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"Il Quirinale e lo spettro dell'anarchia", di Marcello Sorgi

L’appello del Capo dello Stato, rivolto a maggioranza e opposizione, a concentrarsi sulla manovra economica per riuscire a concluderne l’esame in Parlamento prima della pausa estiva non è affatto formale, né mirato esclusivamente ad ottenere un rinvio delle intercettazioni alla ripresa. Dopo aver preso attenta visione del documento trasmessogli dal governo, e dopo essere stato avvertito che gli emendamenti presentati da tutte le parti politiche sono già oltre duemila, Napolitano con i suoi collaboratori s’è detto molto preoccupato per la piega che l’iter delle misure anticrisi potrebbe prendere di qui a poco.

Non è solo un problema di clima politico, vieppiù deteriorato. E’ ormai evidente che in Parlamento, anche nei gruppi della maggioranza, regna un clima di incertezza e di stanchezza che moltiplica le assenze e sfocia spesso in episodi di anarchia. Come appunto quello che ieri ha convinto tre peones del Pdl (Tancredi, Latronico e Picchetto Frattin), a cercare di introdurre con emendamenti nientemeno che un nuovo condono edilizio e un altro condono fiscale tombale sulle tasse evase fino al 2008.

La libera uscita dei tre, subito motivo di attacchi dell’opposizione al governo, è stata subito stoppata dal portavoce di Palazzo Chigi Bonaiuti. Ma è ugualmente apparsa come un sintomo di ulteriore scollamento interno dei gruppi parlamentari del centrodestra e come un segno di difficoltà dei capigruppo – che dovrebbero avere potere di autorizzazione sugli emendamenti – di controllarli. Il rinvio del voto sulle intercettazioni dovrebbe essere deciso oggi. La corsia preferenziale chiesta dal Quirinale, e quasi certamente condivisa dal governo, per la manovra, oltre ad essere una proposta ragionevole, riuscirebbe a separare almeno di due mesi l’attuale discussione e il voto sul decreto anticrisi dalla sessione di bilancio che si riaprirà a settembre.

Sul governo preso ormai da un’emergenza dopo l’altra, preme inoltre l’aggravamento della situazione dei terremotati dell’’quila: il pronto soccorso ch’era stato un fiore all’occhiello del governo l’anno scorso mostra ormai la corda rispetto al ritardo della ricostruzione e alle preoccupazioni delle autorità locali per la paralisi di tutte le attività economiche della città.

La Stampa 22.06.10

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“Finale di partita”, di Curzio Maltese

Bisogna essere grati al presidente Giorgio Napolitano per aver ricordato al ceto politico che siamo, saremmo un paese serio. Una grande nazione che oggi deve concentrare tutti gli sforzi possibili nella lotta alla crisi economica.
Non una repubblica delle banane dove si blinda il Parlamento per mesi, in piena discussione sulla finanziaria, per far approvare in fretta una legge bavaglio da Sudamerica, condannata da tutto l´Occidente. Con l´intervento del capo dello Stato la vicenda del ddl sulle intercettazioni è virtualmente chiusa. La legge è rimandata a settembre, ma in pratica è bocciata. Per Silvio Berlusconi è la peggior sconfitta da quando è tornato a Palazzo Chigi. È una vittoria per Gianfranco Fini, che trova un´autorevole sponda nel Quirinale. Ma sarebbe sbagliato leggere un´intenzione politica nelle parole di Napolitano.
La realtà banale è che qualsiasi presidente della Repubblica, in qualità di garante della Costituzione, prima o poi è condannato a entrare in conflitto con l´insopprimibile spinta eversiva incarnata dal berlusconismo. E´ accaduto quando era presidente Oscar Luigi Scalfaro, subito identificato come un nemico. Si è ripetuto con Carlo Azeglio Ciampi e ora con Giorgio Napolitano. Tre personaggi assai diversi l´uno dall´altro. Un grande leader del cattolicesimo democratico, un economista laico cresciuto nel Partito d´Azione, un capo del comunismo italiano. Ma tutti e tre con un paio di difetti in comune, agli occhi del premier, quello di essere galantuomini e di dovere e voler difendere i valori costituzionali.
Del resto, lo stesso Berlusconi ha ormai smesso di attaccare gli inquilini del Quirinale quando gli negano la cortesia di approvare leggi ignobili, per concentrarsi sul vero obiettivo: l´attacco alla Costituzione. Con l´aiuto della Lega, che mira ancora più in alto (o in basso), puntando alla dissoluzione dello stato nazionale.
Il finale di partita della seconda Repubblica si gioca tutto qui. O si cambia la Costituzione o si cambia Berlusconi. Le due entità non sono più compatibili. La legge sulle intercettazioni serviva anche a questo, a tracciare di fatto una fuoriuscita dal sistema di garanzie democratiche. Oltre che a ergere un gigantesco scudo di protezione intorno alla casta politica più corrotta della storia repubblicana. Perché poi di questo si tratta. Di un paese, il nostro, devastato da una corruzione senza precedenti, neppure per gli incivili parametri italiani. Di una nazione costretta a pagare ogni anno alla corruzione una tassa di 60 miliardi, secondo le stime della Corte dei Conti: l´equivalente di tre finanziarie.
E siccome la crisi rende la tassa sempre più immorale e impopolare, esattamente come avvenne al principio degli anni Novanta, la legge bavaglio sarebbe servita a scongiurare il rischio di una nuova Tangentopoli. A stroncare dalla radice la possibilità che le inchieste della magistratura e l´informazione dei giornali possano provocare nell´opinione pubblica italiana una rivolta contro il malaffare.
Si capisce come, in presenza di una simile posta, il ceto politico berlusconiano fosse disposto a tutto pur di condurre in porto l´approvazione della legge bavaglio. Ma i cittadini hanno capito anche le ragioni di quanti, magistrati e giornalisti, hanno condotto contro questa vergogna una battaglia che era ed è di vita o di morte per la democrazia italiana. Ed è stato grazie all´improvvisa rinascita di un´opinione pubblica indipendente che si è realizzata la sconfitta del progetto di Berlusconi. La nota del presidente Napolitano arriva dopo, prende atto con intelligenza e realismo di una battaglia civile già risolta nella coscienza del Paese e indica al presidente del consiglio la strada di una resa onorevole.
C´è soltanto da sperare che il Berlusconi di fine corsa sia in grado di cogliere l´opportunità e ordinare alle sue truppe una saggia ritirata. È stata già una sfortuna avere Berlusconi come presidente del consiglio durante la crisi economica, avere insomma un brillante demagogo quando c´era bisogno di un austero amministratore. Ritrovarsi un Berlusconi estremo, dominato dalla logica del «dopo di me, il diluvio», sarebbe una tragedia.

