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"Quello che le tv non raccontano: viaggio nel cuore della città ferita", di Jolanda Buffalini

Non si politicizza una tragedia», dice il sindaco dell’Aquila. Ha chiamato i giornalisti, ha organizzato dei piccoli autobus, «i primi a entrare nel centro storico» dalla notte del 6 aprile di un anno fa, si è improvvisato cicerone nella speranza che gli occhi vedano, soprattutto quelli delle telecamere, che sono gli occhi degli italiani, perché solo gli occhi possono raccontare una tragedia che rimane immota – Aquila immota manet è scritto nei gonfaloni della città – e che si raccoglie nel nucleo distrutto e deserto di quella che asetticamente viene definita la «zona rossa». «Se salta il nucleo, il centro storico – dice il sindaco medico – gli elettroni impazziscono. Gli adolescenti stanno pagando più di tutti. Si incontrano nei centri commerciali e hanno cominciato a bere alcolici. Ancora non siamo riusciti a ricostruire le attrezzature sportive distrutte dalle tendopoli. Gli anziani sono spaesati. Mille nuclei monofamiliari non hanno ancora una sistemazione».

Caschetti bianchi, scorta dei vigili del fuoco e della sicurezza del comune. Ci si addentra camminando al centro delle antiche e strette strade deserte. I palazzi settecenteschi e le abitazioni modeste sembrano in piedi ma la verità è che in piedi sono solo le facciate, fantasmatiche quinte teatrali di una città che amava il teatro, lo faceva anche nelle chiese, a San Filippo, Sant’Agostino, ora imprigionate da puntelli che, dentro, fanno una maglia stretta a contrastare l’implosione e che ha fatto precipitare i piani alti su quelli bassi. Il sindaco non fa polemiche: «L’emergenza è stata affrontata bene, ma già dalla fine del 2009 i soldi sono cominciati a mancare. Procedere per ordinanze ha funzionato all’inizio, ora ci vuole una legge. Non chiediamo niente di più, anche qualcosa di meno, di ciò che è stato fatto per gli altri terremoti». Il sindaco cicerone si ferma a San Pietro a Coppito, a Santa Maria di Paganica. Mostra, illustra: «Chiederci di pagare gli arretrati delle tasse a un anno dal terremoto è come chiedere a un paziente fortemente anemico di donare il sangue». Si ferma fa un cenno di saluto con la mano: «Ciao papà». Il signor Umberto Cialente, 84 anni, si è infilato fra i visitatori, con l’amico Giovanni Di Stefano, 76 anni: «Quello che fa più – dice Umberto – è vedere alla televisione solo il palazzo del governo o la chiesa delle Anime Sante. Gli italiani si sono fatti l’idea che solo poche cose sono state colpite. Invece è tutto distrutto».

«Tassa di scopo – dice il signor Di Stefano – una volta si faceva con una giornata di lavoro di tutti gli italiani», ricorda da pensionato delle Poste. le cifre Vediamole in cifre queste distruzioni, a cominciare dalle macerie: 4 milioni le tonnellate prodotte dal sisma, ma solo 72mila quelle fin qui rimosse. L’assessore al patrimonio storico Vladimiro Placidi ha fatto una scheda sugli edifici di valore gravemente danneggiati: 1047 chiese, di cui 51 in centro, 116 nelle frazioni, 880 negli altri comuni del cratere. 718 palazzi, di cui 444 nel centro storico dell’Aquila. Il calcolo è che per il solo centro storico storico sono necessari 9 miliardi, una cifra non lontana da quella che era stata spesa per il terremoto del Friuli nel 1995. L’avvocato Pierluigi Pezzopane è assessore alle Pari Opportunità. Racconta come il figlio Alessandro premesse: «Allora quando lo riaprite ‘sto centro?». Fino a quando lui se lo è portato a fargli vedere come erano ridotti i posti della sua adolescenza. «Papà – ha chiesto poi Alessandro – dimmi sinceramente, tu pensi che per noi qui ci sia un futuro?». Su 6000 imprese sono 4000 quelle che hanno chiesto indennizzo per i danni da terremoto. Le ore di cassa integrazione sono passate da 227mila nel 2009 a un milione 760mila nel 2010. In una delle strade deserte, sotto al ponteggio, gli operai edili Luigi Ciuffetelli e Renato Colageo sono senza caschetto: «Pausa pranzo!», rassicurano il responsabile della sicurezza del Comune.

Per un cantiere sono al lavoro in tutto 4 operai. «Fossimo di più si andrebbe più spediti- dice Ciuffetelli – ma le ditte non si arrischiano perché i soldi arrivano con il contagocce». Guido Bertolaso ha tuonato da lontano: «Mostrate quello che abbiamo fatto». E la visita si conclude al progetto C.a.s.e.: «le migliori, le più vicine alla città», spiega Cialente. Il controcanto lo fa Federico D’Orazio, studente in medicina, alloggiato nelle C.a.s.e di Coppito: «Su una piastra antisismica poggiano 24 appartamenti per il costo di 3 milioni e mezzo. Nel mio condominio, in periferia, in un posto dove i lavori sarebbero potuti cominciare presto, abitavano 18 nuclei familiari, quasi gli abitanti di una piastra. Il preventivo per i lavori nel nostro condominio, con gli adeguamenti sismici, non raggiunge il milione. Che necessità c’era di spendere tanto per noi? Le case in legno sono confortevoli, più grandi e sarebbero state sufficienti. Avrebbero potuto risparmiare, costruire le case durevoli solo per gli abitanti del centro storico, che dovranno aspettare più a lungo. E usare quei soldi per la ricostruzione».

L’Unità 23.06.10

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“E i giornalisti scoprirono le macerie dell’Aquila” di Giovanni Maria Bellu
Noi de l’Unità già conoscevamo quell’emozione per averla provata all’inizio di aprile quando venimmo qua, all’Aquila, con la nostra redazione-mobile, in occasione del primo anniversario del terremoto. Ieri l’hanno provata tanti altri colleghi che hanno visto per la prima volta la “zona rossa” e le sue macerie. Un’emozione rara per un giornalista: la sorpresa. Ancor più rara, e ancor più strana, se si considera che il terremoto dell’Aquila ha avuto, specie nei primi mesi, una copertura mediatica straordinaria: migliaia di articoli, centinaia di ore di televisione. Con una tale mole di informazioni chiunque, e a maggior ragione un professionista dell’informazione, avrebbe dovuto avere un’idea molto precisa dello “stato dei luoghi”. E dunque, nel visitarli, non avrebbe dovuto sorprendersi.

