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Passa il no del Pd alle armi nucleari

Approvata la mozione Pd per il disarmo e la non proliferazione nucleare. Mogherini (Pd): “La mozione è una svolta ora il Governo porti in sede Nato l’impegno di oggi”.
Questa settimana il Partito Democratico ha ottenuto alla Camera un risultato importante per il Paese. Infatti, con una mozione unitaria il Parlamento ha approvato un testo che apre la strada al disarmo e alla non proliferazione nucleare a partire dall’Italia.
La mozione è frutto di una iniziativa del Partito Democratico e conferisce al Governo italiano la possibilità di stare in campo su una materia assai delicata, strategicamente molto importante per l’avvenire e per le sorti della pace e del benessere dell’umanità intera.

Federica Mogherini, deputata del Pd, e prima firmataria del provvedimento, ha spiegato che l’importanza del risultato ottenuto è data dal fatto che per la prima volta attraverso un’iniziativa parlamentare il Governo italiano assume l’impegno di sostenere in sede NATO – in particolare in vista della revisione del Concetto strategico – la richiesta di riduzione e, in prospettiva, anche di eliminazione, delle armi nucleari tattiche dall’Europa.
Inoltre, ha commentato Mogherini, il Governo in tal modo si impegna ad affermare, sempre in sede NATO, che per quanto riguarda l’Italia, non vi è una richiesta di mantenere sul nostro suolo nazionale le armi nucleari tattiche, in modo da incoraggiare e favorire il processo multilaterale di disarmo e di non proliferazione in atto.

Per fortuna con la presidenza Obama, il tema del disarmo in tutte le sue variegate sfaccettature ha subito un’accelerazione in positivo, conferendo una spinta propulsiva negli altri Paesi, compreso il nostro.
Nella nuova National Security Strategy statunitense infatti, resa nota soltanto qualche giorno fa, viene indicato, come il rischio probabilmente più grave, non più il terrorismo internazionale, che pure continua a rappresentare una minaccia per tutti noi molto seria, ma la minaccia che armi nucleari o armi sporche, armi di distruzione di massa, possano cadere nelle mani sbagliate, o di singoli o di organizzazioni o di entità statali.
Francesco Tempestini, Capogruppo del Pd nella commissione Esteri di Montecitorio, è tra i primi firmatari della mozione: “Ora ci aspettiamo che il Governo promuova in sede NATO un dibattito per raggiunge questo obiettivo, anche nel quadro di un processo negoziale con la Federazione Russa sul controllo degli armamenti”.

Negli ultimi mesi, tra febbraio e marzo, due fattori hanno spinto il Parlamento italiano verso l’approvazione della mozione di iniziativa Pd.

A febbraio vi è stata un’iniziativa dei Ministri degli esteri di Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Norvegia (tre di questi Paesi ospitano armi nucleari tattiche americane sul proprio territorio), con la quale è stato chiesto al Segretario generale della NATO di avviare una riflessione al proprio interno sulla necessità di superare questo stato di cose (ovviamente in modo concordato e consensuale).

A marzo il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione all’unanimità, nella quale testualmente si richiama l’attenzione sull’anacronismo strategico delle armi tattiche nucleari e sulla necessità che l’Europa contribuisca alla loro riduzione ed eliminazione dal proprio territorio nel contesto di un dialogo di più ampio respiro con la Russia.

“Sappiamo bene come la decisione dovrà essere assunta in modo consensuale tra i paesi aderenti all’Alleanza Atlantica – spiega la Mogherini -tuttavia è una vera svolta la decisione parlamentare, assunta su un testo unico e con voto unanime, che valorizza il ruolo di indirizzo politico del Parlamento e colma un’importante lacuna del Governo italiano, incoraggiandolo a svolgere con determinazione la sua azione in sede internazionale per sostenere gli obiettivi di disarmo e di non proliferazione nucleare e in particolare, sulla presenza di armi nucleari tattiche in Italia e in Europa “.

Sul sito dei deputtai PD è possibile leggere il testo integrale della mozione approvata dal titolo: ”Iniziative per il disarmo e la non proliferazione nucleare”

www.partitodemocratico.it

"A Gaza, dove s’impara a sopravvivere senza cibo né acqua", di Umberto De Giovannangeli

