uomo di area socialista è ora tra gli esponenti di punta della destra italiana; candidatosi per la prima volta nel 1994 nelle liste centriste di Segni e Martinazzoli il giorno dopo le elezioni passò con Berlusconi assumendo direttamente la responsabilità di ministro; sta formalmente nel PDL ma il suo effettivo riferimento politico e il partito che più lo sostiene è semmai la Lega; intestatario di un potere esorbitante nei confronti degli attori economici industriali e finanziari, ama recitare la parte dell’uomo del popolo, del censore dei potenti, specie quando, con sovrano snobismo, si esibisce quale comiziante nella assemblee leghiste, ove mena vanto di non leggere libri. Non è sorprendente che, magari solo per fare dispetto a Berlusconi, si dia credito a uno così?

da Europa Quotidiano 23.06.10

Con i sindaci ed i cittadini. PDL e Lega dove siete?

Bersani sfida Umberto Bossi ad andare oggi in mezzo ai sindaci che protestano davanti al Senato contro la manovra. “Se vuol venire a dire la sua a questa manifestazione dei sindaci, credo sia il benvenuto”, ha detto il segretario del Pd dopo avere incontrato i primi cittadini di diversi Comuni in piazza Navona. Bersani ha portato ai sindaci, che indossano la fascia tricolore, la solidarietà del Pd che sta cercando di cambiare i contenuti della manovra.
Ma Bossi non si è visto e invece da quando c’è questo “federalismo fatto di chiacchiere, i Comuni non sono mai stati messi peggio, si danno botte micidiali ai servizi e sono botte targate Lega”. Botte i cui lividi si fanno già sentire nel centrodestra visto che la manovra non piace neanche al sindaco di Milano, Letizia Moratti che ha inviato un suo assessore, o a Roberto Formigoni che chiede non aggiustamenti ma una nuova manovra.
Erano tanti a piazza Navona, di fronte al Senato, i sindaci che hanno aderito alla manifestazione indetta dall’ANCI (Associazione nazionale dei comuni italiani), indossavano una corda al collo e esponevano cartelli con su scritto: “Comuni con il cappio al collo” e “Comuni affetti da instabilità del patto”, una manifestazione di tutte le amministrazioni, non solo di centrosinistra, tutte colpite da tagli ingiusti.

E il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, dal palco della protesta è tornato a lanciare l’allarme: “Il governo cambi la manovra o i servizi essenziali per i cittadini sono a rischio, se la manovra non cambia rischiamo di non fare il nostro dovere, che è quello di fornire i servizi ai cittadini”. Chiamparino ha chiesto principalmente due modifiche: “Chiediamo che la manovra cambi modificando il patto di stabilità e introducendo criteri di meritocrazia”.
La stessa linea di Bersani che ha ribadito quanto dice da tempo: “In gioco ci sono i servizi fondamentali. E con questo meccanismo berlusconian-tremontiano, si dà la pistola in mano agli enti locali si fa sparare al popolo, non alle quaglie. Metà della manovra ricade addosso ai servizi fondamentali ed è per questo che i sindaci devono reagire, la finanziaria non è contro i sindaci ma contro i cittadini perché metà della manovra ricade addosso ai
servizi ed è per questo che i sindaci reagiscono e noi con loro, per dire che queste misure non vanno bene”.

“Come Pd – ha ricordato – abbiamo presentato proposte anche per prendere i soldi altrove, non solo per dire di no, ma purtroppo c’è poca attenzione. Ma se c’è la volontà di ragionare, come dicono, troviamo soluzioni diverse. Siamo pronti a discutere con le nostre proposte. Non diciamo solo dei no, ma anche i come e i sì. Se c’è la volontà, pur tenendo fermo il saldo dei 24 miliardi, troviamo altre soluzioni e su questo siamo pronti a discutere” ribadisce il segretario del Pd che si riferisce agli emendamenti presentati dal suo partito alla commissione Bilancio
del Senato.
E poi va smontata la favola della manovra anti-sprechi, come dice anche Chaimparino: “Non accetto il messaggio morale che viene da questa manovra che lo spreco venga solo dalle autonomie locali. Facciamo un giro per i ministeri per fare un tavolo tecnico, un modo per trovare la copertura dei tagli da altri centri di spesa lo troveremo. Sui costi della politica ci siano anche decisioni che fanno seguito alle dichiarazioni di intenti. ‘Come associazione abbiamo chiesto da tempo di istituire una commissione terza che valuti in maniera equilibrata i problema presso tutti i settori dell’amministrazione. Si riunisca e prenda una decisione”

