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«Serve un welfare anche per i Piccoli», di Cesare Damiano

Le piccole e medie imprese italiane per uscire dalla crisi, difendere l’occupazione e porre le basi per contribuire al rilancio economico dell’intero paese, hanno bisogno di specifiche politiche che tengano conto della loro dimensione e del loro ruolo. Le cifre, anche quelle emerse da un evento di alcune settimane fa all’Auditorium di Roma, parlano da sole. All’associazione Rete Imprese Italia – costituita per iniziativa di Confesercenti, Confartigianato, Confcommercio, Cna e Casartigiani, le maggiori associazioni di Pmi italiane – aderiscono circa due milioni e mezzo di imprese con 14 milioni di addetti, circa il 60 per cento della forza lavoro italiana con un valore aggiunto di 800 miliardi di euro prodotto in media ogni anno: vale a dire la spina dorsale dell’economia italiana.
All’importanza di questa rete non ha corrisposto finora un’attenzione altrettanto forte da parte delle istituzioni e della politica. E i colpi che le sono stati inferti dalla crisi ne sono la dimostrazione.
Dopo il disastro del 2009, nel primo trimestre di quest’anno è stato registrato (dati Unioncamere) un saldo negativo nel numero delle imprese, tra nuove iscrizioni e cessazioni, di oltre 16mila unità, il terzo peggior risultato nella classifica del decennio, segno di una sofferenza ancora lontana dall’essere superata.
All’origine, soprattutto le difficoltà di accesso al credito.
Proprio da qui si deve partire per invertire la rotta.
L’attenzione non basta e tantomeno bastano gli attestati di solidarietà. Servono risposte concrete. Come Partito democratico abbiamo incontrato nelle scorse settimane i rappresentanti di Rete Imprese Italia e dei sindacati confederali, con l’obiettivo di mettere le basi per arrivare a proposte legislative condivise.
Dalla discussione sono emersi alcuni temi prioritari che devono essere iscritti nell’agenda politica. Si tratta di fornire al più presto risposte concrete su: accesso al credito, che, come l’esperienza di questi anni ha drammaticamente dimostrato, è assai difficile specie in situazioni di crisi; esso va favorito attraverso il consolidamento e la ricapitalizazione dello strumento dei confidi, che si è rivelato provvidenziale nell’attuale situazione; ridefinizione dei rapporti con la pubblica amministrazione, con attenzione all’accorciamento dei tempi di pagamento per appalti e forniture, oggi tali da strangolare anche chi non è in condizioni di particolare difficoltà; formazione, utilizzando pienamente (come è già avvenuto) i fondi interprofessionali e consentendo il suo utilizzo anche agli stessi titolari di piccola impresa; accelerazione dell’effettiva creazione – dopo i tentativi del passato – di quello sportello unico per l’impresa che dovrebbe essere in grado di semplificare gli iter burocratici ai quali le aziende devono far fronte; superamento del metodo del cosiddetto click day per l’accesso ai finanziamenti per l’innovazione, voluto dal governo, che esclude nei fatti la possibilità per le piccole imprese di aggiudicarsi le risorse stanziate; riattivazione degli incentivi per l’auto- imprenditorialità, soprattutto a vantaggio dei giovani; destinazione di una quota dei grandi appalti alle aziende che svolgono la loro attività nel territorio; previsione di normative specifiche a tutela delle piccole imprese che operano in condizioni di mercato caratterizzate da situazioni di tipo monopolistico.
E si deve andare anche oltre. La situazione di crisi che stiamo vivendo ormai da quasi tre anni ci ha insegnato che non esistono differenze sostanziali tra gli obiettivi del lavoro dipendente, del lavoro autonomo e della piccolissima impresa. Ciò deve stimolare la politica a riconsiderare le coordinate di un welfare universale che sappia interpretare in modo corretto gli ulteriori cambiamenti che la difficilissima congiuntura economica internazionale e il suo superamento indurranno nel tessuto economico e sociale del paese. Lavoratori e piccoli imprenditori vanno difesi allo stesso modo. Si deve avere il coraggio di dirlo e di farlo.

