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"Il merito pagherà i debiti dello stato", di Alessandra Ricciardi

I soldi del merito andranno a pagare i debiti che lo stato ha cumulato in questi anni con le scuole. La quota parte delle minori spese frutto dei tagli agli organici (il 30%, prevedeva il decreto legge 112/2008, la prima manvora del govnero Berlusconi IV), per un importo complessivo, su base triennale, di circa un miliardo di euro, è stata infatti dirottata su un capitolo ad hoc e finalizzata a rifondere alle scuole quanto queste hanno anticipato negli anni, a fronte di mancati trasferimenti da parte dello stato: secondo stime ufficiose, oltre 900 milioni.
La sorpresa della fine dei fondi per la valorizzazione professionale è tutta nella relazione tecnica al comma 14, articolo 8 del decreto legge finanziario, arrivata nei giorni scorsi al senato (si veda Italia Oggi di sabato scorso). Le risorse per il merito -che il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, aveva promesso sarebbero andate a rimpinguare le buste paga dei docenti più bravi, già da quest’anno- saranno destinate, recita la manovra, «al ripianamento dei debiti pregressi delle istituzioni scolastiche» ma anche «al finanziamento delle spese per supplenze brevi e di funzionamento, ivi comprese quelle per le attività di cui all’articolo 78, comma 31 della legge n. 388/2000», che sono gli appalti di pulizia assegnati dagli istituti scolastici alle cooperative di Lsu, sulla scorta della previsione della Finanziaria 2001. La relazione tecnica del Ragioniere generale dello stato, Mario Canzio, spiega anche come sia stato possibile questo diverso utilizzo: è vero che il decreto legge 112 destina una quota dei risparmi «all’incremento delle risorse contrattuali stanziate per la valorizzazione e lo sviluppo professionale della carriera del personale docente a decorrere dall’anno 2010», ma la manovra di quest’anno prevede «il blocco della tornata contrattuale relativa al triennio 2010-2012». E precisa che le buste paga dei prossimi due anni non potranno superare il livello complessivo in godimento nel 2010. Dunque, niente contratto, niente carriera. Ecco allora che è spuntata l’idea di utilizzare queste risorse fresche per coprire il buco nei bilanci delle scuole. Tra blocco del contratto, che vale per tutti gli statali, congelamento degli scatti, che valgono un miliardo in tre anni, e mancata attribuzione degli aumenti per merito, secondo una prima stima, un docente in media perde sui 2500 euro l’anno, circa il 10% della busta paga. Molto più dei manager pubblici per i quali la manovra prevede il taglio del 5% per la quota di stipendio che sfora i 90 mila euro, che sale al 10% per l’eccedenza sopra i 150 mila. Complessivamente, quantifica sempre la Ragioneria generale, i manager interessati sono circa 26 mila e pagheranno un dazio annuo di quasi 29 milioni di euro. Poco più di mille euro a testa. Nel corso dei tre anni oggetto della manovra, sarà pagata ai dipendenti scolastici, come del resto a tutti gli statali, solo l’indennità di vacanza contrattuale, come già avvenuto in questi mesi: il 50% del tasso di inflazione programmato per il 2010, pochi euro in più al mese.

Sindacati in agitazione: tra le manifestazioni di Cisl, Uil, Snals e Gilda e lo sciopero di Cgil e Cobas, la protesta è generale. La partita, perché la manovra sulla scuola sia attenuata, ora si sposta in parlamento.

