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Cambiamo la manovra. Paghi di più chi ha di più

“I sacrifici per rimettere a posto i conti pubblici non li devono fare coloro che lo hanno sempre fatto: i bidelli, gli insegnanti, i lavoratori dipendenti; ora facciano la loro parte quelli che non hanno mai fatto sacrifici, i furbetti delle rendite finanziarie, e dei capitali scudati, quelli che guadagnano come Berlusconi e che in questa manovra metteranno zero euro. Hanno fatto una manovra che tagliando i trasferimenti dà una pistola in mano alle Regioni e ai Comuni perché sparino al popolo”.

Questo il messaggio di Pier Luigi Bersani per correggere una manovra sbagliata lanciato dalla manifestazione del Pd contro la manovra che si è svolta al Palalottomatica a Roma. Una giornata che vogliamo raccontarvi cominciando dalla fine, dagli ultimi passi dell’intervento del segretario del PD, che contenevano una promessa ed un’esortazione per tutti i democratici: “Questa manifestazione non è la fine della nostra mobilitazione ma l’inizio. Sulla manovra avremo di fronte mesi difficili, in Parlamento e nei comuni. Ma tutti devono sapere che l’impegno deve essere questo: ci rimanesse un solo euro, un solo servizio, ci rimanesse il fiato per una sola iniziativa noi dobbiamo andare dai più deboli e dai più esposti. Da chi perde il lavoro, da chi non ha reddito, è invalido, chi è a rischio di esclusione e stare con loro. Non dobbiamo farlo solo per solidarietà ma perché la crisi potrebbe portare a una società chiusa, potrebbe ottundere le coscienze, spegnere perfino le speranze in un’idea di una società più giusta e più umana. E così non saremmo più una comunità, senza saper ascoltare i bisogni della società noi del PD non sapremmo che mestiere fare. Abbiamo in testa un’altra Italia e oggi comincia la campagna d’estate nelle migliaia di feste che saranno la nostra vetrina vivente, sui temi sociali e democratici. Allora gambe in spalla e rompiamo il silenzio su chi per far sapere che ha perso il lavoro deve salire sui tetti, su chi è in carrozzina e perde la pensione. Persino girando tra i commi della manovra dobbiamo far vedere le nostre idee: lavoro, onestà,civismo, regole, futuro per le nuove generazioni, così da costruire un alternativa sui grandi valori”.

Una vera chiamata all’orgoglio del PD arrivata alla fine di una manifestazione con tante voci, insegnanti come Mila Spicola artisti come Fabrizio Gifuni, un sacerdote, un rappresentante delle forze dell’ordine ed uno dei lavoratori dell’ex Eutelia, il presidente dell’ANCI e sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, il presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza Stato-Regioni, Vasco Errani, l’ex presidente della provincia de L’Aquila, Stefania Pezzopane. Sarà possibile rivederli tutti dalle 19 e 30 su YouDem, sky canale 813, o da adesso in rete. Tanto che Bersani concludendo la manifestazione ha detto: “Oggi abbiamo capito cosa ci perde un insegnante, un operaio e un poliziotto e abbiamo capito cosa ci perde Berlusconi: zero”.

Tante voci che tutte insieme, come ha fatto con un videomessaggio anche il Presidente Emerito, Oscar Luigi Scalfaro, hanno chiamato a raccolta il PD, come ha fatto Bersani concludendo il suo intervento: “Questo è il Pd che io ho in testa. Un partito con mani, cuore, testa e piedi dentro la società, dentro i problemi della gene comune. Questo,è il modo di essere che ci darà la strada di un grande partito popolare”.
Il catino del palasport pieno e tanti striscioni sugli spalti come «Berlusconi chiede sacrifici. Pagano tutti tranne lui» o «In America disastro Bp, in Italia disastro Bt (Berlusconi-Tremonti)», il “Bavaglio intercettazioni? Io dico no” o un esplicito “Berlusconi toglimi le mani dalle tasche”.

Una manovra sbagliata, “in cui non c’è la parola futuro”, come dice Pier Luigi Bersani, che deve essere profondamente modificata. Per questo, il Partito democratico ha presentato una lunga serie di proposte che sono state il nucleo dell’intervento del segretario del Pd alla manifestazione del Palalottomatica di Roma. Che non ha rinunciato a una battuta rivolta a “dotti, medici e sapienti – parafrasando Edoardo Bennato ndr – come ha fatto il segretario: “Tranquilli, non siamo degli arruffapopoli, noi abbiam sempre fatto le proposte ma le orecchie non sempre sono attente. Ma noi siamo un partito di governo provvisoriamente all’opposizione”.

Manovra, le proposte del PD.
In parte il discorso di Bersani è stato anticipato a livello parlamentare dalla presentazione degli emendamenti del Pd alla manovra (826 emendamenti) volti a “spostare il peso dal lavoro e dalle imprese alla rendita e alle posizioni dominanti” rafforzando la lotta all’evasione fiscale, aumentano le aliquote sulle rendite finanziarie (escusi i Bot) dal 12,5% al 20%, e abbassando dal 27 al 23% quella sui conti correnti, dove i pensionati riescono ad accumulare qualche risparmio. Insomma “chi ha di più deve contribuire di più. Ma quante volte dobbiamo dirci liberali prima di toccare un petroliere? Ma quanti turni devono fare gli operai perchè si possa toccare un petroliere? 18, 36, 50? Andremo a disturbare anche i protagonisti del più colossale scudo-imbroglio se gli evasori avessero pagato il giusto con 105 miliardi avremmo fatto due manovre. Ma il governo li premia esentandoli dal redditometro, dicendo che si violerebbe un patto. Non è stato peggiore violare l’accordo con gli insegnanti sugli scatti d’anzianità? fammi capire, non eran patti quelli lì?”
Si può risparmiare in tanti modi: con la soppressione delle Province nelle città metropolitane,con la cancellazione delle norme in deroga sugli appalti che hanno fatto impennare le spese e con quella del ponte sullo Stretto, con la centralizzazione degli acquisti della pubblica amministrazione. La ricetta proposta dal leader del Pd passa per le nuove “lenzuolate” di liberalizzazioni su carburanti, gas, banche, assicurazioni e farmacie, i cui proventi dovranno essere girati alle fasce più deboli, come i pensionati. Riforme a costo zero che rilancerebbero l’economia mentre la manovra punisce scuola, enti locali e forze dell’ordine. Il PD vuole anche un cambio di rotta sulla politica europea: “Ci vuole più Europa, non l’Europa dei governi ma ci vuole una Europa federale con un sistema di vigilanza sui mercati, un coordinamento delle politiche fiscali, tasse sulle transazioni finanziarie, un piano europeo per il lavoro e apertura del mercato interno europeo”. E poi l’asta per le frequenze che si stanno liberando con il passaggio al digitale terrestre, la necessità di ristabilire il credito di imposta per il Sud, sviluppare l’economia verde, alleggerire il patto di stabilità per gli enti locali, sostenere gli invalidi: cominciamo da lì perché è una situazione che grida vendetta. Quanto alla riduzione dei costi della politica Bersani chiede di accelerare sulla riduzione del numero dei parlamentari, per la quale il PD ha già depositato la sua proposta di legge.

Insomma, basta ai media che dipingono il PD come un partito che sa solo dire no: “Non dite che noi non siamo disposti a collaborare, noi abbiamo le nostre proposte, sono loro che non consentono di governare se non sui loro decreti.”.
E una tirata d’orecchi al mondo dell’informazione; “Nnon si puo’ prendere per buona qualsiasi bolla di sapone. Vi chiedo: dove e’ finito il taglio all’Irap? Dov’e’ finito il posto fisso? E la Banca del Sud? E la mitica Credit Card? Possibile che – chiede Bersani – colonne di piombo sono state scritte su queste bolle di sapone e nemmeno quattro righe per dire che erano tutte balle? Ma lo volete scrivere?”. Ancora, Bersani insiste sulle promesse fatte dal Governo, sugli annunci non mantenuti: “Dove sono finiti i miracoli de L’Aquila? E quelli sull’immondizia di Napoli? In quale discarica sul Vesuvio e in quale raddoppia della tassa sull’imondizia sono finiti? Nella versione di Apicella la canzone ‘Le mille bolle blu’, diventa ‘Le mille balle azzurre’!”. Insomma, ancora bolle di sapone.