La Repubblica 22.06.10

"Alla Gelmini si gonfiano i precari", di Alessandra Ricciardi

Rischia di allungarsi di altre dieci mila unità l’esercito dei precari perdenti posto. Quei precari che finora hanno lavorato attraverso il rinnovo delle supplenze e che dal prossimo anno invece resteranno a casa. Semplicemente perché i posti non ci sono più. Il dato emerge dal confronto tra i pensionamenti e i tagli al personale frutto della riforma della scuola che scatteranno da settembre. Un confronto che presenterebbe ancora un saldo negativo: di oltre un migliaio di unità per gli insegnanti e di quasi 8.500 per il personale ausiliario, tecnico e amministrativo. Ma non è finita. Perché, e questa potrebbe essere la sorpresa peggiore, i nuovi precari senza supplenza potrebbero restare fuori anche dalle liste prioritarie, quelle che finora hanno funzionato, grazie al contributo di stato e regioni, come ancora di salvataggio per molti: corsia preferenziale per le supplenze brevi e per i contratti per corsi aggiuntivi, anche pomeridiani. Il ministero, secondo quanto risulta a Italia Oggi, pare infatti convinto che la proroga per il prossimo anno delle liste, disposta dal decreto legislativo 194/2009, si riferisca esclusivamente a quelle vecchie. E che, in assenza di una espressa previsione di legge, non sia dunque possibile aprire le graduatorie in questione a nuovi ingressi. Insomma, tutti quelli che hanno maturato quest’anno i requisiti non avrebbero diritto, se questa interpretazione sarà confermata e/o non ci saranno provvedimenti ad hoc, a rientrare nelle misure speciali di protezione.
In totale finora ci sono stati 22 mila docenti (17 mila con la prima ondata e 5 mila con la seconda) e 5 mila Ata a nutrire le liste. Per beneficiarne, era necessario aver maturato nell’anno precedente un contratto a tempo determinato, annuale oppure sino alla fine delle elezioni, ma anche una supplenza attraverso scorrimento delle graduaotrie d’istituto per almeno 180 giorni. Quest’anno le cessazioni dal lavoro degli insegnanti sono state, secondo i dati comunicati a maggio, oltre 23 mila a fronte di un taglio alle piante organiche di 25 mila unità. Più pesante la situazione per gli ausiliari, i tecnici e gli amministrativi: 6.462 cessazioni per 14 mila tagli. Ecco così accrescersi di altre 10 mila unità la lista dei precari che si ritrovano appiedati per effetto della carenza di posti disponibili.