da www.europaquotidiano.it

«Errani vara la manovra dimagrante. "Giù spese e stipendi degli assessori"», di Pierpaolo Velonà

Taglio del 20% ai costi di rappresentanza e consulenze e del 10% all’esecutivo. Risparmio: 3,6 milioni. Il presidente: «Non è una concessione all’anti-politica. I vitalizi dei consiglieri? Ci pensi l’assemblea»

Vasco Errani parla per novanta minuti davanti ai neoconsiglieri. Il presidente della Regione presenta il programma di mandato leggendo dagli appunti, ogni tanto va a braccio, raramente si infervora.
È un discorso denso: tagli alla spesa, trasparenza, razionalizzazione degli enti locali, federalismo e crisi. Soprattutto, Errani non ignora il malcontento verso «la casta» né la richiesta di sottoporre a una ferrea dieta la macchina regionale.
Anzi, il cuore del suo discorso è tutto qui: riguarda i tagli alla politica che viale Aldo Moro si impegna ad adottare. In tre mosse.
La prima: «Ridurremo del 20 per cento le spese di funzionamento: rappresentanza, convegni, consulenze, esternalizzazioni, missioni e uffici esteri, comunicazione e auto blu». La manovra consentirà alla Regione un risparmio nel 2010 di 3 milioni e 365 mila euro. «E faremo altrettanto nel 2011 con una riduzione ulteriore del 20 per cento».
La seconda misura riguarda gli stipendi della giunta: «Abbiamo già deciso di ridurre le indennità del 10% per cento».
Il terzo impegno spetta all’assemblea. Di abolire le pensioni e ridurre gli stipendi dei consiglieri si parla da giorni. Errani non svicola: «E’ un tema che spetta all’assemblea, ma non voglio sfuggire. Propongo che i consiglieri si mettano al lavoro per costruire una proposta sulle indennità e sul superamento dei vitalizi, con serietà e rigore».
Il governatore ci tiene a precisare che queste mosse non sono una concessione al partito dell’antipolitica: «Non condivido chi dice che tutto è spreco, che la politica è fatta dai fannulloni». E allora perché questa cura dimagrante? «Perché di fronte alle emergenze del Paese ci sono altre priorità, come aumentare il fondo contro le povertà». Della Procura che continua a spulciare nei conti della Regione (dal Cinzia-gate in giù) dice: «È giusto e fa bene. Assicuriamo la nostra collaborazione ma siamo sereni. Sono convinto che questa amministrazione sia sana e competente». Ma per il futuro, l’impegno è a una maggiore trasparenza: «Rigore e sobrietà devono essere il nostro faro: se sei utile, la credibilità la riconquisti». E allora: «Stiamo già verificando. E dove necessario rafforzeremo i controlli per essere più efficaci in tutti i settori, compresa la sanità».
Un segnale sarà il potenziamento di internet: «Nei prossimi tre mesi, tutte la attività della Regione andranno sul web così i cittadini potranno controllare». C’è anche in cantiere una «riorganizzazione degli enti e delle società regionali».
Il presidente parla spesso di «governance» e di enti locali. Dice che questo mandato sarà ricordato «per l’istituzione della città metropolitana di Bologna, perché senza il capoluogo tutta l’Emilia-Romagna è più debole». Ma «senza cedere al centralismo regionale, che è ancora peggio di quello nazionale». Bisogna poi evitare i doppioni e i «sistemi barocchi»: «Le unioni e le fusioni tra i comuni sono un elemento decisivo». La battaglia da condurre a Roma è quella per il federalismo: «Nel frattempo presenterò una proposta per la realizzazione di autonomie particolari, partendo dalla scuola e dall’università». Da bocciare, invece, la scissione tra Emilia e Romagna (che non dispiace a qualche leghista): «Non ha senso». In ogni caso, chi la vuole «deve seguire l’iter costituzionale», cioè la strada del referendum.
Errani attacca poi il governo perché «la manovra ci priverà di 6oo milioni di euro nel 2011 e di altrettanti nel 2012. Non è giusto: il taglio penalizza le regioni del centro-Nord».
Capitolo crisi: «E ancora spesso negata. Il credito alle imprese rimane un problema». Ricorda 50 milioni destinati al credito, 24 alla formazione per ricollocare chi ha perso il lavoro e un nuovo bando Erp da 30 milioni per dare 30 mila case «a chi non ce le ha».
Serve poi «un piano di semplificazione per cittadini e imprese», «meno provincialismo» e una lotta dura alle infiltrazioni criminali in economia: «Non è possibile che si possa aprire un’imprese edile con una semplice richiesta alla Camera di commercio: così la concorrenza è sleale». Boccia infine il nucleare e difende la società multietnica.
Presenta così i suoi assessori: «Li ho scelti in rappresentanza della coalizione e ne rispondo io: non me li ha imposti nessuno».
Pierpaolo Velonà

