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"Bersani: la manovra è iniqua solo Berlusconi non paga nulla", di Bianca Di Giovanni

Il leader Pd: «Il premier non mette le mani solo nelle sue tasche ». I numeri dell’iniquità: i precari pagano per 100 milioni, i professori per 320. I dirigenti si fermano a 28 milioni e i ministri a 72mila euro. «Berlusconinon mette le mani nelle sue tasche, perché redditi come i
suoi non vengo nonemmeno sfiorati dalla manovra». Per Pier Luigi Bersani l’ultimo decreto Tremonti ha un’anima nera: l’iniquità sociale.
In effetti quei 54 articoli sono un distillato di misure che si scaricano sui deboli: invalidi, pensionati, dipendenti pubblici, insegnanti: tutti ci perdono. E non solo: con i tagli agli enti locali a soffrire saranno le politiche per il sociale: dunque, sempre loro. E i ricchi? Per loro solo «misure-civetta», tanto per avere qualche titolo sui giornali: nessun prelievo sul patrimonio, nessuna misura sulle rendite.
Giulio Tremonti assicura che loro pagheranno con la lotta all’evasione. Pensavamo che pagare le tasse fosse un dovere, non una elargizione dovuta all’emergenza.
CIFRE
L’addizionale del10%prevista sulle stock option è limitata da tali e tanti «paletti» che si riduce a colpire 10mila unità, per un gettito complessivo di 10 milioni di euro.
Grandi manager privati, banchieri e capitani d’industria si salvano. Bello schiaffo ai professori di scuola media che aspettavano lo scatto di anzianità, che vedranno ridursi il reddito di quasi il 7%. Nel complesso gli automatismi della scuola contribuiranno per 320 milioni, mentre il taglio dei precari comporterà un risparmio di 100 milioni. Il turn-over messo sotto controllo garantirà
quest’anno 8 milioni (quanto costano le ultime assunzioni in deroga della protezione Civile), ma a regime frutterà 200 milioni.
Sull’altro fronte i dirigenti e gli alti funzionari dello Stato, gli emolumenti milionari della casta dell’apparato pubblico, che contribuiscono alla manovra da quasi 25 miliardi con poche briciole. Appena 72mila euro arriverà dai 2 ministri e 7 sottosegretari colpiti. Dai dirigenti pubblici circa 28 milioni, dagli scatti di magistrati e professori universitari si punta a rastrellare 87 milioni.
Due milioni si risparmieranno dalle poltrone degli enti soppressi o accorpati. Chiaro che si tratta di semplici segnali: piccole sforbiciate su stipendi già molto alti. E i ricchi del privato?
CALDEROLI
Oggi la propaganda leghista va all’attacco degli stipendi d’oro della Rai. «A fronte di questi sacrifici – dichiara il ministro leghista- dobbiamo chiederne anche al concessionario del servizio radiotelevisivo pubblico, ossia alla Rai. Non esistono al mondo liquidazioni come quella di Santoro o stipendi da favola pagati per “stare in panchina” e non lavorare ». Vero, non esiste al mondo. Ci aveva già pensato Romano Prodi, proponendo prima un tetto a tutti gli emolumenti, poi limitato solo ai dirigenti. ma su tutte le misure si è scatenato il no dell’allora opposizione, Carroccio incluso. Stessa cosa vale per la disposizione sul numero di consiglieri nelle società pubbliche, già limitato da Prodi a 3 o massimo 5, e poi tornati a lievitare con il governo Berlusconi. Oggi Tremonti ripesca la vecchia norma: ma se non fosse stata eliminata forse qualche risparmio di spesa si sarebbe già raggiunto. Probabilmente non ci sarebbe
stato bisogno di chiedere sacrifici agli impiegati e alle loro famiglie. «Hanno smantellato gran parte dei tagli alla politica della finanziaria 2007 – spiega Giulio Santagata, che per Prodi preparò il pacchetto di risparmi – Se avessero dato corso a quelle norme ora il Paese starebbe molto meglio». Si è speso e non si è fatta lotta all’evasione per due anni.
E adesso devono correre ai ripari i cittadini meno abbienti.