Come siamo arrivati a questo punto?
“Gli altri Paesi – ha osservato Bersani – hanno fatto manovre perché hanno speso soldi chi per le banche, chi per la ricerca; Tremonti finora non ha fatto niente proprio per tenere i conti in ordine, ma senza far nulla non li ha tenuti a posto visto l’aumento record del debito pubblico a 1.812 miliardi. Ora ci sono 150 pagine di decreto, approvate in 9 minuti e mezzo dal consiglio dei ministri, che contengono 2.380 commi sul nulla, senza uno stralcio di idea, senza una direzione di marcia. Ci dovevano lavorare almeno una settimana e mezzo.
E se nella manovra non si mette qualcosa per la crescita, non riusciremo a mettere a posto nemmeno la finanza pubblica. Abbiamo capito qual e’ la ricetta della manovra: non c’e’ un’idea e ci riporterà allo stesso punto di prima dopo aver dato un’altra botta ai redditi medio bassi” attacca Bersani. Una manovra che va cambiata, visto anche che la stessa maggioranza, presentando una valanga di emendamenti, mostra di rifiutarne l’impianto.
Che appunto insiste sulla manovra ”sbagliata, depressiva, che riduce i consumi e gli investimenti, e dove non c’e’ nulla che sappia di crescita e di sviluppo. Più di 2000 emendamenti e nemmeno un’idea. Una manovra, che mette in entrata i soldi che arriveranno dai meccanismi di tracciabilità e dalla lotta all’evasione fiscale. E Bersani non ci sta: “Si scoprono nemici degli evasori? Chi ha abolito le norme che ora si reintroducono? Berlusconi e Tremonti , potrebbero pagarle loro no? E poi hanno contabilizzato entrate stimate. Quello è un pilastro virtuale della manovra. E se casca il pilastro virtuale casca la casa. E con gli strumenti che ha messo, temo che la casa sia traballante Come si fa a chiamare riforma i tagli alla scuola e all’istruzione? Hanno dato una botta micidiale al mondo della scuola, oggi l’eroe dei tempi moderni è l’insegnante nelle periferie delle città. Mai avuto un serio dibattito sulla crisi. È paradossale, in due anni non c’è mai stato un pubblico dibattito sul che fare, nessun confronto”.

La Costituzione più bella del mondo.
A Berlusconi che chiede di cambiarla e dare più poteri al premier, Bersani replica esaltando i valori della carta. “E’ la più bella del mondo, che ci ha dato il meglio che siamo. Dobbiamo darle nuovo vigore affinché possa darci il meglio di quello che saremo. Bersani cita l’articolo 1 della Costituzione e sferra il primo affondo al premier: “Si vede chiaro dai suoi messaggi che la sua memoria, che pure è vivida, non arriva al secondo comma, allora glielo ricordiamo noi: quelle forme e quei limiti sono una magistratura indipendente, una libera informazione, e che tutti sono uguali di fronte alla legge. Se tutto questo non si può cambiare e se non gli piace va a casa”. Quella incarnata da Berlusconi, continua Bersani, “è la teoria di un uomo solo al comando che non ci ha portati mai da nessuna parte. Ha risolto i problemi suoi, non quelli degli italiani. La loro è una macchina – continua il segretario democratico – tarata per fare consenso non per governare. Non riesce ad affrontare i problemi, a guardarli in faccia come abbiamo fatto noi stamattina. Ma noi non permetteremo che una crisi sociale acuta porti acqua al mulino della crisi democratica, al cancro dell’antipolitica e dell’antistato”.
Poi ne legge l’articolo 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese
Una brevissima pausa e accorato urla: “Ecco cosa dice l’articolo 3, siamo indietro noi, non la Costituzione! Tremonti mi porti un solo imprenditore che dice che non riesce a lavorare perché c’è l’art.41, lo aspetto”.

Un intervento pieno di orgoglio che non risparmia fendenti alla Lega (“vorrei mandare un messaggio a Bossi, un messaggio a Pontida per dirgli: guarda Umberto che con il “Va pensiero” o tifando Paraguay non si mangia mica né si fa il federalismo. Questa Lega qua è dura sugli inni e sulla Nazionale di calcio ma con il miliardario è mollacciona. Sui condoni, sulle leggi ad personam, su questa manovra non fiatano. E sulle leggi speciali, tipo quella sulla protezione civile. Leggi che non sono fatte da Roma ladrona, ma da quattro ladroni di Roma, che è un concetto diverso e che pare che a Pontida non diano fastidi”) e al suo asse con Tremonti (“Fermate la globalizzazione? Si sono 2 anni che ci siete, provateci. Come pensate di farlo buttando l’ampolla di Bossi nel Pacifico?”). Avverte il rischio che ci fa correre quel pezzo di classe dirigente, imprenditoriale e giornalistica, malata di “conformismo” che, insieme al berlusconismo “sarà considerata responsabile dei prezzi che il Paese pagherà”. E allarmato dalla necessità di tenere insieme la questione sociale e quella democratica si rivolge agli altri partiti di opposizione: “C’è chi, per far vedere quanto è contro Berlusconi, se la prende con noi. Noi non diremo mai una parola più che positiva verso le altre forze di opposizione e chi non fa così si prende le sue responsabilità”.

Gli altri interventi.
La manifestazione era però iniziata con l’inno d’Italia e poi una raffica di fischi rivolti a Silvio Berlusconi quando nel palasport pieno di bandiere del PD è stata proiettato un montaggio di dichiarazioni del presidente del Consiglio che negava la crisi economica in Italia, alternato a immagini dei ministri Gelmini e Tremonti, prima della chiusa finale riservata a Corrado Guzzanti.

Mila Spicola, insegnante di Palermo.

La manovra «incide nella carne viva e in gioco ci sono i servizi ai cittadini». Così Sergio Chiamparino è tornato a chiedere al governo di modificare la manovra. «Vogliamo che la manovra sia ritoccata, non che vengano toccati quei 24 miliardi ma altre cifre», ha detto il presidente dell’Anci nel suo intervento alla manifestazione del Pd. «I tagli sono insostenibili, iniqui e inaccettabili», ha insistito, «non chiedo che si modificano i saldi, ma che il governo intervenga sulle altre voci».
Chiamparino si è poi rivolto direttamente al ministro del Tesoro, Giulio Tremonti: «ministro, ci sembra di non chiedere la luna. Siamo responsabili, ma non siamo arrendevoli», ha detto. Quanto agli sprechi, il sindaco di Torino ha tirato in ballo di nuovo il ministero del Tesoro. «Possibile che ci siano solo nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni? Vogliamo andare a fare un giro in qualche Ministero? Per esempio in via XX Settembre, dove c’è un supermercato interno. Allora si guardi un po in casa propria…».
Chiamparino ha poi puntato il dito su quel federalismo di cui il governo ha fatto una bandiera: «ci sono più ministri al federalismo che federalismo», ha detto citando la nomina di Aldo Brancher. «Ministri troppi, federalismo nulla», ha insistito.
Dunque, il presidente dell’Anci è tornato a chiedere all’Esecutivo di ascoltare le richieste degli enti locali. «La prepotenza centralistica può anche vincere, ma attenzione perché alla fine perde l’Italia», ha ammonito.