dal Corriere di Bologna

Nuove modifiche per il disegno di legge sulle Intercettazioni

Ancora in alto mare l’iter legislativo dell’ennesima legge ad personam mascherata proposta dalla maggioranza. Per il Pd l’impianto di questa legge andrebbe completamente ripensato
immagine documento
Il governo sempre più nel marasma. Neanche l’ostinatezza con cui Berlusconi cerca di portare avanti le leggi ad personam riesce a completare l’iter del ddl Intercettazioni. Dopo le critiche del Pd e quelle del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, la Pdl ha deciso di presentare ulteriori emendamenti al disegno di legge all’esame del Senato. Le modifiche dovranno rendere più chiare le norme relative alla durata (i 75 giorni), alla norma transitoria (la validità degli atti compiuti prima dell’entrata in vigore del nuovo provvedimento), alla norma cosiddetta ‘Radio Radicale’ (sulla ripresa audio video dei processi) e alla ricusazione automatica del pubblico ministero che si ritiene responsabile di rivelazioni di segreti d’ufficio.

L’ennesimo colpo di scena, o più propriamente, frenata si è avuta dopo una riunione tra il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il presidente del gruppo parlamentare al Senato Maurizio Gasparri, il presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama Filippo Berselli e il relatore del provvedimento Roberto Centaro.

In attesa di avere certezze sugli emendamenti al testo, il governo potrebbe prorogare la durata limite dei 75 giorni, su richiesta esplicita del magistrato e qualora la situazione contingente lo richiedesse.
Inoltre la norma transitoria prevista nel ddl non avrebbe valore retroattivo, non inficiando le intercettazioni fatte prima dell’entrata in vigore della legge.

Probabile anche una clamorosa retromarcia sul segreto di Stato opponibile dalla Presidenza del Consiglio per le comunicazioni inerenti i servizi segreti e gli 007.

“L’emendamento presentato dal governo sulle intercettazioni effettuate su utenze appartenenti ai servizi di sicurezza è oggettivamente, sia pure in modo parziale, migliorativo del testo precedente proposto e votato dalla maggioranza”. Questo è stato il primo commento di Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, alle ulteriori modifiche al ddl Intercettazioni.

“La nuova versione – ha continuato la Finocchiaro – limita, se pur in modo impreciso, la opponibilità del segreto di Stato. Ma questo non giustifica, a nostro parere, la permanenza di questa norma relativa al segreto di Stato, cioè a una materia delicatissima che va eventualmente approfondita in altra sede e in altro contesto, nel provvedimento riguardante le intercettazioni. Per questa ragione chiediamo l’eliminazione dell’emendamento da questo testo in qualsiasi stesura”.