Magari restarne colpito, sì, perché vedere è un’altra cosa. Ma non sorprendersi. A meno di non scoprire una realtà nuova e, per alcuni suoi aspetti essenziali, sconosciuta. Il sindaco Massimo Cialente stava per avviare il tour dei giornalisti tra la macerie, quando le agenzie di stampa hanno diffuso il testo di una lettera di Guido Bertolaso il quale suggeriva ai giornalisti di non limitarsi a guardare le macerie e li esortava a soffermarsi anche sulle grandi cose che sono state già fatte. In definitiva, chiedeva ai giornalisti di fare quanto il principale telegiornale pubblico e il principale telegiornale privato (non a caso le loro telecamere ieri erano assenti) hanno fatto in questi quattordici mesi: nascondere la realtà e assecondare l’uso propagandistico del terremoto. Chissà se il sottosegretario alla protezione civile, mentre scriveva quell’incredibile appello alla stampa, era consapevole di rendere una pubblica confessione. O se invece, obnubilato egli stesso dalla disinformazione televisiva, davvero crede che le cosiddette “grandi cose” realizzate coi fiumi di denaro della gestione emergenziale possano nascondere il dramma degli aquilani: decine di migliaia di persone che cominciano seriamente a temere che la loro città sia entrata in un coma irreversibile. Destinata, come ha detto Cialente, a diventare una moderna Pompei. L’impresa della ricostruzione dell’Aquila è enorme. I costi, già altissimi, possono apparire inarrivabili in una fase di così grave crisi economica. Ma a tutto questo si aggiunge il peso dell’uso irresponsabile del terremoto.

Col presidente del Consiglio che, un anno fa, nel pieno dello scandalo delle escort, tentava di rifarsi una faccia e una credibilità guidando tra le macerie i grandi della terra. E con le sue televisioni, pubbliche e private, che oggi – smantellato il palcoscenico – nascondono la realtà e accreditano, nell’opinione pubblica nazionale l’idea che gli aquilani siano degli incontentabili e lamentosi rompiscatole. Ci vuole molta pazienza e molta saggezza per sopportare tutto questo. E anche per sopportare un governo che (altro passaggio della missiva di Bertolaso) candidamente dice che sono state le comunità locali e chiedere di avere la gestione della “ricostruzione pesante” (che poi è, semplicemente, la ricostruzione). In parole povere: l’emergenza – con adeguate risorse economiche – è stata gestita dal governo sotto i riflettori. La ricostruzione – senza risorse – spetta al comune. E i riflettori o devono restare spenti o, nel caso in cui proprio sia necessario accenderli, vanno puntati sulle “grandi cose” realizzate dal governo. Fino al punto – è quanto è successo ieri – di costringere un sindaco a improvvisarsi cicerone tra le macerie della sua città per tentare di ristabilire, almeno parzialmente, la realtà dei fatti. Ma Bertolaso sa cosa è la vergogna?

L’Unità 23.06.10

Fondazioni liriche, Pd: con la fiducia la Camera diventa passacarte del Senato

Ghizzoni: senatori di maggioranza non vogliono tornare a lavorare martedì. “E’ un diktat inaccettabile e insopportabile. Mentre la Camera stava lavorando per modificare il decreto arriva lo stop dal Senato. Forse che i senatori della maggioranza non vogliono tornare al lavorare lunedì? “. E’ molto duro il commento della capogruppo del Partito democratico nella commissione cultura di Montecitorio, Manuela Ghizzoni, alla notizia di un cambio di orientamento del governo sulle fondazioni liriche sul quale, da quanto si apprende, sarebbe adesso orientato a porre la questione di fiducia. “E’ una fiducia incomprensibile – aggiunge – perché viene annunciata dopo che il ministro Bondi in Aula aveva mostrato aperture verso le modifiche al decreto e mentre la commissione Cultura stava già lavorando per individuare nel merito le modifiche migliorative. Con questa fiducia la Camera è diventata il passacarte del Senato”.

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Fondazioni liriche: De Biasi, senatori maggioranza incrociano le braccia, il Parlamento non può svolgere il suo lavoro. In un Paese in cui Marchionne se la prende con gli operai della Fiat, bisognerebbe invece sdegnarsi per l’atteggiamento dei senatori della maggioranza che per le loro vacanze non sono disposti a tornare a votare le modifiche al decreto sulle fondazioni liriche. E così per il relax di pochi la cultura italiana viene ulteriormente mortificata senza alcun rispetto per le istituzioni e la vita dei lavoratori.” E’ tranchant il giudizio di Emilia De Biasi, deputata Pd della commissione Cultura.

