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«Donne e pensione, la flessibilità è la vera risposta», di Cesare Damiano e Sandro Gozi

Il governo italiano è stato nuovamente bocciato in Europa. Ieri la Commissione europea ha dichiarato che la soluzione proposta dall’Italia sull’età pensionabile non risolve nulla, poiché mantiene il trattamento discriminatorio tra uomini e donne. Va chiarito innanzitutto che l’Europa non ci impone un’età determinata – 60, 65 o 70 anni -, ma ci chiede di eliminare tutte le discriminazioni. La sentenza del 2008 della Corte di Giustizia è stata invece strumentalizzata dal governo italiano per raggiungere obiettivi ben lontani da quelli previsti dai trattati europei. Oggi, il governo italiano si nasconde dietro l’Europa per imporre un semplice innalzamento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni senza, peraltro, una esplicita destinazione delle risorse risparmiate a vantaggio delle donne stesse.

Il risultato sarebbe un netto peggioramento delle condizioni delle lavoratrici presentato come “imposto da Bruxelles”, utilizzando di nuovo l’Unione europea come comodo capro espiatorio.Quali soluzioni alternative a quelle di Brunetta e Sacconi? Partiamo dalla sentenza stessa.

Secondo la Corte, la motivazione all’origine della differenza di età pensionabile tra uomini e donne – risarcire le donne per la mancanza di reale parità mandandole in pensione prima – in realtà non le risarcisce affatto. Anzi, è una comoda scusa per non affrontare il vero nodo: un welfare che deve garantire un’effettiva eguaglianza tra uomini e donne e meglio conciliare vita familiare e vita professionale. Noi riteniamo che sia arrivato il tempo di decidere un’unica età pensionabile. Dobbiamo ripristinare il periodo flessibile di pensionamento, per le lavoratrici e per i lavoratori, già previsto dalla legge Dini del 1995. Si parla tanto di flessibilità e di libertà di scelta. Consentiamo allora che ciascuna e ciascuno di noi possa scegliere, tenendo conto dello stato di salute, del lavoro svolto, della situazione personale e familiare, della situazione contributiva.

La strada dovrebbe, in altri termini, passare per l’ampliamento delle opportunità e non per la decimazione di diritti acquisiti o quanto meno di legittime aspettative. Le donne non sono una categoria omogenea: la loro situazione dipende dal tempo di lavoro che hanno alle spalle, dal lavoro che stanno svolgendo e dalle condizioni in cui è svolto, dalle scelte di vita e dalle condizioni di reddito. Inoltre, nel nostro paese, come ha riconosciuto la Corte, la discriminazione non è solo relativa all’età anagrafica, bensì ma economica e di opportunità.

Se confrontiamo l’Italia con gli altri paesi europei, infatti, vediamo che da noi vi è la maggiore differenza fra uomini e donne rispetto alla media europea: gli uomini ricevono il 64%, contro il 46% delle donne, rispetto all’ultimo stipendio.

Noi proponiamo un’età pensionabile inserita in un range compreso tra i 60 e i 70 anni, all’interno del quale prevedere la massima flessibilità. Chi vorrà andare in pensione prima potrà farlo volontariamente e chi vorrà restare attivo nel mercato del lavoro potrà restarci.

Questa soluzione sarebbe molto più conforme alla nuova struttura della società italiana, che invecchia sempre di più, con un notevole risparmio per le casse previdenziali. Da questo risparmio si libererebbero risorse per realizzare modelli più inclusivi, per consentire alle donne non tanto di andare in pensione prima o dopo, quanto di andare in pensione in condizioni migliori.

Dovremmo infine utilizzare i risparmi derivanti dal nuovo regime per disegnare un nuovo sistema di welfare basato sull’effettiva eguaglianza di opportunità tra uomini e donne. Sarebbe un passo avanti importante verso vere pari opportunità e più giustizia sociale. Un passo che il Governo Berlusconi, come dimostra la nuova Manovra Finanziaria, evidentemente non vuole fare.

Cesare Damiano
Capogruppo Pd Commissione Lavoro, Camera dei Deputati
Sandro Gozi
Capogruppo Pd Commissione Politiche dell’Unione Europea, Camera dei Deputati

«Chi evade fa male anche a te: digli di smettere», di Luca Paolazzi

Chi evade le tasse mette le mani nelle tue tasche. Occorre farlo smettere. Lo stesso vale per chi quel comportamento permette, avendo invece i poteri tecnici e il dovere politico per fermarlo. Tanto più che i danni provocati dall’evasione sono ben più ampi di quelli contabilizzabili come minori entrate nel bilancio pubblico. L’evasione fiscale, infatti, sintetizza e aggrava mali italiani antichi e nuovi. Mali economici, sociali, istituzionali, civili.

Tra i mali economici, l’evasione produce aliquote più elevate e per questa via contribuisce a diminuire il dinamismo dell’economia italiana. Aliquote più alte, infatti, penalizzano le imprese che crescono, si internazionalizzano e si dotano di un patrimonio adeguato (in ciò l’evasione favorisce il nanismo aziendale). Sottraggono potere d’acquisto alle famiglie dei lavoratori di quelle imprese, i più produttivi, che così si ritrovano sottopagati, con misere retribuzioni nette, giacché il costo del loro lavoro è il doppio di quanto si portino a casa. Scoraggiano gli investimenti, anche dall’estero. L’evasione è quindi nemica della produttività e della competitività.

