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"In Italia nuove prove generali del conflitto capitale e lavoro", di Loretta Napoleoni

La globalizzazione ha prodotto un fenomeno nuovo nel mercato del lavoro, che gli economisti definiscono la corsa dei salari verso il basso. Grazie alla delocalizzazione la forza lavoro a disposizione del capitale occidentale si è raddoppiata. Dall’Est europeo fino al sud est asiatico, l’impresa ha così usufruito di salari decrescenti. Ciò significa che quello minimo percepito, ad esempio in Cina, è diventato un metro di comparazione internazionale. Si chiama «arbitraggio globale del lavoro», lo spostamento della produzione da un paese all’altro in base al costo del lavoro.

La corsa dei salari verso il basso ha messo in ghiacciaia il costo del lavoro in occidente, e spesso per evitare la delocalizzazione i sindacati hanno accettato condizioni monetarie che non coprivano l’aumento del costo della vita. Ciò significa che in termini reali, e cioè al netto dell’inflazione, oggi il salario medio dell’operaio occidentale è più basso che vent’anni fa.

Naturalmente non era questo l’obiettivo che ci si prefiggeva globalizzando. Il fenomeno ha messo in aperta concorrenza tutti i lavoratori senza però creare la rete di connessione tra i sindacati. I lavoratori della Fiat polacchi non hanno alcun collegamento con quelli di Pomigliano, e scoprono il potenziale trasferimento della fabbrica dai giornali. Ci troviamo quindi in presenza di una concorrenza sleale. A detta dei polacchi fino alla scorsa settimana il ministro dell’economia negava che la Fiat avesse intenzione di spostare la produzione in Polonia. Ma non basta. La Fiat ha ottenuto finanziamenti dalla Ue per produrre la Panda in Polonia, accordi che ora dovrà infrangere. È vero che queste cose non succedono da nessun altra parte al mondo, difficile infatti trovare un’impresa che per riportare la produzione in patria rompa accordi internazionali ed imponga ai lavoratori di abrogare la Costituzione per accettare condizioni di lavoro «a la cinese».

Molti si domanderanno se dietro questa strategia non ci sia un fine politico che nulla abbia a che vedere con la globalizzazione. In termini economici viene spontaneo domandarsi che senso ha trasferirsi da una fabbrica che funziona bene a Pomigliano. Forse dietro questo braccio di ferro ci sono problemi strutturali, di imprese che da decenni sopravvivono solo grazie all’abbattimento dei costi di produzione, problemi oggi pressanti. La corsa dei salari verso il basso sta infatti per raggiungere il traguardo, già in Cina le lotte operaie costringono l’impresa a farli gravitare, è solo questione di tempo ma anche nel resto del mondo succederà lo stesso. A quel punto sarà difficile per le imprese contenere le richieste di aumento dei salari reali e sociali.

È dunque possibile che in Italia si stiano svolgendo le prove generali di un braccio di ferro tra capitale e lavoro che potrebbe vedere riaccendersi le lotte operaie in occidente dovunque esista un’industria che produce solo grazie a condizioni particolari. Ed è anche probabile che ciò succeda perché sullo fondo c’è una crisi del debito sovrano, che equivale a dire che lo stato si trova nell’impossibilità di iniettare,come sempre, in queste industrie contante sotto forma di sovvenzioni.

Se questo è vero allora il problema è strutturale e non ha nulla a che vedere con la globalizzazione. In Germania o in Giappone operai e sindacati dell’auto non vengono messi alle strette come da noi, la Merkel non chiede l’abrogazione degli articoli costituzionali sul lavoro. Né in Germania e né in Giappone ci si lamenta della scarsa produttivita della manodopera, ma ricordiamolo in questi paesi le assunzioni non avvengono su sollecitazione politica. Tutti gli operai scrutatori di Pomigliano che durante le elezioni hanno preso il permesso hanno presentato regolare certificato con firma di politici. Domandiamolo a loro se erano veramente nei seggi non al sindacato. Se questa analisi è corretta allora alla radice del braccio di ferro non c’è la produttività ma politica, ed impresa e sindacato faranno bene a tenerlo presente.