"Il discorso su Matteotti fu l´ultimo colpo alle libertà", di Michele Smargiassi

Un tema “revisionista”? No, molto peggio: un tema insensato. Gli storici bocciano la traccia storica dell´esame di maturità sul “Ruolo dei giovani nella storia e nella politica”. Tra i quattro “documenti” proposti agli studenti come base di lavoro c´è anche una citazione di Benito Mussolini, accostata ad altre di Palmiro Togliatti, Aldo Moro e Giovanni Paolo II, e questo fa infuriare l´Anpi (oltre a un´associazione studentesca e qualche esponente Pd) che denuncia l´accostamento «singolare e capzioso» tra i quattro personaggi storici. Ma il problema non è quello, per gli studiosi. Il pasticcio è puramente scientifico. Citazioni astratte, incoerenti tra loro, non storicizzate: morale, un invito alla retorica. «Mussolini è un oggetto storico, nessuno scandalo nel far lavorare gli studenti su un suo testo», concede Claudio Pavone, storico della Resistenza, ma subito accusa: «mi pare orribile però che si sia scelta una citazione che, tagliata in quel modo, può persino apparire seducente». Eppure è un brano del famigerato discorso con cui Mussolini in Parlamento si assunse la responsabilità dell´omicidio Matteotti; ma uno studente particolarmente studioso lo poteva dedurre solo dalla data, 3 gennaio 1925. «Sì, ma chi non riesce a risalire a quel contesto storico di sopraffazione rischia di prendere per buona, perfino esaltante, la retorica strumentale con cui Mussolini usò il concetto di giovinezza. Accostare quella frase ad altre citazioni sotto un titolo generico, mi pare faccia parte di un certo modo pericoloso di depoliticizzare il fascismo».
Anche per Emilio Gentile, allievo di Renzo De Felice e studioso dell´ideologia fascista, non c´è nessun problema a proporre citazioni del Duce, anzi: «Partire da Mussolini per un´analisi storica dell´uso del mito giovanilista nella cultura politica italiana mi sembra addirittura obbligatorio. È quella specifica citazione che trovo completamente sbagliata». Alternative? «Il Mussolini del ´19, del fascismo nascente, dell´ideologia vitalista, del mito della giovinezza. Anzi, per dirla tutta, avrei trovato più stimolanti citazioni di leader politici giovani che parlano di giovani: Italo Balbo, Antonio Gramsci, Piero Gobetti… I personaggi scelti invece sono tutti leader anziani (uno, papa Wojtyla, non è neanche un leader in senso proprio) che parlano di gioventù da un´ottica di potere». Sbagliato soprattutto far parlare il Mussolini della crisi Matteotti: «Quello è il discorso con cui dà l´ultimo colpo alle libertà politiche in Italia, il tema della giovinezza è per lui ormai solo uno strumento retorico. La trovo una citazione fuorviante proprio rispetto alla traccia, per trattarla adeguatamente bisognerebbe partire non dai giovani ma dalla nascita di una dittatura. Anche ammesso che uno studente si ricordi il delitto Matteotti, il suo tema sarà comunque “fuori tema”».
Guido Crainz, autore di “Autobiografia di una repubblica”, è della stessa idea: «Se uno studente è capace di inquadrare bene quel momento storico e decifrare la funzione retorica della frase di Mussolini, certo, va promosso col massimo dei voti. Ma mi pare già tanto se chi ha svolto questo tema è riuscito a distinguere i contesti storici delle affermazioni di Mussolini, Togliatti, Moro. In realtà io temo che tutto si riduca a un esercizio di divagazione, dove all´esaminando è richiesto semplicemente di parlare della sua personale idea di gioventù, pescando qualche appoggio in queste quattro frasi». Insomma, un tema “televisivo”, è la conclusione, «da talk show a ruota libera. Un´altra conferma del modo in cui la scuola insegna la storia: come un eterno presente sul quale esercitare un po´ di digressioni personali».
«Va bocciato chi ha escogitato una traccia così grottesca»: il più severo di tutti è Giovanni De Luna, che divide i suoi interessi fra periodo fascista e dopoguerra. «Quattro citazioni messe assieme col manuale Cencelli, o la par condicio televisiva: il fascista, il comunista, il democristiano, il religioso, un tema bilanciato per quote proporzionali…». Scelti i quattro personaggi solo per ragioni di equilibrio, il confronto diventa astratto. Ma uno studente non deve saper contestualizzare? «Cavare qualcosa dall´accostamento tra quattro fenomeni storici lontani e così diversi uno dall´altro (l´avvio del totalitarismo, la ricostruzione postbellica, il dopo-´68 e i papa-boys) sarebbe arduo anche per uno storico. Per uno studente di liceo, temo resti solo la scappatoia della retorica».

La Repubblica 23.06.10

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“Quelle parole che grondano sangue”, di Adriano Prosperi

Mussolini? Un leader, con gli altri, tra gli altri. Così appare in mezzo a un’insalata mista di statisti italiani e di papi nella traccia più politica fra tutte quelle proposte agli esami di maturità.La traccia ha il tema conduttore del «ruolo dei giovani nella storia e nella politica». E introduce brani di discorsi sotto il titolo «Parlano i leader». Che cosa è un leader, il vocabolario Zingarelli che ho sott´occhio lo spiega così: «Capo di un partito o di un movimento politico di indiscusso prestigio». Indiscusso il prestigio di Mussolini? La traccia è completata da una frase fra tutte celebre, più di tutte esecrabile nella storia di un regime nato da un delitto: è quella tratta dal discorso pronunciato da Mussolini il 3 gennaio 1925 alla Camera. Questo è il discorso del leader proposto alla riflessione e all´ammirazione dei giovani. E´ proprio quello della pagina più cupa e più truce della storia italiana: la rivendicazione della responsabilità personale di Mussolini nell´assassinio di Matteotti. Fu il discorso di un capobanda, di colui che si dichiarò capo di un´organizzazione a delinquere.
Questo e non altro dicono le frasi selezionate dagli esperti del ministero. Ora, se questo è un leader di indiscusso prestigio, è inevitabile che dalla memoria del paese e dalle menti dei suoi giovani scompaia l´ombra nobilissima di Matteotti. Il suo nome evocava finora una delle presenze più sacre della storia e della politica italiana del ´900. Quel nome riassumeva da solo le virtù politiche del leader degno di essere ammirato e ricordato in un paese dove le regole democratiche sono state reintrodotte solo al termine di un conflitto mondiale, al prezzo di infiniti sacrifici e dolori, riemergendo a fatica dall´abisso della vergogna e della corruzione di ogni ordine civile. Se ha senso l´esistenza di una scuola pubblica come palestra di trasmissione di valori e formazione di una maturità civile e politica, il nome di Matteotti è quello che emerge dal bilancio storico del ´900 italiano come il più degno in assoluto di essere ricordato: ci sono frasi del suo discorso parlamentare che sono scolpite nei luoghi di memoria del paese e che gli garantiscono l´indiscusso ruolo di vero leader nella nostra storia politica. Su testi come quelli i giovani possono imparare a esercitare i loro diritti e doveri di cittadini nella repubblica democratica e costituzionale dove credevamo di vivere. In tempi in cui la corruzione degli ordinamenti pubblici e dei comportamenti privati deprime ogni voglia di partecipazione onesta alla cosa pubblica, si dovrebbe riproporre alla conoscenza delle giovani generazioni non l´assassino ma l´assassinato.
La pagina scritta da questa proposta rappresenta un salto di qualità nella storia della scuola pubblica italiana di cui sarebbe sbagliato non registrare l´importanza. Abbiamo lamentato finora che a questa scuola sia stato imposto un regime di tagli tali da avvilire in tutte le forme la figura dell´insegnante e da far sbiadire l´offerta della scuola pubblica come luogo germinale della coscienza civile. Ma oggi per la prima volta è stata data una sterzata netta immettendo tra i modelli di testi su cui da oggi in poi si eserciteranno preventivamente i candidati all´esame di maturità il più ignobile tra tutti i documenti della nostra storia.
Nelle tracce di storia si accosta un brano di Primo Levi a una domanda di riflessione storica sulla vicenda delle foibe. Si tratta di una proposta che si presenta sotto il segno di una complicata bilancia politica: su di un piatto la violenza dei lager nazisti, sull´altro la violenza dei partigiani comunisti. Che poi si possa fare un ottimo lavoro seguendo sul serio la traccia delle foibe è un altro discorso: sappiamo infatti quanto lavoro sia stato fatto dagli esperti su questo tema, seguendo sui tempi lunghi il filo conduttore della tragica storia dei nazionalismi scatenati al confine orientale d´Italia con la fine dell´Austria imperiale.
La letteratura sull´argomento è ricchissima: ma i nomi di studiosi come Enzo Collotti, Gianni Oliva, Joze Pirjevec (a sua cura il recentissimo Foibe, Einaudi 2009) sono rimasti al di fuori del mondo della scuola per la povertà delle biblioteche scolastiche e per la cancellazione di ogni forma di aggiornamento dei docenti: e forse sono ignorati dagli esperti anche perché sospetti di essere di sinistra. Di fatto la ricerca di un velo bi-partigiano e ambidestro qual è quello che copre le due tracce non è certo un «rappresentare tutta l´Italia». Misera Italia quella a cui si dà in pasto alla sinistra una pagina purchessia col nome del grandissimo, asciutto e severo testimone della Shoah; e si dà alla destra un colpo di grancassa sul tema che da tempo è il cavallo della propaganda contro gli eterni «comunisti» della maniacale ossessione berlusconiana.