ItaliaOggi 08.06.10

"La previdenza flessibile", di Tito Boeri

La nostra infrazione è figlia di un´entrata in vigore troppo lenta della riforma che ha introdotto il sistema contributivo. La Svezia invece ha previsto una transizione molto più rapida. È passata una sola settimana e il governo deve tornare a mettere mano al capitolo pensioni. Anche questa volta colpendo soprattutto le donne. Vediamo perché, come si è arrivati a questa situazione, quali risparmi siano conseguibili con le misure che il governo si appresta a varare e come cercare di ridurre le iniquità di questi interventi.
La Commissione Europea non interviene sui regimi previdenziali degli stati membri, non ne ha la facoltà. Deve però garantire, come guardiana del Trattato istitutivo della Comunità Europea, una parità di trattamento tra uomini e donne da parte dei loro datori di lavoro. Lo Stato è il datore di lavoro dei pubblici dipendenti. Come tale, secondo la Corte di giustizia europea, non può trattare diversamente uomini e donne, offrendo a queste ultime la possibilità di andare in pensione a 60 anziché a 65 anni. Se lo Stato non è datore di lavoro, come nel caso dei lavoratori del settore privato, può introdurre differenze di genere nell´età pensionabile senza incorrere nelle sanzioni europee. E´ un problema che riguarda il solo settore pubblico. Il governo italiano per rispettare la sentenza della Corte di giustizia europea aveva deciso di innalzare gradualmente, dal 2010 al 2018, l´età pensionabile delle lavoratrici del pubblico impiego, incrementandola di un anno ogni due. Oggi la Commissione ci chiede di fare più in fretta: entro il 2012.
La nostra infrazione è figlia di un´entrata in vigore troppo lenta della riforma che ha introdotto nel 1996 (15 anni fa!) il sistema contributivo in Italia. Se avessimo fatto come in Svezia, prevedendo una fase di transizione molto più rapida (15 anni anziché quasi 40) al sistema contributivo, il problema a questo punto non si porrebbe. In Italia, invece, si è preferito dilazionare i tempi di attuazione della riforma. Per poi intervenire con una lunga serie di piccoli aggiustamenti, forzatamente iniqui e parziali, che tra l´altro ci hanno allontanato sempre di più dal disegno della riforma varata nel 1996 senza un´ora di sciopero. L´ultimo aggiustamento è quello introdotto dal governo con la manovra economica varata la scorsa settimana, che prevede uno slittamento di dodici mesi per i lavoratori dipendenti e di diciotto mesi per i lavoratori autonomi dell´età in cui si va in pensione. Il ritardo è più forte per le pensioni di vecchiaia che per quelle di anzianità.
È un provvedimento che colpisce soprattutto le donne che hanno carriere lavorative molto più discontinue degli uomini (non da ultimo per il tempo da loro dedicato alla cura dei figli) e che in genere non riescono ad aver completato l´anzianità contributiva necessaria per godere della pensione di anzianità.
Il nostro Governo sembra intenzionato a recepire alla lettera la richiesta della Commissione Europea. Questo significa sei anni in meno per alzare a 65 anni l´età di pensionamento delle donne del pubblico impiego. E´ un intervento che nella sostanza ripristina lo scalone della riforma Maroni-Tremonti del 2003. I risparmi di questa operazione saranno abbastanza contenuti, non dovrebbero superare i 300 milioni di euro all´anno, per poi calare progressivamente man mano che si applica il sistema contributivo, che fa aumentare l´ammontare delle pensioni se si va in pensione più tardi. Sarà un nuovo intervento che colpisce le donne dopo quello varato solo una settimana fa.
Se non si vuole continuare lo stillicidio di interventi, se non si vogliono introdurre nuove asimmetrie di trattamento cercando magari di rimediare a vecchie iniquità, c´è una sola cosa da fare. Bisogna tornare ai principi del sistema introdotto nel 1996. Questo significa garantire flessibilità sul quando andare in pensione permettendo a chi decide di ritardare l´andata in pensione di ottenere poi quiescenze più alte. Sarebbe un modo per rispondere ad esigenze diverse e a diverse lunghezze auspicate (o imposte dal mercato del lavoro) della vita lavorativa. Si potrebbe andare in pensione dai 60 ai 67 anni, applicando subito le riduzioni attuariali previste dalla riforma Dini fin dal 1996 per chi va in pensione prima dell´età massima. Per tutti, uomini e donne, dipendenti pubblici e privati. In questo modo si sarebbe più equi, sia tra uomini e donne che tra generazioni diverse, perché significa accelerare il passaggio al sistema che entrerà in vigore pienamente solo nel 2032 secondo la normativa attuale. I risparmi sarebbero più consistenti dei provvedimenti tappabuchi e improvvisati di questi anni. E si terrebbe conto del fatto che i tempi del lavoro e del non lavoro sono diversi non solo tra uomini e donne, ma anche tra le persone dello stesso sesso, cioè tra le donne e gli uomini che hanno fatto scelte diverse in quanto a responsabilità famigliari, carriere lavorative, redditi per la vecchiaia e durata del loro impegno professionale.

La Repubblica 08.06.10

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“Europa: donne in pensione a 65 anni entro il 2012 “, di Laura Matteucci

«Non c’è alcuno spazio di trattativa », «il Consiglio dei ministri deciderà giovedì». Sacconi dixit, dopo un colloquio con la Commissaria europea a giustizia e diritti Viviane Reding. L’Italia, dunque, si appresta entro la fine della settimana a chiudere la partita dell’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne che lavorano nel pubblico impiego già dal 2012. Nessun regime transitorio, dunque: l’operazione verrà fatta rientrare nella manovra economica e riguarderà in prima battuta 30mila donne. La Reding conferma: «L’Italia ha avuto 20 anni, da quando sono state adottate le direttive Ue sulla parità retributiva tra uomini e donne, per rispettare il diritto comunitario, ora dovranno mettere in ordine il loro sistema». Negata così anche la gradualità prevista dal decreto italiano fino al 2018: secondo Reding già il 2012 è il massimo che si possa concedere rispetto all’esigenza di «immediata applicazione» della sentenza della Corte di giustizia del 2008. In caso contrario, le eventuali sanzioni potrebbero arrivare a 714mila euro per ogni giorno di ritardo nell’adeguamento. L’aut-aut ha del paradossale, visto che ancora nei giorni scorsi la Ue ha confermato la solidità del sistema pensionistico italiano, tra i più sostenibili d’Europa.