Ragazzini. Un milione e mezzo di abitanti, il 54% ha meno di 18 anni. La sete. Il 90% dei pozzi è contaminato, si compra da bere dai privati. La fame. Tra le merci proibite anche pasta, riso datteri e marmellata. Hamas. È ovunque, controlla l’economia dei tunnel e le opere «caritatevoli»
La Flottilla. «Quei morti per noi sono degli eroi sono shahid, martiri». Shayma, 13 anni: «Prima della guerra ero davvero brava a scuola, ora non posso studiare». Muhammad, 7 mesi: «È morto perché con l’embargo non abbiamo strumenti per operare»
Nemmeno al tuo peggior nemico puoi augurare di «vivere» in questa prigione sventrata, con le fogne a cielo aperto, con i bambini che giocano a scalare montagne di rifiuti in una gabbia ridotta ad un cumulo di macerie, isolata dal mondo. Il caldo soffocante moltiplica il bisogno di acqua. Quasi un miraggio, un bene divenuto di lusso dopo tre anni di embargo. Perché nella Striscia il 90% dei pozzi è chimicamente contaminato e l’acqua di casa non è potabile, per cui la gente è costretta a comprare acqua da privati. Neanche al tuo peggior nemico puoi augurare di «vivere» a Gaza. Di vivere in un paesaggio lunare, fatto di crateri che si susseguono per chilometri. Tra quelle macerie, dentro quei crateri si muove una umanità sofferente che scruta il mare perché dal mare può arrivare la Speranza, sotto forma di navi della libertà, come quelle assaltate dagli uomini rana israeliani l’altra notte.
La realtà di Gaza supera ogni metafora – prigione, gabbia, inferno utilizzata per raccontare di una striscia di terra popolata da un milione e mezzo di persone – 1.527.069 secondo l’ultimo censimento in maggioranza (il 54%) sotto i diciotto anni. Gaza dove –secondo una recente ricerca dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi)il numero delle persone che non hanno alcuna sicurezza per l’accesso al cibo e che non dispongono dei mezzi per procurarsi i beni più essenziali come il sapone o l’acqua pulita, è triplicato dall’imposizione del blocco nel giugno 2007. Gaza, dove 300mila rifugiati vivono in condizioni di povertà degradante contro 100mila all’inizio del 2007, con un tasso di disoccupazione tra i più alti al mondo: 41,8%. Gaza, dove il blocco –denuncia la Croce Rossa«continua ad ostacolare gravemente» il trasferimento nella Striscia di attrezzature mediche essenziali, ponendo a rischio le cure immediate e le terapie a più lungo termine di migliaia di pazienti. Gaza, dove il 90% della popolazione dipende dagli aiuti alimentari distribuiti dalle agenzie dell’Onu.
Per entrare all’inferno devi superare a piedi –dopo un meticoloso controllo con fantascientifiche apparecchiature elettroniche da parte israelianail valico di Erez. Sono trecento metri in una terra di nessuno. Lo sguardo abbraccia un orizzonte fatto di macerie. E di bambini. Che camminano tra le rovine degli oltre 4mila edifici distrutti dall’aviazione e dall’artiglieria d’Israele nei 22 giorni dell’operazione «Piombo Fuso»: di quei 4000mila edifici, solo una minima parte sono stati ricostruiti. A Gaza manca il cemento per farlo. Israele ne proibisce l’entrata per timore che serva a ricostruire le infrastrutture di Hamas. Il cemento come mille altre cose: dalla fine di gennaio ci sono restrizioni su carburante, gas per cucinare, materiali per costruire. Poi a febbraio qualcuno ha denunciato che Israele bloccava anche i datteri, le bustine da tè, i puzzle per bambini, la carta per stampare i testi scolastici e la pasta (per Israele non è considerato bene umanitario, solo il riso lo è). Ora nella lista dei materiali proibiti sono entrati anche carta igienica, sapone, spazzolini e dentifricio, marmellata, alcuni tipi di formaggio e i ceci per fare l’hummus. Mancano a Beit Hanoun, a Rafah, Khan Yunis. E ancora: Jabaliya, Bureli, Al Nusayrat, Mughazi, Dayr al Balah, fatiscenti campi profughi trasformatisi in asfissianti centri urbani. Sono trascorsi quasi diciotto mesi da quel 27 dicembre 2008 (inizio dell’offensiva israeliana); 18 mesi dopo, Hamas continua a restare padrone di Gaza. Padrone di una «prigione», ma pur sempre padrone incontrastato.
L’embargo non ha indebolito il movimento islamico. Hamas è ovunque. Nelle organizzazioni «caritatevoli» che dispensano un acconto di cento dollari -un’enormità per chi (oltre 950mila persone) vive sotto la soglia di sopravvivenza– ad ogni famiglia colpita dal fuoco israeliano. Hamas presiede all’«economia dei tunnel», quella che si dipana sottoterra, nella miriade di gallerie che dalla frontiera con l’Egitto (il valico di Rafah riaperto da Mubarak dopo l’assalto alle navi della Freedom Flotilla), fanno arrivare a Gaza merce di ogni tipo. Hamas si è appropriato politicamente delle «Navi della libertà». Almeno diecimila persone hanno partecipato alle manifestazioni organizzate ieri nella Striscia dal movimento islamico contro il blocco israeliano e a sostegno della Freedom Flotilla: a sventolare, per ordine di Hamas, sono bandiere palestinesi e turche. Affianco ai ritratti di sheikh Ahmed Yassin –fondatore di Hamas ucciso dagli israelianicompaiono quelli del «nuovo amico del popolo palestinese», il premier turco Erdogan.