Per dargli la chance di un contratto, l’orientamento prevalente al dicastero di Mariastella Gelmini è che potrebbe non bastare quanto prevede il decreto 194 che proroga le misure speciali: «le disposizioni contenute…restano valide con riferimento all’anno scolastico 2010-2011». Ma le previsioni in questione sarebbero riferite solo alle vecchie liste. Di nuove non si parla. Servirebbe un provvedimento ad hoc per farle rientrare, i cui tempi di approvazione però sarebbero troppo lunghi per essere efficaci dell’avvio del prossimo anno scolastico. Ecco perché si sta tentando la strada di un emendamento alla manovra. Sempre che la Gelmini non opti in extremis per l’opzione interpretativa.

ItaliaOggi 22.06.10

«Eutelia non muoia» Cento parlamentari Pd in sciopero della fame

Il 15 giugno del 2009, a sorpresa, 2000 lavoratori Eutelia vennero trasferiti in Agile e poi subito dopo venduti per 96mia euro ad Omega. A capo di questo nuovo soggetto industriale vennero messi due noti fallimentaristi. Daquel giorno Eutelia smise di essere un’impresa per diventare un caso giudiziario, prima, e politico, poi. A un anno da quel giugno, molto più caldo di quello attuale, per i dipendenti nulla è cambiato. La società non esiste praticamente più, così come il posto di lavoro. Quella che è rimasta intatta è la voglia di combattere di duemila persone. Come quella di Sergio Palermo che è un signore di 57 anni e che per 33 ha lavorato proprio all’Eutelia. Una settimana fa ha deciso di non mangiare più. Lo ha fatto per protesta. «Ho capito che bisogna mettere a rischio qualcosa di noi per potersi farsi sentire. Altrimenti passi inosservato ». Stefano è rimasto digiuno per sette giorni. Fino a ieri.

OLTRANZA Fino a quando, cioè, un centinaio di parlamentari del Pd non gli ha dato il cambio. Un giorno per uno, fino alla chiusura delle attività parlamentari ad agosto. Uno sciopero della fame «a staffetta» a sostegno della loro vertenza, per chiedere al governo di riaprire un tavolo di trattative che frettolosamente ha chiuso senza trovare alcuna soluzione. Il primo a digiunare sarà l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. Con lui i parlamentari Maria Grazia Gatti e Vico Ludovico. «Il senso dell’iniziativa – ha detto Damiano che ha illustrato l’iniziativa ieri nel piazzale di Montecitorio – è quello di chiedere a Palazzo Chigi di riaprire il tavolo sulla vertenza. Vogliamo che il governo riapra il confronto, perché il tavolo c’era ma la trattativa è stata sospesa ». Damiano, sottolineando che i Democratici auspicano l’adesione all’iniziativa di «altri parlamentari, sia di opposizione che di maggioranza», ha anche spiegato che si tratta di salvaguardare l’occupazione «in un settore strategico come quello della information technology».

COMMESSE Per l’ex ministro è necessario, per la salvezza dell’ex Eutelia, rinnovare all’azienda le commesse che nell’ultimo anno non sono state confermate; fra queste, quelle con il Parlamento, la Rai e le Poste Italiane. IlPd è convinto, sottolinea ancora Damiano, che con «un atto di volontà politica tante situazioni potrebbero essere riparate; ma sarebbe il caso – aggiunge – che, per gestire situazioni così delicate Berlusconi, si decidesse a indicare un nuovo ministro dello Sviluppo». Il Pd, conclude il responsabile Lavoro,ha già deciso «ulteriori iniziative », quali «interventi in Aula » e «un telegramma la giorno a Berlusconi e Letta». E poi il digiuno. Al quale hanno aderito, fra gli altri, Dario Franceschini, Walter Veltroni, Rosy Bindi, Sergio D’Antoni, Livia Turco, Stefano Fassina, Olga D’Antona e Ignazio Marino e il senatore dell’Idv Stefano Pedica.

L’Unità 22.06.10

Green economy, a Carpi la festa nazionale del Pd

Sviluppo sostenibile al centro del dibattito. Tra gli ospiti Errani, Franceschini e Finocchiaro Tanti spettacoli, dalla comicità di Migone alla musica di Piotta e dei Modena City Ramblers
Sviluppo sostenibile, energie alternative, agricoltura, rifiuti, ecosostenibilità, fonti rinnovabili. Sono alcuni dei temi al centro della festa nazionale del Pd sulla green economy, in programma a Carpi, zona piscine, dal 25 giugno al 19 luglio. Non mancheranno gli ospiti di rilievo, per primo il capogruppo Pd alla Camera Dario Franceschini, che il 19 luglio chiuderà la festa assieme al presidente della Regione Vasco Errani.
In calendario ci sono anche altri incontri politici di interesse nazionale, come quello del 16 luglio con Anna Finocchiaro. Ma non è il solo: il 2 luglio si discuterà di come la green economy può aiutare ad uscire dalla crisi con, tra gli altri, Ermete Realacci, responsabile nazionale del Pd sul tema, e Anna Maria Artoni, presidente regionale Confindustria. Ancora, il 9 luglio si parlerà di ecomafie con il presidente del consiglio regionale Matteo Richetti e i capigruppo Pd della commissione bicamerale antimafia ed ecomafia, Federica Garavini e Alessandro Bratti, oltre al presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza.