L’Unità 21.06.10

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“Pomigliano non è davvero la Fiat del 1980”, di Bruno Ugolini

Il 2010 di Pomigliano come il 1980 di Torino? Un paragone infondato. Lo ha spiegato, tra gli altri, uno studioso, nonché dirigente della Cisl come Bruno Manghi. Ho un ricordo acuto di quella vicenda avendo vissuto, in quell’epoca, a Torino, scrivendo per questo giornale, 35 giorni e 35 notti. Era una lotta unitaria contro oltre ventimila licenziamenti,non per una ripresa produttiva condizionata dalla menomazione di leggi e diritti.E godeva dell’appoggio di grandi partiti di massa. Davanti ai cancelli della fabbrica comparve a un certo punto Enrico Berlinguer. Un delegato della Fim-Cisl chiese che cosa avrebbe fatto il Pci in caso di occupazione della fabbrica. Berlinguer rispose che non avrebbe potuto non essere a fianco degli operai. L’affermazione venne travolta dalle polemiche. Non ricordo però, in quei giorni, una lotta politica pubblica e aperta da parte di esponenti del Pci contro la battaglia sindacale in corso. Ricordo solo Bruno Trentin che davanti ai picchetti operai cercava di far capire che certe forme di lotta potevano portare all’isolamento e alla sconfitta. Èlo stesso Trentin rievocato in questi giorni a proposito dell’accordo del 1992 che aveva sepolto la scala mobile. Tutti a scrivere oggi che Epifani avrebbe dovuto imitare per Pomigliano lo stesso senso di responsabilità di Trentin. Senza ricordare che all’epoca Epifani era in prima fila con la corrente socialista capitanata da Ottaviano Del Turco per convincere la Cgil riottosa circa la necessità di firmare l’accordo. E che Trentin aveva firmato con collera e dolore, per impedire le dimissioni minacciate da Giuliano Amato e il tracollo economico, la rottura sindacale. Pur denunciando il fatto che quell’intesa cancellava la scala mobile e bloccava la contrattazione aziendale. Per dare, subito dopo, lui stesso le dimissioni, denunciando il “male oscuro” delle correnti sindacali parapolitiche nocive per la democrazia sindacale. Un anno dopo, a dimissioni rientrate, riusciva a conquistare col governo Ciampi un nuovo accordo che considerava una rivalsa sul 1992. Ora comunque è tempo di guardar più al futuro che al passato. L’accordo di Pomigliano non può essere considerato il nuovo vangelo delle regole del gioco nel mondo del lavoro. Appare lucida l’osservazione di Epifani circa il fatto che nella fabbrica campana bisognerà essere presenti e partecipi nei due anni di preparazione alla svolta produttiva. Un tempo da impiegare non nei panni degli spettatori passivi e nemmeno dei sabotatori ma con l’obiettivo di cambiare tutto ciò che addirittura si scontra con leggi vigenti e con la stessa Costituzione. Marchionne stesso forse potrà capire che con i regimi da caserma non si crea nulla di buono.

L’Unità 21.06.10

"Non accettiamo la parola compagni", di Giovanna Casadio

Colpa sua, di Fabrizio Gifuni, che ha interpretato tra l´altro Alcide De Gasperi in tv ma che sabato – invitato da Bersani alla mobilitazione anti-manovra del Pd al Palalottomatica – ha concluso un appassionato discorso sui tagli alla cultura con le antiche parole d´ordine della sinistra: «Compagne e compagni…è tanto che volevo dirlo!». Liberatorio. I militanti democratici presenti si sono spellati le mani. Eccetto quelli che ieri hanno deciso di protestare. Un gruppo di giovanissimi ha scritto a Bersani una lettera di fuoco. Per noi «nativi del Pd», cioè estranei alla tradizione comunista e a quella democristiana, «le parole compagni, festa dell´Unità, sono concetti che rispettiamo per la tradizione che hanno avuto ma che non rientrano nel nostro pensare politico e che facciamo fatica ad accettare… questo trapassato non ha noi come destinatari». Luca Candiano, uno dei firmatari (con Veronica Chirra, Matteo Cinalli, Sante Calefati e Marino Ceci, ventenni o poco più, giovani Democratici) sostiene che «è un´aria che si respira dall´inizio della segreteria Bersani» e che li fa sentire «fuoriposto», anche se non è una minaccia ad andarsene. Fanno eco Lucio D´Ubaldo, senatore, e Giorgio Merlo: per entrambi, ex Ppi, «con i Gifuni di turno il Pd si disegna un ruolo di eterna opposizione».
Anche il veltroniano Stefano Ceccanti su Facebook apre un dibattito sul tema: «Il leader dei cristiano sociali Gorrieri, agli stati generali del 1998 in cui nacquero i Ds, suscitò proteste chiedendo che la si smettesse di chiamarsi “compagni” così che ciascuno si sentisse a casa propria. Noi qui – commenta Ceccanti – torniamo al Pds e al Pci. Se l´avesse fatto un operaio nostalgico…ma lo dice Gifuni, è l´estremismo dei ricchi e uno specchio delle difficoltà del Pd destinato a essere minoranza».
Gifuni trasecola: «Pensavo che fossero parole ancora pronunciabili, né volevo suggerire linea o nostalgie. Ci si chiama così anche nella vita, mi è venuto dal cuore. Non ho tessere di partito, neppure del Pd». Dopo l´applauditissimo intervento, si sono complimentati con lui: «Bravo, hai avuto coraggio». Coraggio di denunciare «il genocidio culturale», credeva l´attore, figlio di Gaetano, ex segretario generale del Quirinale. Invece il coraggio gli serve ora che è finito nel tritacarne delle divisioni del Pd e degli attacchi del Pdl. Gasparri gli consiglia di occuparsi dei «parenti giardinieri». «Che tristezza», replica lui. «La parola compagno esiste», aveva assicurato Bersani a un operaio sardo. E adesso dalla segreteria sull´intera vicenda affermano: «È solo un pretesto». Pure Prodi non disdegnava parlare di «compagni». E Ivan Scalfarotto sbotta: «Lasciateci chiamare compagni che è parola piena di sentimento e solidarietà. La mancanza di innovazione sta nel fatto che D´Alema e Marini siano ancora dirigenti dai tempi di Pci e Dc. Gifuni è stato bravissimo». Debora Serracchiani: «Io voglio che al Pd vengano a dire amici, fratelli, compagni e che noi ascoltiamo cosa dicono».

