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"La democrazia bendata", di Adriano Prosperi

Con la legge sulle intercettazioni sta passando in Italia una aggressione senza precedenti a due pilastri dello stato di diritto: l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e la libertà di informazione e di opinione. La legge varata dal Senato tura le orecchie della giustizia.
E tura gli occhi dei cittadini davanti alle prove della criminalità più influente e pericolosa, quella del potere politico. Si scioglie il vincolo che lega il diritto e lo Stato: come ha scritto lo storico Wolfgang Reinhard nella sua Storia dello Stato moderno (Il Mulino, 2010), in origine il diritto e lo Stato non avevano lo stretto legame che oggi li unisce: per il diritto contava la giustizia, per lo stato contava il potere. Il legame si scioglie quando l´uso brutale o astuto del potere fa del diritto uno strumento unilaterale di dominio e ne cancella la componente “dal basso”, cioè le convinzioni morali e le consuetudini diffuse nella società.
Oggi l´Italia mostra al mondo come si fa a dissolvere lo Stato di diritto senza ricorrere alla violenza, senza bisogno di quel “rumore di sciabole” che abbiamo tante volte creduto di sentire nel cinquantennio passato. L´argomento del potere è il mandato popolare a governare, ricevuto in sede elettorale e confermato dai sondaggi. La domanda da porsi è dunque una sola: poiché viviamo in un sistema formalmente democratico e non ci sono carri armati per le strade, che cosa impedisce una reazione da parte dell´opinione pubblica? È evidente infatti che senza un movimento forte e diffuso gli argini opposti dalla Carta costituzionale sono fragile difesa. Non per niente la mossa successiva già annunciata dal presidente del Consiglio è la modifica della Costituzione. Il che mostra quanto sia semplice e prevedibile il canovaccio a cui obbedisce lo scenario che stiamo vivendo.
La sovranità popolare affermata dalla Costituzione è una finzione giuridica: il popolo sovrano resta anche in Italia un principe senza scettro, come scrisse a suo tempo Lelio Basso. Basta una situazione di emergenza perché il potere politico faccia straccio della Costituzione, abolendola formalmente oppure logorandola e diffamandola ogni giorno (come oggi accade) tanto da farla morire nelle coscienze prima di sovvertirla formalmente. La situazione di emergenza in Italia c´è. La crisi finanziaria ha prodotto disoccupazione, tagli unilaterali dei servizi sociali, pressione sulle fasce più deboli (giovani, donne, lavoratori dipendenti). L´unità stessa del paese è sempre più una finzione, insidiata com´è dal progettato federalismo fiscale e prima ancora da un´ondata di egoismo locale che ha visto trionfare sotto etichette diverse il modello della Lega. Il consenso generale che premiò l´adesione dell´Italia all´euro esprimeva una speranza oggi languente: che al di là delle deficienze di legalità e di moralità del Paese si potesse investire nella costruzione di una grande realtà politica dotata di quella salda coscienza di sé e di quella più alta tradizione statale e giuridica che faceva difetto all´Italia.
Oggi l´ideale europeistico è offuscato. Da noi il vincolo di identificazione del cittadino col Paese, tradizionalmente debole, è intaccato da un´assidua picconatura del principio stesso di legalità: condoni, sanatorie, “scudi” per evasori, libertinismo e corruzione come metodo e sostanza del governare. Questo ci dà la risposta alla domanda iniziale: la coscienza civile del paese è oggi ridotta allo stremo, esposta – come in un celebre racconto di Mark Twain – a subìre il colpo di grazia. Dopo di che gli autori del delitto potranno governare nella definitiva sicurezza dell´impunità. Ci sono speranze che questo non accada? Le leggi fondamentali di un Paese vivono finché è desto e vigile lo spirito che le ha create. In Germania, paese che ha fatto tragica esperienza di quanto fragile fosse l´argine della Costituzione di Weimar, la Legge fondamentale del secondo dopoguerra ha previsto il diritto dei cittadini alla resistenza in difesa della costituzione (art.20, c. IV). Ma non ci facciamo illusioni: anche in questo caso si tratta di un muro di carta. La resistenza ha da essere un movimento di massa consapevole e ben guidato. E potrebbe guidarla oggi solo una opposizione che, cancellando le divisioni e i conflitti di gruppi dirigenti, si mostrasse finalmente capace di parlare al cuore del paese, risvegliando una coscienza civile che, per essere stata anestetizzata, corrotta, e addormentata, non è ancor morta.