L’Unità 03.06.10

Cultura: Pd, perché Bondi non sapeva dei tagli? Riferisca in Parlamento

Bondi venga a riferire in Commissione Cultura: l’elenco delle omissioni è molto lungo.
Dichiarazione degli on. Emilia De Biasi , Manuela Ghizzoni, deputate PD della Commissione Cultura della Camera, Giuseppe Giulietti portavoce di Articolo 21.
Nell’attesa che si capisca su quale versione della manovra economico finanziaria ci toccherà discutere, o meglio a quali e quanti tagli alla cultura ci opporremo, chiediamo che il Ministro Bondi venga finalmente in commissione a dirci per quale motivo non era a conoscenza dei tagli annunciati da Tremonti; quali sono le sue intenzioni ora che ha avuto il permesso da Tremonti di decidere sui tagli alla cultura; perché non è ancora stata presentata alla Commissione la relazione annuale su ARCUS, come da legge; che succederà della SIAE, per non parlare delle Fondazioni lirico sinfoniche, che non si capisce come si intrecceranno con la manovra e con l’approvazione del disegno di legge bipartisan sullo spettacolo dal vivo, che rischia di non avere copertura finanziaria; quali sono i motivi che portano Bondi a insultare costantemente il mondo della cultura e a vedere comunisti dappertutto, se non si fa come dice lui?
E l’elenco potrebbe continuare, ma preferiamo finire in bellezza.
E’ proprio sicuro il Ministro Bondi di voler nominare Vittorio Sgarbi Soprintendente del Polo Museale di Venezia? Sgarbi che come è noto è un critico che non ama le critiche, come dimostrano gli insulti rivolti ad un esponente di un sindacato, reo di aver elencato con precisione le circostanze che dimostrano l’inadeguatezza di Sgarbi a ricoprire il ruolo. Si aspetti Bondi l’ennesima interrogazione, alla quale, almeno stavolta, speriamo che segua risposta adeguata.

