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«Andavano tassate le rendite», di Paola Pilati

Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non ha dubbi: la manovra di Tremonti è iniqua, e per questo il governo si merita uno sciopero. Colloquio con Guglielmo Epifani

«Questa è una manovra che non colpisce i ricchi. È una manovra di classe, intesa al contrario: pesa cioè solo sui lavoratori – del settore pubblico e anche del privato – mentre una parte del Paese non viene toccata. Va bene sacrifici, ma contesto che quanti hanno la fortuna di avere di più non vengano chiamati a fare la propria parte».
Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non ha dubbi: la manovra di Tremonti è iniqua, e per questo il governo si merita uno sciopero.

Pensa di trovare un clima favorevole nel Paese? Tutto sommato agli stipendi degli statali si rinfaccia di essere cresciuti più degli altri…
«Alt: sull’argomento è necessario un distinguo. A crescere sono state soprattutto le categorie dei lavoratori “non contrattualizzati”, cioè quelli i cui stipendi vengono regolati da una legge e da automatismi di carriera. Chi sono? Gli alti dirigenti pubblici, gli ambasciatori, i magistrati di fascia alta… le loro retribuzioni sono cresciute molto, mentre per gli altri l’incremento è stato appena sopra all’inflazione. Tra gli statali c’è il dirigente da 200 mila euro l’anno e il portantino da 1.200 euro, non è certo quest’ultimo a tirare su la media».

Deve ammettere che l’apparato pubblico è pletorico, inefficiente.
«E così si pensa di motivarlo di più? Ma andiamo. C’è un congelamento delle retribuzioni e degli automatismi per quattro anni, le liquidazioni sono rateizzate per tre anni, si fanno tagli di spesa lineari, e quindi indiscriminati. Si rinuncia a qualsiasi sfida riformatrice. Al lavoratore pubblico, che guadagna 1.200 euro al mese e non può fare contrattazione neanche di secondo livello, si ripropone il vecchio patto: lavori quanto ti pare».

Riuscirete a coinvolgere pure i lavoratori privati nella vostra protesta?
«Anche i privati sono colpiti: si rinvia di un anno il pensionamento, e per chi è in mobilità è assicurato il passaggio al pensionamento, ma solo per 10 mila. E se fossero 30 mila? Aspettano un anno senza mobilità e senza pensione? Infine, con i tagli a comuni e regioni ci saranno due effetti: uno sui servizi ai cittadini, l’altro sulla domanda pubblica. I sacrifici vanno fatti, ma non solo dai lavoratori: qui c’è una parte del Paese che non paga. Se congeli retribuzioni e automatismi, è come se mettessi una tassa solo su una parte dei cittadini. Agli altri niente».

Il governatore Draghi ha additato gli evasori come i responsabili della macelleria sociale: si torna a una forte contrapposizione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo? E la Cgil dove sta?
«Abbiamo scioperato, nei mesi scorsi, perché siano abbassate le tasse sul lavoro dipendente e per chiedere una vera lotta all’evasione fiscale insieme al ripristino della tracciabilità delle transazioni. Se il governo non avesse, come primo atto, cambiato le norme introdotte da Prodi e non avesse abolito l’Ici sulla prima casa per i redditi medio-alti, ora staremmo meglio, e questo è per intero responsabilità del governo».

Ci vuole una tassa sulle rendite finanziarie?
«Andava già messa da tempo. Io l’ho chiesta dieci anni fa. Perché il risparmio deve pagare due volte meno di chi investe?».

Il popolo delle partite Iva si salva dalla manovra?
«A loro viene rinviato il pensionamento di un anno e mezzo. Hanno redditi più bassi, e si può pensare che sia la lotta all’evasione l’elemento che ristabilisce l’equità. Ma si può scambiare una cosa con l’altra? La lotta all’evasione andrebbe fatta sempre, a prescindere dalla manovra, anche perché quelli che pagano fino all’ultimo euro e continuano a pagare più tasse per il fiscal drag, poi si arrabbiano».

Il capo della Cisl Raffaele Bonanni ha accusato la Cgil di fare solo protesta invece che lavorare per un patto tra forze sociali. È l’ultimo treno, ha detto. Voi rischiate di perderlo. È meglio restare a piedi?
«Bonanni pensi, semmai, a tornare a fare sindacato e a impegnarsi, insieme a noi, nelle richieste di modifica a questa manovra».

Che rapporto avete con Tremonti? Vi sta a sentire?
«Pare che Tremonti in questa fase voglia parlare solo con chi gli può dar ragione. In nessun paese democratico questo sarebbe successo».

da www.espresso.repubblica.it

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da Repubblica «Impiegati, medici e prof il blocco degli stipendi costa 1.700 euro a testa», di LUISA GRION

ROMA – Da qui a tre anni gli stipendi degli statali perderanno, in media 1.700 euro. Soldi che sarebbero dovuti arrivare nelle buste paga dei dipendenti pubblici entro il 2012 grazie ai rinnovi contrattuali e alle normali progressioni di carriera, ma che il vento della manovra correttiva ha spinto via lontano. I redditi degli statali resteranno fermi, insensibili al costo della vita: così ha deciso la Finanziaria che dovrà mettere in sesto i conti dello Stato. Pochi tagli veri e propri, ma tanti pesanti freni: dalla sanità alla scuola, dai ministeri agli enti locali, alla magistratura.
Meno soldi, ma in diversi casi anche meno lavoro: uno studio della Flc-Cgil stima, per esempio, che alla fine di questo buio periodo, l´Università si sveglierà con 26.500 precari in meno, occupati mandati a casa alla scadenza del tempo determinato. Di questi 20 mila sono docenti a contratto.
Meno soldi, ma anche meno formazione: la manovra prevede che a partire dal gennaio 2011 le risorse destinate a tale voce siano tagliate del 50 per cento. Per la scuola, ciò vuol dire che i milioni a disposizione dagli attuali 8 diventino 4. E che – considerati tutti i lavoratori dalle elementari alle superiori – l´investimento pro capite sarà di 5 euro a lavoratore.
Meno soldi e quindi una minor capacità di spesa, con buona pace del rilancio dei consumi e dell´economia. Dal punto di vista degli stipendi, infatti, i conti si fanno presto: i rinnovi contrattuali del pubblico impiego – 3,3 milioni di dipendenti circa – si muovono in base all´Ipca (indice europeo armonizzato dei prezzi al consumo) che da oggi al 2012 darebbe diritto ad un recupero sull´inflazione del 6 per cento. Considerato che nel periodo in questione salterà anche il rimborso riconosciuto come «vacanza contrattuale», ecco che la perdita media della categoria si attesta, nei tre anni, a 1.700 euro lordi. Certo non per tutti il taglio sarà uguale: ci saranno variazioni legate alle diverse quote di parte fissa e variabile della retribuzione, alla diversa struttura degli incentivi, ma, comunque sia, il tutto si tradurrà in un mancato guadagno per ciascuna categoria.
La premessa vale anche per i magistrati, colpiti dalla Finanziaria nonostante la versione originaria del testo sia stata ammorbidita dopo un appello rivolto al Presidente della Repubblica. Qui, secondo le stime dell´Associazione nazionale magistrati, si arriva ad una perdita secca in busta paga fino a 18 mila euro lordi. I tagli veri e propri riguarderanno solo i magistrati con una discreta anzianità alle spalle, per via della riduzione del 5 per cento riferita alla quota di stipendio che supera i 90 mila euro, ma il blocco alla progressione economica e agli adeguamenti triennali colpiranno soprattutto le nuove leve. Considerati tutti i tagli e i mancati guadagni attribuiti alle funzione pubblica, Michele Gentile, responsabile del comparto per la Cgil considera che «l´intero settore mette sul piatto 1.850 milioni di euro: lo scippo della vacanza contrattuale vale da solo 600 milioni di euro». Un conto «troppo alto, inaccettabile se si considera che i tanto decantati tagli alla politica si sono fermati a 72 mila euro».