Quello a Hamas è un consenso impastato di rabbia, paura, dolore. Alimentato da una rivendicazione di libertà repressa nel sangue. Per anni Ahmed Al-Jaru aveva sognato il mare, pur vivendo a poche centinaia di metri dalla distesa azzurra. Ma Ahmed e i suoi 9 bambini non potevano arrivarci perché a separarli dal mare c’erano i soldati israeliani che presidiavano uno degli undici insediamenti ebraici nella Striscia. Ora Ahmed e i suoi bambini li incontriamo al vecchio porto di Gaza City. Lui era lì la notte che la festa si è trasformata in tragedia. Era lì assieme a Faisal, Mahmud, Abdel, Zaira, e ad altre migliaia che attendevano la Freedom Flotilla. C’era anche una banda musicale per far festa… Ma a Gaza festeggiare è un sogno irrealizzabile. «Quei pacifisti sono eroi, shahid (martiri), e gli israeliani degli assassini», dice Faisal, 14 anni, il padre ucciso nella seconda Intifada. C’è chi affida il suo pensiero a Internet. È Ola, blogger di Gaza. «Per coloro che pensavano che l’era dei pirati fosse finita… o che rimanesse confinata alla fantasia dei film di Hollywood… Ripensateci. Voi, i martiri della Flotta della Libertà…Gaza voleva accogliervi come vincitori…ma il paradiso vi riceverà come martiri…Le onde del mare e i gabbiani e il tramonto piangono tutti per voi…». «Allah li accolga nel Paradiso degli shahid», le fa eco Yousef, che per sfamare la sua famiglia di undici persone ha ingrossato le fila dell’«esercito» di uomini-talpa che lavorano sottoterra al confine con l’Egitto. Un collega della Tv francese prova a dirgli: non dovete perdere la speranza. La risposta di Yousef è un pugno allo stomaco: «Non possiamo perdere una cosa che non abbiamo».
C’è animazione al porto. Si è sparsa la voce che un’altra nave di Freedom Flotilla la «Rachel Corrie», con a bordo la Premio Nobel per la pace, l’irlandese Mairead Maguire, e il suo connazionale Denis Halliday, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite è in avvicinamento alle coste di Gaza. «Siamo partiti per consegnare questo carico alla popolazione di Gaza e quello intendiamo fare è forzare il blocco di Gaza… Non abbiamo paura», fa sapere dalla nave, Mairead Maguire. La nave è carica di materiale da ricostruzione, 20 tonnellate di carta e molti altri prodotti che Israele rifiuta alla popolazione della Striscia. «Di navi ne dovrebbero arrivare cento al giorno per portarci via di qua», sussurra Zaira, dieci anni che tiene per mano il fratellino Yasser, tre anni. A Gaza le prime vittime sono i bambini. Bambini come Shayma, 13 anni, la cui casa è stata distrutta 18 mesi fa dai bombardamenti israeliani e ancora oggi vive con sei fratelli in una baracca di lamiere. Fredda d’inverno, torrida d’estate. «Ho smesso di fare le cose che mi piacevano, disegnare, giocare – dice Shayma -. Non mi piace neanche più guardare la televisione». Shayma ha solo tredici anni, ma il suo sguardo, la sua voce raccontano di una infanzia sfiorita nell’inferno di Gaza. «Prima della guerra ero davvero brava a scuola, avevo buoni voti, adesso non lo sono per niente e ho paura che non riuscirò più a diventare dottore…». Anche Mahmud, 15 anni, ha perso la casa e ora vive in una tenda: «Non ho più sogni. Vorrei sentirmi come se avessi di nuovo una casa». Dalla prigione non si esce. Nella prigione si può solo morire. Anche se non hai alcuna colpa. Anche se hai solo sette mesi. Con le lacrime agli occhi, Yasmeen mi mostra una foto di Muhammad, il suo bambino. Due occhioni neri, un sorriso che apre il cuore. Ma il cuore di Muhammad Akram Khader non batte più. La sua morte – spiega Mu’awiya Hassanein, direttore generale dei servizi di Pronto soccorso nella Striscia è avvenuta a causa di un rigonfiamento del cervello, che richiedeva cure disponibili solo fuori Gaza a causa dell’embargo.
Muhammad è morto dopo che alla sua famiglia non è stato permesso di ricoverarlo in ospedali israeliani.
«Noi bambini diversi» Cosa sia crescere a Gaza, lo racconta Sani Yahya: un missile sparato da un F16 israeliano fece saltare per aria la festa del suo quindicesimo compleanno, uccidendo alcune delle sue sorelle e cugine. A Sany quell’attacco è costato il suo braccio sinistro: «Noi, bambini di Gaza, non siamo come gli altri –dice Sany che incontriamo a casa dei suoi nonni, alla periferia di Gaza City-. Da sempre dormiamo tutti insieme, abbracciati gli uni gli altri nello stesso letto per paura degli F16 che sorvolano di continuo le nostre case. Non parlo solo di adesso, di questa guerra. Noi siamo cresciuti così: senza luce e senz’acqua ogni volta che gli israeliani decidono di tagliarci l’energia; con l’eterna paura degli attacchi di punizione per i missili di Hamas e delle incursioni nelle nostre case. La mia scuola è stata bombardata tre volte in due anni. Non abbiamo diritto ad imparare né a sognare un futuro migliore. Nemmeno alla mia festa di compleanno avevo diritto…”. Il 31 luglio 2009, sulla spiaggia di Gaza, tremila bambini fecero volare in cielo gli aquiloni. Avevano sognato di volare con loro. Superando l’assedio, rompendo l’embargo. Volare via da quell’inferno chiamato Gaza.