Repubblica 21.6.10

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“Le contese democratiche tra archeo-politica e nostalgia ideologica”, di Filippo Ceccarelli

Nel 2007 il leader della Margherita Rutelli cercò la parola compagno nelle Sacre scritture. I dc si chiamavano tra loro “amici”. I neofascisti preferivano “camerati”
Archeo-politica, proto-invocazioni, vetero-linguaggi e dispute ideologiche fuori tempo massimo. Non che la questione paia destinata a mutare il paesaggio dell´opposizione tra la manovra e la legge-bavaglio, ma ad alcuni giovani del Partito democratico non è piaciuto per niente che l´altro giorno, durante la manifestazione del Palalottomatica, Fabrizio Gifuni abbia esordito con uno squillante: “Care compagne e compagni”.
E perciò, non riconoscendosi in quella formula, hanno scritto a Bersani «perché vorremmo renderti cosciente del nostro disagio di fronte a parole e comportamenti che guardano in maniera ingiustificatamente romantica al passato». Si tratta di espressioni anche rispettabili, ma a loro giudizio «trapassate».
Vero è che sabato scorso Gifuni ha un po´ caricato la faccenda del “compagne e compagni” aggiungendo con la dovuta enfasi: «Vi chiamo così perché era tanto che volevo dirlo», motivazione che è suonata quasi liberatoria e come tale accolta da applausi scroscianti. A tale proposito va detto che i giovani del Pd romano, cui si sono ieri aggiunti esponenti di derivazione margheritina, quindi di ex osservanza popolare e perciò prima ancora democristiana, hanno trascurato la circostanza che ormai stabilmente al giorno d´oggi si fa ricorso alla gente di spettacolo per far partire la macchina emotiva, riscaldare la platea e magari prolungare l´evento con qualche curiosità del giorno dopo.
Eppure, posto che l´attore Gifuni ha svolto egregiamente il suo mestiere e anche il suo compito per così dire fusionale, è vero che la parola “compagno” viene dal latino delle corporazioni medievali (“cum panis”, colui con cui si divide il cibo), ma da almeno un secolo sta piantata nella tradizione marxista. E se pure c´è qualche dubbio che quest´ultima sia oggi viva e vegeta, basta pensare agli inni del movimento operaio e dell´ultrasinistra – “Su fratelli, su compagni”, “Compagni, avanti il gran partito”, “Compagni, dai campi e dalle officine” – per comprendere il disappunto di chi quel mondo ha perfino combattuto e adesso se lo ritrova in casa con i suoi simboli e tutto l´armamentario espressivo.
Nostalgia. Pretesti. Perdita di tempo. Ma la questione non è nuovissima. Così, mentre a sinistra la parola fu a lungo veicolo di scomuniche (“Non è più un compagno”) e ambiguità (“Compagni che sbagliano”) nelle Acli degli anni 70, dove già convivevano marxisti e cristiani, la formula rituale d´inizio comizio si articolò in un articolato: “Compagni e amici” – e con questo titolo c´è pure un libro di Gabriele Ghepardi (Coines 1976).
Del resto “amici”, sia pure con la dovuta ipocrisia, si chiamavano fra loro i dc; così come i neofascisti vicendevolmente si nominarono a lungo “camerati”. Il termine “compagno” vivacchiò per tutti gli anni 80´ per poi sfumare nel decennio seguente, a riprova dell´erosione delle culture politiche e delle relative appartenenze. L´ipotesi è che fu la tecnologia, oltre al crollo ideologico, a dismettere l´uso di un termine che presupponeva un calore di vicinanza, un guardarsi in faccia, una reciprocità di rapporti. Quando i leader della sinistra approdarono in televisione non c´era la loro pur vasta tribù ad ascoltarli, ma sterminate masse di pubblico, non più “compagni”. Pare di ricordare che fu D´Alema, allora presidente, a rifiutare per primo l´appellativo che incautamente gli aveva rivolto un povero segretario di sezione ds degradatosi a figurante in qualche Ballarò.
Dopo di che la parola fu in qualche modo subissata da un´onda di varia e beffarda dissacrazione, dai “Compagni di merende” (copyright Filippo Mancuso) fino al “Compagno Fini”. Ma nessun colpo di grazia, come si intende anche oggi, ha impedito che nei tronconi costituitivi dell´imminente Pd, partito subito disponibile a spendersi e lacerarsi nelle più bislacche e autolesionistiche controversie, si riaprisse periodicamente la questione dei compagni o non compagni.
In questo senso vale rammentare che nel 2007 il leader della Margherita Francesco Rutelli concesse il suo benestare all´uso di “compagno”, ma non senza aver commissionato un´indagine sulla parola nelle Sacre Scritture. La squadretta di filologi rutelliani scovò oltre cento ricorrenze. La più significativa era nel libro del Siracide: “Non è forse un grande dolore quando il compagno diventa un nemico?”. Che si adatti abbastanza bene proprio a Rutelli, uscito dal Pd, dice molto sul potere delle parole e sulle vendette che a volte tengono in serbo.

