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Mila Spicola, la prof infiamma la platea

C’erano anche loro, immancabili: le vuvuzelas, simbolo e tormento dei mondiali in Sud Africa. Le hanno suonate alcuni operai licenziati, appena Pier Luigi Bersani ha iniziato il suo intervento alla manifestazione del Pd contro la manovra. Ma soprattutto c’era lei, una minuta e grintosa insegnante siciliana, salita sul palco del Palalottomatica di Roma per elencare i guasti alla scuola che imputa al governo.

Poche parole e una platea ancora rumorosa e sghignazzante, dopo il video-beffa con un collage di dichiarazioni di Silvio Berlusconi e di alcuni suoi ministri, si tace. «Che cavolo aspettate a scendere in piazza e a battervi con il Pd?», dice Mila Spicola, non prima di avere parlato dell’impegno a trasmettere il messaggio forte della «legalità», ben oltre la storia dell’arte, la materia che insegna. Mani salde sul podio, Spicola racconta del caldo infernale che d’estate fa nella sua classe, «25 metri quadrati per 30 studenti», e del freddo d’inverno «per i vetri rotti e la muffa».

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E delle condizioni in cui insegna, con «quattro studenti figli di carcerati e con gravi disagi, uno dislessico e uno con un tumore, e neanche un insegnante di sostegno». Nonostante questo, «io devo garantire a tutti il diritto a imparare, compresi i ‘normalì». Poi ricorda che l’abbandono scolastico era «sceso a zero dopo l’introduzione dei moduli». E che il tempo pieno, che i colleghi della Lombardia si battono perchè non sia cancellato, «a Palermo non c’è mai stato». Infine del ministro Mariastella Gelmini, secondo cui la riduzione dell’orario scolastico fa bene così i ragazzi hanno tempo per riflettere. «Cara Gelmini, a Brancaccio non c’è tempo per riflettere», tuona la giovane docente alle medie del quartiere Oreto di Palermo («lo scriva bene» si raccomanda poi con il cronista).

Allora, conclude accompagnata dall’ultima di molte ovazioni, «apriamo gli occhi qui dentro e facciamoli aprire fuori». Spicola scende dal palco ed è tutto uno sventolare di bandiere del Pd. Bersani si alza e l’abbraccia. E tutti i dirigenti del partito applaudono. Al Palalottomatica c’era tutto lo stato maggiore del Pd, a parte qualche eccezione. Non c’erano Massimo D’Alema, ancora in viaggio in Cina, e non c’era Beppe Fioroni che fin da subito aveva preso le distanze dall’idea di una manifestazione contro la manovra. In prima fila, la presidente dell’assemblea del partito Rosy Bindi, il vicesegretario Enrico Letta, i capigruppo di Camera e Senato Dario Franceschini e Anna Finocchiaro.

E poi ancora gli ex ministri Piero Fassino e Paolo Gentiloni. Il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca. E ancora Filippo Penati, David Sassoli, Nicola Latorre. Sergio Chiamparino, Vasco Errani e Stefania Pezzopane, chiamati sul palco a parlare. E infine l’ex segretario Walter Veltroni, che si nega ai giornalisti: «Non parlo, oggi è la giornata del segretario», spiega.

«"In autunno atenei bloccati" la sfida finale dei ricercatori», di Laura Montanari

