Latest Posts

"Il perché di una pagina bianca", di Ezio Mauro

Una prima pagina bianca, per testimoniare ai lettori e al Paese che ieri è intervenuta per legge una violenza nel circuito democratico attraverso il quale i giornali informano e i cittadini si rendono consapevoli, dunque giudicano e controllano. Una violenza consumata dal governo, che con il voto di fiducia per evitare sorprese ha approvato al Senato la legge sulle intercettazioni telefoniche, che è in realtà una legge sulla libertà: la libertà di cercare le prove dei reati secondo le procedure di tutti i Paesi civili – nel dovere dello Stato di garantire la legalità e di rendere giustizia – e la libertà dei cittadini di accedere alle informazioni necessarie per conoscere e per sapere, dunque per giudicare.
La violenza di maggioranza è qui: nel voler limitare fino all’ostruzionismo irragionevole l’attività della magistratura nel contrasto al crimine,
restringendo la possibilità di usare le intercettazioni per la ricerca delle prove dei reati. E nel voler impedire che i cittadini vengano informati del contenuto delle intercettazioni, impedendo ai giornali la libera valutazione delle notizie, nell’interesse dei lettori. Tutto questo, mentre infuria lo scandalo della Protezione Civile, nato con le risate intercettate ai costruttori legati al “sistema” di governo, felici per le scosse di terremoto che squassavano L’Aquila.

Le piccole modifiche che sono state fatte alla legge (si voleva addirittura tenere il Paese al buio sulle inchieste per quattro anni) non cambiano affatto il carattere illiberale di una norma di salvaguardia della casta di governo, terrorizzata dal rischio che i magistrati indaghino, i giornali raccontino, i cittadini prendano coscienza. Anzi. La proroga dei termini per gli ascolti, di poche ore in poche ore, è proceduralmente più ridicola che macchinosa. E le multe altissime agli editori non sono sanzioni ma inviti espliciti ad espropriare la libertà delle redazioni dei giornali nel decidere ciò che si deve pubblicare.

Ciò che resta, finché potrà durare, è l’atto d’imperio del governo su un diritto fondamentale dei cittadini – quello di sapere – cui è collegato il dovere dei giornalisti di informare. Se questa legge passerà alla Camera, il governo deciderà attraverso di essa la quantità e la qualità delle notizie “sensibili” che potranno essere stampate dai giornali, e quindi conosciute dai lettori. Attenzione: la legge-bavaglio decide per noi, e decide secondo la volontà del governo ciò che noi dobbiamo sapere, ciò che noi possiamo scrivere.
Con ogni evidenza, tutto questo non è accettabile: non dai giornalisti soltanto, ma dai cittadini, dal sistema democratico. Ecco perché la p pagina di “Repubblica” è bianca, per testimoniare ciò che sta accadendo. E per dire che non deve accadere, e non accadrà.

La Repubblica 11.06.10

******

"Non e l`articolo 41 della Costituzione a frenare la liberta di impresa" di Pietro Ichino

Caro Direttore, il ministro dell`Economia ha ragione quando, nella sua intervista al Corriere del 1° giugno scorso, osserva che l`articolo 41 della Costituzione, in materia di libertà d`impresa, richiederebbe un po` di restyling. Ma – mi sembra – egli sbaglia quando presenta questa riscrittura della norma come necessaria per l`eliminazione dei molti lacci e lacciuoli che frenano la nostra già troppo pigra economia: l`articolo 41 non impedisce affatto né gli interventi di liberalizzazione né quelli di semplificazione.
Una sua riscrittura parziale sarebbe opportuna per introdurre nella Carta un principio che fa già parte della nostra «costituzione materiale», ma era stato sottovalutato dai padri costituenti: quello che viene comunemente indicato con l`espressione «antitrust» e che ha come corollari la tutela della libertà di concorrenza nei mercati e la necessità di scioglimento dei monopoli in tutti i casi in cui questo è materialmente possibile.

L`intervento del legislatore costituzionale potrebbe anche essere l`occasione buona per togliere dall`articolo 41 quel tanto di dirigismo che si esprime nel terzo comma, dove si prevedono «programmi e controlli» necessari per «indirizzare a fini sociali» l`attività economica «pubblica e privata». Questa disposizione – che pure nell`Assemblea costituente vide il convergere dei democristiani con i socialisti e i comunisti – negli ambienti del centrodestra è stata recentemente tacciata di «stalinismo». Il suo difetto sta, più modestamente, nell`indicare la pratica della «programmazione economica» come costituzionalmente necessaria. Questo modo di intendere l`intervento dello Stato nell`economia, sperimentato nella seconda metà degli anni 60 senza grande successo, poi di nuovo nella seconda metà dei 70 con un clamoroso insuccesso, oggi gode di assai scarsa considerazione da parte di tutte le forze politiche del Paese rappresentate in Parlamento (tranne forse l`Italia dei Valori, di cui però non è chiaro l`orientamento in materia di politica economica). In riferimento all`attività imprenditoriale dei privati, l`intervento «programmatorio» dello Stato deve rimanere un`opzione possibile per il legislatore ordinario, ma non può evidentemente essere considerato come costituzionalmente necessario. Mi sembra invece che Tremonti sbagli dove indica questa riforma costituzionale come passaggio necessario per l`opera di rimozione dei mille vincoli burocratici che limitano la libertà effettiva di impresa in Italia. Le cose non stanno proprio così: sul Sole 240re di martedì Valerio Onida ricordava che in oltre mezzo secolo non è dato trovare una sola sentenza della Corte costituzionale che abbia censurato una legge di liberalizzazione dell`economia, mentre se ne trovano diverse che hanno censurato interventi legislativi in quanto irragionevolmente lesivi della libertà di impresa.

Viceversa, presentando la riforma dell`articolo 41 come necessaria per l`opera di liberalizzazione e semplificazione il ministro dell`Economia accredita non solo l`idea che lacci e lacciuoli siano oggi imposti dalla Costituzione, ma anche che siano colpa della Costituzione i ritardi, le incertezze,.le incapacità e persino i ritorni indietro nell`opera di rimozione di quegli ostacoli alla libertà di impresa che caratterizzano la stagione politica attuale.

Rientrano in questo quadro anche le prese di posizione «anti-mercatiste» e l`apologia del «posto fisso» che lo stesso ministro dell`Economia ci ha proposto fino a poche settimane or sono.

