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"Il presidente della Corte dei conti Lazzaro: norme troppo severe", di Sandra Cardi

Troppo severi con la scuola. A dirlo il presidente della Corte dei conti, Tullio Lazzaro, che nel corso dell’audizione in commissione bilancio al senato ha fatto le pulci alla manovra finanziaria. Puntando l’indice contro le misure sulla scuola. In particolare contro il mancato riconoscimento del merito e la relativa deviazione di risorse dal bilancio dell’istruzione su altro capitolo. Quello dei debiti che lo stato ha maturato nei confronti degli istituti scolastici e che, in assenza di modifica al dl finanziario, verranno pagati utilizzando appunto il merito (si veda Italia Oggi di martedì scorso).

La mancata assegnazione del 30% delle economie derivanti dai tagli al settore previsti dalla legge 133/08, per un impatto finale di circa 8 miliardi di euro, si configura come un ulteriore manovra sugli stipendi dei dipendenti scolastici, in aggiunta a quella derivante dal blocco del contratto e degli scatti di anzianità. Tutto dipende, spiega Lazzaro, dalla sterilizzazione della contrattazione nazionale per il triennio 2010-2012 che determina la «disapplicazione del meccanismo che (…) prevedeva (_) la riassegnazione alla contrattazione integrativa di parte dei risparmi conseguiti per la valorizzazione e lo sviluppo professionale delle rispettive carriere». Tali disponibilità, nell’anno in corso circa 300 milioni di euro, sono ora destinate al ripianamento dei debiti pregressi delle istituzioni scolastiche ed al finanziamento delle spese relative alle supplenze brevi, recita la manovra.

In questo modo va a farsi benedire anche la «effettiva valutazione del merito individuale e dei risultati conseguiti nello svolgimento dell’attività didattica», dice Lazzaro, come invece prevedeva la riforma Brunetta. E come a lungo aveva annunciato lo stesso ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini. Riforma che ora resta sulla carta.

ItaliaOggi 15.06.10

Debito pubblico, aumento senza fine

Conti pubblici che vanno sempre peggio, con il debito che supera i 1.812 miliardi di euro, record mai raggiunto, mentre i soldi incassati dal fisco calano.
E’ chiaro che serve una manovra correttiva, peccato che se ci troveremo a pagare è per gli errori del governo Berlusconi che in due anni ha fatto crescere la spesa corrente e ha rinunciato a combattere l’evasione fiscale. E ora l’errore più grande è l’impostazione della nuova manovra, squilibrata su tagli indistinti che si tramutano in meno servizi, meno fondi a regioni,province, comuni ed un conto salatissimo per i cittadini.

Secondo i dati contenuti nel bollettino delle entrate tributarie diffuso dal Dipartimento delle politiche fiscali, nei primi quattro mesi del 2010 le entrate tributarie sono state pari a 108,8 miliardi di euro, in calo di 1,3 miliardi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-1,2%).
E nel solo mese di aprile le entrate si sono attestate a 25,122 miliardi, in calo di circa il 2,5% rispetto ai 25,771 miliardi di aprile 2009.

E’ assurdo, ma il vicepresidente vicario dei deputati del Pd, Michele Ventura, deve rilevare come “nel giorno in cui i dati che arrivano da Bankitalia ripetono che gli indicatori di finanza pubblica italiana non sono affatto positivi, Frattini annuncia che l’Italia è pronta a negare il suo consenso all’intero documento di strategia contro la crisi, giovedì al vertice Ue, se non ci sarà un riferimento al debito aggregato. L’esecutivo – ammonisce – si assuma la responsabilità di aver condotto una politica economica sbagliata e non cerchi nelle virtù delle famiglie e delle imprese italiane meriti che non ha”.

E i virtuosi vengono bastonati. Che cosa vuol dire avere 1.812,790 miliardi di euro di debito? Adusbef e Federconsumatori denunciano che il record del debito pubblico pesa per 30.200 euro sulle spalle di ognuno dei 60 milioni di residenti e per 82.400 euro sulle spalle di ogni famiglia.

Commentando i dati diffusi da Bankitalia le associazioni parlano di “una mina vagante destinata a crescere, sia per la crisi economica prodotta dai bankster e dagli oligarchi che difendono le loro rendite con le unghie e con i denti senza mai pagare il conto, che per le politiche economiche del centrodestra, che non hanno messo in campo alcuna misura per una sua riduzione”.

