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"La lotteria del tempo pieno", di Flavia Amabile

Test, grauatorie e punteggi per scegliere i fortunati vincitori del posto nelle classi a 40 ore. Duecentomila i bambini esclusi. Benvenuti alla lotteria del tempo pieno. Partecipano in duecentomila, secondo calcoli dei sindacati. Sono i bambini italiani che hanno provato ad iscriversi alle classi di 40 ore e che ora, a giugno, all’improvviso hanno scoperto che quelle classi non ci sono e che le scuole dove si erano preparati ad andare dovranno scegliere tra loro e decine di altri bambini chi vincerà l’ambito premio.

Accade anche questo nell’Italia delle scuole ormai. A Milano una scuola primaria ha 33 iscrizioni per il tempo pieno e 10 per il tempo normale. Per il momento sono state autorizzate una classe a tempo pieno e una a tempo normale. Il Consiglio di istituto ha deciso di formare la classe a tempo pieno con 25 alunni, il massimo consentito dalle norme per la sicurezza, e quella a tempo normale con i restanti 18. Sembra un problema da scuola primaria, appunto, ma ora 8 dei bambini del tempo pieno dovranno accontentarsi del tempo normale. Chi?

Il consiglio di istituto ha affidato a tutti i genitori una tabella da compilare in modo da assegnare un punteggio a ciascun bambino e stilare poi la graduatoria. Nella tabella sono contenuti i criteri «variabili di valenza sociale». Si va dai 10 punti degli alunni con certificazioni disabili o invalidità a 5 punti per le famiglie con un solo genitore, e via scendendo fino a 2 punti pe run fratello o una sorella che frequentano lo stesso istituto o 1 punto soltanto assegnato all’alunno che «appartiene al bacino di utenza», o agli altri figli fino ai 14 anni. A parità di punteggio ha precedenza il bambino più anziano.

E’ una lotteria, davvero. Sembra anche un po’ buffa a pensarci bene. Invece è tutto regolare. Il comma 3 dell’articolo 10 del Dpr 81 del 2009 prevede proprio questo, che in caso di difficoltà l’ultima parola spetti ai consigli di istituto. E’ compito loro indicare «i criteri di ammissione». E ognuni scuola è libera di scegliere quelli che ritiene più giusti.

E dunque stamattina, dall’altra parte dell’Italia, a dimostrare che il paese è unito almeno nei problemi, accadrà qualcosa del genere. Settantotto genitori andranno davanti al preside dell’Istituto Parini per capire quale sarà il loro destino. Il preside si chiama Giuseppe Adernò e non sa davvero come risolvere il rebus. Ha 78 iscrizioni e pochi giorni fa l’ufficio solastico gli ha comunicato di aver autorizzato una sola classe a tempo pieno, una in meno dell’anno scorso. «In venticinque potranno iscriversi, ma come fare a sceglierli? Se il ministro Gelmini volesse occuparsene saremmo lieti di ospitarla a Catania e offrirle anche una granita».

Il ministro non andrà a Catania. Domani in qualche direzione centrale del ministero il problema verrà posto e si tenterà di trovare una soluzione. Nel frattempo il preside stamattina spiegherà ai genitori che la scelta andrà effettuata su criteri di necessità. E sa bene che non sarà facile. «Quasi tutti lavoriamo – spiega Silvia Strano, mamma di una delle bambine iscritte al tempo pieno che non si sa se ci sarà – E abbiamo fatto molta fatica per ottenere questi lavori, perché dovremmo lasciarli ora?».

Il problema ulteriore è che i giochi sono ormai fatti. «La legge non permette di iscriversi a più scuole contemporaneamente – spiega Silvia Strano – e quindi se non dovessero permetterci di iscriverci in questo istituto dove andremmo? Resta solo la possibilità delle private ma anche lì le classi sono in gran parte formate e fra noi ci sono oltre cinquanta bambini in più a dover trovare un posto altrove».

La Stampa 07.06.10

"Ora si rischia l'aumento delle tariffe", di Alberto Orioli

Se i tagli ai costi della politica sono “immagine”, le tasse – come sempre – sono la sostanza della manovra. E a maggior ragione nel decreto legge messo in campo per evitare quel rischio Grecia paventato, a poche ore dal varo del testo, da Gianni Letta con inusuale – eppur voluto – linguaggio allarmista.
Ma di tasse, di aumento delle tasse, nella manovra non si parla. Anzi, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, ha escluso più volte ogni ritocco d’imposta all’insù, nel paese che già ora è tra i primatisti della pressione fiscale in Europa e dove il fardello della tassazione pesa – in media – molto di più sui contribuenti fedeli e onesti.
È molto probabile che se ne parli in futuro, però. E non solo per l’ambiziosa battaglia contro l’evasione che dovrebbe portare nelle casse pubbliche oltre 20 miliardi in tre anni (sui 120 che ogni 12 mesi vengono tenuti all’oscuro dell’agenzia delle Entrate), obiettivo tanto audace quanto la svolta politica del centro destra verso i “furbi”.
Ma il tema delle tasse terrà banco – e molto – anche a causa dell’impatto fiscale prodotto dalla manovra sulle autonomie locali, comuni e regioni in particolare: i tagli nei trasferimenti ai sindaci sono di 1,5 miliardi nel primo anno e di 4 nel corso del biennio 2011-2012.