Tra i mali sociali spicca il premio alla scorrettezza anziché al merito: non è un caso che in Italia la quota di reddito evaso è massima nelle regioni con più basso capitale sociale. Inoltre, l’evasione impedisce di calibrare gli interventi di welfare a favore dei più deboli, interventi che spesso finiscono per beneficiare chi non assolve ai doveri di cittadino (altro furto odioso); basta pensare alle tasse universitarie o alle graduatorie per i posti all’asilo nido, stabilite in base al reddito dichiarato. Tra i mali istituzionali esaltati dall’evasione c’è l’inefficienza della burocrazia: solo una macchina amministrativa ben organizzata e guidata può individuare gli evasori senza perseguitare stoltamente i contribuenti onesti. Tra i mali civili c’è un rapporto cittadino-stato che, da entrambi i lati, è improntato alla diffidenza, se non all’aperta inimicizia; e ci sono un individualismo esasperato e una sfiducia nel prossimo che si traducono in opportunismo a scapito del vantaggio collettivo, cioè di tutti e quindi di ciascuno.

Estirpare l’evasione, o almeno ricondurla ai livelli fisiologici degli altri paesi, significa curare quei mali e guarirne. Così inquadrata l’impresa appare lunga. Troppo rispetto all’urgenza di rilanciare la crescita. Eppure nessuno può più eluderla, così come non è più tollerabile la corruzione.

La crisi catalizza cambiamenti strutturali, perché le enormi difficoltà costringono a prendere coscienza e sbarazzarsi degli ostacoli, ideologici o di bassa bottega, che si frappongono alla modernizzazione. E coagula nuove maggioranze. In questo contesto, i risultati arrivano molto rapidamente, addirittura con un rovesciamento della relazione causa-effetto: la riduzione dell’evasione passa attraverso le sanzioni certe ai comportamenti degli evasori e perciò conduce alla rimozione di quegli ostacoli, anziché esserne il frutto.

Lo fa con una forza e una velocità ben maggiori di quelli ottenibili con le pur sacrosante esortazioni morali che andavano di moda un tre anni fa (dopo molto meno). «Pagare le tasse è bellissimo», affermò l’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. «Non pagare le tasse è un peccato grave, è rubare», l’aveva preceduto il vescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte. Settimo: non evadere.

Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha ripreso il filo spezzato della condanna etica al mancato pagamento delle imposte, associandolo alla criminalità. E ha voluto dare un importante contributo a formare l’opposizione politica contro l’evasione, additando i suoi protagonisti come responsabili della “macelleria sociale”, cioè dei tagli al welfare, e dell’accumulo dell’enorme debito pubblico.

La lotta all’evasione non può, però, portare all’aumento della pressione fiscale. Non deve servire a ridurre il deficit pubblico e piegare il debito (come invece accade con la finanziaria appena varata). Il risanamento dei conti pubblici, per non avvilire ancora una volta le enormi potenzialità di sviluppo dell’Italia, può far perno solo sulla riduzione della spesa.
Se vuole rilanciare la crescita, anche attraverso la maggior fiducia che viene dalla percezione dell’equità e dal rinnovo del contratto sociale che lega i cittadini all’interno di uno stato e li fa sentire comunità, la diminuzione dell’evasione deve risolversi in una restituzione. Via riduzione delle aliquote sui lavoratori e sulle imprese che le imposte le pagano.

Facciamo due conti, aiutati da alcune analisi condotte da Alessandro Fontana e Lorena Scaperrotta del Centro studi Confindustria e di prossima pubblicazione. Se consideriamo il Pil al netto del sommerso, cioè di quella parte dell’economia che viola gli obblighi fiscali e che quindi non dà il suo contributo al bilancio pubblico (pur godendo dei servizi pubblici: terzo furto), la pressione fiscale media effettiva calcolata sui dati 2009 è del 51,8%, contro il 43,2% ufficiale ma solo apparente perché viene dall’aritmetica divisione tra gli incassi tributari e contributivi e il Pil. Sconfiggere l’evasione senza abbattere le tasse per chi le paga vorrebbe dire avere una fiscalità svedese con servizi pubblici greci.

C’è chi ritiene che in realtà siamo tutti avvantaggiati dall’evasione, perché questa direttamente e indirettamente tiene più bassi i prezzi dei beni che acquistiamo. Perciò nemmeno se fosse accompagnata dall’abbattimento delle aliquote la sconfitta dell’evasione si risolverebbe in un miglioramento per gli onesti perché farebbe lievitare il costo della vita.
Ammesso, e per nulla concesso che ciò accada (la traslazione delle maggiori tasse pagate dipende da condizioni che non paiono far parte della realtà), comunque «l’eliminazione dell’evasione-più aliquote minori» farebbe cadere la distorsione nelle scelte dei contribuenti, livellando il terreno competitivo tra imprese tartassate ed evasori e rimettendo nel bilancio delle famiglie fiscalmente corrette il maltolto.