La Repubblica 21.06.10

"Tutela paesaggio: aumentano i «no» dei soprintendenti", di Francesco Nariello

Maglie più strette sulla tutela del paesaggio. È destinato a rimanere un ricordo il 2-3% di stop agli interventi in aree tutelate emessi dalle soprintendenze negli scorsi anni. Spesso, oltretutto, resi vani dai successivi ricorsi al Tar. Dal bilancio dei primi sei mesi del nuovo procedimento di autorizzazione paesaggistica, le bocciature dei soprintendenti risultano infatti decisamente aumentate.

I “no”, in alcuni casi, sono addirittura quintuplicati, mentre in altre realtà hanno comunque registrato un’accelerazione. È questo, quindi, l’effetto delle modifiche al codice dei beni culturali diventate operative il 1° gennaio scorso, le quali attribuiscono alle soprintendenze un parere vincolante sul rilascio dei nullaosta per gli interventi nelle aree vincolate, consentendogli di esprimersi nel merito dei progetti e non più solo sulla legittimità. Un significativo cambio di passo per gli uffici statali.

Un caso emblematico del nuovo corso viene dalla Sardegna, dove la soprintendenza ha bloccato la realizzazione di un albergo di quattro piani sulle coste della Maddalena. «Il progetto era a norma – spiega Gabriele Tola, alla guida della struttura competente su Cagliari, Oristano, Sassari e Nuoro – e quindi lo stop non sarebbe stato possibile col vecchio regime. Ora, invece, torna a prevalere la bellezza». Le pronunce negative, precisa poi lo stesso Tola, sono passate dal 6 a quasi il 20% delle richieste ricevute.

«La tutela delle aree vincolate è di certo più attenta – afferma Anna Di Bene, soprintendente dell’Umbria -. E anche l’atteggiamento degli enti delegati è diventato più collaborativo da quando il nostro parere è vincolante». Nella regione è stato di recente bocciato il progetto di un parco eolico su un promontorio nei pressi di Gubbio, in pieno paesaggio collinare: 11 pale da 100 metri di altezza e 92 di diametro, posate su basi di 1.000 metri cubi di calcestruzzo».

Bilancio positivo anche per Alberto Artioli, a capo della soprintendenza di Milano (e altre otto province lombarde). «Per quanto il carico di lavoro sia più gravoso e siamo costretti a selezionare gli interventi, la nostra azione è ora molto più efficace. Per questo le bocciature sono aumentate del quadruplo rispetto al trend dello scorso anno». Della stessa opinione Renata Codello, soprintendente di Venezia e Laguna: «Il mero annullamento per illegittimità – spiega – aveva limitato i respingimenti al 3-4%, mentre ora sono saliti al 15% circa».

Discorso diverso per gli uffici di Salerno e Avellino, tra i più severi d’Italia, con una pratica bocciata ogni tre. Secondo il soprintendente, Giuseppe Zampino, si riscontrano però più difficoltà legate «alla qualità scadente dei progetti presentati». Per Giorgio Palandri, responsabile paesaggio della soprintendenza delle province del Lazio , invece, i problemi nascono dalla mancanza di coordinamento con gli enti delegati: «Ogni comune presenta documenti diversi, rallentando ancora di più il flusso delle risposte».

Proprio per smaltire più rapidamente i fascicoli accumulati sulle scrivanie dei soprintendenti è stato varato dal governo il regolamento sulle semplificazioni, che individua 39 opere di lieve entità per le quali viene alleggerito l’iter per il rilascio dei nullaosta. Per lo stesso gruppo di interventi, inoltre, sarebbe allo studio un’ipotesi di sanatoria (si veda articolo a fianco).

