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"Crisi e ricerca: Roma taglia, Berlino investe", di Pietro Greco

Berlino, giugno 2010. Posto di fronte alla necessità di dare il buon esempio e contribuire a stabilizzare sia la moneta sia la stessa economia dell’Unione europea riportando in ordine i conti pubblici, il governo tedesco di centrodestra guidato da Angela Merkel ha varato una dura manovra di bilancio. La più dura del dopoguerra: 80 miliardi di euro di tagli da qui al 2014 che incideranno molto sul welfare della Germania. Roma, giugno 2010. Posto di fronte alla necessità di dare il buon esempio e contribuire a stabilizzare moneta ed economia dell’Unione riportando in ordine i conti pubblici (molto meno in ordine di quelli tedeschi), il governo italiano di centrodestra (più di destra che di centro, per la verità) di Silvio Berlusconi ha varato una manovra di bilancio di portata analoga: 24,9 miliardi di euro in due anni che incideranno molto sul welfare dell’Italia. Ma le analogie tra le due manovre si fermano qui. Mentre, infatti, a Berlino la mano severa di Angela Merkel taglia 80 miliardi di welfare da qui al 2014, l’altra mano, saggia, investe 13 miliardi di euro da qui al 2013 in formazione e ricerca scientifica. A Roma invece, mentre la mano severa di Silvio Berlusconi taglia 25 miliardi di euro in due anni, l’altra mano, sciocca, scarnifica ciò che resta della spesa in scuola, ricerca e cultura. Solo la “moral suasion” del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha evitato che Enti pubblici di ricerca e istituzioni culturali di assoluto valore internazionale venissero soppressi con un tratto di penna perché giudicati “inutili” dal nostro ministro dell’Economia. La differenza è, dunque, fin troppo evidente. A Berlino Angela Merkel e i suoi ministri non solo hanno capito che in un Paese lungimirante tutto si può tagliare, tranne che il futuro. Ma hanno capito anche che, se un Paese lungimirante vuole uscire più forte dalla crisi, deve stringere un bel po’ di più la cinghia oggi per investire sul sapere che porterà frutto domani. E il domani della Germania, dell’Europa e del mondo sono la conoscenza e il capitale umano: la formazione e la ricerca scientifica. Pubbliche. A Roma Silvio Berlusconi e i suoi ministri non solo pensano di fare cassa oggi raschiando il fondo del barile della scuola, dell’università, della ricerca e delle svariate altre forme di cultura e rinunciando al futuro. Aroma pensano anche che la produzione di conoscenza sia un escamotage inventato da qualche fannullone per guadagnare molto e faticare poco a spese dello Stato. E la tagliano con furia iconoclasta. La differenza tra Berlino e Roma è tutta qui. E non è davvero poco
da L’Unità

"E adesso arrestateci tutti", di Stefano Corradino

Mercoledì 16 giugno assemblea straordinaria di Art.21. Subito una grande unitaria manifestazione nazionale

“Giuro che se e quando la legge bavaglio sarà approvata mi impegnerò a fare prevalere sempre e comunque il dovere di informare e il diritto di essere informati”. Alcune settimane fa davanti a Montecitorio abbiamo diffuso centinaia di volantini. Quello che per Ippocrate era il giuramento di un medico da prestare prima di iniziare la professione, per noi di Articolo21 era ed è un appello ai colleghi, e un impegno sottoscritto con i cittadini: nessuna legge, nessuna imposizione incostituzionale, nessuna sanzione potranno impedirci di pubblicare notizie di pubblico interesse e di rilevanza sociale. Non è solo la legge istitutiva dell’ordine dei giornalisti che ci obbliga a farlo. Sono i valori costituzionali, le sentenze europee, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, il diritto dovere di chi fa informazione di dare le notizie rispettando quel codice etico secondo cui l’editore di un giornale, di una tv, di una radio di un blog è il lettore, il telespettatore prima ancora di un qualsiasi padrone.

