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"Ma quel compenso non è equo", di Giuseppe Mazziotti

L’estensione indiscriminata del cosiddetto equo compenso per la copia privata a tutti i dispositivi provvisti di memoria hardware altera irrimediabilmente il principio di proporzionalità tra l’entità del prelievo e le riproduzioni per uso personale realizzate dagli utenti. Perché il provvedimento resti nell’ambito del diritto d’autore e non configuri un mero aiuto di Stato alle grandi case discografiche e cinematografiche, è necessario introdurre limitazioni che assicurino trasparenza nella ripartizione del compenso e un’adeguata protezione dei consumatori.
Da internet.
La “copia privata” è un’eccezione al diritto d’autore che, anche per ragioni di tutela della riservatezza, permette al consumatore che acquista legittimamente un esemplare originale di una registrazione audio o video di copiare tale registrazione per fini strettamente personali e non commerciali senza l’autorizzazione dei titolari dei diritti. L’eccezione non si applica dunque alle copie digitali di registrazioni protette da diritti d’autore che gli utenti delle reti di file-sharing scaricano e scambiano tra loro, ben oltre la propria sfera privata e, nella maggioranza dei casi, senza le necessarie licenze. Nell’ambito di questa eccezione, il cosiddetto “equo compenso” costituisce un risarcimento preventivo che la legge riconosce ai titolari dei diritti per coprire le perdite da questi sofferte per la mancata autorizzazione delle copie private.
Prima dell’entrata in vigore di un decreto del ministero dei Beni e delle attività culturali emanato il 30 dicembre 2009 e noto alle cronache come “decreto Bondi”, al prelievo dell’equo compenso erano soggetti strumenti e supporti dedicati specificamente alla riproduzione e alla memorizzazione di contenuti musicali e audiovisivi, per esempio i masterizzatori, i cd-r e i dvd-r). (1) Ora, invece, per effetto di un’interpretazione molto ampia di una delega legislativa introdotta nella legge sul diritto d’autore nel 2003, il decreto estende il prelievo a tutti gli strumenti elettronici dotati di una memoria hardware, anche se non dedicati, in modo specifico, alla riproduzione e archiviazione di musica e video (computer, decoder, notebook, dispositivi hardware fissi e mobili, compresi i telefoni cellulari, lettori multimediali portatili, chiavette Usb e altro ancora). (2)
Nel sistema della copia privata, è la Società italiana autori editori (Siae) che, per espressa disposizione di legge, raccoglie periodicamente i prelievi dai soggetti obbligati – produttori e importatori dei supporti e degli apparecchi soggetti al prelievo – e li suddivide tra i vari titolari dei diritti seguendo una logica di ripartizione per comparti (audio e video). Da un punto di vista economico, l’estensione del prelievo ha l’effetto di incrementare il gettito dell’equo compenso gestito dalla Siae, che negli ultimi anni è diminuito sensibilmente a causa del calo delle vendite dei dispositivi e dei supporti analogici sui quali era tradizionalmente applicato: dagli oltre 72 milioni di euro del 2005 si è giunti ai 44,5 milioni del 2009.