Non a caso Sergio Chiamparino – presidente dell’Anci, l’associazione dei comuni – e Vasco Errani – presidente della conferenza dei presidenti delle regioni – hanno già fatto la voce grossa, minacciato disobbedienze più o meno civili: il governo – dicono – fa annunci graditi alla Robin Hood e lascia a noi la faccia feroce e impopolare da esattori di Sherwood.
È evidente che le minori entrate nelle casse locali porteranno o a diminuzioni nel l’erogazione dei servizi (o ad abbassamenti degli standard di qualità) o a un aumento delle imposte locali attraverso i ritocchi delle addizionali Irpef e Irap.

Il blocco degli aumenti per il fisco locale resterà valido per tutto il prossimo anno, ma dal 2012 – non serve la palla di vetro – comuni e regioni punteranno ben presto al recupero del gettito perso.
Nel frattempo è probabile che il prelievo sui contribuenti assuma il volto ambiguo dell’aumento delle tariffe cittadine. Le autostrade hanno già dato la sveglia: il sovracanone da pagare in più all’Anas avrà un riflesso inevitabile sui costi finali del servizio: in sostanza, pedaggi più salati.

È il ragionamento che, alla fine, faranno anche sindaci e governatori alle prese con le pressioni delle diverse lobby interne ed esterne (dai dipendenti alle società concessionarie, dai fornitori ai dirigenti): la coperta è già corta, tagliare è difficile, meglio aumentare le entrate con la revisione dei prezzi dei servizi erogati. Asili, mense, raccolta rifiuti.
In un paese che ha problemi di domanda interna, dove i consumi ristagnano in attesa di ritrovare la fiducia e le ragioni dell’ottimismo, qualsiasi azione che comporti maggiori esborsi servirà solo a “schiantare il cavallo”. E, quindi, a ottenere l’effetto opposto di una manovra allestita per evitare di diventare un paese ibernato e in declino.

La sfida per gli amministratori locali è un’altra: vincere la battaglia contro gli sprechi. Ce ne sono ancora moltissimi nella sanità, nei servizi forniti – senza mercato e in sovrapprezzo – dalle società partecipate dagli enti locali, nella stessa gestione del personale.
E, sempre per sindaci e governatori, la scommessa è partecipare alla battaglia contro l’evasione visto anche l’aumento al 33% della parte di introiti recuperati che lo stato centrale è disposto a cedere ai comuni.
La sfida per un governo e una maggioranza che fanno del federalismo la cifra riformista della legislatura è, invece, un’altra ancora: dimostrare come le politiche di decentramento non saranno destinate a diventare solo una duplicazione di costi e clientele, ma piuttosto una vera azione di riduzione della spesa pubblica “inerte”, quella usata finora per mantenere la macchina pubblica facendola girare su se stessa senza produrre mai sviluppo vero. O peggio, per alimentare un sottogoverno oltre i limiti della legalità.
Strade impervie, certo, ma tutte migliori della scorciatoia che porta dritto alle tasse.

Il Sole 24 Ore 07.06.10

"Gelmini, scure sui programmi. Con la riforma si studia meno", di Salvo Intravaia

Un documento interno del ministero illustra i nuovi orari per licei e istituti tecnici e professionali. Sforbiciate in tutte le materie fondamentali: al classico meno italiano e storia, allo scientifico meno chimica e fisica, all’artistico meno discipline plastiche.
Tutto pronto per la riforma dell’istruzione superiore. Nei prossimi anni, gli studenti dell’era Gelmini passeranno complessivamente meno tempo tra le pareti scolastiche e, soprattutto, studieranno di meno. Meno matematica e lingua straniera, meno informatica e latino. Il ministero di viale Trastevere ha ormai predisposto quasi tutti i documenti necessari per fare partire la riforma che “la scuola attendeva da ottant’anni”, ha detto Mariastella Gelmini. Ma sarà la riforma in grado di rilanciare un paese in crisi, dando ai giovani gli strumenti per affermarsi nel mondo del lavoro o proseguire gli studi universitari con profitto? Vediamo, documenti alla mano, quanto e cosa studieranno le future generazioni.

Licei artistici. I nuovi licei artistici targati Gelmini (arti figurative; architettura e ambiente; audiovisivo e multimedia; design; grafica; scenografia), all’interno dei quali confluiranno gli ex istituti d’arte, sono contrassegnati dal segno meno. Sono gli unici licei che avranno 34 ore di lezione al biennio e 35 al triennio: poca cosa rispetto alle 40 ore settimanali. In un documento top secret predisposto dallo stesso ministero, per spiegare gli effetti “dimagranti” della riforma, sono evidenziati i “risparmi” in termini di ore tra vecchi e nuovi indirizzi. Rispetto alla cosiddetta sperimentazione Michelangelo, una delle più diffuse, i neo iscritti al liceo artistico studieranno da 561 a 759 ore in meno. Meno matematica, chimica e scienze naturali ma, soprattutto, meno discipline geometriche e discipline plastiche: quelle che formano attualmente lo studente.

Licei classici. Soltanto gli studenti che seguono il corso ordinamentale, oggi una minoranza, si vedranno incrementare le ore di studio, che diventeranno 27 settimanali al biennio e 31 al triennio. Ma i tanti che hanno finora optato per le diverse sperimentazioni (per esempio quella Brocca), la maggior parte, saranno costretti ad un pesante ridimensionamento: meno italiano, storia e geografia, nel corso del quinquennio. Ma anche matematica, scienze, storia dell’arte e niente diritto. E rispetto all’indirizzo linguistico (sempre Brocca) verranno sacrificate completamente la seconda e la terza lingua straniera: da 4 a 8 ore settimanali.