Per Andrea Orlando, presidente del Forum Giustizia del Pd, “L’impianto di questa legge andrebbe completamente ripensato. Detto questo, le proposte che sembrano uscire dal vertice del Pdl affrontano alcuni dei punti da noi indicati come critici. Ora devono diventare emendamenti. Aspettiamo di leggerli per dire se vanno nella direzione giusta. E’ già accaduto in questa vicenda, infatti, che modifiche che avrebbero dovuto migliorare la situazione, hanno poi finito per aggravarla”.

“La proposta del collega Briguglio è pienamente condivisibile. Sarebbe utile e positivo se il sottosegretario Letta riferisse al Copasir le ragioni alla base della scelta del governo di presentare l’emendamento sulle intercettazioni degli agenti dei servizi”. E’ quanto afferma il senatore del Pd, Achille Passoni, componente del Copasir, a proposito dell’iniziativa del vice presidente dei deputati del Pdl Carmelo Briguglio. “E’ il comitato, infatti – ha sottolineato Passoni- la sede più idonea per un dialogo tra maggioranza e opposizione su un tema tanto delicato che va necessariamente discusso nell’ambito di una riflessione più generale da fare sulla legge 124”.

di A.Dra da www.partitodemocratico.it

«Scoppia un caso su Saviano. La Rai taglia la trasmissione», di G. De Marchis

Al Cda di martedì le puntate preparate dallo scrittore con Fabio Fazio. La squadra del conduttore di Che tempo fa: “Se dimezzano, non se ne fa niente”. Ma a viale Mazzini temono le serate sull’Aquila e sui rifiuti

ROMA – Come il sarto di Gomorra, anche la Rai si prepara a usare le forbici. Contro Roberto Saviano. La trasmissione che lo scrittore condurrà su Raitre con Fabio Fazio rischia di essere ridimensionata, passando da 4 serate a due. Taglio netto. Che non si giustifica soltanto con la pubblica idiosincrasia manifestata dalla maggioranza e da Berlusconi per l’autore del best seller sulla criminalità organizzata. A Viale Mazzini infatti sono arrivate indiscrezioni sugli argomenti che Saviano vuole trattare in “Vieni via con me”, il nome del programma. Una puntata sarà dedicata a Piergiorgio Welby, il malato che chiese e ottenne la sospensione dell’alimentazione forzata per morire. Un’altra alla ‘ndrangheta. Ma sono i titoli delle altre serate ad attivare le antenne dei dirigenti al settimo piano. Saviano sta scrivendo due puntate che possono gettare un’ombra sui fiori all’occhiello del governo Berlusconi, peraltro già appassiti dopo l’inchiesta sulla cricca e Guido Bertolaso: una sulla ricostruzione post terremoto in Abruzzo, la seconda sulla vicenda dei rifiuti in Campania.

Nella squadra di Fazio e Saviano l’allarme è già scattato. E la reazione a caldo è da arma finale. “Se ci tolgono due puntate non vanno in onda neanche le altre. Il programma non si fa”, tuonano. O tutto il pacchetto o niente. Anche perché la scelta della Rai sarebbe inspiegabile dal punto di vista aziendale. Gli special di Saviano a “Che tempo che fa” hanno avuto enorme successo e la pubblicità per “Vieni via con me” si vende come il pane. Cancellare o ridimensionare la trasmissione è un autogol economico.

I palinsesti per la nuova stagione arrivano sul tavolo di Mauro Masi stamattina. Poi toccherà al consiglio di amministrazione battagliare e decidere, nella riunione di martedì. Ma a Viale Mazzini confermano l’ipotesi del taglio. “Vediamo. Dobbiamo coordinare i programmi su tutte le reti. Forse andranno due puntate quest’anno e due l’anno prossimo”. È una soluzione non gradita allo scrittore e alla sua produzione, che sono invece pronti a partire a fine ottobre per quattro serate al mercoledì. Martedì il cda esaminerà anche il taglio di “Parla con me”. Il programma, nella bozza circolata ieri, perde una serata sulle quattro settimanali, a vantaggio delle trasmissioni sui 150 anni dell’Unita d’Italia che verranno spalmate anche su Raidue.