Di quanto potrebbero essere diminuite le aliquote? In media di quasi il 17 per cento. Ciò significa che a un lavoratore con una retribuzione-tipo resterebbero in busta paga quasi 1.300 euro in più all’anno, quasi una mensilità; mentre il costo per l’impresa di quello stesso lavoratore, tenuto conto anche dell’Irap, diminuirebbe di oltre 1.600 euro l’anno.
Con tutte le positive conseguenze in termini di potere d’acquisto, competitività, occupazione. Senza contare che anche le aliquote Iva e le accise, come tutte le altre imposte, potrebbero essere abbassate del 17% e ciò porterebbe una proporzionale diminuzione del costo della vita.

Una famiglia standard italiana (marito e moglie che lavorano e un figlio) risparmierebbe quasi settemila euro l’anno di pagamenti a vario titolo al fisco, incluse le imposte indirette. Perciò, anche se gli evasori cercassero di rifarsi sui loro clienti, aumentando i prezzi, l’effetto netto per i tartassati difficilmente potrebbe risultare nullo.

L’evasione è un gioco a somma negativa. Una furbizia perdente. Vincerla conviene all’economia e ai cittadini italiani. A lungo andare, perfino a chi la pratica. Le misure della finanziaria non sono che un primo timido passo.

da www.ilsole4ore.it

"Tremonti chiede sacrifici e intanto La Russa acquista 131 cacciabombardieri dagli americani", di Mariagrazia Gerina

Tagliano gli stipendi e comprano armi. Tremonti taglia gli stipendi e la spesa dei comuni, ma intanto il governo spende senza freni negli armamenti. Il governo compra 131 cacciabombardieri dagli americani. Entro il 2026 serviranno ben 15 miliardi di euro.
Fuori dai ministeri, tra gli statali che da qui ai prossimi tre anni dovranno sacrificare i loro stipendi per versare allo Stato 5 miliardi di euro contro la crisi, il grido pacifista si è già fatto largo: «Vendessero i cacciabombardieri di La Russa». In realtà più che di vendere si tratterebbe di non acquistarne di nuovi. Idea tutt’altro che peregrina. È quello che sta decidendo di fare la Germania in queste ore, per dire. Il Pd stima che si potrebbero risparmiare almeno 2 miliardi l’anno. Ovvero sei miliardi nei tre anni su cui opera la manovra. Una stima prudenziale, visto che la spesa in armamenti si aggira intorno ai 3,5 miliardi l’anno.
Nella manovra finanziaria di Tremonti, però, di tagli agli armamenti non ne troverete traccia. E sì che in programma il governo italiano non ha solo l’acquisto di nuovi cacciabombardieri. Sul bilancio dello stato, al momento, incombono ben 71 programmi di ammodernamento e riconfigurazione di sistemi d’arma, che ipotecano la spesa bellica da qui al 2026. Tutti passati inosservati sotto lo sguardo vigile del ministro dell’Economia.
CIFRE ASTRONOMICHE
Eppure parliamo di cifre astronomiche, che il governo si è impegnato a versare all’industria bellica per acquistare una varietà incredibile di nuove armi. La lista è lunga. Prendiamo solo qualche esempio. Partiamo proprio dai cacciabombardieri. Programma di ammodernamento numero 65. Un piano faraonico, che impegna l’Italia a comprare dagli Usa 131 cacciabombardieri F-35. Aerei progettati per essere invisibili ai radar (solo che nel frattempo i radar si sono evoluti). Roba da guerra fredda. Solo nel triennio interessato dalla manovra appena varata l’acquisto programmato sulle casse dello stato per circa 2,5 miliardi di euro. Totale della spesa prevista da qui al 2026: 15 miliardi. Che si sovrappone per altro alla spesa per l’acquisto, già programmato, di 121 Eurofighter (80 sono stati già comprati e c’è ancora un’ultima tranche). Ma andiamo oltre. Al programma numero 67, per esempio. Si chiama «Forza Nec»: serve a dotare le forze armate di terra e da sbarco di un sistema assai sofisticato di digitalizzazione. Roba da Vietnam, ovvero da conflitti ad
alta intensità la guerra in Iraq era considerata a media intensità. Per ora siamo alla fase di progettazione, che da sola costa circa 650 milioni di euro. L’esborso finale, non ancora formalizzato, si aggirerà intorno agli 11-12 miliardi. Ma andiamo oltre. Passiamo ai sommergibili. Difficile prevedere una battaglia navale nel Mediterraneo che li richieda, eppure nella lista dei futuri armamenti non mancano due sommergibili di nuova generazione. Costo stimato: circa 915 milioni. Più della metà da versare già nei tre anni della manovra. Una cifra minore ma non per questo più sensata sarà spesa invece per comprare nuovi sistemi di contracarro di terza generazione: 120 milioni di euro.
Cifre da capogiro. Tanto che lo stato italiano fa fatica a stare dietro agli impegni presi. E l’industria bellica è costretta a ricorrere alle banche. Con il risultato che l’indebitamento fa lievitare ulteriormente i costi. Negli ultimi tre anni, l’Italia ha speso in armamenti circa 3,5 miliardi di euro l’anno. Una cifra destinata a lievitare, tanto più che nemmeno la manovra prova a scalfirla.
Una cifra molto opaca, secondo il Pd, che domani in Commissione difesa del senato presenterà una risoluzione per chiedere che il governo iniziafareiconticonlearmieconi miliardi che i 71 fatidici programmi continuano a sottrarre al bilancio dello Stato. Sono tutti così indispensabili? Il Pd chiede di verificarne utilità, tempi d’attuazione e costi. E di adottare quella che definisce una «moratoria ragionata». Obiettivo: ottenere risparmi consistenti. E costringere il governo ad adeguare la spesa ai costi della crisi. E al modello di difesa adottato alla luce della Costituzione.
L’Italia ripudia la guerra, appunto. E però continua a buttare miliardi in armi, oltretutto (per fortuna) inutili. Negli ultimi 15 anni infatti le forze armate italiane sono state impegnate in 35 missioni di peacekeeping. «Ma se dobbiamo portare la pace, che ce ne facciamo dei bombardieri F-35?», osserva il capogruppo del Pd in Commissione Difesa, Gian Piero Scanu, primo firmatario della risoluzione, che illustrerà domani al senato: «Semmai aggiunge abbiamo bisogno di addestrare i militari, di provvedere alla manutenzione dei mezzi di trasporto che utilizzano».
Ecco appunto, di quelli invece la manovra si occupa: un taglio di quasi un miliardo in tre anni, che si aggiunge agli 1,5 miliardi di risparmi sul bilancio di esercizio già programmati dalla prima finanziaria del governo Berlusconi. Forse anche per questo quel grido d’allarme lanciato dal dipendente statale pacifista ormai comincia a diffondersi anche tra le forze armate. «Il rapporto difesa-industria va cambiato, ci sono costi e appetiti che lo rendono non ottimale, l’industria non può imporre ciò che vuole», ha denunciato pubblicamente lo stesso sottocapo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Maurizio Ludovisi.
«Fin qui il governo non ha ancora risposto: quale è il modello di difesa a cui finalizza la spesa?», osserva Roberta Pinotti, appoggiando l’iniziativa del capogruppo. «Non è che da domani debbano rientrare gli uomini in missione spiega Achille Serra, vicepresidente della Commessioni -, ma spendiamo soldi per armi inutili ed è doveroso tagliare davanti alla crisi è doveroso».