Dopo una serie di ritocchi che non ne modificano la perversa filosofia il provvedimento è giunto a Palazzo Madama blindato. L’ennesimo ricorso al voto di fiducia che esautora il Parlamento dal diritto-dovere di controllare. Del resto, in più di un’occasione, il presidente del Consiglio lo ha giudicato troppo dispersivo, a volte troppo “affollato”, a volte addirittura inutile o “pletorico”.
Si giustifica la legge con due motivazioni inconstitenti: quel diritto alla privacy che il sottosegretario Santanchè vorrebbe estendere ai mafiosi (quelli con cui l’ex ministro Lunardi voleva convivere) e lo spropositato uso delle intercettazioni rispetto agli altri paesi europei. Ebbene la riservatezza dei cittadini può essere garantita con una semplice clausola che obbliga a stralciare tutto quello che, in una conversazione telefonica, non rientra nell’oggetto delle indagini. Quanto all’uso smodato delle intercettazioni a nessuno viene in mente che forse, il nostro Paese, detiene il triste primato di corrotti e corruttori? Quale altro Paese ha conosciuto stagioni di stragi (impunite) mafiose e terroristiche? In quale altro Parlamento siedono così tanti indagati? In quale altro Stato dell’Unione europea due giovani vengono malmenati fino alla morte perchè poi ci si affretti ad archiviare i tragici episodi?

Mercoledì 16 giugno dalle ore 18, al Circolo di Montecitorio Articolo21 ha deciso di indire un’ assemblea straordinaria per discutere modi e tempi di una grande manifestazione nazionale contro i tagli e i bavagli. Contro una legge sulle intercettazioni che vorrebbe impedire ai cittadini di conoscere la verità sui fatti di cronaca che hanno lacerato e insanguinato la convivenza civile. Abbiamo deciso, in quell’occasione, di dare il nostro premio per la libertà di informazione a Ilaria Cucchi e Patrizia Aldrovandi per la loro battaglia alla ricerca della verità. Perchè, come entrambe hanno detto più volte, se questa legge fosse stata in vigore, del fratello Stefano e del figlio Federico non conoscerebbero le ragioni del decesso, le responsabilità di un omicidio.

Vi chiediamo di esserci mercoledì prossimo. Lo chiediamo a tutti coloro che credono nella libertà e nell’indipendenza dell’informazione. A tutti quelli che pensano che la giustizia debba essere eguale per tutti e non diseguale in ragione del potere o dei soldi. Chiediamo di esserci a quanti sono ogni giorno più indignati ma non accettano di rassegnarsi.

da www.articolo21.info

"Madame Costituzione", di Massimo Gramellini

Per dirottare la rabbia dei clienti su un capro espiatorio in carne e ossa, i Grandi Magazzini dei romanzi di Pennac avevano ingaggiato Monsieur Malaussène: sua era sempre la colpa dei guasti, degli imprevisti, dei disservizi. Le aziende vere lo hanno imitato, inventandosi i call center: sfogatoi della nostra impotenza a ottocento euro al mese. Anche Berlusconi era in cerca di un Malaussène, di un call center contro il quale scaricare la sua rabbia. E l’ha trovato. Conoscendo i suoi gusti, non poteva che essere una femmina. Madame Costituzione. Dopo la scomparsa dei genitori, Catto e Comunista, la signora si è data un solo scopo nella vita: mettere i bastoni fra le ruote al rivoluzionario di Arcore, che anche ieri si è definito «un imprenditore provvisoriamente prestato alla politica»: da sedici anni, perché in Italia nulla è più definitivo del provvisorio.

Lui vuole fare il capufficio della libertà? E lei gli ricorda che il presidente del Consiglio è un ministro come gli altri. Lui vuole ridurre – per il nostro bene – i poteri di giudici e giornalisti? E lei, pedante: non si può, non si può. Lasciami almeno sgravare le imprese da «lacci e lacciuoli», la implora. Niente, non gli concede nemmeno quello: Madame è una radical-chic d’altri tempi, una specie di Camilla Cederna in formato cartaceo. Nel corso della sua esistenza eroica Berlusconi ha combattuto e vinto contro tanti nemici, ma si trattava di esseri umani. Cosa può fare, persino un semidivino come lui, contro questa Piovra immateriale che si nutre di regole fatte della stessa sostanza degli incubi?

da www.lastampa.it

"Manovra e federalismo scolastico, dove corre la lepre", di Fabrizio Dacrema

Curzio Maltese ha colto bene l’intento punitivo nei confronti degli insegnanti contenuto nelle manovra del governo. C’è una tale iniquità nel chiedere il contributo finanziario più oneroso ai lavoratori della scuola, già notoriamente sottopagati, che può solo essere spiegato con la volontà politica di colpire la categoria che ha sempre meno votato Berlusconi e che, grazie ai diffusi alti livelli di istruzione, meno abbocca alle sue trappole populistiche. Questo è vero, ma c’è dell’altro.