L’Unità 05.06.10

"Ecomafie: tre reati ambientali ogni ora E i profitti continuano a crescere", di Lilli Garrone

Il rapporto 2010 di Legambiente: l’unico business immune alla crisi. In testa Campania, Calabria e Lazio. Liguria prima al Nord. Nuovi settori in espansione. L’hanno definito l’unico business immune alla crisi. E’ quello dei reati ambientali che vede crescere le proprie cifre in misura esponenziale: gli illeciti accertati nel 2009 sono stati 28.576 (25.776 l’anno precedente), un numero che equivale a 78 reati al giorno, più di tre ogni ora. E, secondo i calcoli di Legambiente, che ha illustrato il 4 giugno il rapporto «Ecomafia 2010», nonostante l’inasprirsi della crisi economica questo immenso giro di affari ha addirittura visto aumentare i suoi profitti, arrivando a 20, 5 miliardi di euro in un anno.

SPECIALIZZAZIONE – La criminalità ambientale in Italia, è scritto nel rapporto presentato dal presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e dal suo vice Sebastiano Venneri, si è oggi specializzata in alcuni settori: dai rifiuti (anche elettronici) si è arrivati al cemento depotenziato, ai mercati ortofrutticoli (specialmente in Campania e nel Lazio, in provincia di Latina a Fondi) ai centri commerciali. I numeri raccontano poi che sono aumentati del 43 per cento gli arresti , arrivando a 316 nel 2009, e così le persone denunciate, passate da 21.336 a 28.472 o i sequestri effettuati, da 9.676 a 10.737 nel 2009. «L’azione di contrasto messa in campo dalle forze dell’ordine – ha detto Sebastiano Venneri – deve essere sostenuta dal Governo con nuove leggi e strumenti. Introducendo finalmente i delitti contro l’ambiente nel codice penale e mettendo mano alle situazioni di pericolo più gravi: come le aree inquinate da bonificare o la necessità di rendere sicuri gli edifici a rischio calcestruzzo depotenziato», utilizzato soprattutto al sud in strade, viadotti e perfino in scuole (a Tropea) o ospedali (come al San Giovanni di Dio ad Agrigento).

«RAVVEDIMENTO OPEROSO» – E lo stesso procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso non solo ha invocato nuovi strumenti legislativi ma l’introduzione della figura del «ravvedimento operoso»: i colpevoli dovrebbero riparare ai danni ambientali arrecati. Nella classifica sull’illegalità ambientale il Lazio sale al secondo posto (era al quinto nel 2008) soprattutto per i reati contro il patrimonio faunistico, mentre il suo territorio è sempre più esposto alle infiltrazioni dei clan, soprattutto nel sud Pontino con Latina che si attesta al terzo posto nella classifica del ciclo del cemento in Italia.

LA CLASSIFICA – Al primo posto resta ancora la Campania con 4.874 infrazioni accertate, il 17 per cento del totale, mentre al terzo è la Calabria con 2.898 seguita dalla Puglia con 2.674 infrazioni. Scende di due posizioni la Sicilia con 2.520 infrazioni, mentre la Liguria è la prima regione del nord Italia in questa triste classifica con 1.231 reati. «Raccontano che la crisi dei rifiuti è risolta – inizia così la prefazione al rapporto scritta da Roberto Saviano – ma se aprite le pagine di analisi di questo dossier conoscerete davvero cosa accade in Italia». Perché in questo campo l’ecomafia si conferma come una holding solida: «Gli investimenti a rischio in opere pubbliche e gestione dei rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa anche nel 2009 superano i 7 miliardi di euro».

I SETTORI A RISCHIO – A seguire l’abusivismo edilizio, con una somma in nero accumulata dalle ecomafie di circa 2 miliardi: 7.463 le infrazioni accertate in questo campo e come ogni anno la Campania è al primo posto con 1.179 reati. Altri tre miliardi arriverebbero alle Ecomafie dal racket degli animali tra corse clandestine di cavalli e combattimenti tra cani. Anche l’agricoltura si conferma come uno dei pilastri con un giro di affari di 50 miliardi di euro l’anno, mentre si starebbe sempre più allargando il settore del commercio con supermarket e grandi centri: solo in Sicilia a fine 2008 risultavano 100 autorizzazioni per nuove strutture commerciali. «Un business che sottrae risorse preziose all’economia legale e condanna il paese all’arretratezza», ha concluso il presidente Cogliati Dezza. «Sono cifre allarmanti», ha detto il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo presentando la Giornata mondiale dell’Ambiente che si celebra il 5 giugno. Applaudendo il lavoro di Legambiente ricorda che al rapporto presentato qualche giorno fa dal ministero emerge che le forze dell’ordine scoprono un illecito ambientale ogni 43 minuti. «La lotta all’ecomafia – conclude Stefania Prestigiacomo – è uno dei miei pilastri e dell’azione di governo».

