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"Il 730 straniero vale 40 miliardi", Francesca Padula

Nell’anno dello scoppio della crisi hanno dichiarato in media poco meno di 13mila euro. Rappresentavano il 7,8% dei contribuenti totali in Italia e producevano il 5,2% dei redditi complessivi. E ancora: nove su dieci nel 2008 erano lavoratori dipendenti(o pensionati), concentrati nelle aree settentrionali – dove guadagnavano di più – e quasi la metà dichiarava meno di 10mila euro. In tutto hanno certificato redditi per oltre 40 miliardi di euro.
È la fotografia del rapporto tra i cittadini nati all’estero (in tutto 3.242.304) e il fisco italiano scattata dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre, su dati del ministero dell’Economia, che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare. «Nella compilazione della dichiarazione dei redditi – precisa la Fondazione – non viene richiesta la cittadinanza. Per cui i soggetti in questione sono sì nati all’estero, ma non necessariamente si tratta di stranieri (comunitari ed extra-Ue)».
Quella che emerge è l’istantanea di un’Italia a due velocità. Da un lato, nel confronto tra il totale dei contribuenti e l’universo degli stranieri: nello stesso anno i contribuenti in Italia hanno certificato redditi di poco inferiori ai 19mila euro (18.873), più di 5mila euro di differenza. Dall’altro, tra stranieri distribuiti sul territorio: se quello nato all’estero, ma residente in Lombardia ha dichiarato, in media, 15.307 euro di reddito, uno con domicilio in Calabria ne guadagnava quasi la metà, 8.262 euro. Ma, se si paragonano questi valori con i lavoratori che vivono nelle stesse aree, si scopre che il divario in Lombardia è più alto rispetto alla Calabria. Così, un lombardo – sempre nel 2008 – ha dichiarato 22.540 euro (+7.233 euro rispetto allo straniero), un calabrese 13.470 euro (+5.207 euro). Sorprende il dato del Friuli Venezia Giulia, che si colloca al secondo posto – dopo la Lombardia – per reddito medio dichiarato, pari a 14.225 euro. Più di altre regioni industrializzate del paese.
In generale, le distribuzioni dei contribuenti nati all’estero e dei loro redditi mostrano una cartina dell’Italia dove il centro-nord la fa da padrone. In numeri: il 41,4% degli stranieri risulta concentrato in sole tre regioni (Lombardia, Emilia Romagna e Veneto). Fanalino di coda è la Valle d’Aosta, dove i contribuenti non italiani costituivano lo 0,3 per cento. Se però si va a vedere il peso dei nati all’estero e dei redditi dichiarati sono altre le aree interessate: Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

dato che è il doppio di quello della diretta inseguitrice – il Veneto – che si ferma a quasi 4,8 miliardi. Seguono Emilia Romagna (4,3 miliardi), Lazio (4 miliardi) e Piemonte (3,3 miliardi).
Più nel dettaglio, per quanto riguarda la distribuzione per classi di reddito di questa tipologia di contribuenti, l’elaborazione della Fondazione Leone Moressa mostra come quasi la metà (48,5%) ha dichiarato fino a un massimo di 10mila euro. Poco meno di un quarto (24,5%) tra i 15 e i 25mila euro. Poi c’è un 2% che avrebbe prodotto redditi negativi o fino a un massimo di zero.
Sulla tipologia, poi, il dato è indiscutibile: quasi nove contribuenti su dieci (87,9%) hanno dichiarato un reddito proveniente da lavoro dipendente e da pensioni. Quasi uno su cinque, poi, ha compilato il riquadro della documentazione che riguarda i redditi derivanti da terreni e fabbricati (19,3%). Chi ha un’impresa autonoma costituisce il 5,1% dei contribuenti. E solo l’1,1% del totale, invece, ha dichiarato entrate da lavoro autonomo (la partita Iva individuale).
I contribuenti nati in Romania sono i più numerosi (il 17,6%), seguono, a molta distanza, gli albanesi (7,2%) tallonati dai marocchini (6,8). Queste tre nazionalità costituiscono quasi un terzo del totale di chi dichiara al fisco il proprio reddito ed è nato all’estero.

Il Sole 24 Ore 21.06.10

"Le tasche degli italiani e la campagna d'estate del Pd", di Pippo Civati

Al Palalottomatica il Pd ha offerto la rappresentazione di una critica senza appello alla manovra di Berlusconi e l’individuazione di alcune linee politiche precise sulle quali lavorare nelle prossime settimane: con l’invito a diffondere il nostro lavoro di opposizione e di alternativa in tutto il Paese. È compito di ciascuno di noi uscire dal palazzetto romano, fin dai prossimi giorni, rilanciando il Pd proprio su una sfida che guarda al futuro e alla possibilità di emergere da una crisi economica che in Italia è purtroppo accompagnata da una politica di governo che non ha saputo interpretarla, che l’ha prima negata e ora la concepisce in modo strumentale e ideologico senza offrire le opportune misure. Anzi, compromettendo ancora di più un quadro già sufficientemente complicato e incerto.

Berlusconi si dimostra una volta di più diabolico nella capacità di dividere il Paese, di mettere gli uni contro gli altri, di contrapporre Nord a Sud, di allontanare i problemi dalle loro soluzioni.

Le tasche dei militanti e degli elettori del Pd, svuotate come quelle di quasi tutti i cittadini italiani da Berlusconi e dal suo governo, ora possono ospitare la Costituzione, i diritti, una diversa idea di società e le nostre proposte dell’alternativa democratica, nella speranza che nel dibattito parlamentare si possano introdurre modifiche sostanziose perché alle tasche degli italiani (e alle loro speranze) si possa restituire più di qualcosa.

È il momento della generosità del Pd, della sua capacità di mettersi al servizio del Paese, per accompagnare e difendere chi è penalizzato e chi si trova ancora più in difficoltà. Dentro alla società, dice Bersani, uscendo da noi stessi. E ora tocca a noi dimostrare di essere capaci di costruire relazioni, di confrontarci con le persone e di farlo “di persona, personalmente” come direbbe un personaggio di Camilleri. Gambe in spalla, come vuole il segretario, per una grande campagna politica d’estate. Irrituale, se si vuole, ma necessaria. Nei luoghi simbolici del fallimento di Berlusconi, attraverso le contraddizioni della Lega, pensando più al coefficiente di Gini che a quello di Fini, per capirci: più alle disuguaglianze e alle iniquità che al dibattito interno alla destra, che finora non ha sortito alcun effetto reale.