PERCHÉ È NECESSARIO PROCEDERE A LIMITAZIONI DEL PRELIEVO

Estendendo in maniera indiscriminata il prelievo a tutti i dispositivi provvisti di memoria hardware, il decreto Bondi ha finito per aggravare l’intrinseca iniquità del sistema e minare alla radice il principio di proporzionalità tra i compensi prelevati su una gamma molto più ampia di prodotti e le copie private realizzate attraverso di essi.
Sin dalla sua istituzione in Italia, nel 1992, l’equo compenso si è tradotto in un sistema di remunerazione a dir poco approssimativo, in virtù dell’adozione di criteri presuntivi di ripartizione sganciati da qualsiasi riferimento concreto o attendibile a ciò che i consumatori copiano effettivamente con gli strumenti gravati dal prelievo. Infatti, la Siae suddivide discrezionalmente i compensi per la copia privata a titolo di ripartizioni supplementari calcolate in proporzione ai rendiconti delle classi di utilizzazione “Dischi” e “Radiofonia” che, ancora oggi, a dispetto dell’avvento delle tecnologie digitali e di Internet, sono quelle maggiormente remunerative nella gestione collettiva dei diritti d’autore. Ciò a beneficio esclusivo dei titolari di diritti d’autore che detengono posizioni dominanti in tali settori, e cioè i grandi editori musicali e le case discografiche di loro proprietà. Senza una modifica da parte della Siae dei criteri di ripartizione attuali che tenga in debita considerazione le utilizzazioni digitali (e cioè la distribuzione commerciale di contenuti attraverso il web e la telefonia cellulare), l’applicazione del decreto Bondi avrà l’effetto paradossale di tassare tutti i moderni dispositivi e supporti digitali di riproduzione per premiare economicamente i proprietari di contenuti veicolati attraverso strumenti e canali tradizionali (i dischi e le radio).
Per evitare distorsioni nel mercato e garantire equità tanto ai titolari dei diritti quanto ai consumatori, sarebbe sufficiente rispettare un principio, sancito nella legislazione europea sul diritto d’autore, secondo cui il prelievo deve essere limitato ai soli dispositivi di riproduzione digitale che siano utilizzati presumibilmente per realizzare copie private. Dello stesso avviso si è mostrato l’avvocato generale della Corte di giustizia europea nelle conclusioni presentate l’11 maggio scorso nell’ambito di un caso portato di fronte alla Corte dall’Audiencia provincial de Barcelona per valutare la legittimità del sistema spagnolo di prelievo dell’equo compenso, anch’esso indiscriminato. (3)
Per adeguare la legislazione italiana alle regole europee, pertanto, il ministero dei Beni culturali dovrebbe inserire misure correttive nel decreto Bondi coinvolgendo nella riforma tutti i portatori d’interessi, consumatori compresi. Occorre limitare il prelievo ai dispositivi utilizzati in misura preponderante per la riproduzione di contenuti musicali e audiovisivi e creare specifiche esenzioni dal prelievo nei casi in cui il consumatore abbia già pagato un compenso per la copia privata o non sia in grado, tecnicamente, di realizzarla per l’apposizione di misure anticopia efficaci. Senza queste correzioni, il compenso avrà davvero le caratteristiche di una tassa (e non di un diritto) e potrà essere considerato alla stregua di un aiuto di Stato ai produttori discografici e cinematografici in crisi, a spese di alcune categorie produttive e della generalità dei consumatori, da mesi in rivolta contro il decreto Bondi.