Sono più di cinquemila, pronti a disertare le cattedre. I ricercatori, contro la riforma dell´università, promettono lo sciopero della didattica. «Non spetta a noi tenere i corsi, l´abbiamo fatto per trent´anni e gratis, ora basta», dicono. Un numero che cresce di settimana in settimana e che preoccupa i presidi delle facoltà e i rettori, alle prese con la programmazione del nuovo anno accademico. Se a settembre queste cifre venissero confermate, migliaia di insegnamenti potrebbero rimanere senza un prof.
Contestano la riforma Gelmini che introduce la figura del ricercatore a tempo determinato, relegando chi è già dentro l´università su una specie di binario morto. Se la prendono col governo che taglia i fondi per la formazione e la ricerca. A Tor Vergata, l´11 giugno, una ventina di ricercatori ha tenuto gli esami indossando la maglietta con la scritta: «Ricercatore fuori produzione. Disponibile fino a esaurimento delle scorte». Sul tema è intervenuto anche il presidente della Crui, la conferenza dei rettori, Enrico Decleva: «Se passa la riforma bisogna prevedere piani straordinari di assunzioni, circa duemila posti all´anno per il riassorbimento degli attuali ricercatori che lavorano già nelle università e che possono diventare professori associati».
Uno dei due coordinamenti nazionali, il “29 Aprile”, tiene monitorata la protesta e assicura: sono oltre 5mila i ricercatori che, in 23 atenei su 66, hanno già aderito allo sciopero della didattica. «Alla Federico II – spiega da Napoli Alessandro Pezzella – sono circa 400 su un totale di 700 quelli che hanno dichiarato di non essere disponibili a insegnare». All´università di Firenze circa 200, «A Torino su 867 ricercatori interpellati – dicono al coordinamento – il 53% aderisce alla protesta, a Pavia il 64, a Padova il 72, a Cagliari il 69 per cento». I numeri sono provvisori e la tabella subisce mutamenti quotidiani. «La legge ci assegna compiti di didattica integrativa – spiega Loris Giorgini, di Bologna – significa che dovremmo collaborare con ordinari o associati, invece teniamo anche più corsi all´anno». «E adesso – aggiunge Piero Graglia, della Statale di Milano – si inventano di rendere precario il ruolo del ricercatore con un contratto triennale rinnovabile per due sole volte». Graglia sottolinea, però, che all´origine dello scontento c´è pure altro: «Faccio il ricercatore, a me preme avere i fondi per portare avanti i miei studi e invece qui si rendono precari ruoli e finanziamenti. Si parla di riforme a costo zero, mai di investimenti».
Hanno cominciato i ricercatori per il riconoscimento dello stato giuridico, ma ora si fanno sentire ordinari e associati i cui scatti stipendiali (come per i ricercatori) vengono bloccati dalla manovra economica. A Cassino, a Lettere e a Ingegneria dal 15 giugno sono sospesi esami e tesi. «Si fa eccezione per gli studenti Erasmus o per chi rischia di perdere la borsa di studio – dice Giancarlo Schirru, ricercatore di Linguistica – Vogliamo capire cosa andrà la conversione in legge del decreto». Adesioni sono arrivate da Napoli e dal Sannio. La saldatura dello scontento, per una ragione o per l´altra, trasversale alle tre figure della docenza fa prevedere un autunno complicato negli atenei. A Pisa, tre facoltà hanno votato mozioni per il blocco della programmazione didattica e Scienze minaccia uno stop alle immatricolazioni in alcune lauree. C´è poi la rabbia dei docenti a contratto, precari reclutati anche a costo zero, per insegnare in facoltà e tenere esami. Sono gli invisibili degli organici accademici, cattedre che non sfuggono, neppure loro, ai tagli della manovra.
da La Repubblica

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«Università, i prof con i ricercatori “Senza di loro, andiamo a bagno”», di Michele Bompani

«SENZA i ricercatori andiamo a bagno: alla facoltà di Economia rischiano di saltare circa venti insegnamenti, nel prossimo anno accademico», il preside Pier Maria Ferrando non fa giri di parole. Anche i professori ordinari e associati della facoltà si uniscono alla protesta dei ricercatori, compatti. E contribuiscono a rendere grigio l´orizzonte dell´Università di Genova. Problemi analoghi si stanno profilando soprattutto a Ingegneria, Architettura, Scienze della Formazione, il cui preside, Guido Amoretti, ha già annunciato come siano a rischio quasi tutte le immatricolazioni, eccetto un corso di laurea.
Il consiglio di Facoltà di Economia, giovedì, ha messo nero su bianco, in un documento approvato all´unanimità, la prospettiva e «denuncia il rischio evidente di vedersi costretto a impoverire, per il prossimo anno accademico 2010-2011, la consueta offerta formativa». «Gli insegnamenti a rischio sono distribuiti a macchia di leopardo tra le lauree triennali e magistrali – spiega Ferrando – tra cui materie fondamentali e obbligatorie nei primi anni, come Economia, Ingegneria, Statistica. Ma non voglio drammatizzare, la situazione è in evoluzione e auspico che il governo e il parlamento possano determinare il rientro della protesta, assolutamente condivisa, dei ricercatori».
La facoltà di Architettura ha lanciato i bandi interni per gli insegnamenti e solo a fine mese si comincerà ad avere un quadro più preciso dei corsi mancanti: «Da noi, potrebbero saltare una trentina di corsi – dice il preside Stefano Musso – ma adesso è prematuro fare previsioni, la situazione è fluida, il parlamento potrebbe cambiare le cose, anche se la protesta è condivisa da tutta la facoltà. Tutti i nostri trentadue ricercatori aderiscono alla mobilitazione, i professori hanno espresso loro solidarietà e non assumeranno incarichi lasciati liberi da loro».
da Repubblica/Genova del 19-06-2010