L’Unità 06.06.10

"La patria dell'oblio collettivo", di Barbara Spinelli

Vorrei tornare sulle parole di Piero Grasso a proposito di mafia e politica, dette il 26 maggio a Firenze davanti alle vittime della strage dei Georgofili. L’intervista rilasciata a Francesco La Licata dal Procuratore nazionale Antimafia chiarisce infatti alcuni punti essenziali, e pone quesiti alla classe politica e a tutti noi. La domanda che formula, implicita ma ineludibile, è questa: come funziona la memoria collettiva in Italia?
Come vengono sormontati i lutti, e vissuti i fatti tragici, i mancati appuntamenti con la giustizia?
In questo giornale ho cercato prime risposte, evocando la richiesta, formulata il 7-8-98, di archiviazione dell’indagine su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi a Roma, Firenze e Milano nel ’93-’94: richiesta firmata da Grasso assieme a quattro magistrati, e accolta poi dal gip di Firenze. Nella richiesta era chiaro il nesso fra Cosa nostra e il soggetto politico nato dopo Tangentopoli (Forza Italia), ma mancavano prove di un’«intesa preliminare». Quell’atto mi parve più esplicito di quanto detto dal procuratore il 26 maggio, e su tale differenza mi sono interrogata. Ma l’interrogativo, più che Grasso, concerne in realtà i politici, e tramite loro l’Italia intera: giornalisti, elettori, ministri ed ex ministri di destra e sinistra.

Per chiarezza, vorremmo citare i principali passaggi della richiesta di archiviazione e confrontarli con quello che Grasso afferma oggi. Nella richiesta (da me impropriamente chiamata «verbale», domenica scorsa) è scritto: «Molteplici (sono) gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima e in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata». E ancora: il rapporto tra i capimafia e gli indagati (Berlusconi e Dell’Utri, citati come autore-1 e autore-2 e rappresentanti il nuovo «soggetto politico imprenditoriale» in contatto con Cosa nostra) «non ha mai cessato di dimensionarsi (almeno in parte) sulle esigenze di Cosa nostra, vale a dire sulle esigenze di un’organizzazione criminale». Il testo firmato da Grasso è inedito, ma gli argomenti che esso contiene appaiono in documenti che la classe politica conosce bene: il decreto di archiviazione dell’inchiesta di Firenze, e quello che archivia la successiva inchiesta di Caltanissetta su Berlusconi, Dell’Utri e le stragi di Capaci e via D’Amelio (3-5-02). Il testo è pubblicato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in un libro, «L’agenda nera», che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere.

Ha ragione dunque il procuratore a dire che nella sostanza non c’è nulla di nuovo in quello che ha ricordato giorni fa a Firenze («Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione», per creare disordine e dare «la possibilità a una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato d’incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste»). Secondo alcuni il procuratore avrebbe oggi alzato il tiro, ma non è vero: semmai dice meno cose, su Forza Italia. Ed ecco la conclusione cui giunge nell’intervista: «L’idea che io mi sono fatto di quel terribile momento storico del ‘92 e del ‘93, molto prima dello scorso 26 maggio, era rintracciabile in moltissimi interventi pubblici, oltre che in tre libri pubblicati dal 2001 al 2009. Ritenevo e ritengo ancora quella ricostruzione storica una sorta di patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito».