Il Corriere della Sera 05.06.10

"La battaglia non è finita", di Stefano Rodotà

Ora che sembra profilarsi una qualche marcia indietro, varrebbe la pena di stilare un impietoso catalogo delle dichiarazioni tracotanti che, nei giorni scorsi e nei luoghi più disparati, erano venute da “autorevoli” esponenti di governo e maggioranza per difendere le norme contenute nel disegno di legge sulle intercettazioni.
Norme di cui si proclamavano l´assoluta necessità e immodificabilità per tutelare i diritti delle persone, l´intangibilità dello Stato di diritto, e via imbrogliando. Sarebbe un buon servizio per i cittadini, almeno per quelli che vogliono mantenere una attitudine critica verso chi li rappresenta e governa. Ma non credo che avrebbe alcun effetto su un ceto politico ormai abituato ad una disinvoltura che sconfina in una sfrontatezza che fa negare l´evidenza, dimenticare le dichiarazioni del giorno prima, dire tutto e il suo contrario. Per questo bisogna mantenere un giusto distacco, essere massimamente cauti di fronte all´annuncio di emendamenti che dovrebbero migliorare quel testo sciagurato.
Costretti a rimettere le mani su norme di cui al Senato si erano addirittura induriti gli aspetti più aggressivi, Berlusconi e i suoi hanno conosciuto una sconfitta politica, resa possibile dal congiungersi di diversi fattori. Una opposizione parlamentare finalmente determinata. Una attenzione vigile di quegli organi istituzionali ai quali spetta sempre il compito di vegliare sul rispetto della legalità repubblicana, questa volta il presidente della Repubblica e il presidente dalla Camera. Un movimento che ha coinvolto direttamente centinaia di migliaia di persone, che si è manifestato nelle piazze virtuali e in quelle reali, che si è progressivamente allargato con una benefica “discesa in campo” dei più diversi gruppi e associazioni, di editori d´ogni parte, del sistema dell´informazione con quasi tutte le sue componenti più significative. Non dirò che proprio da qui, da questa reazione diffusa e determinata, sia venuto l´impulso maggiore. Ma è certo che questa sorta di mobilitazione generale e quotidiana ha dato il senso di una urgenza, di un confine non valicabile, che ha messo le istituzione di fronte a tutta la loro responsabilità, all´impossibilità di girare la testa dall´altra parte.
Vinta una battaglia, però, bisogna sempre ricordarsi che si può perdere la guerra. Per questo occorre mantenere la tensione, essere rigorosissimi nella valutazione delle novità o presunte tali, non correre frettolosamente alla conclusione che comunque qualcosa si è ottenuto e che non è il caso di cadere nel peccato dell´intransigenza. Non è tempo di sconti, non si può finire nella trappola vecchissima di chi chiede mille, finge poi di negoziare, scende a novecento, convince il compratore che questo è “un buon punto di equilibrio” e così porta a casa quasi tutto quello che si era prefisso, illudendo la controparte d´aver fatto un affare. Non si è alzata la voce oltre il giusto, e oggi non è venuto il momento di abbassarla. Si è detto a chiare lettere che si stava consumando un attentato alla democrazia, che vanificare aspetti essenziali del controllo di legalità e imbavagliare l´informazione determinava un cambiamento di regime. È questo il metro che dobbiamo continuare ad adoperare, anche a costo di scontentare quelli che non vedono l´ora di trovare un pretesto per dire che non è più il caso di agitarsi.
Tre sono le istruzioni che debbono guidarci in questa nuova fase. La prima impone di non dare giudizi definitivi prima d´aver letto le proposte della maggioranza: qui, davvero, il diavolo si annida nei dettagli, soprattutto quando si tratta di disciplinare uno strumento importante e delicatissimo qual è quello delle intercettazioni. La seconda riguarda la necessità di guardare all´intero circuito informativo: la limitazione delle possibilità d´indagare porta con sé l´impossibilità di conoscere e rendere pubbliche vicende rilevanti, così come il ritorno a norme più ragionevoli sulle intercettazioni non può compensare il mantenimento di limiti gravi al diritto d´informare e essere informati. La terza suggerisce di non abbandonare la messa a punto di una strategia capace di contrastare efficacemente il permanere di limitazioni alla libertà di manifestazione del pensiero: disobbedienza civile, ricorsi alla Corte costituzionale, lettura in Parlamento dei documenti “vietati”.
Da quel che si apprende, l´emendamento della maggioranza conterrebbe alcune aperture per quanto riguarda la durata delle intercettazioni, ma questa possibilità sarebbe accompagnata da una macchinosa procedura che, per i reati ordinari, prevede una richiesta di proroga ogni 48 ore, con evidentissime complicazioni organizzative e con le difficoltà derivanti dall´obbligo di indicare ogni volta ragioni per la prosecuzione dell´intercettazione diverse da quelle prodotte in precedenza. Rimarrebbe immutata la norma riguardante la prima autorizzazione ad intercettare, che dovrebbe essere rivolta al tribunale distrettuale: una procedura motivata con l´argomento che una valutazione collegiale garantisce meglio dal rischio di abusi, ma di cui è stata da più parti sottolineata la irrazionalità. Tre giudici al posto di uno, quando un solo magistrato può addirittura condannare all´ergastolo in caso di rito abbreviato; lungaggini e problemi di sicurezza legati al trasferimento dell´intero fascicolo processuale (anche molti “faldoni”) in una sede diversa e lontana da quella delle indagini; difficoltà per le sedi con organico ridotto, perché i magistrati partecipanti all´autorizzazione diverrebbero poi “incompatibili” per la celebrazione dei relativi processi. La necessità di evitare abusi, e di responsabilizzare maggiormente i magistrati, rischia così di produrre derive analoghe a quelle determinate in passato da norme, che, introdotte con l´intento di garantire meglio i diritti dell´indagato e dell´imputato, hanno contribuito grandemente ad accrescere i tempi processuali.
Si presentano come emendamenti migliorativi quelli riguardanti la possibilità di effettuare intercettazioni ambientali e di registrare e trasmettere le udienze. Di nuovo, però, il giudizio è sospeso in attesa di leggere i testi relativi. E lo stralcio della norma riguardante le conversazioni degli appartenenti ai servizi di sicurezza, accolta con favore da maggioranza e opposizione, richiederà molta attenzione in futuro, per evitare che una nuova disciplina venga orientata verso ampliamenti ulteriori del segreto di Stato, seguendo una discutibile sentenza della Corte costituzionale e creando una situazione che contrasta assai con le esigenze, riemerse proprio in questi giorni, di uscire dall´oscurità tutte le volte che vi siano situazioni pericolose per le istituzioni.
Sul versante dell´informazione, la novità sarebbe rappresentata dal ritorno alla norma del testo a suo tempo approvato dalla Camera, e poi cancellato dal Senato, secondo il quale è lecita la pubblicazione “per riassunto” degli atti giudiziari. Ma questo passo in avanti non scioglie una grave contraddizione. Rimane, infatti, il divieto di pubblicare in qualsiasi forma, dunque anche per riassunto, il contenuto delle intercettazioni, anche quando queste non siano più segrete. Poiché, per giustificare questo divieto si ricordano indubbi abusi del passato, è bene ripetere per l´ennesima volta che gli abusi e le violazioni della privacy si evitano con divieti mirati, riguardanti le conversazioni di chi sia estraneo alle indagini o le parti non rilevanti delle conversazioni degli stessi indagati. Il resto non ha nulla a che fare con la privacy, ma riguarda la trasparenza del potere, il diritto dei cittadini di controllare chiunque abbia ruoli pubblici, com´è chiaramente stabilito fin dal 1998 dal Codice di deontologia dell´attività giornalistica. E che dire della sanzione a carico degli editori che, pure dopo lo sconto da 465.000 a 309.000 euro, legittima un potere di controllo dei proprietari, aprendo così la strada ad una censura di mercato?
No, non siamo ancora entrati in una zona di bonaccia.