Da Verona a Milano la lirica in rivolta

Sciopero all’Arena coro in borghese alla Scala in vista della protesta del 22. Le opere liriche Aida e Madama Butterfly in programma il 25 e 26 giugno all’Arena di Verona rischiano di non andare in scena per un possibile sciopero di tre giorni, compreso il 27 giugno, che sarà proclamato dai lavoratori della Fondazione Arena qualora alla Camera passasse il decreto di riforma degli organismi lirici e sinfonici. Lo annunciano le segreterie provinciali Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil e Fials.

La decisione arriva dopo le proteste alla Scala, alla stessa Arena di Verona e nei teatri d’opera di tutta la Penisola. All’Arena ieri sera prima di andare in scena, davanti al presidente del Senato Renato Schifani, il coro ha intonato l’inno d’Italia e urlato «No al decreto Bondi». Alla Scala di Milano alla prima del Faust di Gounod gli orchestrali e i membri del Coro si sono esibiti in borghese. Prima dell’inizio dello spettacolo tutti i membri del coro sono saliti sul palco con una coccarda gialla. Ci sono stati applausi ma anche contestazioni e qualche grido di «vergogna» e «così non avete rispetto di noi che abbiamo pagato il biglietto».

Contro il decreto Bondi è stato indetto da Slc-Cgil, Fistel-CisI, Uilcom-Uil e Fials-Cisal uno sciopero nazionale per l’intera giornata del 22 giugno dei lavoratori delle fondazioni lirico-sinfoniche. Rischia di saltare il concerto che chiuderà in piazza della Signoria la 73/a edizione del Maggio musicale fiorentino.
La Stampa 19.06.10

Bologna – L’Università dimezzata. La manovra del governo e il vero volto del DdL Gelmini

Aula Magna “Scienze Statistiche “ via Belle Arti 41

Manuela Ghizzoni, Capogruppo del Partito Democratico alla Commissione Istruzione e Cultura della Camera dei Deputati

Ivano Dionigi, Magnifico Rettore dell’Università di Bologna

Patrizio Bianchi, Assessore Regionale Scuola, Formazione, Università, Lavoro

Conduce: Sandra Soster, Segretaria Generale FLC CGIL Bologna

"Banda larga per tutti, o perdiamo il treno dell'innovazione"

Bersani alla no stop banda larga del Forum ICT boccia Berlusconi. “E’ older, pensa solo alla tv, non capisce che servono risorse per le nuove tecnologie. Sono 20 milioni gli italiani che usnao la rete”. Gentiloni, promotore della no-stop banda larga propone di investire almeno 800 milioni: “O perdermeo il treno dell’innovazione”.