Invece il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, ha la faccia tosta di dire che il dato sul debito ”non preoccupa, è inerziale. E la manovra è fatta proprio per questa inerzialità” ha commentato il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, a margine di un convegno sulla manovra. ”E’ chiaro – sottolinea il ministro – che con i periodi di crisi salgono le spese per il welfare e quindi queste vanno ad appesantire il debito. L’indice da tenere sotto controllo – aggiunge Brunetta – è il deficit. Bisogna controllare e tornare a fare avanzo primario”.

Ma invece è proprio inerziale l’aggettivo che più si adatta al salasso da 24 miliardi del governo.
Il documento di analisi della manovra del PD, che presenta anche le proposte che saranno al centro della manifestazione del 19 giugno a Roma è chiaro: “Va ricordato che il Governo Berlusconi, a maggio 2008, ha ereditato un quadro di finanza pubblica ricondotto su binari di sostenibilità, dopo il deragliamento causato dal Ministro Tremonti nel periodo 2001-2006. Infatti, il Governo Prodi a maggio 2006 trovò una procedura di infrazione aperta dalla Commissione Europea per deficit eccessivo e un debito pubblico in risalita dopo 13 anni di calo. Dopo due anni, il centrosinistra consegnò al Governo Berlusconi-Tremonti un bilancio pubblico con un saldo primario strutturale al 2% ed un debito ricondotto in discesa. La forza del risanamento avviato è documentata dal risultato di indebitamento 2008: nonostante la contrazione dell’economia (-1%), l’assenza di interventi correttivi in corso d’anno e l’abbandono della lotta all’evasione, il deficit 2008 si è fermato al 2,7% del Pil”.

Poi cosa hanno fatto per due anni di fila? Il documento lo ricorda:

a. l’eliminazione delle misure di contrasto all’evasione fiscale introdotte dal Governo Prodi e il dimezzamento delle sanzioni per l’evasione accertata;

b. il “salvataggio” dell’italianità di Alitalia;

c. la completa eliminazione dell’Ici sulla prima casa per i nuclei familiari a reddito e patrimonio più elevato;

d. gli incentivi fiscali al lavoro straordinario quando già; incominciava a moltiplicarsi il ricorso alla Cassa Integrazione;

e. la riduzione delle compensazioni fiscali alle banche per le perdite su crediti inesigibili in una fase segnata dalla contrazione dell’offerta di liquidità alle piccole imprese

In sintesi, la manovra presentata dal Governo Berlusconi-Tremonti non ha il fine di migliorare gli obiettivi di deficit e debito pubblico in risposta alle turbolenze europee ed internazionali e non tiene conto neanche del fatto che il quadro macroeconomico è peggiore di quello ipotizzato nella Nota di Aggiornamento al Programma di Stabilità e Crescita inviato a Bruxelles a gennaio 2010.
La Relazione Unificata per l’Economia e la Finanza Pubblica, del 6 maggio 2010, afferma in modo chiaro che “gli obiettivi programmatici di indebitamento netto restano fermi al 3,9% del Pil per il 2011 e al 2,7% per il 2012 …. il mantenimento degli obiettivi individua una manovra correttiva sul saldo primario pari, in termini cumulati, a circa 1,6 punti percentuali di Pil nel biennio 2011-2012”.

Obiettivi fermi, sacrifici sempre maggiori, senza il coraggio di ammettere gli errori. L’aumento del debito pubblico è la dimostrazione del fallimento delle politiche economiche del governo e della linea di Tremonti. Non basta che decine di migliaia di operai, insegnati, impiegati pubblici, ricercatori e studenti si mobilitano in tutta Italia contro i tagli e le disattenzioni del governo. Il PD sabato sarà al Palalottomatica anche per loro.
Intanto con i dati della Banca d’Italia ecco che dopo il danno arriva la beffa: il governo che nega i finanziamenti agli enti locali, che attacca le tutele del lavoro e che fa carta straccia addirittura della scuola pubblica, si dimostra ultra fallimentare sulle politiche di bilancio e sulle politiche fiscali. E peggiora la situazione con una manovra sbagliata.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

Intercettazioni, nessuna forzatura dei tempi

Dario Franceschini scrive al presidente della Camera: il Pd non accetterà forzature sui tempi per esaminare il ddl sulle intercettazioni e in base al regolamento non potrà andare in Aula prima di settembre. Fini risponde: “Rispetteremo il regolamento”

Il Pd non accetterà forzature sui tempi per esaminare il ddl sulle intercettazioni e in base al regolamento non potrà andare in Aula prima di settembre. Così il capogruppo alla Camera, Dario Franceschini ha iniziato la sua lettera indirizzata a Gianfranco Fini con cui, a nome del Pd, ha chiesto il rispetto delle regole e dei tempi per l’approvazione del ddl intercettazioni.