(1) Vedi decreto ministeriale di cui all’art. 71-septies della legge 22 aprile 1941, n. 633, recante “Determinazione della misura del compenso per copia privata”, ministero per i Beni e le attivitculturali, 30 dicembre 2009 (entrato in vigore il 14 gennaio 2010).
(2) Vedi art. 71-septies della legge 22 aprile 1941, n. 633, introdotto con il decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 68 (“Attuazione della direttiva 2001/29/Ce sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione”). Salvo che per computer e telefoni cellulari (il cui compenso è fisso), il decreto commisura l’entità del prelievo alla capacità di memorizzazione di ciascun supporto o dispositivo. Per effetto del decreto Bondi, per esempio, alla fine di aprile 2010 il prezzo di un iPod classic da 160 gigabyte è salito da 229 a 247 euro e quello di un più modesto iPod shuffle da 2 gigabyte è arrivato a costare 61 euro rispetto agli originari 55.
(3)C-467/08, Sociedad General Autores y Editores (SGAE) c. PADAWAN S.L., Conclusioni dell’avvocato generale Verica Trstenjak, 11 maggio 2010.

Assalto finale alla scuola dieci e lode

Qualche giorno fa, la stampa nazionale ha strillato all’unisono «Caos nel tempo pieno: non c’è il banco per 150 mila alunni!». Già Mariastella Gelmini aveva colpito al cuore la scuola primaria imponendo il maestro «unico». Oggi il suo assalto finale all’isola plurimedagliata del full-time: per inabissarla. Perché l’Europa ha attribuito un dieci- e-lode al tempo pieno italiano? Per il suo bollino di qualità: porta la duplice firma della nostra Pedagogia popolare, non togata (don Lorenzo Milani, Gianni Rodari, Loris Malaguzzi, Bruno Ciari) e della nostra Pedagogia accademica (a partire da quella bolognese: Raffaele Laporta, Mario Gattullo, Piero Bertolini, Giovanni Maria Bertin). Il tempo pieno gode dunque di una nobile carta d’identità pedagogica e didattica. Questa: il diritto di tutti all’ingresso e al successo scolastico insieme alla garanzia di un’elevata qualità dell’istruzione. Anzitutto, il suo modello pedagogico. Teorizza la centralità dell’Educazione in una società che dà megafono alla scienza e alla cultura al fine di moltiplicare valori plurali e figure di cittadinanza tra le contrade del nostro pianeta. Poi, il suo modello/didattico. Teorizza la centralità della Conoscenza e della Relazione nella vita scolastica: l’apertura all’ambiente (l’istruzione si nutre delle opportunità formative della città intese come aule didattiche decentrate ), inclusione- integrazione delle “diversità” (disabili, altre/etnie), l’alternanza classe-interclasse (dando palcoscenico ai laboratori: centri di interesse, angoli didattici, ateliers musicali- teatrali-pittorici et al.), la pratica della ricerca e del lavoro di gruppo (possibile in una scuola officina di metodo, bottega in cui si impara a imparare), l’identità di comunità educante (quando la scuola si fa vivaio di relazioni e di valori).