La Repubblica 14.06.10

Tempo di consuntivi

Tra tanti valori negativi possiamo inserirne ancora uno positivo, la Consulta dei genitori?
Il 15 giugno segna il termine perentorio per l’approvazione del conto consuntivo. Ma non è solo un bilancio economico che ci aspetta e non è facile tirare le somme quando è davvero arduo portarle in pareggio. La scuola gestisce “anche” risorse… sempre minori, ma non è certo questa la sua funzione. Enuncia l’art.1 comma 1 del DPR 249/98, meglio noto come “Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria”: “La scuola è luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica”. Ed il DPR 275/99 ci illustra che l’autonomia “si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”.

Il regolamento di contabilità prevede però, in quanto tale, un consuntivo fatto solo di residui attivi e passivi, di fondo di cassa, di avanzo e disavanzo di amministrazione…

Non ci sono strumenti uniformi e codificati che ci permettano di verificare e valutare l’adeguatezza degli strumenti di istruzione e la loro efficacia. Anche in considerazione della non uniformità di un’azione educativa che debba tener giustamente conto della domanda e delle caratteristiche di apprendimento degli studenti.

Dopo le polemiche, i ritardi e i differimenti per l’approvazione del programma annuale, questo appuntamento sembra invece scorrere via, quasi un giorno come un altro, un formale adempimento, sopraffatto dalle proteste e dall’incertezza del futuro. Sembrano scomparse le buone pratiche, i buoni propositi per il nuovo anno.

Non mancano certo i motivi: dal taglio agli organici al numero di alunni per classe, dai residui attivi ai contributi volontari, dai tagli al tempo pieno al generale dissesto finanziario. Rispetto a tutto questo la scuola appare incapace di reagire, di riconvertire le proprie risorse, di ripensare e rivedere la propria progettualità e l’unica soluzione che si prospetta appare quella di chiedere ai genitori di compensare ai tagli in un momento di crisi che peraltro travolge tutti noi.

Non si può non riflettere sulla circostanza che questa situazione economicamente difficile e i suoi prevedibili sviluppi erano ben noti agli organi di gestione già dal 2007, senza che però si siano condivise strategie per fronteggiarli, iniziative per chiarirne gli effetti e per contenere i danni.

La scuola a “costo zero” di Lodi o di don Milani era fatta da “persone” e non da “cose”. Rappresentava ed era esempio di un “Valore” non suscettibile di quantificazione economica, ma che tuttavia “valeva” incommensurabilmente.

Non si può pensare che non esistono altre soluzioni, è possibile una diversa gestione che si preoccupi in primo luogo di “fare scuola” condividendo una strategia di razionalizzazione delle risorse.

Quando non si posseggono “cose” bisogna recuperare i “valori”. Non è una mai una ripartenza piangere ciò che si è perso. Lo è credere in qualcosa di nuovo e adoperarsi per esso. La ripartenza segue una frenata, come tristemente si “ri”costruisce da ciò che si è distrutto.

Ma intanto l’incapacità di condividere facilita e giustifica la prospettazione di nuove ipotesi organizzative del sistema scolastico dove sempre minore spazio viene lasciato ai reali protagonisti di quella che cessa di essere una “comunità” per spersonalizzarsi in una visione regionale che supera e annulla le esigenze della singola scuola.

Abbiamo costruito reti autostradali, ferroviarie, aeree per permettere e agevolare gli spostamenti reali, il collegamento fisico. La rete virtuale, informatica, consente comunicazioni più rapide, facili, velocissime, a grandi distanze, ma se pensiamo erroneamente possa costituire lo sola forma di contatto, bisogna riflettere sulla circostanza in fondo ci tiene anche fermi, magari seduti su una comoda sedia davanti a un monitor.