La Repubblica 23.06.10

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Dal CIDI (Centro di iniziatiova democratica degli insegnanti)

Maturità 2010, le prove di italiano. Preoccupazione e sconcerto

Alcune cose lasciano sconcertati in queste prove di maturità.Anzitutto l’ormai definiva trasformazione di una prova nata dieci anni fa per innovare le pratiche di scrittura, irrevocabilmente ridotta a presuntuoso vaniloquio su tematiche complesse, talvolta
semplicemente inarrivabili, condotte a partire da documenti la cui scelta è governata da improbabili regole di par condicio temporale, di genere e ora anche politica. I testi proposti quest’anno per la stesura del saggio breve e dell’articolo di giornale trattano tematiche importanti e impegnative ma, ancora una volta, l’estrema eterogeneità delle fonti, la vastità e l’indeterminatezza delle collocazioni spazio-temporali e culturali ne impongono una trattazione superficiale, accostamenti impropri se non inopportuni. E’ un modo altamente diseducativo di suggerire una cultura da chiacchiera da bar o, se si preferisce, da talk show, dove ciascuno dice la sua possibilmente su argomenti importanti di cui non sa nulla. Che dire, infatti, del mettere insieme Dick, Kant e Hawking per parlare di alieni? Anche questa è la pseudoscienza da bar, dove si discute di angeli e ufo dopo aver visto certe trasmissioni televisive. Tipicamente “televisiva” è infatti anche la regola della par condicio che governa da tempo la scelta degli ospiti. Il problema allora non è, come ad alcuni è parso, il tema sulla foibe, che chiede di affrontare una pagina controversa della storia nazionale che da anni è al centro di nuove attenzioni e di recenti normative. Se mai, in tal senso, è risibile il sospetto che a far da bilancino sia stato scelto Primo Levi per l’analisi del testo, per altro con un passo di difficile collocazione tematica (Di che cosa parla quel testo? Qual è il suo fuoco tematico?) e vagamente irritante in un paese dove il 43% dei giovani fra i 15 e i 29 anni (1,2 milioni) non ha letto nemmeno un libro nel corso del 2009. Ma la percentuale dei figli di laureati con libri in casa(come Levi) che hanno letto almeno un libro è di circa il 73%. Poi, a corredo, qualche domanda inevitabilmente banale non essendo un testo da “analizzare”.
Il problema vero è il discorso di Mussolini del 3 gennaio del 1925 usato come documento per
parlare del “ruolo dei giovani nella storia e nella politica” e non perché sia di Mussolini. Anche qui
in nome della par condicio sta con Togliatti, Moro e Giovanni Paolo II (“una sorta di teleologia dal male al bene con Moro mediatore”!). Il problema è che quel discorso, una delle pagine più
agghiaccianti e tragiche della storia di questo paese, è quello con cui Mussolini assume la
responsabilità politica e morale dell’omicidio Matteotti, assolve il fascismo “passione superba della migliore gioventù italiana” e ufficialmente apre la fase di fascistizzazione dello Stato. Quel
documento implica due apologie di reato: di fascismo e di istigazione alla violenza. E’ in tale senso e per quest’uso che è stato proposto? Allora non è proponibile perché se ne può solo parlar male, non può essere come gli altri oggetto di trattazione dialettica. E se qualche allievo ne ha tessuto le lodi? Se qualche allievo si è dichiarato favorevole? Quali perplessità apriranno la correzione e la valutazione di quella prova, dichiaratamente politica. E, tra l’altro, è curioso che un Ministro che ha proibito ai docenti di parlare del governo in carica perché a scuola non si fa politica suggerisca ai giovani la trattazione di un tema così apertamente politico.
Infine un’ultima osservazione: si tratta di tracce “difficili” (soprattutto per gli studenti dei tecnici e professionali) se affrontate seriamente e contestualmente; banali se affrontate in modo superficiale: argomenti e documenti – se fossero presi sul serio- da tesi di laurea specialistica. Si tratta dell’ennesimo modo del ministro Gelmini di invitare a quella che per Lei è la serietà degli studi oppure di far capire che questa è la maturità dei licei, mentre per i tecnici e i professionali sarà il caso di pensare a qualcos’altro!?
Si tratta della definitiva conferma che ormai la scuola non è pensata a misura di allievi ma terreno per operazioni di battaglia politica e ideologica. Se n’era già avuto sentore, ma forse questa volta si è passato il segno. Infatti non sono tracce lineari e serene rivolte agli studenti, parlano alla scuola perché la politica – una certa politica di destra – intenda. Non hanno l’obiettivo di valutare la capacità espositiva, il senso critico, le conoscenze degli allievi in Italiano, hanno altri obiettivi. Di natura simbolica: la sostanza è già in atto da tempo.