UN MAIL DALL’EMILIA ROMAGNA. – Ministro Gelmini, Lei sta smantellando – con infondate e risibili argomentazioni – la nostra gloriosa scuola a full-time. Questo perché la sua Controriforma non prevede (anzi, osteggia) un sistema di istruzione che assicuri alle giovani generazioni autonomia intellettuale (il contrario della sua mente/unica) e valori solidaristici (il contrario della sua scuola aziendalistico/competitiva). Attenzione, però. Se il suo vascello “pirata” è diretto al porto del tempo/ pieno per smantellarlo, ricordi che lo sbarco non le sarà facile. Specialmente in terra emiliana: da sempre presidiato da studenti, insegnanti, genitori, associazionismo cattolico e laico che mai le permetteranno di snaturare la scuola in un’imbarcazione che batte tre bandiere/nere: la meritocrazia, la competitività e i saperi- in-pillole di consumo nel banco: il cui ineluttabile destino è morire all’alba del giorno dopo!

L’Unità 22.06.10

Un successo. Passato il testimone a 110mila nuovi «resistenti», di Stefania Scateni

«Mi iscrivo all’Anpi perché la Resistenza non sia solo memoria del passato ma esercizio del presente». La nuova resistenza democratica inizia unendosi ai partigiani dell’Anpi. Se c’è da resistere si va da coloro che la Resistenza la conoscono bene. L’Anpi sta conoscendo una nuova primavera. Presentata ieri una iniziativa per l’adesione di moltissime personalità illustri
Non è tempo di stare alla finestra. Non è tempo di indifferenza né di ignavia, tantomeno di accidia. È tempo di trasformare lo sconcerto, la rabbia e la paura, di scegliere se continuare ad affannarsi per nuotare in una marmellata culturale e politica che confonde verità e menzogna, libertà e sopruso, sfigurando il tutto in un grande schermo azzurro e piatto, oppure tirarsi fuori dal blob e dare aria al cervello. In poche parole, prendere posizione. C’è bisogno di rivivere il significato morale, prima ancora che politico, dell’antifascismo e della nostra Costituzione democratica. La ricchezza dell’insegnamento che ci arriva dalle donne e gli uomini che si sono schierati e hanno combattuto per costruirla vanno coltivati e ripresi, insegnati, testimoniati di nuovo. Molti ragazzi italiani (come ci ha raccontato il 9 giugno Gabriella Gallozzi su questo giornale) lo hanno fatto iscrivendosi all’ Anpi: tanti nuovi “antifascisti”, “volontari per la democrazia” nell’Associazione nazionale dei partigiani che, negli ultimi anni, ha aperto le porte anche a chi la Resistenza non l’ha vissuta. I partigiani hanno passato così il testimone a 110mila nuovi resistenti per continuare a far vivere la memoria della lotta per la democrazia, messa a rischio dalla graduale scomparsa dei protagonisti e dal violento revisionismo di regime. L’Anpi lancia inoltre una campagna con il coinvolgimento di artisti, scrittori e intellettuali. Nata da un’idea di Concita De Gregorio e Dacia Maraini, l’iniziativa è stata presentata ieri nella sede nazionale dell’Associazione.
Dacia Maraini ha citato un discorso agli studenti milanesi di Piero Calamandrei (1955): «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione». Concita De Gregorio ha spiegato quanto sia fondamentale parlare ai ragazzi di chi ha combattuto per le libertà di cui godono oggi, e spiegare loro la Costituzione: «Il futuro non è più quello di una volta, è necessario incarnare nel presente lo spirito della Resistenza. Una Resistenza personale, privata, che può coincidere con una forma di Resistenza pubblica, collettiva». Non erano sole ieri mattina all’ Anpi. «Mi iscrivo all’Anpi perché la Resistenza non sia solo memoria del passato ma esercizio del presente». Con questa motivazione, scelta per la campagna, si sono iscritti Andrea Camilleri, Giuliano Montaldo, Giancarlo De Cataldo, Romana Petri, Rosetta Loy, Fabrizio Gifuni, Simona Marchini, Sandra Petrignani, Fabio Bussotti, Simone Cristicchi, Fiorella Mannoia, Mario Monicelli,
Neri Marcorè, Emma Dante, Marco Paolini, Gigi Proietti, Moni Ovadia, Ugo Gregoretti, Marco Bellocchio, Giorgia, Monica Guerritore, Sabrina Ferilli, Massimo Carlotto, Emma Dante, Roberta Torre, Irene Grandi, Matteo Garrone, Francesca Archibugi, Valentina Carnelutti, Emanuela Giordano, Beppe Sebaste, Lidia Ravera, Silvia Nono, Flavia Gentili, Italo Spinelli, Francesca Comencini, Cristina Comencini, ellekappa, Staino, Liliana Cavani, Serena Dandini, Riccardo Milani, Piera Degli Esposti, Vincenzo Cerami, Ascanio Celestini, Margherita Hack, Eugenio Finardi, Lucio Villari, Pierluigi Meneghetti, Mario Prosperi, Rossella Or, Lisa Ginzburg, Luca Archibugi, Nadia Urbinati, Roberto Citran. Molti erano presenti, nella stracolma sala dell’Anpi dove a fare gli onori di casa c’erano due partigiani, i vicepresidenti dell’Associazione Armando Cossutta e Marisa Ombra. Giuliano Montaldo ha raccontato quando, il 24 aprile 1945, a Genova stavano stampando la prima Unità del dopoguerra, e con altri fece da “spago” per portare l’edizione agli operai dell’Ansaldo: un solo foglio, titolo “Genova è libera”. Giancarlo De Cataldo lamenta come la sinistra abbia consegnato i simboli alla destra, e sottolinea l’importanza mitopoietica della Resistenza. Le storie sono necessarie, raccontano il mondo e noi stessi. Quanta differenza ci sia tra lo ieri dei partigiani e l’oggi dei «nuovi resistenti» lo spiega Armando Cossutta, quando chiude la conferenza con un ricordo personale. «Oggi combattere per la Costituzione è più difficile di allora. Fui incarcerato, messo al muro insieme a dei compagni per essere fucilati, ma non avevo paura, non avevamo paura. Avevamo la certezza di contribuire a costruire un orizzonte visibile e giusto. Oggi non si vede questa luce all’ orizzonte».