Anche il successo delle iniziative sembra misurato dal risalto mediatico delle stesse indipendentemente dall’effettivo conseguimento degli obiettivi sperati. Ma quali obiettivi?

E se una proposta di coordinamento e condivisione quale la Consulta, almeno finché esisteranno ancora organismi di rappresentanza, appare la via da percorrere, non si può non constatare la mancanza di volontà nel perseguirla e, giacché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, rischia di restare l’ennesimo sogno infranto, vinto dall’indifferenza, sopraffatto dalla gratificazione per riconoscimenti effimeri della durata di una stagione di protesta.

Un’altra opportunità che rimpiangeremo quando sarà perduta.

Ma anche uno dei pochi valori positivi da poter ancora inserire nel nostro consuntivo.

Genitori in Movimento
http://www.apritiscuola.it/genitori/inmovimento

"Grandi, medi e piccoli insieme farebbero grande l’editoria", di Domenico Procacci

Un maggior numero di attori e una diversa distribuzione delle forze darebbe più vivacità, agilità e una più ampia prospettiva a un mercato che «nega» il rischio e penalizza la sperimentazione. Un merito innegabile del Premio Strega è quello di accendere ogni anno, per qualche mese, una luce, un interesse che a partire dal premio stesso si allarga all’intero mondo dell’editoria italiana. È vero che sempre più «interesse» in termini giornalistici è sinonimo di polemica o peggio di gossip, ma nell’intervista di venerdì su queste pagine a Tullio DeMauro credo ci siano elementi per una riflessione più larga sullo stato delle cose.
Ritengo che lo Strega sia storicamente espressione e quindi riflesso della nostra editoria.Mi sembra anche che i correttivi adottati negli ultimi tempi dalla Fondazione Bellonci vadano nella direzione giusta,ma è della situazione più in generale dell’editoria che credo si debba discutere.
L’analisi che ne fa De Mauro, con la quale concordo in pieno, offre spunti seri. Nell’editoria italiana, un mondo sostanzialmente immobile, qualche raro movimento avviene con lentezza, gli equilibri sono quelli e tali restano nel tempo.
Se questi equilibri non si riproponessero nello Strega, ammettiamolo, sarebbe strano. Sarebbe anche bello, oltre che strano, ma bisogna lavorarci e, sarò un’ottimista, le parole di De Mauro mi fanno ben sperare. La responsabilità di questa impressionante staticità, a mio avviso, è di tutti. Forse, insieme alle eccezioni che ovviamente e per fortuna ci sono, gli unici a non essere imputabili di alcunchè sono proprio i grandi editori. Fanno il loro lavoro e non si lamentano. Se però pensiamo che un mercato più vario, meno concentrato sui grandi gruppi e con la presenza maggiore di piccoli e medi editori possa portare vitalità a questo settore, ecco non mi sembra si stia lavorando in quella direzione. A partire dagli autori, che se non hanno la fortuna di iniziare la carriera con un grande editore vedono l’arrivarci come un obiettivo, un processo di crescita logico quasi inevitabile. Essendo personalmente riconosciuto molto più come produttore di cinema che come editore (e a ragione) mi si permetta un parallelo. Dopo aver realizzato i suoi primi film con me Gabriele Muccino è stato avvicinato da Aurelio De Laurentis,un produttore sia allora che oggi