«Le mogli lavorano già adesso due ore al giorno più dei mariti», di Barbara Ardù

Il pensionamento ai 65 anni? L´unica parità con gli uomini in un mare di disparità
Nel mondo del lavoro tra uomini e donne forse l´unica parità raggiunta, almeno in Italia, è sull´età pensionabile nel pubblico impiego. A casa non prima dei 65 anni. Per il resto è tutta una disparità. Quando lavorano le donne guadagnano meno degli uomini e in poche arrivano a ruoli dirigenziali. Sono, insieme ai giovani, le nuove protagoniste del precariato, tant´è che pur rappresentando il 38 per cento degli occupati, raggiungono il 51 per cento tra i lavoratori instabili. E per finire quando “staccano” sono loro a sobbarcarsi la fatica del vivere quotidiano: la cura dei figli, la spesa, gli anziani, la casa. Un doppio lavoro che secondo l´Istat vale quasi due ore in più al giorno rispetto a quanto faticano mariti, fratelli o compagni. Comunque uomini. Pulire, cucinare, fare ordine è, per il 90 per cento delle famiglie italiane, un lavoro da donne. Esclusivamente femminile, se parliamo di lavare e stirare. Va un po´ meglio, secondo i dati Istat, solo se i coniugi sono “laureati”.
Dunque le donne del pubblico impiego costrette alla pensione cinque anni più tardi si sobbarcheranno ancora cinque anni di doppio lavoro. Non è dunque un gran traguardo l´equiparazione dell´età pensionabile tra i sessi nel pubblico impiego. Anzi c´è chi sostiene che invece della parità Ue e governo sanciscano una disparità di trattamento. La pensa così, ma non è la sola, Giovanna Altieri, direttrice dell´Ires, che da anni studia il mercato del lavoro con lo sguardo rivolto all´universo femminile. «La possibilità di poter scegliere se andare in pensione a 60 anni – sostiene la ricercatrice – sanciva per le donne italiane una differenza che è sotto gli occhi di tutti: un lavoro più discontinuo dovuto alla nascita e alla cura dei figli in assenza, rispetto ad altri Paesi, di aiuti diretti alla famiglia, di asili nido, di assistenza».
L´eguaglianza era nella «libertà di poter scegliere», non «nell´obbligo di andare in pensione a 65 anni», aggiunge Morena Piccinini, segretario confederale della Cgil. Non solo. «Questo governo di centro – destra, lo stesso che ha sollevato anni fa il problema in sede Ue, ha un solo obiettivo, mettere le mani sui contributi delle donne che dovrebbero andare in pensione, per coprire buchi di bilancio. Un sacrificio chiesto dunque, non per far crescere il Paese, per dare lavoro ai giovani, ma per fare cassa. Non a caso – aggiunge – nessuno si sogna di chiedere l´equiparazione nel settore privato». Come la Cgil, Uil e Cisl chiedono unanimi che il governo chiarisca su un accordo che era stato già raggiunto dieci mesi fa.
Ma la disparità tra uomini e donne ha tutta l´aria di inasprirsi nei prossimi decenni. «Il mercato del lavoro – sostiene Altieri – è diventato più ostile per il sesso femminile, tant´è che il precariato ha sempre più il volto di donna. E gli sforzi degli uomini per aiutare a casa e con i figli (che ci sono) – aggiunge la direttrice dell´Ires – si scontrano con una struttura dell´occupazione maschile molto rigida, che lascia poco spazio a queste attività. Dunque siamo in un circolo vizioso, dal quale è difficile uscire» se non col politiche e servizi alla famiglia. Proprio quegli investimenti compensativi a favore delle donne – dichiara Rossana Dettori segretaria, confederale Cgil, promessi dal governo in cambio dell´innalzamento dell´età che però «sono caduti nel dimenticatoio».
Nell´attesa che il «circolo vizioso» si chiuda, nascono sempre meno figli e sono sempre meno, rispetto agli altri Paesi europei, le donne italiane che vanno a lavorare fuori casa o che sarebbero disposte a farlo. Una scelta fatta dalla metà delle donne italiane, contro un terzo della media europea. Eppure quel lavoro tra le mura domestiche vale 308 miliardi di euro l´anno. Una fortuna.
da www.repubblica.it