In effetti dopo i diktat del presidente del Consiglio e il conseguente voto di fiducia al Senato, i dubbi su una nuova forzatura fatta dalla maggioranza erano davvero più che evidenti. Ad oggi, non solo si profila la promulgazione di una legge sbagliata, ma si accelera l’iter senza nessuna valida motivazione. Davvero non si capisce come il ddl intercettazioni possa essere una priorità rispetto alla soluzione della crisi economica e la costruzione della manovra finanziaria.

La risposta del Presidente della Camera non si è fatta attendere. Fini ha ribadito il “pieno rispetto del regolamento della Camera” nello svolgimento dei lavori. Verranno dunque garantiti in pieno i Regolamenti parlamentari per consentire un’approfondita discussione del ddl intercettazioni,

Nella replica si legge: “desidero farle presente come da parte di questa presidenza sia stato sempre assicurato, e lo sarà in futuro, il corretto svolgimento dei lavori parlamentari in sede di esercizio della funzione ad essa assegnata dell’articolo 8 del Regolamento nel puntuale rispetto delle norme regolamentari che disciplinano il procedimento legislativo”.

Una voce stonata si è intromessa nel dialogo tra Franceschini e Fini: è stata quella di Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati della Pdl che ha ribadito che per lui il ddl sarà legge già ad agosto, magari sotto l’ombrellone! Magari anche in silencio così non se ne accorge nessuno.

“Cicchitto si rimetta alla discussione libera del Parlamento secondo le procedure che Fini vorrà e dovrà garantire. Glielo consiglio vivamente”. Questo è stato il primo commento del segretario Pier Luigi Bersani alle dichiarazioni di Cicchitto.

“Franceschini – ha ricordato Bersani – ha chiesto che non ci siano forzature sui tempi e sul regolamento; Fini ha detto che verranno rispettate le procedure regolamento; Cicchitto dice che sarà legge entro agosto. Secondo lui, quindi, non ci saranno modifiche alla Camera. Cosa intende? che dobbiamo andare la’ ad alzare la mano? Lui non sa a cosa va incontro; su una cosa di questo genere non si sognino neanche di non dare i tempi per la discussione, perché veramente saremo oltre il limite”.

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Questo il testo della lettera di Dario Franceschini

“Il Pd non accetterà nessuna forzatura sui tempi per esaminare il ddl sulle intercettazioni e in base al regolamento non potrà andare in Aula prima di settembre. Il ddl arriva alla Camera per la terza lettura: e’ stato un anno e 15 giorni al Senato e prima ancora 11 mesi a Montecitorio. Essendo per di più peggiorato nei suoi contenuti noi chiediamo che sia discusso approfonditamente come prevede il regolamento”. Secondo gli articoli 24, 49 e 81 del regolamento di Montecitorio, “il provvedimento dovrà stare due mesi in commissione prima di andare in Aula, dovrà essere approvato con voto segreto, come in prima lettura e infine non si potranno contingentare i tempi”.
“Non si pensi di soffocare i tempi di discussione fissando il dibattito generale a giugno in modo da poter contingentare i tempi a luglio”, anche perchè per calendarizzare le intercettazioni a giugno “occorrerebbe una modifica del calendario che richiede una maggioranza qualificata nella conferenza dei capigruppo e, dal momento che senza il nostro consenso non si può fare, l’unica strada sarebbe quella di una decisione monocratica del presidente della Camera”.
“Oggi stesso inviero’ una lettera a Fini che deve distinguere il suo ruolo politico di leader della minoranza del Pdl da quello istituzionale. Mi auguro che Fini, che pure ha condiviso una mediazione sul ddl che per noi e’ inaccettabile, si ricordi che c’e’ una distinzione dei ruoli. Noi non accetteremo forzature sui tempi come è successo per il lodo Alfano, ma sono convinto che così non sarà comunque noi vigileremo perchè sia rispettato il regolamento fino all’ultima virgola, e questo significa che il ddl intercettazioni non potrà andare in Aula prima di settembre”.