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“Siamo soli nell’universo?” , di Alessandro Robecchi
Tema: siamo soli nell’universo? Svolgimento. Magari! E invece, porca miseria, c’è pure la Gelmini che ci dà ‘sti temi del menga. Cos’avranno pensato mezzo milione di giovani seduti ai banchi della maturità una volta lette le tracce? Come minimo che qualcuno ha sciolto dell’acido nei rubinetti del ministero. Prima, un’annata di bocciature senza precedenti, i cinque in condotta, gli scrutini severi. Poi, per i sopravvissuti, tracce al limite della follia. Prendete quella su Primo Levi. Interessante, per carità: se hai già fatto la tesi di laurea su Primo Levi potresti persino affrontare il tema di maturità con un certo successo. Ma andarsi a infilare nell’analisi delle letture di Levi senza aver letto quell’antologia (di cui la traccia è una prefazione) vuol dire rischiare di non uscirne vivi. Analisi del testo? Ibridismo? Ecco un modo interessante e ben congegnato per fingere di parlare di Primo Levi senza parlare di Primo Levi. Astuti come faine, eh! Meno male che ci sono le foibe. Inteso come tema. Lì sì che si può far bene: un po’ di patriottismo, un po’ di nazionalismo, un po’ di comunisti cattivi, e il tema lo saprebbe fare pure Gasparri, se non fosse che va scritto in italiano. In ogni caso, mica semplice, perché dal trattato di Londra a quello di Osimo passano più o meno sessant’anni. Che nei manuali di storia della quinta liceo (anche se non sono ancora quelli rielaborati da Dell’Utri) saranno sì e no undici righe. Uno dice: va bene, mi butto sulla ricerca della felicità. Bell’idea: nella traccia ci sono pezzi di Costituzione, quella americana, e addirittura quella italiana. E per la precisione l’articolo tre, quello con la faccenduola del tutti sono uguali davanti alla legge, ecc. ecc.. Svolgimento: marazza di imbecilli, siete gli stessi che hanno votato il Lodo Alfano e ci date un tema sull’articolo 3 della Costituzione? Volete prenderci per il culo? Svolgimento: sì. Passiamo oltre. Il tema sui piaceri può intrigare un bel po’, devo dire che non è niente male. E poi, permette al candidato di sbizzarrirsi. D’Annunzio e Matisse, Picasso e Botticelli. Bello, c’è davvero tutto, anzi no. E Palazzo Grazioli? E Tarantini? E il più edonista di tutti, Silvietto nostro nel lettone di Putin? E le trecento professioniste del piacere al servizio della cricca degli appalti ce le vogliamo dimenticare? E i massaggi al Salaria Sport Village? Insomma, anche qui la traccia è insufficiente. I piaceri da Botticelli a D’Annunzio non è male.Ma i piaceri da Tarantini a Bertolaso (passando per i bagni di Palazzo Grazioli) sarebbe stato meglio. Insomma, sembra che ai giovani non ci pensi nessuno. Anzi sì, ci pensa la traccia quattro, quella che si intitola «Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica, parlano i leader». Il primo leader che parla, questa è grossa, è Mussolini. Alquanto bizzarro che il più feroce dittatore della nostra storia finisca in una traccia della maturità sottoforma di «leader». Le sue parole sono riportate nella traccia: «Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda», diceva quel buontempone nel ’25. Profetico, perché il palo e la corda arrivarono vent’anni dopo, piazzale Loreto, Milano. La traccia riporta anche frasi di Togliatti, Moro eWojtila,ma resta il fatto: su giovani e politica non si è trovato niente di meglio del duce? Date retta, meglio buttarsi sulla musica, con tanto di citazione di Aristotele, uno che ha gli stessi anni dei Rolling Stones e quindi se ne intende. Oppure, per non rischiare, meglio affrontare il tema fantascientifico: siamo soli nell’universo? No, ma cazzo, era meglio di sì. Perché qui c’è la Gelmini, povera stella, una che teorizza la scuola selettiva e poi per passare un esame di stato ha dovuto emigrare da Brescia alla Calabria. Bei temini, comunque. Con il duce, le foibe e – per gradire – imarziani. Magari arrivassero loro a liberarci da questi dilettanti, che se aspettiamo i partigiani – stavolta – altro che vent’anni!

Il Manifesto 23.06.10

"Manovra, in piazza sindaci e Cgil. Tagli ai ministeri e stangata sul Fas", di Laura Matteucci

«Basta spendere, la ricreazione è finita ». L’avviso di Tremonti arriva insieme alla prima lista dei suoi tagli alle spese dei ministeri: solo per il Fas (il Fondo per le aree sottosviluppate) una mannaia richiesta soprattutto dalla Lega che significa meno 900 milioni per il 2011, meno 1 miliardo e 100 milioni nel 2013. Sarà molto difficile per SuperGiulio trovare la «quadra» con Regioni ed Enti locali, che chiedono di spalmare i tagli più equamente su tutti i livelli istituzionali (cioè sui ministeri), visto che sui loro bilanci pesano per il 90%.Critiche e richieste di correzioni alla manovra anche da parte dell’opposizione: «Nella battaglia parlamentare cercheremo di correggere almeno le distorsioni più gravi», spiega il segretario del Pd Pierluigi Bersani al termine della direzione del partito, da cui, dice, «è venuta fuori con grande forza l’idea che il Pd deve prendere per mano gli italiani più colpiti dalla crisi». Allontanato lo spettro di nuovi condoni, l’onda lunga delle manifestazioni anti-manovra continua a salire. Oggi i sindaci degli 8mila Comuni italiani saranno davanti al Senato su iniziativa dell’Anci (presente anche la Cgil, ha aderito il Pd) con le fasce tricolori listate a lutto, mentre le Regioni incontreranno Tremonti da cui si aspettano «modifiche significative ». In piazza anche i dirigenti pubblici, contrari ai «tagli con l’accetta », mentre i prefetti, i medici ospedalieri, i diplomatici e i professori universitari hanno convocato un’assemblea pubblica a Roma. Dalla lista della stangata spuntano intanto oltre 40 milioni in meno per gli organi costituzionali, compreso 1 milione al Consiglio superiore della magistratura. Spicca un taglio di 31,2 mln per le istituzioni scolastiche non statali. L’università dovrà rinunciare a quasi 24 mln, di cui 9,8 destinati al diritto allo studio. Tagli per 2,7 mln a ricerca e innovazione. Ridotte le spese per le politiche di immigrazione (-18 mln), al ministero della Sanità saltano 8,3 mln. La cultura perde 58,2 mln, di cui quasi 50 per la tutela e la valorizzazione dei beni e delle attività culturali.