“Riconosco a Berlusconi un grande fiuto ai temi del business, ma è older, lo appassionano i ragionamenti legati alla tivù, al digitale terrestre, senza pensare che dobbiamo liberare risorse per sviluppare altre tecnologie. Ma sulla banda larga è mancato un impulso pubblico, i soldi che noi avevamo messo da parte quando eravamo al Governo sono stati presi e buttati nel calderone della Presidenza del Consiglio, che li ha utilizzati per le cose più svariate, per finanziare il comune di Palermo. Adesso potranno anche ritagliare 800 milioni per la banda larga e sarebbe un bene ma il fondo di impresa 2015 era molto più ampio e serviva a tutto l’ICT, in tutti i campi. invece hanno usato quei fondi e per altre cose. ..noi siamo il PD che mette al primo posto quest’operazione, che si può ancora finanziare con la gara per le frequenze, e anche gli emendamenti che stiamo per presentare li conterranno”. E’ una delle frasi con cui Pier Luigi Bersani a PDigitale: Non stop banda larga ha messo a nudo i ritardi del governo Berlusconi nel campo dell’ICT: “Qui o acceleriamo o perdiamo un treno proprio noi che avevamo dei punti di vantaggio! Adesso è ministro per lo sviluppo economico in conclamato conflitto d’interessi: si occupa di tutte le cose che hanno a che fare con i business. Ma è complicata anche la questione degli assetti, a partire da telecom, un’azienda molto ricondotta alla dimensione nazionale negli ultimi anni, con problemi ad avere prospettive d’investimento, con un azionariato complesso e singolare, è un impasse: né con né senza Telecom”.
Una lunga giornata con poche parole chiave: dare accesso ad internet a tutti, incentivare la diffusione della banda larga e dell’ultrabanda (quella dai 50 ai 100 MB) per fare dell’Italia un Paese ancora competitivo nel settore delle comunicazioni, per non finire in un vicolo cieco. Perché su internet e i nuovi media si gioca, oggi, la competitività dei Paesi. Questa la proposta/battaglia intrapresa dal Partito democratico ce dal Forum ICT presieduto da Paolo Gentiloni, che mette in guardia dal pericolo per l’Italia di rimanere indietro se, entro pochi mesi, non si farà qualcosa per incentivare e finanziare la realizzazione di una rete in fibra ottica che possa rendere possibile un’ampia copertura della banda larga anche nel nostro Paese. E Gentiloni, in questo senso, esorta a “lavorare tutti e insieme” per lo stesso obiettivo, al di là dei poli.
Il primo obiettivo del Pd è “garantire l’accesso alla banda larga a tutti i cittadini sbloccando il Piano del governo. Investire almeno una parte degli 800 milioni promessi, anche come contributo alla ripresa dell’economia. Eliminare il digital divide entro il 2012 affermando così la banda larga come servizio Universale”. Inoltre “assegnare con una gara ai nuovi servizi di tlc le frequenze liberate dalla transizione della tv dall’analogico al digitale come nel resto dell’Europa”
Intervistato da Giovanni Floris Bersani rilancia: “Nel grande business il capitalismo italiano raramente ha un azionariato che esprime una visione strategica, servirebbe una sponda almeno programmatica con il pubblico, come per l’energia elettrica. La stessa cosa che facevo da ministro con il programma Industria 2015: grandi investimenti pubblici per un obiettivo che finivano anche ad imprese che avevano nuovi progetti negli stessi settori”. E lega il tema all’attualità: “Ma che vuol dire cambiare la costituzione per dar libertà all’impresa?non ho mai sentito un imprenditore alzarsi e dire: la costituzione non ci fa lavorare. Serve a distrarre, se si vuol fare serve altro, senza scomodare la costituzione, ho riproposto un emendamento delle lenzuolate liberalizzatrici per la semplificazione, quello serve. Anche per la Rai sono preoccupato,, e quando vedo un’azienda portata ad andare contro se stessa che devo fare? Si danno soldi ai conduttori per andare via, si cancellano trasmissioni che vanno bene. La Rai va ricondotta a una logica d’azienda, e dico a Tremonti: te che parli di libertà d’impresa e sei azionista della Rai per favore dai libertà all’azienda tua e rispondi dicendoci cosa ne pensi. il servizio pubblico può avere una sola visione: quella di essere il posto della libertà, della creatività, la nave scuola della capacità, creando idee da far girare, rilanciando i talenti dell’arte, i giornalisti con la schiena dritta.”. Fresca di giornata la nomina di Aldo Brancher a ministro e Bersani attacca: “A che serve un ministro al federalismo? Ne abbiamo già 3-4 che se ne occupano tra Calderoli, Brunetta, Bossi – Fitto alle regioni…- spero non arrivino anche 3-4 sottosegretari”.
Ma allora perché si fatica a nominare il ministro dell’industria? Per Bersani i motivi sono almeno due: “Per problemi di equilibri nella maggioranza e perché quel ministero è in via di distruzione: via i fas, via la legislazione, via le risorse. E siamo un paese che da 10 anni cresce molto meno degli altri, tanto che siamo sotto la media del PIL pro-capite, convergiamo verso le economie più deboli per la prima volta. E siamo penalizzati su industrie e servizi, quel che ci serve di più?! Perdiamo 6 punti quando glia altri ne perdono 3, dovremo crescere il doppio per tornare dove eravamo. Ma fare una politica industriale è fare le reti, fare le liberalizzazioni, aiutare l’innovazione nelle piccole e medie imprese perché la globalizzazione chiede ora prodotti in tempo reali, senza magazzino, i fornitori servono in rete così’ da fare una fabbrica in 30 posti diversi, assumendo persone che sanno lavorare a questo, è l’innovazione in concreto. Dobbiamo aiutare le pmi che fanno fatica ad affacciarsi al mondo o fan fatica. e poi dobbiamo fare il mercato interno, non possiamo vivere di esportazioni. Succede però che da anni i consumi sono troppo bassi perché si toglie solo a chi ha di meno, ma un ricco non può mangiare più di 10 volte al giorno! Per anni si è fatta la distribuzione a rovescio, ora ne paghiamo il conto”.