Due federalismi scolastici
Sommando la manovra Tremonti-Gelmini 2008 (alleggerimento del comparto scuola di 130 mila unità) alla Tremonti 2010 (impoverimento di 2 miliardi delle retribuzioni del personale e un altro taglio lineare al Ministero dell’Istruzione) emerge anche il disegno di ridurre al livello minimo il perimetro della spesa statale per l’istruzione in vista dell’attuazione del federalismo fiscale.
Dietro alla parola federalismo in Italia, a partire dagli anni novanta, si confrontano, infatti, due strategie contrapposte.
Da un lato, il federalismo unitario e solidale del centrosinistra finalizzato a decentrare e responsabilizzare la spesa pubblica per migliorare l’allocazione delle risorse, potenziare la capacità di rispondere alla domanda sociale, realizzare un sistema scolastico effettivamente inclusivo e di qualità su tutto il territorio nazionale. Dall’altro la strategia federalista della destra, il cui mai abbandonato obiettivo prioritario rimane la rottura del patto solidaristico tra i cittadini, praticato attraverso una contrazione dei servizi e delle prestazione pubbliche essenziali. Quando dice federalismo la destra, più che al decentramento e all’autogoverno, pensa alla destrutturazione del welfare universalistico e del sistema formativo pubblico. Il disinteresse del governo per un reale decentramento dei poteri è dimostrato dal progressivo depauperamento delle risorse locali – nel 2008 sono state tolte le risorse dell’Ici e ora un altro taglio di quasi 15 miliardi di euro – che provocherà un drastico ridimensionamento di servizi essenziali. Il sistema formativo pubblico sarà così indebolito anche dal lato della capacità di spesa delle Regioni e degli Enti Locali: saranno colpiti gli asili nido e le scuole dell’infanzia comunali, servizi essenziali per le scuole quali mense e trasporti, la formazione professionale, l’apprendimento permanente, l’edilizia scolastica, gli interventi per il diritto allo studio. Tutti questi fondamentali interventi oggi a carico delle regioni e degli enti locali saranno pesantemente ridotti e/o fatti pagare ai cittadini.

L’effetto dei tagli sul modello di federalismo
Nella sua ultima riunione la Commissione Istruzione dell’ANCI, dal suo autorevole osservatorio, ha descritto il quadro drammatico in cui versano le scuole: impossibilità di sostituire i docenti assenti e dirigenti scolastici costretti dividere gli alunni nelle altre classi, con evidenti ricadute negative sia per la didattica che per la sicurezza, ricorso ai contributi volontari delle famiglie per sostenere spese ordinarie, numeri eccessivi di alunni presenti nelle classi (29/30 alunni in ambienti realizzati per un numero inferiore senza il rispetto delle norme sulla sicurezza). La Commissione Anci evidenzia poi la seria difficoltà che si sta determinando per la consistente riduzione delle classi a tempo pieno causata dalla diminuzione degli insegnanti – anche l’Anci smentisce la Gelmini – che impedirà a molti bambini di frequentare le scuole nel pomeriggio nonostante le richieste avanzate in fase di iscrizione dalle famiglie. Tale situazione, secondo l’Anci, sta già producendo le prime inevitabili ripercussioni sui Comuni che si vedono investiti dalle famiglie nella ricerca di soluzioni alternative. A questo proposito la Commissione preannuncia che “in molti casi i Comuni, non potendo garantire tali servizi in forma gratuita data la scarsità delle risorse dei bilanci comunali, si vedranno costretti a richiedere contributi alle stesse famiglie”.
Quanto prospettato dall’Anci a riguardo del tempo pieno non è altro che un’anticipazione degli effetti delle politiche governative: il decisionismo centralista riduce al minimo servizi pubblici e scuola, successivamente enti locali e famiglie, sulla base delle loro disuguali capacità economiche, dovranno farsi carico dell’onere di ristabilire livelli essenziali di qualità dell’offerta.
Questa è la direzione nella quale la destra fa correre la lepre del federalismo.
In materia di istruzione il governo, in vista dell’attuazione del federalismo fiscale, punta ad arrivare ad una definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e dei relativi costi standard coincidente con la scuola statale minima risultante dall’effetto delle due manovre: tempo scuola per gli alunni insufficiente rispetto alle necessità curricolari e sociali, caduta dei percorsi individualizzati a causa dell’eliminazione delle compresenze dei docenti, riduzione strutturale e stabile delle retribuzione dei docenti e del personale ata, eliminazione delle risorse per le carriere professionali, dimezzamento di quelle già scarse per la formazione del personale, finanziamento ampiamente insufficiente delle scuole.
A fronte dell’impoverimento e della progressiva dequalificazione del sistema pubblico di istruzione, non è difficile prevedere l’aumento delle famiglie che chiederanno di essere sostenute finanziariamente per cercare soluzioni migliori nel privato. Al tempo stesso si rafforzerà la spinta verso forme di regionalizzazione totale, personale compreso, tendenti a dar vita a 20 diversi sistemi scolastici regionali nel tentativo delle regioni più forti di costruirsi offerte formative adeguate alle loro esigenze di sviluppo.
In entrambi questi casi, e nei loro possibili mix, si produrrebbe un ulteriore aumento delle disuguaglianze – già gravissime in Italia – negli esiti formativi determinate dalla provenienza socio-culturale, etnica e territoriale.