La Repubblica 05.06.10

"Si può fare molto anche da soli", di Luca Mercalli

Affinché la Giornata mondiale dell’Ambiente non sia la solita celebrazione di facciata come tante, è importante un coinvolgimento personale immediato, senza aspettare, come spesso si sente dire, che siano i grandi a decidere. La Terra è abitata da quasi sette miliardi di persone ed è la somma dei loro comportamenti a incidere sul suo stato sanitario.
I motivi per far qualcosa non sono solo di natura etica o estetica, ma attingono alla difesa del benessere degli individui di oggi e di domani in relazione a un ambiente che, minacciato su ogni fronte, dai cambiamenti climatici alla macchia oleosa sull’oceano, dal sovrasfruttamento di suoli, mari e foreste alla produzione di rifiuti, rischia di non garantirci più, come specie, una dignitosa sopravvivenza. Da che parte cominciare allora? Primo, caccia allo spreco. E’ il principio guida a cui guardare. Nella nostra società occidentale si butta via tra energia, cibo e materie prime circa il trenta per cento di ciò che circola sul mercato.

La casa: è un gran colabrodo energetico, d’inverno il prezioso caldo ottenuto da gas o petrolio esce da spifferi, pareti e tetti mal isolati, d’estate a uscire è il freddo prodotto a caro prezzo dai condizionatori. Isolare, isolare e isolare ancora, cambiare infissi, installare pannelli solari per l’acqua calda e fotovoltaici per l’elettricità, mettere una caldaia a condensazione o una pompa di calore. Tutte cose che sembrano costar care sul momento, ma in realtà godono di incentivi e sgravi fiscali, generano nuova economia virtuosa e abbassano per sempre le bollette e le emissioni. E poi non è solo per denaro, farsi la doccia con l’acqua solare deve diventare un punto d’orgoglio, un godimento interiore e spazzare via altri status symbol obsoleti e ingordi.

Ah, tutto ciò si può fare anche in condominio, l’esercizio di democrazia partecipata che si deve superare per mettere d’accordo tutti sarà utile per l’intera società. Ridurre i rifiuti: meno imballaggi, meno acquisti superflui, essenzialità degli oggetti del desiderio, meno cose, più buone relazioni. E quello che resta, lo si ricicla differenziando. Se avete solo pochi metri quadri di terreno, fateci il compost, evitando che un camioncino debba passare a raccogliere bucce di patate e insalata appassita bruciando gasolio laddove i microrganismi fanno tutto gratis in pochi mesi.