A.Dra da www.partitodemocratico.it

Il Polemista «Chi slega la Lega?»

Berlusconi corre ai ripari per difendere l’onore dell’Italia dopo le sparate leghiste sul tricolore. Barzellette per nascondere come la Lega si senta davvero sopra alla regole…italiane – Il Polemista
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Per fortuna che Silvio c’è! E questa volta non è il testo di una splendida canzone autocelebrativa. Silvio Berlusconi, in Bulgaria prima e in Libia poi, riesce a ridare lustro al Tricolore dopo che ministri e governatori leghisti, in diverse forme, hanno provato ad appannarlo.

Veniamo ai fatti. Prima di tutto c’è stato l’attacco ai giocatori della Nazionale di calcio: Maroni e la sua miracolata tessera del tifoso hanno aperto il campo alle micchette bagnate di Calderoli che ha chiesto ai giocatori di rinunciare ai premi vittoria. Poi è stato il momento di Flavio Tosi, sindaco di Verona, tra i più puri della filosofia del “durismo” della Lega. Per lui le regole del codice della strada non esistono e la “sua” Audi 6 ha il permesso di seguire regole che nessun automobilista potrebbe permettersi. Nel giro di poche giorni è riuscito a farsi beccare per eccesso di velocità, sosta vietata in zona rimozione, targa parzialmente ricoperta da un adesivo. Il primo cittadino è riuscito però a trovare il coraggio di querelare chi lo accusava sostenendo che la macchina andava a 180 km/h solo per motivi di servizio. Poi ha dichiarato che l’Audi 6 non è sua e neppure del Comune ma del signor Vicentini, concessionario Audi per Verona, che in comodato d’uso gratuito ha fornito la vettura. Giusto per la cronaca, segnalo che l’adesivo che oscura la targa è quello con il simbolo della Padania leghista. Dettagli, solo dettagli…

Il colpo finale è arrivato dal neo governatore del Veneto, Luca Zaia è al centro di una polemica incresciosa sull’inaugurazione di una scuola a Fanzolo di Vedelago (TV). Nessun inno di Mameli, o almeno nessuno si ricorda di averlo sentito. Solo il Va’ pensiero di Verdi, simbolo lirico della Padania libera. L’ex e mai rimpianto ministro dell’Agricoltura, quello dei panini “made in Italy” del McDonald per intenderci, ha confermato la politica statutaria della Lega. Intransigente nei week end e menefreghista nei feriali. Ai colleghi del governo che lo accusavano di un “fatto grave” (Ignazio La Russa) e di “oltraggio alla nazione (Andrea Ronchi), ha risposto con classe: “è meglio che si prendano un po’ di vacanze e si riposino il cervello”. Figuriamoci come sarà stato contento il ministro della Difesa dell’invito ad una bella crociera rilassante. Da fonti non confermate, pare che La Russa abbia chiamato il generale di Stato Maggiore per adunare le truppe di terra e ordinato alla “Editrice giochi” di modificare la cartina politica del Risiko e scorporare il Veneto dal resto dell’Italia: “dichiaro guerra a Zaia con 5 carri armati neri e tiro i dadi”. Ovviamente nei piani di La Russa e il generale, c’era anche lo studio di trovare delle carte bonus nel caso la sfortuna colpisse i dadi!!

Poi avvisato che era già lunedì, Zaia ha cambiato rotta annunciando che al mondiale tiferà Italia, che il Tricolore è “un presidio nazionale e anche un logo, un brand che funziona benissimo all’estero”. Un brand???? Cosa è il Tricolore?? E la M gialla di McDonald dove la vuole mettere sul verde, sul bianco o sul rosso? Ketchup o maionese? Scusi mi dia pure un menu per bimbo e non si dimentichi il gadget di Alberto da Giussano!
Ma qualcuno deve subito avergli fatto cambiare idea con uno scherzo: “Luca guarda che nell’antico calendario celtico oggi è ancora domenica!”. Di nuovo week end e nuova trasformazione di Mr. Hyde: “In Veneto 7 su 10 parlano e pensano in dialetto. La lingua materna non la puoi disconoscere. E poi non capisco: se vai in tv e parli romano, è slang italiano. Se parli veneto o bergamasco, sei un provocatore”.