Licei scientifici. I nuovi licei scientifici sono stati calibrati su 27 ore settimanali al biennio e 30 al triennio e seguiranno lo stesso destino dei classici: un piccolo aumento di ore di lezione per l’indirizzo ordinamentale verrà accompagnato da una consistente sforbiciata sulle sperimentazioni. I numeri parlano chiaro: le 165 ore di lezione in più rispetto ai corsi tradizionali saranno ampiamente compensate dalle 825 ore in meno rispetto al Brocca. L’elenco delle materie tagliate è lunghissimo: italiano e latino (2 ore in meno per ambedue le discipline nel corso del quinquennio), matematica e scienze e, soprattutto, meno laboratorio di chimica e fisica.

Licei linguistici. E i nuovissimi linguistici? Per la verità non si tratta di una novità assoluta, visto che già diversi ex istituti magistrali offrivano questo indirizzo nella sua versione, ovviamente, sperimentale. I “fortunati” iscritti nei nuovi licei linguistici avranno uno “sconto” addirittura di quasi mille ore di lezione, in cinque anni. Sfogliando il segretissimo documento prodotto dai tecnici di viale Trastevere, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Meno italiano e latino, le cui ore vengono ridotte di tre quarti. Ma anche meno ore di storia, matematica e storia dell’arte.

Licei delle Scienze umane. Sostituiranno, con notevole “risparmio” di ore, gli ex istituti magistrali e i licei socio-psicopedagogici. A farne le spese saranno, ancora, l’italiano e il latino, ma anche storia e geografia, matematica, scienze e, come se fossimo in un paese con scarsa vocazione artistica, storia dell’arte, le cui ore di studio verranno quasi dimezzate.

Licei musicali/coreutici. Sono la vera novità della riforma. Ma, purtroppo, saranno in pochi a poterne valutare la validità. Per i primi (i licei musicali) partiranno soltanto 34 classi, in tutt’Italia. In pratica, meno di mille alunni. I secondi, i licei coreutici, saranno appena 5.

Istituti tecnici. I tecnici pagheranno il prezzo più alto alla “razionalizzazione” del sistema scolastico invocata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, due anni fa. Scorrendo il dossier ministeriale si scopre che tutti gli attuali istituti tecnici subiranno un taglio alle ore di studio e una spinta licealizzazione. In sostanza, per ricondurre l’orario settimanale a 32 ore sono state sacrificate le cosiddette materie di indirizzo, portando in questo modo i nuovi istituti tecnici ad assomigliare di più ai licei tecnologici pensati dalla Moratti. E’ sufficiente fare qualche esempio per rendersene conto. I ragionieri dell’Igea (indirizzo Giuridico Economico Aziendale), il più diffuso sul territorio, patiranno un taglio del 18 per cento alle discipline di indirizzo: meno matematica, economia aziendale e lingua straniera.

La musica non cambia passando ad altri indirizzi. Emblematiche le modifiche apportate ai tecnici per il turismo, il cui curriculum prevede 35 ore settimanali al biennio e 36 al triennio. La furia “riformatrice” della coppia Tremonti-Gelmini ha falcidiato le ore di inglese, francese e tedesco/spagnolo, ma anche le discipline turistiche aziendali, il diritto e legislazione turistica, così come arte e territorio. E i futuri periti industriali? Dovranno accontentarsi di studiare meno, soprattutto di materie di indirizzo. Meno meccanica, meno sistemi, meno tecnologie meccaniche, meno disegno e progettazione e niente geografia, che sparirà. Un libro in meno, avranno pensato al ministero.

E per non fare disparità con i ragazzini delle prime classi, in piena riforma, ma anche per rastrellare più cattedre possibile, i tecnici ministeriali hanno pensato di accorciare le ore settimanali anche in seconda, terza e quarta. Il tutto, a partita in corso, cioè a curricula invariati. I ragazzi del secondo anno dell’Igea, studieranno un’ora in meno di italiano o storia, un’ora in meno di matematica e un’ora di lingua straniera. I compagni del quarto anno, da settembre, incontreranno due ore in meno a settimana il prof di economia aziendale. E i compagni della quarta Programmatori dovranno rinunciare ad un’ora di informatica. Stesso discorso per i ragazzi del quarto anno (ma anche del terzo e secondo anno) dell’istituto tecnico per geometri. Fra tre mesi, per ricondurre l’orario settimanale del cosiddetto Progetto cinque da 36 a 32 ore, salteranno due ore di topografia, una di costruzioni e una di estimo.

Istituti professionali. Anche i nuovi istituti professionali non sfuggono alla logica del “risparmio” che ispira tutta la riforma. Avremo odontotecnici che avranno passato meno tempo in laboratorio a studiare i materiali dentali e operatori enogastronomici che avranno passato tra pentole e fornelli il 40 per cento di ore in meno dei ragazzi che studiano negli attuali istituti alberghieri. E dei vecchi cari elettricisti, con tanto di qualifica professionale? Cosa ne sarà? I curricula del futuro saranno diversi, ma facendo un po’ di attenzione alle diverse materie, che cambieranno, si scopre che studieranno meno elettronica ed elettrotecnica.

La Repubblica 07.06.10

Il 7 il PD con i sindacati e in piazza in tutta Italia

Il 7 giugno il PD sarà a fianco di sindacati e associazioni di categoria contro i tagli del governo della destra che mettono a rischio la sopravvivenza della cultura e a repentaglio il pluralismo dell’informazione in Italia.
Parteciperemo all’iniziativa nazionale indetta da CGIL, CISL, UIL, Movem09, FNSI, USIGRAI.
E su tutto il territorio nazionale manifesteremo per il rilancio della cultura, bene vitale per la crescita economica, occupazionale, democratica del nostro Paese.
Convegni pubblici, assemblee, lezioni aperte, sit-in, eventi, concerti organizzati dal PD si terranno a Roma, Napoli, Milano, Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Bari, Cagliari, Palermo e in altre città.