Vi rientra la chiusura ermetica del ministro del Welfare nei confronti del «progetto semplificazione» presentato dall`opposizione in materia di legislazione del lavoro nel novembre scorso; vi rientrano le marce indietro del Governo rispetto al principio di liberalizzazione sulle materie più varie, dalle libere professioni al commercio, dalle auto pubbliche al monopolio nel settore dell`approvvigionamento del gas. Tutta colpa dell`articolo 41 della Costituzione, ministro Tremonti?

Corriere della Sera 10.06.10

Per la crescita, per l’equità, per il lavoro

La manovra di finanza pubblica in discussione al Senato (il decimo intervento correttivo in due anni di governo), è dovuta alle scelte elettorali ed agli errori di politica economica compiuti dal Governo Berlusconi negli ultimi due anni. Per valutare l’impatto di scelte ed errori, va ricordato che il Governo Berlusconi, a maggio 2008, ha ereditato un quadro di finanza pubblica ricondotto su binari di sostenibilità, dopo il deragliamento causato dal Ministro Tremonti nel periodo 2001-2006. Infatti, il Governo Prodi a maggio 2006 trovò una procedura di infrazione aperta dalla Commissione Europea per deficit eccessivo e un debito pubblico in risalita dopo 13 anni di calo. Dopo due anni, il centrosinistra consegnò al Governo Berlusconi-Tremonti un bilancio pubblico con un saldo primario strutturale al 2% ed un debito ricondotto in discesa. La forza del risanamento avviato è documentata dal risultato di indebitamento 2008: nonostante la contrazione dell’economia (-1%), l’assenza di interventi correttivi in corso d’anno e l’abbandono della lotta all’evasione, il deficit 2008 si è fermato al 2,7% del Pil. Tra le cause elettorali della manovra, ricordiamo le principali: a. l’eliminazione delle misure di contrasto all’evasione fiscale introdotte dal Governo Prodi e il dimezzamento delle sanzioni per l’evasione accertata; b. il “salvataggio” dell’italianità di Alitalia; c. la completa eliminazione dell’Ici sulla prima casa per i nuclei familiari a reddito e patrimonio più elevato; d. gli incentivi fiscali al lavoro straordinario quando già; incominciava a moltiplicarsi il ricorso alla Cassa Integrazione; e. la riduzione delle compensazioni fiscali alle banche per le perdite su crediti inesigibili in una fase segnata dalla contrazione dell’offerta di liquidità; alle piccole imprese.
Tra gli errori, vanno iscritti i seguenti: a. i tagli orizzontali e ciechi, e pertanto inefficaci, alle spese di funzionamento delle pubbliche amministrazioni senza alcun disegno di riorganizzazione complessiva di ciascuna macchina amministrativa; b. l’abbattimento delle spese per investimento sia delle pubbliche amministrazioni centrali sia degli enti territoriali a causa di un Patto di Stabilità Interno indifferenziato; c. l’utilizzo delle risorse per le aree sottoutilizzate (Fas) per coprire ogni genere di spesa corrente; d. il rinvio delle riforme strutturali al dopo crisi; e. l’assenza di interventi a sostegno del reddito dei disoccupati “atipici”; f. le ritardate e deboli misure per il rafforzamento dei fondi di garanzia per il credito alle micro, piccole e medie imprese; g. il mancato pagamento di parte dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese; h. le retromarce sulle principali liberalizzazioni messe in campo nella scorsa legislatura; i. l’abbandono del “monitoraggio attivo” sull’andamento dei prezzi di beni e servizi fondamentali per il potere d’acquisto delle famiglie (dai prodotti petroliferi, alle polizze assicurative); j. l’aumento delle tariffe di importanti servizi pubblici per fare cassa (dai servizi postali all’acqua, dall’elettricità al trasporto ferroviario); k. l’eliminazione di rilevanti detrazioni Irpef (ad esempio, le detrazioni per l’acquisto degli abbonamenti dei pendolari, le detrazioni per le spese di aggiornamento degli insegnanti) e l’aumento di imposte e tasse (dall’assenza di compensazione del fiscal drag alla tassa sulle memorie virtuali presenti in tutti i dispositivi elettronici); l. lo svuotamento dei crediti d’imposta alle imprese per la ricerca e lo sviluppo e agli investimenti nel Mezzogiorno; m. l’eliminazione della detrazione del 55% per le eco-ristrutturazioni.
In sintesi, la manovra presentata dal Governo Berlusconi-Tremonti non ha il fine di migliorare gli obiettivi di deficit e debito pubblico in risposta alle turbolenze europee ed internazionali o per tener conto di un quadro macroeconomico peggiore di quello ipotizzato nella Nota di Aggiornamento al Programma di Stabilità e Crescita inviato a Bruxelles a gennaio 2010.
La Relazione Unificata per l’Economia e la Finanza Pubblica, 6 maggio 2010, afferma in modo chiaro che “gli obiettivi programmatici di indebitamento netto restano fermi al 3,9% del Pil per il 2011 e al 2,7% per il 2012 …. il mantenimento degli obiettivi individua una manovra correttiva sul saldo primario pari, in termini cumulati, a circa 1,6 punti percentuali di Pil nel biennio 2011-2012”.
La manovra non ha neppure il fine di recuperare, come avviene per gli altri principali Paesi europei e gli Usa, le risorse dedicate al salvataggio del sistema bancario o gli interventi anti-ciclici attuati dal Governo. Per una serie di ragioni, le banche italiane non hanno avuto bisogno di capitali pubblici e gli interventi anti-ciclici, nonostante i 10 decreti di finanza pubblica realizzati da giugno 2008 ad oggi, sono stati assenti.
Pertanto, la manovra è necessaria a compensare scelte elettorali ed errori, mentre negli altri Paesi Ocse gli interventi straordinari sono necessari a compensare salvataggi bancari e politiche anti-crisi pari, in media, a 3-4 punti percentuali di Pil. Insomma, la manovra poteva essere evitata attraverso una strategia riformista e una responsabile e accorta gestione della finanza pubblica.