Proprio qui tuttavia è il punto che duole. L’osceno italiano di cui parla spesso Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta, e cioè il potere reale esercitato «fuori scena», di nascosto, esclude l’esistenza di un «patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito». A differenza dell’America, o della Germania che di continuo rivanga il proprio passato nazista, l’Italia non ha una memoria collettiva che archivi stabilmente la verità e la renda a tutti visibile. Da noi la memoria storica si dissipa, frantumando e seppellendo fatti, esperienze, sentenze. E di questo seppellimento sono responsabili i politici, per primi.

Senza voler fare congetture, si può constatare che Grasso forse dice meno di quel che sottoscrisse nel ‘98, anche se dice pur sempre molto. Sono i politici a parlare più forte di quanto parlarono tra il ‘98 e oggi.

Sono i politici ad allarmarsi giustamente per le sue parole, a chiedere più verità, come se non avessero già potuto allarmarsi in occasione dei tanti atti giudiziari riguardanti quello che Grasso chiama «il nostro 11 Settembre: dall’Addaura, a Capaci, a via D’Amelio, fino alle stragi di Roma, Firenze, Milano e a quella mancata dello stadio Olimpico di Roma». Non sono i giudici ad aver dimenticato le deposizioni di Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino titolare dell’inchiesta sui «mandanti esterni» delle stragi del ‘93, davanti alla commissione nazionale Antimafia il 2-7-02. Nella lettera ritrovata dopo la sua morte, Chelazzi si lamenta con i suoi uffici e scrive: «Mi chiamate alle riunioni solo per dare conto di ciò che sto facendo, quasi che fosse un dibattito».

È così che la memoria fallisce. Che l’osceno resta fuori scena, ostacolato solo dalle intercettazioni. Atti giudiziari e libri vengono sepolti nei ricordi perché sono trasformati in opinioni, per definizione sempre opinabili. Il vissuto viene trasferito nel mondo del dibattito e le sentenze diventano congetture calunniose. È quello che permette a Giuliano Ferrara, sul Foglio del 31 maggio, di squalificare le parole di Grasso definendole «ipotesi e ragionamenti» dotati di «uno sfondo politico e nessun avallo giudiziario». Il patrimonio della memoria collettiva, lungi dall’esser «definitivamente acquisito», è permanentemente cestinato.

I politici partecipano allo svuotamento della memoria usandola quando torna utile, gettandola quando non conviene più. Lo stesso allarme di oggi, non è detto che durerà. È come se nella mente avessero non un patrimonio, ma un palinsesto: un rotolo di carta su cui si scrive un testo, per poi raschiarlo via e sostituirlo con un altro che lascia, del passato, flebilissime tracce. L’intervista di Violante al Foglio, l’1 giugno, è significativa: in essa si dichiara che è arrivato il momento di «capire senza rimestare», di «mettere ordine» tra fatti forse non legati. Manca ogni polemica con il pesante attacco a Grasso, sferrato il giorno prima dal quotidiano.

Dice Ferrara che «non si convive inerti con un’accusa di stragismo a chi governa». Può darsi, ma l’Italia ha dimestichezze antiche con l’inerzia. Se non le avesse, non dimenticherebbe sistematicamente i drammi vissuti, e come ne è uscita. Non dimenticherebbe che del terrorismo si liberò grazie ai pentiti. Che tanti crimini sono sventati grazie alle intercettazioni. Come ha detto una volta Pietro Ichino a proposito dei ritardi della sinistra sul diritto di lavoro, in Italia «si chiudono le questioni in un cassetto gettando la chiave». È il vizio di tanti suoi responsabili (nella politica, nell’informazione) pronti a convertirsi ripetutamente. Pronti al trasformismo, a voltar gabbana. Chi non sta al gioco, chi nel giornalismo ha memoria lunga e buoni archivi, viene considerato uno sbirro, o un rimestatore, o, come Saviano, un idolo da azzittire e abbattere. Occorre una politica più attiva e meno immemore, se davvero si vuole che i giudici non esercitino quello che vien chiamato potere di supplenza.

La Stampa 06.06.10

"Un giorno importante", di Mario Calabresi

Ho voluto cogliere gli aspetti positivi, ho sentito un impegno costruttivo ed effettivo a sostenere le celebrazioni. È un giorno importante». Giorgio Napolitano parla a bassa voce, ha appena finito di ascoltare le parole del governatore leghista del Piemonte Roberto Cota, lo ha sentito impegnarsi per festeggiare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Il Presidente è soddisfatto, è venuto a Torino per celebrare Cavour ma soprattutto per sentire parole definitive che spazzassero via mesi di dubbi, polemiche e frenate, per cancellare finalmente la sensazione che un secolo e mezzo di storia unitaria possa essere vissuto come un fastidio da passare sotto silenzio. Lo aspettavano in molti dopo settimane passate a interrogarsi su come si sarebbe comportata la Lega, su quali battaglie si sarebbero dovute combattere da qui al marzo del 2011.