Democratici e popolari, come le modalità che dovremo trovare per dare voce a questo modo di pensare e di concepire la politica e la società, per dare un futuro a questa Italia diversa che ha urgente bisogno di essere rappresentata nel migliore dei modi. Ora tocca a noi.

L’Unità 20.06.10

"Con la crisi democrazie a rischio", di Barbara Spinelli

In un incontro a porte chiuse con i sindacati europei, l’11 giugno, il presidente della Commissione Barroso avrebbe espresso grande inquietudine sul futuro democratico di Paesi minacciati dalla bancarotta come Grecia, Spagna e Portogallo. Secondo il Daily Mail, avrebbe parlato addirittura di possibili tumulti e colpi di Stato. La Commissione europea ha smentito le parole attribuite al proprio Presidente, ma l’allarme non è inverosimile e molti lo condividono.

Al momento, per esempio, l’ansia è intensa in Grecia, dove il governo Papandreou sta attuando un piano risanatore che comporterà vaste fatiche e rinunce. L’ho potuto constatare di persona, parlando qualche settimana fa con il direttore del quotidiano Kathimerini, Alexis Papahelas: «Le misure di austerità, inevitabili e necessarie, sono irrealizzabili senza una democrazia funzionante e una classe politica incorrotta. Ambedue le cose mancano in Grecia, a causa di una storia postbellica caratterizzata da profonda sfiducia verso lo Stato e da una cultura della legalità inesistente». Papahelas non parla di colpi di Stato – l’esperienza, disastrosa, già è stata fatta a Atene fra il ’67 e il ’74 – ma di movimenti populisti, nazionalisti, «anelanti a falsi Messia».

La tentazione che potrebbe farsi strada è quella di considerare la democrazia come un lusso che ci si può permettere in tempi di prosperità, e che bisogna sospendere nelle epoche d’emergenza che sono le crisi. Apparentemente il regime democratico resterebbe al suo posto: la sua natura liberatoria verrebbe anzi esaltata. Ma resterebbe sotto forma impoverita, stravolta: il popolo governerebbe eleggendo il governo, ma tra un voto e l’altro non avrebbe strumenti per vigilare sulle libertà dei governanti. La democrazia verrebbe sconnessa dalla legalità, dai controlli esercitati da istituzioni indipendenti, dalle Costituzioni: tutti questi strumenti degraderebbero a ammennicoli dispensabili, e la libertà sarebbe quella dei governanti.

Gli italiani sanno che l’allergia alla legalità e ai controlli è un fenomeno diffuso anche da noi, oltre che in Grecia. Sanno anche, se guardano in se stessi, che il bavaglio protettore dell’illegalità è qualcosa che molti si mettono davanti alla bocca con le proprie mani, prima che intervengano leggi apposite. In questi giorni si discute delle intercettazioni: converrebbe non dimenticare che una legge assai simile (la legge Mastella) fu approvata quasi all’unanimità dalla Camera, nell’aprile 2007. Che un uomo di sinistra come D’Alema disse, a proposito di giornali da multare: «Voi parlate di multe di 3 mila euro(…) Li dobbiamo chiudere, quei giornali» (Repubblica, 29-07-06).

La crisi in cui viviamo da tre anni mostra una realtà ben diversa. Se si fonda su una educazione complessa alla legalità e non è plebiscitaria (cioè messianica), la democrazia è parte della soluzione, non del problema. La bolla scoppiata nel 2007 era fatta di illusioni tossiche, di un’avidità sfrenata di ricchezza, e anche della mancanza di controlli su illusioni e avidità. Uscirne comporta sicuramente sacrifici ma è in primo luogo una disintossicazione, un ristabilire freni e controlli. Tali rimedi sono possibili solo quando la democrazia coincide con uno Stato di diritto solido, con istituzioni e leggi in cui il cittadino creda. In Grecia, questi ingredienti democratici sono da ricostituire in parallelo con il risanamento delle finanze pubbliche e i sacrifici, e forse prima. Anche in America, non è con un laissez-faire accentuato che si sormontano le difficoltà ma con più stretti controlli sui trasgressori.

È il motivo per cui Grecia e Stati Uniti concentrano l’attenzione sui due elementi che indeboliscono simultaneamente economia e democrazia: da una parte l’impunità di chi interpreta il laissez-faire come licenza di arricchirsi senza regole, dall’altra l’impotenza dello Stato di fronte alle forze del mercato. Abolire l’impunità e restituire credibilità allo Stato sono giudicati componenti essenziali sia della democrazia, sia della prosperità. Difficile ritrovare la prosperità se intere regioni o intere attività economiche sono dominate da forze che sprezzano la legalità, che si organizzano in mafie, o che immaginano di annidarsi in chiuse identità micronazionaliste. La storia dell’Europa dell’Est e della Russia confermano che senza libertà di parola e senza un indiscusso imperio della legge viene meno il controllo, e che senza controllo proliferano gli affaristi e i mafiosi.

In Grecia, la lotta all’impunità è fattore indispensabile della ripresa, ci ha spiegato Papahelas: «La cura vera consiste nell’approvazione, da parte di tutti i politici, di un emendamento costituzionale che annulli l’immunità garantita a ministri o parlamentari passati e presenti, e che porti davanti alle corti o in prigione i truffatori e gli evasori fiscali.

Si tratta di imbarcarsi in un nuovo capitolo della storia: economico, culturale e antropologico». In America vediamo con i nostri occhi quanto sia importante il controllo sulle condotte devianti di chi si sottrae alle regole: l’audizione al Congresso dell’amministratore delegato di British Petroleum, Tony Hayward, è severissima e trasmessa da tutte le tv. Dice ancora Papahelas: «Il vecchio paradigma – quello di uno Stato senza leggi, in cui regnano ruberie e nepotismi – sta precipitando».