Ma i consiglieri affrontano anche il caso Ruffini. L’ex direttore di Raitre è stato reintegrato al suo posto dal giudice. Il suo successore Antonio Di Bella non ci pensa proprio a fare resistenza se non si troverà una soluzione adeguata. “Sono pronto a dimettermi se verrà deciso il reintegro del mio amico Ruffini – avverte Masi -. E fino a quel momento difendo l’autonomia della rete”. Come ha fatto anche la Dandini chiedendo di non toccare il programma, per esempio. Il direttore generale quindi deve trovare una via d’uscita. Pensa di proporre a Ruffini la direzione di Raicinema (andando incontro a un no) o la guida di Rainews24, con l’inevitabile sollevazione di Corradino Mineo, già impegnato in una protesta con sit in (oggi) per le parole del viceministro Paolo Romani. Ruffini ha detto a Repubblica: “Voglio tornare a Raitre”. E la sentenza del giudice del lavoro è esecutiva. E secondo alcuni consiglieri e lo stesso presidente Garimberti, dicono le voci di corridoio, o Masi trova la strada oppure martedì il cda deve rimettere al suo posto Ruffini. Monta la protesta da destra e sinistra anche per l’ipotesi di uno stop al Fatto del giorno di Monica Setta.
da www.repubblica.it

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«FareFuturo difende Saviano. “Non tagliate la sua trasmissione”»,
La fondazione vicina a Fini critica viale Mazzini che vuole ridurre da 4 a 2 le puntate dello speciale “Vieni con me” realizzato dallo scrittore con Fabio Fazio su Rai 3. Orlando: “Berlusconi ordina e Masi esegue”

ROMA – “Speriamo che non sia vero. Perchè non è un bel paese quello in cui la propria televisione pubblica, la televisione di tutti, decide di tagliare un evento culturale prima che mediatico come la trasmissione di Roberto Saviano. Significa che lo Stato abdica alle sue funzioni per accontentarsi di nani e ballerine, di zerbini e di veline”. E’ quanto scrive Filippo Rossi in un editoriale su ‘Ffwebmagazine’ (la testata on line della Fondazione FareFuturo presieduta da Gianfranco Fini) dopo che Repubblica ha rivelato l’intenzione della Rai di ridurre da 4 a 2 le puntate dello speciale “Vieni con me” 1 realizzato dallo scrittore con Fabio Fazio su Rai 3.

“Non lo diciamo per Saviano – aggiunge – che ha la capacità e la forza di difendersi da solo. Lo diciamo per noi e per tutti quegli italiani che vorrebbero essere ancora orgogliosi del proprio paese, per tutti quegli italiani che ancora cercano le ragioni profonde di uno stare insieme, di un riconoscersi, di un apprezzarsi. Ecco, Roberto Saviano, quel che questo ragazzo rappresenta, è una delle ragioni: l’idea di un paese normale in cui legalità e giustizia abbiano di nuovo un senso concreto, al di là della retorica, al di là della propaganda.

Per il direttore di ‘Ffwebmagazine’ “non può piacere un paese che, attraverso la televisione pubblica, mette in conto di tagliare ciò che in una democrazia non può mai essere messo in un angolo: lo spirito critico, la forza della parola, la rabbia della verità”.

Insomma, “non è pubblico, un servizio che nasconde la polvere del paese sotto il tappeto di un’insostenibile leggerezza. Un’informazione pubblica che si attarda a parlare di ciò che cantano gli italiani sotto la doccia o dell’incubo della prova costume (provate a indovinare chi è stato?) forse -conclude- dovrebbe ringraziare quelli come Roberto Saviano, che si ostinano a pensare che fare domande e cercare risposte sia l’anima di ogni democrazia”.

