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"Durante il Ventennio scioperare era un crimine contro lo Stato. Indietro di 40 anni tutto in nome della produttività", di P.Civati e M. Ruffini

Sembra che l’Italia stia facendo di tutto per spostare le lancette dell’orologio indietro di una quarantina d’anni. E così ci troviamo di slancio in un’epoca precedente al 1970, quando un Parlamento incalzato dai sindacati fu portato ad approvare lo Statuto dei lavoratori. Ma non ci basta, no: rischiamo di scivolare ancora più indietro, quando durante un altro Ventennio, il codice penale considerava lo sciopero come un reato, come un crimine verso l’azienda e verso il Paese.
Con l’avvento della Repubblica democratica fondata sul lavoro, i Costituenti si resero conto che, «se è vero che lo Stato è chiamato a tutelare il lavoro, con ciò non si esclude che anche la classe lavoratrice possa tutelare essa pure direttamente il lavoro» (Ghidini). Tutti i Costituenti, e non solo quelli che militavano nel Pci, ritennero «urgente ed indispensabile che una legge» riconoscesse «il diritto di sciopero dei lavoratori, abrogando i divieti fascisti in materia» (Fanfani) e vollero affermare come diritto «quello che il fascismo definiva a torto delitto» (Merlin). Perché il diritto di sciopero «non è altro che la logica derivazione del diritto alla legittima difesa, non è che una triste necessaria conseguenza di un rapporto di forza (…) fra capitale e lavoro» (Taviani). Era questo il clima in cui fu approvato l’art. 40 della Costituzione.
Ora siamo nel 2010 e la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori sono diventate figure mitologiche rimpiante con nostalgia da qualche romantico isolato. Annuncio dopo annuncio, proclama dopo proclama, di quelle conquiste rischiamo che non rimanga più neanche il ricordo. Così, assistiamo increduli alla nuova stagione ricostituente che si sta consumando a Pomigliano: dopo l’attacco (retorico) della scorsa settimana all’articolo 41 della Costituzione italiana, ora dobbiamo registrare l’attacco (effettivo) all’articolo 40. Un articolo al giorno leva la Costituzione di torno.
Un invito alla responsabilità è stato rivolto dall’azienda ai lavoratori. E i lavoratori della Fiat questo caloroso appello l’hanno raccolto e hanno accettato una profonda riorganizzazione e l’intensificazione dei turni di lavoro, compreso il sabato notte. Ma, anche in questo caso, non bastava: ci voleva anche la compressione del diritto di sciopero.
Tutto all’insegna della modernizzazione e della produttività, ovviamente. E di una riforma dello Statuto dei lavoratori, che forse in futuro non sarà nemmeno necessaria: perché dello Statuto e degli opportuni riferimenti costituzionali si può anche fare a meno. A Pomigliano e nel resto del Paese.

L’Unità 14.06.10

"Mi accusano in nome dell'omertà", di Mauro Baudino

Io continuerò a scrivere, dice Roberto Saviano al pubblico che affolla piazza del Duomo, perché è il vero modo di amare il proprio Paese. E, alla fine di un lungo dialogo con Mario Vargas Llosa, risponde ai suoi critici più recenti, dal calciatore Marco Borriello al senatore GaEteano Quagliariello, senza dimenticarE le accuse che gli sono venute da sinistra. «Mi ha molto spaventato essere confuso con quello che racconto; perché questo significa confondere me con quel che scrivo», ed è un modo per nascondere, ignorare, occultare la realtà di Gomorra, dell’illegalità. «Ma la legalità non è né di destra né di sinistra, non è ideologica. Ci sono persone per bene che votano a sinistra, e persone per bene che votano a destra. E naturalmente esiste anche il contrario. Io voglio parlare a tutti, non agli elettori Di questo o di quello; non si tratta di dividere il Paese, ma di parlare a tutte le persone per bene».

La lunga serata di Saviano in dialogo con il grande autore peruviano sui temi della letteratura e dell’impegno si conclude, dopo un sorta di excursus sui classici e il valore di testimonianza della grande letteratura, con una serie di risposte anche molto nette su temi che la polemica politica e culturale ha agitato con particolare virulenza. A Saviano interessano meno i «centravanti del calcio che all’improvviso si scoprono… qualcos’altro», o quelli che gli rimproverano di andare «contro l’interesse nazionale», gli preme ribadire che chi dà l’allarme per l’incendio non può essere scambiato con l’incendiario, e che, al fondo, queste accuse gli vengono gettate in faccia in nome dell’omertà, cioè «del non voler sapere, del non voler conoscere».