USCITA FLESSIBILE Sacconi nega che il governo,dopo anni di silenzio sull’argomento, abbia preso ora la palla (europea) al balzo per fare cassa, ed assicura che non si tratta di un precedente per il privato, al quale «la sentenza non è in alcun modo applicabile». Quello che il ministro del Lavoro non dice lo puntualizza invece Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro: «L’Ue – spiega – non ci ha chiesto i 65 anni, ma di equiparare le condizioni di lavoro di uomini e donne. Meglio sarebbe una misura di base uguale per tutti, 61 o 62 anni, a partire dalla quale inserire il principio di un’uscita flessibile, fino ai 70 anni, liberamente scelta dai lavoratori». Non si tratta solo di manovrare l’asticella del limite anagrafico, la proposta di Damiano firmata insieme al collega Sandro Gozi è articolata: «Bisogna anche eliminare le discriminazioni in materia di lavoro, stipendi e opportunità – spiega Gozi – Insomma, un welfare moderno a favore delle donne al quale l’attuale esecutivo non è affatto interessato ». Rosy Bindi accusa Sacconi di «usare l’Europa come alibi contro le donne», e ricorda che «l’Italia è il paese con il minor numero di donne occupate, con uno dei più bassi indici di natalità, con la più bassa percentuale di pil destinata al sostegno alle famiglie. Dati che bastano a far capire che quella dell’età pensionabile è un’arma impropria usata contro le donne. Questo attacco non può passare sotto silenzio, il confronto si allarghi a tutto il welfare». MIGLIORAMENTO O PUNIZIONE? In realtà, quello che chiede l’Europa è che le pensioni delle donne non siano inferiori a quelle degli uomini. Per esempio a partire dal fatto che a parità di lavoro le donne percepiscono in media salari inferiori del 30% rispetto ai colleghi uomini, il che ovviamente si ripercuote anche sul valore delle pensioni stesse. Mail governo trasforma una richiesta di miglioramento in un’operazione punitiva volta a portare un po’ di soldi in cassa. Pochi, peraltro, come ammette lo stesso Sacconi, almeno inizialmente: «La questione per il primo anno riguarda la posizione di 30mila donne, con un impatto modesto in termini di risparmio per lo Stato», quantificato da alcuni economisti in un centinaio di milioni di euro l’anno. Anche perchè fino al 2013 si può andare in pensione se si arriva a quota 95 sommando età e contributi (poi, invece, bisognerà avere almeno 61anni e raggiungere quota 97). L’attuale normativa ha gradualmente aumentato l’età pensionabile (il primo step è già partito quest’anno: dal primo gennaio l’età per le impiegate pubbliche è salita da 60 a 61 anni). Continuando così fino al 2018, si sarebbe arrivati a poco meno di 2,5 miliardi di risparmi e, alla fine del percorso, a circa 30mila pensioni di meno. Molto critico anche il responsabile Welfare dell’Idv, Maurizio Zipponi: «Sacconi e l’Europa stanno operando contro gli interessi delle lavoratrici italiane. Il governo deve mettere le donne che lavorano, a partire dagli asili nido fino alla assistenza agli anziani, alla pari di quelle europee ed equiparare il salario per uomini e donne».

L’Unità 08.06.10

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«Le penalizzazioni in nome della parità sono inaccettabili». Intervista a Rossana Dettori (FP-CGIL)

È inaccettabile che la parità passi solo per le penalizzazioni. Mai che si parli di retribuzioni, eppure per le donne sono inferiori del 30% rispetto agli uomini. O del lavoro di cura che devono fare, delle loro carriere discontinue. Del fatto che abbiamo il più alto numero di lavoratrici precarie d’Europa». Rossana Dettori è la leader di Fp, i lavoratori pubblici della Cgil, per 20 anni ha fatto l’infermiera: «Si può immaginare un’infermiera o una maestra d’asilo o una vigile del fuoco restare lavoro fino a 65 anni?. Ed è verosimile che presto toccherà al lavoro privato». Effettivamente c’è chi lo teme… «Premesso che nella manovra c’è già lo slittamento di un anno per chi, nel pubblico, deve andare in pensione, io credo che visto che ci si barrica dietro l’equiparazione, presto si parlerà di equiparare il privato al pubblico e tutte andranno in pensione a 65 anni. In più pare ormai cancellato ogni ragionamento sulla gradualità». Così dice la Ue. Il governo italiano ha alternative? «Il problema sta a monte. Fin dall’inizio di questa vicenda, il governo italiano si è mosso male, non ha difeso a sufficienza il sistema previdenziale italiano che non è fatto di casse professionali, e le riforme fatte. Quella di questi giorni è la chicca finale ma è dall’inizio che non abbiamo saputo rispondere. E pensare che con le quote latte siamo stati bravissimi, abbiamo tenuto testa più di 10 anni». Dobbiamo attenderci una grande fuga dal lavoro? «Sta già accadendo per via della manovra. Mi chiedo che cosa ne sarà dei servizi pubblici tra uscite, blocco del turnover e mancata stabilizzazione del 50%dei precari. Daremo battaglia. A cominciare con la grande manifestazione del 12».

L’Unità 08.06.10

"L'impresa e l'alibi dell'articolo 41", di Michele Ainis

La Carta costituzionale è al contempo la carta d’identità di un popolo. Ne elenca i tratti culturali, anziché quelli somatici. Poiché in Italia nessuno la conosce, significa che non abbiamo idea di cosa siamo. Peggio: significa che ci sentiamo liberi di plasmare ogni mattina i nostri connotati, senza preoccuparci della fotografia scattata dai Costituenti. Ma c’è un’insidia più grave dell’oblio: il falso ricordo, tanto più se procurato con l’inganno. Un esempio potrà forse aiutarci a risvegliare la memoria.
Quale? L’art. 41 della Costituzione. Urge cambiarlo, ha detto nei giorni scorsi il ministro dell’Economia. Altrimenti la libertà d’impresa rimarrà per sempre una chimera, ostaggio d’uno Stato ficcanaso. Applausi bipartisan, con l’opposizione – da Morando a Violante – pronta a concorrere a questa rivoluzione liberale. E i cittadini? Avranno pensato che quella norma l’aveva vergata di suo pugno Stalin, che la Costituzione italiana del 1947 sia una ristampa anastatica della Costituzione sovietica del 1936. Poiché il professor Tremonti è persona colta, lui certamente sa cosa c’è scritto nei tre commi dell’art. 41. Noi invece dei nostri studi ci fidiamo poco, sicché apriamo un codice e inforchiamo un paio d’occhiali.