Critiche arrivano anche dall’Idv. “Berlusconi ordina e Masi esegue. Il Cavaliere aveva detto che Saviano fa cattiva pubblicità all’Italia e il direttore generale della Rai ha subito recepito l’indicazione tagliando le puntate del programma con lo scrittore campano che ha denunciato con coraggio e a rischio della prorpia vita il sistema criminale camorristico” afferma il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando

da www.repubblica.it

«Sopravvissuti, ma per quanto?», di Mauro Munafò

Studenti e docenti del Centro Sperimentale di Cinematografia occupano la sede dell’istituto per protestare contro i tagli la precarietà e i tagli alle risorse destinate alla produzione culturale. “In un paese normale la cultura e la ricerca sono una risorsa”

Si definiscono dei sopravvissuti, ma non sanno ancora per quanto. Gli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, la scuola di cinema più antica e prestigiosa d’Italia, stanno occupando la sede del loro istituto dal 31 maggio per protestare contro la situazione di precarietà a cui è costretto il Centro e buona parte dell’industria culturale del Paese.

La preoccupazione di ragazzi e docenti è il futuro: il Csc era finito in un primo momento nella lista dei 232 “enti inutili” nel decreto anticrisi del ministero dell’Economia a cui tagliare i fondi. Solo l’intervento di Napolitano, che ha stralciato la lista degli enti culturali, ha permesso al Centro di tirare un respiro di sollievo. Studenti e docenti si chiedono però quanto durerà.

“Oggi è il momento di pensare più in generale allo stato del cinema e della cultura nel nostro paese – spiegano attraverso il sito della protesta gli studenti – Non vogliamo più sentirci dire che la cultura è uno spreco. In un paese normale la cultura e la ricerca sono una risorsa. Invece in Italia sono sempre la prima spesa da tagliare. Il Centro Sperimentale è stato tutelato per la sua storia e per il suo prestigio. Ma non dobbiamo dimenticare che ci sono decine e decine di enti che rischiano la cancellazione”.

Tantissimi i nomi del cinema e dello spettacolo, in molti casi ex allievi, che hanno manifestato la propria solidarietà all’iniziativa o hanno partecipato alle assemblee convocate in questi giorni: Paolo Sorrentino, Valerio Mastandrea, Giancarlo Giannini, Lina Wertmüller, Roberto Faenza, Pier Francesco Favino, Elio Germano solo per citarne alcuni.

Oltre ai problemi economici (Il Csc riceve finanziamenti attraverso il Fondo Unico per lo Spettacolo), gli studenti protestano contro gli infiniti ostacoli burocratici che gli si pongono davanti. Nonostante si tratti della scuola di Cinema più importante del Paese, il Centro non viene riconosciuto come accademia e il diploma rilasciato non ha validità legale. Al danno si aggiunge poi la beffa: gli studenti del Csc non hanno neppure diritto alla riduzione sui biglietti del cinema, possibilità concessa invece a tutti gli studenti universitari del paese.

Ma l’occupazione del Centro non vuole essere il culmine della protesta, quanto il primo passo di un percorso più articolato. Da una parte la volontà di aprire un dibattito con tutte le realtà che agiscono nel campo della cultura, dall’altra l’organizzazione di manifestazioni sparse sul territorio affinché la mobilitazione non rimanga confinata ai soli addetti ai lavori. L’obiettivo è quello di ottenere risposte certe sulle intenzioni del Governo per quanto riguarda l’industria culturale che impiega 200 mila persone in Italia. “È stata messa in discussione l’esistenza di alcuni enti fondamentali per la cultura italiana. Questo è un disegno scientifico di soppressione culturale”.

da www.espresso.repubblica.it

«Ultimo giorno di scuola, va in scena il Requiem di Mozart», di A.G.