Certo, sottolinea con amarezza e sarcasmo, quando su giornali si leggono accuse simile a quella «dei camorristi», allora è dura. «Però, se fossi libero di muovermi come voglio, farei come i Testimoni di Geova: andrei porta dopo porta a parlare con tutti, a bussare da tutti». È un fiume in piena, mentre il pubblico, cinquemila persone, sottolinea le sue frasi con lunghi applausi. «Tutti i caduti dell’antimafia sono stati a un certo punto accusati di diffamare il proprio Paese». Ma, aggiunge, non si può far altro, o almeno lui non può far altro che continuare a raccontare. «Raccontare va oltre il mondo. Persino oltre quello che ti può accadere. Al di là di queste accuse, e dei silenzi che vogliono imporci, continuerò a scrivere pensando che sia il solo modo di agire possibile». Prima, sempre discutendo con Vargas Llosa, cui aveva dedicato un sorridente ricordo (quando seppe che lo aveva recensito sul quotidiano spagnolo El País fu, dice, come se uno dei suoi autori più amati fosse uscito dalla libreria e si fosse messo a parlare di lui), aveva evocato nomi molto importanti per la sua formazione, come Varlam Shalamov, il narratore del Gulag siberiano, o Reinaldo Arenas, incarcerato a Cuba perché omosessuale, o molto vicini alla sua esperienza, uno per tutto Anna Politkovskaja , la giornalista e scrittrice russa uccisa per i suoi reportage e i suoi libri sulla Cecenia.

Se l’autore peruviano aveva insistito sul fatto che la letteratura, la grande letteratura, è sempre stata invisa ai poteri autoritari, siano essi religiosi, economici o ideologici, Saviano si è chiesto: ma che paura poteva fare Shalamov al potere sovietico, o la Politkovskaja a quello russo? La risposta, già data altre volte e qui ribadita, è che le loro storie erano diventate storie di tutti, e non si potevano più fermare. La serata di ieri, però, meritava un corollario: questi «giusti» (nel senso dato alla parola dagli ebrei) più che «eroi» (eroe è un termine che piace a Saviano, implica qualcosa di eccezionale, isolato, in fondo lontano) avevano in mente, come obiettivo, come modello, come scopo la democrazia nel senso in cui la intendiamo noi, e di cui erano privi. «Se pensi a loro, capisci quanto sia sacra la libertà d’espressione, e che dobbiamo difenderla a tutti i costi».

Il pubblico capisce a sua volta il contesto in cui inserire la frase, applaude a lungo. E Saviano chiude imperioso sul senso ultimo delle sue risposte, sulla conclusione ovvia della sua idea di impegno civile, che vale oggi, qui, nel nostro mondo: «Non è pensabile che la democrazia si lasci lentamente compromettere».

La Stampa 13.06.10

Rai, azzerare il Cda. Serve un amministratore

“Non si può più assistere al degrado della Rai. Non si può avallare una gestione irresponsabile che squalifica il servizio pubblico. Non si può tollerare il ricatto di un primo ministro che minaccia quando vede programmi che non lo elogiano. In RAI bisogna azzerare il CDA, serve un amministratore”. Lo scrive Pier Luigi Bersani in una lettera al Corriere della Sera

Caro direttore,
non ci stiamo. Non si può più assistere al degrado della Rai. Non si può avallare una gestione irresponsabile che squalifica il servizio pubblico. Non si può tollerare il ricatto di un primo ministro che minaccia quando vede programmi che non lo elogiano. E dimentica che questa Rai, questo direttore generale, la maggioranza del consiglio di amministrazione dell’azienda, sono quelli che lui ha voluto e imposto. È arrivato davvero il momento di cambiare. Questa gestione governativa della Rai porta al crollo di quella che è stata una grande azienda. La spinge verso posizioni marginali del mercato, succube di Mediaset e Sky su due settori strategici, quello della raccolta pubblicitaria, e quello della concorrenza sulle nuove piattaforme.