Primo comma: «L’iniziativa economica privata è libera». Dunque o stiamo consultando un testo apocrifo, oppure la libertà d’impresa ricade già fra i nostri valori collettivi. Che altro dovremmo aggiungerci per renderla più libera? Forse un termine di comparazione: libera come il vento, come un pesce, come il Popolo della libertà. Ma andiamo avanti, magari l’intralcio sbuca dal rigo successivo. Secondo comma: «Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». E che dovremmo dire? Che le imprese d’ora in poi saranno inutili o dannose? Che gli industriali devono esser liberi di brevettare giocattoli pericolosi, auto inquinanti, ecomostri, farmaci nocivi? Che possono trasformare le loro fabbriche in altrettanti lager?

Eppure è questo il gluteo su cui andrebbe a conficcarsi l’iniezione ri-costituente. Non può trattarsi infatti del terzo e ultimo comma: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Perché no? Perché senza controlli ciascuno farebbe un po’ come gli pare, svuotando il secondo comma dell’art. 41. Altrimenti sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade, licenziando al contempo tutti i vigili urbani. E perché se in tale norma s’individua viceversa la matrice delle leggi di piano, è bene ricordare che la prima e ultima legge di tal genere venne approvata nel 1967. Basta lasciare in sonno il terzo comma, dato che dorme da più di quarant’anni. A meno che il problema non siano i «fini sociali» dell’economia pubblica e privata. Si sa che il Pdl, quando sente menzionare Fini, fa un salto sulla sedia.

Insomma l’art. 41 non è che un alibi, uno schermo. Serve a scaricare sulla Costituzione l’impotenza dei politici a inaugurare una stagione di riforme liberali. Dice: ma l’art. 41 tace sulla libertà di concorrenza. E allora? Sarebbe forse incostituzionale l’Antitrust (per chiamarla col suo nome di battesimo: Autorità garante della concorrenza e del mercato), che bene o male funziona dal 1990? Non c’è forse l’art. 117 della Costituzione, che assegna alla legislazione dello Stato la «tutela della concorrenza»? Non c’è un fiume di norme europee – recepite nel nostro ordinamento – che a loro volta proteggono il libero mercato? Altrimenti non si capirebbe perché mai nella giurisprudenza costituzionale la «tutela della concorrenza» figuri in 131 decisioni, il «libero mercato» in 44, la «libertà di iniziativa economica privata» in 81, e via elencando.

Ma dopotutto non è questo ciò che importa. In Italia non conta la Costituzione scritta, conta quella immaginata. Occorre un bel po’ di fantasia, però i nostri politici ne hanno la bisaccia piena. Come diceva Giambattista Vico, la fantasia tanto più è robusta quanto più è debole il raziocinio.

La Stampa 08.06.10

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“Una foglia di fico per celare l’assenza di indirizzo politico”, di Tania Groppi

Il Ministro dell’Economia, con poche sibilline parole, fa intendere che l’art. 41 della Costituzione rappresenti un ostacolo alla libertà di impresa e che per lanciare una «rivoluzione liberale» sia necessaria una sua modifica. Poiché quest’affermazione non ha alcun aggancio con la realtà e il Ministro non è uno sprovveduto, cosa c’è sotto? L’art. 41 è il frutto di un accordo, in Assemblea costituente, tra i liberali, capeggiati da Luigi Einaudi, favorevoli al pieno dispiegarsi dell’economia di mercato, e i cattolici e i social comunisti, volti invece a funzionalizzare l’attività privata alle esigenze della collettività. Si compone di tre commi. Innanzitutto si stabilisce che «l’iniziativa economica privata è libera», con un’affermazione innovativa per la tradizione italiana, visto il silenzio sul punto dello Statuto albertino e l’opposta concezione, finalizzata all’interesse della nazione, propria della Carta del lavoro fascista. Si aggiungono poi due tipi di limiti. Tale iniziativa «non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»(comma2). Spetta alla legge determinare «i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali» (comma 3). Dal diritto vivente (fatto di giurisprudenza e legislazione, soprattutto di derivazione comunitaria), risulta poi che nella garanzia della libertà di iniziativa economica è compresa anche quella del mercato e della concorrenza; che i limiti che essa incontra derivano dalla necessità di contemperamento con altri principi costituzionali, come la dignità, la libertà, la sicurezza, i diritti dei lavoratori, a prescindere dal fatto che siano menzionati nel comma 2; che programmi e controlli possono essere previsti dal legislatore, se lo ritiene, ma non esiste alcun obbligo costituzionale in tal senso. In definitiva, tornando alle dichiarazioni del Ministro. O si vuole veramente svincolare la libertà di impresa da qualsiasi limite, facendone un supervalore prevalente sui principi supremi del nostro ordinamento, primo tra tutti la dignità umana.Osi tratta dell’ennesimo annuncio, sprovvisto di esito pratico ma volto, pian piano, a delegittimare la Costituzione circondandola di un’aura di arretratezza e dannosità. O l’art. 41 è una foglia di fico dietro la quale il governo si nasconde per giustificare l’incapacità di portare avanti l’indirizzo politico, invocando a pretesto presunti(ma inesistenti) ostacoli costituzionali. Rottura della Costituzione, uso distorto, strumentalizzazione politica: tutti atteggiamenti che non possono trovare consenso,ma anzi invitare alla vigilanza, chi crede ancora nella attualità dei principi costituzionali

L’Unità 08.06.10

Scuola, Pd: sul tempo pieno Gelmini nasconde i dati

Ghizzoni: i Comuni saranno costretti a mettere le mani nelle tasche delle famiglie
“Invece di riproporre vecchi comunicati stampa per avvalorare la tesi che il tempo pieno aumenterà, il ministro Gelmini dovrebbe spiegare perché da due anni (ossia dall’anno scolastico 2008/2009) non sono più pubblici i dati nazionali e regionali sugli orari scolastici settimanali effettuati dagli studenti”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta il comunicato del Miur e annuncia un’interrogazione parlamentare su cui auspica ‘una immediata risposta della Gelmini”.