Agli incontri interverranno esponenti del PD e del mondo della cultura, dello spettacolo e del giornalismo. Tra questi a Roma saranno presenti Concita de Gregorio, Mimmo Calopresti, Massimo Wertmuller, Giovanna Melandri, Vincenzo Vita, Vincenzo Cerami. A Napoli, Matteo Orfini, Anna Maria Carloni, Teresa Armato, Eugenio Mazzarella, Umberto Ranieri, Franca Chiaramonte. A Firenze il senatore Andrea Marcucci, a Milano Emilia De Biasi. Le manifestazioni di Napoli, Genova e Firenze vedranno anche la presenza dei sindaci Rosa Russo Iervolino, Marta Vincenzi e Matteo Renzi.

Coinvolgeranno il mondo del cinema, del teatro, della danza, dei beni culturali, della lirica, della musica; ed Enti, Istituzioni e Comunità Locali, da anni veri centri propulsori della cultura italiana, sui quali oggi si abbatte la scure di tagli drammatici.

Per costruire insieme un’alleanza per il rilancio di un bene strategico come la cultura, e dire basta a tagli, commissariamenti, crolli, chiusura di istituzioni culturali, definanziamento, disprezzo per le regole cui è stato ridotto dal Governo.

Lunedì 7 Giugno

Roma

– Sit in per il cinema italiano. Con Mimmo Calopresti, Vincenzo Cerami, Massimo Wertmuller, Concita De Gregorio, Giovanna Melandri, Vincenzo Vita, Francesco Verducci, Francesco Siciliano, Domenico Petrolo. Piazza San Carlo al Corso, ore 14.00

– Performance di Danza. Professionisti italiani della danza classica e contemporanea, Piazza san Carlo al Corso, ore 14.00

– Lezione di Archeologia: la valle del Colosseo. Lezione aperta con Rita Borioni in Piazza del Colosseo ore 17:00

Firenze

– Conferenza stampa con Andrea Marcucci, Caffè Giubbe Rosse, Piazza della Repubblica 13, ore 12.00

– Incontro con i restauratori. Camera del Lavoro – Borgo dei Greci 3, ore 18:00

Torino

-Presidio di fronte la Prefettura, Piazza Castello, ore 11.00

Cosenza

– Incontri, dibattiti e lezioni. Piazza John Fitzgerald Kennedy, corso Mazzini ore 17.00

Napoli

-“Viva il San Carlo, La Cultura viva” con Matteo Orfini, Gran Caffè Gambrinus, Piazza Trieste e Trento, ore 17.00