Una manovra senza crescita

Il difetto principale della manovra è l’assenza di una strategia di crescita nella quale collocarla.
La “cultura della stabilità”, tardivamente scoperta dal Ministro Tremonti, viene posta in alternativa alla “cultura della crescita sostenibile”. Così, il Ministro dell’Economia continua a far coincidere la politica economica con la politica di bilancio.
Non può funzionare. La politica di bilancio è parte della politica economica. Soprattutto, l’errore fondamentale della politica economica del Governo sta nell’inversione delle variabili “vincolo” con le variabili “obiettivo”.
Il controllo della finanza pubblica è stato assunto come obiettivo della politica economica, mentre doveva essere considerato come vincolo in relazione all’obiettivo della crescita.
L’inversione implica che, per il Ministro dell’Economia, lasciare aumentare la spesa per acquisti di beni e servizi di 14 miliardi nel biennio alle nostre spalle (+12% a fronte di una contrazione del Pil nominale di quasi 2 punti percentuali) è equivalente al blocco degliinvestimenti pubblici e allo svuotamento degli incentivi agli investimenti delle imprese. Ovviamente, ai fini dell’impatto sull’economia reale e sulla produttività, non è così.
Insomma, nel rispetto degli aggiustamenti di finanza pubblica, sarebbe stato (e continua ad essere) necessario puntare sulla crescita, non solo e non tanto in termini anti-ciclici, quanto in termini strutturali, ossia per aggredire i nodi che da un quarto di secolo determinano la caduta della nostra produttività totale dei fattori.
Non è stato un errore tecnico. È stata conseguenza di una cultura politica dominata dalla sfiducia nell’Italia civile ed innovativa, dalla declinazione dell’intervento pubblico in economia in forme discrezionali e dirigiste, per “comprare” o estorcere consenso ad interessi particolaristici più che a migliorare le condizioni di contesto e ad attuare interventi selettivi di politica industriale ancorati a principi generali. Insomma, un minimalismo corporativo a salvaguardia di rendite di posizione e alle cieche convenienze di interessi di corto respiro.
Le politiche per la crescita non possono essere promosse soltanto a livello nazionale. Anzi, gli sforzi nazionali rischiano di essere frustrati se permane un indirizzo di politica economica europea mercantilistico e deflattivo, ossia la “linea” imposta dalla Germania all’area euro.
È necessario impegnare il Governo italiano affinché promuova nell’Unione Europea e nell’area euro una linea alternativa per un’Europa federalista della crescita e del lavoro. Vuol dire accompagnare le misure emergenziali e difensive decise a Bruxelles il 10 maggio scorso con un’offensiva per:

* un’effettiva e stringente regolazione e vigilanza federale dei mercati finanziari per disciplinare hedge funds, fondi sovrani, attività; speculative degli intermediari finanziari;
* un “Piano Europeo per il Lavoro”, finanziato con eurobonds, per costruire infrastrutture strategiche, sostenere programmi di ristrutturazione industriale, politica industriale, ricerca ed innovazione;
* il rafforzamento del mercato unico secondo le linee guida elaborate nel recente “Rapporto Monti”;
* un coordinamento contro la competizione fiscale al ribasso, per il contrasto ai paradisi fiscali, per una financial transaction tax contro i movimenti finanziari speculativi;
* l’apertura, in sede WTO, di una discussione sugli standard sociali ed ambientali minimi per gli scambi di merci e servizi e un border tax adjustment.

In sintesi, la Strategia Europa 2020, approvata a marzo dal Consiglio Europeo, è superata e va radicalmente ridefinita sia sul piano degli obiettivi, che sul piano della governance. Una manovra sbagliata e ingiusta La manovra è profondamente iniqua. Non solo perché interviene in modo indiscriminato sul pubblico impiego, negando alla radice l’incentivazione del merito, dimezzando il numero dei lavoratori a tempo determinato o con contratti di collaborazione e bloccando il turn-over senza distinguere le specificità e le diversissime esigenze di ciascun ambito (ad esempio, non solo la scuola e la sanità sono in condizioni diversissime rispetto ad altre amministrazioni, ma anche all’interno del comparto scuola e sanità le differenze sono rilevantissime). La manovra è profondamente iniqua perché; i tagli cie.