Impunità e allergia alla cultura del controllo (esercitato da istituzioni e da mezzi d’informazione) sono radicate anche in Italia, e anche qui la democrazia è vicina al precipizio. Le innumerevoli leggi varate a protezione di singole persone o gruppi di persone, l’arroccamento identitario-etnico di regioni a Nord e a Sud del Paese: questi i mali principali. La stessa proposta di rivedere l’articolo 41 della Costituzione contiene i germi di un’illusione: l’illusione che l’economia ripartirà, se solo si possono iniziare attività senza controlli preventivi. L’illusione che l’eliminazione di tali controlli sia un bene in sé, anche in Paesi privi di cultura della legalità.

La costruzione dell’Europa non è estranea alla degradazione dello stato di diritto in numerosi Paesi membri. Non tanto perché essa ha sottratto agli Stati considerevoli sovranità (sono sovranità chimeriche, nella mondializzazione) ma perché ha ritardato l’ora della verità: quella in cui occorre reagire alla crisi di legittimità con una rifondazione del senso dello Stato, e non con una sua dissoluzione. Se i politici fanno promesse elettorali non mantenibili, se si conducono come dirigenti non imputabili, è inevitabile che i cittadini e i mercati stessi traggano le loro conclusioni non credendo più in nulla: né nell’Europa, né nei propri Stati, né nei piani di risanamento economico.

Non è un caso che si moltiplichino in Europa le condanne della legge italiana sulle intercettazioni (appello dei liberal-democratici del Parlamento europeo, firmato da Guy Verhofstadt, appello dell’Osce e di Reporter senza frontiere). Un’informazione e una giustizia imbavagliate o dissuase minano la democrazia. Reagiscono alla crisi proteggendo il vecchio paradigma dell’avidità senza briglie. Conservano uno status quo che ha già causato catastrofi nell’economia e nelle finanze.

L’esplosione della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico è stata paragonata a una guerra. Anche la crisi è una specie di guerra. Se ne può uscire alla maniera di Putin: rafforzando quello che a Mosca viene chiamato il potere verticale, imbrigliando giudici e giornalisti, consentendo a mafie e a segreti ricattatori di agire nell’invisibilità, nell’impunità. Oppure se ne può uscire come l’Europa democratica del dopoguerra: con istituzioni forti, con uno Stato sociale reinventato, con la messa in comune delle vecchie sovranità, con un nuovo patto fra cittadini e autorità pubblica.

La Stampa 20.06.10

"A Pomigliano comincia l'epoca dopo Cristo", di Eugenio Scalfari

Tra le tante dichiarazioni fatte da Marchionne in questi giorni ce n’è una che è d’una chiarezza disarmante ed anche sconcertante: «Io vivo nell’epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa». Il dopo Cristo per l’amministratore delegato della Fiat comincia evidentemente con la globalizzazione della finanza, delle merci e del lavoro. È un’epoca che ha accentuato e radicalizzato la legge dei vasi comunicanti. Le grandezze economiche, come ovviamente per i liquidi, tendono a raggiungere lo stesso livello. Si livellano i rendimenti del capitale, i rapporti tra benessere e povertà, la produttività del lavoro e, naturalmente i salari. I salari dei Paesi emergenti sono ancora molto bassi; dovranno gradualmente aumentare ma lo faranno lentamente. I livelli dei salari nei paesi opulenti e di antica civiltà industriale sono molto alti, ma tenderanno a diminuire e questo fenomeno avverrà invece con notevole rapidità per consentire alle imprese manifatturiere di vendere le loro merci sui mercati mondiali a prezzi competitivi. In questo schema già operante va collocata la vicenda di Pomigliano. Se la Fiat trasferisce la produzione di uno dei suo modelli da una fabbrica dove i salari e le condizioni del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica dove sono invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà. Questo è il dopo Cristo di Marchionne; non si tratta di ricatto ma di dati di fatto e con i dati di fatto è inutile polemizzare.