L’Unità 22.06.10

"Imparare con meno ore di lezione ecco la scuola del tempo tagliato", di Maria Novella De Luca

Nelle primarie e secondarie gli orari verranno “falciati” di almeno 120 minuti settimanali.
Il pedagogista Vertecchi: è folle La psicologa Roncoroni: i ritmi serrati sono inutili . Sono gli anni più lenti e più veloci di tutta la vita. Quelli del crescere e dell´imparare. Quelli in cui ci si trasforma da bambini in adolescenti, e poi in ragazzi che s´affacciano al futuro. Sono i tempi della scuola, spesso indimenticabili nel gioco dei ricordi, tra libri, amori, amicizie, dall´infanzia all´università, dalle elementari al liceo, quando molto, anzi quasi tutto, si forma. È il tempo del sapere, che in Italia “conta” 200 giorni di lezione l´anno come in Olanda e in Germania, contro i 180 giorni della Francia, i 190 di Inghilterra, Finlandia, e Norvegia, i 178 della Svezia, i 175 della Spagna e della Grecia. Un ciclo che varia da nazione a nazione, ma che oggi in tutta Europa è oggetto di dubbi, sottoposto a revisioni acuite dalla crisi, dai tagli di welfare, ma anche dal diffondersi di nuovi saperi e nuove competenze. Ma è possibile, è legittimo intaccare “gli anni del sapere”, come sta avvenendo in Italia? O non sarebbe giusto, allora, investire sul futuro delle menti potenziando fondi e istituzioni? Il prossimo autunno nelle scuole primarie e secondarie gli orari verranno “falciati” almeno di 2 ore alla settimana, e 150mila bambini di prima elementare resteranno senza tempo pieno. Per il ministro Gelmini, però, non si tratta di tagli ma di «riforme di qualità».
«È folle toccare il tempo della scuola – tuona un pedagogista famoso ed impegnato come Benedetto Vertecchi – i giovani non sanno più scrivere, non sanno più contare, non condanniamoli all´ignoranza». La polemica è feroce. Infatti, mentre in queste settimane nel nostro Paese si accorciano le ore della didattica, in Francia al contrario la settimana “breve” tornerà ad essere lunga. E in Germania, dove già i tempi dell´apprendimento superano i tetti massimi della Ue, è partito un massiccio investimento su asili d´infanzia e nidi statali, per allargare “in entrata” la permanenza nella scuola. Un confronto netto. Eppure il ministro dell´Istruzione ha proposto di estendere addirittura fino ad ottobre le vacanze estive, già oggi tra le più lunghe di tutta l´Europa. Tredici settimane consecutive, contro una media di 6 o 7 nel resto della Ue, un tempo più dannoso che utile, come ormai sottolineano esperti, genitori, studiosi. In Francia invece il Governo ha convocato nei giorni scorsi la Conferenza nazionale sui ritmi scolastici, per annunciare l´abolizione del mercoledì festivo e cinque giorni di lezioni full time anziché i quattro attuali. Obiettivo: rendere meno “compresso” il tempo dello studio, ma soprattutto armonizzare la vita scolastica e la vita familiare. Perché la scuola, in Italia come in Francia e nel resto d´Europa, sottolinea Daniela Del Boca, professore di Economia politica all´università di Torino, «non è soltanto il luogo dell´insegnamento, ma è diventata nel tempo un contenitore sociale fondamentale, in un´epoca di figli unici e di genitori che lavorano entrambi, per i bambini e i ragazzi è forse l´unica vera area di socializzazione protetta, l´alternativa è la solitudine di case vuote, davanti al computer o alla tv».
Il tempo pieno infatti, istituito nel nostro Paese con una legge del 1971, in anni in cui l´Italia puntava a una scolarizzazione di massa ancora incompiuta, ha cambiato radicalmente la vita domestica, permettendo, dice Del Boca, «un massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro». Laddove è stato applicato, e cioè quasi esclusivamente nelle regioni del Nord e del Centro, il numero delle donne occupate è passato dal 36% al 46%. «Non si può tornare indietro: per le famiglie sarebbe, anzi sarà, una tragedia sociale – osserva la docente -. Chi si occuperà di questi bambini e ragazzi il pomeriggio? Chi avrà soldi per pagare baby sitter, corsi di lingua, di nuoto? Proprio in un momento in cui le famiglie subiscono un impoverimento radicale la scuola chiude le porte. Ma la conoscenza non è soltanto studio: è interazione, colloquio con i propri pari…».
Al di là del welfare, sottolinea Annamaria Roncoroni, psicologa ed esperta di meccanismi di apprendimento, quello che qui entra in gioco è la capacità di assimilare la conoscenza. «Il taglio delle ore è uno sgambetto per gli studenti – dice Roncoroni – anche se non sempre il tempo pieno è stato sinonimo di qualità. Una cosa certa è che l´attenzione di un bambino di sei o sette anni non dura più di quindici minuti. Poi i bambini hanno bisogno di muoversi, di giocare, per ritrovare la loro concentrazione. Per questo è necessario un tempo disteso, è del tutto inutile bombardare la testa di un ragazzino per poche ore serrate, quando è provato che la sua attenzione è altrove. La fretta è nemica dei più piccoli. Li mette in ansia, crea frustrazioni. Perché la testa assimili ci vogliono delle pause. In questo senso molti sistemi europei, che frazionano le vacanze, alternandole più spesso durante l´anno, sono in realtà più funzionali all´apprendimento». Giustificando la decurtazione di ore che cambierà per sempre il volto della scuola italiana, il ministro Gelmini si è difesa sostenendo che in Italia i giorni di lezione sono i più numerosi di tutta l´Europa. Benedetto Vertecchi però dissente. Il grande equivoco, afferma, è quello di «confondere l´orario delle lezioni con l´orario della scuola, mentre il tempo della didattica è soltanto una parte di quello spazio fisico e mentale, dove i ragazzi imparano a crescere e a scoprire la cultura». Se pensiamo, dice Vertecchi, «che in tutto il mondo le classi abbienti tengono i loro figli a scuola il più a lungo possibile, dove il modello d´élite è quello del college, ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato pensare di sottrarre ai ragazzi italiani gli anni del sapere. Un vero furto del loro futuro».