Una manovra sbagliata e ingiusta
La manovra è profondamente iniqua. Non solo perché interviene in modo indiscriminato sul pubblico impiego, negando alla radice l’incentivazione del merito, dimezzando il numero dei lavoratori a tempo determinato o con contratti di collaborazione e bloccando il turn-over senza distinguere le specificità e le diversissime esigenze di ciascun ambito (ad esempio, non solo la scuola e la sanità sono in condizioni diversissime rispetto ad altre amministrazioni, ma anche all’interno del comparto scuola e sanità le differenze sono rilevantissime).
La manovra è profondamente iniqua perché i tagli ciechi alla spesa colpiscono in misura insufficiente gli sprechi e le inefficienze, mentre tagliano in modo insostenibile i diritti dei cittadini, dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, delle micro e piccole imprese. In particolare, peseranno i tagli ad alcuni capitoli del Bilancio dello Stato (ad esempio, ordine pubblico e sicurezza, infrastrutture, risorse per Fas, ecc.) ed i brutali tagli ai trasferimenti a Regioni, Province e Comuni.
Le Regioni a statuto ordinario sono chiamate ad uno sforzo impossibile in quanto i 4,5 miliardi di minori trasferimenti all’anno previsti si scaricheranno su una quota intorno al 15% dei bilanci regionali, dato che la stragrande maggioranza delle risorse intermediate dalle Regioni è dedicata alla spesa sanitaria.
I Comuni, già soffocati dai vincoli “stupidi” del Patto di Stabilità Interno introdotti nell’estate 2008, dovranno ridurre ancora di più sia la spesa per investimenti, sia i servizi sociali. In sostanza, gli interventi sugli enti territoriali, decisi in modo iper-centralistico dal Governo nazionale, determineranno meno risorse per la scuola, per il diritto allo studio, per l’integrazione al reddito dei disoccupati, per l’assistenza agli anziani, per il trasporto pubblico locale, per il sostegno alle imprese, per l’edilizia pubblica.
In alternativa alla diminuzione delle risorse, Regioni, Province e Comuni saranno costrette ad aumentare imposte e tariffe. Il percorso è anticipato dalla possibilità riconosciuta al Comune di Roma di introdurre, tra l’altro, un’imposta di soggiorno ed un’imposta sugli imbarchi aerei.
In generale, la manovra contiene misure incidenti sulla condizione economica dei cittadini: ad esempio la facoltà riconosciuta alle concessionarie autostradali di aumentare i pedaggi, con aggravi fino al 25%, o l’assoggettamento al pedaggio anche dei raccordi autostradali gestiti dall’ANAS.
Le scelte iper-centralistiche sugli enti territoriali pregiudicano l’avvio del federalismo responsabile e solidale. La manovra, infatti, attraverso il taglio dei trasferimenti a Regioni, Province e Comuni limita lo spazio finanziario e getta le basi per una definizione minimale dei livelli essenziali delle prestazioni di cittadinanza.
Apre la porta, quindi, ad un federalismo differenziato ad esclusivo vantaggio delle realtà più ricche del Paese.
A tal proposito, va rimarcato l’ulteriore aggravamento dell’iniquità territoriale nella politica di bilancio del Governo.
Il “centralismo nordista” del Governo continua a sottrarre risorse alle regioni meridionali. La prima forte sottrazione, circa 2 miliardi, è stata effettuata per compensare i costi della completa eliminazione del taglio dell’ICI. Altri 500 milioni, destinati ad investimenti in Calabria e Sicilia, sono stati usati a copertura di spesa corrente. Sopratutto, le risorse Fas sono state utilizzate per ogni ordine di spesa corrente e spesso per far fronte ad esigenze di carattere ordinario. In totale, i tagli e le preallocazioni improprie sono stati pari a circa 19 miliardi di euro (risultanti per 13,7 miliardi dai tagli indicati nella delibera CIPE n. 112/2008 e, per i restanti 5,3 miliardi, da preallocazioni previste da leggi successive).
Nella manovra le risorse Fas vengono ulteriormente ridotte di 2,6 miliardi di euro nel triennio 2011-2013. La possibilità riconosciuta alle regioni meridionali di azzerare l’Irap sulle nuove imprese è puramente virtuale, dato che è completamente a carico delle medesime regioni le quali, come ricordato, sono soffocate dai tagli dei trasferimenti e rischiano, anche a causa del debito nella Sanità, di dover aumentare l’Irap, oltre che l’addizionale Irpef.
La manovra è profondamente iniqua anche perché non viene chiesto alcun contributo a quanti negli ultimi anni hanno beneficiato di un’enorme redistribuzione di reddito e ricchezza. I redditi milionari ed i grandi patrimoni, esempio estremo il Signor Silvio Berlusconi, non contribuiscono neanche con un euro al “sacrificio necessario a salvare la Patria”. La tassazione aggiuntiva del 10% sui bonus superiori almeno a tre volte l’importo della retribuzione fissa dei manager delle banche è l’ennesima presa in giro dato che, dopo gli interventi della Banca d’Italia, non esistono più mix retributivi simili.
Infine, la manovra è profondamente iniqua perché le misure anti-evasione sono una retromarcia parziale e contraddittoria. Innanzitutto, va ricordata la tolleranza attiva dell’evasione praticata dal Governo Berlusconi-Tremonti.
Al di là delle citazioni del Berlusconi d’annata, il favore all’evasione è evidente nei 18 condoni fiscali, contributivi ed edilizi fatti dal 2001 al 2006 e ripresi in questa legislatura. Inoltre, è evidente anche nella cancellazione delle misure anti-evasione introdotte dal Governo Prodi nella scorsa legislatura.
Infine, è evidente nel mega-condono per i capitali evasi e trasferiti all’estero (il famoso “scudo fiscale”) a prezzi di favore (5% rispetto a circa il 50% dovuto negli altri Paesi), con garanzia di anonimato e sospensione dell’obbligo di segnalazione anti-riciclaggio per gli intermediari finanziari.
A proposito di risultati raggiunti dal Governo Berlusconi- Tremonti nella lotta all’evasione, la contabilità è falsa. Infatti, non si può fare solo riferimento agli incassi da accertamenti, ma si deve guardare all’andamento dei comportamenti dei contribuenti, ossia alla fedeltà fiscale (tax compliance).
In sostanza, negli ultimi 2 anni abbiamo avuto +1 in maggiori incassi da accertamenti e -10 a causa della caduta della fedeltà fiscale. L’andamento del gettito Iva è crollato del 10%, mentre i consumi sono rimasti stabili in termini nominali. Non c’è nessun caso analogo in Europa e, come noto, l’Iva è l’apripista dell’evasione.
Non a caso, nel 2009 e 2010 il crollo delle imposte dirette sul reddito ha superato le pur pessimistiche previsioni del Ministero dell’Economia.
A conferma della retromarcia del Governo viene indicata la re-introduzione della tracciabilità dei pagamenti.
A tal proposito, va ricordato che il Governo Prodi aveva introdotto 2 misure distinte: la soglia dei 5.000 euro in funzione antiriciclaggio (abolita dal Governo Berlusconi nel giugno 2008 ed ora re-introdotta) e la soglia, in graduale riduzione da 1.000 a 100 euro, esclusivamente per i pagamenti dei professionisti (ossia, non si applicava per l’acquisto delle scarpe). Per far seriamente la lotta all’evasione, la retromarcia di Tremonti dovrebbe anche riguardare il ripristino delle sanzioni all’evasione accertata (dimezzate nell’estate del 2008) e l’eliminazione della protezione dai controlli fiscali assicurata agli oltre 200.000 grandi evasori che hanno beneficiato dello scudo fiscale a prezzi stracciati.
Inoltre, per recuperare almeno in minima parte il gettito perduto, il “mitico” redditometro propagandato dall’Agenzia delle Entrate, dovrebbe essere applicato anche agli accertamenti sugli anni precedenti al 2009: non si vede perché l’amministrazione dovrebbe privarsi di tale potente strumento per accertare il passato.
Infine, non va dimenticato che l’evasione si combatte anche con le politiche industriali e per la competitività delle imprese, insomma con le riforme per la crescita, non solo con i controlli ed i vincoli.
Per rendere credibile, quindi efficace, la retromarcia del Governo Berlusconi-Tremonti nella lotta all’evasione, andrebbe eliminato ogni spazio ai condoni. Invece, la manovra contiene, nonostante le smentite ufficiali, il rischio di condono per gli “immobili fantasma” e per possibili abusi da realizzare entro il 31 dicembre 2010.