Poi si arriva al rapporto con il web: “Non c’è la contraddizione antico moderno, 20 milioni di persone girano su internet, 20 milioni guardano la tv generalista e un grande partito popolare deve avere strumenti e linguaggio per parlare a una società che cambia, internet è un luogo di libertà, di relazione e dobbiamo usarla di più, è sangue giovane da far circolare. Dobbiamo darci un programma che a partire dai gruppi dirigenti usi la rete per avere un ritorno, per affinare le proposte, un vero circuito di partecipazione. E poi troviamo luoghi dove la gente possa guardarsi all’altezza degli occhi, Obama ha usato meglio di tutti la rete ma poi 15o.000 volontari usavano la rete per andare casa per casa. Il PD sta cercando di recuperare i 10.000 amministratori locali, in gran parte tra 3° e 40 anni, li mettiamo in rete. lo stesso con i segretari di circoli. si può dire: perché non fare i circoli di rete? ci sono problemi per le elezioni ma le sperimentazioni le stiamo per fare”.
C’è spazio per la nuova legge anti intercettazioni e per le sue ricadute sulla rete: “E’ improprio abbinare la stampa a rete e blog, così come dobbiamo superare la legge Pisanu che parla di terrorismo. Attenzione, o si mette in circolo l’idea che la limitazione delle opinioni e delle informazioni sia un bene!Gli italiani sembrano preoccupati delle conseguenze sulle investigazioni, meno della libertà di stampa. E’ normale che le persone si preoccupino della privacy ma nella sostanza bisognerebbe individuare de responsabili della distruzione delle intercettazioni non necessarie. invece la destra ne ha fatto il pretesto per un’offensiva alle capacità d’indagine e alla stampa. io non mi fido, spesso han d etto che ci avrebbero ripensato, discutono non trovano l’accordo e tornano sui loro primi passi”. Tante el domande del pubblico in sala e all’imprenditrice che chiede quali servizi vanno sulla banda larga, altrimenti non si diffonderà mai realmente Bersani risponde con un prudente “sfatiamo il mito dell’uovo e la gallina. Dobbiamo sapere che è un’opportunità di crescita e usarla in prospettiva”. A chi gli chiede se ha un i-pad, qual è il suo rapporto con il web dice sorridendo che per ora l’i-pad se lo sogna, “mi incuriosisce, invece uso l’iphone a casa, google per la ricerca delle distanze, di siti di news, sulle mail, che controllo, però mi faccio aiutare che son tante”. Insiste sull’uso ella rete per migliorare la vita di tutti: “Io feci una battaglia senza successo per togliere il PRA perché con le tecnologie web si potrebbe fare in tabaccheria, e allo stesso modo si potrebbe usare il web per gli acquisti di beni e servizi per la PA. Invece ad opportunità enormi non si affianca la capacità di usarle”. E a chi gli chiede se la politica deve veicolare il messaggio della buona rete risponde: “Pensiamo ad un’agenda di investimenti, mettiamo sul tavolo la bontà delle tecnologie per le infrastrutture, quando è partita la telefonia mobile siamo diventati i campioni mondiali. il punto di partenza è una decisione politica più della buona pedagogia. Stiamo facendo una manovra da 24 miliardi quando son rientrati 105 miliardi di capitali scudati, che non possiamo toccar neanche nel redditometro. ..è possibile? Poi è difficile recuperare l’evasione, aiutare l’innovazione. E’ un guaio che siamo ancora al palo sulla rete di nuova generazione in fibra ottica: la banda larga è una delle poche prospettive che ha l’Italia per sostenere la crescita”.
E della nuova sfida alla banda larga si è parlato in una tavola rotonda moderata da Stefano Quintarelli e a cui hanno partecipato, oltre allo stesso Gentiloni, il presidente dell’Autorità garante delle comunicazioni, Corrado Calabrò, il presidente della Cassa depositi e Prestiti Franco Bassanini, il Presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici Stefano Pileri, il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti e il deputato del Pdl Luca Barbareschi.