"La patria immaginaria", di Ilvo Diamanti

“La Padania non esiste”, ha sostenuto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, all´indomani della manifestazione di Pontida. Capitale simbolica della Patria “padana”. Dove sono echeggiati discorsi che evocano il federalismo, la secessione. Distintamente o in alternativa. Come ha fatto il viceministro Castelli, minacciando: “Federalismo o secessione!”.
Si potrebbe dire che, mai come oggi, la Lega abbia assunto centralità politica e culturale, in questo Paese disorientato. Perché mai come oggi il dibattito politico appare contrassegnato dal linguaggio introdotto – e imposto – dalla Lega. Tutto interno e intorno all´appartenenza e all´identità territoriale. Gianfranco Fini ha, infatti, pronunciato le sue critiche intervenendo a un seminario sul tema: «Patriottismo repubblicano e Unità d´Italia». Appunto: l´Unità d´Italia. Divenuta un tema centrale dell´agenda politica, proprio in vista del 150enario. Come tutto quel che riguarda l´Italia: l´inno di Mameli, la nazionale di calcio, il Tricolore. E, sotto il profilo dell´organizzazione dello Stato: il federalismo. Anche questa, una definizione largamente in-definita. Perché non è mai stato chiarito, fino in fondo, cosa si intenda. Quale Italia, con quali e quante regioni, macro-regioni, meso-regioni.
Tanto noi siamo ormai un laboratorio avanzato del riformismo. A parole. Capaci di lanciare la corsa al federalismo fiscale e, al contempo, di asfissiare Regioni e Comuni, dotati di poteri che non possono esercitare per assoluta mancanza di risorse. Capaci di affidare la stessa materia – il federalismo – a 3 (tre) ministri: Bossi, Calderoli e, da qualche giorno, Brancher. Questo Paese, ormai politicamente diviso tra Nord, Centro e Sud. Assai più che fra Destra e Sinistra. Oggi si trova, di nuovo, a discutere di Padania. Che è una patria immaginaria. Ma, tanto in quanto se ne parla, tanto in quanto diventa l´etichetta di prodotti e manifestazioni (dai campionati di calcio ai concorsi di bellezza ai festival della canzone), tanto in quanto è discussa: esiste. Come “invenzione”, operazione di marketing. Ma c´è.
Per questo, le polemiche di questi giorni confermano l´importanza della Lega, come attore politico e – ripeto, senza timore di ironie – culturale. Perno di una maggioranza di centrodestra, altrimenti povera di radici e identità. Il problema, per la Lega è che anch´essa rischia di essere danneggiata dal crescente successo dei suoi miti e del suo linguaggio. Perché le impedisce di usare, come sempre, le parole e le rivendicazioni in modo plastico e allusivo. E, dunque, di muoversi in modo agile sulla scena politica. Anche in passato, d´altronde, l´invenzione della Padania, dopo un primo momento di successo, divenne un vincolo.
Il “lancio” della Padania, lo ricordiamo, avviene tra il 1995-96, dopo la fine burrascosa dell´esperienza di governo con Berlusconi. Allora la Lega smette di parlare di federalismo – lo fanno tutti. E comincia a rivendicare prima l´indipendenza e poi la secessione. Per smarcarsi, per posizionarsi là dove nessuno la può raggiungere. Allora nasce la Padania. Che non è semplicemente il Nord. La patria dei produttori e dei lavoratori contro Roma ladrona e il Sud parassita. No. La Padania è una Nazione. Altra. Diversa dall´Italia. E quindi alternativa. In nome della Padania, Bossi e la Lega trionfano alle elezioni del 1996 (il risultato in assoluto più ampio raggiunto fino ad oggi). Promuovono una marcia lungo il Po, nel settembre successivo. A cui partecipano alcune decine di migliaia di persone. Poche per proclamare la secessione. Da lì il rapido declino della Lega Padana. Abbandonata da gran parte dei suoi elettori, che la volevano (e la vogliono) sindacalista del Nord a Roma. Non movimento irredentista di una Patria indefinita.
Per questo nel 1999 Bossi rientra nell´alleanza di centrodestra, accanto a Berlusconi. Per questo riprende la tela del federalismo. La secessione scompare. La Padania diventa un mito. Un rito da celebrare una volta all´anno. Che, tuttavia, oggi suscita imbarazzo. Come gli altri miti su cui poggia l´identità leghista. L´antagonismo contro Roma. La lotta contro l´Italia e contro lo Stato centrale. Perché oggi la Lega governa a Roma, a stretto contatto con i poteri centrali dello Stato nazionale italiano. Usa un linguaggio rivoluzionario, ma è un attore politico normale e istituzionalizzato.
Nel 1992 Gian Enrico Rusconi scrisse che la provocazione della Lega ci ha costretti a ragionare su cosa avverrebbe se cessassimo di essere una nazione. Ci ha imposto, cioè, di riflettere sulla nostra identità nazionale. Oggi, per ironia della storia, è la Lega – come ha sottolineato Fini – a trovarsi di fronte alla stessa questione. Se le sia possibile, cioè, “cessare di essere padana”. Spiegando, apertamente, ai suoi stessi elettori e agli elettori in generale, dove si ponga. Fra l´Italia e la Padania. Federalismo e secessione. Opposizione e governo.