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«Un patto sociale da riscrivere», di Irene Tinagli
L’Unione Europea riporta alla ribalta la questione dell’aumento dell’età pensionabile delle donne. Questione che il governo pensava di aver risolto con un provvedimento «graduale» da realizzarsi da qui al 2018. Talmente graduale da sembrare non sufficiente all’Ue a risolvere la situazione iniqua e anomala dell’Italia, dove le donne possono andare in pensione ben 5 anni prima degli uomini (pur avendo, tra l’altro, un’aspettativa di vita superiore di 6 anni).
Può sembrare strano che il governo, che da quando è in carica si è mostrato così deciso su tagli assai più critici (da quelli all’istruzione, alla ricerca, fino a quelli ai Comuni e alle Regioni), sia stato e sia ancora così cauto nell’implementare una misura che in fondo allineerebbe l’Italia agli altri Paesi europei e che porterebbe peraltro grossi benefici economici.
Ma non è poi così strano se si pensa allo scontro quasi ideologico che per molto tempo ha caratterizzato questo argomento. E’ uno dei pochissimi temi su cui non solo sono d’accordo tutti i sindacati, ma persino significativi pezzi di maggioranza e opposizione.
Quando Brunetta, pochi mesi dopo il suo insediamento, affermò la necessità di alzare l’età pensionabile per le donne, si alzò un coro indignato di no, da Epifani a Bonanni alla Polverini, al quale si unì la contrarietà dell’allora segretario del Pd Franceschini e la perplessità di alcuni altri membri del governo. Calderoli e Bossi, per esempio, si sono dichiarati contrari ancora pochi mesi fa. Ed è questa reticenza diffusa che spiega la timidezza del governo su questo fronte. Perché l’Italia alla fine è un Paese di mogli, mamme e nonne. E di famiglie che si reggono su di loro. E spaventa terribilmente l’idea di mettersi contro il cuore pulsante della società, di rovesciare tutta un’impostazione culturale. Perché l’Italia è il Paese che magari tratta e presenta le donne come totalmente asservite ai bisogni dei mariti, dei figli, dei nipoti, degli amanti, ma che poi le celebra con canzoni, feste, e le premia consentendo loro di andare in pensione prima.
Ed è per rompere questo tipo di cultura, più ancora per gli innegabili e indispensabili risparmi economici che il provvedimento porterà alle casse dello Stato, che le donne per prime dovrebbero accogliere a braccia aperte il monito della Ue. E dire ai propri mariti, ai Calderoli, ai Bossi, agli Epifani: grazie mille del pensiero ma da domani ai vecchi e ai nipoti ci pensate un po’ anche voi. Chissà che non sia la volta buona che in Italia cominceremo a vedere un po’ di asili e case di assistenza e senza nemmeno far troppe battaglie. Perché proprio questo è stato il tipo di scambio che per anni i governi italiani hanno condotto implicitamente con le famiglie: noi facciamo pochi asili e poca assistenza sociale, però in cambio vi mandiamo le mamme e le nonne in pensione prima. Non è un caso se l’Italia, che tanto ama la famiglia, alla fine spende per le politiche per la famiglia e l’infanzia la metà pari pari della media Ocse (1,2% del Pil contro il 2,4%). Rompere questo «accordo» significherebbe, per questo governo, doversi poi trovare a fare i conti con una domanda crescente di servizi di assistenza all’infanzia e alla vecchiaia di cui finora si era preoccupato pochissimo.
Purtroppo anche le donne per troppi anni sono state complici di questo gioco. Da un lato rivendicavano, sì, il diritto di emanciparsi da un ruolo antico che non corrispondeva più alle loro aspirazioni, e di avere più asili e servizi, ma intanto continuavano ad assumersi tutta la responsabilità dei doveri familiari e si tenevano i piccoli privilegi che lo Stato gli riservava, per poter assolvere al meglio tali doveri così come la società si aspettava da loro.
Ma in questo modo si sono autocondannate a non emanciparsi mai fino in fondo. E con loro il nostro Paese. Perché se una donna sa che lavorerà meno di un uomo per potersi dedicare a vecchi o nipoti, investirà di meno nella propria carriera sin dagli inizi. Perché in fondo saprà, prima ancora di cominciare a lavorare, che dovrà rallentare il passo non solo per il primo figlio, ma poi per il primo nipote e infine per il primo segnale d’Alzheimer del genitore o del suocero. E l’Italia continuerà ad avere un tasso di attività femminile più basso degli altri Paesi europei, una retribuzione media femminile più bassa degli uomini e così via.
E continuerà ad essere così non perché le donne siano incapaci o gli uomini siano cattivi, ma perché le une e gli altri vivono in un sistema che genera incentivi affinché le cose stiano così. Ma questo circolo vizioso si può spezzare, cominciando per esempio col rompere questo sciocco e inutile favoritismo nei confronti delle donne e reinvestendo i risparmi che ne deriverebbero alle casse dello Stato per potenziare servizi all’infanzia e alla famiglia.
Per questo le donne dovrebbero essere le prime ad appoggiare questo provvedimento. E capire che non usciranno mai dalla loro vera o presunta inferiorità finché continueranno a voler usare tale inferiorità come scusa per avere trattamenti in qualche modo privilegiati, a mo’ di compensazione per l’ingiustizia che subiscono. Le ingiustizie si eliminano ex ante, non si compensano ex post.
da www.lastampa.it

«La scuola protesta», di Alice Loreti

Presidio dei sindacati Presente anche una delegazione Pd. Alla fine tutti insoddisfatti: il direttore regionale non ritira la circolare-bavaglio.

«E-Limina» lo slogan del corteo delle scuole che ieri ha bloccato il centro di Bologna. Più di 500 persone tra docenti, precari, studenti medi e sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda e Cobas), hanno assediato l’Ufficio scolastico regionale (Usr) per protestare contro i tagli del ministero e la “nota bavaglio” scritta da Marcello Limina qualche settimana fa. In quella nota, riservata ai dirigenti della regione, il direttore dell’Usr chiedeva di «sensibilizzare il personale della scuola sul corretto comportamento da tenere con gli organi si stampa». Un chiaro invito a tacere e a non denunciare quanto avviene nelle scuole, dicono i manifestanti, che per l’occasione si sono presentati imbavagliati da fazzoletti rossi e cerottoni sulla bocca. La protesta hatrovato l’appoggio del Pd, venuto in massa in via dè Castagnoli: il segretario in pectore dei democratici, Raffaele Donini, l’ex capogruppo in consiglio comunale, Sergio Lo Giudice, Simona Lembi, ex assessore comunale alla Scuola e la responsabile nazionale scuola, Francesca Puglisi, riuniti davanti all’ex provveditorato. Dal canto suo, la Cgil rinnova la richiesta di dimissioni di Limina e il ritiro della circolare: «Visto che il dirigente ha chiesto a tutti di abbassare i toni – spiega Raffaella Morsia, segretario regionale Flc-Cgil – lo faccia lui per primo. E chieda scusa a docenti, presidi e cittadini per il silenzio imposto». Tantissimiicoloriportati in manifestazione: le bandiere rosse Cgil accanto a quelle gialle Gilda, lo striscione rosso dei precari vicino a quello nero e giallo con scritto in grande «Dimissioni» appeso dai tetti di fianco all’Ufficio scolastico. Poi i cartelloni più fantasiosi, che i docenti hanno legato al collo: «Mary Poppins non ci metterebbe il bavaglio» oppure «Avete ridotto la scuola all’osso», con tanto di scheletro disegnato. E i numeri dei tagli e dei debiti accumulati dalle scuole di Bologna e provincia (23 milioni che lo Stato deve ai nostri istituti), scritti sullo striscione più grande. «Non c’è mai stato un attacco così pesante contro la scuola pubblica – riprende Morsia – tra i tagli della finanziaria e la mancata erogazione di fondi agli enti locali, si abbassano i diritti costituzionali garantiti per tutti: gli insegnanti, gli alunni, le famiglie». Mentre una delegazione è salita ai piani alti dell’Ufficio per incontrare Limina, gli altri sono partiti in corteo. «Dimissioni» e «La scuola pubblica non si tocca, la difenderemo con la lotta» gridano i manifestanti, accolti dagli applausi dei passanti. Dopo aver sfilato per via Zamboni, il corteo è arrivato in via Castiglione, per poi fermarsi in piazza Santo Stefano. «Salviamo la Basilica e anche la scuola», dice una maestra al megafono. Nel frattempo, dopo un’ora e mezza, i manifestanti vengono raggiunti dalla delegazione. «Limina non ritirerà la circolare e non siamo soddisfatti – dice Morsia – ha ribadito di essere stato frainteso, che quella era una circolare interna, mail significato non cambia». Unico e minimo segnale positivo, «l’impegno a segnalare al ministero i problemi della regione. Ci ha detto che il primo di settembre, se le cose non cambiano, potremo chiedergli il conto». Più duro Matteo, del coordinamento precari: «Ha fatto orecchie da mercante. Si dovrebbe dimettere
da Unità/Bologna