La centralità dei livelli essenziali delle prestazioni
Il nodo decisivo per fermare questa china è rappresentato dalla definizione dei livelli essenziali di prestazione che dovranno essere garantiti su tutto il territorio nazionale.
Con l’attuazione del federalismo fiscale (Legge 42/2009), infatti, il finanziamento del nuovo assetto delle competenze non sarà più basato su trasferimenti da parte dello Stato, ma sull’autonomia fiscale di Regioni ed Enti Locali mediante imposte proprie, aliquote riservate e compartecipazioni su grandi tributi erariali. Questo prelievo fiscale dovrà finanziare integralmente, sulla base dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) e dei costi standard, le funzioni fondamentali delle Regioni e degli Enti Locali. Per i territori disagiati, a minore capacità contributiva, le funzioni fondamentali verranno garantite, oltre che da entrate proprie, da quote del fondo nazionale di perequazione.
Sulla base di questo nuovo sistema di finanziamento ai LEP è affidata la funzione di garantire e sviluppare il carattere unitario e nazionale della fruizione del diritto all’istruzione.
Per battere il federalismo neoliberista della destra occorre allora sconfiggere la tendenza a fissare i LEP al livello troppo basso indotto dalle due manovre del governo, sostanzialmente al di sotto dei livelli di quantità e qualità necessari per realizzare l’innalzamento dei livelli di inclusione e di apprendimento di cui il paese ha bisogno.
Bisogna quindi far cambiare strada alla lepre e riproporre il federalismo come strumento per riformare e rafforzare la scuola pubblica, coerente prosecuzione del processo avviato con l’autonomia scolastica.
Livelli effettivamente essenziali delle prestazioni, coerenti con i principi costituzionali, non saranno il risultato di operazioni di ingegneria istituzionale, ma dovranno essere conquistati attraverso il conflitto sociale contro le misure del governo.
Altrettanto decisiva sarà l’attuazione a livello locale di patti stretti tra scuole, famiglie, forze sociali, enti locali per la difesa e la qualificazione della scuola pubblica sulla base di piattaforme finalizzate alla crescita civile ed economica dei territori.

da ScuolaOggi.org

Blitz fiducia in senato, non resta che Napolitano

Il Pd fa ostruzionismo, poi decapitata la discussione sulle intercettazioni. Ma il sì del presidente della camera e di Bossi può costare caro al premier

Nel giorno di un violentissimo attacco alle regole costituzionali («un inferno»), Berlusconi impone al senato il voto di fiducia sulla legge sulle intercettazioni. Il premier lo aveva fatto capire fin dalla riunione del vertice Pdl di martedì: si fa come dico io. Logico dunque che la blindatura della legge (con i minimi miglioramenti chiesti dai finiani) abbia comportato il ricorso alla fiducia. Inevitabili le proteste dell’opposizione, Pd in testa. Bersani ha duramente criticato l’uscita anti-Costituzione del Cavaliere: «Se non gli piace se ne vada». Si ipotizza una forte irritazione del Quirinale, che non avrebbe voluto l’ennesimo voto di fiducia. Fini abbozza ma attacca nuovamente un progetto federalista che è tuttora una scatola vuota. E anche il Senatur non è parso entusiasta della situazione.
da europaquotidiano.it