Quanto poi al patto di stabilità ne ha evidenziato l’inutilita’. ”Come e’ al momento non rappresenta piu’ niente e rischia di determinare anche un effetto distorsivo sui Comuni che hanno risorse, ma non possono spenderle per dare ossigeno all’ economia”.
Parla di “un’iniziativa giusta e motivata, perché la manovra non è equilibrata tra i diversi comparti” il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani, presente alla manifestazione. Errani ha ribadito la necessità «di cambiare la manovra per renderla più equamente equilibrata visto che oggi si scarica il peso per oltre il 90% sulle autonomie locali».
Ad Alemanno che si lamentava della strumentalizzazione per via della presenza di Bersani risponde Davide Zoggia, responsabile Enti locali della segreteria
nazionale del Partito democratico: “Alemmano si rassegni: la protesta dei sindaci è sì istituzionale, ma il suo contenuto è tutto politico perché si tratta di una vicenda che tocca nel profondo la vita dei cittadini. E’ dunque non solo diritto, ma dovere di chi la politica la fa far sentire la propria vicinanza a chi sta conducendo una battaglia sacrosanta, che sia un sindaco di destra o di sinistra. Dunque, il problema non è la presenza di Bersani in piazza, ma semmai l’assordante assenza della maggioranza di governo. Gli amministratori locali devono continuare la loro pressione sul governo affinché la manovra venga realmente modificata per ciò che riguarda i territori. Se Tremonti ha le idee chiare, formuli proposte concrete che,
possibilmente, rispondano alle esigenze delle famiglie e delle imprese”.

La solidarietà ai sindaci da tutto il PD.
Già la scorsa settimana Davide Zoggia e Claudio Martini, presidente del Forum Politiche del territorio del Pd avevano valutato positivamente la anifestazione: “Bene l’Anci, che ha scelto di portare in piazza la protesta dei comuni. I tanto sbandierati tagli alla spesa pubblica presenti nella manovra si rifletteranno in un drastico svuotamento dei servizi erogati ai cittadini, e solo in minima parte sui ministeri e sulle strutture centrali dello Stato. E’ davvero strano che la Lega non si senta chiamata in causa da una tale macroscopica ingiustizia nei confronti degli amministratori locali, categoria di cui non ha perso occasione di farsi portabandiera in occasioni meno scomode”.
“Altro che autonomismo locale e federalismo… solidarietà ai sindaci e solidarietà ai cittadini!” dichiara oggi la senatrice del PD Mariapia Garavaglia. “Da due anni il governo avrebbe potuto trasferire, se solo l’avesse voluto, il 20% di Irpef, come chiedeva il movimento dei sindaci veneti. Invece, come è stato sottolineato da molti amministratori locali alla manifestazione di oggi, andiamo incontro a uno scenario disastroso e anche paradossale: le scuole, già tartassate dai tagli delle precedenti finanziarie, adesso s’apprestano a subire nuovi enormi disagi, con il taglio dei servizi integrativi che i comuni, a causa della manovra, non potranno più garantire. Viene da chiedersi che tipo di futuro la destra voglia dare all’Italia”.

Antonio Rusconi, capogruppo Pd in Commissione istruzione fa sapere che “Come amministratore e ex vice presidente nazionale dei sindaci dei piccoli comuni sono in piazza coi sindaci che protestano contro la manovra finanziaria, contro questo federalismo alla rovescia che prevede pesanti
tagli agli enti locali e che, soprattutto, sulla scuola costringerà molte famiglie a rivolgersi a sindaci e assessori per avere insegnanti di sostegno e per la copertura delle mense. Vergognoso poi è che perduri il
patto di stabilità che punisce allo stesso modo comuni virtuosi o meno”.

Il capogruppo Pd alla regione Lazio Esterino Montino in una nota ha comunicato l’adesione del Gruppo Pd alla protesta dei sindaci con una delegazione. Insomma Bossi non si è visto, il PD sì.
Marco Laudonio

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Pomigliano: passa l'accordo tra azienda e sindacati

Con il 62,2% dei Sì, è passato l’accordo di intesa tra la Fiat e le tute blu dello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Affluenza massiccia: hanno votato il 95% dei lavoratori. Bersani a YouDem: “Ora Fiat mandi avanti il suo progetto”. Fassina:”Affrontare i punti controversi con il senso di resposnabilità”. Con il 62,2% dei Sì, è passato l’accordo di intesa tra la Fiat e le tute blu dello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Al referendum hanno perso parte il 95% dei lavoratori. I voti a favore dell’intesa tra azienda e sindacati, (non sottoscritta dalla Fiom) sono stati 2.888, 20 le schede bianche, 59 le nulle e 1.673 i no, su 4.642 votanti.

Una vittoria sofferta perché nonostante la netta affermazione dei sì, nessuno nello stabilimento ha ancora la voglia di sorridere.

Per Pier Luigi Bersani, dopo Pomigliano, il Pd si darà una posizione autonoma sulle relazioni industriali. “Siamo ad un passaggio delicato, voglio credere che anche la Fiat lo rispetterà. Leggo di altre ipotesi, ma è chiaro che se c’è il sì questo sarebbe su quello che ha chiesto la Fiat. Se ci sarà il sì dei lavoratori, Fiat mandi avanti il suo progetto”.