Il tutto mentre il governo si appresta a regalare nuove frequenze senza che lo stato ne tragga alcun beneficio, mentre nel resto d’Europa si svolgono aste miliardarie. Per correggere questa distorsione presenteremo opportuni emendamenti alla manovra. Non è accettabile che Berlusconi, principale azionista di Mediaset, primo concorrente della Rai, resti sulla poltrona di ministro dello Sviluppo economico, insensibile al conflitto di interessi che grava su di lui. E che da quella poltrona minacci di non firmare il contratto di servizio, tagliando i fondi alla Rai perché non ottiene quello che vuole: l’allontanamento di questo o quel giornalista, di questo o quel dirigente. O si cambia la governance della Rai o l’azienda andrà verso il baratro della decadenza. Ci sono due emergenze plateali: una democratica, una economico-industriale, con un bilancio in forte perdita, una prospettiva di piano industriale fatto di tagli, di sacrifici, senza alcun ripensamento complessivo della missione aziendale del servizio pubblico. Parte non piccola delle responsabilità è di questo consiglio e di questo management, che non ha saputo affrontare la sfida né mostrare la necessaria autonomia dalla politica.

Lo spettacolo di quello che dovrebbe essere un organo di gestione trasformato in una sorta di parlamentino riunito per gestire e assecondare le aggressive ossessioni della maggioranza è davvero sconcertante. In attesa di una riforma più articolata e importante del servizio pubblico nell’era della svolta digitale, della rivoluzione del sistema radiotelevisivo con la presenza di molte piattaforme tecnologiche, e soprattutto in vista dell’arrivo della banda larga (che fine hanno fatto gli investimenti promessi dal governo? Dove sono finite le risorse che erano state accantonate dal centrosinistra?) facciamo una proposta seria, semplice e chiara: un amministratore delegato con poteri pieni, sia pure indicato dall’azionista Tesoro, scelto dai due terzi di un nuovo consiglio di amministrazione; un consiglio di amministrazione espresso anche da Regioni e Comuni oltre che dalla Vigilanza. Vogliamo una Rai che non dipenda più dalle segreterie dei partiti, vogliamo un’azienda che sia gestita il più possibile con le regole del codice civile.

La nostra proposta non costa un euro. Se ci fosse in parlamento una maggioranza che sentisse, come noi sentiamo, la responsabilità di ridare credibilità al servizio pubblico, questa piccola grande legge potrebbe passare in pochissimo tempo. E se ci fosse un azionista che davvero ha a cuore il destino della Rai, non sarebbe certo impossibile intervenire rapidamente. E il nuovo amministratore delegato scelto per le sue competenze ed esperienze manageriali avrebbe — secondo la nostra proposta—180 giorni per presentare un piano di riorganizzazione da sottoporre al parlamento. Nel tempo che viviamo, in cui la comunicazione spesso detta l’agenda alla politica, è irrinunciabile per una democrazia poter contare su un servizio pubblico gestito in maniera autonoma e indipendente, precondizione per offrire un terreno di gioco neutro a tutte le forze in campo. La nostra è una proposta di buon senso. Non si può non vedere il crescente disagio e distacco che matura nell’opinione pubblica verso un’azienda che in passato è stata una fucina di idee, e un importante fattore di coesione nazionale. E che nel futuro potrebbe essere una vera palestra di autonomia, di creatività e libertà espressiva, di innovazione. Al di fuori di questi obiettivi non ci può essere infatti un senso riconoscibile per un servizio pubblico.