più grande e importante di me. Aurelio (che ha raccontato spesso questa storia) ha proposto a Gabriele di passare a lavorare con lui, Muccino è rimasto, abbiamo fatto L’ultimo Bacio e la mia società è cresciuta. Un esempio più recente: qualunque produttore oggi vorrebbe lavorare con Paolo Sorrentino, lui continua a farlo con i produttori con cui ha iniziato, e la loro sta diventano una delle realtà più interessanti del settore. È facendo un percorso con i propri autori che un editore può acquistare forza e muovere passi all’interno di un sistema, altrimenti ne resta ai margini, come avesse la missione di favorire l’ingresso a chi merita, rimanendo però lì, sulla porta. Anche gli agenti letterari sposano questa logica e non solo per gli scrittori italiani.
Ma è giusto che dopo tanto lavoro su un autore come Raymond Carver, Minimum fax lo perda a favore di un editore più grande? O che noi, Fandango, perdiamo i romanzi di David Foster Wallace e John Cheever? Forse sì, forse guardando solo ai numeri è giusto.Ma non ne sono così sicuro.
Alcuni autori già affermati hanno un proprio pubblico e se lo portano dietro, indipendentemente dall’editore che scelgono. E se l’attenzione di tutti coloro che possono contribuire alla fortuna di un libro si focalizzasse sul libro stesso a prescindere dalla forza del suo editore, forse tutta questa differenza non ci sarebbe. Parlo dei giornali, di chi decide gli spazi e di chi scrive, della critica letteraria, delle librerie, di come vengono esposti i libri, della decisione di dare fiducia a un titolo e tenerlo o renderlo in fretta al suo editore, di quanto sia diventato raro trovare nelle librerie qualcuno che legga e consigli. E parlando ancora di responsabilità anche i piccoli editori
secondo me ne hanno una parte. Anche loro accettano la stessa logica e vedono come un traguardo l’approdo al grande gruppo. Sembra essere quello il punto d’arrivo, il modo di risolvere tanti problemi e anche di monetizzare, come giusto, il lavoro faticoso svolto sino a quel momento. È una strada più che sensata, ma deve poter non essere l’unica possibile. Ho il forte timore, mentre scrivo, che questo mio intervento possa essere letto come un atto di accusa, o una lamentela. Non è affatto così. E per intenderci, non sono qui a teorizzare che «piccolo è bello» o demonizzare i colossi editoriali. I nostri grandi editori hanno al loro interno professionisti di altissimo livello che lavorano con passione autentica.
Quello che dico e che raggiunte certe dimensioni le responsabilità diventano enormi, c’è meno spazio per il rischio, la sperimentazione, a volte la ricerca. Questo resta in carico a chi può permettersi maggiore agilità, ma pochissimo margine di errore.Credo che uno scenario più ampio, più variegato, con un maggior numero di attori e una diversa distribuzione delle forze, darebben all’editoria italiana un respiro più ampio, una diversa vivacità, un maggior dinamismo e più prospettiva. Permetterebbe la creazione (e la visibilità) di più percorsi, che intrecciandosi contribuirebbero a costruire una politica culturale che è, temo, al momento una delle grosse mancanze di questo paese.