E se avete un giardino con i nanetti e il prato all’inglese, uccidete i nanetti, arate il prato – che nel nostro clima ingoia inutilmente un sacco d’acqua – e al loro posto piantate pomodori e zucchine. Ci sono anche tanti orti urbani da creare sulle ceneri di aree dimenticate, nell’orto si produce a chilometri zero e si imparano molte cose sul funzionamento del mondo. Viaggiate di meno, una riunione evitata grazie a Skype è una benedizione anche per il vostro relax e ha emesso molta meno CO2 di un aereo o di un treno. L’auto? Piccola ed efficiente, astenersi dai Suv. Si può cominciare da qui, il resto verrà, anche da parte dei grandi della Terra.

La Stampa 05.06.10

"Con la chiusura dell´Isae tagliati solo 135mila euro", di Giorgio Lonardi

Io e alcuni colleghi eravamo pronti a rinunciare allo stipendio: il risparmio sarebbe stato lo stesso.
«Almeno una telefonata..». Non nasconde l´amarezza, Alberto Majocchi, presidente dell´Isae, l´Istituto di analisi economiche abolito con un tratto di penna dalla Finanziaria e posto sotto la giurisdizione del ministero dell´Economia. Professore all´Università di Pavia, collega di Tremonti («ci conosciamo da una vita») quella telefonata se l´aspettava da Giulio. Qui a Trento in occasione del Festival dell´Economia ricostruiamo con Majocchi quanto è accaduto.
Il ministro voleva risparmiare, o no?
«Macchè, il risparmio è solo di 135 mila euro! Avevo subito dato la disponibilità a rinunciare al mio emolumento; lo stesso avevano fatto alcuni colleghi del comitato amministrativo. In questo modo avremmo raggiunto lo stesso risultato: 135 mila euro di risparmi».
Lo ammetta: vi vogliono chiudere perché le vostre analisi economiche infastidiscono il governo?
«Non è possibile. Sono stato nominato dal precedente governo Berlusconi. E successivamente confermato durante il governo Prodi con voto bipartisan».
Però voi fate dei sondaggi economici. Abbiamo saputo che uno dei vostri sondaggi avrebbe indispettito il ministro.
«Noi non facciamo ideologia, riportiamo i dati e li interpretiamo. Siamo un´istituzione scientifica».
Appunto: eravate un´istituzione scientifica libera. E questo forse dava fastidio.
«Guardi, ho accettato di diventare presidente dell´Isae perché si tratta di un Istituto scientifico libero. Altrimenti avrei detto di no. Nessuno mi ha fatto pressioni, nessuno mi ha detto cosa avrei dovuto fare. La libertà della ricerca dove la mettiamo, possibile che in questo Paese le cose funzionino in questo modo»?
Professore, che fine farà l´Isae?
«Ad amareggirami è il destino dei ricercatori: un team validissimo. Proprio mentre il governo inglese, seguendo le indicazioni di Bruxelles decide di creare un´agenzia pubblica indipendente di analisi economiche, noi smantelliamo tutto? Se in Grecia ci fosse stata l´Isae sarebbe risuonato un campanello di allarme. Ecco perché spero che il ministero non assorba l´Istituto ma che venga accorpato ad un´altra organizzazione autonoma come l´Istat. L´indipendenza dalla politica è un valore per il Paese».

La Repubblica 05.06.10

Bersani: "Due anni di bugie e ora una manovra pesantissima. La colpa è del governo"

Il leader PD ospite di Annozero attacca Tremonti: “Ammetta i propri errori in economia. Il governo deve mettere al primo punto i temi dello sviluppo e del lavoro. In caso contrario il Pd non si mette nemmeno a discutere”. E lancia l’allarme condono. Puntata che inizia all’insegna del deja vu quella di Annozero che ha ospitato il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ed il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Santoro infatti ha mandato in onda un video tratto da una puntata precedente in cui Tremonti, non più di due mesi fa, dichiarava a Santoro: “Mi dispiace deluderla ma a giugno non ci sarà una manovra aggiuntiva”.

Tremonti si giustifica, “quella frase venne detta prima dell’esplodere della crisi in Grecia, ma l’Italia ha comunque i conti in regola”. Bersani non ci sta, “sappiamo leggere i conti, ministro”. Il segretario del PD insiste sull’evasione fiscale che non viene combattuta in modo adeguato e su una manovra economica che è piena di difetti “Questa manovra dove ci becca da’ mazzate terribili, e dove non ci becca, per la maggior parte, farà sì che tra qualche mese siamo da capo. I tagli lineari fatti così, con un ‘zacchete’ del 10% ovunque, non hanno mai funzionato… Non vorrei che alla fine spuntasse un bel condono”.
E smonta il mantra dell’Europa che ci chiede questa manovra: “Sicuramente dall’Europa ci dicono ‘fate subito quel che bisogna fare’, e va bene. Ma i 25 miliardi che ci discostano dal 2,7% di deficit del 2012 hanno a che fare non con la Grecia ma con la politica economica di questo governo. Se ragioniamo con parole di verità, siamo tutti pronti a dare una mano perché siamo preoccupati anche noi. Se ci dite che tutto va bene, non ci stiamo”.