www.partitodemocratico.it

"La globalizzazione dell'operaio", di Luciano Gallino

È possibile che la Fiat non abbia davvero alcuna alternativa. O riesce ad avvicinare il costo di produzione dello stabilimento di Pomigliano a quello degli stabilimenti siti in Polonia, Serbia o Turchia, o non riuscirà più a vendere né in Italia né altrove le auto costruite in Campania. L’industria mondiale dell’auto è afflitta da un eccesso pauroso di capacità produttiva, ormai stimato intorno al 40 per cento. Di conseguenza i produttori si affrontano con furibonde battaglie sul fronte del prezzo delle vetture al cliente.
A farne le spese, prima ancora dei loro bilanci, sono i fornitori (che producono oltre due terzi del valore di un´auto), le comunità locali che vedono di colpo sparire uno stabilimento su cui vivevano, e i lavoratori che provvedono all´assemblaggio finale. I costruttori che non arrivano a spremere fino all´ultimo euro da tutti questi soggetti sono fuori mercato.
Va anche ammesso che davanti alla prospettiva di restare senza lavoro in una città e una regione in cui la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ha già raggiunto livelli drammatici, la maggioranza dei lavoratori di Pomigliano – ben 15.000 se si conta l´indotto – è probabilmente orientata ad accettare le proposte Fiat in tema di organizzazione della produzione e del lavoro. La disperazione, o il suo approssimarsi, è di solito una cattiva consigliera; ma se tutto quello che l´azienda o il governo offrono è la scelta tra lavorare peggio, oppure non lavorare per niente, è quasi inevitabile che uno le dia retta.
Una volta riconosciuto che forse l´azienda non ha alternative, e non ce l´hanno nemmeno i lavoratori di Pomigliano, occorre pure trovare il modo e la forza di dire anzitutto che le condizioni di lavoro che Fiat propone loro sono durissime. E, in secondo luogo, che esse sono figlie di una globalizzazione ormai senza veli, alle quali molte altre aziende italiane non mancheranno di rifarsi per imporle pure loro ai dipendenti.
Allo scopo di utilizzare gli impianti per 24 ore al giorno e 6 giorni alla settimana, sabato compreso, nello stabilimento di Pomigliano rinnovato per produrre la Panda in luogo delle attuali Alfa Romeo, tutti gli addetti alla produzione e collegati (quadri e impiegati, oltre agli operai), dovranno lavorare a rotazione su tre turni giornalieri di otto ore. L´ultima mezz´ora sarà dedicata alla refezione (che vuol dire, salvo errore, non toccare cibo per almeno otto ore). Tutti avranno una settimana lavorativa di 6 giorni e una di 4. L´azienda potrà richiedere 80 ore di lavoro straordinario a testa (che fanno due settimane di lavoro in più all´anno) senza preventivo accordo sindacale, con un preavviso limitato a due o tre giorni. Le pause durante l´orario saranno ridotte di un quarto, da 40 minuti a 30. Le eventuali perdite di produzione a seguito di interruzione delle forniture (caso abbastanza frequente nell´autoindustria, i cui componenti provengono in media da 800 aziende distanti magari centinaia di chilometri) potranno essere recuperate collettivamente sia nella mezz´ora a fine turno – giusto quella della refezione – o nei giorni di riposo individuale, in deroga dal contratto nazionale dei metalmeccanici. Sarebbe interessante vedere quante settimane resisterebbero a un simile modo di lavorare coloro che scuotono con cipiglio l´indice nei confronti dei lavoratori e dei sindacati esortandoli a comportarsi responsabilmente, ossia ad accettare senza far storie le proposte Fiat.
Non è tutto. Ben 19 pagine sulle 36 del documento Fiat consegnato ai sindacati a fine maggio sono dedicate alla “metrica del lavoro.” Si tratta dei metodi per determinare preventivamente i movimenti che un operaio deve compiere per effettuare una certa operazione, e dei tempi in cui deve eseguirli; misurati, si noti, al centesimo di secondo. Per certi aspetti si tratta di roba vecchia: i cronotecnici e l´analisi dei tempi e dei metodi erano presenti al Lingotto fin dagli anni 20. Di nuovo c´è l´uso del computer per calcolare, verificare, controllare movimenti e tempi, ma soprattutto l´adozione a tappeto dei criteri organizzativi denominati World Class Manufacturing (Wcm, che sta per “produzione di qualità o livello mondiale”). Sono criteri che provengono dal Giappone, e sono indirizzati a due scopi principali: permettere di produrre sulla stessa linea singole vetture anche molto diverse tra loro per motorizzazione, accessori e simili, in luogo di tante auto tutte uguali, e sopprimere gli sprechi. In questo caso si tratta di fare in modo che nessuna risorsa possa venire consumata e pagata senza produrre valore. La risorsa più preziosa è il lavoro. Un´azienda deve quindi puntare ad una organizzazione del lavoro in cui, da un lato, nemmeno un secondo del tempo retribuito di un operaio possa trascorrere senza che produca qualcosa di utile; dall´altro, il contenuto lavorativo utile di ogni secondo deve essere il più elevato possibile. L´ideale nel fondo della Wcm è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot.
È qui che cadono i veli della globalizzazione. Essa è consistita fin dagli inizi in una politica del lavoro su scala mondiale. Dagli anni 80 del Novecento in poi le imprese americane ed europee hanno perseguito due scopi. Il primo è stato andare a produrre nei paesi dove il costo del lavoro era più basso, la manodopera docile, i sindacati inesistenti, i diritti del lavoro di là da venire. Ornando e mascherando il tutto con gli spessi veli dell´ideologia neo-liberale. Al di sotto dei quali urge da sempre il secondo scopo: spingere verso il basso salari e condizioni di lavoro nei nostri paesi affinchÈ si allineino a quelli dei paesi emergenti. Nome in codice: competitività. La crisi economica esplosa nel 2007 ha fatto cadere i veli della globalizzazione. Politici, industriali, analisti non hanno più remore nel dire che il problema non è quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti: sono i nostri che debbono, s´intende per senso di responsabilità, discendere al loro livello.
È nella globalizzazione ormai senza veli che va inquadrato il caso Fiat. Se in Polonia, o in qualunque altro paese in sviluppo, un operaio produce tot vetture l´anno, per forza debbono produrne altrettante Pomigliano, o Mirafiori, o Melfi. È esattamente lo stesso ragionamento che in modo del tutto esplicito fanno ormai Renault e Volkswagen, Toyota e General Motors. Se in altri paesi i lavoratori accettano condizioni di lavoro durissime perché è sempre meglio che essere disoccupati, dicono in coro i costruttori, non si vede perché ciò non debba avvenire anche nel proprio paese. Non ci sono alternative. Per il momento purtroppo è vero. Tuttavia la mancanza di alternative non è caduta dal cielo. È stata costruita dalla politica, dalle leggi, dalle grandi società, dal sistema finanziario, in parte con strumenti scientifici, in parte per ottusità o avidità. Toccherebbe alla politica e alle leggi provare a ridisegnare un mondo in cui delle alternative esistono, per le persone non meno per le imprese.