Venezia

-Conferenza stampa, c/o sede PD, via Cecchini 5, ore 11.00

Bologna

-Conferenza stampa c/o la sede del PD in Via Rivani 35, ore 11,30

-Presidio davanti al Teatro Duse in Via Cartoleria 42, ore 19.00

Milano

-Conferenza stampa, Piazza della Scala, ore 16.00

-Happening, Piazza della Scala, ore 17.00 con Emilia De Biasi

Palermo

-Conferenza stampa c/o sede del PD via Bentivegna, ore 11.00

-Presidio di fronte al Teatro Biondo, via Roma 258, ore 17.00

Trieste

– Conferenza stampa, c/o Antico Caffé Tommaseo, Piazza Tommaseo 4/c, ore 11.30

Cagliari

– Conferenza stampa c/o PD, via Emilia 39, ore 10.30

– Presidio in via Roma, ore 18.00

Bari

– Presidio di fronte al Teatro Petruzzelli, Via Alberto Sordi, ore 19.30

Giovedì 10 Giugno

Genova

-Letture e musica, di fronte Teatro Carlo Felice, Largo Pertini, ore 18.00

Venezia

– Sit-in di fronte il teatro “ La Fenice”, Campo San Fantin 1965, ore 17.30

www.partitodemocratico.it

"I veleni dell´Ecomafia che investe sulla crisi", di Roberto Saviano

Raccontano che la crisi rifiuti è risolta. Che l´emergenza non c´è più. Gli elenchi dei soldati di camorra e ´ndrangheta arrestati dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la versione. Molto distante, però, da ciò che realmente accade. Ogni anno Legambiente attraverso il suo Osservatorio ambiente e legalità produce storie e numeri: “Ecomafia”.
Quello dei rifiuti è uno dei business più redditizi che negli anni ha foraggiato le altre economie. Come il narcotraffico, il fare affari con i rifiuti, sotterrare scorie tossiche, devastare intere aree, ha permesso alle organizzazioni criminali e a semplici consorterie imprenditoriali di accumulare capitali poi necessari per specializzarli in altri settori. Catene di negozi, imprese di trasporti, proprietà di interi condomini, investimenti nel settore sanitario, campagne elettorali. Sono tutte economie sostenute con i rifiuti. Esempio lampante ne è l´economia campana e i suoi gangli politici che si sono strutturati intorno alla crisi rifiuti.
Il mondo intero non si spiegava come fosse possibile che un territorio in Europa vivesse una piaga tanto purulenta. Come fosse possibile che le dolcissime mele annurche o le pregiate bufale campane, caratteristiche proprio di quelle zone, potessero trasformarsi improvvisamente in prodotti rischiosi per la salute. Possibile che convenga di più avvelenare che concimare e raccogliere?
Evidentemente sì, basta saperne leggere i vantaggi. L´emergenza rifiuti in Campania è costata 780 milioni di euro l´anno. Questa è la cifra quantificata dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio di leggi finanziarie. Di fronte a cifre come questa è comprensibile che nessuno avesse convenienza a porre rimedio all´emergenza. Rapporti di consulenza politica, assunzioni, e persino specializzazione delle ditte nello smaltimento; oggi le imprese campane del settore rifiuti, grazie anche ai soldi dell´emergenza e alla pubblicità – sembra assurdo parlare di pubblicità, no? – che ne hanno ricavato, sono tra le più richieste in Europa. Ma risolvere un´emergenza significa anche non averne più i benefici e gli utili. E in verità, nonostante i proclami, oggi si è risolto poco. Si è tolta la spazzatura dalle strade ma, come afferma chi lavora nel settore, è solo fumo negli occhi, perché sta per tornarci. «Se non ci saranno altri impianti entro il 2011 la Campania, come molte regioni italiane, rischia una nuova crisi rifiuti». Sono parole dell´amministratore delegato dell´Asia (l´azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani.) Come un tempo, quindi, la spazzatura sta di nuovo per essere accumulata. Resta quindi il problema di scongiurare una crisi da mancanza di discariche. Una crisi che sarebbe estremamente grave anche perché purtroppo in Italia sono ancora le discariche la valvola di sicurezza del sistema rifiuti. Come risulta dal rapporto di Enea e Federambiente queste continuano a ingoiare il 51,9 per cento del totale della spazzatura del nostro Paese e il 36,5 per cento senza nessun trattamento. Nel Sud le bonifiche delle terre avvelenate da decenni di sversamenti di veleni sono rare e lente. I rifiuti tossici hanno spalmato cancro prima nei terreni, poi nei frutti della terra, nelle falde acquifere, nell´aria. Poi addosso alla gente, nelle loro ossa e nei tessuti molli. Ogni ciclo di vita è stato compromesso.
La diossina, i metalli pesanti e le sostanze inquinanti vengono ingerite, respirate, assimilate come una qualunque altra sostanza. La pelle di ogni cittadino delle zone ammorbate trasuda sudore e scorie. Il cancro ha raggiunto percentuali molto più alte che negli altri Paesi europei. Gli ultimi dati pubblicati dall´Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica «The Lancet Oncology», già nel settembre 2004, parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Ma l´ecomafia non è un fenomeno che appartiene solo al Sud. Nel Sud assume caratteristiche totalizzanti e più evidenti: nelle strade si inscena il dramma dei cassonetti incendiati, il puzzo accompagna ogni movimento, e il silenzio copre ogni cava, ogni singolo luogo dove è possibile accumulare e nascondere. Ma è sempre più il nord Italia il centro del vero business. E la novità di quest´anno, al di là del noto primato di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, è che il Lazio si posiziona al secondo posto tra le regioni con il più alto numero di reati ambientali. Tra le inchieste più rilevanti del settore, nel 2009, ce ne sono alcune con nomi fantasiosi, talvolta anche vagamente familiari. “Golden Rubbish”, “Replay”, “Matassa”, “Ecoterra”, “Serenissima”, “Laguna de Cerdos”, “Parking Waste”. Alcune, già dal nome si riescono anche a localizzare geograficamente, e tutte quelle che ho citato sono inchieste che riguardano il nord Italia. È evidente che il Nord ce la sta mettendo davvero tutta per non essere secondo al Sud in questa gara all´autodistruzione. La “Golden Rubbish” è un´inchiesta che vede coinvolta la provincia di Grosseto, ma ancora conserva legami con Napoli e la Campania perché ha preso le mosse da un´inchiesta che riguardava la movimentazione dei rifiuti prodotti dalla bonifica del sito industriale contaminato di Bagnoli. Si tratta di un traffico spaventoso: un milione di tonnellate di rifiuti e un sistema che ha coinvolto decine e decine di aziende di caratura nazionale. L´inchiesta “Replay” è tutta lombarda e l´organizzazione criminale sgominata operava tra Milano e Varese. Un affiliato al clan calabrese che fa capo a Giuseppe Onorato è finito in manette insieme a un manipolo di colletti bianchi, tra cui funzionari di banche. Lombarda è anche l´inchiesta denominata “Matassa”.
È trentina, e precisamente della Valsugana, l´inchiesta “Ecoterra” che ha bloccato un traffico illecito di scorie di acciaierie che venivano riutilizzate, senza alcun trattamento, per coprire discariche o per bonifiche agrarie. Come dimenticare Porto Marghera, dove l´operazione “Serenissima” ha scoperto il traffico illecito di rifiuti diretti in Cina. Ma anche nelle Marche l´”Operazione Appennino” ha intercettato un flusso criminale di scarti derivanti dalle lavorazioni delle industrie agroalimentari e casearie.
È umbra, invece, nonostante il nome spagnoleggiante l´operazione “Laguna de Cerdos” un traffico illecito di rifiuti liquidi di origine suinicola per cui la regione e i singoli comuni si sono a lungo palleggiati le responsabilità. Friulana, invece è l´inchiesta “Parking Waste” che ha smascherato lo smaltimento illecito di medicinali scaduti. In tutte queste inchieste, l´aspetto che più colpisce è il legame strettissimo che si è creato tra gestori delle ditte di smaltimento, politici locali e istituti di credito presenti sul territorio.
Tra le altre cose, vale la pena ricordare che a marzo l´Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia dell´Unione Europea per come ha gestito l´emergenza rifiuti in Campania. È stata condannata per “non aver adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l´ambiente”. E nella sentenza si legge che l´Italia ha ammesso che “gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le sue esigenze reali”.
Come non rimanere colpiti da questo dato: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza, con una base di tre ettari, quasi il doppio dell´Everest, alto 8850 metri.
Se un cittadino straniero conservava l´illusione delle colline toscane e del buon vino, delle belle donne e della pizza gustata osservando il Vesuvio da lontano mentre il mare luccica cristallino, qualcosa inesorabilmente cambia. Tutto assume una dimensione meno idilliaca e più sconcertante. La domanda più semplice che viene da porsi è come può un Paese che dovrebbe tutto al suo territorio, alla salvaguardia delle sue coste, al suo cielo, ai prodotti tipici, unici nelle loro caratteristiche, permettere uno scempio simile? La risposta è nel business: più di venti miliari di euro è il profitto annuo dell´Ecomafia, circa un quarto dell´intero fatturato delle mafie. Le mafie attraverso gli affari nel settore ambientale ricavano un profitto superiore al profitto annuo della Fiat, che è di circa 200 milioni di euro, e più del profitto annuo di Benetton, che è di circa 120 milioni di euro. Quindi in realtà usare il territorio italiano come un´eterna miniera nella quale nascondere rifiuti è più redditizio che coltivare quelle stesse terre. Tumulare in ogni spazio vuoto disponibile rifiuti di ogni genere costa meno tempo, meno sforzi, meno soldi. E dà profitti decisamente più alti. Bisogna guadagnare il più possibile e subito. Ogni progetto a lungo termine, ogni ipotesi che tenga conto di una declinazione del tempo al futuro viene vista come perdente. Un euro non guadagnato oggi è un euro perso domani. Questo è l´imperativo del nostro Paese che vede coincidere mentalità dell´imprenditoria legale e criminale.
Per difendere il Paese, per continuare a respirare, è necessario comprendere che in molte parti del territorio il cancro non è una sventura ma è causato da una precisa scelta decretata dall´imprenditoria criminale e che molti, troppi, hanno interesse a perpetrare.
O quello delle ecomafie diventa il tema principale della gestione politica del Paese, o questo veleno ci toglierà tutto ciò che aveva permesso di riconoscere il nostro territorio. La speranza è che questo allarme venga ascoltato, e che non si aspetti di sentire la puzza che affiori dalla terra, che tutto perda di luce e bellezza, che il cancro continui a dilagare prima di decidersi a fare qualcosa. Perché a quel punto sarebbe davvero troppo tardi. E coloro che sono stati chiamati i grandi diffamatori del Paese sarebbero rimpianti come Cassandre colpevolmente inascoltate.