Dopo il brand ora lo slang! Per me l’unico errore commesso da Zaia è l’italiano, altro che slang! E poi se parli in veneto o bergamasco non sei un provocatore. Non ti capisce nessuno! Punto.
E così quando neppure il Giornale e il suo co-direttore Sallusti erano riusciti a gettare acqua sul fuoco, qualcuno è stato costretto a chiamare Silvio in missione, per conto suo, in Bulgaria. “Capo pensaci tu, insomma inventa una delle tue che qui in Italia stiamo messi male!”

E per fortuna che Silvio c’è: il premier bulgaro Boiko Borisov è diventato più semplicemente l’amico Boris e via con battute e barzellette. Oddio non troppo spinte visto che Borisov è un campione di karate e ex guardia del corpo. Il sogno americano dall’Italia è arrivato in Bulgaria: se un animatore da crociera è diventato padrone dell’Italia figuriamoci cosa può fare una ex guardia del corpo in Bulgaria.”Sai Boris – ha detto Berlusconi – ho la fila di donne che mi vogliono sposare e si capisce: ho la grana, non sono scemo e sono ancora giovane. Ma non mi arrendo!”. Grosse risate…
Ma la svolta bulgara non riusciva a soffocare gli eco italo-padani. Silvio di nuovo indossava l’abito del super eroe e volava in Libia a discutere con Gheddafi. Con la liberazione dell’ostaggio svizzero anche questa missione si concludeva con un successo. L’Italia e il suo prestigio tornavano grandi.

PS: da una delle ultime intercettazioni, prima che vengano messe al bando da questo saggio governo, si è potuto decifrare i momenti salienti del discorso di Berlusconi con Gheddafi. “Gheddì, ci stanno un francese, un inglese e un italiano di origine napoletana. Parte l’inglese e dopo un po’ si spaventa tantissimo e alla fine non ce la fa! Poi è il turno del francese e anche lui non ce la fa. Poi tocca all’italiano che lo guarda e gli dice: “…e io ti spalmo sul panino”! Grosse risate…

PS: il traduttore italiano-arabo è latitante. È stato condannato all’ergastolo per essersi rifiutato di tradurre le ultime parole di Berlusconi.
Cribbio

da www.partitodemocratico.it

Superiori a rischio in 4 Comuni, Il Pd interroga la Gelmini

Se non si corre ai ripari i ragazzi di Fiumalbo, Frassinoro, Pievepelago e Riolunato rischiano, dal prossimo anno scolastico, di non avere una scuola superiore statale. Gli istituti paritari “A.Barbieri” di Pievepelago cesseranno la loro attività a partire dal prossimo anno scolastico. Se non si corre ai ripari i ragazzi di Fiumalbo, Frassinoro, Pievepelago e Riolunato rischiano, dal prossimo anno scolastico, di non avere più una scuola secondaria superiore statale. La questione è arrivata in Parlamento, grazie a un’interrogazione presentata dai quattro deputati modenesi del Pd: Manuela Ghizzoni, Ricardo Franco Levi, Ivano Miglioli e Giulio Santagata.

I parlamentari chiedono al ministro Gelmini quali provvedimenti, e in che tempi, intenda adottare il ministero “per l’istituzione di una scuola secondaria nel Comune di Pievepelago in sostituzione degli istituti paritari A.Barbieri”.

La scuola era nata per colmare una carenza di offerta formativa in montagna e per consentire di proseguire gli studi a molti ragazzi e ragazze che per raggiungere il polo scolastico più vicino, quello di Pavullo nel Frignano, dovevano sobbarcarsi ogni giorno 40 Km di strada di montagna.

La crisi economica che ha colpito duramente le famiglie, in particolare nelle aree montane, ha avuto ripercussioni anche sulla scuola (la quota annuale di iscrizione varia dai 3.500 ai 4.500 euro annui) che dunque, anche a causa dei deficit registrati nel corso di questi anni chiuderà la sua attività con il prossimo anno scolastico.