Il punto su cui ci si è confrontati è l’urgenza di potenziare in Italia il sistema delle reti di prossima generazione. Come ha sottolineato Paolo Gentiloni, il nostro paese rischia di “perdere anche uno dei pochi vantaggi competitivi che ha finora avuto: il numero di accessi in banda larga da rete mobile”. L’ex ministro afferma ancora: “Una cosa da fare è distribuire con asta pubblica tutte quelle frequenze che sono state liberate dal passaggio dalla tv analogica a quella digitale. L’Italia è l’unico Paese dove non c’è una redistribuzione di queste frequenze, che potrebbero essere utilizzate per lo sviluppo di nuovi servizi di telecomunicazione e invece ancora oggi vengono concesse alla tv. Si ha la sensazione che siamo di fronte ad un governo televisivo che non ha ancora capito l’importanza del passaggio alle nuove reti di comunicazione”.
Un ragionamento che trova un favore bipartisan. Luca Barbareschi, del Pdl, non ha infatti avuto timore a denunciare un “dolo politico” di questa arretratezza tutta italiana. Dolo che, in gran parte, lo stesso Barbareschi attribuisce alla sua parte politica: “Romani che aspetta? – ha affermato il deputato Pdl – Abbiamo finanziato molte municipalizzate a Palermo che sono fallite nel giro di 24 ore e non troviamo i soldi per fare lo start up della banda larga?”. “Evidentemente – ha aggiunto Barbareschi – c’è qualcuno che lavora perché l’Italia rimanga un Paese vecchio, magari Publitalia”.
Il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, ha prima di tutto sottolineato che molti paesi, anche fuori dall’ Europa, stanno investendo tantissimo su internet veloce, sulla fibra ottica e sulla banda larga. Ha poi esortato ad un “balzo di mentalità” pur nel rispetto delle regole “inefficienti” dell’Unione europea nel settore delle comunicazioni. Per Calabrò puntare a dare la banda larga, entro pochi anni, al 50% della popolazione italiana non è segno di incoerenza ma, sottolinea il presidente di Agcom, ci vogliono delle regole e, soprattutto, “bisogna che ci mettiamo tutti insieme, che gli operatori di telecomunicazione si mettano insieme e che lo faccia anche il governo”. Per arrivare allo start up e al passaggio dalla rete di rame a quella in fibra ottica, hanno sostenuto Franco Bassanini e Stefano Pileri, servono almeno quattro precondizioni. Prima di tutto l’esistenza di un’unica rete e un’intesa tra gli operatori delle telecomunicazioni per utilizzare tutti la stessa rete. Secondo, come ha sostenuto anche Calabrò, regole stabilite dall’Agcom e costi fissi. Terza precondizione è la partecipazione degli enti locali. Quarto, sostiene Pileri, che il passaggio dalle reti di rame a quelle in fibra ottica avvenga entro cinque anni. Solo in questo modo, sottolinea Pileri, l’Italia avrebbe qualche speranza di essere ancora competitiva rispetto agli altri Paesi che già adesso stanno investendo tantissimi soldi sulle reti di nuova generazione.
Eppure dal governo, come ha sottolineato Nicola Zingaretti, finora ci sono stati solo passi indietro, con il mancato finanziamento a progetti che vadano verso la banda larga per tutti. Per il presidente della Provincia di Roma manca la volontà politica per attuare un progetto simile. La politica, per Gentiloni, “deve astenersi dal fare danni e deve capire l’importanza della faccenda” perché, sostiene, “come Paese siamo lì lì per fare un passo in avanti sulle telecomunicazioni e il ritardo che abbiamo accumulato finora non è incolmabile” anche se, avverte, “ci dobbiamo muovere in pochissimi mesi e in questo è necessario un contributo del governo”. A tal proposito Gentiloni ha ricordato che nel Cipe di maggio il governo ha stanziato 16 miliardi per le infrastrutture e che quindi, a livelli di costi, i 50/100 milioni che si propone di stanziare per le nuove reti di Tlc, sarebbero alla portata delle spese dello Stato. Il governo finora, sottolinea “non ha deciso finanziamenti nè per chi non ha internet veloce, nè per la banda ultralarga” mentre quello che serve ora è proprio “uno slancio dal governo”. Ma, sottolinea l’esponente del Pd, “ad oggi non abbiamo nemmeno un ministro del governo Berlusconi che si occupi di telecomunicazioni…”.