Ad aprire un mese di dibattiti su ambiente e territorio saranno, il 25 giugno, Stefano Bonaccini, segretario regionale del Pd, Davide Baruffi, segretario provinciale, ed Emilio Sabattini, presidente della Provincia. Presenti anche i sindaci delle Terre d’argine. In tutto, quattordici dibattiti, tutti al PalABITCOOP, ad eccezione di quello conclusivo con Franceschini ed Errani, che si terrà nell’Isola Rossa. Tutti ruoteranno attorno al tema della green economy, con la presenza di esponenti non solo della politica ma anche del mondo del lavoro, delle imprese e dei sindacati.

Il rispetto dell’ambiente si riflette non solo nei dibattiti ma anche nell’organizzazione. Ad esempio, i ristoranti useranno anche prodotti a km 0 (verranno segnalati nei menu) e materiale biodegradabile al posto della tradizionale plastica, e in alcuni casi l’acqua in brocca si affiancherà a quella in bottiglia. La sala conferenze userà luci e audio a risparmio energetico, e ospiterà una mostra sul risparmio energetico e il consumo dell’acqua, nella quale sarà esposto anche un modello di auto ad idrogeno, realizzato da un istituto superiore di Carpi. Inoltre, sarà incentivata la raccolta differenziata e la carta riciclata sostituirà la plastica.

Nutrito anche il calendario degli spettacoli. Artisti noti a livello nazionale si alterneranno sul Palco della collina. Il 29 giugno si riderà con Paolo Migone, direttamente da Zelig, il 4 luglio con lo spettacolo dal vivo di Andrea Barbi da Trc. Non mancherà la musica: il primo luglio il rock del Teatro degli Orrori, il 10 l’eclettismo del romano Piotta, il 14 il combat folk dei Modena City Ramblers e il 15 la patchanka degli Après La Classe. Tutti gli show inizieranno alle 22 e saranno a ingresso gratuito.
Un’occasione per conoscere da vicino l’economia verde, che, nelle parole di Davide Dalle Ave, segretario Pd di Carpi, “è oggi il miglior sinonimo di innovazione, ricerca e rispetto ambientale”. La green economy, spiega Dalle Ave, “non solo è il modo per rilanciare un’economia in cerca di nuovi modelli di crescita, ma anche la via per creare un mondo più vivibile e nuovi posti di lavoro”. Per il segretario, “scegliere la green economy significa scommettere sulla conoscenza, sulla qualità, sulla coesione sociale e sui territori come elementi trainanti della nostra crescita economica”. Nei dibattiti in calendario, conclude, “cercheremo di cogliere tutti questi aspetti, e di costruire anche da qui un’Italia che sappia scommettere su se stessa e prepararsi al futuro”.

Tutte le sere sarà aperta anche la balera per il ballo liscio, oltre ai numerosi ristoranti, che offriranno ampia scelta tra cucina tradizionale e etnica.

Per ulteriori informazioni è possibile collegarsi al portale regionale del PD all’indirizzo www.pder.it

Bersani: questa finanziaria è un tradimento per la scuola

Bersani, che ha concluso sabato 19 giugno a Roma la manifestazione promossa dal Partito Democratico, ha espresso un giudizio ampiamente negativo sulla manovra: è iniqua, squilibrata. “Quanti turni vogliamo far fare a un operaio, prima di toccare un petroliere?”. Inoltre ha sferrato un duro attacco al governo a difesa anche degli insegnanti, da lui stesso definiti non molto tempo fa “eroi” del nostro tempo (“oggi l’eroe dei tempi moderni è l’insegnante nelle periferie delle città”).
Sono del tutto inaccettabili per il PD le misure relative al blocco degli automatismi contrattuali e stipendiali del comparto della scuola, già sottoposto ad un drastico piano di riduzione della spesa e di tagli indiscriminati agli organici, non ancora completamento attuato.
Inspiegabilmente, infatti, come Tuttoscuola ha evidenziato appena varata la manovra, e con una lettura attenta della relazione tecnica, rivelatrice della vera portata di alcune norme, il personale della scuola è stato colpito tre volte: blocco contratti, blocco progressione stipendiali per anzianità (con effetti permanenti su retribuzioni, buonuscita, pensioni), sottrazione del 30% dei risparmi già destinati al merito.