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Repubblica/Parma: E gli insegnanti si imbavagliano. Contro il direttore scolastico Limina, di MARCO SEVERO
Marcello Limina e le sforbiciate alla scuola. La rabbia e l’ironia e la preoccupazione. Tutte le ragioni della protesta stanno dietro a un bavaglio rosso, che nasconde quasi per intero i volti dei prof. Gli insengnati di Parma e provincia, aderenti alla Flc Cgil, lo inforcano davanti all’Ufficio scolastico provinciale in viale Vittoria. Sembra un assalto alla diligenza e invece è un sitin contro la dirigenza. Un presidio carico di sarcasmo per dire no ai tagli all’istruzione e no al direttore regionale Limina, autore d’una circolare che invita i docenti ad astenersi da commenti negativi nei confronti del governo (LEGGI). “Per nascondere lo smantellamento in atto della scuola pubblica – recita un volantino, distribuito durante la manifestazione – il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale vuole imporre il silenzio a dirigenti, docenti, personale tecnico amministrativo, genitori e studenti”. Per questo i prof ‘zittiti’, e nonostante il bavaglio, ribadiscono la richiesta di dimissioni di Marcello Limina: “Non ce l’abbiamo con certi funzionari dell’Ufficio scolastico – polemizza Salvatore Pizzo, portavoce del coordinamento Maestre e maestri autoconvocati – ma con i loro amichetti politici, autori di certe nomine a dirigente”.
Il fazzoletto rosso sulla bocca ce l’hanno tutti, in viale Vittoria. Qualcuno lo abbina a occhiali scuri e altri a un cartello appeso al collo, con l’articolo 21 stampato sopra: “Così – chiosa un insegnante – tanto per ricordare che in Italia esiste la libertà di pensiero”. Tempo dieci minuti e l’atrio dell’ex Provveditorato si riempie di bavagli. I ‘cowboy’ della scuola sono una sessantina, qualcuno si copre le labbra con un nastro adesivo. “L’hanno prossimo a Parma e provincia – spiega un rappresentante – 500 famiglie resteranno senza il tempo pieno, non sapranno cioè a chi affidare i lori figli nel pomeriggio. Anziché contare sul sostegno della scuola fino alle 16.30, come avevano chiesto – prosegue – vedranno i loro ragazzi uscire dagli istituti alle 12.30″. Nell’anno scolastico 2010-2011, ricordano inoltre i manifestanti, a fronte di 700 nuovi alunni le scuole del parmense avranno 205 dipendenti in meno tra insegnanti e personale non docente”. La risposta a tutto questo, lamentano gli insenganti, è soltanto una “circolare bavaglio”.
ATENEO – Ma non è solo la scuola a scendere in strada. La mobilitazione scatta anche all’università, dove venerdì si svolgerà – in collaborazione con l’Unione degli universitari – un presidio in Senato accademico. Una protesta simbolica, in programma dalle 11 alle 12 e che vedrà una delegazione di manifestanti (professori ordinari e associati, ricercatori, tecnici, amministrativi e studenti) consegnare al rettore Gino Ferretti un documento redatto nell’assemblea pubblica di Cgil e Udu alla facoltà di Ingegneria lo scorso venerdì 21 maggio (assemblea che ha visto per la prima volta la partecipazione di tutti i profili universitari). A margine è in agenda un incontro con Simone Saccani, segretario generale Flc Cgil di Parma, per dare conto alla cittadinanza delle ragioni della protesta e consegnare alla stampa il testo redatto dall’assemblea del personale.

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Romagnaoggi: Ravenna, presidio contro i tagli alla scuola, Cgil: “Altissima adesione”