di Marco Laudonio da partitodemocratico.it

«Aquilani contro Tg1 e Tg2 la protesta sbarca sul we», di Fabio Iuliano

L’accusa: oscurato il corteo per chiedere agevolazioni fiscali per l’area del cratere e maggiori garanzie sulla ricostruzione. Su Facebook in tilt le pagine dei due telegiornali della Rai.

L’AQUILA. A due giorni dal corteo per chiedere agevolazioni fiscali per l’area del cratere e maggiori garanzie sulla ricostruzione, l’assemblea di piazza Duomo rilancia la protesta contro la scelta del Tg1 e del Tg2 di ignorare la mobilitazione. Mentre su Facebook i commenti di protesta mandano in tilt le pagine delle testate, c’è chi pensa a un evento davanti alla sede Rai di viale Mazzini.

LA NUTELLA. Passi per il servizio sull’ernia di Buffon, che nel bel mezzo della kermesse Sudafricana rappresenta comunque un argomento di interesse. Passi per i danni derivanti dagli interventi estetici, ampiamente recensiti dal Tg1. Ma il servizio che proprio non è andatao giù agli aquilani è stato quello del Tg2 di mercoledì sera sulla Nutella. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

«Protestiamo contro i Tg delle due emittenti principali del servizio pubblico», si legge in decine di commenti «che hanno ritenuto più importante disquisire sulla cioccolata anziché dar voce a un corteo di 20mila persone che blocca l’autostrada, con sindaci e parlamentari in testa». Così, da due giorni a questa parte, circolano su Facebook strani fotomontaggi di gente in corteo con dietro un barattolo di Nutella gigante, con scritto «Aquilani in piazza per festeggiare la nutella». Una didascalia che richiama l’altrettanto contestata scelta del Tg5 di presentare il consiglio straordinario in piazza Palazzo come festa per la riapertura dei primi locali in centro.

VIALE MAZZINI. Proprio da qui è maturata l’idea di una mobilitazione a Roma, davanti alla sede Rai. «Se andremo a Roma», hanno spiegato dal tendone di piazza Duomo «manifesteremo non solo davanti a Montecitorio, ma anche davanti alla sede di viale Mazzini».

Sulla rete è stata fatta girare una lettera aperta al presidente della commissione di Vigilanza della Rai,
Sergio Zavoli. «La stampa locale e le agenzie ci hanno seguiti», ha commentato Francesca Fabiani «e le testate hanno partecipato attivamente alla nostra manifestazione, ma Tg1 e Tg2 evidentemente devono ancora rispondere a dei padroni».