Invece Roberto Cota, pur non rinunciando al fazzoletto verde con il sole delle Alpi nel taschino, pur sottolineando l’importanza del federalismo nel futuro del Paese e mettendo in guardia dalla «retorica dei vecchi copioni», si è impegnato a cogliere l’invito del Presidente a fare la sua parte.

La sensazione è che ieri a Palazzo Reale sia stata presa una strada che non permette più passi indietro, adesso la sfida sarà quella di riempire le celebrazioni di contenuti veri e non di retorica stantia, ma il treno è partito e all’anniversario mancano ormai solo nove mesi.
Certo il governatore leghista ha dettato le sue condizioni: niente pensiero unico e niente sprechi, ma chi oggi si sentirebbe di dissentire, di augurarsi celebrazioni faraoniche o infrastrutture inutili? Nel piccolo rinfresco nel cortile di Palazzo Reale trionfava l’acqua minerale e questo è già un segno dei tempi. C’è da augurarsi solo che non prenda piede una retorica miope che mentre auspica un boom del turismo mette all’indice ogni investimento: la miopia di quelli che criticano il Sudafrica per aver investito milioni di dollari per costruire stadi e organizzare un mondiale di calcio senza vedere come questa possa essere la grande occasione per far fare un balzo avanti al Paese africano. Basti pensare al ritorno di immagine e credibilità che le Olimpiadi invernali hanno avuto per il Piemonte.

Ma non è solo una questione di guadagni e opportunità, le celebrazioni dell’Unità d’Italia parlano alla nostra pancia e al cuore, basta guardare le immagini del filmato presentato al Presidente per dimenticare le polemiche: Pietro Mennea che vince i 200 metri, la prima Cinquecento, i treni degli emigranti, i nostri premi Nobel e i premi Oscar, il boom economico che ci porta dalle macerie della Seconda guerra mondiale a essere la quinta potenza industriale del pianeta, le Ferrari, la Coppa del Mondo alzata al cielo. Immagini che ci raccontano molto di quello che siamo stati e che siamo riusciti a fare, il problema è che ci manca l’orgoglio di ricordarlo. Ma un Paese, la sua identità e la sua memoria non si costruiscono solo sui successi ma anche sui lutti, le tragedie collettive, le proteste e le battaglie per la giustizia.

Questa mattina Giorgio Napolitano verrà alla Stampa, gli presenteremo la digitalizzazione dell’intero archivio del giornale che è nato nel 1867 – è di soli sei anni più giovane della nostra nazione -, un patrimonio di un milione e 761 mila pagine, più di cinque milioni di articoli che saranno consultabili gratuitamente online.

Ho passato un sacco di tempo in questi giorni a navigarci dentro e quello che ho trovato mi racconta di quanto questo Paese abbia una storia unitaria. Lo choc per la strage di piazza Fontana, per l’agonia di Alfredino Rampi, l’Italia paralizzata dal rapimento Moro, il lutto del Vajont o per i terremoti del Friuli e dell’Irpinia. Siamo cresciuti insieme, nei drammi, nelle migrazioni interne – pensate alla Torino di oggi che è stata capace di integrare una «migrazione biblica» – e nelle eterne polemiche. Ce lo raccontano ogni domenica Fruttero e Gramellini, sull’ultima pagina di questo giornale, con la loro storia d’Italia per date in cui emerge che perpetriamo vizi e ingiustizie antichi, che anche nei difetti abbiamo continuità da un secolo e mezzo.

Il Presidente della Repubblica è stato a Quarto, da dove partì Garibaldi, poi in Sicilia, ma è venuto a Torino a dare la spinta decisiva perché si arrivi in tempo a celebrare l’Unità d’Italia. Da qui è partito tutto, da «questa terra di frontiera, dove fa freddo, si lavora, ci si alza presto la mattina, si va a letto presto la sera», come la definiva l’Avvocato Agnelli. Lo ha ricordato il sindaco Chiamparino, che al Presidente che gli chiedeva come stava ha risposto in dialetto, con asciuttezza e con il massimo dell’ottimismo che può esprimere un piemontese: «Son fòra dal let». Siamo fuori dal letto. Ancora una volta in piedi. Adesso comincia una nuova giornata, speriamo che sia un successo.