Il videoappello di Scalfaro
«C’è un richiamo di giustizia sulla manovra economica su cui non ci sono obiezioni di principio, ed è fuori dubbio la necessità ed anche la quantità, ma i pesi della crisi cadono sulle spalle dei più deboli e cadono pesantemente». Così il presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, parla della manovra economica. «È una crisi grave che colpisce tutta l’Europa – osserva Scalfaro – e non solo, lasciando le persone che sono più ricche, più opulente, che hanno un’abbondanza di ricchezza e non pagano niente, o che pagano una virgola e questo grida vendetta». Secondo l’ex presidente della Repubblica «c’è un grido di giustizia che deve essere accolto ed esteso anche ad altro». L’accenno è al tema della giustizia dove il concetto «che la legge è uguale per tutti, un principio di civiltà fondamentale che viene colpito». Scalfaro ritiene che «la gente forse non è matura per una scelta politica o per una scelta di partecipazione ma per il cittadino che paga le tasse e ce la mette tutta è arrivato il tempo dei no su certe cose».

Fabrizio Gifuni
Il passaggio più applaudito dell’intervento dell’attore è quando si rivolge alla platea con le parole «compagne e compagni… è tanto che volevo dirlo». Ma l’intervento dal palco del Palalottomatica, dell’attore Fabrizio Gifuni è tutto molto sentito dal popolo del Pd. È un susseguirsi di applausi, soprattutto quando Gifuni confessa che «il sentimento che provo in questo periodo è la paura e non mi vergogno a dirlo anche se fa male. Poi penso alle parole di Giovanni Falcone, quando gli chiesero se aveva paura e lui rispose ‘certo, solo gli incoscienti non hanno paura. Ho paura di vivere in questo paese perchè sono tempi bui, opachi, molto molto pericolosi, perché il genocidio culturale di cui parlava Pasolini è compiuto». Gifuni condanna anche la «distruzione della memoria storica», definendola «uno degli obiettivi più perseguiti» da questo Governo«. L’attore sprona quindi il Pd a darsi da fare in prima linea, perché »sono stanco di battaglie di retroguardia per difendere la cultura. Non voglio più che l’unica differenza tra un governo progressista ed uno di centrodestra è che il primo fa meno tagli alla cultura. Bisogna rimetterla al centro, perché cultura, arte, scuola, formazione sono parte fondante del tessuto connettivo della società. Mi aspetto tanto – conclude – dal giorno in cui ci sarà un governo di persone più illuminate di quelle attuali e non voglio più che queste speranze siano tradite».

Don Vinicio Albanesi
Subito dopo sale sul palco don Vinicio Albanesi, presidente della comunità Capodarco, che chiede al segretario del Pd, Pierluigi Bersani seduto in prima fila, di aggiungere alle sei proposte programmatiche presentate per emendare la manovra, un settimo punto: «la lotta contro la povertà» perché «non possiamo più aspettare di morire tutti». E’ uno degli interventi più accorati e taglienti della mattinata, che sorpende tutti quelli che non conoscono lo stile del sacerdote.

Vasco Errani.
Le Regioni non hanno intenzione di cedere nella loro battaglia per modificare la manovra del Governo. A chiarirlo e’ stato il presidente della conferenza Stato-Regioni, Vasco Errani, nel suo intervento alla manifestazione del Pd a Roma. “Non alzeremo bandiera bianca, non ci convinceranno che questa manovra non cambia”, ha chiarito. E questo, ha tenuto a sottolineare, tenendo presente che “la conferenza Stato-Regioni non svolge funzioni di opposizioni, e’ un’istituzione e chiede la parita’”. Dalle Regioni e’ arrivata ancora una volta la richiesta a rendere la manovra “più equa” e a spalmare i tagli anche sull’amministrazione centrale. “Al governo la forza e il coraggio di ripartire la riduzione della spesa pubblica equamente sui diversi livelli della Repubblica?”, ha chiesto Errani. “Se ce l’ha, sono pronto a firmare anche oggi che si può andare avanti”, ha assicurato. Questo per Errani e’ un punto dirimente perché le Regioni e gli Enti Locali pagano il prezzo più alto della manovra. Errani ha chiesto all’esecutivo di mettere nero su bianco i numeri della spesa pubblica. “Venga il governo e ci dica come stanno i conti”, ha detto, “è un problema che una sola persona sappia come stanno, perché non lo sa nemmeno il presidente del Consiglio, solo Tremonti”. E Errani denuncia come la manovra realizza un federalismo al contrario, scarica sulle Regioni e sugli enti locali l’onere di fare i tagli. “Una scelta che è recessiva. Siamo l’unico paese al mondo che non fa nessuna politica attiva per il lavoro, per il Mezzogiorno e per i giovani. Questo vuoto non può essere riempito dalla bufala sull’articolo 41 della Costituzione”. Anche lui smonta i messaggi propagandistici: “Fanno fare i tagli alle Regioni e agli enti locali. Complimenti signori della Lega, abbiamo fatto il federalismo! Noi siamo pronti a fare la nostra parte ma cominci il governo a tagliare gli sprechi, comincino Tremonti e Brunetta. Noi offriamo leale collaborazione ma non alzeremo bandiera bianca, non ci convinceranno se non cambia questa manovra. Hanno fatto lo scudo fiscale e i grandi evasori hanno pagato il 5% di tasse e loro (il governo, ndr) se la prendono con gli invalidi, e non con i falsi invalidi ma con gli invalidi veri. I soggetti sociali che hanno meno pagano di più.

Stefania Pezzopane.
“Eravamo in 20.000 a l’Aquila a denunciare le bugie sulla ricostruzione dopo il terremoto. 20.000 su 70.000 abitanti ma tg1,tg2 e i canali mediaset non se ne sono accorti!”. Pochi minuti quelli impiegati dall’ex Presidente della Provincia de l’Aquila per raccontare tutto quello che ancora non va in Abruzzo, per denunciare come la città stia morendo, ma che sono bastati a commuovere la platea, incluso Bersani.

Giuseppe Tiani
E’ interventuo anche il segretario del Sindacato italiano appartenenti Polizia (Siap), Giuseppe Tiani, una categoria che raramente ha contestato i governi di centro-destra ma che ora si sente sotto attacco e vede un governo che se ne infischia se cala la sicurezza dei cittadini.

Ha la maschera degli invisibili l’operaio di Agile ex Eutelia Marcello Tocci, che sale per ultimo sul palco prima di Bersani. Ricorda cosa stanno pagando sulla loro pelle i lavoratori, le soluzioni che Berlusconi come minsitro ad interim dello SViluppo Economico non sta prendendo e ringrazia il PD per l’appoggio alla loro battaglia, inclusa la conferenza che si terrà lunedì pomeriggio nel camper che hanno davanti a Montecitorio.

di Marco Laudonio da www.partitodemocratico
per vedere i video della manifestazione clicca qui

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Il Pd manifesta contro la manovra. Bersani: “Ora paghino i furbetti”
Al Palaeur fischi per il premier. Chiamparino contro la Lega: «Il federalismo è cancellato»

I sacrifici per rimettere a posto i conti pubblici non li devono fare coloro che lo hanno sempre fatto: i bidelli, gli insegnanti, i lavoratori dipendenti; ora facciano la loro parte quelli che non hanno mai fatto sacrifici, i «furbetti» delle rendite finanziarie, e dei capitali “scudati”, quelli «che guadagnano come Berlusconi e che in questa manovra metteranno zero euro». Questo il messaggio di Pier Luigi Bersani alla manifestazione del Pd contro la manovra che si svolgerà al Palalottomatica a Roma.

All’evento ha preso la parola Sergio Chiamparino, presidente dell’Anci, secondo i quale la manovra «incide nella carne viva e in gioco ci sono i servizi ai cittadini. I tagli sono insostenibili, iniqui e inaccettabili», ha insistito, «non chiedo che si modificano i saldi, ma che il governo intervenga sulle altre voci». Chiamparino ha poi puntato il dito sul federalismo: «Ci sono più ministri al federalismo che federalismo», ha detto citando la nomina di Aldo Brancher. «Ministri troppi, federalismo nulla», ha insistito. Dunque, il presidente dell’Anci è tornato a chiedere all’Esecutivo di ascoltare le richieste degli enti locali. «La prepoenza centralistica può anche vincere, ma attenzione perchè alla fine perde l’Italia».