“In altre parole – aggiunge Ghizzoni – ad oggi, non possiamo sapere con esattezza quanti studenti hanno frequentato il tempo pieno, quelli che hanno scelto le 27 ore o il tempo prolungato. Alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Inoltre gli annunci trionfalistici del ministro Gelmini sono in palese contraddizione con le migliaia di richieste di tempo pieno non soddisfatte e con la denuncia dell’Anci che solo due giorni fa ha detto con chiarezza che molti comuni non potranno rispondere alle pressanti richieste di tempo pieno se non mettendo le mani in tasca alle famiglie facendo così pagare un servizio che fino a due anni fa era garantito gratuitamente dalle scuole”.

"Il liceo non ha i soldi per la maturità. Paghino le famiglie", di Andrea Garibaldi

Chiesti 145 euro a studente per i commissari d’esame. Il problema è questo, così come lo racconta Pietro Gonnella, preside del liceo scientifico «Majorana» di Putignano. Per pagare i dodici commissari d’esame (più nove interni) alla maturità che inizia fra due settimane, servono 47.500 euro. Dal ministero della Pubblica istruzione ne arriveranno 30mila. Ne mancano 17mila e 500. «Negli anni scorsi— dice Gonnella — abbiamo pagato le indennità di funzione e di trasferta dei professori sottraendo fondi ad altre destinazioni. Ma stavolta in cassa non ho più niente. Equitalia ha perfino chiesto il pignoramento perché non abbiamo versato la tassa dei rifiuti». E allora? Allora, venerdì il Consiglio d’istituto del «Majorana» ha deliberato di invitare le famiglie dei 127 studenti a versare 145 euro a testa che serviranno a dare ai commissari ciò che a loro spetta. Spiega Gonnella: «Qui si tratta di non far innervosire i commissari con l’idea che saranno pagati in ritardo. Alla maturità, si sa, i ragazzi hanno bisogno di comprensione…».

Putignano, provincia di Bari, ha 28mila abitanti ed è nota per il suo antico Carnevale. Nelle sue strade si discute la proposta del concittadino Gonnella, docente di materie letterarie e latino, preside del «Majorana» dal 1992, prossimo pensionato. Secondo la deliberazione del Consiglio d’istituto, appena il ministero salderà la differenza fra anticipo e cifra necessaria a pagare i professori a fine esami, le famiglie verrebbero rimborsate. Un prestito, insomma. Che però non sarà onorato con certezza. Perché — racconta lo stesso Gonnella — dall’anno 2004 il ministero non distribuisce più il saldo degli esami di Stato: tutto si esaurisce con l’anticipo e poi resta un problema delle scuole: «Unica eccezione, l’anno 2009, quando il saldo arrivò, circa 5 mesi dopo la conclusione degli esami » . La «Majorana» vanta un credito nei confronti del ministero, soltanto per i compensi ai commissari d’esame, di 50mila euro. Per i commissari della maturità l’indennità di funzione è di 1.200 euro lordi, quella di trasferta fra i 600 e i 2.000 euro, secondo il luogo da cui si muovono.

Dal ministero della Pubblica Istruzione, la reazione all’iniziativa di Putignano è molto dura. Lo staff del ministro Gelmini comunica che le verifiche sulla vicenda saranno effettuate oggi. Precisa che «è illegittimo da parte delle scuole chiedere soldi alle famiglie, a qualsiasi titolo» e che «se qualche preside vuol fare politica, dovrebbe candidarsi alle elezioni». Ricordano anche, da viale Trastevere: «L’ultima volta che un preside (liceo «Keplero» di Roma) ha denunciato di avere finito i fondi e di non poter quindi organizzare i corsi di recupero, abbiamo scoperto che c’erano 50mila euro in cassa…». E infine: «Se una scuola ha problemi di bilancio può rivolgersi all’Ufficio scolastico provinciale, che erogherà le somme necessarie». In realtà, da Putignano affermano che lo scorso Natale il direttore dell’Ufficio scolastico provinciale inviò una lettera al ministero per ricordare che le scuole della provincia di Bari e della nuova Provincia Barletta-Andria-Trani vantano un totale di 50 milioni di crediti dall’amministrazione centrale.

Gli studenti del «Majorana» si sono riuniti in assemblea sabato. Per ora, hanno deciso che faranno il «prestito» tutte le famiglie, o non lo farà nessuna. «Siamo in attesa — dice il preside Gonnella —. Certo, se i commissari non saranno pagati e non saranno sereni, i ragazzi non potranno dare la colpa a noi. Li avevamo avvisati…».

Il Corriere della Sera 07.06.10

Cultura e stampa in piazza contro i bavagli: contributi di Ettore Scola, Vittorio Emiliani e Vincenzo Cerami

Ettore Scola: L’ultima speranza nel Bel Paese del «culturame»

Regina reginella quanti passi mi darai?» si cantava in uno di quei giochi infantili che era ancora possibile fare nelle strade urbane. Vinceva chi riusciva a fare il maggior numero di passi avanti senza lasciarsi sorprendere in movimento dalla Regina, che dava le spalle ai giocatori e dopo aver contato fino a 3 si voltava di scatto bloccando tutti i partecipanti in equilibri precari, su una gamba sola o con un piede a mezz’aria.