(Il testo pubblicato è la prefazione al volume “Ecomafia” di Legambiente che sarà in libreria mercoledì 9 giugno)

La Repubblica 07.06.10

Manovra economica, le norme già a rischio modifica

Dalle piccole farmacie comunali ai tagli per la sicurezza, dalla sanatoria sugli immobili alle pensioni delle donne impiegate nella pubblica amministrazione. Il decreto con la manovra economica non ha ancora iniziato l’iter legislativo alla Camera e già si apre il cantiere su alcuni nodi che potranno essere modificati nel corso dell’iter.

L’apertura a possibili modifiche, fatta dal premier Silvio Berlusconi, non potrà comunque depotenziare l’impatto economico dell’intervento previsto. Lo ha ribadito anche il ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta: «Fatti salvi i saldi – ha detto il ministro – nessuno può negare che la manovra possa migliorare nel passaggio alle Camere. Anzi, mi piacerebbe che da 24,9 si arrivasse a 25 miliardi di euro». Di certo, anche se il ministero dell’Economia punta a un passaggio il più possibile blindato, sono molte le misure che potrebbero essere inserite o modificate. Eccone alcune.

– SICUREZZA : Anche per Polizia, Carabinieri e militari arrivano i tagli lineari e il blocco degli aumenti previsti per tutti gli altri dipendenti pubblici. Ma per il comparto il «congelamento» taglia anche promesse fatte nel passato, come l’utilizzo in favore dei dipendenti impegnati in prima linea contro la criminalità dei fondi per il riordino della carriere, fondi accantonati da anni. Il pressing è già iniziato. Il riconoscimento della specificità del settore è stato chiesto dal ministro della Difesa Iganzio La Russa e ieri rassicurazioni sono arrivate ai vertici delle forze dell’ordine direttamente dal presidente del Consiglio.

– FARMACIE RURALI : Il ministero della Salute sta studiando un emendamento per «salvare» le farmacie rurali, cioè quelle ubicate nei paesi con meno di 5 mila abitanti che, in base alla manovra, sono a serio rischio di chiusura. A seconda delle regioni l’impatto della manovra potrebbe comportare – è stato calcolato – la chiusura di molte farmacie private.

– PENSIONI : l’Europa chiede una accelerazione nell’ adeguamento dell’età pensionabile per le donne del pubblico impiego. Il confronto vedrà domani il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi in Lussemburgo per un confronto. Attualmente è previsto un calendario che porta l’età a 65 anni in modo graduale. Una eventuale accelerazione – che vede i sindacati contrari – potrebbe essere inserita in manovra.