Una manovra strutturalmente debole

La manovra, oltre che orfana di una strategia per la crescita e profondamente iniqua, è anche poco strutturale.
Innanzitutto, le correzioni di spese ed entrate si riferiscono ad andamenti tendenziali (ossia a “legislazione vigente”, senza tener conto degli effetti della manovra in discussione) che sono irrealistici.
È irrealistico, viste le serie storiche, assumere per il triennio 2010-2012 la sostanziale invarianza delle spese per acquisti di beni e servizi.
È altrettanto irrealistico prevedere una crescita delle imposte dirette ed indirette con un’elasticità al Pil superiore ad 1, dati i risultati nettamente inferiori conseguiti nel 2008 e 2009 a causa dell’allargamento dell’area dell’evasione.
All’irrealismo dello scenario base, si somma l’irrealismo delle correzioni definite nella manovra. In particolare, sono completamente fuori misura le previsioni di recupero di evasione. Anzi, si deve sottolineare il mutato atteggiamento della Ragioneria Generale dello Stato che, con un’inversione di 180 gradi rispetto alla posizione, corretta, avuta nella scorsa legislatura, ha considerato valide le previsioni di entrata (per alcuni miliardi di euro all’anno) conseguenti all’ “effetto deterrenza”.
Oltre alle valutazioni irrealistiche, i risparmi previsti nella manovra sono in diversi e rilevanti casi di carattere una tantum. Si tratta, ad esempio, della sospensione degli scatti di anzianità nel pubblico impiego per i settori per i quali è previsto il recupero alla fine del triennio.
Si tratta, almeno in parte, data l’assenza di radicali interventi di ristrutturazione e ri-organizzazione mirata, del blocco del turn-over, della cancellazione di metà dei contratti di lavoro a tempo determinato e dei tagli per le spese delle pubbliche amministrazioni centrali e territoriali.

Le proposte del Pd per la crescita ed il lavoro

Le proposte del Pd si incentrano su misure per la crescita, per il lavoro e per l’equità. Senza sostegno alla crescita, al lavoro, e attenzione all’equità non vi può essere risanamento sostenibile dei conti pubblici.
Gli interventi si concentrano su 4 assi: I) riforme fiscali, per spostare il carico dal lavoro e dall’impresa ai redditi evasi e ai redditi da capitale.
Il baricentro della riforma fiscale è la tassazione di tutti i redditi con un’aliquota di riferimento al 20% a cominciare dalla prima aliquota Irpef, poiché un euro di reddito da lavoro o d’impresa non può essere tassato più di un euro di reddito da capitale o di rendita.
Negli emendamenti alla manovra, intendiamo realizzare i primi passi della riforma.
Per innalzare il tasso di attività femminile, sostenere il potere d’acquisto delle famiglie, migliorare la competitività delle imprese e qualificare la crescita, proponiamo di:

* aumentare le detrazioni d’imposta per le donne lavoratrici in nuclei famigliari con figli a carico;
* introdurre, gradualmente, un contributo annuale di 3000 euro all’anno per ogni figlio fino alla maggiore età, a cominciare dalla fascia 0-3 anni, esteso anche ai lavoratori autonomi e professionisti;
* eliminare i tetti ed il click day all’utilizzo dei crediti d’imposta per le spese in ricerca e sviluppo e per gli investimenti nel Mezzogiorno;
* innalzare la franchigia Irap per le piccole imprese;
* innalzare i limiti di fatturato e patrimonio per il “forfettone fiscale” e rivedere gli Studi di Settore;
* re-introdurre la detrazione d’imposta del 55% per le eco-ristrutturazioni e per il risparmio energetico e ripristinare il mercato dei “certificati verdi”;

II) allentamento del Patto di Stabilità Interno per evitare a Regioni, Province e Comuni pesanti tagli agli investimenti, in particolare per la messa a norma degli edifici scolastici e per la green economy, ai servizi sociali, alle politiche di sostegno delle piccole imprese e del lavoro autonomo; III) integrazione delle risorse per la scuola, articolazione degli interventi per il contenimento dei costi nel pubblico impiego, in particolare per i giovani precari, revisione degli interventi sugli enti di ricerca pubblici; riforma del sostegno al reddito per i giovani disoccupati da lavori precari; IV) riavvio delle liberalizzazioni nel settore dell’energia, della distribuzione, dei servi bancari, dei servizi professionali, del trasporto pubblico.
Per coprire gli interventi per la crescita, il lavoro e l’equità, il Pd propone le seguenti misure: 1. “piani industriali” specifici ed interventi per la riorganizzazione e l’efficienza delle pubbliche amministrazioni:

* cancellazione delle normative in deroga per gli appalti, in particolare la gestione in deroga per la Protezione Civile;
* revisione del progetto per il Ponte sullo Stretto di Messina;
* razionalizzazione delle società pubbliche o partecipate da Stato, Regioni, Province e Comuni;
* razionalizzazione degli uffici delle amministrazioni centrali sul territorio;
* centralizzazione degli acquisti;
* revisioni dei programmi di spesa del Ministero della Difesa ed eliminazione della società Difesa SpA;
* razionalizzazione sedi universitarie;
* razionalizzazione corpi di polizia; razionalizzazione dei livelli di governo territoriale;
* riduzione mirata del numero di dirigenti pubblici;
* abbassamento dei costi della politica attraverso la riduzione del numero dei parlamentari e la specializzazione delle Camere;

2. il contrasto all’evasione fiscale e contributiva:

* riduzione a 2.000 euro del limite per la fatturazione elettronica;
* accertamento sintetico da redditometro potenziato a partire dal 2005;
* accesso selettivo alle informazioni bancarie;
* neutralizzazione dei patrimoni condonati dallo “scudo fiscale” ai fini dell’accertamento ed innalzamento dell’aliquota di regolarizzazione;
* ripristino delle sanzioni per l’evasione accertata come vigenti a maggio 2008;

3. l’allineamento della tassazione dei redditi da capitale (inclusi i redditi da locazione ed esclusi i titoli del debito pubblico) su un’aliquota del 20% e, in coordinamento con la riforma federalista, la destinazione delle imposte sui redditi da capitale immobiliare al finanziamento dei Comuni; l’introduzione e/o innalzamento delle tasse su consumi ed attività produttive ad elevato impatto ambientale;
4. l’asta per l’assegnazione delle frequenze liberate dal digitale terrestre ed il passaggio delle pubbliche amministrazioni all’utilizzo dei software open source.

Il massacro della libertà

Al Senato passa il ddl intercettazioni: un testo che tutela meglio i criminali dei cittadini e uccide il diritto ad essere informati. Nel testo attacchi e censure anche alla Rete. Una pagina davvero brutta per la democrazia italiana. Ora la battaglia passa alla Camera
Un’altra brutta giornata per la democrazia italiana. Il Senato ha approvato il ddl intercettazioni con 164 si, 25 no. I senatori del Pd hanno abbandonato l’ Aula di palazzo Madama per non partecipare a quello che il presidente Anna Finocchiaro ha definito “un voto di fiducia che manca di legittimità”. La battaglia non è ancora conclusa sebbene le intenzioni di questo governo fallimentare siano quelle di un passaggio lampo alla Camera.