I tagli del 2008 imposti alla scuola avevano due obiettivi: lotta agli sprechi e valorizzazione professionali dei “più bravi”. Sul primo per il PD ci sono solo tagli lineari, che in passato si sono dimostrati inutili ai fini degli sprechi perché lasciano in piedi inefficienze vecchie e ne creano di nuove, del secondo non c’è più traccia.

da Tuttoscuola del 19.06.10

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PD: impegno prioritario il dimagrimento delle strutture ministeriali. Proposte alternative sono venute dalle Regioni e dagli enti locali per recuperare risorse senza tagliarle alla scuola, dimostrando che forse anche il PD è preoccupato di non modificare di molto i saldi della manovra di Tremonti.Piuttosto che tagli ai servizi, ai cittadini e alla scuola, ha dichiarato Francesca Puglisi, responsabile aerea scuola del partito democratico, meglio snellire gli apparati burocratici centrali. “Il Miur e i suoi uffici periferici, ad esempio, potrebbero ridursi di molto e in breve tempo, dando concretezza operativa all’Accordo Quadro tra Stato, Regioni, ed autonomie locali per l’attuazione del Titolo V, parte seconda della Costituzione sull’istruzione. Forse il ritardo nella forma definitiva nasconde la resistenza degli apparati”. Ma i sacrifici vanno fatti da tutti, cercando soprattutto di non colpire chi manda avanti la scuola e chi è direttamente responsabile delle politiche sul territorio, come le Regioni e gli enti locali. Ciò che serve oggi è la messa in campo di un significativo progetto di sostegno dei diversi livelli locali chiamati a fornire i servizi pubblici, tra i quali la scuola, che bilanci l’esistenza di costi fissi che spinge ad una gestione centralistica. Serve inoltre maggiore capacità di controllo che spinge verso la periferia per un recupero di efficienza del sistema.

La sintesi tra esigenza unitaria ed esigenza di rinnovamento è l’unica operazione possibile in questo momento. Ma richiede vertici amministrativi che ne siano consapevoli e collaborino al suo successo in sintonia con la primaria esigenza di ammodernamento del sistema educativo e perciò del paese.

da Tuttoscuola del 19.06.10

Condono anche per abusi in aree protette. Il Governo sconfessa l'emendamento Pdl

Il testo prevede una sanatoria anche agli abusi edilizi realizzati entro il 31 marzo 2010, in aree sottoposte alla disciplina dei beni culturali e paesaggistici. Da domani emendamenti in Commissione Bilancio: sono 2550, di cui 1200 proposti dalla maggioranza. Casini: “Una manovra senza più padri”. La manovra economica del governo potrebbe contenere anche la riapertura del condono edilizio, esteso agli abusi compiuti nelle aree sottoposte a vincoli paesaggistici. A proporlo è un emendamento del Pdl , primo firmatario il senatore Paolo Tancredi e sottoscritto anche da Cosimo Latronico e Gilberto Pichetto Fratin. Nel testo di prevede che la sanatoria prevista nel decreto 269 del 2003 “si applichi anche agli abusi edilizi realizzati entro il 31 marzo 2010, in aree sottoposte alla disciplina di cui al codice dei beni culturali e del paesaggio” previsto dal decreto legislativo 42 del 2004, previa l’acquisizione dell’autorizzazione prevista dal codice stesso. La richiesta di sanatoria può essere avanzata entro il 31 dicembre 2010 anche se precedenti istanze di condono sono state respinte. Nelle more, si legge ancora nel testo, “sono sospesi tutti i procedimenti sanzionatori amministrativi e penali già avviati, anche in esecuzione di sentenze passate in giudicato.

Bonaiuti: “Nessun condono, sinistra bugiarda”. La notizia dell’emendamento sul condono fa scattare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, che in una nota se la prende con la “sinistra bugiarda”. “Ma quale condono edilizio? – scrive Bonaiuti -. Questa sinistra bugiarda fa passare per legge un emendamento al Senato che non sarà sostenuto certo dal capogruppo Gasparri nè dal governo Nessun condono quindi, ma un’altra trovata propagandistica creata ad arte dall’opposizione per i giornali”. Conferma Luigi Casero, sottosegretario all’Economia: “In riferimento alla presentazione da parte di alcuni senatori dell’emendamento sulla riapertura, fino al 31 marzo 2010, del condono edilizio – è scritto nella nota – si sottolinea, come già annunciato dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’Economia, che il Governo non ha intenzione di approvarlo”.

Verdi: “Condono, fuori Parlamento chi lo ha presentato”. ”L’emendamento sul condono edilizio
presentato dai parlamentari del Pdl è un atto criminale – dichiara il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli -. Si tratta di una vera e propria istigazione a delinquere, perché la sola notizia di questo emendamento farà impennare vertiginosamente le costruzioni abusive”. “Chi ha presentato questo emendamento – conclude Bonelli – dovrebbe essere immediatamente cacciato dal Parlamento”.