Farà un certo effetto, forse anche ai piani alti di viale Trastevere, chiudere l’anno scolastico con queste parole: “Oggi 11 giugno 2010 ultimo giorno di scuola, siamo qui per la cerimonia funebre in ricordo di tutte le discipline scomparse e di quelle gravemente mutilate dalla riforma Gelmini. Vogliamo ricordarle affinché il colpo inferto alla scuola pubblica rimanga nella memoria di tutti”.Così devono aver pensato il gruppo di insegnanti dell’istituto tecnico industriale Enrico Fermi, di via Trionfale a Roma, riunito attorno al ‘Coordinamento docenti Fermi’, quando hanno optato per questa singolare quanto macabra forma di protesta. Il motivo della contestazione è noto: si rifà alle novità introdotte dall’ultima riforma Gelmini, i cui regolamenti sono peraltro ancora in attesa di pubblicazione definitiva in Gazzetta Ufficiale, in base alle quali negli istituti tecnici si prevede il sensibile ridimensionamento di alcune materie già a partire dal prossimo settembre. In certi casi addirittura la loro definitiva cancellazione. Come noto, per raggiungere questo risultato, negli istituti tecnici il Miur ha predisposto una nuova revisione dei programmi delle prime classi e la riduzione del piano settimanale delle seconde, terze e quarte.Così, mossi quasi della disperazione, i docenti del Fermi di Roma hanno pensato ad un gesto di protesta estremo: suonare le campane a morto, con il Requiem di Mozart in sottofondo, in occasione del loro ultimo giorno di scuola. “Il suono delle campane a morto – scrivono nell’invito rivolto a tutte le scuole della capitale ad unirsi alla protesta – darà l’avvio alla commemorazione”. L’iniziativa, che in tutto dovrebbe durare mezzora, proseguirà ‘commemorando’ le discipline colpite e si chiuderà con un minuto di silenzio. Per alcuni degli insegnanti dell’istituto tecnico romano, al pari di tanti colleghi dello stesso settore scolastico, come dei professionali (meno ai licei), del resto le possibilità concrete di dover cambiare sede di servizio per la soppressione o le riduzione delle ore della propria cattedra, sono diventate altissime. E per molti degli attuali precari lo spettro della disoccupazione è diventato sempre più reale. L’idea della cerimonia funebre, soprattutto per chi ha svolto il servizio per decenni nel medesimo istituto ed ora è costretto a fare le valigie per delle scelte calate dall’alto, è evidentemente sembrato un atto nemmeno troppo lontano rispetto al loro reale stato d’animo.