BUS: PREZZI RADDOPPIATI Anche su Regioni e Comuni si profila una vittoria della Lega, che in un emendamento ha già chiesto di rimodulare i tagli, premiando gli Enti locali virtuosi, e dal Tesoro le aperture non hanno tardato. «Sui ministeri si può fare di più», dice il presidente dell’Anci e sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Perchè senza virate sostanziali, a pagare saranno i cittadini. Lo esemplifica senza mezzi termini il sindaco di Genova Marta Vincenzi: se la manovra passa così com’è, dice, il prezzo dei biglietti dei bus per il trasporto pubblico a Genova salirebbe da 1.20 a 2.80 euro. E poi: «150 bus in meno, tagli, licenziamenti – continua – I Comuni saranno costretti a svendite del patrimonio pubblico, aumenti di tariffe e tagli nei servizi pubblici». Per Chiamparino non basta nemmeno la proposta che premiano i virtuosi: «Con queste cifre, che diconoche su16miliardi di tagli di spesa 14,8, ovvero più del 90%, sono a carico di Comuni, Province e Regioni, non c’è premio ai virtuosi che tenga». Ribadisce: «I Comuni dal 2004 in poi hanno fatto le formiche portando 2,5 miliardi alla finanza pubblica, mentre tutti gli altri hanno fatto le cicale portando 5,5 miliardi di passivo». E conferma: «In realtà viviamo nello Stato più centralista d’Europa, altro che federalismo». Il governatore leghista del Veneto Luca Zaia riapre l’ipotesi della dissobedienza fiscale, che sarà anche «l’ultima spiaggia», ma «è l’unica realtà quando ti trovi a non aver più risorse perchè qualcuno te le porta via». Il voto sugli emendamenti è slittato ad oggi. Ma dall’esecutivo è arrivato un messaggio chiaro: «c’è poco spazio per modifiche».

L’Unità 23.06.10

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“Governo bugiardo: la manovra correttiva è da 62 miliardi e non da 25”, di Franco Mostacci

Per non smentire gli annunci del Governo, che ha quantificato in 25 mld in due anni l’impatto della manovra correttiva, la Banca d’Italia, nel corso dell’audizione in Parlamento di alcuni giorni fa, ha utilizzato un’elegante locuzione, affermando che “la manovra prevede una riduzione del disavanzo tendenziale che giunge a 25 miliardi nel 2012”.

Ma la realtà è ben diversa. I numeri della Relazione tecnica allegata al d.lgs. 78, parlano di 62 mld di euro nel triennio, frutto di minori spese per 39,8 mld e di maggiori entrate per 22,2 mld. Un sesto del totale, fa sapere il servizio studi della Commissione Bilancio del Senato, lo pagheranno i pubblici dipendenti. Oltre al blocco del turn over si avrà il congelamento degli stipendi fino al 2013 senza possibilità futura di recupero, la riduzione delle finestre di uscita per il pensionamento e la trasformazione “pro rata” del trattamento di fine servizio nel meno remunerativo Tfr, per i lavoratori assunti prima del 2001. Una serie di provvedimenti strutturali che accompagneranno il lavoratore per tutta la vita, riducendone pesantemente le disponibilità economiche future ed incidendo, secondo le più note teorie economiche, sulla propensione marginale al consumo. Il Governo risparmierà ulteriori 23,3 mld con il patto di stabilità interno, ovvero con minori trasferimenti agli enti locali. Questi a loro volta dovranno aumentare le misure impositive di loro competenza, ridurre i servizi sociali e aumentare le tariffe locali (trasporti pubblici, rifiuti, asili nido, ecc.), con conseguente diminuzione del reddito disponibile delle famiglie.
Effetti depressivi sull’economia
E poiché la manovra correttiva non include alcuna misura che favorisce lo sviluppo, sono in molti a ritenere che avrà un effetto “depressivo” sull’economia, in un momento di timida ripresa, dopo la crisi del 2008-2009 le cui conseguenze devastanti sui livelli occupazionali hanno causato ferite tutt’altro che rimarginate nel tessuto socio-economico. La Banca d’Italia evidenzia che “a parità di tutte le altre condizioni (in primo luogo ciclo economico, inflazione, stabilità dei tassi, ndr), nel biennio 2011-12 la manovra potrebbe cumulativamente ridurre la crescita del Pil di poco più di mezzo punto percentuale, attraverso una compressione dei consumi e degli investimenti”. Per cui, diminuendo il denominatore, il rapporto deficit/Pil al 2012 non scenderebbe al 2,7% come ipotizzato dal Governo ma si attesterebbe al 3%.

Il disavanzo salirebbe al 3,5%
Se poi si considerano le stime di crescita per l’Italia del Fmi, che sono più prudenziali rispetto a quelle ipotizzate nella Ruef di Tremonti, il disavanzo salirebbe al 3,5%. Anche i tecnici del Senato rilevano che “qualora le misure contenute nel DL dovessero avere effetti negativi sulla dinamica attesa del Pil – gli indicatori di finanza pubblica risulterebbero modificati, sia per effetto della riduzione del denominatore, sia per la connessa variazione del gettito delle entrate”. Sempre che gli obiettivi della manovra siano raggiunti, soprattutto dal lato delle entrate che dovrebbero derivare dal potenziamento dei processi di accertamento (11 mld) e dalle misure anti-evasione (8,8 mld). Ma al di là delle speculazioni sui numeri, l’attuale situazione preoccupa un nutrito gruppo di economisti italiani, che auspicano una politica economica che scongiuri una ulteriore caduta dei redditi e dell’occupazione e criticano una politica restrittiva, come quella attuata dal Governo, che finisce per aggravare la crisi, alimentare la speculazione e può condurre alla deflagrazione della zona euro.