Fai e WWF: “Governo prenda distanze”. Anche le associazioni chiedono al Governo di prendere le distanze dall’emendamento sul condono edilizio che include gli abusi nelle aree a vincolo culturale e paesaggistico. “Questa follia – scrivono in un comunicato – si aggiunge ad altre scelleratezze quali, ad esempio l’ipotesi di accatastamento delle cosiddette ‘casa fantasma’ ed alla riproposizione del decreto legge contro gli abbattimenti in Campania riproposto nella manovra fiscale sotto forma di emendamento. Tutto ciò va nella direzione opposta alle dichiarazioni del Governo e dello stesso Ministro Tremonti che fino all’ultimo hanno escluso la possibilità di un nuovo condono edilizio”.

Casini: “Una manovra ormai senza padri”. L’emendamento sul “condono edilizio” spicca tra le ben 2550 correzioni alla manovra presentati dai senatori, raccolti in 13 faldoni, come riferisce la Commissione Bilancio di Palazzo Madama, che inizierà a esaminare gli emendamenti da domani pomeriggio. L’approdo nell’Aula del Senato della manovra è previsto per il primo luglio. Un numero impressionante, 2550 emendamenti, tanto da indurre Pieferdinando Casini a un commento quasi sconsolato. “Questa manovra ormai non ha né padri né madri, visto che ci sono 1200 emendamenti di maggioranza. Ma è indispensabile, ci è imposta dalla Ue ed è una concentrazione di troppe incertezze”. “I tagli che dovevano esserci sono spariti – rileva il leader Udc – e gli impegni che dovevano essere assunti per una tassazione pesante delle speculazioni finanziarie non li troviamo. Noi cercheremo di migliorare questa manovra, perché questo è il compito del legislatore”.

Marcegaglia: “Non scarnificare la manovra”. Preoccupazione per le modifiche alla manovra anche da parte del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che avverte: “La manovra nei saldi non deve essere cambiata nè scarnificata perché abbiamo un alto debito pubblico e ne abbiamo bisogno. Ci possono essere alcune piccole modifiche, l’importante è che i tempi non si allunghino e che non cambino i saldi, perché questo sarebbe preso molto male dall’Europa e dai mercati ma soprattutto non servirebbe al Paese”.

Maroni: “Tagli non penalizzino i migliori”. Apertura a modifiche, ma senza intaccare i saldi, anche dal ministro degli Interni Roberto Maroni. “Ci sono i tempi e i modi per migliorarla – dice il ministro -. Sul versante della spesa, la si può migliorare evitando i tagli lineari uguali per tutti e quelli che penalizzino chi si è comportato bene. La manovra va calibrata per mantenere la stessa riduzione della spesa pubblica senza mettere sullo stesso piano chi si è comportato bene e chi si è comportato male”.

Scioperi, inizia la settimana calda. Dichiarazioni che introducono a un’autentica settimana di passione sul fronte degli scioperi contro la manovra. Venerdì 25 giugno è il giorno dello sciopero generale indetto dalla Cgil, preceduto, come in un conto alla rovescia, da altre proteste. Oggi scioperano i magistrati del Tar, domani i lavoratori del teatro dell’Opera di Roma. Mercoledi 23 toccherà ai sindaci protestare di fronte al Senato contro i tagli agli enti locali. Sempre il 23, le associazioni dei prefetti, dei diplomatici e dei professori universitari hanno convocato un’assemblea pubblica. La giornata più “difficile” sarà venerdì, con lo sciopero generale indetto dalla Cgil. L’astensione dal lavoro sarà di 4 ore per i lavoratori dei settori privati e dell’intera giornata per quelli pubblici. Previste inoltre manifestazioni regionali e nei territori. Lo sciopero generale dei trasporti prevede per il settore aereo 4 ore di astensione dal lavoro, dalle 10.00 alle 14.00. Per quello ferroviario sempre 4 ore, dalle 14.00 alle 18.00. Tpl 4 ore con modalità territoriali, per il marittimo 4 ore con ritardo della partenza delle navi. In particolare, il personale del trasporto ferroviario si asterrà dal lavoro per 8 ore, dalle 10.00 alle 18.00, mentre il personale del trasporto pubblico locale si fermerà per 24 ore con modalità territoriali.

La Repubblica 21.06.10

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Manovra, il Pdl vuole il condono edilizio. Il Pd: «È il peggiore di sempre».

Tre senatori del Pdl hanno presentato un emendamento alla manovra per riaprire i termini del condono immobiliare, varato nel 2003, fino al 31 dicembre 2010. L’emendamento, che ha come primo firmatario il senatore Paolo Tancredi, estende la sanatoria agli abusi realizzati anche «in aree sottoposte alla disciplina di cui al codice dei beni culturali e del paesaggio», quindi le aree protette.