Continua il segretario del PD spiegando che “In Europa fanno le manovre perché si è sballato, coscientemente, sul deficit per dare impulso all’economia, hanno speso soldi per le banche. Noi non dovevamo salvare le banche, non abbiamo speso un euro per dar stimolo all’economia, abbiamo fatto uno 0,5%. Perché dobbiamo fare una manovra da 24 miliardi?”. Quindi chiede che il ministro in parlamento“spieghi come mai si sono ridotte le entrate ordinarie, al di là di quello che deriva dalla crisi, come mai abbiamo sballato la spesa corrente nonostante tagli micidiali, tipo la scuola, come mai siamo così bassi con la crescita?”

Bersani espone la linea del PD: Tremonti ammetta i propri errori nelle politiche economiche e di finanza pubblica, faccia “un’operazione di verità”, si decida di mettere al primo punto i temi dello sviluppo e del lavoro. O in caso contrario ”il Pd non si mette nemmeno a discutere”.

Sull’aumento della percentuale d’invalidità utile ai fini della richiesta della pensione, tema su cui Santoro ha aperto la puntata con la lettera di un disabile che non risucirà più a prendere una pensione di 250 euro al mese (!!) Bersani chiede conto della demagogia del ministro che ripeteva che se le pensioni son così basse è colpa dei falsi invalidi: “Ci si dice che ci sono i falsi invalidi, che c’è lassismo. Ma cosa c’entra con l’aumento dal 74% all’85% d’invalidità?”. Ecco smontato l’artificio retorico, che fa pagare ai più deboli le furberie e i mancati controlli.

La difesa di Tremonti prevede di non parlare mai di errori e di rivendicare i tagli a consulenze, prebende e missioni. Ma parlando di tagli non si può non parlare degli enti soppressi. Il ministro riduce il taglio degli enti, che per lui sono solo “Enti inutili e costosi”, ad un mero taglio di “poltrone, macchine e telefonini”. Fingendo di non sentire le voci dei ricercatori, che nei servizi mandati in onda rivendicano il loro non volere dover partire per andare all’estero, come accadrà per tutti i ricercatori precari, che con la soppressione resteranno disoccupati, chi rivendica la propria professionalità: “Andremo a fare gli amministrativi all’Inail, faremo le assicurazioni. Non si può costringere un ricercatore a fare un altro lavoro. Io ho 50 anni, faccio questo lavoro da quando ne ho 20. Voglio morire ricercatore!”. Dalla sede dell’Insean i ricercatori spiegano che l’essere introdotti nel ministero delle infrastrutture o nell’Inail, o in altri enti, non significherà continuare a lavorare, ma continuare a prendere uno stipendio. Perché la finanziaria prevede lo smembramento del loro istituto. La parte tecnica e amministrativa verrà mandata a lavorare all’interno del ministero delle infrastrutture e dei trasporti. I ricercatori restanti, quelli che non avevano un contratto precario, vengono distaccati in altri istituti di ricerca. Perdendo la possibilità di lavorare nei loro bacini, dal valore di 200 milioni di euro, e non potranno fare la loro ricerca fatta in sinergia con gli altri reparti dell’ente.

In un solo colpo si aumenta la disoccupazione, si perde un valore inestimabile in ricerca e si perde la possibilità, che questi enti si sono guadagnati con il loro lavoro, dei finanziamenti europei.

I ricercatori avanzano anche le loro proposte: “Visto che il costo che viene tagliato, di 127.000 euro, viene dalla soppressione della carica di presidente e degli organi direttivi dell’istituto , lo stesso risparmio si ottiene facendoci confluire nel CNR. Permettendoci di continuare la nostra ricerca, nelle nostre strutture”. Ma il Ministro preferisce andare avanti con la filastrocca del taglio di “poltrone, macchine e telefonini” e del “voi siete enti inutili, vi tagliamo così diamo i soldi alla povera gente”.

Pier Luigi Bersani risponde: “Risparmiamo pure in qualche macchina blu, ma poi cancellate formazione, servizi sociali, trasporto pubblico locale. Non si può mascherare con queste cose la distruzione della scuola italiana! Mi preoccupano i giovani, il pubblico impiego, facciamo qualcosa, tassiamo la finanza, discutiamo seriamente!».

Il taglio degli enti che fanno ricerca in un paese che pretende di essere anche industrializzato, denota la politica di un governo che non ha un vero piano per uscire dalla crisi.

Dalla trasmissione esce la figura di un ministro che, nel momento in cui si chiede un sacrificio agli italiani, specialmente ai più deboli, si presenta inutilmente arrogante e reticente. Un ministro che sottovaluta gli allarmi della Banca di Italia sull’evasione, che parla di “macelleria sociale”.

In chiusura di trasmissione Bersani si chiede: “Non vorrei che si chiudesse tutto con un bel condono”. Tremonti replica: “Ci vediamo qua dopo che sarà approvata la manovra ma non ci saranno condoni”. Dopo quanto detto sulla manovra e sulla tracciabilità è legittimo attendersi un nuovo condono?

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