WEB IN TILT. I commenti del popolo di Facebook sulle pagine tematiche dedicate al Tg1 e al Tg2 sono arrivati talmente in massa, da costringere gli amministratori a chiudere temporaneamente gli spazi. Migliaia anche i messaggi di protesta agli indirizzi email alle due testate, divulgati sempre attraverso i social network. E intanto è nato il gruppo «No L’Aquila? No canone Rai», in cui gli amministratori invitano gli utenti aquilani a «non pagare il canone Rai finché non venga restituita dal servizio pubblico la giusta dignità ai fatti che accadono nella nostra città». Sullo stesso tono l’ordine del giorno straordinario presentato dai consiglieri Fabio Ranieri (Pd), Pasquale Corriere (Abruzzo Democratico) e Giuseppe Bernardi (Sd) in cui si invita non pagare il canone «come forma di disobbedienza civile».

Da parte degli organizzatori c’è comunque soddisfazione per la manifestazione. «Abbiamo dimostrato» ha detto ancora la Fabiani «che senza i cittadini le istituzioni hanno le armi spuntate».

da http://ilcentro.gelocal.it/

Scuola al collasso.La Cgil: «Con i tagli non ci sarà neanche un bidello per plesso», di Chiara Affronte

C’è un filo rosso che lega il bavaglio alla magistratura e alla stampa, quello alla scuola e il «ricatto» di Pomigliano, per Raffaella Morsia, segretaria regionale Flc-Cgil.

«Si cela, si oscura, si smantella e lo si nega». La Cgil si mobilita e annuncia un ricorso al Tar del Lazio contro la riduzione di organico del personale Ata (coloro che nella scuola non sono insegnanti, ndr) perché «ancora non tutti hanno capito che, a memoria d’uomo, questo è il più grande smantellamento che sia stato attuato. Il Governo sta mettendo in campo interventi da economia di guerra e la reazione deve essere adeguata», assicura Morsia. E sul fronte dell’enorme debito che lo Stato ha verso le scuole (80 milioni a livello regionale, 23 in provincia di Bologna, ndr.) la Cgil chiede una cosa precisa: «Sappiamoche l’Ufficio scolastico regionale sta facendo un monitoraggio su queste cifre: esigiamo che, una volta fatta la ricognizione, siano rese pubbliche, e vogliamo la stessa trasparenza anche sull’esito dei tagli prima dell’inizio del prossimo anno scolastico». Richieste, o meglio pretese, che arrivano proprio pochi giorni dopo che il direttore generale Marcello Limina, nel corso del forum con Franco Frabboni insieme all’Unità, ha riferito che «spesso i conti che le scuole fanno risultano sbagliati ». Limina ha poi sottolineato che, essendo diminuite le risorse per le pulizie, si potrebbero far lavorare dei dipendenti che altrimenti stanno «seduti». Proprio quei bidelli che saranno ridotti in regione di 546 unità (113 a Bologna). Un dato spaventoso: significa che non verrà garantito neanche un bidello per plesso scolastico», riferiscono Morsia e Mauro Montagnani della segreteria regionale. Con tutto quello che la riduzione implica: «La cura della persona nelle materne e nelle primarie, la vigilanza, l’apertura e la chiusura sono solo alcune delle fondamentali funzioni che svolgono i collaboratori scolastici, di cui non si può fare a meno», spiega Morsia. In tutto, il personale Ata registrerà unmeno737a fronte di un aumento della popolazione scolastica di 10mila unità: verranno tagliati 56 assistenti tecnici in meno e ancora 135 assistenti amministrativi. L’unico segno positivo riguarda i Dsga, i cosiddetti segretari: 4 in più perché tanti sono gli istituti che si vanno ad aggiungere a quelli regionali in seguito all’annessione dei comuni della val Marecchia all’Emilia-Romagna. Le iniziative di lotta non si limiteranno al ricorso al Tar. «I diritti non vanno in ferie », annuncia Morsia, a maggior ragione visto che il Governo si appresta a fare la manovre più dure spesso nel periodo estivo, quando l’attenzione cala, ricorda la segretaria della Cgil. Martedì, all’uscita della prima giornata degli esami di maturità, si distribuiranno adesivi realizzati «in casa» dalla Cgil per denunciare i tagli: «Sono 1400 i precari che perdono il lavoro» . Poi a staffetta, in molte città della regione, proseguirà lo sciopero della fame iniziato dai prof a Piacenza. Bologna invece è impegnata sul fronte dello sciopero generale del 25 giugno, che sarà molto incentrato sulla scuola
da L’Unità/Emilia