– IMMOBILI E CONDONO : Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è stato chiaro e, parlando ad AnnoZero, ha assicurato che «non ci sarà alcun condono». Ma non è escluso che possa arrivare una forma più decisa di sanatoria rispetto a quella già prevista che consente a proprietari di «immobili fantasma» di regolarizzare la propria posizione, permettendo anche a chi possiede un immobile «regolare» di sanare abusi riguardanti ampliamenti e pertinenze. L’idea di alcuni parlamentari è quella di sanare piccoli abusi «di necessita».
Modifiche potrebbero comunque arrivare per correggere la norma che ora consente di mettersi in regola con il fisco, ma lascia ai Comuni la facoltà di agire per le irregolarità urbanistiche: gli stessi immobili «sanati» sotto l’aspetto fiscale, se non interverranno modifiche, potrebbero risultare abusivi per le norme edilizie.

– CEDOLARE AFFITTI : Non è prevista dalla manovra ma potrebbe essere proposta già al Senato, dove la manovra comincia il proprio iter, dai parlamentari più vicini al presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il cosiddetto «pacchetto Baldassarri», chiamato così perchè messo a punto dal presidente delle commissione Finanze, l’economista Mario Baldassarri, oltre a ipotizzare una tassazione percentuale sugli affitti (la cosiddetta cedolare secca), avanza anche l’ipotesi di un taglio dell’Irap e tagli «chirurgici» su alcune voci di spesa.

– SCATTI ANZIANITÀ SCUOLA : la manovra prevede il blocco triennale degli scatti di anzianità per il personale scolastico. È questo uno dei punti su cui la Cisl, che in generale ha appoggiato la manovra varata dal governo, ha avanzato i propri distinguo. Non è escluso che alla fine ci possano essere modifiche.

– IMPOSTA SOGGIORNO A ROMA : È un’altra delle norme al centro di molte polemiche. Così non è escluso che l’ipotesi di introdurre una mini-tassa sui turisti che soggiornano a Roma, fortemente osteggiata dagli operatori turistici della Capitale, possa essere alla fine modificata.

L’Unità 06.06.10

Napolitano: Unità nazionale e coesione sociale non significano burocratismo

Intervento del Presidente della Repubblica Napolitano alla Celebrazione dell’anniversario della morte di Cavour.
“”La cerimonia di oggi in questo luogo intensamente evocativo della figura di Camillo Benso Conte di Cavour, è una nuova, essenziale tappa del percorso celebrativo già avviato, in vista del 150° anniversario di quel 17 marzo 1861 che sancì – con la proclamazione di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia – il compimento del processo unitario, la nascita del nostro Stato nazionale.

Già in questi mesi abbiamo ricordato e celebrato eventi che segnarono nel 1860 la fase conclusiva del movimento per l’Unità d’Italia : così, il 5 maggio, la partenza da Quarto in Genova della spedizione dei Mille, e la settimana successiva lo sbarco a Marsala, che aprì la strada alle battaglie per la liberazione della Sicilia e infine dell’intero Mezzogiorno. Questa mattina – rendendo omaggio alla tomba che custodisce le spoglie di Cavour – noi vogliamo piuttosto dare impulso al discorso che dovrà svilupparsi attorno all’insieme delle vicende destinate a sfociare nell’unificazione dell’intera nazione italiana : vicende la cui trama e il cui svolgimento ebbero il loro massimo, sapiente artefice e regista in Cavour.

Il timore che si potesse procedere nelle celebrazioni del nostro centocinquantenario trascurando la valorizzazione di Cavour, dei fatti, dei luoghi, dei simboli che a lui riconducono, non meritava neppure una ovvia smentita. Il processo di avvicinamento all’Unità d’Italia e il suo coronamento, non sopportano qualsiasi rappresentazione restrittiva o unilaterale : se non si vede come potrebbe concepirsi un qualche oscuramento del ruolo di protagonista di chi guidava il governo di Torino, egualmente insostenibile sarebbe qualunque menomazione della ricchezza e della molteplicità di volti e di apporti che compongono la storia del movimento e processo unitario. Sarebbe davvero insensato e perfino grottesco riesumare logiche e contrapposizioni partigiane tendendo a spostare l’accento sull’una o sull’altra delle fondamentali figure rappresentative di quel movimento, di quel processo.

Non si può giocare a fare i garibaldini, i democratici o i rivoluzionari contro i moderati cavouriani, né a separare il ruolo di guida svolto da Cavour, fermo restando il riferimento all’autorità del Re, dall’iniziativa di Garibaldi, dagli impulsi di Mazzini, dalle intuizioni di Cattaneo. La grandezza del moto unitario in Italia sta precisamente nella ricchezza e molteplicità delle sue ispirazioni e delle sue componenti ; la grandezza di Cavour sta nell’aver saputo governare quella dialettica di posizioni e di spinte, nell’aver saputo padroneggiare quel processo fino a condurlo al suo sbocco più avanzato. Tutto ciò è stato d’altronde al centro della vasta ricerca storica fondata su preziose fonti documentarie, su analisi, ricostruzioni e interpretazioni di valore scientifico – che in Italia, e anche con apporti di studiosi stranieri, si è accumulata nel corso dei decenni. Ne possiamo essere orgogliosi, e tante delle opere che nel Novecento, compresa la sua seconda metà, hanno visto la luce, meriterebbero di essere riproposte oggi all’attenzione di un largo pubblico, in special modo di un pubblico giovane. In questo senso potrebbe valere, come sollecitazione, anche il programma delle celebrazioni del centocinquantenario. Ma molto possono contare iniziative di riflessione e di dibattito come quelle che già sono in cantiere, al fine di produrre approcci più freschi e approfondimenti ulteriori rispetto alla grande tradizione degli studi sul Risorgimento e sull’Unità. Ed è un segno assai positivo il manifestarsi di un nuovo fervore di studi – non solo in Italia – specialmente sulla figura di Cavour.