Il presidio di giovedì 3 giugno, della Flc-Cgil di fronte all’Ufficio scolastico provinciale (Usp) di Ravenna è stato caratterizzato da un’altissima adesione. Insegnanti, giovani, precari e studenti hanno manifestato il loro dissenso per le politiche del Governo, “per contrastare ogni tentativo di mettere il bavaglio ai lavoratori della scuola”. Una delegazione di manifestanti è stata ricevuta dalla dirigente dell’Usp di Ravenna.
“Accogliamo con soddisfazione – spiega Monica Ottaviani, segretaria provinciale della Flc Cgil – la scelta del dirigente provinciale di ricevere una nostra delegazione. Abbiamo presentato tutte le problematiche che sta vivendo il nostro sistema pubblico di istruzione. Oggi eravamo in tanti ad occupare l’Ufficio Scolastico provinciale. C’erano gli studenti, le famiglie, i cittadini, le associazioni, i lavoratori della scuola – appartenenti a tutte le sigle sindacali – che non ne possono più di assistere inerti allo smantellamento della scuola statale. Particolarmente significativa ed importante l’iniziativa dei lavoratori dell’Uspgoogle_protectAndRun(“ads_core.google_render_ad”, google_handleError, google_render_ad);a sostegno della nostra mobilitazione”.
“A riprova della consapevolezza, che si fa sempre più strada tra tutti i cittadini, della necessità di mobilitarci compatti per chiedere il diritto al futuro per i nostri figli, contro i tagli devastanti al sistema pubblico di istruzione, per contrastare ogni tentativo di mettere il bavaglio ai lavoratori della scuola e contro l’ennesima manovra del governo che taglia il contratto di lavoro, riduce i servizi ai cittadini e aumenta le disuguaglianze sociali. E i tagli non sono ancora finiti”.
“La scuola è un bene comune, un diritto per tutti. La scuola non è né di destra né di sinistra; la scuola è di tutti – continua la sindacalista – . La scuola non ci sta e parteciperà alla manifestazione promossa dalla Flc e dalla Cgil il prossimo 12 giugno a Roma. Il Governo ha preparato una manovra ingiusta, pericolosa e iniqua; una manovra che, ancora una volta, farà pagare il prezzo della crisi ai lavoratori, e in particolare a quelli pubblici e della scuola. Non è vero che la crisi non c’era. Non è vero che la crisi è superata. L’emergenza c’è e poggia sulle spalle dei lavoratori. Noi siamo al fianco dei lavoratori, come sempre, con coerenza”.

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Estense.com: Ferrara: “Circolare bavaglio”, la scuola alza la voce
«Astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possano ledere l’immagine dell’amministrazione pubblica»: è una frase di quella che è stata definita la “circolare bavaglio”, che ieri ha mobilitato oltre duecento lavoratori delle scuole ferraresi.
Per dire no ai tagli alla scuola pubblica e a quelle che definiscono intimidazioni, intorno alle 11:30 gli operatori scolastici si sono dati appuntamento all’assemblea sindacale indetta dalla Flc-Cgil presso l’istituto tecnico commerciale “Marco Polo”: alla manifestazione ha aderito anche il Coordinamento istruzione pubblica di Ferrara, con l’obiettivo di chiedere ufficialmente le dimissioni del direttore dell’ufficio scolastico regionale, Marcello Limina, che, secondo una nota del Cip, “a fronte delle legittime proteste e obiezioni sollevate da docenti, personale Ata, precari e genitori, ha emanato una nota riservata (una nota “riservata e interna, diretta ai miei provveditori”, che rientra “tra le mie prerogative”, dichiarerà il diretto interessato all’Ansa) in cui impone il silenzio al personale della scuola sulle politiche inerenti il proprio lavoro, in spregio ai dettami costituzionali della libera espressione e del libero dissenso”.
I cittadini alzano la voce verso chi secondo loro li vorrebbe zittire. E promuovono una petizione da inviare al Presidente della Repubblica e ai presidenti di Camera e Senato – indetta dal gruppo torinese di Manifesto dei 500 -, per il ritiro di questa circolare dell’Usr dell’Emilia-Romagna.
L’occupazione simbolica dell’Usp. Dall’istituto di via Bovelli, un corteo è quindi partito verso via Ugo Bassi, per occupare simbolicamente la sede dell’ufficio scolastico provinciale: la protesta si è protratta inaspettatamente fino al pomeriggio nella sede dell’ex provveditorato, per attendere di incontrare il dirigente Vincenzo Viglione, impegnato in una assemblea a livello regionale. “La sua assenza è uno schiaffo, un atto politico gravissimo” riferiva il docente universitario Michele Fabbri. “Desideriamo almeno avere quelle risposte – ha aggiunto Sergio Golinelli, professore dell’Iti –, per dimostrare un rispetto verso il mondo della scuola”.
Nel primo pomeriggio Viglione è arrivato all’incontro. “Il dirigente dell’Usp – ha riferito Fausto Chiarioni, segretario Flc-Cgil – ritiene che le sue prerogative si siano indebolite rispetto al passato e quindi di non poter contribuire a dare risposte utili alle nostre richieste: chiediamo che il dirigente esca dall’ambiguità, perché la scuola è in ginocchio. Chiediamo – ha continuato il sindacalista – che si presti attenzione alla distribuzione degli organici del personale docente e Ata nelle varie province”.
L’anno scorso infatti, spiega Chiarioni “la nostra provincia, insieme a quella di Modena, è stata fortemente penalizzata: si fatica già ad assicurare il servizio ordinario con i 66 posti Ata tagliati nell’anno in corso e il calo previsto per il prossimo anno di ulteriori 50-60 posti è drammatico: sarà tagliato il 6% dell’intero organico Ata”. I tagli ai docenti colpiranno soprattutto i precari, spiega un insegnante: “La conseguenza è che non abbiamo personale che possa svolgere i programmi dettati dal ministero”. Una criticità ripresa dal coordinamento dei precari della scuola: “Le leggi Gelmini – si legge in una nota – non sono una riforma ma il più grosso licenziamento di massa della storia italiana, attuato per risparmiare sulla pelle delle famiglie più deboli, in favore dell’istruzione privata, in spregio alla Costituzione”.
Ampia quindi l’adesione dei precari, ma anche dei dirigenti: il coordinamento unitario dei dirigenti scolastici ha divulgato una comunicato che invita “a non farsi intimidire”, in quanto “il consistente calo di risorse finanziarie e di personale ha determinato nella scuola un progressivo impoverimento dell’offerta formativa e i dirigenti scolastici non possono sottacere un dato di realtà, perché hanno l’obbligo di assicurare il pieno esercizio dei diritti costituzionalmente tutelati”.
La mozione di Prc e Pdci. Contro “lo smantellamento della scuola pubblica, per rivendicare i dettami costituzionali della libertà di espressione e dissenso”, ad occupare i locali dell’Usp c’erano anche Irene Bregola e Stefano Calderoni, per il Partito della Rifondazione Comunista (Federazione della Sinistra), che hanno fatto sapere che i gruppi consiliari di Prc e Pdci di Comune e Provincia hanno presentato d’urgenza una mozione di censura nei confronti della circolare di Limina, poichè “i contenuti – si legge sulla mozione – di tale circolare sono in evidente contraddizione con gli art.2, 21 e 33 della Costituzione Italiana”.
La prossima iniziativa di mobilitazione è prevista il 12 giugno: una delegazione ferrarese di Flc e Fp Cgil, annuncia Chiarioni, scenderà infatti in piazza a Roma nell’ambito della manifestazione nazionale indetta dal sindacato contro i provvedimenti finanziari del governo, che “contribuiscono ulteriormente a tagliare i fondi necessari per l’ordinaria gestione della scuola”.