I sindacati che hanno firmato l´accordo proposto dalla Fiat ritengono che si tratti d´un evento eccezionale e non più ripetibile. La stessa posizione l´hanno fatta propria molte delle parti interessate alla vicenda di Pomigliano, compresa una parte dell´opposizione parlamentare: passi per Pomigliano purché non si ripeta.
Errore. La legge dei vasi comunicanti ha carattere generale e quindi il livellamento salariale e delle condizioni di lavoro si ripeterà. Molte imprese in difficoltà, specialmente nel Nordest, nelle Marche, in Puglia e in tutto il Mezzogiorno, metteranno i loro dipendenti di fronte allo stesso dilemma che riguarda per ora i 5000 dipendenti Fiat di Pomigliano. Dichiareranno che in caso di risposta negativa saranno costrette a de-localizzare la produzione in siti più convenienti. Pomigliano cioè è l´apripista d´un movimento generale e non sarà né la Fiom né Bonanni che potrà fermarlo.
Chi pensa di fermare l´alta marea costruendo un muro che blocchi l´oceano non ha capito niente di quanto sta avvenendo nel mondo. Nello stesso modo non ha capito niente chi ritiene di bloccare la massa di migranti che abbandona i luoghi della povertà e preme per fare ingresso nei luoghi dell´opulenza. Quel tipo di muri può reggere qualche mese o qualche anno ma poi si sbriciolerà e il livellamento procederà.
Allora non si può far niente? Bisogna rassegnarsi al livellamento verso il basso del benessere delle zone ricche del mondo?
* * *
Qualche cosa si può e si deve fare. Ma occorre molta lucidità e molto coraggio. I Paesi opulenti, al loro interno, non sono affatto livellati per quanto riguarda la diffusione del benessere. Ci sono, nelle zone ricche del mondo, sacche di povertà impressionanti e diseguaglianze mai verificatesi prima con questa intensità. Voglio dire che la legge dei vasi comunicanti deve entrare in funzione dovunque e spetta alla politica rimuovere gli impedimenti che la bloccano.
Perciò i sindacati e le forze di opposizione debbono spostare l´obiettivo. Le categorie svantaggiate e costrette a rinunciare ad una parte delle conquiste raggiunte nell´epoca «prima di Cristo» debbono recuperarle su altri piani e in altre forme nell´epoca del «dopo Cristo». Debbono cioè impostare un piano globale di redistribuzione del reddito da chi più ha a chi meno ha.
Lo spostamento può avvenire in vari modi, manovrando soprattutto il fisco (ma non soltanto); sgravando il peso fiscale sui redditi di lavoro dipendente e sulle famiglie e finanziando la redistribuzione con maggior carico tributario sulle rendite, sui patrimoni e sui consumi opulenti.
Un piano di questo genere non può essere considerato un progetto dettato dall´emergenza poiché non di emergenza si tratta, bensì di un movimento, appunto, epocale. E per gestire un progetto del genere è necessario ripristinare quel metodo della concertazione tra le parti sociali e il governo che diede ottimi frutti tra il 1993 e il 2007, consentendo di abbattere l´inflazione, far scendere i rendimenti dei titoli pubblici e il disavanzo delle partite correnti.
Ci vuole insomma una politica a lungo raggio che rafforzi la coesione sociale, diminuisca le diseguaglianze, renda sopportabile il livellamento delle condizioni di lavoro compensando quei sacrifici con agevolazioni massicce anche in tema di servizi pubblici efficienti e gratuiti, finanziati da chi possiede mezzi in abbondanza.
Questa è a nostro avviso la linea da seguire, «buscando el levante por el ponente», cioè mettendo a carico della società opulenta una parte dei sacrifici che la guerra tra poveri scarica sui deboli di casa nostra.
* * *
C´è un filo diretto che lega queste riflessioni suscitate da quanto sta accadendo a Pomigliano con la politica deflazionistica imboccata dall´Eurozona sotto la guida della Germania. Questa politica, sulla quale ci siamo intrattenuti varie volte, arriverà domani all´esame del G8 e del G20 appositamente convocati.
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha lanciato un messaggio ai capi di Stato dell´Eurozona affinché affianchino alla manovra di stabilizzazione dei rispettivi debiti una politica che sostenga i redditi e la crescita. Un secondo l´ha lanciato alla Cina affinché proceda ad una rivalutazione della propria moneta rispetto al dollaro per accrescere le importazioni e per tale via sostenga la domanda globale.
La Cina ha già risposto positivamente; l´Europa e la Germania finora sembrano voler persistere nella politica di deflazione. Questa posizione è semplicemente insensata.
Dal canto suo il segretario generale dell´Onu, Ban Ki Moon, ha posto ieri ai paesi dell´Eurozona le seguenti domande: «Il mondo intero è destinato a sprofondare a causa dei problemi dell´Eurozona in una recessione che rischia di essere recidiva? Può la ripresa dei mercati emergenti bilanciare i cali che si verificano altrove? Stiamo finalmente emergendo come i sopravvissuti a un uragano, per valutare l´entità del danno e i bisogni dei nostri vicini? Oppure ci troviamo piuttosto nell´occhio del ciclone?» (La Stampa del 19 scorso).
Non si può esser più chiari di così. E anche qui il tema si risolve attraverso un grande programma di redistribuzione delle risorse tra paesi e tra classi all´interno dei paesi. Non c´è altro mezzo per equilibrare libertà ed eguaglianza, la necessaria crudeltà della libera concorrenza e la coesione sociale che si proponga il bene comune.
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Su questi argomenti di capitale importanza il governo italiano tace, la sua afasia è totale. Tiene invece banco la modifica costituzionale dell´articolo 41 della nostra Costituzione.
Quell´articolo, che fu voluto da Luigi Einaudi e da Taviani, proclama la piena libertà di impresa purché non crei danni sociali. Questa dizione non piace a Berlusconi e a Tremonti. Di qui la proposta di modificarla sostituendola con la libertà totale, anche nel settore delle costruzioni e dell´urbanistica, in modo che si aggiungerà scempio a scempio nel paese dell´abusivismo di massa.
Snellire le procedure burocratiche è un obiettivo sacrosanto, più volte preannunciato e finora mai attuato. Si può e si deve fare con provvedimenti di ordinaria amministrazione. Mettere in Costituzione l´abolizione di ogni regola rinviando i controlli ad una fase successiva è semplicemente una bestemmia costituzionale che svela l´intento di stravolgere l´architettura democratica del patto sociale.
Eguale chiacchiericcio del tutto inutile lo ritroviamo nella proposta italiana all´Unione europea di valutare i debiti pubblici aggiungendo ad essi la consistenza dei debiti privati. La Commissione di Bruxelles ha accolto la proposta: non costa nulla e il nostro governo l´ha sbandierata come un grande successo. Nessuno ha fatto osservare che il debito pubblico è la sola grandezza che determina il fabbisogno, gli oneri da pagare e il disavanzo che ne risulta.
Siamo ancora tutti nell´occhio del ciclone e il nostro governo inganna il tempo con annunci inutili che servono soltanto a gettar fumo negli occhi degli sprovveduti.

La Repubblica 20.06.10

Maturità, Pd: test a risposta multipla? Non siano come i quiz di ingresso all'università

Ghizzoni: la valutazione deve restare di carattere generale. “Non ci stupisce l’adozione di uno strumento che fotografi i livelli di apprendimento dei maturandi, fermo restando che la valutazione della maturità degli studenti deve rimanere legata ad uno sguardo generale che tenga conto dell’impegno profuso e dei progressi conseguiti nello studio delle discipline nel corso degli anni. Sarebbe auspicabile che i test a risposta multipla di cui parla la Gelmini non si risolvano in quella strana mattanza prodotta dai quiz di ingresso ai corsi di laurea a numero chiuso. Se dobbiamo davvero misurare i livelli di apprendimento allora si impone che le domande si riferiscano ai saperi e alle competenze acquisiti da tutti gli studenti e che nel corso dell’anno vi siano prove analoghe così che i maturandi familiarizzino con le nuove modalità valutative. Questo significa un altro ambito su cui bisognerebbe investire mentre l’indirizzo del governo continua ad essere incentrato su tagli indiscriminati”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

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“Maturità con test”, di Flavia Amabile

Il ministro Gelmini vuole la prova Invalsi anche all’esame delle superiori. Ma genitori e studenti non vogliono che sia inserita nella media dei voti. Dunque, la prossima maturità dovrebbe includere anche la prova Invalsi, questo ormai sembra piuttosto sicuro. Ma le domande diventate il terrore degli studenti italiani faranno media, oppure no? Genitori e studenti chiedono valutazioni flessibili, il ministero non ha precisato nulla per ora ma per l’esame di terza media si è già orientato verso la soluzione meno gradita.