«Come volevasi dimostrare la maggioranza getta la maschera e butta nel calderone della manovra finanziaria la misura che non manca mai in un governo Berlusconi, il condono edilizio, che questa volta si preannuncia come il peggiore di sempre», dicono i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, «prevedendo addirittura che la sanatoria venga allargata agli immobili soggetti a vincoli ambientali e paesistici. L’illegalità e la criminalità vengono premiati anche questa volta da una destra che non ha scrupoli nel rendersi complice dello scempio del territorio del nostro Paese». «Quello contenuto nell’emendamento del senatore Tancredi – affermano i senatori Pd -sarà, se approvato, il quarto mega condono edilizio italiano, il terzo sotto un governo Berlusconi, e ha le potenzialità per essere il più devastante di sempre: potrebbe essere infatti la madre di tutte le sanatorie, la pietra tombale sugli abusi compiuti in ogni parte della Penisola, in sfregio a ogni più elementare norma di rispetto ambientale e paesaggistico. Non ci sarà rischio sismico o idrogeologico che tenga, tutte le richieste verranno accettate e il cemento selvaggio segnerà la vittoria sulle regole e sulla legalità».

«Il governo, e il ministro Tremonti in particolare hanno più volte ribadito nell’ultimo periodo che non ci sarebbe stato nessun altra sanatoria edilizia, e dunque è inaccettabile questa operazione, già fatta in passato, di affidare a qualche singolo parlamentare la pistola fumante del condono. Il governo – concludono Ferrante e Della Seta – non smentisca se stesso e intervenga affinchè venga ritirato immediatamente questo emendamento indecente che premia furbi e criminali».

«Il partito del condono non riposa mai», commenta l’Italia dei valori. «La tendenza del Pdl a sacrificare le ragioni della tutela ambientale a favore dell’abusivismo edilizio non si smentisce», aggiunge l’Idv nella nota. Critico anche Angelo Bonelli (Verdi), che definisce il testo «un atto criminale». L’emendamento prevede che la domanda possa essere inoltrata entro il 31 dicembre 2010 «anche qualora l’amministrazione abbia adottato il provvedimento di diniego». «A tal fine sono sospesi tutti i procedimenti sanzionatori di natura penale e amministrativa, già avviati, anche in esecuzione di sentenze passate in giudicato», specifica l’emendamento.

Il testo è uno dei 2.550 depositati entro venerdì scorso, dei quali la metà dalla maggioranza, e che saranno esaminati con l’articolato della manovra da domani dalla commissione Bilancio del Senato. Sempre Tancredi ha presentato un altro emendamento che, in caso di confisca di edifici abusivi da parte del Comune, prevede un diritto di prelazione nell’acquisto all’asta. Arriva dalla Lega anche uno scudo fiscale per i falsi invalidi, che hanno tempo 180 giorni dall’approvazione della legge per autodenunciarsi in cambio dell’estinzione dei reati.