Battibecco Bersani-Tremonti ad Annozero. Sciopero dei magistrati contro la manovra

I conti pubblici del 2010 tengono: sono in linea con le previsioni. Lo dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, spiegando che l’impegno con Bruxelles è quello di correggere i conti sul 2011 e sul 2012. Intervenendo alla trasmissione tv Annozero, il ministro spiega che il fatto di aver negato la necessità di una correzione per quest’anno nel corso di una passata puntata di Annozero era «una risposta a una polemica tipica della vecchia politica italiana per dire che i conti del 2010 non tengono. Invece, i conti sul 2010 tengono – sottolinea – e sono in linea con le previsioni». «Quello che conta per noi è l’Ecofin, l’Eurogruppo e l’Europa, naturalmente – dice Tremonti – anche Annozero è importante».

Il governo ammetta i propri errori nelle politiche economiche e di finanza pubblica, faccia «un’operazione di verita», altrimenti il Pd «non si mette nemmeno a discutere», gli replica duramente il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Altrettanto secca la risposta del ministro dell’Economia: «se si fa propaganda così non andiamo da nessuna parte».

Il battibecco è proseguito vivacemente su una questione che di giorno in giorno si fa più scottante. Nel pomeriggio, intanto, era arrivata anche la protesta dei magistrati: «la Giunta esecutiva centrale dell’Anm proclama, unitamente alle altre magistrature, lo sciopero contro gli effetti della manovra economica varata dal Governo e delibera l’organizzazione di giornate di mobilitazione e di protesta con sospensione delle attività di supplenza, con le modalità e i tempi che verranno proposti al Comitato direttivo centrale di sabato 5 giugno». Così in una nota della stessa Associazione Nazionale Magistrati.

«I magistrati – si legge nel comunicato – sono consapevoli della crisi economica in cui versa il Paese e non intendono sottrarsi al loro dovere di cittadini e di contribuenti, ma devono denunciare che le misure approvate dal Governo sono ingiustamente punitive nei loro confronti e di tutto il settore pubblico. È inaccettabile essere considerati non una risorsa, ma un costo o addirittura uno spreco per la giustizia. Questa manovra incide unicamente sul pubblico impiego, senza colpire gli evasori fiscali (già beneficiati da numerosi condoni), i patrimoni illeciti, le grandi rendite e le ricchezze del settore privato; paralizza l’intero sistema giudiziario e scredita e mortifica il personale amministrativo; svilisce la dignità della funzione giudiziaria e mina l’indipendenza e l’autonomia della magistratura; incide in misura rilevante sulle retribuzioni dei magistrati nella prima fase della carriera, soprattutto dei più giovani che subiscono una riduzione di stipendio fino al 30 per cento. Questo significherà allontanare i giovani dalla magistratura; colpisce in maniera iniqua, indiscriminata e casuale. Ad esempio, un pubblico dipendente (magistrato o altro funzionario) con uno stipendio lordo di 150.000 euro subirà un taglio di stipendio di 3.000 euro lordi l’anno (cioè il 2% dello stipendio), mentre un magistrato di prima nomina con uno stipendio lordo di circa 40.000 euro subirà tagli complessivi per circa 10.000 euro lordi l’anno (circa il 25% dello stipendio).

L’Anm chiede al Governo interventi strutturali che consentirebbero di ridurre le spese nel settore giustizia e di recuperare risorse per lo Stato, secondo le proposte più volte avanzate dalla magistratura associata: la soppressione dei piccoli Tribunali, delle sezioni distaccate di Tribunale e della metà degli Uffici del Giudice di pace; misure che consentirebbero di risparmiare, a regime, decine di milioni di euro; il recupero delle pene pecuniarie e delle spese di giustizia, circa 1 miliardo di euro l’anno; la sospensione dei processi con imputati irreperibili (che costano decine di milioni di euro solo per il pagamento delle spese di patrocinio).

I magistrati intendono denunciare all’opinione pubblica e al Paese le gravi disfunzioni del sistema giudiziario, rappresentando le attività di supplenza di cui si fanno carico quotidianamente nell’interesse dei cittadini». Contro la manovra anche «il Comitato Intermagistrature delibera una comune iniziativa di astensione dal lavoro di tutte le magistrature contro gli effetti della manovra economica varata dal Governo. Lo sciopero – si legge nella nota – sarà effettuato secondo le modalità e i tempi previsti dai rispettivi codici di autoregolamentazione, ma con il costante coordinamento tra le diverse associazioni. Il Comitato ribadisce l’assoluta contrarietà alle misure eccessivamente penalizzanti per i magistrati contenute nel decreto legge che, invece, non incide su alcuna delle fonti di spreco delle risorse del settore più volte segnalate. Partecipare consapevolmente allo sforzo di risanamento richiesto al Paese non significa accettare tagli iniqui alle retribuzioni e un’ulteriore destrutturazione del servizio giustizia».

da www.unita.it

«I veri numeri della manovra», di Tito Boeri e Massimo Bordigon

Da ieri è finalmente disponibile il testo della manovra. Abbiamo così scoperto che un provvedimento presentato come quasi interamente di riduzioni alle spese è composto in realtà al 40 per cento di maggiori entrate, che molti tagli sono di carta, di dubbia praticabilità. Serve più che altro a dare un segnale ai mercati. Non è detto che sia credibile perché rinvia ai posteri gli aggiustamenti strutturali di spesa ed entrate. Ben poco rimarrà in vigore dopo il 2012. E chi paga davvero sono, una volta di più, i giovani.

Da più di una settimana i giornali commentano la manovra economica del governo per i prossimi due anni e mezzo, definita spesso come “di lacrime e sangue”. Si è perfino parlato di una manovra così dura da richiedere un gioco delle parti nell’esecutivo, con il ministro del Tesoro che interpreta il poliziotto cattivo e il presidente del Consiglio quello buono. Ma fino a ieri non c’era un testo con la definizione precisa degli interventi. Il governo stesso ha poi contribuito alla confusione, tant’è che diverse misure annunciate durante la conferenza stampa di presentazione della manovra – dalla soppressione di nove province ai tagli alla cultura, al blocco degli stipendi pubblici ai livelli del 2009 – sono state poi cancellate dal decreto presentato al Senato. Insomma, sin qui si è discusso sostanzialmente al buio. E al buio si lavora molto con la fantasia.