Sono entrati, infatti, a regime da quest’anno nelle scuole medie con grande soddisfazione del ministro che li considera «strumenti oggettivi di valutazione» dal prossimo anno potrebbero entrare a far parte anche dell’esame di maturità. Tutto dipende dalla capacità del ministero e dell’Invalsi, l’istituto di valutazione che mette a punto i test, di rispettare i tempi necessari.

Il ministro annuncia anche che dal prossimo anno «alcune materie saranno insegnate in inglese» nelle scuole superiori italiane». Un cambiamento che è già legge, precisa, e che permetterà di aprire «ancora di più il nostro sistema scolastico allo scenario internazionale anche perchè non possiamo rassegnarci a veder scendere la nostra scuola nelle classifiche dell’Ocse». Il passo sucessivo – prosegue – è l’introduzione di un sistema di valutazione efficace nel sistema della scuola superiore».

A dire il vero , una prova basata su domande esiste già all’interno della maturità, è quella che viene definita la «terza prova», realizzata dopo i primi due scritti, ma ai ragazzi viene chiesto di rispondere a quiz preparati dalle commissioni, quindi sono diverse da scuola a scuola. Il test Invalsi, invece, sarà – come già accade in terza media – unico per tutte le scuole e, secondo il progetto del ministro Gelmini andrà ad aggiungersi alla terza prova, «e si tratterà di test a risposta multipla».

Scelta difficile che risulterà poco gradita all’interno delle scuole agli studenti e ai loro genitori, come già si è visto in questi giorni. «Va tutto bene, ed è positivo introdurre elementi di valutazione che possano essere parametrati alla realtà europea», commenta Davide Guarneri, presidente dell’Age, l’associazione italiana genitori. Il problema è un altro, l’eventualità che il test possa entrare nella media finale come avviene per l’esame di terza media. «Non è possibile che entri nella valutazione numerica, è ingiusto inficiare un intero percorso di lavoro per lo stress di un giorno o per le mille variabili di un test. La classe può non aver svolto per intero il programma per un problema legato ai professori o per tante altre cause: non si può per questo abbassare la media di ragazzi che normalmente sono brillanti. Anche perché il voto finale della maturità serve per entrar enel mondo del lavoro o in quello delle università. E’ necessario che le commissioni abbiano elementi di flessibilità nella valutazione complessiva».

Per gli studenti parla Sofia Sabatino , portavoce della Rete degli studenti medi che considera l’idea una delle «tante proposte populiste di finto merito». Dal suo punto di vista, infatti, «per uniformarsi agli standard europei non si può partire da un test a risposta multipla agli esami di maturità, bisognerebbe prima di tutto investire sull’istruzione e non tagliare 8 miliardi di euro in tre anni».
Non del tutto convinta anche Manuela Ghizzoni, deputato del Pd, componente della commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni che chiede che «la valutazione della maturità degli studenti debba rimanere legata ad uno sguardo generale che tenga conto dell’impegno profuso e dei progressi conseguiti nello studio delle discipline nel corso degli anni. Sarebbe auspicabile che i test a risposta multipla di cui parla la Gelmini non si risolvano in quella strana mattanza prodotta dai quiz di ingresso ai corsi di laurea a numero chiuso».

La Stampa 20.06.10

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Piace alla scuola la maturità con il quiz «Finalmente ci allineiamo all’Europa», di Ilaria Ricci

Sì all’introduzione del test Invalsi anche alla maturità. La novità lanciata ieri sul Messaggero dal ministro Mariastella Gelmini piace al mondo della scuola e anche all’università che sognano un esame «più europeo e po’ meno farsa». Negli ultimi anni, infatti, la prova ha perso smalto: sono fioccati troppi cento e lode (tanto che il ministro ha dovuto imporre una stretta), i testi delle prove sono regolarmente finiti su Internet poco dopo l’apertura delle buste (non solo i titoli, ma i fogli d’esame scannerizzati) e la presenza di docenti interni alle classi nelle commissioni ha spesso influenzato il risultato finale, facendo prevalere il buonismo sul rigore.
Il quiz Invalsi, ha specificato il ministro, dovrebbe essere «una cosa in più che farà parte della terza prova specifica. Si tratterà di test a risposta multipla». Il cambiamento potrebbe partire già dal 2012. Mario Rusconi, vice presidente dell’Associazione nazionale presidi e dirigente del liceo Newton di Roma, esulta: «Finalmente ci allineiamo alla tradizione anglosassone. E’ da anni che chiediamo che la terza prova, il cosiddetto “quizzone”, non sia gestita più dalle scuole, ma dall’esterno. In Gran Bretagna sono decenni che si fa così. Tuttavia – continua- servirebbe un periodo di sperimentazione prima di introdurre la novità nell’esame. E soprattutto bisognerebbe formare gli insegnanti. Se i docenti non sono in grado di preparare i ragazzi a sostenere un test più europeo la novità non servirà a nulla e sarà massacrata dall’opinione pubblica». L’esame di maturità che partirà martedì segue l’impianto progettato dall’ex ministro Luigi Berlinguer, che guarda di buon occhio all’idea della Gelmini e confessa: «Se fossi stato ministro più a lungo avrei introdotto anche io uno scritto di questo tipo come si fa in altri paesi europei da anni. Ben venga la prova di valutazione oggettiva- segue-, ma ad una condizione: che non diventi l’unico metro per giudicare gli studenti. Guai a ridurre l’esame ad un quiz». I vantaggi del test, comunque, secondo Berlinguer, sono evidenti: «Una valutazione di questo tipo introduce un elemento di equità in un esame in cui ci sono giudizi molto variabili da scuola a scuola, anche se gli studenti sono di livello simile. Il test consentirebbe di individuare i meritevoli con più oggettività. Oggi la poca credibilità della maturità è dovuta proprio alla disparità di valutazione che emerge dal territorio». Negli ultimi anni i cento e lode sono fioccati soprattutto al Sud. «Una disparità- prosegue l’ex ministro- che ha anche indotto l’università a non tenere conto del voto dell’esame nelle prove di ammissione alle facoltà. Comunque, oltre a introdurre il test, penserei anche a ripristinare le commissioni tutte esterne per dare ancora più serietà e rigore all’esame».
Anche l’università vede di buon occhio la novità. «Una prova nazionale- spiega il rettore della Sapienza, Luigi Frati- costringe la scuola ad un maggior rigore e questo è un bene. La maturità, negli ultimi anni, ha perso credibilità proprio perché c’è stato troppo buonismo. Così gli atenei hanno smesso di tenerne conto in fase di immatricolazione, anche se l’Europa suggerisce che una parte del punteggio del test di ammissione alle facoltà debba basarsi sul percorso scolastico. In futuro il voto del test Invalsi potrebbe incidere sul quiz delle facoltà a numero chiuso». Il Pd accoglie invece la novità con qualche perplessità. «Non ci stupisce- commenta la deputata Manuela Ghizzoni- l’adozione di uno strumento che fotografi i livelli di apprendimento dei maturandi. Ma sarebbe auspicabile- chiude- che i test a risposta multipla non si risolvano in quella strana mattanza prodotta dai quiz di ingresso ai corsi di laurea a numero chiuso.