In attesa di valutare la portata delle semplificazioni, intanto, i soprintendenti si mostrano cauti sui possibili effetti della misura. Per Giorgio Cozzolino, soprintendente delle Marche, «lo snellimento potrà avere un impatto positivo per committenti e professionisti, meno per le soprintendenze, che già si concentrano sulle pratiche più importanti». Preoccupata Paola Grifoni, con competenza su Bologna, Modena e Reggio Emilia: «Con la riduzione dei tempi per il parere a 25 giorni, si rischia di non poter nemmeno visionare i progetti».

Il Sole 24 Ore 21.06.10

"Dagli appalti ai palazzi-regalo le domande dei pm a Lunardi", di Francesco Viviano

Nelle intercettazioni l’ex ministro citato per decine di casi. La critica a Sepe: “Non so come vederla perché non è molto conclusivo sto’ cardinale”. I riferimenti di Sancetta, capo ufficio legislativo, a “Pietro, Denis e Angelo”. Non ci sono solo la “svendita” del palazzetto di via dei Prefetti a Roma, quei 960 metri quadri nel centro di Roma pagato a “Propaganda Fide” 4,16 milioni di euro, e il contributo che il ministero delle infrastrutture diede in cambio per ristrutturare alcuni musei vaticani; i pm di Perugia chiederanno all’ex ministro Pietro Lunardi ed all’ex responsabile di Propaganda Fide, il cardinale Crescenzio Sepe, entrambi indagati per corruzione aggravata in concorso con altri, chiarimenti anche su ulteriori vicende. Vicende tutte legate alle nomine pubbliche nei posti chiave per la gestione degli appalti G8 e per altri grandi lavori: Lunardi, in particolare, è chiamato in causa decine di volte nelle intercettazioni telefoniche contenute nelle ordinanze di Perugia e Firenze che hanno portato in carcere i funzionari pubblici Angelo Balducci, Fabio de Santis e Mauro Della Giovanpaola e l’imprenditore Diego Anemone.

LA NOMINA DI BALDUCCI
La nomina di Angelo Balducci a presidente del Consiglio Superiore per le Opere Pubbliche sarebbe stata sponsorizzata anche da Lunardi. I carabinieri del Ros lo apprendono il 22 ottobre del 2008, quando Mario Sancetta, presidente di sezione della Corte dei Conti di Roma e capo dell’ufficio legislativo di Lunardi, telefona ad un funzionario del ministero, Antonio Di Nardo (anche lui indagato), informandolo di avere appena avuto un incontro con l’ex ministro. In quell’occasione gli comunica che Lunardi ha convinto il ministro in carica, Altero Matteoli, “a nominare Angelo Balducci presidente…”.

GLI APPALTI IN SARDEGNA
In un’altra conversazione telefonica Sancetta dice a Di Nardo di essersi incontrato con Lunardi, che gli avrebbe anche parlato di “otto lotti in Sardegna”. Il riferimento agli otto lotti riguarda “inequivocabilmente”, scrivono nel loro rapporto i carabinieri, le licitazioni private già indette ma ancora non completate con l’aggiudicazione di lavori rientranti nel pacchetto Vertice G8 alla Maddalena. Sancetta, che è interessato affinché il consorzio Stabile Novus, riferibile al suo interlocutore, si aggiudichi gli appalti stradali del G8, non riesce a comprendere bene quali ruoli stiano giocando nella vicenda “Denis, Pietro e Angelo”, facendo rispettivamente riferimento, scrivono i carabinieri, all’on. Denis Verdini, al sen. Pietro Lunardi e all’ing. Angelo Balducci, quest’ultimo ormai neo presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Sancetta ribadisce di aver già da mesi chiesto a Lunardi di interessarsi alla questione. Per Di Nardo l’importante è ottenere il risultato costituito dall’aggiudicazione di lavori: “Ma basta che va in porto… insomma com’è … va benissimo … Presidente non ci importa, basta che si fa!”.

IL TEATRO DI FIRENZE
Sancetta è preoccupato che per queste opere che stanno andando in gara Angelo Balducci “si comporti come la volta precedente”, facendo verosimilmente riferimento al fatto che Balducci non ha mantenuto la promessa di far loro aggiudicare la gara del Nuovo Teatro di Firenze; in ogni caso Sancetta ritiene probabile che anche Pietro (Lunardi) abbia fatto presente a Balducci che alcuni di questi lavori interessano alla stesso Sancetta. “Pietro gli ha detto a Angelo … guarda che Mario mi sollecita ste’ cose”.

APPALTI IMPREGILO
Sancetta, cambiando argomento, pensa di interessare Pietro (Lunardi) per far ottenere lavori dalla Impregilo, facendo leva sul fatto che egli stesso (Sancetta) come presidente di sezione della Corte dei Conti sta facendo un favore a Lunardi il quale però, sempre a dire di Sancetta, sembra voler sfuggire ai suoi doveri di riconoscenza.