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Ddl intercettazioni, oggi la fiducia .Di Pietro occupa Palazzo Madama. Notte in Aula per l’Idv, questa mattina alle 11 è atteso il voto

Il governo blinda il ddl intercettazioni ponendo al Senato la questione di fiducia ed esplode la protesta dell’opposizione: su tutti l’Italia dei Valori che, sventolando il tricolore, occupa l’Aula di Palazzo Madama «a oltranza»: «È la nostra resistenza al dittatore Berlusconi», motiva Antonio Di Pietro.

Il Pd invece attacca l’esecutivo definendo la decisione della fiducia «illegittima» perché autorizzata in un Consiglio dei ministri che ancora non conosceva il testo del maxiemendamento. Non solo. Secondo Anna Finocchiaro ci sono tutti gli estremi per motivare ricorsi alla Corte Costituzionale perché alcune parti del testo sono «irragionevoli». E il clima infuocato di Palazzo Madama desta qualche preoccupazione nel leader della Lega, Umberto Bossi, che teme venga compromesso il confronto con l’opposizione sulle riforme.

Questa mattina è atteso il voto finale sul provvedimento. «L’ostruzionismo messo in atto dall’opposizione – ha denunciato ieri il sottosegrario alla Giustizia Giacomo Caliendo – a questo punto legittima il ricorso al voto di fiducia». E infatti, nonostante l’estremo tentativo dell’opposizione di chiedere al presidente del Senato, Renato Schifani, ancora un ritorno in Commissione, il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, ha posto la questione di fiducia. «È un diritto della maggioranza arrivare alla decisione visto che di intercettazioni se ne discute da due anni», osservava Maurizio Gasparri. La Finocchiaro chiedeva a Vito quando il Cdm abbia autorizzato questa fiducia.

Il ministro rispondeva indicando erroneamente la data del 29 maggio: ma è un sabato e inoltre l’ultimo Cdm si è riunito il 25 maggio. Il portavoce del ministro faceva una precisazione ma il lapsus alimentava sospetti nel Pd. «La fiducia votata con questa modalità è illegittima. Il testo è cambiato cinque volte e occorre che il Consiglio dei ministri autorizzi la fiducia su questo testo e non su quello del 25 maggio scorso», denunciava la Finocchiaro che ricordava anche alcune dichiarazioni del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che il 26 maggio sosteneva: «Al momento non v’è alcuna ragione per parlare di porre la fiducia». A replicare al Pd era prima la presidenza del Consiglio con una nota che confermava la data dell’autorizzazione della fiducia, il 25 maggio scorso, poi il Ministro Alfano che definiva «strumentali» le polemiche dei democratici che vogliono «mascherare con pretesti procedurali il palese disinteresse verso il diritto costituzionale alla riservatezza e alla privacy di quei milioni di cittadini non tutelati da nessuna lobby».

Intanto i senatori dell’Idv hanno passato la note occupando l’Aula in segno di protesta. A confortare i parlamentari dell’Italia dei Valori sono giunti in tarda serata i commessi di Palazzo Madama con quattro buste piene di panini e bibite. È arrivato anche Antonio Di Pietro che non potendo entrare in Aula, perchè deputato, si è intrattenuto a turno con alcuni dei suoi senatori. «Stiamo attivando – ha detto il leader dell’Italia dei Valori – ogni forma di resistenza attiva perchè crediamo che tutta l’opinione pubblica deve conoscere la grave lesione costituzionale che si sta consumando. Comunque – ha aggiunto con un sorriso – capisco Berlusconi. Ha bisogno di questa legge. Gli italiani non sanno che è al governo non per motivi ideali o politici ma per motivi processuali, tutta la sua attività è unidirezionale: rendere impotenti gli uffici giudiziari, sbianchettare i reati oppure non farli scoprire, evitare che i media parlino delle sue malefatte». «Questa nostra forma di protesta – ha ribadito Di Pietro – serve a far riflettere i cittadini. devono decidere se reagire o restare alla finestra mentre Sagunto viene espugnata». Infine, una battuta velenosa verso il Pd: «Noi non facciamo parte di quella opposizione che aspetta che sia il Padre Eterno a portarsi via Berlusconi, anzi noi gli auguriamo lunga vita».