Il Messaggero 20.06.10

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“Ma agli inglesi l’Ofsted non è servito”, di Beborah Ameri

I test standard in Gran Bretagna esistono da sempre, ma sono uno dei crucci del sistema scolastico. Nonostante sia all’esame di scuola media (il Gcse) che alla Maturità (l’A-Level) la percentuale dei promossi e’ quasi del 100%, gli alunni inglesi conquistano immancabilmente gli ultimi posti nella classifica europea dei più istruiti, combattono con matematica e inglese, ma anche in storia non fanno scintille, se è vero, come sostiene un recente sondaggio, che un quarto di loro non sa dire se la Shoah sia verità storica o leggenda. Colpa di un’educazione troppo compartimentata, che non segue il filo cronologico degli avvenimenti, ma che procede per ampi temi. Insomma, l’esatto opposto della nostra scuola, che viene definita troppo nozionistica.
I test per gli esami nazionali vengono forniti non da una sola organizzazione come l’Invalsi ma da cinque «examination boards», riconosciuti dal ministero dell’Educazione, che sono Aqa, Ccea, Edexcel, Ocr e Wjec. Ogni istituto britannico può liberamente scegliere tra uno di questi e ha la facoltà di optare per piu’ di uno per esami di diverse materie. Aqa, per esempio, e’ il board più popolare e ogni anno compone e corregge circa 3,5 milioni di esami a diverso livello, sia alle medie che alla maturità. E’ registrato come un’associazione no-profit. Altri, invece, appartengono alle principali università del Paese. Pur essendo totalmente indipendenti tutti e cinque vengono regolati dalla «Qualifications and Curriculum Authority», sostenuta dal ministero della Scuola. L’omogeneità dei quiz e dei loro risultati, tuttavia, non garantisce poi risultati soddisfacenti su base europea. Tanto che lo scorso anno scolastico a passare l’esame di maturità è stato oltre il 97% degli alunni. I pochissimi che falliscono possono ripetere l’esame qualche mese dopo. Esiste poi un’agenzia governativa indipendente, Ofsted, che ha il compito di ispezionare ogni 2-3 anni ogni istituto del Regno e giudicarlo tramite un voto da 1 (eccellente) a 4 (inadeguato), come una valutazione di rating. Tutti i rapporti di Ofsted si trovano online e permettono di paragonare le diverse scuole.

Il Messaggero 20.06.10

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“Test ai maturandi, lezioni in inglese così cambiano le scuole superiori” , di l.m. e b.d.f.

La Gelmini ai presidi campani: poca severità nelle prove Invalsi delle medie
Arriva anche il test per i maturandi. Dal 2012, domande a risposta multipla all´esame di Stato e, dal prossimo anno, via libera a una materia insegnata, al quinto anno delle superiori, in una lingua straniera. Lo annuncia il ministro dell´istruzione Mariastella Gelmini, a margine del convegno della fondazione Liberamente. Ma se la disciplina insegnata in inglese, o in altre lingue, è parte della riforma già approvata e il ministro sottolinea «è un segnale importante per la scuola che diventa internazionale», il test di valutazione è invece una novità assoluta, nemmeno regolata ancora da una normativa. Toccherà all´Invalsi, l´istituto nazionale di valutazione che già scrive i test per le scuole elementari (in terza e in quinta) e per le medie (in prima e in terza), occuparsi dell´architettura di questa prova che dovrà testare le competenze acquisite dagli studenti alle prese con la maturità. L´Invalsi progetterà anche un test intermedio, al secondo anno delle superiori, il cui debutto è previsto già a partire dal prossimo anno. «Non ci possiamo rassegnare a vedere la scuola italiana scendere nella classifica dell´Ocse a livelli sempre più bassi – dice Mariastella Gelmini – non possiamo permetterci la staticità, bisogna intraprendere strade nuove, anche se si dovessero rivelare sbagliate». Non si sono fatte attendere le reazioni. Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, spiega: «Speriamo che i test non si risolvano in quella strana mattanza prodotta dai quiz d´ingresso alle lauree a numero chiuso». I nuovi test per i maturandi del 2012 saranno inseriti all´interno della terza prova scritta. Nessuna novità invece per l´esame di Stato che inizia martedì con la prova di italiano. Quanto alle proteste per i tagli, alle polemiche sugli organici e sul tempo pieno Gelmini aggiunge: «Le proteste non fanno più notizia, ormai durano da troppo tempo. Non ci si può rassegnare agli effetti della crisi, occorre ripensare all´impiego delle risorse ed evitare tanti sprechi e situazioni che non hanno più senso».
Per la Gelmini, poi, la riforma dell´università potrà essere approvata entro l´estate. «Mi auguro – dice – che il parlamento la migliori senza annacquarla». «Quello che il governo sta facendo – aggiunge – non sono i tagli, ma è un progetto di qualità per avere una buona scuola e un´eccellente università». Eppure dentro le accademie sta crescendo proprio nei confronti di quella riforma un fronte di protesta. «Se vogliamo, come Paese, rispondere alla crisi – conclude – non dobbiamo solo ridurre i problemi che abbiamo a una questione di quantità di denaro».
Intanto, sta suscitando polemiche la circolare riservata che il ministro ha inviato nei giorni scorsi a centinaia di presidi della Campania. Una lettera che li accusa di non aver fatto tutto il possibile perché l´anno scorso il test Invalsi delle scuole medie si svolgesse seriamente. «Caro dirigente – è scritto – da una serie di controlli nella sua scuola sono emersi comportamenti non corretti, tali da alterare il risultato delle prove». Dura la replica dei presidi: « A Roma danno per scontato che i ragazzi meridionali siano dei somari».