La Stampa 06.06.10

"Perchè è sbagliato tagliare i fondi all'istruzione", di Giovanni Ferri

Ho avuto di recente l’occasione di partecipare a tre convegni in cui si discuteva di istruzione e sviluppo economico. Erano tutti e tre convegni internazionali ma ciascuno di essi avveniva in uno specifico contesto nazionale: la Corea del Sud, il Giappone e la Russia.
Ebbene, in tutti e tre i convegni il messaggio sul legame tra istruzione e sviluppo è stato sostanzialmente convergente: nessun Paese che da povero è diventato ricco è riuscito a farlo senza, prima della (e durante la) fase di crescita accelerata, aver accresciuto di gran lunga i propri investimenti in istruzione. Gli esperti fanno notare che il problema non è solo quello di assicurare che la gente sappia leggere e scrivere – in termini tecnici, la “alfabetizzazione strumentale” – ma anche che una fetta più ampia possibile della popolazione acceda all’istruzione secondaria (scuole superiori) e terziaria (università) in modo che tanti si dotino degli strumenti – la “alfabetizzazione culturale” – per mettere a frutto il proprio ingegno al servizio suo proprio e della collettività di appartenenza. Un Paese che investe molto in istruzione sarà, perciò, in grado di generare più innovazione e, con ciò, anche accrescendo la propria produttività, essere competitivo sullo scenario internazionale. In un certo senso, il Paese che investe molto in istruzione realizza un’operazione culturale che arricchisce il futuro del proprio popolo, lo nobilita, lo rende più aperto e attraente per le altre genti, anche perché la cultura e la conoscenza sono per loro natura beni sovranazionali.
Ma la spesa in istruzione serve solo nella fase in cui un Paese si vuole arricchire oppure è necessaria anche per mantenerlo ricco? La risposta inequivocabile è si. Più emblematico di tutti è il caso della Corea del Sud che, proprio grazie ai suoi enormi investimenti in istruzione, ha saputo celermente spostarsi dalle produzioni manifatturiere tradizionali – dove la sua posizione veniva insidiata da nuovi protagonisti (es. la Cina) con costi del lavoro più bassi – a quelle ad alta tecnologia. Così i coreani, avendo raggiunto un livello di ricchezza medio-alto già negli anni ’90, lo hanno saputo ulteriormente accrescere negli anni successivi.
Pierluigi Ciocca, già Vicedirettore Generale della Banca d’Italia, ha intitolato un suo recente libro “Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia” (Torino, Bollati-Boringhieri, 2007). È una domanda che spiazza il lettore. Nel suo vivace e intelligente saggio, Ciocca propone una lettura dell’arricchimento dell’Italia nei decenni del dopoguerra da cui sprigionano tutti i dubbi e le incertezze attuali. Anche se Ciocca non lo dice esplicitamente, dal suo ragionamento traspare il timore che in Italia si sia smarrita la voglia di futuro e che il Bel Paese rischi seriamente di avviarsi verso un inesorabile declino economico.
Legando quanto emerso nei convegni internazionali citati al ragionamento di Ciocca, occorre allora chiedersi se in Italia si investa abbastanza in istruzione. La risposta è no, anzi, sempre meno. Nel confronto internazionale l’Italia non brilla: al 2004, la spesa per istruzione era pari al 4,8% del PIL (prodotto interno lordo), contro una media del 6,1% tra tutti i Paesi industrializzati (OCSE) e, al 2005, la quota di popolazione con diploma, rispettivamente, di scuola media superiore e universitario era del 37 e 13%, contro medie OCSE del 41 e 26%. Per di più, dal 2008 sono stati avviati tagli drastici: secondo il piano di riorganizzazione del Dl 112/2008 la scuola elementare dovrebbe perdere 87.335 cattedre e 45.000 posti da ausiliari tecnico-amministrativi (il 17% del totale), i fondi statali all’università dovrebbero calare del 18,8% al 2011.
Il ragionamento che viene generalmente addotto a giustificazione di questi tagli all’istruzione è che in Italia il sistema scolastico e quello universitario sono inefficienti: perciò, il dimagrimento della spesa dovrebbe tagliare le inefficienze senza ridurre il livello di servizio. Ahimé questa logica è sbagliata per due ragioni. Primo, perché l’Italia stava già investendo di meno rispetto agli altri Paesi ricchi (che vogliono restare tali) e quindi avrebbe dovuto ampliare quegli investimenti. Secondo, perché non c’è nessuna ricetta magica in base alla quale i tagli alla spesa riducano l’inefficienza senza intaccare l’offerta formativa: basta chiedere ai genitori che non trovano il tempo pieno per i figli alle elementari o agli studenti universitari costretti a tirare per la giacca docenti sempre più di corsa a tappare i buchi lasciati dal mancato rimpiazzo dei pensionamenti.
Varrebbe la pena di fermarsi a riflettere e magari fare come in Francia, dove il premio alle università più meritevoli non è stato, come da noi, un taglio minore dei fondi (perché Oltralpe non se lo sono neanche sognati di attuare un taglio drastico e generalizzato) ma un aumento maggiore dei fondi. Altrimenti, la minore istruzione dei nostri giovani produrrà un’enorme “carneficina sociale” e tarperà definitivamente le ali alle forze migliori dell’Italia. Forse la prossima volta che sentiremo un governante parlare di modernizzazione dell’Italia anziché una “standing ovation” gli dovremmo innalzare uno “standing boo”.

Post Scriptum: La recente decisione del governo di chiudere centri di ricerca indipendenti come l’Isae e l’Isfol peggiora ulteriormente la situazione alterando ulteriormente gli equilibri verso un’Italia decerebrata in cui la “cultura del fare” non presuppone il necessario passaggio del “prima pensare”.

www.nelmerito.com

Errani: "Le misure manderanno in tilt gli ospedali si mettono in gioco i livelli di assistenza", di Stefania Parmeggiani