L’Unità 13.06.10

"Berlino verso la stangata sui ricchi", di Roberto Petrini

Tassa già decisa da Spagna, Francia e Regno Unito. L´Italia non la prevede. Siamo anche uno dei pochissimi Paesi a non colpire le rendite di tipo finanziario. L´euroausterity non è fatta solo di tagli alla spesa pubblica e sacrifici per gli statali, ma arriva anche l´aumento delle tasse. Per ora solo l´Italia sembra smarcarsi dalla nuova tendenza continentale, che attraversa trasversalmente destra e sinistra, e che per recuperare risorse e per dare il senso dell´equità alle manovre di bilancio, non esita a ritoccare le aliquote per i redditi alti, ad elevare il prelievo su rendite finanziarie, stock option e superstipendi. A rompere il tabu anche il governo di centrodestra tedesco di Angela Merkel: proprio ieri il ministro delle Finanze Schaeuble non ha escluso un aumento dell´aliquota Irpef più alta oggi ferma al 42%. Gordon Brown, prima di cedere il passo al conservatore Cameron, nei mesi scorsi aveva già provveduto ad introdurre una nuova aliquota massima del 50% oltre le 150 mila sterline di reddito e il nuovo governo non sembra intenzionato a fare retromarcia. I due leader socialisti di Spagna e Portogallo, Zapatero e Socrates, hanno già applicato o stanno per varare nuove aliquote sui redditi alti. Sarkozy, in Francia, ha dovuto annunciare un prelievo straordinario sui più ricchi. Solo in Italia l´aliquota sopra i 75 mila euro resta inchiodata al 43%.
In un periodo in cui la finanza è nel mirino per il ruolo avuto nella recente crisi internazionale, le grandi banche e i manager dagli stipendi d´oro non potevano rimanere fuori. La Francia e il Regno Unito hanno annunciato tasse straordinarie sulle banche, il Portogallo ha già varato un´imposta del 2,5% sugli utili degli istituti di credito. La Germania ha tassato le società energetiche: anche in questo caso il nostro paese, spiegando che il nostro sistema bancario non ha avuto bisogno di aiuti durante il crac del 2007-2009, ha evitato nuove addizionali sul credito.
Quanto alle remunerazioni speciali di banchieri e uomini della finanza, l´Italia – come dimostra un rapporto dello Studio Maisto di Milano – ha agito: nella manovra è stata introdotta una addizionale del 10% su bonus e stock options che superino di tre volte lo stipendio base ma che molti giudicano un´arma destinata a colpire solo una manciata di manager. Più dura la mano della Francia (che ha varato un´imposta straordinaria del 50% per i bonus oltre il tetto di 27.500 euro), del Regno Unito (che ha deciso un tassa del 50% oltre 25 mila sterline per i dirigenti di banche) e della Germania (che ha imposto un tetto ai compensi manager di banche salvate dallo Stato).
Mentre in Italia ancora si discute se uniformare al 20% le tasse su titoli di Stato e rendite finanziarie, in Europa i governi sull´onda della crisi si sono già mossi: in Spagna è stato varato un aumento dell´aliquota sui redditi da capitale dal 18 al 19-21%. In Portogallo è stata introdotta una tassa del 20% sulle plusvalenze azionarie, e una stretta è in atto in Inghilterra. Mentre in Francia si è preferito adottare una ritenuta alla fonte del 50% per chi si stabilisce nei paradisi fiscali.
Infine i redditi dei pubblici funzionari. In Italia i funzionari dello Stato sono stati sottoposti ad un prelievo del 5-10% oltre i 90 mila euro di stipendio annui. In Spagna, in Portogallo e Francia sono state introdotte misure simili. Forse non è finita qui e i tempi della Thatcher oggi sembrano preistoria.

La Repubblica 13.06.10

Errani: mobilitazione per una manovra più equa

Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, governatore dell’Emilia Romagna, sollecita una «manovra più equa» e sottolinea così la convocazione straordinaria della Regioni per martedì 15. «Spiegheremo, dati alla mano – sottolinea – ai cittadini, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni rappresentative del mondo produttivo, alle forze politiche e ai mezzi di informazione quali saranno le conseguenze della manovra recentemente varata dal Governo».
Dopo la conferenza si terrà un incontro con la stampa con tutti i governatori che parteciperanno all’incontro. Nel pomeriggio di martedì stesso incontreranno i rappresentanti delle forze economico-sociali.

«Nessuno mette in dubbio – ha spiegato Errani – la fase difficile attraversata dal Paese e la necessità di interventi finanziari adeguati, ma occorre costruire una manovra equa che coinvolga tutti i livelli istituzionali della Repubblica e che, soprattutto, abbia il minore impatto possibile sui servizi ai cittadini e alle imprese. Dopo gli incontri con le forze politiche, i capigruppo parlamentari di maggioranza e opposizione e dopo il confronto con le parti economico-sociali – ha concluso Errani – presenteremo le nostre proposte, partendo da una condivisa assunzione di responsabilità».