La Repubblica 20.06.10

«"Il miliardario vada a casa".E Bersani già vede le urne», di Federico Geremicca

Lo chiama «il miliardario». Gli dice che è in caduta libera e che racconta balle. Ironizza pesantemente su Tremonti e sulla Lega. Infine avvisa l’avversario: «Attenti, siamo un partito di governo provvisoriamente all’opposizione». È la prima notizia, allora (la seconda è senz’altro l’irrompere di queste maledette vuvuzelas perfino nei raduni di partito).
La prima notizia – dicevamo – è che Pier Luigi Bersani comincia forse a sentire un po’ di vento nelle vele. Sarà magari più per demerito del «miliardario» che per merito suo, ma fatto sta che quello che si è presentato al «popolo del Pd» radunato nel Palasport di Roma, è stato un Bersani pimpante e ottimista come da tempo non si sentiva.

Sarà pure vero, naturalmente, che tempi e sceneggiatura della manifestazione anti-manovra hanno risentito di evidenti influssi veltroniani (parla il professore, l’attore, c’è il filmato, poi il sacerdote…); e mettiamoci pure che un Bersani così irresistibilmente «antiberlusconiano» non lo immaginava più nessuno (lui che chiarì che «il più antiberlusconiano non è chi grida, ma chi lo manda a casa»), ecco, mettiamoci pure questo: la sostanza, però, non cambia. E la sostanza è che, dopo che Enrico Letta ha evocato il Vietnam, ora è il segretario a metterla giù veramente dura. E quasi presagisse lo scontro all’orizzonte, avverte che sta arrivando il tempo di schierarsi. Chiama in causa imprenditori, commentatori, la «classe dirigente» del Paese. E il monito è duro: «Di fronte a quel che sta accadendo – fa sapere – berlusconismo e conformismo hanno uguali responsabilità».

Dicono che Pier Luigi Bersani si stia convincendo del fatto che le elezioni potrebbero non essere poi così lontane; che quel «provvisoriamente all’opposizione», insomma, sia sempre più provvisorio. Qualche giorno fa, l’ha perfino fatto intendere. Il malessere sociale che cresce, man mano che la manovra diventa più chiara; le inchieste giudiziarie sulla «cricca» che (dopo Scajola) potrebbero costare il posto ad altri ministri o sottosegretari; e poi, naturalmente, la guerriglia che si è scatenata nel partito di maggioranza. Troppe cose segnalano che la situazione potrebbe finire fuori controllo. E precipitare.

Il fatto che i toni di Bersani crescano, allora, si può forse spiegare così. Applaudito da una platea da combattimento, preannuncia al partito una lunga campagna da condurre fino all’autunno, e chiede ai democratici di tornare tra le gente. Ma soprattutto mette nel mirino (a volte attaccandolo, altre blandendolo) il partito che forse considera – allo stesso tempo – oggi l’«anello debole» del patto di governo e domani – chissà – perfino un possibile, potenziale, alleato. La Lega.

Raffiche di critiche alternate ad ironie. Una sorta di filo conduttore (un tempo si sarebbe detto una linea), perché anche Chiamparino ed Errani avevano puntato l’indice contro la Lega. Criticando la manovra e i tagli di Tremonti («Nel ministero di via XX Settembre c’è perfino un supermarket: bell’esempio di equità…»), il presidente dell’Anci aveva accusato: «La prepotenza centralistica può anche vincere: ma a perdere non saranno i sindaci, sarà il Paese». E il governatore dell’Emilia Romagna aveva provocato: «Il grosso dei tagli lo fanno fare a noi: complimenti signori della Lega, ecco il federalismo. Ma a parte un nuovo ministro, c’è rimasto qualche federalista nel governo?».

Sventolii e ovazioni dalla platea, per questo Pd tutto all’attacco. E il più duro è stato proprio Pier Luigi Bersani. Che prima ha cominciando scherzando: «Con Va’, pensiero e tifando Paraguay, non si mangia…»), poi ha messo il dito in dolorose contraddizioni: «Questa Lega – ha accusato – è dura sugli inni e sul calcio ma poi sulle leggi diventa mollacciona. Sulla legge speciale per la Protezione civile, per esempio: che non è stata fatta da Roma ladrona ma da quattro ladroni. E c’è una bella differenza…».

Nella sostanza, quel che l’adunata romana del Pd sembra aver mostrato, è prima di tutto una sorta di cambio d’umore. Non è solo che i due attuali e principali terreni di scontro (i tagli della manovra e i tagli alle intercettazioni) siano considerati evidentemente favorevoli all’opposizione, è più in generale il fatto che il Pd – o almeno Bersani – veda moltiplicarsi le difficoltà di Berlusconi. «Erano tutte balle», dice Bersani annotando la ricomparsa della «monnezza» a Napoli e descrivendo la parabola della «favola dell’Aquila», finita in un pozzo nero fatto di tangenti, cricche e massaggi… Del resto, a dare ottimismo al Pd, non ci sono solo le difficoltà in cui è precipitata la maggioranza, c’è la statistica: in epoca di Seconda Repubblica – dal 1994 in poi – non è mai accaduto che il governo uscente venisse premiato dalle urne. Ed è alle urne – sperando che non tradiscano la statistica – che Bersani comincia a guardare. Per farla finita, magari, con quel «provvisoriamente»…

da www.lastampa.it

«Il Federalismo senza autonomia», di Ilvo Diamanti

Alla vigilia del raduno di Pontida, è arrivato anche il “Ministero al Federalismo”. Tanto per chiarire che la via è segnata e senza ritorno. Verso una Repubblica federalista, dove la Padania conquisterà nuovi poteri

NUOVA e ulteriore autonomia. Come la Catalogna oppure la Baviera. Mentre si celebra la marcia inarrestabile verso il federalismo, però, sindaci e governatori del Nord, del Centro e del Sud, di destra e di sinistra, e anche della Lega: sono in rivolta. Tutti. Uniti contro la manovra economica del governo, responsabile di sottrarre risorse e autonomia ai Comuni e alle Regioni. Da ciò il paradosso di questa fase. Nella quale il federalismo procede insieme al centralismo statale. Entrambi ad alta velocità: rischiano di finire uno contro l’altro.