“Siamo ormai al trentesimo voto di fiducia, ma questo – ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani – è particolare perché riguarda una materia delicatissima. Il governo sta facendo un passo molto grave e serio: ha messo la fiducia in modo improprio e irrituale su un provvedimento che riguarda temi della legalità e della democrazia”.

Per Rosy Bindi “la legge sulle intercettazioni è pericolosa e dannosa per la democrazia e la libertà del nostro paese. Contro questa legge ci batteremo nuovamente alla Camera. E’ sarà importante la mobilitazione dei cittadini, del mondo dell’informazione e dell’editoria”.

Un testo che per Anna Finocchiaro “tutela meglio, molto meglio i criminali dei cittadini e uccide il diritto ad essere informati”.Da qui la decisione dei senatori del Pd di non partecipare al voto, uscire dall’Aula e raggiungere il popolo Viola e la Fnsi, tutt’ora in un sit-in di protesta sotto il Senato, che “restare e partecipare al massacro della libertà che comincia qui oggi”.
La Fnsi ha proclamato una giornata di sciopero della categoria per il 9 luglio. Lo ha fatto sapere il segretario generale della Fnsi, Franco Siddi che ha motivato “dovrà coincidere con la giornata finale di discussione del ddl Alfano, quindi se sarà altrimenti cambieremo la data”.

Ma in questo grande esproprio della democrazia e dell’informazione le notizie cattive si sono sparse anche al controllo e censura della Rete. Per i senatori del Pd Vincenzo Vita e Felice Casson,”tra i tanti passaggi liberticidi e censori del maxiemendamento sulle intercettazioni ce n’è’ anche uno devastante per la rete. Infatti, per ciò che attiene alla ‘rettifica’, si equiparano i siti informatici ai giornali. Ciò significa rendere la vita impossibile per le migliaia di siti e di blog, che rappresentano un’altra era geologica dei media”.

“Un nostro emendamento al riguardo – rilevano – non ha potuto essere discusso perché la fiducia taglia tutto. Ma la destra televisiva o non lo sa o, probabilmente, ha voluto approfittare di simile occasione per mettere le mani dove ancora non era riuscita a farlo. Non finisce qui. Intendiamo presentare, d’intesa con i colleghi della Camera dei deputati, un disegno di legge seccamente abrogativo della seconda parte della lettera a del comma 29 che recita: ”per i siti informatici sono pubblicate entro 48 ore dalla richiesta…”. Appunto, dimenticando che la rete è proprio un’altra cosa”.

A.Dra

******

Di seguito, punto per punto, ecco cosa prevede il testo:

LIMITI E DURATA – Intercettazioni possibili solo per i reati puniti con più di cinque anni di carcere. I telefoni possono essere messi sotto controllo per 75 giorni al massimo. Se c’è necessità, motivata dal pm e riconosciuta dal giudice, è possibile un periodo aggiuntivo di tre giorni, prorogabili di volta in volta con provvedimento del pm controfirmato dal giudice fino a che esista la necessità. Per i reati più gravi (mafia, terrorismo, omicidio, ecc.) le intercettazioni sono possibili per
40 giorni, più altri venti prorogabili. Inoltre, le intercettazioni disposte per un reato potranno essere utilizzate anche per provarne un altro, purché il fatto sia lo stesso.

DIVIETI E SANZIONI – Gli atti delle indagini in corso possono essere pubblicati solo per riassunto. Gli editori che ne consentono la pubblicazione in maniera testuale rischiano fino a 300mila euro di multa. Le intercettazioni sono off limits per la stampa fino a conclusione delle indagini: per gli editori che violano il divieto, sono previste sanzioni oltre i 300 mila euro, che salgono a 450mila euro se si tratta di intercettazioni di persone estranee alle indagini o che devono essere espunte dal procedimento perché illecite o irrilevanti ai fini processuali. Condanne dure anche per i giornalisti: fino a 30 giorni di carcere o una sanzione fino a 10.000 euro se pubblicano
intercettazioni durante le indagini o atti coperti da segreto.

INTERCETTAZIONI AMBIENTALI – Niente più microfoni piazzati in casa o in auto per registrare le conversazioni degli indagati. Le ‘cimici’ saranno consentite per un massimo per tre giorni, prorogabili di tre in tre con provvedimento del pm controfirmato dal giudice.

PM IN TV – Se il responsabile dell’inchiesta passa alla stampa atti coperti dal segreto d’ufficio o semplicemente rilascia dichiarazioni pubbliche su un’inchiesta a lui affidata può essere sostituito dal capo del suo ufficio. La sostituzione del magistrato, quindi, non avviene più per automatismo, ma occorre la volontà del capo dell’ufficio.

NOMA TRANSITORIA – Le nuove regole si applicano ai processi in corso. Quindi, anche se erano già state autorizzate intercettazioni con le vecchie regole, dovrà essere applicato il tetto dei 75 giorni. Dal giorno di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, inoltre, saranno necessari 15 giorni di vacatio ordinaria per consentire alle Procure di allestire il registro segreto e un luogo dove conservare le intercettazioni, di cui è responsabile il capo dell’ufficio.

RIPRESE DEI PROCESSI – Sulle riprese tv per i processi decide il presidente della Corte d’Appello, che può autorizzarle anche se non c’è il consenso delle parti.

REGISTRAZIONE DI CONVERSAZIONI – Le registrazione carpite di nascosto sono permesse solo ai servizi segreti e ai giornalisti professionisti e pubblicisti.

PRETI E ONOREVOLI – Se nelle intercettazioni finisce un sacerdote bisogna avvertire la diocesi; se l’intercettato è un vescovo il pm deve avvertire la segreteria di Stato vaticana. Per quanto riguarda i parlamentari, occorre il via libera della Camera di appartenenza. Vietato ascoltare assistenti e familiari degli onorevoli se sono estranei ai fatti per cui è in corso l’indagine.

www.partitodemocratico.it

******

Ddl intercettazioni, sì alla fiducia. Il Pd non vota: libertà massacrata

L’Aula di palazzo Madama ha approvato il ddl intercettazioni con 164 si, 25 no e moltissimi senatori che hanno abbandonato l’Aula per non partecipare a quello che la capogruppo del Pd ha definito «un voto di fiducia che manca di legittimità». Eppure, nonostante le polemiche che non accennano a placarsi e con il popolo viola di nuovo in piazza daavnti al Senato durante le votazioni, il ddl si appresta, dopo un passaggio alla Camera che la maggioranza vorrebbe lampo, a diventare legge dello stato.