L’Unità 13.06.10

"Israele e il segreto nucleare", di Barbara Spinelli

Israele deve capire che ha pochissimo tempo per liberarsi dalle inferriate in cui si è ingabbiato. Difficile capire i pericoli che corre Israele ­ pericoli non nuovi, ma immensamente dilatati dall’assalto, in acque internazionali, alla flottiglia che il 31 maggio ha tentato di forzare il blocco di Gaza ­ se non si adotta uno sguardo lungo, che amplifichi le nozioni dello spazio e del tempo. Lo spazio più ampio è quello popolato da forze, in Medio Oriente, che sono in mutazione e tendono a divenire potenze decisive: l’Iran è una di queste, ma anche la Turchia. Il tempo più ampio sono i 43 anni in cui Israele è divenuto uno Stato che occupa in maniera permanente spazi non suoi, abitati da un popolo che aspira a emanciparsi dal colonizzatore e a farsi Stato. In questi 43 anni Israele ha goduto di uno speciale privilegio, e ad esso si è abituato: era l’unico Paese nucleare della zona, anche se lo negava, e l’atomica costruita nel ‘55-58 con l’aiuto francese ha funzionato da deterrente. Nessuno Stato arabo poteva oltrepassare certi limiti e mettere in forse la sua esistenza, grazie alla tutela dell’arma ultima che è la bomba.

Questa condizione di privilegio non poteva durare in eterno è infatti ora sta vacillando. Il desiderio iraniano di rompere il monopolio israeliano sul nucleare è antico, e precede l’avvento del regime teocratico a Teheran. L’America stessa ha tollerato il monopolio, sia pure faticosamente, e lo tollera di meno oggi che il suo potere globale si sfalda. Nei rapporti tesi fra Obama e Netanyahu c’è la questione atomica, non detta ma sempre più pensata.

Difficile alla lunga vietare ad altri attori l’arma, se la si concede a Israele. Difficile chieder loro di parlare vero, senza chiederlo a Israele. Obama aveva questo in mente, quando invitò il premier israeliano a partecipare alla conferenza sulla sicurezza nucleare del 12-13 aprile a Washington. Invito che Netanyahu declinò, credendo di immortalare in tal modo il proprio statuto di potenza nucleare opaca, che nega il possesso della bomba e, al massimo, parla di «opzione nucleare». La conferenza ha auspicato una zona denuclearizzata in Medio Oriente, pensando all’Iran ma anche a Israele. I motivi della non partecipazione si possono capire – Israele non ha firmato il Trattato di non proliferazione – ma rimanere assenti significa vietare a se stessi lo sguardo lungo, nello spazio e nel tempo, che urge in questo momento.

In Israele si parla poco della bomba e della centrale di Dimona. Mordechai Vanunu, il tecnico che lavorava a Dimona e ne rivelò l’esistenza, parlò di 200 testate in un’intervista al Sunday Times del 1986, e venne incarcerato per 18 anni, accusato di alto tradimento. Israele resta una democrazia, ma sull’atomica mantiene un segreto di natura autoritaria. I suoi esperti danno alla segretezza il nome di opacità. Lo storico Avner Cohen, autore di un libro importante sulla questione ( Israel and the Bomb , Columbia University Press 1998, rifiutato in Israele) sostiene che l’opacità è una «cultura chiusa in se stessa che non permette di pensare l’epoca della post-opacità». I responsabili dell’atomica si sono «abituati a lavorare nell’anonimato, immunizzati da critiche esterne». Il segreto nucleare è un paravento forse necessario in passato, ma che ora copre debolezze e gesti di follia politica.

La guerra dei Sei giorni, nel ’67, fu combattuta al riparo della bomba, ultimata tra la fine degli Anni 50 e i primi 60. Ma possedere la bomba senza ammetterlo ha finito col congelare il pensiero, dando a Israele l’impressione di un tempo immobile, di un monopolio non scalfibile. Congelamento accentuato dall’assenza di test nucleari. Per le altre potenze atomiche il test è stato un atto di trasparenza, oltre che di orgoglio o tracotanza. In Israele la dissimulazione ha consentito che la bomba restasse un deterrente puro, che mette paura senza uscire dall’irrealtà del simbolo.