Figura straordinaria di uomo di governo e di statista, di maestro nell’arte della politica, di tessitore e guida di un processo storico di rilievo nazionale ed europeo. La più recente opera, anch’essa di non comune impegno e spessore, dedicata a Cavour ha messo in evidenza le motivazioni di fondo che ne orientarono la politica oltre i limiti del Regno sabaudo, nel quale si venne formando e affermando. Si trattò di motivazioni che facevano tutt’uno con la coscienza della fragilità, della stessa difficoltà di sopravvivenza di quel piccolo Stato subalpino, e quindi della necessità di una sua scelta espansionistica nella pianura padana, che si caratterizzasse però come momento dell’affermazione in tutta Europa del principio di nazionalità e s’incontrasse quindi con il crescere del moto patriottico italiano, con una prospettiva di emancipazione nazionale dell’intera penisola. Si è riaffacciata in quest’ultimo periodo la tesi dell’assenza, nel disegno cavouriano, dell’obbiettivo di un’acquisizione del Regno delle Due Sicilie come parte del nuovo Stato che ci si proponeva di far nascere dal Regno di Sardegna. Ma già in opere precedenti, e tra le maggiori dedicate a Cavour, si era ragionato sul carattere aperto e dinamico di quel disegno, che non abbracciò immediatamente la ricerca dell’intera unità d’Italia, ma si allargò via via in modo da comprendere e cogliere tutte le opportunità e le esigenze che emergevano dallo sviluppo stesso dell’impresa originaria e dall’evolversi dello scacchiere europeo.

Ed è un fatto che l’accordo di Villafranca nel luglio del 1859, con la mappa che esso pretese di disegnare per un’Italia confederale sotto diverse insegne, rappresentò per Cavour un punto di rottura ; l’accettare come traguardo invalicabile un Regno dell’alta Italia – sia pure ben più esteso del Regno sardo-piemontese – destinato a esser chiuso in una morsa da sfavorevoli condizioni internazionali, gli apparve troppo lontano dall’ideale di un’Italia unita. E’ un fatto che a quel punto Cavour si identificò totalmente con la causa italiana e affrontò tutte le incognite dell’impresa garibaldina e del rapporto con un Garibaldi la cui figura ormai giganteggiava. Incognite da Cavour padroneggiate pur tra manifeste difficoltà e tensioni, anche con il Sovrano, senza perdere la guida del processo nazionale unitario. Fu tenuto ben saldo l’asse di una egemonia moderata, ancorata ad una visione liberale ed europea del nuovo Stato da costruire ; e in pari tempo divenne sempre più chiaro a Cavour che – com’egli scrisse nel giugno 1860 a Emanuele d’Azeglio – “solo l’unità” poteva, al punto cui erano giunte le cose in Italia, “garantire alla penisola l’indipendenza e la libertà”.

Non ci si dedichi dunque – in vista del centocinquantenario – a esercizi improbabili, per non dire del tutto campati in aria, di nostalgismo meridional-borbonico o di cavourismo immaginario, nell’idoleggiamento di un presunto Cavour chiuso in un orizzonte nordista e travolto nolente dalla liberazione del Mezzogiorno. Riconosciamoci tutti nell’esito esaltante del movimento per l’Unità d’Italia, condizione e premessa dell’ingresso del nostro paese nell’Europa moderna e del suo successivo trasformarsi e svilupparsi. E di questa consapevolezza storica unitaria facciamo il solido, essenziale riferimento per garantire la coesione della nostra società e del nostro Stato nel contesto sempre più impegnativo dell’integrazione europea e della globalizzazione.

Ciò implica un nuovo grande sforzo culturale ed educativo : ben vengano ricerche e confronti, iniziative nelle scuole e impulsi comunicativi, che contribuiscano anche a popolare la scena del movimento per l’Unità d’Italia e della conquista dell’Unità non di santini ma di figure vive, a cominciare da quella di Cavour nella pienezza del suo genio e del suo carattere, dei suoi umori e tormenti, delle sue passioni. E di Cavour si trasmetta sempre di più, specialmente qui a Torino e in Piemonte, l’esperienza di riformatore liberale, che non deve essere offuscata dal ruolo preminente poi assunto sulla scena nazionale e sulla scena politico-diplomatica europea.

A quello sforzo culturale, educativo, comunicativo, e a quella stessa consapevolezza storica unitaria che ho appena invocato, deve egualmente accompagnarsi una cruda individuazione ed analisi dei vizi d’origine del nostro Stato unitario, di debolezze e contraddizioni da cui sono scaturiti, in diversi periodi, pesanti fenomeni degenerativi, di nodi ancora da sciogliere per poterci porre, come società e come Stato nazionale, in condizione di competere e progredire nell’Europa e nel mondo di oggi e di domani.

Unità nazionale e coesione sociale non significano centralismo e burocratismo, non significano mortificazione delle autonomie, delle diversità e delle ragioni di contrasto e confronto sociale e politico. Unità e coesione possono anzi crescere solo con riforme e loro conseguenti attuazioni, con indirizzi di governo a tutti i livelli, con comportamenti collettivi, civili e morali, che siano capaci di rinnovare la società e lo Stato, mirando in special modo ad avvicinare Nord e Sud, ad attenuare il divario che continua a separarli.

Rivolgendoci a un passato che merita di essere celebrato senza vacuità retoriche e senza autolesionismi, guardando avanti con saggezza ma senza conservatorismi al cammino da compiere, le celebrazioni del centocinquantenario ci appaiono davvero una grande occasione da cogliere nell’interesse comune dell’Italia e degli italiani.

La Stampa 07.06.10