LUNARDI E IL CARDINALE
Sancetta si lamenta dell’atteggiamento inconcludente che hanno assunto nei suoi confronti sia il cardinale Crescenzio Sepe che l’ex ministro. Meritevoli, dal punto di vista di Sancetta, di aspre critiche in quanto non ritenuti sufficientemente solleciti al soddisfacimento delle richieste di commesse che ha fatto pervenire loro: “… Quindi diciamo non so come vederla perché questo non è che sia molto conclusivo ‘sto Cardinale … ora devo vedere la prossima settimana a coso … Lunardi … anche lui … perché lui mi ha obbligato … ma la gente però si piglia le cose degli altri e non gli fa niente … guardi quella è una cosa indegna …”.

LUNARDI E FATHI
Tra i nomi che il tunisino Fathi fece ai pm di Firenze e Perugia c’era anche quello di Pietro Lunardi. Che ammise di conoscere sia Balducci che Anemone, precisando: “I miei rapporti con entrambi sono regolari”. In realtà l’attenzione degli investigatori della Procura di Firenze si concentra sui lavori che una delle imprese di Anemone ha fatto in una proprietà della famiglia Lunardi a Basilicanova, nella campagna di Parma. Nel 2005 la ristrutturazione della dependance della villa (lavori tra i 100 e 150mila euro) è affidato all’impresa Anemone dopo che Balducci ha presentato l’imprenditore romano a Lunardi. Fathi riferisce anche di avere portato due buste con un assegno alla figlia di Lunardi su incarico di Diego Anemone e di avere consegnato al ministro un catalogo per una tappezzeria che fu poi realizzata da Diego Anemone.

La Repubblica 21.06.10

"Il popolo padano ha paura di non farcela, Bossi sulla difensiva", di Michele Brambilla

Doveva essere la madre di tutte le adunate di Pontida. La ventesima. Quella della celebrazione del trionfo elettorale. Ma ieri Bossi è apparso stanco. Anzi ancor di più: è apparso dimesso. Ha dato l’impressione di giocare in difesa. E difesa non dagli attacchi dei nemici della Lega, ma dai mugugni del suo stesso popolo, che appare un po’ stufo di aspettare. Proprio qui a Pontida vent’anni fa Bossi aveva promesso il federalismo e ieri la sua gente è come se gli avesse chiesto: e alura?

Non è che ci sia stata contestazione, affatto. Giammai: Bossi non lo si discute, lo si venera. Ma era palpabile la sensazione che il popolo padano pensa questo: che un percorso sia ormai compiuto, e che sia giunto il momento di raccogliere il sospirato frutto, l’indipendenza del Nord. La percezione è che o adesso o mai più. Basta pazientare con gli alleati. E’ la terza volta che la Lega è al governo, mancano tre anni alla fine della legislatura e ancora il federalismo non c’è. «C’è, c’è», ha rassicurato Bossi, ma era appunto sulla difensiva, davanti a lui la sua gente urlava «secessione, secessione».

Doveva essere la madre di tutte le Pontida. Erano previste cinquantamila persone, ma la pioggia e il freddo hanno guastato i piani: ce n’erano più o meno cinquemila sul prato, anzi sul fango. Si dovevano celebrare come detto i vent’anni dal primo giuramento. Si dovevano celebrare i due primi governatori regionali: Cota e Zaia. Si dovevano celebrare i successi di Maroni nella lotta alla mafia e all’immigrazione clandestina. E poi ancora la man bassa nelle urne, lo sfondamento in Emilia, la penetrazione in Toscana e in Umbria. E infine il federalismo, finalmente raggiunto. Ma la percezione del popolo del Nord è che quel che s’è ottenuto è ancora ben lontano dal federalismo sognato.

Così un po’ di insofferenza c’è. In qualche colonnello monta la voglia di tornare a parlar di secessione: se non lo fanno è solo per obbedienza, la linea la decide Bossi e non sono ammesse correnti. Recitava ieri il cartello portato in testa da un militante: «Il federalismo è come andare a cena con Marilyn Monroe, la secessione è come andare a letto con Marilyn Monroe».

Il capo, che ha fiuto da vendere, ha capito che un po’ di scetticismo gira e ha cominciato subito il suo intervento come se stesse all’angolo. «Il federalismo lo facciamo io e Calderoli, non è cambiato niente, a Brancher non è stato dato un ministero per il federalismo ma per il decentramento», ha detto leggendo nel pensiero a quei tanti che in questi giorni hanno storto il naso dicendo: Brancher chi? Come mai il federalismo viene affidato a uno del Pdl? Non era roba nostra?

Bossi ha aggiunto che il decentramento è sì importante, perché porterà a moltiplicare le capitali, e a togliere potere e ministeri a Roma. Ma anche qui, quasi a giustificarsi, ha tenuto subito a chiarire che questa idea del decentramento è comunque farina del sacco leghista, «l’avevamo pensata vent’anni fa io e Miglio come seconda tappa dopo il federalismo».