La volontà dell’Iran di divenire una nazione nucleare (e in futuro una simile volontà turca) mette fine al simbolo dissimulato. La bomba comincia a farsi reale, forse usabile in caso di aggressione. È il risultato d’un monopolio contestato ma anche della politica dell’opacità, che molti leader arabi considerano un oltraggio. È anche il risultato della nuova fragilità delle forze convenzionali israeliane. La bomba è un deterrente efficace quando il suo uso è minacciato, ma non necessario. Quando è necessario, la deterrenza rovina. Le ultime guerre israeliane e l’assalto alla flottiglia hanno confermato tale fragilità. Inoltre Israele ha alle spalle una potenza Usa in declino, invischiata in guerre fallimentari, meno disponibile.

Tanto più grave è la delegittimazione di cui soffre lo Stato israeliano, soprattutto da quando Hamas ha vinto le elezioni del giugno 2007 ed è iniziato il blocco di Gaza. Una delegittimazione che tende a espandersi, non solo localmente ma mondialmente. Il nuovo potere regionale esercitato da Iran e Turchia è guardato con sospetto da Washington, ma in fondo tollerato. L’Iran è trattato come un reietto ma la Turchia resta membro della Nato, con cui esistono solidarietà preziose per Washington. Basti pensare allo strano gioco di scacchi in corso sull’atomica iraniana. Il 9 giugno, il Consiglio di sicurezza ha adottato sanzioni contro Teheran, con il consenso di Russia e Cina. Ma il 17 maggio, un accordo regionale di vasta portata era stato raggiunto tra Iran, Turchia e Brasile, in base al quale Teheran accettava di trasportare in Turchia 1200 chilogrammi di uranio a basso arricchimento, in cambio di 120 chilogrammi di uranio arricchito al 20 per cento da usare per il proprio reattore di ricerca medica. Quel che America, Europa, Russia non erano riuscite a fare per anni, due potenze medie l’hanno ottenuto rapidamente. Ma c’è di più: il 27 maggio, il ministero degli Esteri brasiliano ha reso pubblica una lettera inviata da Obama a Lula (e probabilmente al turco Erdogan) in cui l’accordo di Teheran veniva appoggiato, sia pure scetticamente. Le sanzioni lo hanno messo in sordina, ma forse non affossato.

In questo mondo in mutazione si muove Israele, sempre più ingabbiato dalle inferriate che si è fabbricato. Sempre più prigioniero della propria tendenza a considerare equivalenti due minacce che non lo sono: la minaccia alla sua legittimità, e alla sua esistenza. La prima va combattuta politicamente, e preliminarmente alla lotta per la sopravvivenza. Equiparare all’Olocausto l’atomica iraniana, e la rottura del monopolio sul nucleare, significa impedire a se stessi correzioni di rotta e sforzi di rilegittimazione. Se ogni correzione è rifiutata, niente ha senso: né la lotta alla banalizzazione della bomba, né l’uscita dall’opacità, né un negoziato con potenze nucleari in fieri, né, soprattutto, la soluzione del dramma palestinese. È quest’ultimo che consente a tanti Paesi di delegittimare continuamente Israele.

Se adotta uno sguardo lungo, Israele dovrà per forza scoprire che di tempo ne ha pochissimo, per cambiare radicalmente. Non può continuare a colonizzare terre quando anche il Papa denuncia l’occupazione, non può costruire sempre nuovi insediamenti, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, senza attrarre su di sé il risentimento non solo di Stati contigui ma della stessa America e dell’Europa. Quarantatré anni di colonizzazione hanno reso affannoso quello che ora le tocca fare: facilitare la nascita di un vero Stato accanto a sé, che renda il popolo palestinese non solo fiero ma infine responsabile, dunque anche imputabile.

Gli uomini di Netanyahu ancora si muovono nel mondo di ieri, quello dell’opacità e della sicurezza di sé. Nell’aprile scorso, il presidente del Parlamento Reuven Rivlin ha dichiarato preferibile uno Stato bi-nazionale, piuttosto che dividere Israele e Cisgiordania in due Stati separati. Altri la pensano allo stesso modo. Sono posizioni suicide. Perché se Israele incorpora gli arabi delle zone colonizzate, cesserà di essere uno Stato ebraico. Se non li incorpora, e continuerà a rendere impossibile lo Stato palestinese, cesserà di essere una democrazia. È questo il dilemma cui è condannato, terribile ma ineludibile.