La Repubblica 14.06.10

"Regioni e Comuni chiedono una manovra più equa. Epifani: c'è il rischio che ne serva un'altra", di Nicoletta Cottone

«Una manovra più equa». La sollecita il presidente Vasco Errani, spiegando così la convocazione straordinaria della Conferenza delle Regioni per martedì 15 giugno. «Spiegheremo, dati alla mano – sottolinea Errani – ai cittadini, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni rappresentative del mondo produttivo, alle forze politiche e ai mezzi di informazione quali saranno le conseguenze della manovra recentemente varata dal governo».
«Questa manovra non tocca la spesa sociale e ciò fa onore a chi ha colto la questione», commenta, invece, Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, chiudendo a Levico Terme, in Trentino, la Festa nazionale della Cisl. «Nella manovra – ha proseguito Bonanni – ci sono segnali importanti, come quelli per il Sud. Poi ci sono punti che non ci piacciono affatto, come quello sulla scuola».

Dal canto suo il ministro Tremonti, parlando della manovra alla festa della Cisl, ha detto: «Abbiamo cercato di disegnare la manovra – ha aggiunto Tremonti – nel modo socialmente meno incisivo, meno negativo possibile. È una manovra complessa, tuttavia abbiamo lasciato fuori la sanità e molte altre voci sociali». Il ministro dell’Economia ha inoltre sostenuto che «mai un governo ha fatto un decreto come questo, altri erano pappa e ciccia con la Svizzera o con San Marino; altri invece facevano le grida e non i fatti. Noi abbiamo fatto un decreto di grande impegno e coraggio».

«Questo è l’ultimo anno nel quale si faranno le finanziarie nazionali», spiega Tremonti. Uno degli effetti della crisi sarà il coordinamento temporale delle manovre economiche dei vari Paesi europei. «Le politiche economiche si faranno nello stesso tempo dell’anno, nello stesso modo tutti insieme. Non ci sarà più un Paese che fa le sue scelte diverse dagli altri». Tremonti ha poi sottolineato che «quello che forse non si vede ancora, ma è chiarissimo, è in atto una colossale devoluzione di poteri dalle nazioni all’Europa».