I Comuni di Fiumalbo, Frassinoro, Pievepelago e Riolunato hanno già investito del problema la Comunità montana del Frignano e la Provincia di Modena. Le due istituzioni condividono la proposta di avviare la procedura di statizzazione degli istituti Barbieri. Ipotesi sulla quale hanno dichiarato il loro interesse anche il provveditore agli studi di Modena e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi.

I parlamentari del Pd, visto il poco tempo a disposizione, sollecitano il governo a intervenire al più presto per evitare che i quattro Comuni dell’Appennino modenese perdano una scuola che in questi anni ha risposto a “un’importante esigenza formativa”.

"Il cortile leghista", di Francesco Merlo

La colpa è del portavoce, come nella più trita tradizione del peggiore politichese. Ma un leghista vigliacco che nasconde il proprio estremismo, uno Zaia pudico che si vergogna del proprio ciarpame anti-italiano, un capo lumbard che si impicca al proprio opportunismo è un inedito. È un salto nell’evoluzione della specie padana. Insomma eravamo abituati al leghista “ce l’ho duro” e qui scopriamo invece che Zaia ha duro solo il portavoce.

L’episodio, comunque sia andata, è un piccolo concentrato di miserie, ma è ricco di significati. Il governatore del Veneto Luca Zaia è andato a inaugurare una scuola elementare nella provincia di Treviso. Ebbene, i garzoni che gli stanno intorno hanno subito ordinato, ovviamente a suo nome e per suo incarico, di sostituire l’inno di Mameli con il “Va’ pensiero”. Ed è inutile ricordare che nessuno in Italia predica retoriche sacralità musicali e che in tutto il mondo gli inni sono solo le spezie dell’identità nazionale, tanto più per gli italiani di oggi che non sono certo malati di patriottismo e di fanfare. E d’altra parte “Va’ pensiero” non è “Faccetta nera” e dunque eseguirlo o ascoltarlo non è un’offesa per nessuno dei nostri simboli nazionali, ma è anzi un godimento dello spirito.
E va bene che Zaia è il più elegante dei leghisti, non ha l’aria zotica e selvaggia che, in misure e con “stili” diversi, caratterizza Bossi, Maroni, Calderoli e Borghezio. Persino nel parlare Zaia è più sobrio, non impreca e non sbuffa, non gli si ricordano inviti a gettare la bandiera nel gabinetto né insulti grevi alle istituzioni di Roma ladrona. Delle due anime della Lega sino a ieri pensavamo che Zaia interpretasse più quella amministrativa che quella secessionista. Però nessuno Zaia, nessun leghista, neppure in versione “moderata”, riuscirà a rendere anti-italiano il coro del Nabucco che fu la colonna sonora del Risorgimento. E non ha nemmeno senso confrontare le note e le parole di un inno nazionale con un qualsiasi capolavoro della lirica. L’idea che il coro del Nabucco sia diventato padano e l’inno di Mameli sia oggi degradato a romano è una volgarità da smascherare perché è sciocco prendere un grande classico della immensa tradizione italiana e contrapporlo a delle facili note che non rappresentano l’eccellenza della nostra musica, ma la nostra identità nazionale.

D’altra parte, chi dirige una scuola, un’orchestra o solo un coro ricordi che, invece di polemizzare a cose finite, si può anche disobbedire a un governatore (meglio ancora, al suo portavoce) e suonare le note previste dal programma e dal galateo istituzionale. Senza iattanza, senza volontà di sfida. Se infatti il presidente della Regione Veneto, nelle sue funzioni di governo, ordina di non suonare l’inno nazionale compie un gesto eversivo in evidente spregio del suo ruolo, si abbandona ad uno sfogo da osteria, commette un’irriverenza grave innanzitutto verso se stesso, e persino si macchia di una cattiva azione contro il proprio paese.

Il primo ad accorgersene è stato infatti lo stesso Zaia che, criticato da La Russa e dai ministri della sua stessa maggioranza, si è pentito, ha negato, si è imbrogliato e ha infine lasciato la responsabilità dell’episodio sulle spalle del portavoce, anche se tutti sanno che la funzione del portavoce è quella di non avere voce, di non parlare mai per sé, di indossare gli abiti di Zaia per far credere al mondo di essere Zaia. Insomma nessuno pensa davvero che un portavoce possa staccarsi dalla voce che lo sostanzia. E da sempre in Italia quella del portavoce intemperante è solo una povera furbata, una piccola viltà da politico ventriloquo. E tuttavia l’inno non cantato per ordine di Zaia rivela anche che proprio quell’oltraggiata marcetta di Mameli, che sino a qualche anno fa nessuno di noi ascoltava con passione, è cresciuta così tanto nel sentimento nazionale che adesso davvero funziona come segno di forza della patria. Al punto che si nega all’inno chi vuol negarsi all’Italia.