da www.lastampa.it

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Intercettazioni, come cambia il ddl.
Alla fine Berlusconi ha ceduto sull’arresto ai giornalisti. Tornano le maxi multe agli editori. Intercettazioni, i giorni restano 75 con proroghe di 72 ore

Rimane il tetto dei 75 giorni di tempo per intercettare il telefono di un indagato previa autorizzazione del tribunale collegiale. Un emendamento al ddl, però, prevede che le intercettazioni vengano prorogate di 72 in 72 ore qualora esistano «elementi fondanti per l’accertamento del reato», o «indicazioni rilevanti per impedire la commissione di un reato». Il pm potrà ordinare autonomamente alla polizia giudiziaria di eseguire i controlli, ma subito dopo dovrà chiedere la convalida al giudice collegiale, allegando tutta la documentazione che dimostri l’effettiva necessità di ogni proroga. In mancanza della ratifica, la conversazione registrata non avrà alcun valore: sarà carta straccia, insomma. In un primo momento si era ipotizzato che le proroghe non superassero le 48 ore.

Giornali, tornano le maxi multe agli editori
Per gli editori tornano le maxi-multe in un primo tempo ridimensionate nel disegno di legge che approda al Senato. C’è un emendamento nel quale si prevede che i proprietari dei giornali rispondano di un nuovo reato punito con sanzioni pecuniarie che superano i 450 mila euro. Si tratta della pubblicazione di intercettazioni destinate alla distruzione, cioè di quelle conversazioni telefoniche ininfluenti ai fini dell’inchiesta che il pm sta conducendo. Per i giornalisti che violano il divieto è già prevista una condanna severa: fino a tre anni di carcere. Multe pesanti sono previste anche per la pubblicazione di intercettazioni per le quali il magistrato non ha decretato la distruzione, anche se non coperte dal segreto d’indagine. In altri termini: i lettori non potranno più leggere il testo di una conversazione fra indagati.

Norma transitoria, la legge vale per i processi in corso
Scompare quella parte dell’emendamento al ddl che prevedeva l’entrata in vigore della legge 30 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Si menzionano solo una serie di obblighi e divieti per i pm titolari dei procedimenti in corso, e non solo per quelli a venire. Il magistrato, ad esempio, dovrà da subito informare il Vaticano nel caso stia già intercettando o indagando un sacerdote. E’ diverso il discorso sulle modifiche del codice di procedura penale: non si applicheranno ai procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della nuova legge e per i quali sia già stato emesso un provvedimento di autorizzazione o proroga alle intercettazioni: le conversazioni già registrate, insomma, saranno «salve». Ma se il pm vorrà farne di nuove o prorogarle, dovrà attenersi ai termini imposti dalle nuove norme: 75 giorni di tempo più le proroghe di 72 ore.

Ricusazione, ci vorrà il parere della Procura
È uno dei punti più spinosi del ddl sulle intercettazioni. Il disegno di legge imponeva l’abbandono dell’inchiesta al magistrato indagato anche in seguito a una denuncia per fuga di notizie. In altri termini, per imporgli di passare la mano, bastava il semplice sospetto che fosse lui il responsabile della diffusione di informazioni coperte dal segreto: un’arma, questa, formidabili nelle mani dell’imputato a cui sarebbe bastato comprare una carta bollata e inoltrare la denuncia per rallentare e rendere più complesso il procedimento a suo carico. Il ddl prevedeva anche l’astensione del pm che ha rilasciato pubbliche dichiarazioni sulla sua inchiesta. Qualcosa, però, è cambiata. L’avvicendamento automatico viene sostituito con una valutazione del capo dell’ufficio: sarà il responsabile della procura, a decidere se il suo sostituto dovrà o meno farsi da parte.