Di questo è contento il ministro della Giustizia Angelino Alfano: «oggi – sono state le sue parole fuori dall’Aula di palazzo Madama – abbiamo realizzato un punto del programma» elettorale del Pdl, approvando un testo che «ha la stessa filosofia di fondo di quello che fu varato in Consiglio dei ministri e raggiunge gli stessi obiettivi, anche se con mezzi diversi». Ovvero, ha spiegato, è «un ottimo punto di equilibrio» tra la «necessità di garantire la privacy dei cittadini» e l’esigenza «di condurre indagini approfondite».

Eppure, non tutti sono contenti. Primi fra tutti i dipetristi, che hanno occupato nella notte l’Aula del Senato e che sono stati fatti sgomberare dal presidente prima del voto di stamattina. «Ancora una volta – ha perciò tuonato il leader dell’Idv, Antonio di Pietro, in Transatlantico – maggioranza e presidente del Consiglio usano un atto di forza per rimuovere un ostacolo». Ormai, ha insistito l’ex pm, «in Parlamento c’è uno stato di illegalità permanente», dove la maggioranza «ha compiuto un atto di prevaricazione che nemmeno il fascismo…».

Toni e condotta diversi, ma medesimo atteggiamento nei confronti del Ddl anche da parte del Pd. Questo testo, ha detto Finocchiaro annunciando l’uscita dei senatori democratici dall’Aula al momento del voto, «tutela meglio, molto meglio i criminali dei cittadini e uccide il diritto ad essere informati». Quindi, meglio uscire dal palazzo e raggiungere il popolo Viola e la Fnsi, in protesta sotto il Senato, che «restare e partecipare al massacro della libertà che comincia qui oggi». Concorde sulla linea di Finocchiaro anche il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. «Siamo ormai al trentesimo voto di fiducia, ma questo – ha detto – è particolare perché riguarda una materia delicatissima. Il governo sta facendo un passo molto grave e serio: ha messo la fiducia in modo improprio e irrituale su un provvedimento che riguarda temi della legalità e della democrazia».

Napolitano replica a chi gli ha chiesto di “non firmare” il testo. «I professionisti della richiesta al presidente di non firmare» il ddl sulle intercettazioni, oggi approvato al Senato, «sono numerosi ma molto spesso parlano a vanvera», ha detto il capo dello Stato a margine di un convegno organizzato dall’Ipalmo a Napoli. «Io comunque non ho nulla da dire su questi argomenti, su cui ho detto e ho fatto dire negli ultimi giorni. Non ho nulla da aggiungere», ha commentato il presidente della Repubblica.

Intanto il mondo dell’informazione si mobilita. Da domani in edicola giornali listati a lutto, manifestazioni davanti alle sedi istituzionali e sciopero generale il 9 luglio: sono queste le iniziative che la Federazione Nazionale della Stampa mette in campo «per significare con immeditatezza l’allarme grave che si pone non per questo o quel cittadino di destra di sinistra, ma per il corretto svolgersi del circuito democratico» dopo il sì del Senato alla legge sulle intercettazioni. «Abbiamo chiesto a editori e direttori – ha annunciato il segretario della Fnsi, Franco Siddi, in piazza Navona dove durante la votazione al Senato si è tenuto un presidio contro la “legge-bavaglio” – di predisporre un impianto comune per la prima pagina in cui si segnali il colpo mortale inferto alla libertà. Se gli editori non ci staranno pubblicheremo noi a pagamento un necrologio perchè sia chiaro l’allarme». Siddi invita l’Italia «a svegliarsi» e «bloccare questa legge prima che diventi definitiva» perchè «espropria i cittadini di un bene inalienabile, il diritto a sapere».

www.lastampa.it

La scure s'abbatte sui trasporti locali 3,5 miliardi in meno per i pendolari

Un fendente che taglia circa 3,5 miliardi di euro nel trasporto locale in Italia. Se la percentuale della riduzione secca dei trasferimenti alle Regioni verrà confermata e andrà ad alleggerire le risorse destinate a bus, metro e ferrovie locali, già dai prossimi mesi si vedranno i primi effetti negativi. La seconda parte del 2010 e il 2011 saranno lacrime e sangue, soprattutto per pendolari e studenti che rischiano di vedere scomparire fino ad un quarto dei servizi di trasporto oggi esistenti su strade e ferrovie.
Gli studenti di alcune regioni, come la Puglia, saranno forse costretti a rinunciare al contributo che li aiuta a contenere i costi degli abbonamenti. Di sicuro i passeggeri dei convogli regionali di gran parte dello Stivale dovranno fare a meno dei (promessi) treni che dovevano andare a rinforzare il parco dei mezzi riservati ai pendolari e migliorare la qualità del viaggio. In molti altri casi saranno orari, corse, mezzi, il cosiddetto parco rotabile, a dover subire le modifiche più significative e dannose per chi prende i mezzi pubblici. Con la riduzione della frequenza nei passaggi dei pullman che collegano più province o di autobus e metropolitane nei comuni.

La scure che sta per abbattersi sugli Enti locali, però, non colpirà tutti allo stesso modo. Lombardia (e Milano) il Lazio (e Roma), la Puglia, la Campania (e Napoli) in particolare soffriranno una diminuzione pesantissima, con fondi bloccati e rinnovamento del parco macchine rinviato sine die. Nel caso della Sicilia, potrebbero materializzarsi degli aggiustamenti sui prezzi dei biglietti in alcuni capoluoghi e sarà più difficoltoso raggiungere l’entroterra utilizzando le ferrovie. La Campania dovrà fare a meno di circa 420 milioni di euro tra 2011 e 2012 solo per il trasporto pubblico.

La Liguria, per contro, subirà minori tagli rispetto ad altre Regioni meno fortunate. Tra queste la tartassata Toscana, che dei 500 milioni trasferiti fino ad oggi da Roma per il Tpl ne vedrà arrivare solo 300 dopo un taglio di 200 milioni. Un blocco pari al 40% del totale. A rischio anche gli attuali livelli tariffari. In Emilia Romagna, infine, la riduzione dei trasferimenti è prossima ad un quarto rispetto ad oggi.