I VERI NUMERI DELLA MANOVRA
Un po’ di luce arriva finalmente dalla Relazione tecnica che accompagna il testo del provvedimento. La tabella che segue ne riassume i numeri principali. Tre elementi emergono con chiarezza.
1. Non è affatto una manovra incentrata solo sui tagli alla spesa; al contrario ben il 40 per cento della manovra a regime (nel 2012) è composto da maggiori entrate .
2. L’incremento delle entrate è dovuto in gran parte ai nuovi provvedimenti anti-evasione , da cui il governo si aspetta di ottenere fino a 8 miliardi di euro, in aggiunta a quanto già stimato nella Relazione previsionale e programmatica.
3. Per più del 70 per cento, i tagli sono rappresentati da riduzioni lineari nelle spese dei ministeri o da semplici riduzioni dei trasferimenti agli enti locali , senza che siano state varate misure strutturali di contenimento delle spese; l’esperienza passata ci insegna che questi sono spesso tagli di carta.
La Relazione tecnica rivela non poche sorprese rispetto a quanto anticipato dal dibattito mediatico. Intanto, i tagli agli enti inutili e ai costi della politica , di cui tanto si è parlato, contano praticamente nulla in termini di riduzione della spesa, nell’ordine di qualche milione di euro. Il congelamento dei contratti nel pubblico impiego conta un decimo di quanto anticipato dai giornali (attorno ai 500 milioni anziché più di 5 miliardi). In effetti, il blocco scatta nel 2010 (quindi salva i tre contratti firmati quest’anno) e contempla l’erogazione della “vacanza contrattuale” per il pubblico impiego. Non è la prima volta che si congelano i contratti, spostando spese più in là, senza risparmi strutturali. In passato, questi blocchi hanno comportato a regime addirittura incrementi di spesa perché il recupero dei rinvii è sempre molto oneroso.
Pesanti sono, invece, gli interventi su scuola e sanità . Per la prima, è soprattutto il blocco degli incrementi automatici delle retribuzioni nel triennio a determinare la riduzione della spesa; per la seconda, è un complesso di riduzioni nel personale e di riclassificazione della spesa farmaceutica.
La chiusura di alcune finestre per pensioni di vecchiaia e anzianità comporta risparmi di circa un miliardo di euro, sperando che l’effetto annuncio non spinga molti ad anticipare l’andata in pensione.
La parte del leone dei tagli la subiscono ancora una volta Regioni e altri enti territoriali, chiamati a contribuire a regime per 8,5 miliardi di euro, oltre il 60 per cento della riduzione prevista nella spesa. Per le Regioni si tratta del sostanziale annullamento dei trasferimenti per il finanziamento delle funzioni devolute con le leggi Bassanini nel 1997; per comuni e province, di un taglio ai trasferimenti dell’ordine del 20 per cento del totale. Come questi enti territoriali potranno gestire riduzioni così imponenti non è chiaro. Infine, la manovra è accompagnata dai soliti tagli lineari ai vari ministeri di spesa, la cui efficacia si è sempre rilevata assai limitata.
Per le entrate , 10 miliardi in più a regime, la leva è la lotta all’ evasione . Che ci sia tanto da recuperare su questo fronte è indubbio. Il problema è che è impossibile stimare con precisione il valore delle misure di contrasto, tant’è che nella passata legislatura il governo aveva avuto la buona creanza di non inserire le stime nella manovra, considerandole semmai, a consuntivo, come sorprese positive. I numeri su cui conta questa manovra sono, invece, imponenti. Quasi 8 miliardi verrebbero dal recupero dell’evasione. Si noti che tutto questo avviene in aggiunta al recupero di evasione già contemplato nello scenario tendenziale della Relazione unificata sull’economia e la finanza e che in questa legislatura il governo ha già varato un condono (lo scudo fiscale) e, per ammissione dello stesso ministro dell’Economia, si accinge a vararne un altro sulle dichiarazioni al catasto. Verrà anche questa volta presentato dalla maggioranza in Parlamento anziché dall’esecutivo. Ma non per questo renderà più credibili le misure di contrasto all’evasione.

UN GIUDIZIO INFORMATO
In sintesi, si tratta di una manovra visibilmente improvvisata , che bada a esibire grandi numeri per offrire un quadro macro rassicurante. Le “lacrime e sangue” sono per pochi, i soliti. Chi paga davvero sono i giovani , colpiti dal taglio dei contratti a tempo determinato e dal blocco delle assunzioni e delle carriere nel pubblico impiego (che penalizza soprattutto chi è entrato con salari molti bassi contando sugli scatti di anzianità) oltre che dall’ennesimo rinvio della riforma degli ammortizzatori sociali. Non una, ma due mani, vengono messe nella tasche dei giovani.
L’aggiustamento strutturale langue. Coerente con questa impostazione la scelta di operare sulla cassa (rinvii di spese e tagli ad erogazioni) anziché sulla competenza.
La manovra conta su misure che rischiano di riservarci sorprese negative. Un esempio su tutti. Nel dibattito mediatico si è spesso vagheggiato del contributo che anche i comuni possono dare alla lotta all’evasione, tanto che questi percepiscono già il 30 per cento delle maggiori somme riscosse a seguito della loro partecipazione all’attività di accertamento delle imposte, una percentuale che la manovra di questi giorni porta al 33 per cento. Ebbene, la relazione aiuta a far chiarezza su questo fronte. Risulta che nel 2009 e nei primi mesi del 2010 la partecipazione dei comuni abbia complessivamente condotto a maggiori accertamenti di imposte per 6 milioni di euro e a maggiori risorse riscosse per 450mila euro, di cui un po’ meno di 150mila sono andati ai comuni. Speriamo che non sia questo il modo con cui si pensa di saldare i conti degli enti locali e recuperare gettito all’evasione.
da www.lavoce.info

Per conoscere le singole voci della manovra vai alla tabella sul sito lavoce.info

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La politica, roba da ricchi

Nei tagli indiscriminati della manovra finanziaria, fa scalpore l’azzeramento della retribuzione dei consiglieri circoscrizionali. Politici di prossimità ridotti al ruolo di volontari di quartiere mentre i tagli ai costi della politica sono l’1 per 1000!
Esistono politici bravi e meno bravi. E’ noto ma la manovra dei tagli voluta dal governo li distingue in base a dove vengono eletti. Così chi siede in Parlamento va garantito senza alcun sacrificio, chi invece è eletto nelle circoscrizioni e in altri enti di prossimità, invece, non è necessario. Molto meglio renderli dei volontari. Così si traduce in soldoni l’azzeramento senza precedenti delle indennità dei consiglieri circoscrizionali, che passano con l’eltrata in vigore del decreto a zero euro.