Per Epifani il rischio è che di manovra ne serva un’altra. «Il rischio che la manovra sia annacquata c’è, nel senso ad esempio che i soldi che il Governo prevede rientreranno dalla lotta all’evasione fiscale sono tanti, 8 o 9 miliardi, e se non saranno così tanti, ci sarà bisogno di un’altra manovra». Per Epifani «è una manovra che non mette al riparo i

All’attacco della manovra anche il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni. «La manovra non è equilibrata. Alle regioni viene chiesto un contributo del 50%, che si avvicina al 60% contando province e comuni. Ai ministeri, cioè allo Stato, la manovra chiede sacrifici attorno all’1-1,5%. Le regioni sono le uniche ad aver diminuito i debiti del 6%, i ministeri invece li hanno aumentati. Siamo all’accanimento contro le regioni, ai ministeri tocca solo una pettinatina». Già nei giorni scorsi i presidenti delle regioni avevano bocciato la manovra definendola iniqua.

«La via da seguire, nell’ambito di una giusta politica di razionalizzazione, è quella di premiare le realtà virtuose», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Roberto Cota, annunciando che prenderà parte, martedì 15, alla Conferenza delle regioni convocata per discutere della manovra del governo: «Sarà una riunione importante e quindi è giusto esserci». Cota si è detto «contento» di questo passaggio nella Conferenza delle Regioni. In questo modo, «i tagli e le razionalizzazioni potranno essere decise all’interno della Conferenza. È il modo, per esempio, di colpire chi ha tante pensioni di invalidità false». Il governatore del Piemonte ha poi ribadito il suo «giudizio positivo» nei confronti dell’operato del governo: «Ha lavorato bene e sono convinto che abbia fatto tutto il possibile per tenere i conti in ordine». Nei giorni scorsi Cota, a differenza di altri governatori come Formigoni, si era mostrato non ostile dalla manovra. Potrebbe dunque tentare di svolgere un ruolo di mediazione nell’ambito della Conferenza delle regioni.

Sergio Chiamparino contesta i numeri fatti dal ministro Tremonti sui trasferimenti finanziari ai comuni. «I 16 miliardi di trasferimenti ai quali fa riferimento Tremonti vengono – dice il presidente dell’Anci – erogati a tutti gli oltre 6.700 comuni delle 15 regioni a statuto ordinario e comprendono i rimborsi dell’Ici per la prima casa (tre miliardi di euro), trasferimenti di natura correnti comprendenti tributi ordinari e fondi perequativi (11,5 miliardi) e trasferimenti per il finanziamento di progetti in conto capitale (circa 1,4 miliardi)». Nel ricordare che «per i Comuni delle cinque Regioni a Statuto speciale esistono norme diverse e finanziamenti che seguono altri percorsi», Chiamparino aggiunge poi che «questi 16 miliardi comprendono fondi previsti da leggi dello Stato predisposti quasi per intero dallo stesso ministero dell’Economia e nei confronti dei quali il ministero dell’Interno svolge quasi esclusivamente il ruolo di ente erogatore, con criteri di trasparenza e nel rispetto delle procedure». Tremonti aveva detto che ci sono 8mila comuni e che il ministero da a 4.600 di questi circa 16 miliardi «in base a criteri stratificati, amministrati da tre funzionari». «Vi sembra – si è chiesto il ministro – che un Paese civile dia un punto di Pil a metà dei Comuni in base a criteri che nessuno capisce?». L’Anci in più occasioni ha espresso sulla manovra un giudizio fortemente critico. Il 17 giugno é stato indetto il comitato direttivo nel quale i sindaci discuteranno proprio della manovra finanziaria.