La Repubblica 10.06.10

Commissariato di Carpi, interrogazione parlamentare Pd

Ghizzoni: Il numero di agenti è inferiore perfino a quello stabilito dal decreto ministeriale del 1989 che prevedeva più di 50 unità: oggi siamo intorno alle 40. L’on. Manuela Ghizzoni ha annunciato un’interrogazione parlamentare urgente al ministro dell’Interno Maroni sulle carenze degli organici di polizia per il commissariato di Carpi. Ecco la sua dichiarazione.
«Nonostante le innumerevoli e pressanti sollecitazioni del sindaco Campedelli e dell’amministrazione, gli ordini del giorno del consiglio comunale, le proteste delle associazioni sindacali, il commissariato di polizia di Carpi continua ad essere sotto-organico e dal Governo non arrivano risposte. Ho pertanto depositato un’nterrogazione urgente, perché è inaccettabile che non si diano risposte ad un territorio che, all’interno delle Terre d’Argine, conta quasi centomila abitanti.

Il Commissariato di Polizia di Stato di Carpi vive una carenza di personale e il suo numero di agenti è inferiore perfino a quello stabilito dal decreto ministeriale del 1989 che prevedeva più di 50 unità: oggi siamo intorno alle 40, nonostante la popolazione carpigiana dall’89 sia cresciuta circa 8 mila abitanti. La sofferenza di organico implica ripercussioni sul numero di agenti in pattuglia e volanti giornaliere programmate e quindi sul controllo del territorio tanto che lo stesso Ministero dell’Interno segnalò, in risposta a domanda del Consap, che “la situazione degli Uffici della Provincia di Modena risulta complessivamente favorevole rispetto alla media nazionale del comparto Questure, ad esclusione dei Commissariati di Carpi e Mirandola.

Questo Governo sia coerente almeno con sé stesso e con ciò che ha detto in campagna elettorale, invece di tagliare le risorse alle forze dell’ordine che si trovano ormai costrette a risparmiare persino sulla benzina».

"Pronto chi non parla? Una legge infelice", di Stefano Folli

Se è vero, come assicura il presidente del Consiglio, che per varare la legge sulle intercettazioni ci sono voluti due anni di preparativi, il meno che si possa dire è che questo tempo poteva essere speso meglio. Ieri la decisione di porre la fiducia al Senato sul testo ha suggellato un provvedimento nato male e cresciuto sbilenco al punto da risultare farraginoso e contraddittorio, forse incostituzionale in qualche sua parte.

Non un grande risultato per due anni di lavoro. Sono scontenti coloro che volevano (a ragione) una più sicura tutela della «privacy». E sono inquieti coloro che fin dall’inizio erano preoccupati per l’esercizio della libertà d’informazione e per la tutela delle indagini giudiziarie. La lunga trattativa all’interno della maggioranza, protagonista il presidente della Camera, non ha portato – spiace dirlo – a correzioni abbastanza significative. Ritocchi e aggiustamenti, certo; qualche miglioramento, senza dubbio. Ma nel complesso troppo parziali per dare un senso compiutamente liberale alle misure che il parlamento è chiamato ad approvare.
Forse questo è il punto cruciale. Esiste il problema delle intercettazioni e del loro uso improprio. Ma occorreva risolverlo all’interno di una cornice liberale, un perimetro che fosse in grado di conciliare i diritti individuali e la buona salute delle istituzioni. Invece non si sfugge all’impressione di un intento punitivo e al limite vessatorio nei confronti dei magistrati e ora degli editori.
Rispetto ai primi la legge dispone sul campo una serie di cavalli di frisia che rischiano di tradursi in pesanti intoppi burocratici. È il caso del limite dei 75 giorni, prorogabili di tre in tre. O del vincolo di tre giorni, a loro volta prorogabili, per le intercettazioni ambientali in luoghi privati. Dal momento che siamo in Italia, la norma rischia di apparire troppo severa (intralcio alle inchieste) oppure di risultare facilmente aggirabile con qualche espediente. O magari entrambe le cose, a seconda delle procure e delle situazioni. La condizione peggiore, del tutto a scapito del cittadino.

Rispetto ai secondi, gli editori, si crea un meccanismo poco chiaro che rischia di creare incomprensioni e invasioni di campo all’interno dei giornali. Ma forse era proprio questo l’obiettivo di chi ha ideato la piramide delle sanzioni.
Vedremo. Di sicuro restano sul campo due problemi, uno politico e uno istituzionale. Il primo riguarda il ruolo del parlamento e in esso lo spazio di manovra di Gianfranco Fini, nella sua doppia veste di leader della minoranza del Pdl e di presidente di un’assemblea. Come è evidente, il voto di fiducia chiesto a Palazzo Madama è destinato a ripetersi a Montecitorio. Se il compromesso raggiunto sulla legge fosse discreto, non ci sarebbero problemi. Ma purtroppo non è così: come detto, gli scontenti superano di gran lunga i pochi soddisfatti. Il che pone Fini in una difficile posizione, stretto tra l’incudine e il martello.
Riaprire la questione di merito significa probabilmente scavare un fossato irrimediabile con Palazzo Chigi. Ma accettare di buon grado la “fiducia” equivale a perdere una bella fetta del credito che il presidente della Camera si è costruito a fatica nell’opinione pubblica e nel rapporto con l’opposizione (tutta l’opposizione, visto che anche l’Udc non ha dubbi sul voto contrario).

Forse anche tale risultato è stato messo nel conto da chi ha voluto che il braccio di ferro si concludesse in questo modo. E non sembra un caso che il presidente del Consiglio, nel momento in cui «blindava» con la fiducia l’intesa nella maggioranza, si sia espresso con tanta veemenza contro la Costituzione, descritta come un fardello che impedisce l’efficienza del governo.
L’attacco è tanto insistito e plateale da lasciare a dir poco perplessi. Per certi aspetti è funzionale al ritorno sulla scena del leader: serve a distogliere i riflettori dai Tremonti e, appunto, dai Fini per dirigerli di nuovo sulla figura del premier. Ma di fatto la coincidenza è sorprendente. Arriva in porto una legge che i giornalisti e i magistrati giudicano dannosa, persino pericolosa, e proprio nelle stesse ore Berlusconi muove un attacco verbale alla Carta costituzionale. Non al capo dello stato, sia chiaro, ma alla Costituzione di cui il presidente della Repubblica è il garante. Ben sapendo, peraltro, che proprio il Quirinale dovrà esaminare la legge sulle intercettazioni e valutarla in tutti i suoi controversi aspetti.
Sappiamo che Napolitano nei giorni scorsi ha agito con molta discrezione perché si arrivasse a un risultato migliore. Sappiamo anche, da qualche indiscrezione, che nelle ultime ore è apparso scettico davanti agli esiti che si profilavano. Fra breve l’esame del testo potrebbe svolgersi in un clima di tensione che è proprio l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno in questo momento.
da www.ilsole24ore.it