La manifestazione è iniziata con una raffica di fischi rivolti a Silvio Berlusconi. Nel Palaeur pieno di bandiere del Partito democratico è stata proiettata una sorta di ’blob’ di dichiarazioni del presidente del Consiglio alternato a immagini dei ministri Gelmini e Tremonti, prima della chiusa finale riservata a Corrado Guzzanti.

Bersani concluderà l’iniziativa all’ora di pranzo. In sala, in prima fila, i dirigenti del partito a cominciare da Walter Veltroni, Dario Franceschini e Piero Fassino. Presente anche Susanna Camusso, destinata a succedere a Guglielmo Epifani alla guida del Cgil.

Bersani tornerà a parlare anche dell’accordo tra Fiat e sindacati a Pomigliano, criticando la «latitanza» strumentale del governo e respingendo le critiche della sinistra radicale e di Idv che dimostrano una «cultura minoritaria». Il discorso di Bersani è stato anticipato a livello parlamentare dalla presentazione degli emendamenti del Pd alla manovra Tremonti: come ha osservato lo stesso segretario essi mirano a «spostare il peso dal lavoro e dalle imprese alla rendita e alle posizioni dominanti». Gli emendamenti rafforzano gli strumenti di lotta all’evasione fiscale, aumentano le aliquote sulle rendite finanziarie (escusi i Bot) dal 12,5% al 20%, e abbassano dal 27 al 23% quella sui conti correnti, «dove i pensionati mettono i pochi risparmi», ha spiegato Paolo Giaretta. In più il Pd chiede una addizionale del 2% alle somme illecitamente esportate e sanate con lo scudo fiscale.

«Un euro su due di quelli recuperati – spiega ancora Giaretta – va destinato alle famiglie»: ecco quindi l’ aumento di 200 euro delle detrazione per figli, o la detraibilità delle spese per baby-sitter e badanti. Per le imprese il Pd propone di innalzare l’esenzione Irap a 30.000 euro, per aiutare le piccolissime aziende. In più allentamento del patto di stabilità interno per favorire gli investimenti dei comuni, che assicurano crescita. Si aggiungono tagli alle spese dello Stato centrale (es. accorpamento di Inps e Inpdap) e dimezzaamento di quelli agli Enti Locali, in modo da salvare i servizi sociali. Infine ecco le sei liberalizzazioni a costo zero per lo Stato, in settori come benzina, banche o farmaci, che farebbero risparmiare 10 miliardi alle famiglie.

«Noi ci batteremo in Parlamento – ha detto Bersani – e non è detto che non si spostino alcuni carichi; Spero che almeno alcune enormità siano cambiate». Insomma, dirà Bersani, «la manovra è sbagliata» anche sui contenuti: «Gli altri Paesi – ha osservato – hanno fatto manovre perchè hanno speso soldi chi per le banche, chi per la ricerca; Tremonti finora non ha fatto niente proprio per tenere i conti in ordine, ma senza far nulla non li ha tenuti a posto» visto l’aumento record del debito pubblico a 1.812 miliardi. E se nella manovra non si mette qualcosa per la crescita, «non riusciremo a mettere a posto nemmeno la finanza pubblica».
da www.lastampa.it

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Bersani: “Il Paese ha bisogno del Pd. Da Berlusconi arrivano solo balle”
A Roma la kermesse contro la manovra. Il segretario: “Abbiamo in testa un’altra Italia, comincia la campagna d’estate sui temi sociali e democratici”. “C’è la crisi, i più ricchi devono pagare di più”. “Quante volte dobbiamo dirci liberali prima di toccare un petroliere?”. Il Carroccio è molle con i miliardari…”

ROMA – “Questa manifestazione non è la fine della nostra mobilitazione ma l’inizio. Abbiamo in testa un’altra Italia e oggi comincia la campagna d’estate sui temi sociali e democratici”. Pierluigi Bersani, a Roma, chiama a raccolta il Pd. Concludendo la manifestazione contro la manovra economica varata dal governo, il segretario del Pd delinea le future mosse del partito, attacca Berlusconi (‘da lui solo balle’) e chiama alla mobilitazione la platea: “Questo è il Pd che io ho in testa. Un partito con mani, cuore, testa e piedi dentro la società, dentro i problemi della gene comune”. Questo, insiste Bersani, “è il modo di essere che ci darà la strada di un grande partito popolare”. Ma avverte il segretario “questo non è il punto di arrivo, ma l’inizio, gambe in spalla perché inizia la campagna d’estate” che si svolgerà soprattutto nelle “migliaia di feste che saranno la nostra vetrina vivente”.

E’ una chiamata all’orgoglio quella del segretario democratico che prende di mira sia Berlusconi che la Lega (“dura sull’Inno d’Italia e molle con il Cavaliere”). Senza tralasciare “un bel pezzo di classe dirigente”, imprenditoriale e giornalistica, malata di “conformismo” che, insieme al berlusconismo “sarà considerata responsabile dei prezzi che il Paese pagherà”.

Affondo a Berlusconi. Bersani cita l’articolo 1 della Costituzione e sferra il primo affondo al premier: “Si vede chiaro dai suoi messaggi che la sua memoria, che pure è vivida, non arriva al secondo comma, allora glielo ricordiamo noi: quelle forme e quei limiti sono una magistratura indipendente, una libera informazione, e che tutti sono uguali di fronte alla legge. Se tutto questo non si può cambiare e se non gli piace va a casa”. Quella incarnata da Berlusconi, continua Bersani, “è la teoria di un uomo solo al comando che non ci ha portati mai da nessuna parte. Ha risolto i problemi suoi, non quelli degli italiani”. “La loro è una macchina – continua il segretario democratico – tarata per fare consenso non per governare. Non riesce ad affrontare i problemi, a guardarli in faccia come abbiamo fatto noi stamattina. Ma noi non permetteremo che una crisi sociale acuta porti acqua al mulino della crisi democratica, al cancro dell’antipolitica e dell’antistato”.

Manovra. ”Abbiamo capito qual e’ la ricetta della manovra: non c’e’ un’idea e ci riportera’ allo stesso punto di prima dopo aver dato un’altra botta ai redditi medio bassi” dice Bersani. Che parla di manovra ”sbagliata, depressiva, che riduce i consumi e gli investimenti, e dove non c’e’ nulla che sappia di crescita e di sviluppo. Più di 2000 emendamenti e nemmeno un’idea”. Una manovra, che mette in entrata i soldi che arriveranno in lotta a evasione: “E’ un pilastro virtuale. E se casca il pilastro virtuale casca la casa. E con gli strumenti che ha messo, temo che la casa sia traballante’. Una manovra, infine, che, visti i tagli dei trasferimenti, “dà una pistola in mano alle Regioni e ai Comuni perchè sparino al popolo”.

Le proposte del Pd. Lotta all’evasione e il semplice principio che chi ha di più deve contribuire di più. “Ma quante volte dobbiamo dirci liberali prima di toccare un petroliere? Ma quanti turni devono fare gli operai perchè si possa toccare un petroliere?” scandisce dal palco Bersani. “Andremo a disturbare anche i protagonisti del più colossale scudo-imbroglio – dice l’ex ministro prodiano – se gli evasori avessero pagato il giusto con 105 miliardi avremmo fatto due manovre. Ma il governo li premia esentandoli dal redditometro”. Poi, tra gli applausi, continua: “Ma quante volte dobbiamo dirci liberali prima di toccare un petroliere? Ma quanti turni devono fare gli operai perchè si possa toccare un petroliere?”. Tra gli emendamenti del Pd, ci sono meccanismi per rafforzare la tracciabilità dei pagamenti “e visto che la hanno reintrodotta dopo due anni Berlusconi e Tremonti dovrebbero pagare personalmente la differenza”. Il Pd propone, tra l’altro, la soppressione delle Province nelle città metropolitane, la cancellazione delle norme in deroga sugli appalti, “la rivisitazione” del ponte sullo Stretto, la centralizzazione degli acquisti della pubblica amministrazione. Quanto alla riduzione dei costi della politica Bersani chiede di accelerare sulla riduzione del numero dei parlamentari

La Costituzione. A Berlusconi che chiede di cambiarla e dare più poteri al premier, Bersani replica esaltando i valori della carta. “E’ la più bella del mondo, che ci ha dato il meglio che siamo. “Dobbiamo darle nuovo vigore affinchè possa darci il meglio di quello che saremo. Siamo indietro noi, non la Costituzione”.