Certo, l’Italia è un “Paese provvisorio”, per citare Edmondo Berselli. In perenne transizione. Impegnato a riformarsi. E, nello stesso tempo, a frenare gli effetti delle riforme. Oppure ad adattarle, su base familista e localista. D’altronde, i partiti di massa della Prima Repubblica avevano orizzonti nazionali e internazionali e, insieme, un’organizzazione plasmata sulle differenze locali. Il Pci e la Dc. Capaci di promettere la società senza classi e il socialismo, di evocare la dottrina sociale cristiana e di fare appello ai “liberi e forti”. Ma, soprattutto, di mediare le rivendicazioni locali e di rappresentare il territorio senza farvi esplicito riferimento. Nella Seconda Repubblica tutto è cambiato. Il territorio è divenuto una bandiera, in quest’epoca senza ideologie, con poca fiducia e poca fede. Oggi tutti evocano il territorio, come un mantra. Non solo la Lega Nord per l’indipendenza della Padania. C’è anche il Partito del Sud, al cui interno
militano numerosi esponenti, soprattutto di centrodestra. In Sicilia. Ma l’appello al territorio echeggia anche a Sinistra.

Come dimostra il richiamo, frequente, di Nichi Vendola all’orgoglio pugliese e “meridiano”. Ma sta montando anche l’orgoglio dell'”Italia di mezzo”, per iniziativa di molti amministratori (perlopiù di sinistra) che, a Perugia, un mese fa, hanno promosso gli Stati Generali dell’Italia Centrale. Insomma, è come se le divisioni politiche tradizionali si fossero tradotte e trasferite sul piano territoriale. Non più destra, centro e sinistra. Ma Nord, Centro e Sud.
L’importanza – simbolica e politica – delle realtà locali è apparsa evidente in occasione della manovra finanziaria del governo, che aveva previsto l’abolizione delle province più piccole (meno di 200mila abitanti). Una scelta coraggiosa, in un Paese dove le province, negli ultimi trent’anni, da quando cioè si parla di abolirle tutte, sono passate da 95 a 110. Ma anche un freno contro una frammentazione istituzionale che produce dissipazione di risorse e crescita incontrollata della spesa pubblica. Naturalmente non se ne è fatto nulla. La decisione è stata contrastata e ritirata, soprattutto per iniziativa della Lega. In nome dell’autonomia territoriale.

Le tensioni fra lo Stato e il territorio, tuttavia, non sono cessate e sono destinate ad acuirsi. Soprattutto fra i partiti di governo, ma anche al loro interno. Anzitutto perché si sono accentuate le ragioni del contrasto geopolitico e geoeconomico fra la Lega Nord e il Pdl, il cui bacino elettorale si è progressivamente spostato verso Sud. Il federalismo fiscale rischia di allargare le tensioni tra le aree del Paese. Come emerge, d’altronde, dagli stessi atteggiamenti sociali. Nel Mezzogiorno (sondaggio Demos, giugno 2010) il 31% dei cittadini pensa che il federalismo fiscale peggiorerà le cose, per la sua regione, il 18% che le cambierà in meglio. Al contrario, nel Nord “padano”, il 43% dei cittadini, dal federalismo fiscale, si attende effetti positivi, solo l’8% negativi. Nel Nordest l’atteggiamento verso il federalismo è ancor più positivo.

In provincia di Vicenza (sondaggio di Demos per l’Associazione Industriali) è valutato con favore dal 63% della popolazione. Che, anzi, lo considera una sorta di rimedio universale, che produrrà: meno tasse, più poteri, servizi più ampi e qualificati. Il che alimenta attese pericolose, impossibili da soddisfare. Perché i governatori e i sindaci – tutti, senza differenze politiche e territoriali – dovranno affrontare uno squilibrio evidente e lacerante. Hanno assunto grande visibilità, poteri e competenze crescenti, mentre le risorse disponibili sono calate e continuano a calare in misura sensibile. Tanto più oggi, che lo Stato federale deve fare i conti anzitutto con lo Stato di necessità. Il “rigore colbertista” di Tremonti, dettato dalla crisi economica e finanziaria globale, cozza contro la promessa federalista.

Anche da ciò dipendono i continui conflitti simbolici promossi dalla Lega: sul tricolore, sull’unità d’Italia, sull’inno, sulla nazionale di calcio. Servono a spostare l’attenzione sull’identità, visto che sul piano degli interessi è difficile attendersi risultati concreti, nel prossimo futuro. Peraltro, il successo della Lega dipende, in misura significativa, anche dalla capacità di presentarsi come opposizione e governo, al tempo stesso. Il sindacalista del Nord: a Roma. Il movimento di liberazione da Roma: nel Nord. Ma questo gioco oggi diventa complicato, perché la Lega è al governo praticamente “ovunque”. A Roma e nel Nord. Dove guida 2 Regioni, 14 province e oltre 350 comuni. Mentre al governo gestisce alcuni ministeri-chiave.

E nei giorni scorsi ne ha imposto uno nuovo, di bandiera, dedicato all'”Attuazione del Federalismo”. (Tanto per contraddire i dubbi, al proposito). Attribuito a Brancher. Un “forzaleghista”. Ma il contrasto fra la promessa federalista e la logica centralista, esercitata da Tremonti, difficilmente potrà ridimensionarsi, nel prossimo futuro. Vista l’emergenza economica e finanziaria. Il conflitto fra il Nord e Roma, fra la Padania e l’Italia rischia, dunque, di riprodursi e di porre la Lega in aperto conflitto con se stessa. Da ciò uno scenario che Mao avrebbe definito “eccellente”. Visto che “grande è la confusione sotto il cielo”. In questo “Paese provvisorio”, capace di riforme istituzionali ardite, impensabili altrove. Il Federalismo Centralista. Il Localismo Statalista. L’Autonomismo Romano. Manca solo il Comunismo Anticomunista. Ma abbiamo già l’Anticomunismo senza il Comunismo. Basta avere un po’ di pazienza.
da www.repubblica.it