da Dazebao.org

"I confini del Lingotto", di Luciano Gallino

A Pomigliano prevale il sì all’accordo con la Fiat. Non stravince, come la sua direzione avrebbe gradito. Dobbiamo però augurarci che la Fiat non prenda pretesto dal risultato inferiore alle attese per mandare a monte l’accordo, oppure per imporlo senza modificarne una virgola.Non soltanto nell´interesse dei lavoratori, ma anche della Fiat, e del paese, per le conseguenze sociali e politiche che ciò potrebbe avere. Vediamo perché.
In Italia la Fiat produce 650.000 vetture l´anno con 22.000 dipendenti. In Polonia ne produce 600.000 con 6.100 operai. In Brasile le vetture prodotte sono 730.000 e i dipendenti soltanto 9.400. Inoltre il costo del lavoro in quei due paesi, contributi sociali inclusi, è molto più basso. È vero che in Italia si costruisce un certo numero di vetture di classe più alta che non in Polonia o in Brasile. Pur con questa correzione il rapporto auto prodotte/dipendenti resta nettamente sfavorevole agli stabilimenti Fiat in Italia.
Ne segue che su due punti non vi possono essere dubbi. Le aspre condizioni di lavoro che Fiat intende introdurre a Pomigliano, dopo averle sperimentate con successo all´estero, sono la premessa per introdurle prima o poi in tutti gli stabilimenti italiani, da Mirafiori a Melfi, da Cassino a Termoli. Dopodiché interi settori industriali spingeranno da noi per imitare il modello Fiat. Dagli elettrodomestici al tessile e al made in Italy, sono migliaia le imprese italiane medie e piccole che possono dimostrare, dati alla mano, che in India o nelle Filippine, in Romania o in Cina le loro sussidiarie vantano una produzione pro capite di molto superiore agli impianti di casa. Che tale vantaggio sia stato acquisito con salari assai più bassi, sistemi di protezione sociale minimi o inesistenti, e orari molto più lunghi, non sembra ormai avere alcuna rilevanza. Certo non per il governo, e perfino per gran parte dei sindacati. Con l´applicazione totale del modello Fiat, le imprese si sentirebbero autorizzate a far ritornare una parte della produzione delocalizzata in Italia, alla semplice condizione che essa sia accompagnata da salari e condizioni di lavoro che si approssimano sempre più a quella dei lavoratori dei paesi emergenti.
Si tratta di vedere fino a che punto conviene alla Fiat voler passare testardamente alla storia delle relazioni industriali e della globalizzazione come l´impresa italiana che allo scopo di esportare al meglio i suoi prodotti ha dimostrato che si può apertamente importare il peggio delle condizioni di lavoro, per di più ricevendo il plauso del governo. Così facendo, infatti, la Fiat correrebbe, e farebbe correre al paese, diversi rischi. Il primo, se il suo modello tal quale prendesse piede, è quello di contribuire alla stagnazione della domanda interna, che è stata ed è uno dei maggiori fattori della recessione globale in cui il mondo si sta avvitando. D´accordo che lavoratori sfiniti dalla fatica e con i salari, al netto dell´inflazione, pressoché fermi da oltre un decennio, consumano pur sempre qualcosa in più di un disoccupato. Ma il modello Fiat farebbe tendenza, aprendo nuovi spazi di disuguaglianza di reddito tra gli strati inferiori e medi e il dieci per cento dello strato più alto della piramide sociale; i cui membri, per quanto affluenti, difficilmente compreranno quattro o cinque Panda a testa.
Un secondo rischio è quello di far crescere le tensioni sociali. Se il governo alzasse mai lo sguardo dai sondaggi, e il management Fiat dai diagrammi della produttività e dei costi di produzione, potrebbero rendersi conto che disoccupazione, sotto-occupazione, tagli allo stato sociale e percezione di una corruzione dilagante stanno alimentando per conto loro, nel nostro paese come in altri, diffuse situazioni di insofferenza per la curva all´ingiù che la qualità della vita ha ormai palesemente imboccato, e per le iniquità di cui molti si sentono vittime. Ampliare il numero dei malcontenti moltiplicando i lavoratori che sono perentoriamente costretti a scegliere, come a Pomigliano, tra lavoro degradato e disoccupazione, o assistervi senza fare nulla, è una pessima ricetta politica. Alla quale un´impresa dovrebbe evitare di aggiungere i suoi particolari ingredienti.
Per altro il rischio maggiore che Fiat corre e fa correre a tutti noi risiede nel dare una robusta mano a coloro che intendono demolire la costituzione repubblicana. La proposta ventilata di modificare come nulla fosse l´art. 41 della suprema legge, perché a qualcuno dà fastidio che la legge determini i programmi e i controlli opportuni affinché l´attività economica possa essere indirizzata a fini sociali, come in fondo si dice in tutte le costituzioni, potrebbe venir liquidata come la dabbenaggine che è; ma se il lodo Pomigliano, chiamiamolo così, si affermasse lasciando intatte le sue licenze costituzionali, i nemici di quell´articolo ne trarrebbero un cospicuo vantaggio. Autorizzandoli pure a mettere in discussione, perché no, l´art. 36, secondo il quale il lavoratore ha diritto, nientemeno, a una retribuzione sufficiente in ogni caso ad assicurare a sé ed alla sua famiglia un´esistenza libera e dignitosa, oltre che proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro. E magari altri articoli a seguire, in tutto il Titolo III che riguarda i rapporti economici.
Portare a Pomigliano il grosso dell´organizzazione del lavoro vigente in Polonia sarebbe già un successo per la Fiat. Sul resto, ivi compresa la percentuale dei consensi alle sue proposte, forse le converrebbe, e converrebbe al paese, non esagerare con le richieste trancianti.

La Repubblica 23.06.10

Mai più alle urne con questa legge

La presidenza di Libertà e Giustizia lancia un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento affinché si impegnino a restituire al cittadino il potere previsto dalla Costituzione di eleggere propri rappresentanti alla Camera e al Senato. E’ infatti unanimemente riconosciuto che con l’attuale legge elettorale detta “porcellum” questo potere è stato totalmente sottratto all’elettore e depositato nelle mani di pochi capi partito.
L’attuale Parlamento è dunque composto da parlamentari “nominati” e non eletti: è questo il più grave vulnus alla Repubblica parlamentare disegnata nella nostra Carta costituzionale.
LeG chiede che se non fosse possibile trovare un accordo in tempi rapidi su una legge elettorale realmente rispettosa delle scelte del popolo, i partiti si impegnassero almeno a ripristinare la legge elettorale in vigore fino al 2005, nota come “Mattarellum”, basato su un sistema misto, maggioritario e proporzionale.
Una democrazia non può vivere in un regime in cui deputati e senatori “nominati” sono sostanzialmente sotto perenne “ricatto” dei pochi capi partito cui è attribuito il potere di nomina. Il presidente onorario di LeG, Gustavo Zagrebelsky e tutto l’ufficio di presidenza dell’associazione si impegnano a promuovere al più presto una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare composta di soli due articoli: il primo che dichiara abrogata l’attuale legge elettorale, il secondo che stabilisce il ritorno alla legge precedentemente in vigore.
Nel frattempo vi chiediamo di firmare quest’appello.

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Sulla strada giusta

Riunione della Direzione Nazionale del PD a Roma. Bersani: “Il Pd deve prendere per mano tutti gli italiani più colpiti dalla manovra”. Si è svolta stamani a Roma la Direzione Nazionale del PD. Una riunione per fare il punto, a poche settimane dalla pausa estiva, sulla manovra economica e per organizzare il lavoro del PD per i prossimi mesi a partire dall’Assemblea che si terrà l’8 e 9 ottobre e dalla Direzione del gennaio 2011 che voterà i documenti che diventeranno il programma del PD.
Il vicesegretario Enrico Letta ha indicato al Pd 3 AZIONI PER L’ESTATE.

1) IL PAESE PRIMA DI TUTTO.