Frecciata all’opposizione. C’è chi, tra le file dell’opposizione, attacca il Pd, ma Bersani a questo gioco non ci sta. “C’è chi, per far vedere quanto è contro Berlusconi, se la prende con noi – ricorda il segretario del Pd – Noi non diremo mai una parola più che positiva verso le altre forze di opposizione e chi non fa così si prende le sue responsabilità”.

Gli altri interventi. Prima del segretario erano saliti sul palco il presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani ( “non alzeremo bandiera bianca, non ci convinceranno che questa manovra non cambia”) e il sindaco di Torino Sergio Chiamparino (“con questa manovra vengono tagliate le risorse e le ginocchia”). Ed ancora Mila Spicola, una professoressa di Palermo protagonista di un intervento lodato da Bersani (“l’eroe dei tempi moderni è l’insegnante nelle periferie delle città”), l’attore Fabrizio Gifuni (“il governo compie un genocidio culturale”), l’ex presidente della Provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane, un rappresentante delle forze dell’ordine e uno dei lavoratori dell’ex Eutelia. “Oggi abbiamo capito cosa ci perde un insegnante, un operaio e un poliziotto e abbiamo capito cosa ci perde Berlusconi: zero” chiosa Bersani.
da www.repubblica.it

«Sempre più poveri e disillusi. I lavoratori ai tempi della crisi», di Roberto Rossi

Poveri, lontani dalla politica, poco sindacalizzati. Questa la fotografia dei lavoratori in Italia oggi. L’indagine, «Il lavoro che cambia», ci descrive un’Italia preoccupata e spaventata dall’arrivo di nuovi immigrati.

Più poveri, senza fiducia nella politica e nel sindacato, con una bassa percezione del lavoro come mezzo di riscatto sociale, in un universo dove il precariato si allarga ingigantendo anche le insicurezze sociali.
Ecco l’Italia del lavoro. Una foto impietosa scattata dall’indagine «Il lavoro che cambia», presentata ieri a Roma.L’immagine che si riesce ad intravedere è diversa da tutte le altre finora esaminate perché particolare è l’inclinazione di chi ha fatto lo scatto.
Lo studio, promosso dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, è stato condotto su 5mila questionari raccolti tra feste democratiche o de L’Unità, ma anche attraverso il nostro giornale. Èdunque la visione del mondo del lavoro orientato a sinistra, che spesso a quel mondo di riferimento non crede più.Un campione con un livello culturale medio alto ma poco sindacalizzato. Come ci spiega il professore Mimmo Carrieri, curatore di quest’indagine, «i lavoratori esprimono dubbi aspettative e richieste che non sono, in larga misura e specie in alcune fasce, in sintonia con il bagaglio storico e presente dei riformisti italiani». Il punto principale della ricerca è la percezione di un peggioramento delle condizioni sociale dei lavoratori.
Alla domanda se il tuo salario ti basta per vivere oltre il 50%del campione ha risposto «no» o «a stento». E sono soprattutto i lavoratori con un salario sotto i 1300 euro, la maggior parte dei quai atipici e molti di questi collocati nel commercio.

RAPPRESENTANZA E TUTELE
Che poi sono gli stessi che, paradossalmente, con una più bassa adesione al sindacato e con uno sguardo più lontano dal mondo politico. Alla domanda «Chi tra i partiti ti tutela di più?»un terzo del campione ha risposto «nessuno». Chi risponde si colloca in misura maggiore tra i 28 e i 44 anni di età; mentre tra i più è superiore alla media la quota di quelli che si sentono rappresentati dalla destra e dal centro-destra. È tra quelli sopra i 44 anni invece risulta più elevata la percentuale di quelli che si affidano alla sinistra e al centro-sinistra. «Nessuno » lo dicono in prevalenza i lavoratori temporanei ed instabili, mentre i subordinati scelgono la sinistra, e a loro volta gli autonomi propendono maggiormente per la destra. «Nessuno », infine, ha maggiore successo tra gli intervistati con titoli di studio medi e bassi, mentre quelli più alti esprimono maggiori preferenze per la sinistra e il centro-sinistra; invece la destra ha un picco tra i diplomati, e tra coloro con titoli di studio più bassi. In questo quadro, poi, va c’è anche un’altra area che va messa in evidenza: quella di coloro che escludono di poter aderire a un qualunque sindacato.
I confini dei «mai sindacalizzati » si collocano poco sotto il 40% dei rispondenti. Inoltre, tra quelli che si dichiarano iscritti, pochi vogliono l’unità tra le varie sigle. Alle organizzazioni del lavoro si chiede, invece, una maggiore contrattazione e una maggiore competenza. Questo, spiega lo studio, perché in tempo di crisi i lavoratori vogliono risposte materiali e pratiche alle difficoltà crescenti attraversate dal mondo del lavoro.
Risposte non scontate, per altro. Si prenda la flessibilità, ad esempio.
Molti degli intervistati, in larghissima parte precari, non rigettano l’idea della flessibilità la immaginano però differente. La immaginano sottoposta a vincoli ed accompagnata da tutele. «In effetti – si legge nella relazione di Carrieri – sono più del 50% i rispondenti che indicano l’opzione (variamente formulata) di una flessibilità selettiva e transitoria».

IMMIGRAZIONE
Diverso è il modo anche di rispondere all’immigrazione. Che lo straniero costituiscaunpericolo per la sicurezza dei cittadini lo pensano soprattutto i giovani fino ai 37 anni, mentre le percentuali di disaccordo crescono al crescere dell’età.Unanalogo andamento correlato all’età si rintraccia anche nei confronti delle altre voci, anche se va sempre rilevata la percentuale elevata – e prevalente – tra i più giovani sotto i 27anni che dichiara «preferisco non rispondere». I timori per la sicurezza sono un maggiori al Nord-ovest e al Nord-est, ma questo orientamento non si caratterizza con percentuali tanto spiccate tali da far pensare ad una questione settentrionale. È interessante però notare come gli intervistati nelle circoscrizioni del nord risultino più sensibili ai pericoli culturali (l’identità italiana) che non a quelli materiali (il rischio che gli immigrati tolgano il lavoro agli italiani).
Viceversa è molto marcata in tutte le aree, tranne che al Sud, la preoccupazione di un accesso più limitato degli italiani ad alcuni servizi (case, asili nido) in ragione della sempre più massiccia presenza di immigrati.
da L’Unità