Ci si chiede: fermarsi a considerare quanti passi avanti si siano fatti, nella storia del gioco umano, può essere motivo di qualche consolazione? O di qualche amarezza? Sicuramente soddisfacenti sono i passi guadagnati nella conoscenza e nella scienza, che hanno fatto progredire le condizioni di vita di (quasi) tutta l’umanità. Meno esaltante il bilancio dei passi conquistati sulla strada dei comportamenti nel vivere associato, che restano incerti e traballanti. Su un piede solo.
Ma per fortuna viviamo in Italia e c’è qualcuno che veglia su di noi. Il grande Cicerone, dopo avere sventato la congiura di Catilina contro la Repubblica, esclamò in Senato «Com’è fortunata Roma, ad avere me come console!». Modestia a parte, anche oggi abbiamo chi lavora per noi, scegliendo il bene e scartando il male, risolvendo così, una volta per tutte, i problemi di questa benedetta congiura culturale che ostacola le sorti del paese.

Ci sarebbe solo qualche domanda da porre in proposito a chi sta individuando gli enti inutili da abolire e quelli utili da salvare. Per esempio sui criteri di scelta stabiliti, sul vaglio adottato per separare il grano dall’oglio, sulla distinzione tra investimento e spesa, sul concetto di ‘utilità’, sulla variabilità dei tempi sui quali calcolare ogni bilancio: un trimestre ? un anno ? due? dieci? un secolo? Anche la scuola, fosse giudicata da un profitto poco soddisfacente degli scolari di una prima elementare, potrebbe essere considerata inutile e abolita.

Bisognerebbe anche chiarire cosa si intende esattamente per Cultura, visto che è stato recentemente riesumato il termine di ‘culturame’, che era il segno dell’insofferenza, della rabbia e della paura che il politicame nutriva indiscriminatamente per quel complesso di conoscenze umanistiche, scientifiche, letterarie e artistiche messo a disposizione dello spirito critico dei cittadini.
Anche in un paese a lungo dichiarato miracolosamente esente dalla crisi internazionale arriva il momento di riconoscere che forse un po’ di crisi c’è. Che sia questa l’occasione per capire che specialmente in un’isola felice come la nostra, il cui sistema produttivo non si fonda sulle materie prime ma sui patrimoni storici, una crisi economica è anche se non soprattutto una crisi culturale? Che sia questa l’ora di porre mano a manovre d’intervento che non contemplino soltanto le filosofie del poco, maledetto e subito, ma che siano strutturali e preoccupate del futuro, incoraggiando e aumentando quelle risorse che si vogliono invece ridurre e striminzire?

Chissà. Forse sono speranze ottusamente ottimiste. Ma senza di esse non ci sarebbero manifestazioni come quella di oggi a Piazza Navona, indetta dai tre sindacati, dalla federazione della stampa, dall’Usigrai, dalla Sai, dalle associazioni degli autori, da tutti quelli che non hanno perso la fiducia di fare un passo avanti.
Regina reginella quanti passi mi darai?

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Vittorio Emiliani: La Carmen al mercato: che lezione di musica!

Sabato scorso, poco dopo mezzogiorno, le fiorentine e i fiorentini intenti a fare la spesa al mercato di Sant’Ambrogio hanno sentito, improvviso, il suono di una melodia molto popolare e poi una voce femminile che la intonava. Era lei, Carmen, la zingara che nell’habanera seduce il bell’ufficiale. Un video ben fatto li mostra sorpresi e sorridenti, mentre un’altra giovane cantante – fintasi venditrice – riprende il motivo e lo rilancia. C’è persino un accenno di tango col “casqué” con un cliente subito disponibile. Poi è la volta di una melodia ancor più popolare, nientemeno che il coro di “Traviata” intonato da Violetta «Libiam ne’ lieti calici” e qui il successo diventa calorosissimo.
Un’idea bella e intelligente di Ippolita Morgese, Peter Klein e Antonio Vanni «per riportare l’opera ad una dimensione popolare, un’operazione per la cultura e per la musica in un momento drammatico». Credo anch’io che questo sia uno dei modi più giusti per far capire quale straordinario patrimonio l’Italia abbia e come si possa dissiparlo in poche battute. Senza nemmeno rendersi conto dei guasti insanabili così provocati.

Le opere di Pergolesi, Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, diffusero in una Italia ancora da unire o appena unita – dove soltanto il 5 per cento degli abitanti parlava e scriveva un italiano corretto – una lingua comune, da Torino a Catania, un gusto comune per la musica, il melodramma, i costumi, le scene, ineguagliabile, ancor oggi. I loggioni dei teatri, allora circa 1.100 (ne sono sopravvissuti oltre 800), erano stipati di popolo minuto. Ma erano diffusi – lo racconta il musicologo John Rosselli, figlio di Carlo – i “teatri di stalla” dove compagnie amatoriali riproducevano in piccolo le grandi opere fissando nella memoria le arie principali e i cori. Ai primi del ‘900, in provincia, poteva capitare che della “Manon Lescaut” di Puccini si dessero 16 recite e ben 6 dell’assai più difficile “Lohengrin” di Wagner. Capitava al Teatro Sociale di Voghera.