«La manovra finanziaria deve essere modificata. Non può intaccare il livello dei servizi e delle cure erogate». Vasco Errani, governatore dell´Emilia Romagna, appena riconfermato presidente della conferenza delle Regioni, condivide e rilancia l´appello dell´Aiom, l´associazione italiana di oncologia medica. E fa una proposta: «I risparmi sulla spesa farmaceutica restino alla Sanità».
Presidente, gli oncologi temono il taglio trasversale del personale, che potrebbe indurre strutture già sofferenti a chiudere con un aumento dei viaggi della speranza. Ritiene la previsione azzardata?
«Condivido la preoccupazione perché c´è un problema molto serio legato al turnover. Corriamo il rischio che il blocco indiscriminato nel corso dei prossimi due anni sottragga personale specializzato all´assistenza ospedaliera e territoriale».
Stiamo parlando di reparti a rischio chiusura e di macchinari inutilizzabili?
«Dico semplicemente che prima di applicare una misura come questa è necessario verificare i suoi effetti. Ci vuole un esame attento e puntuale. Non possiamo ritrovarci con una carenza di organico che rallenti o, a seconda delle situazioni, blocchi l´attività. E´ impensabile un calo della qualità nelle cure anti-cancro».
Si temono anche ripercussioni sulla somministrazione dei farmaci, come giudica gli interventi sulla spesa farmaceutica?
«Chiedo che i risparmi previsti, 600 milioni per il 2011 e 800 milioni per il 2012, restino alla Sanità».
Per investirli come?
«In farmaci innovativi che a differenza dei tradizionali hanno costi molto più elevati, ma che rappresentano un bene prezioso per i cittadini. Nei nostri ospedali deve essere possibile erogare anche nuove cure».
Quindi condivide l´allarme lanciato dagli oncologi?
«Prendo molto seriamente le loro preoccupazioni e quelle esternate, negli ultimi giorni, da altre importanti associazioni italiane. Le paure legate alla finanziaria sono reali».
Cosa chiede al governo?
«Di ripensare la manovra. Deve essere modificata. C´è un diritto universale alla salute da garantire».

La Repubblica 06.06.10

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“L´Italia che dice no alla manovra gli oncologi: con i tagli cure a rischio”, di Lucio Cillis

Il ministro Fazio replica ai medici: nessun ridimensio-namento. E Alfano critica le toghe
Un solco profondo divide l´Italia. Da una parte c´è il governo e la manovra da 25 miliardi di euro che impone tagli e sacrifici. Dall´altra ci sono medici, magistrati, personale della scuola, farmacisti…tutti sul piede di guerra. E come se non bastasse, anche il mondo del sindacato si spacca e va ad un durissimo scambio di accuse tra la Cgil e la Cisl.
Contro la manovra si è levato ieri il grido d´allarme degli oncologi. Da Chicago, dove sono riuniti per un congresso mondiale, i vertici della Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) hanno puntato l´indice contro la manovra «che abbasserà la qualità di cura per i malati di cancro italiani». I tagli previsti «metteranno sotto pressione delle strutture già in grande affanno, soprattutto nel Meridione. Alcune, corrono il rischio di chiudere» e i pazienti saranno di nuovo costretti ai “viaggi della speranza”. «La prima grande criticità – spiega Carmelo Iacono, presidente dell´Aiom – è il taglio trasversale del personale. Esistono situazioni dove un´ulteriore riduzione si tradurrebbe inevitabilmente in un blocco delle attività». Tutte accuse che il ministro della Salute Ferruccio Fazio respinge con forza: «Non è previsto alcun taglio né nel numero, né nella tipologia, né nella qualità delle prestazioni per la cura dei tumori, che rimangono una delle priorità del governo».
Un altro no alla manovra è partito dai magistrati: l´Anm ha deciso che lo sciopero si svolgerà il primo luglio. La protesta sarà preceduta da uno sciopero bianco, attuato tra il 21 e il 25 giugno, nel corso del quale le toghe seguiranno alla lettera tutte le procedure previste, sia nel penale che nel civile. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, è però certo che quello delle toghe sia «uno sciopero politico. I magistrati – dice Alfano – sono un pezzo del Paese. All´Italia in questo momento viene chiesto un sacrificio per il bene di tutti. E i giudici non dovrebbero sottrarsi a questo sacrificio».
Al calor, bianco, infine, lo scontro interno al sindacato esploso ieri. «Lo sciopero generale della Cgil contro la manovra non è più un´iniziativa sindacale, è solo un´iniziativa politica» ha dichiarato il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. «La protesta della Cgil – per Bonanni – è l´undicesima che chiamerà a raccolta oppositori della politica». Immediata la risposta della Cgil. Il segretario confederale Susanna Camusso, ha spiegato le ragioni della protesta: «Si tratta di una manovra depressiva e profondamente iniqua, che non rende strutturale un tema centrale come quello dell´evasione fiscale, colpisce giovani, lavoratori e difende altri blocchi sociali». Durissimo, invece, l´intervento di Giorgio Cremaschi, segretario della Fiom, che ha sparato a zero contro «i segretari di Cisl e Uil» diventati «i sottosegretari del governo Berlusconi». Nel giro di pochi minuti è arrivata anche la controreplica di Bonanni, che al leader della Fiom ha consigliato «di cambiare mestiere. È un infante che offende Cisl e Uil». Ha chiuso in serata lo scambio di colpi tra Cgil e Cisl il leader Cgil Guglielmo Epifani: «Non posso credere che Bonanni abbia detto queste cose. Mi stupisce».

La Repubblica 06.06.10