«Governo Ghedini», di Giovanni Maria Bellu

Andiamo con ordine perché la vicenda è complicata e le notizie sono addirittura tre.
Il protagonista è Niccolò Ghedini il quale, nella sua qualità di legale di fiducia del premier, è anche parlamentare della Repubblica e alterna la difesa di Silvio Berlusconi nelle aule dei tribunali con la stessa attività nell’aula del Parlamento.
Niccolò Ghedini è un avvocato molto invidiato dai colleghi. Mentre quelli, per salvare i loro clienti, devono affannarsi a studiare le leggi, Ghedini può cambiarle.
Ed è un legislatore zelantissimo. La sua ultima fatica è la legge che limita le intercettazioni telefoniche in nome della privacy.
Un paio di anni fa, quando la privacy non era ancora il primo dei suoi pensieri, l’avvocato Ghedini venne a sapere di un tale che chiedeva con insistenza di essere premiato per una violazione della privacy. Una delle più clamorose della storia del dopoguerra.
Questo signore raccontava di aver fatto avere al più importante cliente dell’avvocato Ghedini un piccolo brano di un’intercettazione telefonica acquisita in modo illegale nella quale si sentiva la voce di Piero Fassino, all’epoca leader del principale partito di opposizione, che diceva qualcosa come «abbiamo una banca». Era una roba senza alcuna rilevanza penale, ma succulentissima sul piano giornalistico e fruttuosa sul piano elettorale: il quotidiano della famiglia del principale cliente dell’avvocato Ghedini montò una campagna di stampa ad alzo zero. Fatto sta che questo signore, non avendo avuto dal cliente dell’avvocato Ghedini il premio che si aspettava, decise di rivolgersi all’avvocato Ghedini in persona.
Ed ebbe anche una chiacchierata con un assistente del suo studio.
Il destino poi ha voluto che tutta questa vicenda arrivasse alle orecchie della magistratura di Milano proprio mentre l’avvocato Ghedini era impegnatissimo sul fronte della privacy. Infatti, ha fatto sapere ai magistrati che volevano interrogarlo come testimone di non potersi presentare. Finché i magistrati si sono scocciati e hanno deciso di ordinarne la convocazione coatta. E siamo alle tre notizie.
La prima è che l’avvocato Ghedini ha scritto un’interrogazione parlamentare per denunciare la protervia del pubblico ministero di Milano e per chiedere al suo collega nel collegio di difesa del premier, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, di inviare i suoi ispettori. Evento che renderà l’avvocato Ghedini ancora più invidiato dai colleghi. Se fino ad ora aveva potuto solo cambiare le leggi, adesso potrà dire di poter cambiare anche i giudici. Se per disgrazia gli andasse male, potrà avvalersi del piano b, detto anche “soluzione Brancher”. Ed ecco la seconda notizia: Aldo Brancher è il nuovo ministro del nuovo ministero “per il federalismo” e questo gli consentirà di essere “legittimamente impedito” a presenziare alla prossima udienza del processo nel quale è accusato di appropriazione indebita.
La terza notizia, che scaturisce dal combinato disposto delle prime due, è che l’avvocato Ghedini, se non riuscirà a cambiare il giudice, sarà presto il ministro del nuovo ministero «per la Privacy».
Forza italia!

Manuela Ghizzoni a sostegno delle iniziative contro la manovra promosse dalla Cgil a Carpi

“Il Governo tolga le mani dalle tasche dei cittadini e dei comuni e cambi una manovra sbagliata, iniqua, contro i lavoratori e devastante per gli enti locali. Il federalismo del Governo è tutto chiacchiere e distintivo”. “Come sosteniamo nelle nostre proposte, la manovra finanziaria sarà devastante per gli enti locali e per i cittadini che usufruiscono dei servizi comunali. Il sindacato ha colto nel segno, indicando chiaramente le conseguenze dei provvedimenti sbagliati e iniqui del Governo – ha commentato la parlamentare Manuela Ghizzoni, in relazione alla nota diffusa dalla Cgil sulle iniziative a Carpi previste il 22 maggio – è falso che la manovra non mette le mani nelle tasche dei cittadini come sostiene Tremonti, perché interviene tagliando scuola, ricerca, università e cultura, e dà un colpo mortale alle autonomie locali, con tagli pesanti che puniscono solo i lavoratori dipendenti e mettono in ginocchio gli enti locali”.

“È assurdo che un lavoratore dipendente contribuisca alla manovra in modo così incisivo e i Paperoni alla Berlusconi non ci mettano nemmeno un euro. Buon senso ed equità vorrebbero che ciascuno facesse la propria parte per ciò che può dare – afferma la deputata carpigiana – Il Governo deve invece togliere le mani dalle tasche dei cittadini e dei comuni usati come bancomat”.

“Le stime per il comune di Carpi di una riduzione di 6 milioni di Euro tra il 2011 e il 2012 sono impressionanti. Basta con il federalismo delle chiacchiere: la Carta per le autonomie, insieme al federalismo fiscale, dovevano dare certezza agli enti locali sulle loro funzioni e risorse disponibili. E invece – spiega Ghizzoni – nel corso dell’esame alla Camera, il testo è stato di volta in volta svuotato dei suoi contenuti più innovativi: non c’è la semplificazione e nemmeno la lotta alla duplicazione delle funzioni, è saltato il taglio delle province e infine è stata di fatto rinviata l’attuazione della Carta a non prima dei prossimi dieci anni, ossia quando entrerà in vigore il federalismo fiscale”.

“Quella che verrà approvata sarà quindi una carta inutile e priva di qualsiasi innovazione. Per adesso – conclude la deputata – l’unico risultato che i cittadini dei nostri territori avranno da questo federalismo ‘tutto chiacchiere e distintivo’ del centrodestra è che gli enti locali saranno costretti a chiudere servizi fondamentali”.

"Napoli, Tornano i rifiuti, ma non erano mai scomparsi", di Anna Ferrigno

Il problema dei rifiuti a Napoli e Caserta è tutt’altro che risolto. Le discariche presidiate giorno e notte dai soldati sono ormai esauste e traboccano di “ecoballe” da tutti i lati. Questa volta però le protagoniste non sono i centri di raccolta ma i dipendenti del Consorzio Unico Napoli Caserta che effettuano il prelievo dell’immondizia nei 62 comuni incriminati.

I sacchetti giacciono per strada in attesa di essere raccolti perché è in atto una protesta, che dura da 6 giorni, di 1300 operatori ecologici. I lavoratori lamentano il mancato pagamento della retribuzione del mese di gennaio e febbraio e sono preoccupati per una politica di tagli al personale, annunciata nei giorni scorsi. Gli esuberi di risorse non potranno essere stabilizzate come richiesto dal piano di Bertolaso, fanno sapere all’unanimità sindaci e presidenti di Provincia. I debiti dei Comuni inadempienti ammontano a 140 milioni di euro e occorrerebbero almeno 4 milioni di liquidità per risolvere la questione momentaneamente.

Il premier Silvio Berlusconi, in visita oggi a Napoli alla Mostra d’Oltremare per appoggiare il candidato del Pdl alla Regione Stefano Caldoro, aveva sostenuto che la Questione Rifiuti in Campania fosse finita. La realtà risulta ben diversa. Non solo il centro storico di Napoli è pieno di rifiuti, ma anche Caserta non è da meno con le sue 300 tonnellate di spazzatura; 700 tonnellate invece giacciono ad Aversa e nella periferia.

Si lamentano i dipendenti ma si lamentano anche gli amministratori locali. Il sindaco di Aversa, Domenico Ciaramella, ha inviato un esposto alla Procura di Santa Maria Capua Vetere perché la raccolta dei rifiuti “è un servizio che doveva essere garantito dal Consorzio unico di bacino delle Province di Napoli e Caserta. Si è determinato un problema igienico-sanitario, a terra abbiamo 700 tonnellate di rifiuti”. Il primo cittadino a capo di una coalizione di centrodestra si trova a commentare una situazione che il leader del suo stesso partito aveva nel 2008 detta risolta.

Il presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitilde, ha commentato duramente la disposizione regionale che prevedeva di sversare nell’impianto sannita di Casalduni circa 600 tonnellate al giorno di spazzatura casertana e napoletana. Benevento ha però fatto ricorso e da domani questi rifiuti verranno scaricati nella discarica di San Tammaro e nello Stir (l’ex Cdr) di Santa Maria Capua Vetere (CE). Sulla questione dei debiti dei Comuni, la posizione di Cimitilde è stata molto dura: “Non è possibile che la Provincia di Benevento venga lasciata senza risorse finanziarie mentre viene obbligata a pagare i dipendenti dei Consorzi Rifiuti. Ancora oggi nessuno ci ha spiegato il motivo per il quale non sia stato applicato per i lavoratori dei Consorzi rifiuti del beneventano lo stesso trattamento riservato a quelli del Consorzio Unico Napoli/Caserta”.

Il premier nel suo discorso al 6 padiglione della mostra ha manifestato un incauto ottimismo. Per lui il problema dei rifiuti è passato. E non fa menzione alla condanna di poche settimane fa da parte della Corte di Giustizia Europea per il modo con cui l’Italia ha gestito il problema spazzatura in Campania. Quella condanna è costata alla Regione il congelamento di circa 500 milioni di euro. Molti di questi soldi erano destinati proprio a risolvere il problema in questione. Ma chi conosce il Primo Ministro e come lui stesso ha ammesso oggi a Napoli: “Sono venuto a liberarvi dai comunisti”, e non di certo dai rifiuti.