L’Unità 21.06.10

"Chi svuota la Costituzione", di Stefano Rodotà

In questa stagione torbida le prove di decostituzionalizzazione si susseguono e si infittiscono. Per la prima volta nella storia della Repubblica un governo vuole modificare un articolo della parte iniziale della Costituzione, l´articolo 41.
Una norma contigua, l´articolo 40 che disciplina il fondamentale diritto di sciopero, viene messo concretamente in discussione dal documento della Fiat riguardante i lavoratori di Pomigliano d´Arco. Non a caso dall´attuale maggioranza si è affermato perentoriamente che è venuto il momento di cambiare lo stesso articolo 1, considerandosi anacronistico che si parli di «una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Ancora il Governo propone di modificare l´articolo 118, altri ritengono che si deve porre mano all´articolo 81 e si è addirittura pubblicamente sostenuto che si debba ammettere il referendum sulle leggi tributarie, escluso dall´articolo 75. In questo clima si dice apertamente che deve cadere il tabù della prima parte della Costituzione, e che è tempo di cambiarne persino i principi fondamentali. Ho parlato di decostituzionalizzazione, e non di modifiche, perché siamo di fronte a tentativi dichiarati di liberarsi della Costituzione. Sembra così giungere a compimento un vecchio progetto, che attraversa tutta la storia della Repubblica e che finora era stato sventato. Il caso dell´articolo 41 illustra bene lo stato delle cose. In questi giorni sono state ricordate la genesi e la portata della norma: storia nota, consegnata da anni a studi impeccabili, che smentiscono sia la tesi di una sua ascendenza comunista, sia quella dell´impossibilità di introdurre regole più flessibili per le imprese senza modificare quell´articolo. L´ignoranza della storia sta divenendo una sua continua falsificazione. Non si leggono gli atti dell´Assemblea costituente né la giurisprudenza costituzionale, si inventano inesistenti “vuoti” costituzionali, che dovrebbero essere colmati con le parole “mercato” e “concorrenza”, necessarie perché l´Italia si allinei all´Europa e all´ultima generazione di costituzioni. Un´altra falsificazione. La concorrenza non figura più tra i principi di base del Trattato europeo di Lisbona: piaccia o no, questo è il risultato di una iniziativa di Sarkozy, che l´ha confinata in uno dei tanti protocolli che accompagnano il Trattato. Tutte le costituzioni europee prevedono il diritto dei poteri pubblici di regolare il funzionamento del mercato e quando questa parola compare, come nella costituzione spagnola, la si accompagna con la previsione esplicita del potere dello Stato di sottoporla a pianificazione. E ricordo per l´ennesima volta quel che è scritto nella costituzione tedesca: “La proprietà impone obblighi. Il suo uso deve al tempo stesso servire al bene della collettività” (art. 14); “la proprietà terriera, le ricchezze naturali e i mezzi di produzione possono essere trasferiti, ai fini della socializzazione, alla collettività o essere sottoposti a altre forme di economia collettiva mediante una legge che determini il modo e la misura dell´indennizzo”).
Peraltro, bisogna pure ricordare che l´articolo 41 si apre con le parole “l´iniziativa economica privata è libera”, che sono una evidente descrizione del mercato. Diventa così evidente il carattere strumentale e ideologico dell´operazione che si sta conducendo intorno all´articolo 41. Si addita questa norma come un ostacolo per fornire alla maggioranza un alibi per la sua perdurante incapacità di dare regole ragionevoli e per giustificare spallate pubbliche o private. Si cerca un collante per una maggioranza a pezzi, e si apre un inquietante scenario. Se la modifica costituzionale andrà in porto, sarà inevitabile un referendum su di essa e i costumi ormai noti del Presidente del consiglio lo indurranno a esasperare i toni, a gridare che si deve scegliere tra libertà e collettivismo, a evocare tutti i possibili “spiriti animali”, facendo sempre più terra bruciata, spazzando via ogni ragionevolezza, immergendoci sempre più profondamente nella regressione culturale.
Di questa regressione cogliamo ogni giorno i segni. Si ripropone una identificazione tra mercato e libertà che ignora persino la polemica che divise Croce e Einaudi, e che ci riporterebbe ai tempi in cui Adolphe Thiers, nel 1831, scriveva che “alla proprietà non possono darsi giudici migliori di essa stessa”. Si cade in contraddizione proponendo modifiche dell´articolo 41 insieme alla rievocazione dell´economia sociale di mercato. Si ignora una realtà nella quale la crisi finanziaria ha provocato autocritiche anche da parte di sacerdoti del mercato come Richard Posner. Si trascura proprio la planetaria discussione in corso sulle regole del mercato. E così non ci si accorge che proprio lì, nell´articolo 41, si trovano le indicazioni per collocare l´azione economica dei privati nella sua giusta dimensione, subordinandola agli ineludibili principi di dignità, libertà e sicurezza e riconoscendo che il mercato non è uno spazio separato della società. O siamo tornati a Margaret Thatcher e al suo “la società non esiste”?
Sui rischi dell´altra modifica annunciata dal Governo, quella dell´articolo 118, ha già richiamato l´attenzione Salvatore Settis. L´intenzione di sottrarsi alle lungaggini nella materia urbanistica, in nome dell´efficienza, può portarci a travolgere le garanzie necessarie per la tutela del territorio e del paesaggio, di cui parla esplicitamente l´articolo 9 della Costituzione, che così verrebbe fortemente depotenziato. Ma può il bisogno di efficienza travolgere ogni garanzia? È quello che dobbiamo chiederci davanti a quella forma di decostituzionalizzazione di fonte privata rappresentata dalla limitazione del diritto di sciopero contenuta nel documento della Fiat. L´articolo 40 della Costituzione, infatti, prevede che le modalità del diritto di sciopero possano essere regolate solo dalla legge. Siamo di fronte a un diritto indisponibile, necessario perché la democrazia non si fermi “ai cancelli della fabbrica” e che, se pure venisse negato in un solo caso, perderebbe la sua universalità e potrebbe essere negato in ogni altra situazione. Per contrastare gli abusi, se provati, esistono altre vie e altri strumenti.
La lotta per i diritti, dunque, riguarda ormai anche l´ambito dell´economia, si aggiunge alle rivendicazioni riguardanti il diritto della persona di governare liberamente la propria vita ed alla opposizione contro la legge bavaglio. Queste non sono iniziative figlie di una “egemonia borghese” da respingere in nome dei diritti del lavoro. Sul terreno costituzionale l´indebolimento pure di un solo diritto ha effetti negativi su tutti gli altri.
La decostituzionalizzazione deve essere fermata perché sta accompagnando la decomposizione del paese, le dà forma, la legittima. Ma, proprio perché violentemente aggredita, la Costituzione sta generando anticorpi sociali che la difendono in forme nuove e efficaci, che hanno messo in difficoltà gli aggressori, come dimostra la vicenda della legge bavaglio. Insistiamo.

La Repubblica 21.06.10