Poi tutta la musica è cresciuta, nonostante l’educazione musicale di base sia scarsa nella scuola italiana e nei licei non ve ne sia traccia (ma i tagli fanno sparire pure la storia dell’arte), nonostante una moltiplicazione non selettiva dei Conservatori (molti sarebbero potuti rimanere Licei musicali), con troppi allievi per farli suonare spesso assieme – come fa invece la Scuola di Fiesole di Piero Farulli – o di prepararli vocalmente come il belcanto esige.

Allo stesso modo non v’è dubbio che gli ex enti lirici, ora Fondazioni, siano stati finanziati troppo a lungo da Stato e Comuni senza adottare parametri qualitativi. Così una certa Fondazione per il personale spende sul 60 per cento e un’altra invece arriva al 76 per cento lasciando le briciole alla programmazione. La grave crisi in cui siamo immersi era l’occasione per rifare la macchina, per eliminare sprechi e rendite parassitarie, per attuare riforme studiate da competenti veri e onesti. Non per assestare colpi di mannaia nel mucchio, penalizzando i più meritevoli.

Un discorso che vale per il balletto i cui rari punti di eccellenza – vedi il lavoro svolto da Carla Fracci all’Opera di Roma (tanto decaduta, invece, sul piano musicale) – possono venire azzerati di colpo. Un discorso che vale per il teatro di prosa, il settore che più di ogni altro ha aumentato, nell’ultimo periodo, spettatori e biglietti venduti, che vive di tante iniziative private, sovente giovanili, le quali rischiano il soffocamento perché non riescono a riscuotere i crediti dai vari teatri. Mentre nelle fiction tv vediamo livelli di recitazione spesso desolanti, frutto evidente delle “raccomandazioni”.

Eppure i talenti giovanili ci sono. Vanno scoperti, affinati, fatti lavorare. Sere fa al Parco della Musica di Roma si è data un’opera fra le più belle e difficili di Mozart, “Così fan tutte”. L’orchestra, formata da ragazzi dei Conservatori italiani, suonava con impegno brillante. I coristi della Cantoria dell’Accademia di S.Cecilia, commoventi a vederli così giovani, avevano belle voci espressive. Il cast era formato da cantanti, italiani e stranieri, alle prime armi, alcuni al debutto assoluto in scena, provenienti dai corsi di Master Class che Bruno Cagli da un decennio organizza, a S.Cecilia, con la bravissima Renata Scotto (sponsorizzati, soprattutto, da Laurel Schwarz generosa appassionata americana). Ebbene, il risultato scenico, musicale e vocale è stato sorprendente malgrado l’impervia difficoltà mozartiana.
Che ne sarà di cori, orchestre, cantanti, attori, ballerini, registi, costumisti in questa insensata mattanza di talenti?

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Vincenzo Cerami: Governare a vanvera

Nel brutale e sadico colpo mortale che il governo ha inferto alla Cultura c’è qualcosa che dovrebbe spaventare tutto il Paese. Mi riferisco non già alla riduttiva concezione che la destra ha da sempre delle nostre bellezze naturali e del nostro talento artistico, ma alla drammatica e lampante certezza di essere governati da gente che non sa da quale parte andare.

I tagli alla cieca sul budget dei Beni Culturali ci dicono che il governo non ha alcun progetto teso al risanamento economico e sociale dell’Italia. Getta alle ortiche la sua unica, vera, ricchezza, un tesoro che ci fa esistere nel mondo con rispetto e grande
prestigio, ma non ci dice perché. Ci dice che c’è la crisi e basta e che bisogna risparmiare dove si può. E siccome della Cultura si può fare a meno, perché in fondo è un passatempo, dalle sue casse si può togliere quasi tutto.

Nessun altro governo in Europa, in questo periodo di crisi, ha mai pensato di mettere al rogo risorse, come quelle culturali, che danno saldezza all’identità della nazione e che rappresentano una insostituibile difesa contro le derive depressive della crisi. Non solo, ma gli altri paesi civili hanno individuato nelle ricchezze della Cultura un terreno su cui operare investimenti preziosi e fruttuosi.

Il governo Berlusconi non si è fatto scrupoli a decidere un tale sfacelo in quattro e quattr’otto. Ha messo in ginocchio un settore così strategico e importante del nostro Paese, insieme con l’esercito dei suoi operatori e lavoratori, senza chiedersi come
“risparmiare” e come inserirlo in un processo più vasto di riassesto produttivo generale. Gli italiani, in questi giorni di lacrime e sangue, scoprono di vivere su una nave senza timone, che va dove la portano le onde. Di là i miliardi intascati dai corrotti del Palazzo, di qua precariato, cassa integrazione e licenziamenti. Fino a ieri ci dicevano che la crisi era solo virtuale. Adesso ci dicono l’opposto, che la crisi c’era anche prima e che «abbiamo scherzato». Se un governo non è in grado di dare prospettive, di dirci dove sta andando e dove vuole portarci, dovrebbe rassegnare le dimissioni. Berlusconi invece prende tempo e mobilita, umiliandolo, il Parlamento per questioni relative ai suoi personali interessi. È urgentissimo spegnere i fari su Alfano e accenderli
sulle persone, sulle categorie e sulle forze che sono in grado di elaborare un piano d’uscita dalla crisi, serio e credibile. Le
piazze cominciano a riempirsi di gente che non si fa violentare. Adesso tocca agli operatori della Cultura, che non difendono solo il loro lavoro, ma il prestigio e la dignità di tutto il Paese. Sono offesi dalla superficialità e dal disprezzo con cui sono stati messi da parte, quasi con un calcio nel sedere. Istituzioni gloriose e secolari, talenti costruiti nel tempo, esperienze straordinarie che sono patrimonio dell’umanità, vengono cancellati nel giro di poche ore, con un paio di telefonate, tra un paio di ministri.
Ovviamente incolti.