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A Napoli è di nuovo allarme rifiuti: 600 tonnellate per strada

Torna la spazzatura a Napoli. Soprattutto nei quartieri di Secondigliano e Scarpia. E’ la città che il premier si vantava di aver ripulito dalla “monnezza”. I dipendenti dell’Asia, l’Azienda sanitaria per l’igiene ambientale, sono in sciopero da due giorni. Ieri c’erano in strada 850 tonnellate, oggi ce ne sono ancora 600. L’obiettivo è arrivare a normalizzare la situazione in un paio di giorni. Ma se alcune alcune zone sono state ripulite, in altre i cassonetti sono strapieni e in altre ancora, come Scampia, la situazione è ancora più difficile.

L’assessore all’Ambiente della Regione Campania, Giovanni Romano stigmatizza l’astensione dal lavoro.

«Mentre in diverse strade del centro di Napoli sta lentamente riprendendo la raccolta dei rifiuti, nella periferia Nord i cittadini stanno vivendo una nuova emergenza igienico – sanitaria, che tutti pensavano lasciata ormai alle spalle». Lo denuncia Lucio Cialli, responsabile del comitato Salvaperiferie di Napoli. «In diverse strade dei quartieri di Scampia e Secondigliano le montagne di spazzatura – sottolinea – stanno creando seri problemi perfino alla circolazione, e i residenti sono stati costretti a rimuovere i sacchetti con le proprie mani per consentire il passaggio delle auto e dei mezzi pubblici. In queste ore, inoltre, ci stanno giungendo numerose segnalazioni di massicce presenze di blatte rosse e grossi topi, in prossimità dei cumuli e a poco distanza dalle case e dai negozi, e all’interno dei giardinetti pubblici. La gente è nuovamente esasperata e si difende come può, o chiudendosi in casa, o spargendo disinfettante nelle adiacenze delle abitazioni».

Il comitato segnala anche incendio appiccato durante la notte fuori l’antica parrocchia dei Santissimi Cosma e Damiano a Secondigliano «che ha distrutto i contenitori e annerito il muro di cinta e il campanile della chiesa che risale al Cinquecento.

«Resto perplesso sulla decisione dei dipendenti dell’Azienda sanitaria per l’igiene ambientale (Asia), dei quali condivido le motivazioni, ma non la forma di protesta. Mi auguro che questi episodi non si verifichino più». L’assessore all’Ambiente della Regione Campania, Giovanni Romano stigmatizza l’astensione dal lavoro proclamata due giorni fa dai lavoratori dell’azienda di igiene urbana partenopea Asia e dell’ex Consorzio unico che ha causato gravi di disagi a Napoli. «I lavoratori hanno tutto il diritto di pretendere la retribuzione – prosegue Romano – ma le criticità si superano tutti insieme e non con azioni come questa, che danneggiano la città anche dal punto di vista turistico». L’assessore sottolinea che «il sistema dello smaltimento dei rifiuti in Campania regge e reggerà per almeno 24 mesi, periodo che dovremo utilizzare per stabilizzare la situazione. Mi preme chiarire che non siamo in emergenza».

Il procuratore aggiunto di Napoli, Aldo De Chiara, osserva che «questo è l’effetto di una scelta politica che ha spostato il baricentro della gestione del ciclo dei rifiuti urbani dai Comuni alle Province. Credo ci siano le condizioni per rivedere questa normativa e concepire degli interventi radicali perché un settore così delicato deve passare tra le competenze di altri soggetti politici».

L’Unità 18.06.10

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“L’inchiesta in frantumi per tutelare il miracolo”, di Claudia Fusani
C’era una volta l’inchiesta Rompiballe, la squadra di super Guido Bertolaso che doveva togliere i rifiuti dalle strade di Napoli finita sotto inchiesta per falso, truffa e traffico illecito di rifiuti. Era maggio 2008, due anni fa. Di quell’inchiesta già allora pronta per andare a processo, oggi sono rimasti quattro rivoli e solo l’idea, prossima e ventura, di un processo. Non più a Napoli, ovviamente, bensì a Roma. Miracoli delle procedure, degli avvocati. E del potere di certi imputati. Nel maggio 2008 Napoli era sommersa dai rifiuti e Berlusconi, appena tornato al governo, aveva una gran voglia di fare. Preferibilmente miracoli. Tirò fuori bacchetta magica e apprendista stregone. E Bertolaso, nominato sottosegretario con delega e poteri speciali per i rifiuti, sgomberò le strade di Napoli e periferia in quattro e quattr’otto. Aprendo discariche in qua e in là e avviando i motori del termovalorizzatore di Acerra (inaugurato a maggio 2009). Un miracolo, appunto. Un miraggio, sarebbe più corretto dire guardando la situazione nelle strade di Napoli oggi. L’incanto del miracolo fu rotto quasi subito, a maggio 2008 appunto, con l’inchiesta Rompiballe relativa a dieci anni di emergenza rifiuti a Napoli dove le “balle” sono le ecoballe che, confezionate dopo accurate selezioni negli impianti di Cdr, avrebbero dovuto rifornire il termovalorizzatore di Acerra. Solo che le “balle” selezionate erano «un mucchio di merdaccia» come disse in una memorabile intercettazione telefonica Marta Di Gennaro, la vice di Bertolaso nella prima emergenza rifiuti gestita dal capo della Protezione civile, commissario speciale tra gli ultimi mesi del 2006 e il luglio 2007 prima di alzare bandiera bianca e lasciare il tutto nelle mani del prefetto di Napoli Alessandro Pansa. Il cuore dell’inchiesta Rompiballe era proprio questo: «Un sistema imperniato su un’attività di lavorazione dei rifiuti assolutamente fittizia» scrisse il gip Saraceno nell’ordinanza con cui accoglieva le richieste dell’aggiunto De Chiara e dei pm Noviello e Sirleo. Altro che ecoballe, solo spazzatura impacchettata. Una mega truffa oltre che un danno per la salute pubblica. Con queste accuse furono rinviate a giudizio 25 persone, tra cui Marta Di Gennaro. I commissari Bertolaso, Catenacci e Pansa erano tra gli indagati. Con una battaglia che si è trascinata fino al Csm, il procuratore di Napoli Giandomenico Lepore ha stralciato (24 luglio 2008) le posizione dei sei commissari. «Per approfondimenti» disse lui. «Per evitare conseguenza di tipo politico» precisarono aggiunto e sostituti. Bertolaso interrogato in procura a Napoli nel maggio 2009, in pieno miracolo all’Aquila, ammise: «Sapevo che gli impianti non producevano ne’ ecoballe ne’ fos, servivano solo alla riduzione volumetrica dei rifiuti». Ora quel maxi processo è diviso in quattro fascicoli. Il filone principale, già a dibattimento, è finito a Roma davanti al gup per un nuova richiesta di rinvio a giudizio. I funzionari della Fibe sono a giudizio a Napoli. Prefetti e commissari, le posizioni stralciate dal procuratore tra cui Pansa e Bertolaso, sono stati archiviati per le accuse più gravi. Resta in piedi solo una contravvenzione. Bertolaso l’aveva detto: «Nei mesi roventi di Napoli avevo due sole sponde istituzionali: il procuratore Lepore e il cardinal Sepe». Lo stesso che, a suo dire, gli procura la casa in via Giulia. Ma questa è un’altra inchiesta.

L’Unità 18.06.10

I no del Pd al Palalottomatica. La sinistra lancia la sua manovra: «Noi, per la crescita»

Il Pd si mobilita contro la manovra con la manifestazione di oggi al Palalottomatica di Roma. I sacrifici per rimettere a posto i conti pubblici, dirà ,come anticipato, il segretario Pierluigi Bersani nel suo intervento, non li devono fare i lavoratori dipendenti ma i «furbetti» delle rendite finanziarie, e dei capitali “scudati”, quelli «che guadagnano come Berlusconi e che in questa manovra metteranno zero euro». Ieri è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti alla manovra: le proposte di modifica sono 2.550, quasi per metà (1.205) presentate dalla maggioranza.