da Tecnica della Scuola

«La lezione di Tocqueville», di Nadia Urbinati

La libertà di stampa è una di quelle libertà per le quali non può esistere una via intermedia tra massima libertà e dispotismo. Lo aveva capito quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville, il quale, da critico diagnostico della trasformazione democratica delle società moderne, non si faceva scrupolo a confessare la sua ambigua attitudine nei confronti di questa libertà.
Una libertà che diceva di amare non perché un bene in sé ma perché un mezzo che impedisce cose veramente indesiderabili come l´impunità, l´abuso di potere e le tentazioni assolutistiche di chi governa. Proprio perché ogni tentativo di regolare la libertà di stampa si risolverebbe invariabilmente in uno sbilanciamento di potere a favore di chi regola, meglio, molto meglio una libertà senza limiti.
Del resto, chi può decidere su quale sia il limite giusto? E poi, chi controllerà colui che decide sul limite? Per questa ragione, Tocqueville osservava che se i governanti fossero coerenti con la loro proposta di limitare la libertà di stampa per impedirne un uso licenzioso ed esagerato, dovrebbero accettare di sottomettere le loro azioni ai tribunali, di essere monitorati dai giudici in ogni loro atto. Se non amano il tribunale dell´opinione dovrebbero preferire il tribunale vero. Ma questo, oltre che essere irrealistico, comporterebbe se attuato un allungamento della catena di impedimenti fino al punto da asfissiare l´intera società sotto una cappa di controllori e censori. A meno di non ripristinare l´assolutismo di età pre-moderna – un vero assurdo.
L´impossibilità di trovare una giusta limitazione per legge della libertà di stampa sta nel fatto che nei governi che si fondano sull´opinione, come sono quelli rappresentativi e costituzionali, non è possibile sfuggire all´opinione, la quale deve pur formarsi in qualche modo ed essere libera di fluire. È per questa ragione che l´azione del premier contro i due tribunali – la stampa e la magistratura – è in qualche modo anacronistica e assurda. Lo è per questa semplice ragione: nonostante la sua persistente passione censoria, egli vive di pubblico e non può restare celato agli occhi di chi è deputato a preferirlo e perfino amarlo. Il suo desiderio più grande è quindi quello non tanto o semplicemente di mettere il bavaglio alla stampa, ma invece quello di esaltare una forma soltanto di opinione, quella che non fa conoscere ma fa invece ammirare, preferire, amare. Egli vuole quindi l´impossibile: vivere di pubblico senza pubblico.
Poiché il pubblico è formato proprio attraverso diverse opinioni (questo è vero anche quando il pubblico è fatto di consumatori, e l´opinione è pubblicitaria, poiché in fondo anche di dentifrici ce ne sono di vari tipi sul mercato). Ma il premier vuole creare il suo pubblico e vuole che questo solo goda di libera circolazione: questa è l´ambizione assurda dell´assolutismo dispotico nell´era dei media.
Come ha scritto Ezio Mauro a commento dell´attacco in diretta che il premier ha lanciato contro chi aveva ricordato le sue passate dichiarazioni di sostegno agli evasori fiscali (Massimo Giannini) e contro chi aveva mostrato con i dati un suo calo nei consensi (Ipsos e Pagnoncelli), egli vuole «impedire ai giornali di raccontare la verità» per distribuire invece «un´unica verità di Stato». I monarchi assoluti dell´età pre-moderna non avevano a che fare con il pubblico: il decidere liberamente (fuori dai vincoli dell´opinione e del voto) li rendeva, se possibile, meno esposti alla menzogna e se menzogna c´era era all´interno della cerchia di potere nella quale vivevano. Arcana imperii era il nome della politica fatta a porte chiuse in un sistema di potere nel quale non c´era nessun obbligo a tenerle aperte. Ma con l´avvento della politica del consenso – in primis della designazione elettorale dei governanti – questa condizione di libertà ha perso giustificazione e, soprattutto, si è rivelata impossibile. Infatti, per il leader, l´essere scelto, sostenuto, e perfino amato è possibile solo se acquista o si crea un´immagine pubblica, un´immagine che esca dal palazzo e circoli liberamente. La condanna del leader con ambizioni assolutisiche nell´era democratica è quella di non poter più aspirare al potere assoluto mentre i mezzi di cui dispone – la stampa e l´opinione- – alimentano enormemente questa sua aspirazione. Ecco quindi il paradosso del quale siamo testimoni (e vittime) in Italia: un leader che è stato creato dai media e che per restare al potere deve poter contare sulla pubblicità di quell´immagine vincente, e per tanto su un sostegno acritico dei media stessi. La premessa non detta di questo paradosso è che la verità sarebbe fatale a quell´immagine, e deve per tanto restare celata alla vista e all´udito. Ecco allora che la limitazione della libertà di stampa deve per forza essere più di questo per poter funzionare: deve coinvolgere non soltanto il momento della divulgazione delle opinioni scomode, ma anche quello del reperimento delle informazioni sulle quali quelle opinioni si basano (deve cioè mettere in discussione entrambi i tribunali). Aveva ragione Tocqueville: nella sfera della libertà di stampa non si dà né può darsi una via mediana tra massima libertà e dispotismo, perché una volta imboccata la strada della censura un limite tira l´altro senza che si riesca a vederne la fine.

da www.repubblica.it