La Stampa 13.06.10

Il pacco regalo di Tremonti «Mani libere per le imprese», di Bianca Di Giovanni

Arriva al convegno dei giovani imprenditori senza risorse da offrire, ma con una promessa: subito, già al consiglio della prossima settimana avrete la libertà di impresa. Subito una legge sulle liberalizzazione, poi la «blindatura» con la riforma costituzionale. Parola di Giulio Tremonti. Ma il pacchetto regalo non ottiene il successo sperato: il ministro non passa a pieni voti l’ «esame» degli imprenditori. Pochi minuti dopo il suo intervento, infatti, la presidente Emma Marcegaglia rilancia: «Vogliamo subito un tavolo per la riforma fiscale, che non può più aspettare». Insomma, si torna alle tasse, prima tanto sventolate e oggi completamente ignorate dal titolare del Tesoro, che non cita mai la partita tributaria. Chiaro che la crisi ha tagliato le ali a qualsiasi illusione fiscale. Ma il «piatto» che offre in questa manovra è davvero troppo misero. «Dobbiamo fare come la Germania – avverte la presidente – Rigore sì, ma anche crescita, scuola, ricerca e infrastrutture «. In Italia tutto questo manca. PROMESSA Il ministro inizia il suo intervento con una battuta bifronte. «Io non scendo in campo», messaggio velenoso a Luca Cordero di Montezemolo, e al premier, che sospetta continui complotti. Dopo l’incipit, Tremonti passa subito alla sua promessa. «Se non hai sussidi, almeno devi avere la libertà – riconosce – È inaccettabile che il nostro Paese abbia un tasso di libertà economica così basso». In queste condizioni, spiega Tremonti, è inutile «mettere benzina » (leggi: dare risorse), perché non si va da nessuna parte. Di qui la sua mission: rimuovere i blocchi. Cioè deregolamentare. Con una abilità quasi istrionica, Tremonti descrive un Paese che «è la replica post-moderna del medioevo, con gilde, dazi, decime» e invoca una rivoluzione liberale. Peccato che per anni il ministro ci ha erudito sui pregi di dazi e dogane e i mali del mercatismo liberale. Una vera illuminazione tardiva. Così come suona come una conversione sulla via di Damasco quel riconoscimento alle liberalizzazioni di Pier Luigi Bersani. «Va riconosciuta la sua generosa ambizione per la semplificazione nel 2006», ammette. Maora ci penserà lui: la prossima settimana in consiglio dei ministri si varerà un piano per abrogare vecchie leggi e semplificare le procedure. L’individuo potrà agire senza freni da parte di organismi pubblici, come è accaduto al piano casa bloccato dai veti regionali. Poi si penserà a modificare gli articoli 41 e 118 della Costituzione. «Il nodo va reciso – declama il ministro – Non si può sciogliere ».
RICHIESTE Tremonti pensa di averla scampata. Ma Marcegaglia chiede di più. Altro che deregulation generica. «Vogliamo le autorizzazioni in 90 giorni – insiste – Che si faccia una legge subito ». Quanto alla manovra, manca quella «scelta competitiva» a cui la Germania non ha rinunciato nonostante la crisi. Da noi «la manovra non dovrà essere spolpato dal Parlamento. Sarebbe un danno enorme, dev’essere rafforzata». Poi la sferzata al centrodestra. «Ha ragione Tremonti nel dire che le lenzuolate di Bersani non hanno funzionato – dichiara – ma per noi non hanno funzionato perché erano deboli. Le liberalizzazioni servono e notiamo che questa maggioranza sta tornando indietro su questo tema». Il messaggio finale è per la politica: quel ring che tanto ha tormentato la due giorni ligure. «Riconosciamo alla politica un ruolo importante – conclude Marcegaglia – Nessun Paese può vivere senza politica. Ma siamo per una politica alta, contro i costi e gli sprechi dei privilegi. La politica non si deve dividere, non deve litigare». Avvertimento a destra.

L’Unità 13.06.10