Il Sole 24 Ore 14.06.10

"Meno regole e Stato. L’assalto di Tremonti", di Bianca Di Giovanni

Giulio Tremonti predica la sua deregulation anche davanti alla platea sindacale della Cisl, che a quanto pare si mostra più calorosa nei suoi confronti che non quella confindustriale di Santa Margherita Ligure. Almeno a giudicare dagli applausi. Il leader Raffaele Bonanni gli regala anche una maglietta: così il grande abbraccio è sancito. Alla festa dei cislini a Levico Terme il ministro rilancia il suo ultimo totem: modificare la Costituzione per sancire i principi della libertà d’impresa. Poi, infila l’elmetto e si mette in trincea sulla manovra e sul caso Pomigliano. Il combinato disposto è stringente: niente regole, meno Stato, meno contratti. «Sono onorato di parlare davanti a una platea di uomini liberi e forti – esordisce il tributarista di Sondrio – Purtroppo ci sono casi di uomini che sono forti ma non sono liberi, non sono liberi da pregiudizi, da ideologie, da limiti che credo debbano essere superati». Gli risponderà in giornata Guglielmo Epifani, con un terzo aggettivo: «uomini liberi, forti e giusti».
MEDIO EVO In Italia esiste un«delirio di legislazione labirintica che ci ha ridotto ad essere un paese in cui magari apri una pizzeria in un giorno ma la chiudi nei sessanta successivi», spiega il ministro. Le «troppe regole sono un limite: siamo tornati al Medio Evo, a un mondo segmentato e bloccato da dazi e gilde». Il titolare del Tesoro non rinuncia alle sue ormai tradizionali allusioni colte. Cita il filosofo Thomas Hobbes parlando di «ossessione legislativa» e Sant’ Agostino spiegando che proprio dal vescovo di Ippona arriva, concettualmente, l’inserimento del principio della responsabilità della persona nell’articolo 41 della Costituzione. Parole, parole. Nel frattempo il centrodestra reintroduce vincoli di legge per le libere professioni (vedi le tariffe minime per gli avvocati) , non liberalizza i taxi, blocca le liberalizzazioni dei servizi.
MANOVRA Sulla manovra Tremonti si esercita su nuove cifre, che a suo dire finora gli erano oscure. Quelle dei trasferimenti ai Comuni. «Abbiamo 8.000 Comuni e il ministero dà a 4.600 Comuni quasi 16 miliardi di euro, in base a criteri stratificati, amministrati da tre funzionari – rivela – Vi sembra civile Paese che dà un punto di Pil a metà dei Comuni in base acriteri che nessuno conosce?». Di lì a qualche minuto ci pensa Sergio Chiamparino a chiarire le idee al ministro. «Forse non è stato sufficientemente informato oppure ha voluto semplicemente accattivarsi l’auditorio – spiega il presidente Anci – I 16 miliardi di trasferimenti ai quali fa riferimento vengono erogati a tutti gli oltre 6.700 Comuni delle 15 Regioni a Statuto ordinario e comprendono i rimborsi dell’Ici per la prima casa (tre miliardi di euro), trasferimenti di natura correnti comprendenti tributi ordinari e fondi perequativi (11,5 miliardi) e trasferimenti per il finanziamento di progetti in conto capitale (circa 1,4 miliardi) ». Insomma, si tratta dell’applicazione di leggi dello Stato predisposte dallo stesso ministero dell’Economia. Sì, accade in tutti i Paesi civili: e nessuno si meraviglia. Dopo i Comuni arriva il turno delle Regioni. «A loro fino ad ora si è dato – dichiara Tremonti – Se si fermano per un giro non è che…». Come dire: bloccare per un paio d’anni la sanità. Che importa? «Abbiamo cercato di disegnare la manovra nel modo socialmente meno incisivo possibile – continua impunemente il ministro – mai un governo ha fatto un decreto come questo, altri erano pappa e ciccia con la Svizzera o San Marino, altri invece facevano le grida e non i fatti. Noi abbiamo fatto un decreto di grande impegno e coraggio, ispirato in questa logica al discorso che abbiamo fatto con il sindacato ». Gli fa da spalla Bonanni, che aggiunge: «La manovra non tocca la spesa sociale». Falso. Che spesa è quella che riconosce una pensione di invalidità alle persone Down? Loro vengono escluse dal sussidio, nel silenzio più totale de lmondo politico. E anche le risorse che si chiedono alle Regioni andranno a intaccare proprio i fondi per il sociale. I governatori lo sanno bene, tant’è che mentre il ministro intona il peana della manovra, le Regioni annunciano venti di guerra. «Spiegheremo, dati alla mano, ai cittadini, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni rappresentative del mondo produttivo, alle forze politiche e ai mezzi di informazione quali saranno le conseguenze della manovra recentemente varata dal governo», spiega Vasco Errani, che ha convocato una seduta straordinaria della Conferenza delle Regioni per domani mattina.