La Repubblica 22.06.10

"Pomigliano d’Arco, la storica anomalia di una fabbrica", di Rinaldo Gianola

La fabbrica Giovanni Battista Vico di Pomigliano d’Arco occupa 5193 dipendenti diretti (4720 operai e 473 impiegati), dal 2003 a oggi sono usciti oltre 2500 lavoratori. Lo stabilimento Fiat, con l’indotto, vale il 20% del pil della Regione Campania dove la disoccupazione giovanile supera il 50%. Metà dei comuni del napoletano, secondo il prefetto Alessandro Pansa, è infiltrato o minacciato dalla camorra. Davanti a questi numeri e fatti i lavoratori e i cittadini di Pomigliano dovrebbero consegnarsi a Sergio Marchionne, iscriversi a Solidarnosc e iniziare a studiare il modello polacco della Fiat, quello della fabbrica di Tychy dove i 5800 dipendenti hanno prodotto 600mila auto nel 2009, circa lo stesso numero di auto uscite dai quattro impianti italiani. Se le cose stanno come dice la Fiat, se larghissima parte del mondo politico e sindacale accettano le condizioni imposte dal Lingotto per avviare la produzione della Nuova Panda, allora il referendum di oggi dovrebbe essere una pura formalità. Vinceranno i “sì”, Marchionne potrà trionfare anche a Pomigliano. Si lamenteranno solo quelli della Fiom, qualche costituzionalista e Sergio Cofferati che quando faceva il sindacalista era considerato un “destro”. Ma, probabilmente, il caso Pomigliano ci riserva ancora qualche sorpresa. La Fiat, nonostante il plateale consenso raccolto nella politica e nel sindacato, non ha ancora sciolto la riserva sull’investimento di 700 milioni a Pomigliano. Forse non basterà una vittoria del “sì”, forse non sarà sufficiente nemmeno un plebiscito al documento (non definiamolo un accordo, questo prevederebbe una trattativa che non c’è stata) perchè Marchionne ha bisogno di vincere su tutto il fronte,ha la necessità anche di portare a casa la firma della Fiom che, pur essendo il sindacato più piccolo a Pomigliano, mantiene una posizione netta e chiara di opposizione. Mentre i lavoratori si avviano al voto compaiono altri piani della Fiat, compresa la creazione di una nuova società che assumerebbe i dipendenti di Pomigliano a condizione di sottoscrivere tutte le norme capestro, comprese le deroghe contrattuali e costituzionali. È la dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che su Pomigliano non si gioca solo un importante investimento industriale ma soprattutto la tenuta del sistema dei diritti e delle garanzie per il mondo del lavoro. Se passa il modello polacco, poi si aprirà una voragine: perchè mai non si dovrebbe concedere a un’altra impresa quello che questa volta è stato concesso alla Fiat? La storica anomalia di Pomigliano apre dunque una nuova stagione e si misura davanti al caso Fiat e al giudizio espresso da giornali, economisti, politici di vari orientamenti. Nelle cronache e nei commenti di questi giorni riemerge un pregiudizio antimeridionale che, con questi toni, non si sentiva da tempo, se non nella rozza propaganda leghista. Ritorna la condanna di quella fabbrica pagata dalle Partecipazioni statali, inventata dall’Alfa Romeo e che, poi, sarebbe stata “salvata” dalla Fiat di Agnelli e Romiti. Pomigliano è “assenteista” e “poco produttiva”. Secondo la Repubblica, giornale che si batte per la moralizzazione della vita pubblica, Pomigliano ha bisogno di una “rieducazione”. E perchè nonchiedere ai dipendenti una pubblica autocritica, l’ammissione delle proprie “colpe” come in un processo stalinista? Il Sole-24 Ore, diretto dall’ex compagno (se si può ancora dire…) del Manifesto Gianni Riotta, ha invece pubblicato una tabella per simulare quanto sarà bella la vita degli operai con i diciotto turni. Il Corriere della Sera raccoglie il pensiero dell’ex presidente dell’Iri Romano Prodi che conferma l’inevitabilità del passaggio dell’Alfa Romeo alla Fiat «perchè la sua offerta era la migliore ». Si tratta dello stesso Prodi che nell’autunno 2002 riconobbe come «l’opzione statunitense, quella della Ford, avrebbe rafforzato l’industria nazionale»? Il tempo passa, ma gli argomenti, le accuse, le denunce sono sempre le stesse. Sembra di risentire gli slogan delMovimento Meridionalista Italiano e dell’Organizzazione Cittadini Indipendenti, gruppi di opinione torinesi pagati dalla Fiat, che negli anni Settanta all’epoca della nascita di Pomigliano inveivano contro l’investimento pubblico al Sud che avrebbe danneggiato gli operai meridionali saliti al Nord a consumare la vita alle catene di montaggio di Rivalta e Mirafiori. Ma, probabilmente, questo è il segno della modernità del paese: assumiamo acriticamente gli interessi e i valori dell’impresa trascurando tutto il resto. Però i lavoratori di Pomigliano non meritano questo trattamento. Se il referendum darà l’esito sperato, se sarà un plebiscito per l’offerta della Fiat, se Marchionne concederà la produzione della Nuova Panda, allora bisognerà valutare pienamente la portata industriale, l’applicazione effettiva del progetto di Torino. La Fiat ha presentato 7 piani industriali e strategici negli ultimi dieci anni, non sempre gli obiettivi sono stati raggiunti. I problemi di assenteismo e produttività di Pomigliano non possono più essere scaricati sul peccato originale, statale, dell’ impianto: la Fiat ha la responsabilità della fabbrica da 24 anni. è passata nelle mani di manager come Romiti, Garuzzo, Cantarella, Fresco, Morchio e oggi Marchionne. Cosa hanno combinato? In questi anni i lavoratori di Pomigliano hanno sperimentato tutto: la vecchia catena di montaggio taylorista, poi i “gruppi di produzione”, quindi nell’87 il ritorno alla postazione fissa con l’introduzione del Tmc (Tempo movimenti collegati) per saturare al 100%la capacità produttiva,unsistema ulteriormente affinato con il Tmc2 e Tmc3 che aumentavano i ritmi nelle primissime ore di impiego dell’operaio per sfruttarne la freschezza. Hanno vissuto la svolta di Marentino e la qualità totale di Romiti, la flessibilità fornita dai contratti formazione lavoro e da tutte le forme di precariato. Hanno sperimentato il miracoloso Wcm.Ora aspettano il lavoro e anche un po’ di rispetto.