Ma il federalismo è stato davvero raggiunto? «Tutti i fiumi e i laghi sono diventati di proprietà delle Regioni. Il lago Maggiore è tornato a essere del Piemonte e della Lombardia. Il lago di Garda della Lombardia e del Veneto. Sono patrimoni immensi». Qui Bossi s’è interrotto per compiacere la folla e ha ruggito come ai bei tempi: «Roma ladrona, la Lega non perdona», ha intonato. «I beni del demanio sono roba nostra che lo Stato ci aveva portato via e ora tornano a casa».

Però sa benissimo che i fiumi e i laghi non bastano. Da sotto il palco continuavano a gridargli «secessione, secessione». E lui: «Il Belgio si sta dividendo. Tante cose possono ancora avvenire». Ma il Bossi di ieri era un Bossi che, lo ripetiamo, sembrava doversi giustificare: «Noi potevamo scegliere tra il fucile e la via della tranquillità. Abbiamo scelto la seconda che è la migliore, perché è la via pacifica. Non dimentichiamo che la Lega è nata per la libertà della Padania. Non dimentichiamo il tradimento dei Savoia che hanno permesso ai francesi di invadere il Piemonte. Noi sappiamo che Cavour non voleva l’Unità d’Italia ma il federalismo, perché questa è la verità storica. So bene quanti fratelli sarebbero pronti a battersi». Poi, però, la nuova frenata: «Ma ho valutato che la via della tranquillità è la migliore. C’è sempre tempo per battersi». Ancora una volta, qui, è partito il coro «secessione, secessione», e Bossi ha risposto gridando «libertà», non «secessione».

Il capo sa però che una buona parte del suo popolo comincia a chiedersi se con questa alleanza di governo si sia davvero portato a casa quello che ci si aspettava. E allora ha cercato di soddisfare i più agguerriti: «Non ci piglino per scemi, i voti ce li abbiamo noi, non è che Berlusconi possa tagliarci e cacciare via dai ministeri». Toni comunque più pacati, ad esempio, di quelli usati poco prima da Calderoli, che a Berlusconi aveva lanciato questo avvertimento: «La Lega è alleata fedele, ma i patti vanno rispettati, e nei patti c’è il federalismo». Castelli s’era spinto ancora più in là: «Se non ci danno il federalismo questo Stato va a fondo e l’unica alternativa sarà la secessione. E sarà il Nord a chiedercela».

Ma il Bossi di ieri era un Bossi guardingo, forse anche preoccupato da un’impressione: che il ventesimo di Pontida sia il culmine di una parabola, dopo il quale culmine – se il federalismo non arriva davvero – non può esserci che una discesa.

La Stampa 21.06.10

"Privacy e criminalità", di Alberto D'Argenio

Non solo Quirinale e Consulta. La legge-bavaglio dovrà passare anche lo scrupoloso esame sul rispetto della libertà di stampa da parte della Commissione Ue, l´unico organismo sovranazionale in grado di imporre cambiamenti alle leggi approvate dai governi. «Quando sarà approvata analizzeremo a fondo il ddl tenendo presente che la Commissione difende sempre la libertà dei media e di informazione che sono valori fondamentali per l´Ue», spiega il responsabile europeo alla Giustizia, la lussemburghese Viviane Reding. Che poi sull´equilibrio tra privacy, diritto di cronaca e dovere di indagine degli inquirenti risponde che serve «un bilanciamento» adeguato tra queste tre esigenze.
Commissario Reding, il Parlamento italiano sta discutendo il ddl fortemente voluto dal premier Berlusconi che prevede il divieto della pubblicazione delle intercettazioni e limita quello dei verbali. Bruxelles sta seguendo questo dossier?
«Naturalmente. La Commissione è al corrente dell´importanza delle questioni e delle discussioni in corso in Italia. Al momento il ddl non è ancora stato approvato dal legislatore e di regola nel rispetto del Parlamento non ci esprimiamo su progetti di legge. È però chiaro ed evidente che nel mio ruolo di commissario Ue alla Giustizia seguirò con attenzione l´evoluzione del testo nel resto del processo legislativo. E quando verrà adottato darò mandato ai miei esperti di verificare se sia di competenza europea e se ci siano implicazioni di diritto comunitario. Nello scrivere e nel far applicare la legislazione europea, infatti, la Commissione difende sempre la libertà dei media, la libertà di espressione, la libertà d´informazione e in particolare la libertà della stampa. Per questa ragione assicurerò che le istituzioni e gli stati membri sostengano e confermino questi valori e queste libertà quando implementano le norme comunitarie».
Qual è la posizione della Ue sulla libertà di stampa?
«Nel giugno 2009, quando ero ancora commissario Ue ai Media, ho sostenuto la Carta sulla libertà di stampa, che non è legalmente vincolante ma che ha un altissimo valore simbolico. Ebbene, all´articolo dieci sottolinea i principi base che i governi devono rispettare quando hanno a che fare con i giornalisti, come il divieto di censurare, il libero accesso alle fonti e la libertà di trovare e pubblicare le notizie. La libertà dei media è anche un valore fondamentale per tutti gli stati Ue che hanno ratificato la Convenzione europea dei diritti dell´uomo. Diciamo che confido che il governo italiano rispetti questi principi».
La Commissione si appresta a rivedere la direttiva sulla privacy e sulla conservazione dei dati. E proprio la privacy degli indagati la ragione numero uno avanzata dal governo per giustificare la legge-bavaglio. Per Bruxelles qual è il rapporto tra tutela della riservatezza, diritto di informazione e dovere per gli inquirenti di indagare sui reati?
«In autunno insieme alla mia collega agli Affari interni, la svedese Cecilia Malmström, farò un primo rapporto sulla revisione della direttiva che coinvolge la conservazione dei dati da parte degli operatori privati che su richiesta delle autorità devono renderli disponibili. Presterò grande attenzione affinché la direttiva bilanci l´obiettivo tra lotta alla criminalità e al terrorismo e il diritto dei cittadini alla privacy nonché alla protezione dei loro dati personali».