A fianco degli artisti e dei lavoratori dello Spettacolo e della Cultura, dovrebbero far sentire la loro voce tutti gli italiani, anche quelli che vivono di solo pane. A causa dei tagli mortali alla Cultura, si rendono conto di essere governati da chi ha solo idee confuse, da chi va avanti alla giornata. È questo che fa più paura, al di là della porcata anticulturale e “ideologica” della destra al governo.

L’Unità 07.06.10

Condono story

Ci sono alcuni punti saldi della storia di Berlusconi capo del governo: dal 1994 ha coperto l’Italia di promesse senza mantenerle mai e ha garantito diverse forme di condono a tutti i furbetti che in qualche modo sono riusciti a rientrare nel sistema del “rispetto della legge”. Legge che a seconda dell’utilità personale, venivano modificate o abrogate per rendere il capo sempre un gradino al disopra da ogni di ogni sospetto o condanna.
Ogni volta la stessa frase: condoni mai! Poi, la stessa pratica, fatta di giustificazioni e smentite: siamo stati fraintesi. Si è cominciato nel 1994 con il primo condono edilizio seguito dal concordato fiscale del 1995; nel 2001 è arrivato il primo scudo fiscale insieme ad una raffica di sanatorie tributarie; nel 2003 il cosiddetto condono fiscale tombale e il concordato fiscale preventivo; sempre nel 2003 un nuovo condono edilizio e, per non smentirsi troppo, la proroga del condono tombale nel 2004; la saga è stata interrotta solo per fatto che Berlusconi ha perso le elezioni del 2006, ma una volta di nuovo in sella ecco nel 2009 un altro scudo fiscale.

Ma dato che il lupo perde il pelo ma non il vizio ecco che tra le pieghe della prossima manovra economica si annuncia l’ennesimo capolavoro della premiata ditta Bedrlusconi-Tremonti: mentre i capogruppo di Camera e Senato, Gasparri e Quagliarello smentiscono le voci con dei poco-convincenti “non ci saranno condoni”, in commissione Bilancio del Senato i senatori della Pdl preparano un testo per il condono edilizio per i mini-abusi, commessi per “necessità”. Il testo è già pronto va solo smussato un po’, giusto per mascherarlo bene. Per il senatore Carlo Sarro, autore del testo, “bisogna trovare una soluzione agli abusi commessi per necessità. Tipo: allargo la casa di 50 metri per avere una stanza in più per i figli. Certo non per chi fa abusi speculativi e si costruisce un palazzo di 60 piani”.

Un po’ come il famoso Piano case dove i proprietari di ville e villette mono e bifamiliari avevano l’opportunità di ampliare la metratura dei loro immobili. Ma sì, allarghiamoci!

E visto che ci siamo cerchiamo anche si aprire il dialogo con l’opposizione, anche se consapevoli che, qualora venisse applicato questo nuovo condono, non si avrebbe nessun appoggio dal Pd.

Per Rosy Bindi, anche questa volta “Berlusconi lancia il sasso e poi nasconde la mano. E’ solo uno spot di pubblicità ingannevole la disponibilità al confronto parlamentare sulla manovra. Non ha alcuna credibilità. Per due anni il governo ha blindato tutte le misure rifiutando di discutere le nostre proposte e ha umiliato il Parlamento con continui voti di fiducia. Ora dice che si può fare, basta che i saldi di bilancio non cambino. La verità è che si preparano a cambiare per la terza volta la manovra con l’ennesimo condono edilizio, un nuovo regalo agli evasori un incoraggiamento all’illegalità fiscale e urbanistica”.

“Da parte del Pd ci sarà il più totale rifiuto ad avallare nuovi condoni edilizi, mini o maxi che siano”, ha dichiarato Stefano Fassino, responsabile Economia del Pd.

“Qualche giorno fa il ministro Tremonti in diretta televisiva ad Annozero ha promesso: “mai più condoni!”. Oggi dopo soli due giorni da tale categorica affermazione viene smentito da senatori del suo stesso gruppo che parlano di mini condono per mini abusi un gioco di parole che nasconde chissà cosa”. Così Davide Zoggia, della segreteria del Pd e responsabile Enti locali.

“L’avevamo già detto, quella misura, che il ministro si ostina a definire un non condono, sui palazzi cosi detti non accatastati, in realtà nascondeva l’ennesimo regalo a chi non rispetta le regole, sarebbe la terza volta che Berlusconi premia l’abusivismo.

Zoggia con Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd, hanno aggiunto che “la sanatoria per le case fantasma è di fatto un condono vero e proprio. E’ uno scempio che costerà molto più di quanto sia possibile incassare per gli effetti devastanti sulla sicurezza dei territori e per il lasciapassare continuo e tacito alle attività illegali spesso infiltrate dalla malavita organizzata. Non vorremmo essere costretti da qui a qualche mese a piangere le vittime di qualche nuovo disastro ambientale causato da fenomeni di abusivismo edilizio che per la terza volta Berlusconi primo ministro si appresta a sanare. E’ inaccettabile che il governo si appresti, tramite la sanatoria, a fare cassa sull’abusivismo edilizio. E’ un segnale distruttivo che si ritorcerà in primo luogo contro gli enti locali. Il condono edilizio è l’esatto contrario della proposta politica del Pd che è fatta di legalità, rispetto del territorio e garanzia dell’incolumità e della sicurezza di ognuno”.

A.Dra

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