Ps. Mentre trionfa la melassa consociativa su quanto è bravo e buono Marchionne, la Fiat chiude l’Alfa di Arese. Era la più grande fabbrica di Milano. Qualcuno potrebbe protestare, almeno un po’.

L’Unità 22.06.10

Il Pd contro la nomina di Brancher. «Costerà un milione, il premier spieghi»

Enrico Letta: l’unica vera nomina che il governo doveva fare è quella del ministro allo Sviluppo economico. La nuova nomina di Aldo Brancher a ministro per l’Attuazione del federalismo «è stata smentita e delegittimata dal titolare del federalismo nel governo, Umberto Bossi. Quindi ci si chiede quale sia stato il motivo di questa nomina». A dirlo è il vicesegretario del Pd Enrico Letta che invece ha sottolineato come «l’unica vera nomina che il governo doveva fare, non l’ha fatta. Deve nominare il ministro dello Sviluppo economico».

UN MILIONE DI EURO – «Se anche Bossi è contrario alla nomina di Brancher – ha aggiunto – ci si chiede quale sia la logica con la quale è stato fatto un ministero che costerà un milione di euro agli italiani. Berlusconi dovrà chiarire. Insomma, a pensar male si fa peccato ma alle volte ci si azzecca». Il vice di Bersani ha invece ribadito l’urgenza di trovare un sostituto all’ex ministro Claudio Scajola perché «quel ministero è quello delle comunicazioni e delle frequenze tv e il fatto che sia Berlusconi a esserne titolare è un ulteriore disdoro al nostro Paese» e perché «è necessario in una fase così delicata di crisi industriale profonda come quella che sta vivendo l’Italia».

BONINO: PARADOSSALE – Dello stesso parere la vicepresidente del Senato Emma Bonino: «Quella della maggioranza è una situazione piuttosto paradossale, se consideriamo che il governo ha pensato bene di darsi un nuovo ministro, Aldo Brancher, che per competenze andrà ad aggiungersi a quello che già fanno Bossi, Calderoli, Fitto e Rotondi – ha detto a Radio Radicale -. Che ci siano dei mal di pancia per questa nomina lo dimostra il chiarimento che si è sentito in dovere di dare Bossi a Pontida su chi sia il vero ministro del federalismo. Forse Calderoli potrebbe operare una semplificazione cominciando dal numero dei ministri che si occupano di federalismo». Per Bonino «un ministro in più ha dei costi in più, poi però fanno una manovra che taglia il 10% a tutti i ministeri e non nominano l’unico ministro che serve, quello allo sviluppo economico, che rimane nelle mani di Berlusconi con l’interim».

Il Corriere della Sera 22.06.10

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L’inutile ministro

Fosse una barzelletta, una barzelletta di governo, non sarebbe la peggiore. Il ministro del federalismo che si scrolla di dosso il ministro per l’attuazione del federalismo, appena nominato, perché, semmai servisse un secondo ministro del federalismo, questo sarà il ministro per la semplificazione. Tre ministri in un fazzoletto, nel governo del fare e dei tagli alla spesa pubblica, della cui competenza si è autoinvestito il ministro per la semplificazione.
Non è una barzelletta, è una seria faccenda istituzionale. Ad altissimo livello istituzionale.
Ci si trova in mezzo, inopinatamente ma ineluttabilmente, il capo dello stato, al quale forse non è stato precisato che sarebbe andato a nominare un ministro inutile.
Né può tirarsene fuori il capo del governo, che ha indotto il capo dello stato a nominare quel ministro inutile: e non perché lo consideri utile, nel qual caso avrebbe smentito il ministro del federalismo.
Nel frattempo, il neoministro, italoforzista cripto-leghista, fa capire che si avvarrà del legittimo impedimento, con tutto il lavoro che avrà da fare. Se è, come è, una faccenda istituzionale, è quindi anche parecchio seria. Anche a pensarci, non si riesce a trovare un altro paese democratico in cui collocare una storia come questa. Che non sembra, comunque, la storia di un paese nel quale è urgente rafforzare i poteri del capo del governo, che non andrebbero oltre quello di formare l’ordine del giorno del consiglio dei ministri.
Almeno servisse a questo, a mostrare l’inconsueta pienezza e quantità dei poteri del capo del nostro governo, potremmo dire che non è un ministro del tutto inutile.

Da Europa Quotidiano 22.06.10