La Repubblica 21.06.10

"Mediocrità azzurra specchio del Paese", di Massimo Gramellini

Fra coloro che ieri davanti alla tv imputavano a Marcello Lippi di aver assemblato la sua mestissima Nazionale privilegiando i sudditi ai condottieri c’erano molti italiani che nella vita di tutti i giorni purtroppo si comportano allo stesso modo.
Dirigenti d’azienda, titolari di negozi e responsabili di «risorse umane» che sul lavoro privilegiano la fedeltà al talento, l’affidabilità all’estro e il passo del pedone alla mossa del cavallo. Intervistati, risponderebbero anche loro come Lippi: «Non abbiamo lasciato a casa nessun fenomeno». Ma è una bugia autoassolutoria che accomuna quasi tutti coloro che in Italia gestiscono uno spicchio di potere e lo usano per segare qualsiasi albero possa fargli ombra: è così rassicurante passeggiare splendidi e solitari in mezzo ai cespugli, lodandone l’ordine perfetto e la silente graziosità.

L’abbattimento di ogni personalità dissonante viene chiamato «spirito di squadra».Maè zerbinocrazia. Tutti proni al servizio del capo, è così che si vince. Eppure la storia insegna che il capo viene tradito dai mediocri, mai dai talenti. I quali sono più difficili da gestire, ma se motivati nel modo giusto, metteranno a disposizione del leader la propria energia. La Nazionale di Lippi assomiglia alla Nazione non perché è vecchia, ma perché privilegia, appunto, i mediocri. Averli avuti ieri in panchina, certi vecchi! Contro i goffi neozelandesi sarebbe servito più un quarto d’ora di Totti o di Del Piero che una vita intera di Iaquinta, Pepe e Di Natale, tre bravi figli che, con tutto il rispetto, se hanno giocato anni e anni nell’Udinese, una ragione ci dovrà pur essere. I pochi campioni veri, da Buffon a Pirlo, sono zoppi. Oppure vecchie glorie che si rifiutano di andare in pensione, come l’imbarazzante Cannavaro che ha più o meno l’età di Altafini e forse avrebbe fatto meglio a presentarsi in Sudafrica anche lui nelle vesti di commentatore.

C’è, naturalmente, anche la questione dei giovani. La follia antistorica di questa Nazionale e di questa Nazione non consiste tanto nel continuare a lasciar fuori i Cassano, ma i Balotelli. Non i talenti troppo a lungo incompresi o compresi solo a metà, ma quelli ancora acerbi che chiedono solo un’occasione per sfondare e, non ricevendola, spesso emigrano in cerca di fortuna. Balotelli è il loro simbolo e non solo per via del colore della pelle, che ne fa l’italiano di domani. Lo è perché a vent’anni ha già vinto Champions e scudetti, e ha un fisico e un talento che ne fanno un predestinato, imparagonabile agli smunti replicanti dell’attacco azzurro. Eppure per lui non si è trovato un posto neppure nel retrobottega. Mi rifiuto di credere che un capufficio dell’esperienza di Lippi non sappia riconoscere la differenza fra un fuoriclasse potenziale come Balotelli e i bravi mestieranti che si è portato appresso. Ma il successo rende sordi al buonsenso. Ci si illude di poter vincere meglio da soli, muovendo pedine inerti sulla scacchiera. Poi quelle pedine si rivelano di burro e alla fine ci si ritrova soli, con un po’ di unto fra le dita.