La prima azione è sui temi economico-sociali in linea con l’appello di Napolitano di ieri. Per noi la manovra ci vuole ma così è sbagliata. Va cambiata in Parlamento a favore di chi lavora, di chi produce e a favore delle famiglie. I temi dell’educazione saranno il centro dell’azione del Pd, sia in vista della ripresa dell’anno scolastico sia attraverso il viaggio nelle Università italiane che il Pd ha iniziato da qualche giorno. Per quanto riguarda il federalismo è necessario salvarlo dalla Manovra che lo uccide, con la penalizzazione inaccettabile delle autonomie locali (denunciata anche da autorevoli rappresentanti del centrodestra). Il Governo risponda sul perché della nomina incomprensibile di Brancher e la non nomina del ministro per lo Sviluppo. Ribadisco poi l’auspicio di una vittoria del si al referendum di Pomigliano sull’accordo che consideriamo un “unicum”. In tema di imprese poi il Pd è impegnato nell’elaborazione di un manifesto
per le Pmi.

2) IL PROGETTO DEL PD PER PASSARE AL CAMBIAMENTO.

I 6 documenti approvati dall’ultima Assemblea su Università, Green Economy, Lavoro, Giustizia , Europa ed Istituzioni, passano alla discussione su internet e nei circoli. Si avvia la preparazione dell’Assemblea Nazionale prevista per l’8-9 ottobre prossimi in cui si voteranno altri documenti (tra cui Scuola e Fisco). L’obiettivo è quello di scrollarci di dosso la muffa dell’immagine di conservatori che ci portiamo dietro. Noi dobbiamo essere il Partito del cambiamento. Basta discussioni sul passato, pensiamo solo al futuro.

3) DALLA PARTE DELLE REGOLE.

In questa Italia in cui ogni giorno vengono scoperchiati verminai che raccontano marchette, raccomandazioni e prepotenze noi dobbiamo ribadire la forza delle regole. Quindi no alla legge sulle intercettazioni, si alla difesa del diritto alla privacy e no ai condoni.
Il presidente dell’Assemblea nazionale del Pd Rosy Bindi ha invitato il partito a darsi e a riscoprire un “metodo associativo”per coinvolgere i circoli e gli iscritti sui problemi veri del paese e sull’agenda programmatica che stiamo sviluppando. “Bisogna mangiare cibo solido e bere bevande robuste, anziché concentrarsi su equilibri interni, va fatta una campagna di informazione interna”.

Anche sulla manovra va approfondita la riflessione sulla tendenza di fondo comune a tutti i governi di centrodestra e’ evidente che si vuole uscire dalla crisi con meno spesa pubblica, meno pensioni meno scuola, meno sanità. Invece di aggredire le cause della crisi di un modello di sviluppo si tagliano le sicurezze. Noi non vogliamo lo status quo ma non possiamo neppure accettare che sia spazzato via il modello di welfare europeo. Anche su Pomigliano, è evidente che non va perso l’investimento ma dobbiamo interrogarci su come stanno cambiando le relazioni industriali, azienda per azienda contratto per contratto. Se Pomigliano non deve diventare un modello, il Pd deve incalzare sia ilsindacato che gli imprenditori: non si può pagare il lavoro con meno diritti.

Bindi ha chiuso con un richiamo alla indifferenza generalizzata di fronte agli scandali: una marea nera che lambisce ormai tutte le coste. Il Pd non deve fare del moralismo o del giustizialismo ma dobbiamo essere il partito della questione morale, perché oggi non c’e più nessuno legittimato a rappresentare un punto di resistenza morale.

Bersani: siamo sulla strada giusta.
“La questione sociale, democratica e morale aperta nel paese sta determinando un distacco, uno scoramento, un’indignazione e una rabbia frustrante nel paese. Non c’e da aspettarsi nulla di buono se aspettiamo sulla riva la deriva del centrodestra: dobbiamo cercare di raffigurarci come il partito che prende per mano questo distacco e interpreti i bisogni sociali del paese. Abbiamo appena cominciato a lavorare. Sabato abbiamo fatto un passo avanti buono. Abbiamo dato l’idea di un partito convinto di se vicino alle persone che insieme alle proteste formula delle proposte per l’alternativa. Siamo in cammino sulla strada giusta, passo dopo passo, senza allarmismi se ci sono degli inciampi “.

Inizia dai segnali incoraggianti la replica di Bersani alla Direzione Nazionale. Poi illustra ai componenti della Direzione la strategia sulla manovra: “Teniamo l’asse su alcuni punti: questa manovra tira le somme dell’attività di governo, degli errori fatti, è iniqua, mancano le riforme ed è al fine delle speranze di crescita e cambiamento del paese. La nostra idea è che il Pd debba prendere per mano tutti gli italiani più colpiti dalla manovra mentre il PD ancora non è visto come il baluardo che difende gli interessi sociali”.

“Abbiamo le nostre proposte ora diamo atto quotidianamente delle battaglie parlamentari, degli incontri con le forze sociali a livello nazionale e locale, facciamo manifestazioni sui territori assieme ai nostri amministratori. Questo è il nostro compito di fronte a una manovra iniqua che non contiene elementi di crescita e che, proprio per questo, promette a breve un’altra manovra. Io spero che il Parlamento corregga almeno le distorsioni più gravi – ha aggiunto – e i nostri emendamenti vanno proprio in questa direzione: tolgono risorse da una parte e le mettono sulla crescita e l’equità”.

Sul federalismo e le baruffe scoppiate dopo la nomina a ministro di Brancher dedica due battute: “La Lega è la sutura della maggioranza, e i problemi cominciano ad esserci. La base gli darà problemi, dobbiamo essere pronti a indicare come la manovra ferma il federalismo”.

Nel giorno del referendum tra i lavoratori di Pomigliano non manca un passaggio sul tema: “Non abbandoniamo il dato dell’eccezionalità di quella situazione ma il diritto del lavoro oggi è messo in discussione dalle politiche del governo e bisogna difenderlo. Siamo di fronte a un passaggio delicato – ha detto Bersani – noi diciamo che bisogna preservare gli investimenti e che non se ne faccia un modello. Ora occorre rispetto per la voce dei lavoratori, e voglio credere che ci sia anche da parte della Fiat. Se nel referendum vinceranno i sì, sarà un sì all’accordo con la Fiat e la Fiat dovrá portarlo avanti”.
Bersani ha replicato alla critica fatta da chi ha parlato di “ambiguitá” da parte del Pd: “Si chiede ai lavoratori di disturbarsi, ma non si chiede mai al resto del Paese di disturbarsi almeno un pochino. Me la prendo con chi punta sempre il dito sulla flessibilità degli operai e degli altri, ma quando si tenta di toccare la propria posizione alza barricate”.

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