L’Unità 14.06.10

“Tremonti: addio conflitti sul lavoro Pomigliano sarà un modello per tutti”, di Adriano Bonafede
Via all´economia sociale di mercato” Oggi si pronuncia la Fiom. Cambia lo Statuto dei lavoratori. Tremonti benedice l´accordo tra Fiat e sindacati sullo stabilimento di Pomigliano già firmato da Cisl e Uil. «Con la globalizzazione – ha detto ieri il ministro dell´Economia alla festa della Cisl – è finito il conflitto tra capitale e lavoro. Io, tra la dialettica continua di questo conflitto e l´economia sociale di mercato, non ho dubbi: la via giusta è quella dell´economia sociale di mercato, quella di Pomigliano». Questa intesa è stata dunque additata come esempio di quelle che dovrebbero essere in futuro le relazioni tra le imprese e i lavoratori: pochi regole comuni nei contratti nazionali e tutto il resto demandato a contratti locali, settoriali e aziendali, come dirà lo Statuto dei lavori che sostituirà lo Statuto dei lavoratori.
Sulla vicenda di Pomigliano è poi intervenuto Guglielmo Epifani, anche lui invitato alla festa della Cisl. In attesa che oggi si pronunci il Comitato centrale della Fiom – che venerdì sera non ha firmato il documento proposto dal Lingotto respingendolo come un “diktat” – il segretario generale della Cgil non si è sottratto al confronto. E ha riconosciuto che «Pomigliano non ha alternative. Napoli non ha alternative sul suo territorio. Servono occupazione, sviluppo e investimenti». Perché, ha spiegato, «se non dicessimo questo saremmo in contrasto con tutto ciò che abbiamo fatto in passato, con gli scioperi, le mobilitazioni con i giovani, con la Chiesa. Già altre volte la Fiat aveva ipotizzato la chiusura, ma siamo sempre riusciti a far restare la produzione». Epifani ha anche chiesto di «non dimenticare neppure Termini Imerese. Nemmeno qui c´è altro».
L´intervento di Epifani sembra aprire la strada a un atteggiamento possibilista da parte della Cgil verso un accordo che per molti versi rappresenta una svolta nella storia delle relazioni industriali. Vediamolo da vicino. Secondo il piano della Fiat tutti dovranno lavorare a rotazione su tre turni giornalieri di otto ore, e solo l´ultima mezz´ora sarà dedicata alla refezione. Inoltre, la settimana lavorativa sarà alternativamente di sei e di quattro giorni, mentre l´azienda potrà richiedere 80 ore di straordinario annuale a persona senza bisogno di preventivo accordo sindacale e con un minimo preavviso. Capisaldi di questa intesa sono anche la contrazione della pausa da 40 a 30 minuti e il possibile recupero di perdite di produzione dovute a qualsiasi motivo anche nella mezz´ora di fine turno o nei giorni di riposo. L´altro elemento qualificante dell´accordo è un minuzioso controllo tramite computer per calcolare e verificare i movimenti che un operaio deve compiere.
Se Pomigliano viene salutato da Tremonti come un nuovo e positivo modello di relazioni industriali, dal Pd segnali di preoccupazione. «La discussione in cui è impegnata una parte del sindacato – ha detto Stefano Fassina, responsabile economico del Pd – è una discussione seria, perché la soluzione Fiat a Pomigliano mette in primo piano un´acuta contraddizione tra occupazione e diritti dei lavoratori. La competitività delle imprese è importante, ma i diritti e la dignità del lavoro non possono essere la variabile compensativa delle rendite e degli interessi corporativi difesi dalla destra di Sacconi, Tremonti e Berlusconi». Fassina auspica comunque «che il senso di responsabilità prevalga e l´investimento Fiat vada avanti come previsto. Tuttavia il governo rischia di dare una pericolosa dimensione politica alla richiesta di deroghe sul diritto di sciopero incluse nel documento conclusivo della casa automobilistica».

La Repubblica 14.06.10