La convention al Palaeur Inizia con una raffica di fischi rivolti a Silvio Berlusconi. In un palazzetto pieno di bandiere del Partito democratico viene proiettato una sorta di “blob” di dichiarazioni del presidente del Consiglio e la platea risponde fischiando. Il video prosegue per alcuni minuti, sempre accompagnato dai fischi, e alterna anche immagini dei ministri Maria Stella Gelmini e Giulio Tremonti, prima della chiusa finale riservata a Corrado Guzzanti che imita il ministro dell’Economia. In sala, seduti in prima fila, i dirigenti del partito a cominciare da Walter Veltroni, Dario Franceschini e Piero Fassino. Assenti Franco Marini e Massimo D’Alema per impegni all’estero. Presente anche Susanna Camusso, destinata a succedere a Guglielmo Epifani alla guida del Cgil.

Chiamparino
La manovra «incide nella carne viva e in gioco ci sono i servizi ai cittadini». Così Sergio Chiamparino è tornato a chiedere al governo di modificare la manovra. «Vogliamo che la manovra sia ritoccata, non che vengano toccati quei 24 miliardi ma altre cifre», ha detto il presidente dell’Anci nel suo intervento alla manifestazione del Pd. «I tagli sono insostenibili, iniqui e inaccettabili», ha insistito, «non chiedo che si modificano i saldi, ma che il governo intervenga sulle altre voci».
Chiamparino si è poi rivolto direttamente al ministro del Tesoro, Giulio Tremonti: «ministro, ci sembra di non chiedere la luna. Siamo responsabili, ma non siamo arrendevoli», ha detto. Quanto agli sprechi, il sindaco di Torino ha rirato in ballo di nuovo il ministero del Tesoro. «Possibile che ci siano solo nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni? Vogliamo andare a fare un giro in qualche Ministero? Per esempio in via XX Settembre, dove c’è un supermercato interno. Allora si guardi un po in casa propria…».
Chiamparino ha poi puntato il dito su quel federalismo di cui il governo ha fatto una bandiera: «ci sono più ministri al federalismo che federalismo», ha detto citando la nomina di Aldo Brancher. «Ministri troppi, federalismo nulla», ha insistito.
Dunque, il presidente dell’Anci è tornato a chiedere all’Esecutivo di ascoltare le richieste degli enti locali. «La prepotenza centralistica può anche vincere, ma attenzione perchè alla fine perde l’Italia», ha ammonito.

L’Unità 19.06.10

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"Articolo 41 e libertà di impresa", di Agostino Giovagnoli*

L´assalto alla Costituzione si è concentrato negli ultimi tempi sull´articolo 41. Con crescente frequenza, infatti, si cerca di picconare la carta fondamentale della Repubblica, perché il suo testo – ormai troppo vecchio e datato – sbarrerebbe la strada ad una modernizzazione sempre più urgente. Adesso l´attacco riguarda l´art.41 colpevole di impedire la libertà di impresa in Italia. Peccato che l´articolo in questione si apra con un´affermazione molto esplicita: «L´iniziativa economica privata è libera». Dunque, come è stato giustamente osservato, la polemica contro l´articolo 41 costituisce anzitutto un diversivo: non è la Costituzione, ma sono normative farraginose e lungaggini burocratiche a limitare di fatto l´iniziativa economica; la loro rimozione, perciò, non passa per una lunga e complicata modifica costituzionale, ma attraverso un´azione più efficace ed incisiva di governo e Parlamento. Insomma, si discute di Costituzione per non affrontare i veri problemi.
Ma, in questa polemica, non c´è solo una strumentalità immediata. Riconosciuto che nulla impedisce di operare subito per aumentare la libertà delle imprese, si è passati a sottolineare l´importanza simbolica di un cambiamento di questo articolo che al secondo comma coniuga iniziativa economica e “utilità sociale” e al terzo prevede “i programmi e i controlli opportuni” perché tale attività “possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Dietro queste parole, si fa capire, ci sarebbe stato un compromesso con i comunisti e l´apertura al modello sovietico di economia pianificata. Ma le cose non stanno così. La discussione in Assemblea Costituente cominciò, infatti, nei primi giorni di maggio del 1947, con una proposta di Togliatti che introduceva effettivamente la possibilità di una pianificazione totale dell´economia. Ma quella proposta fu nettamente respinta dai liberali e dai cattolici: per i primi parlò Einaudi e per i secondi Taviani. L´art.41 così come lo leggiamo oggi nasce dunque dall´esplicito rifiuto della proposta comunista.
I riferimenti all´”utilità sociale” ed “i programmi e i controlli opportuni” dell´attività economica nascono da una diversa visione politica e culturale. Di quale visione si tratti aiuta a capirlo il particolare momento in cui si svolse quella discussione. Si era infatti aperta da pochi giorni la crisi di un governo basato sull´alleanza tra democristiani, socialisti e comunisti. Poche settimane dopo, De Gasperi avrebbe formato un nuovo governo, senza le sinistre, e di cui Einaudi fu vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio. Era l´inizio del centrismo degasperiano, basato sull´alleanza tra cattolici e liberali che ha accompagnato gli anni della ricostruzione. Questi anni sono stati indubbiamente molto duri e faticosi, ma anche tra i più positivi dell´intera storia unitaria. Grazie ad un grande sforzo collettivo, che coinvolse l´intera società italiana, si posero allora le basi del boom economico degli anni Sessanta.
Nella sostanza, l´art. 41 esprime lo spirito che ha animato la ricostruzione economica italiana dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale. Entro i limiti molto rigidi imposti dalla Guerra fredda, che escludevano la presenza di comunisti e socialisti nel governo, De Gasperi puntò sull´alleanza tra élites liberali e una grande forza popolare come la Dc, che ha permesso di realizzare, seppure con limiti talvolta rilevanti, una preziosa coesione sociale. È la strada anticipata dalla convergenza tra Einaudi e Taviani nella discussione del´art. 41, malgrado i loro punti di vista fossero inizialmente molto diversi. Tale articolo, infatti, non ha nulla di sovietico ma coniuga una limpida affermazione della libertà di impresa con due valori cari ai cattolici: la difesa della persona umana e la ricerca del bene comune. Al primo di essi corrisponde l´affermazione secondo cui l´attività economica non può svolgersi «in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» e al secondo che spetta alla legge definire i modi in cui tale attività può essere orientata all´”utilità sociale”.
Tutto questo è vecchio e datato? Può darsi, ma colpisce la coincidenza tra la polemica sull´art. 41 e la vertenza di Pomigliano d´Arco. In tale vertenza, infatti, è indubbiamente coinvolta la libertà di impresa, ma non mi pare che qualcuno metta in discussione il diritto della Fiat di investire in Italia o in Polonia secondo le sue convenienze. È però significativo che si moltiplichino in questi giorni gli appelli, da una parte, alla Fiat perché non dimentichi i suoi legami storici con la realtà italiana e non imponga condizioni di lavoro troppo pesanti e, dall´altra, agli operai di Pomigliano perché accettino sacrifici anche duri, non solo nel loro interesse e in quello delle loro famiglie, ma anche per salvare l´indotto e, persino, per fare un servizio a tutto il Paese. Ma perché l´una e gli altri dovrebbero accettare questi appelli? L´art. 41 indica una risposta in quella “utilità sociale” che riguarda tutti al di là di specifici interessi individuali. La formulazione di questo articolo risente del tempo in cui è stato scritto e può non piacere, ma prima di buttarlo via conviene riflettere sull´importanza di un patto fondamentale capace di unire soggetti diversi anche nei momenti di difficoltà e di tensione.

L´autore è ordinario di Storia contemporanea all´Università Cattolica di Milano

La Repubblica 19.06.10