È stato lo stesso ministro Tremonti ad ammettere pubblicamente di aver fatto qualche errore nella stesura della manovra economica. Lui si riferiva ai tagli immotivati alla cultura e li giustificava con il bel gesto della riduzione del 5% dei costi della politica. Ma una volta che si sono letti i testi deliberati dal Consiglio dei ministri anche tutti i buoni propositi si sono rivelati un clamoroso bluff.

Al comma 6 dell’articolo 5 del decreto sulla manovra economica si legge testualmente: “I consiglieri comunali e provinciali hanno diritto a percepire, nei limiti fissati dal presente capo, una indennità di funzione onnicomprensiva. In nessun caso l’ammontare percepito nell’ambito di ciascun mese da un consigliere può superare l’importo pari a un quinto dell’indennità massima prevista dal rispettivo sindaco o presidente in base al decreto di cui al comma 8. Nessuna indennità è dovuta ai consiglieri circoscrizionali”.

Nessun gettone di presenza, nessuna retribuzione per i consiglieri considerati davvero un peso per le tasche degli italiani. Oddio non è che prima guadagnassero molto: lo stipendio era pari a 45/48 euro a seduta in Consiglio con un massimo di 15 sedute. Insomma circa 600 euro al mese.

Ma per capire che questo taglio è l’ennesimo sbaglio di un governo fallimentare basta spiegare bene quale sia il ruolo del consigliere circoscrizionale. Se i genitori hanno bisogno di un’aula in più nella scuola di quartiere si rivolgono a loro. Se c’è da verificare che il cantiere aperto da tempo sotto casa risponda ai requisiti voluti dalla legge, ci si rivolge a loro. Nelle metropoli, non ci si rivolge direttamente al sindaco per i problemi di chiasso notturno della discoteca o del pub, per i disagi nella mobilità, nei trasporti o perché nel parco del quartiere ci sono dei bulli che fanno pagare il “dazio” ai bambini più piccoli per andare alle giostre. Ci si rivolge direttamente al consigliere circoscrizionale anche per ottenere la pulizia delle sale adibite ai centri anziani.

Senza voler generalizzare, se c’era uno stipendio da garantire con maggiore efficacia senza alcun azzeramento era proprio questo. O, quanto meno, lasciare che i 600 euro mensili non fossero decurtati per salvare il Paese dalla crisi.

Le conseguenze più immediate saranno quello di allontanare ancora di più la politica dai cittadini. Si creeranno due tipi di politici di quartiere: il volontario, che dedicherà tempo alla qualità della vita del quartiere a seconda dei modi e degli spazi che un altro lavoro retribuito potrà concedergli; il ricco, ovvero colui che non avendo problemi economici potrà fare il consigliere a tempo pieno, il politico di razza, forse più avvezzo a riunioni e strategie di partito e meno al servizio dei cittadini.

Insomma anche questo intervento voluto dal governo sta a dimostrare come è facile essere forte con i deboli e debole con i forti. Si va in televisione a sbandierare i successi e/o a richiedere sacrifici sebbene non ci sia nulla su cui festeggiare e si è ben consapevoli che a sacrificarsi saranno sempre alcuni. Non tutti.

La politica e i suoi costi vanno tagliati ha tuonato Tremonti. Beh con la sua manovra da 24 miliardi solo 11,7 milioni sono i tagli annunciati per la politica. Una sorta di 1 per mille da devolvere in beneficenza, come fa notare oggi Europa in prima pagina.

Complimenti vivissimi soprattutto da parte di quella categoria di politici, quelli che lavorano davvero a contatto con la gente che pagheranno per tutti, anche per quelli che si siedono su due o tre poltrone contemporaneamente tanto nuemrosi nelle file di PDL e Lega. Loro si chiamano consiglieri circoscrizionali o più semplicemente da oggi volontari non retribuiti.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

Carpi (Mo) Riforma Gelmini, lo stilista diventa operaio

Il ministro stravolge i percorsi di formazione e le figure professionali. Il caso del Vallauri di Carpi, l’on. Ghizzoni presenta un’interrogazione
Non solo tagli di risorse e di insegnanti. La riforma Gelmini stravolge metodi didattici, percorsi di formazione e figure professionali. E’ quanto succede all’istituto professionale Vallauri di Carpi, che da anni forma Operatori moda e tecnici dell’abbigliamento e della moda. Con il nuovo percorso di studi previsto dal ministero la figura professionale cambia completamente natura. Cancellato di fatto il profilo dello stilista creativo, la riforma punta ora a formare una figura da inserire nel processo produttivo.

“Il distretto carpigiano – spiega l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera – non ha bisogno di operai specializzati da impiegare in una dimensione industriale, per il semplice motivo che la produzione ormai è quasi completamente delocalizzata. Le figure professionali del settore moda necessarie al nostro distretto devono invece sviluppare capacità artigianali e creative, mentre la riforma Gelmini va in direzione esattamente contraria: prevede che la qualifica triennale in Operatore moda e la post qualifica biennale di Tecnico dell’abbigliamento e della moda confluiscano nel nuovo diploma d’istruzione professionale a indirizzo industriale”.

In pratica scompaiono discipline quali Storia della Moda e del Costume e Storia dell’Arte; i laboratori di Modello e di Confezione vengono dimezzati nell’orario e parzialmente soppiantati dal Laboratorio tecnologico; nelle classi quarte e quinte vengono introdotte le nuove discipline Tecniche di Produzione e Organizzazione e Tecniche di Gestione e Conduzione di Macchine e Impianti adatte a un profilo di operaio specializzato.

L’on. Ghizzoni ha presentato un’interrogazione al ministro Gelmini sollecitando un “passo indietro” del ministero che consenta di ricollocare il corso di studi del Vallauri in ambito artigianale e non industriale. La parlamentare del Pd chiede anche di inserire nel programma gli insegnamenti di Disegno e storia del costume e Disegno e storia dell’Arte “poiché il made in Italy si caratterizza per lo stile e la sapienza artigianale dei suoi prodotti”

“Le scuole della provincia di Modena che dal prossimo anno ospiteranno il nuovo corso Moda (anche l’istituto Galilei di Mirandola e il Cattaneo-Deledda di Modena) – conclude l’on. Ghizzoni – sono già impegnate per compensare, nell’ambito della propria autonomia, le modifiche imposte dalla cosiddetta riforma, affinché l’offerta formativa e la preparazione professionale dei ragazzi ne risentano il meno possibile”.