In un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore, Enrico Letta, vice segretario del Pd ha ribadito la posizione dei democratici sul caso Pomigliano: “c’è la necessità che l’accordo passi e si salvaguardino gli investimenti Fiat tenendo però conto della situazione eccezionale” dello stabilimento campano.
Una posizione opposta a quella del governo che vuole generalizzare la peculiarità di Pomigliano con gran parte delle aziende e degli stabilimenti Fiat. “Tentare di creare un precedente e dare all’accordo carattere generale – ha continuato Letta – rischia di compromettere l’accordo stesso”.

Quattro sono i tratti unici del caso Pomigliano: una questione di controtendenza rispetto alla
delocalizzazione con la volontà di riportare una produzione industriale dalla Polonia all’Italia; il fatto che di mezzo c’era la Campania, considerata area a rischio; la consapevolezza che proprio nello stabilimento di Pomigliano in passato si sono “spesso verificati abusi di diritti”; infine, la Fiat è la più importante impresa italiana.

“Abbiamo visto la serietà di un manager che ha saputo rilanciare l’azienda e l’industria automobilistica italiana. Ed è proprio per questo chiediamo di avere rispetto dell’esito del referendum. Siamo preoccupati delle voci che sembrerebbero annunciare un ripensamento dell’investimento a Pomigliano solo perché l’esito non si avvicinerebbe a quello auspicato. Bisogna avere rispetto di quei sì e di quel dissenso espresso dai no”. Lo ha dichiara Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Pd.

“Quel referendum è una espressione alta di democrazia da parte dei lavoratori e il miglior modo per rispettare i lavoratori è sedersi ad un tavolo. La concertazione ha segnato una fase importante per il risanamento e il rilancio del nostro Paese e sono convinta che il dialogo e il confronto siano ancora la via maestra per tutelare il lavoro, non mettendolo in conflitto con i diritti e non mettendo i lavoratori in conflitto tra di loro”.

“E’ il momento della responsabilità – ha concluso Bindi –. E il governo invece di abbandonarsi a dichiarazioni auto celebrative dovrebbe, in questo delicatissimo momento, farsi parte attiva nella ricerca di una soluzione condivisa”.

Per Stefano Fassina, responsabile Economia del Pd “quello decretato dal referendum è un risultato che va iconosciuto da tutti. Ora parta il piano della Fiat per Pomigliano nella sua versione originaria. Col senso di responsabilità di tutti si possono affrontare i punti controversi dell’accordo e trovare soluzioni che abbiano il consenso di tutti i sindacati. Il governo faccia la sua parte: convochi le confederazioni e aiuti a trovare soluzioni condivise ai problemi ancora aperti”.

Per Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera, “il referendum di Pomigliano indica con chiarezza che la maggioranza dei lavoratori è per l’accordo. Non si tratta del plebiscito che la Fiat auspicava, ma si volta indubbiamente pagina”.

“Lo strumento del referendum – ha proseguito – è l’unico in grado di far pronunciare democraticamente i lavoratori ed andrebbe utilizzato in tutte le occasioni di accordo, anche nei casi di diversa valutazioni tra i sindacati come avvenuto per Pomigliano. Il risultato non deve essere adesso utilizzato come pretesto per una discussione infinita sul suo significato, o per una messa in discussione da parte della Fiat dell’investimento e dell’occupazione. Cominciano a circolare voci giornalistiche per fortuna non ufficiali, e quindi infondate, circa una scelta di disimpegno dell’azienda a favore dello stabilimento polacco. Non vogliamo nemmeno prendere in considerazione un’ipotesi del genere, e riteniamo utile una rapida presa di posizione ufficiale della Fiat che sgombri il campo da qualsiasi equivoco. Come abbiamo più volte sostenuto, lo scambio tra aumento dell’utilizzo degli impianti e della produttività da un lato, e occupazione stabile e garanzia della non delocalizzazione strategica delle produzioni dall’altro, va assolutamente accettato, per quanto oneroso perciò che riguarda la prestazione di lavoro. Rimangono le nostre perplessità sulle clausole proposta da Fiat su assenteismo e diritto di sciopero. Ci auguriamo che l’applicazione dell’accordo e la pratica dell’obiettivo di produzione trovino strada facendo i chiarimenti necessari”.

Commentando l’esito del referendum, Piero Fassino ha dichiarato che quello di Pomigliano è stato “un risultato equilibrato: un sì che approva l’intesa per il rilancio dello stabilimento, ma che richiede di farsi carico dell’inquietudine di chi ha votato no. Un voto che sollecita sia la Fiat, sia il movimento sindacale a comportamenti responsabili: sarebbe un errore se l’azienda rinunciasse al piano approvato dalla maggioranza dei lavoratori; ed è peraltro doveroso offrire ai lavoratori garanzie sui loro diritti. Quel che serve adesso è ricercare la condivisione necessaria a gestire l’intesa nel modo più efficace per l’azienda e più sicuro per i lavoratori”.

A.Dra

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