Bisogna dare atto all’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che con Mameli si imbarcò nella più ambiziosa e faticosa delle sue imprese presidenziali, di avere “lanciato” l’inno proprio contro la fermentazione del localismo tellurico dei vari Zaia, per sedare le rivolte del cortile leghista, per fare attecchire l’amore di patria nel paese dell’assenza di patria. Ebbene, la doppia cafonaggine di Zaia è la prova che Ciampi ce l’ha fatta. L’inno è diventato un inno. Altrimenti Zaia non ne avrebbe chiesto la sostituzione e soprattutto non si sarebbe vergognato di averla chiesta. Altro che “Va’ pensiero”! Quello di Zaia non è un pensiero che va, ma un pensiero che scappa, un cattivo pensiero che si nasconde.

La Repubblica 14.06.10

"Attenti al cemento. Ogni giorno persi mille ettari di terra", di Franco Binello

E’ un grido d’allarme finora rimasto inascoltato. «Ogni giorno in Italia scompaiono quasi 1000 ettari di suolo destinato all’agricoltura: produzione agroalimentare, turismo e ambiente». Ma Vittoria Brancaccio, simpatia tutta napoletana (è di Sorrento) e battagliera presidente di Agriturist, l’associazione agrituristica di Confagricoltura (riunisce circa 5 mila aziende) insiste su una battaglia che si annuncia non solo professionale, ma che potrebbe diventare il manifesto di una nuova filosofia cultural-agricola. «Tutti convengono sulla necessità di rilanciare il turismo valorizzando i nostri paesaggi e l’offerta enogastronomica; tutti concordano sulla necessità di tutelare le produzioni agricole italiane e di conservare il nostro patrimonio ambientale per difenderci dall’inquinamento e favorire l’ossigenazione dell’aria. Ma pochi sanno che tutto questo è fuori della realtà» annota. E spiega, dati alla mano: «In 25 anni, fra il 1982 e il 2007, abbiamo perso 3,1 milioni di ettari di superficie agricola utile (Sau) e 5,8 milioni di ettari di superficie agricola totale (Sat) – sulla base di dati Istat – Parte di questa terra sottratta all’uso agricolo è stata convertita in bosco, ma 1,8 milioni di ettari sono stati mangiati irreversibilmente dal cemento, al ritmo medio di 200 ettari al giorno».

Ma ad inquietare è il silenzio «assordante» del mondo politico italiano sul tema. «In Germania – ricorda la lady di Agriturist – dal 1999 vige una legge che obbliga, per nuove costruzioni, a recuperare almeno il 70% di suolo già urbanizzato, e in Inghilterra una normativa simile ha permesso la successiva crescita urbanistica di Londra senza rubare un solo ettaro alle campagne circostanti. E sono leggi che portano nomi importanti: Merkel, Blair. Noi abbiamo scritto a Berlusconi, provato a portare la questione in Senato, cercato di sensibilizzare “trasversalmente” gli esponenti dell’arco parlamentare, ma devo dire finora con scarsi risultati. Evidentemente ci sono argomenti più interessanti sul piatto da esaminare». E avvisa: «Autorevoli studi di urbanistica affermano che, quando saranno realizzati i piani di sviluppo territoriale già approvati dai comuni per i prossimi anni, il ritmo di sottrazione di suolo all’agricoltura segnerà un’ulteriore rilevante accelerazione». E non si tratta soltanto di terreni incolti che diventano «preda» della cementificazione, ma anche della realizzazione di infrastrutture che in qualche modo limitano o alterano il normale equilibrio agro-turistico. «La nostra prima richiesta che è anche un po’ uno slogan è quello di avere aziende dagli “orizzonti lunghi”». Il sogno di un paesaggio a misura d’uomo, il più possibile lontano da una visione «condominiale» del territorio.

La Stampa 14.06.10