Giornalisti, botta e risposta assolutamente impubblicabili
Sarà difficile, molto difficile per i giornalisti informare e per i lettori essere informati. Il ddl sancisce il divieto totale della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, anche di quelle non più coperte dal segreto imposto dall’indagine in corso. La prima versione andava oltre, impedendo qualsiasi informazione su tutti gli altri atti dell’inchiesta, compresi quelli ormai a conoscenza dell’indagato e quindi non più top secret, fino al rinvio a giudizio dell’imputato. A queste condizioni, il silenzio sulle indagini sarebbe potuto durare anni, considerata la lentezza della macchina giudiziaria. Ora le maglie del divieto sono state sia pure impercettibilmente allargate. Se rimangono assolutamente impubblicabili le intercettazioni, è consentito ai giornalisti di dare informazioni almeno «per riassunto» sugli atti dell’inchiesta non più coperti dal segreto.

Pedofilia, sì allo stralcio della norma contestata
Il ddl, nella sua prima versione, si occupava anche di pedofilia: c’era infatti una norma che eliminava l’obbligo dell’arresto per chi si rendeva responsabile di atti sessuali di lieve entità con i minori. Una iniziativa che ha scatenato polemiche furiose anche all’interno della maggioranza, mentre nelle fila della minoranza (l’Idv aveva sollecitato l’arresto obbligatorio in flagranza per i casi di violenza sessuale, atti sessuali con minori e violenza di gruppo) c’era chi maliziosamente collegava l’abolizione dell’obbligo delle manette alle inchieste sui sacerdoti accusati di pedofilia. La novità è che quella norma, ribattezzata «emendamento salva-pedofili», ora non esiste più. Il relatore del ddl, Roberto Centaro, ha annunciato che verrà soppressa tutta la parte del testo che riguarda appunto la violenza e gli atti sessuali sui minori: sarà oggetto di uno specifico disegno di legge.

da lastampa.it

Rai: "Il direttore generale si dimetta", di Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita

Quanto sta accadendo alla Rai rischia di travolgere quello che resta della autonomia e della credibilità delle aziende di servizio pubblico. Chi ha promosso e ideato la scandalosa vicenda di Raitre e ora si appresta a nuovi agguati, che avranno la sole conseguenza di portare la Rai alla paralisi, non può non prendere atto dei suoi fallimenti e trarne le conseguenze. Il riferimento principale, se non si fosse capito è al direttore generale Masi. Basta indugi chiediamo a tutte le forze politiche e sociali di indire da subito una grande manfestazione nazionale contro i tagli e i bavagli.

Per ottenere il reintegro di Ruffini e ristabilire lo stato di diritto eravamo pronti ad agire in sede penale, di Domenico d’Amati e Giovanni Nicola d’Amati*

Organici personale ATA. Confermati 15.167 tagli al 1 settembre 2010

Le istruzioni del Miur sull’organico ATA dell’anno scolastico 2010/2011. Continua la perdita dei posti di lavoro spacciata come efficienza del servizio. La FLC CGIL impugna il Decreto interministeriale e la circolare annuale.

Il Miur ha diramato da poche ore lo schema di decreto interministeriale, la circolare annuale e le tabelle dei tagli sugli organici ATA per il prossimo anno scolastico.
Le funzioni di trasmissione dei dati relativi al Sistema informativo resteranno aperte dal 10 al 16 giugno, termine entro il quale le segreterie dovranno inserire i dati utili alla formazione degli organici in questione.

La drammaticità di questi tagli a pioggia potrà essere attenuata in sede di organico di fatto qualora ciò si renda necessario per garantire la presenza di almeno un collaboratore per plesso e in caso di concentrazione di personale inidoneo al servizio. Importante aver acquisito, è la prima volta che questo succede, il riferimento alla complessità delle istituzioni scolastiche (numerosità dei laboratori, numero dei plessi, presenza di alunni con disabilità) e nel caso degli assistenti tecnici la condizione che le eventuali riduzioni devono avvenire coerentemente “con gli orientamenti espressi dal Collegio dei docenti, nell’ambito del piano dell’offerta formativa”. Questo rafforza il legame della funzione tecnica con l’area della didattica e riduce la discrezionalità della Giunta Esecutiva. Si tratta di precisazioni importanti che non erano presenti nella prima stesura della circolare, ma che sono state ottenute grazie alle pressioni della FLC CGIL.

Su tutta l’operazione confermiamo il nostro giudizio politico molto negativo per due ragioni. La prima, si licenziano più di 15.000 lavoratori. La seconda, la violenza dei tagli mette a rischio la regolare erogazione del servizio pubblico. Per queste ragioni impugneremo gli atti in questione davanti al Tar del Lazio.

da www.flcgil.it del 9 giugno 2010