"Una manovra, due Italie", di Salvatore Settis

Il testo finale della manovra di governo per la stabilizzazione finanziaria ha rinunciato a espropriare il ministero dei Beni culturali della competenza sui tagli agli istituti culturali, e ne ha ridotto la portata. Buone notizie? Certo. Ma, lo ha detto Mario Draghi nella sua importante relazione alla Banca d´Italia, «la correzione dei conti pubblici va accompagnata con il rilancio della crescita», e su questo punto capitale il decreto-legge Tremonti offre ben poco. La relazione Draghi martella cifre non eludibili: nel biennio 2008-09 il Pil è calato di 6 punti e mezzo, la metà della crescita dei 10 anni precedenti; calano redditi, consumi, esportazioni. Cresce la disoccupazione dei giovani, calano i salari iniziali, crollano le nuove assunzioni, quasi sempre precarie, e «la stagnazione distrugge capitale umano, soprattutto tra i giovani». A fronte di una situazione tanto drammatica, scrive Draghi, i tagli del governo «si concentrano sui costi di funzionamento delle amministrazioni pubbliche», e ciò proprio quando è necessario «aumentare la produttività della pubblica amministrazione». Secondo il presidente del Consiglio, le dichiarazioni del Governatore sono in piena sintonia con la manovra del Tesoro: ma questo embrassons-nous tanto ottimista non può esser preso sul serio.
La relazione Draghi contiene passaggi assai duri e severi, che danno dell´Italia un´istantanea assai più fedele di quella del governo. Nella situazione presente, «i costi dell´evasione fiscale e della corruzione divengono ancor più insopportabili». In particolare, ricorda Draghi, il 30% della base imponibile dell´Iva viene regolarmente evaso, per oltre 30 miliardi di euro l´anno, cifra che sale vertiginosamente (oltre i 100 miliardi) se si aggiunge l´evasione di altre imposte, come Irpef o Irap. Se tutti pagassero le tasse, non ci sarebbe alcun bisogno di manovre come quella che l´Italia dovrà ora subire. «L´evasione fiscale è un freno alla crescita perché richiede tasse più elevate per chi le paga e riduce le risorse alle politiche sociali». È la «macelleria sociale» di cui Draghi ha parlato commentando a braccio il proprio testo scritto: il taglio di oltre un miliardo e mezzo nel biennio al Servizio Sanitario Nazionale è un pezzo, e non il solo, di questa “macelleria”.
Fra le vittime della “macelleria sociale” che affligge il Paese, non dimentichiamo il paesaggio, prezioso bene comune che la “manovra” e altre leggi di questa stagione consegnano al saccheggio indiscriminato di speculatori d´ogni sorta, cancellando il Codice dei Beni culturali con norme incostituzionali sul silenzio-assenso, rimaste tali e quali nella versione finale del decreto (si vedano i dati su Repubblica del 31 maggio). Non dimentichiamo le nostre città in preda a una frenesia costruttiva che non riflette i bisogni di una crescita demografica che non c´è, ma un “investire nel mattone” che vede in prima fila mafie e riciclatori di denaro sporco: cioè i protagonisti di quelle «relazioni corruttive tra soggetti privati e amministrazioni pubbliche, favorite dalla criminalità organizzata» di cui parla Draghi. Non dimentichiamo infine il Mezzogiorno, che la manovra del governo (art. 43) consegna legato mani e piedi alla condizione derogatoria di «zona a burocrazia zero» dove non esiste più la pubblica amministrazione, e «i provvedimenti amministrativi di qualsiasi natura ed oggetto avviati su istanza di parte» con riferimento a qualsivoglia «iniziativa produttiva» vengono decise ad arbitrio di un Commissario di governo (e non più dei prefetti, come nella bozza di pochi giorni fa). Sarà questo il modo di combattere la camorra e la ‘ndrangheta? E se i 15 miliardi di tagli (nel biennio) a Regioni ed Enti locali sono fatti «ai fini della tutela dell´unità economica della Repubblica» (art 14), come mai la «burocrazia zero» riguarda solo metà dell´Italia? Saranno i Commissari di Governo a risolvere l´annosa questione meridionale imbavagliando le procedure di legge dell´amministrazione ordinaria?
Nella manovra Tremonti e nella relazione Draghi si fronteggiano due Italie ben diverse. L´una e l´altra vogliono, a ragione, la correzione dei conti pubblici. Ma l´Italia di Draghi individua lo strumento primario nella lotta all´evasione e alla corruzione, l´Italia di Tremonti preferisce l´olocausto della pubblica amministrazione (additata al ludibrio come “burocrazia”), il taglio delle risorse a Regioni ed enti locali che possono rimediarvi svendendo il territorio, la promozione di condoni edilizi ed altre misure derogatorie. L´Italia di Draghi richiede «che l´Unità si celebri progettandone il rafforzamento e garantendone la vitalità», quella di Tremonti mette l´austerità e il sacrificio di tutti al servizio di un federalismo spendaccione e del separatismo leghista. L´Italia più competitiva che il Governatore della Banca d´Italia ha disegnato richiede una pubblica amministrazione più efficiente, rinsanguata da nuove assunzioni di giovani scelti per competenza e per merito. Richiede la lotta senza quartiere alle mafie e ai loro complici, agli evasori e a chi vi cerca serbatoi elettorali. Richiede di capovolgere la “macelleria sociale” mediante una politica di investimenti sulle nuove generazioni, sulla scuola, l´università e la ricerca. Pretende di non limitarsi a quello che Keynes chiamava «l´incubo del contabile», di mettere sì a posto i conti (partendo dalla lotta all´evasione e alla corruzione e non borseggiando i cittadini), ma con in mente un progetto per un Paese migliore.

La Repubblica 03.06.10

"Formazione: Gelmini taglia i centri adulti. Niente scuola per gli stranieri", di Paola Benedetta Manca

Che i tagli alla scuola dei ministro Gelmini fossero consistenti si sapeva ormai in modo inequivocabile, ma forse non tutti sanno che, per minimizzare i costi dell’istruzione, si stanno iniziando a dimezzare gli insegnanti dei Ctp, cioè i centri territoriali permanenti per la formazione degli adulti, dove gli stranieri imparano l’italiano. Si sta cioè riducendo all’osso uno strumento statale di integrazione fondamentale, attraverso il quale tanti ragazzi stranieri prendono la licenza media e superiore e tanti adulti apprendono la lingua del Paese dove emigrano, primo gradino per diventare parte della nostra società. Il caso più eclatante, che ha accesso i riflettori su questi provvedimenti, arriva da Modena e lo denuncia il Comitato degli stranieri «Primo Marzo», insieme ai docenti dei Ctp. L’Ufficio Scolastico Provinciale ha deciso di tagliare gli insegnanti di italiano nei Ctp del modenese sacrificandone dodici: 6 su 11 solo a Modena (il 60 per cento).
In città, per l’anno accademico in corso, si sono iscritti ben 2254 studenti. I Ctp nel modenese sono 7 e ne frequentano i corsi 5.000 studenti, di 94 diverse nazionalità. «Con i tagli fatti all’organico spiega Anton Lesaj-Lesi del Comitato “Primo Marzo” di Modena i Ctp non potranno garantire il servizio finora prestato e questo fatto è davvero grave, soprattutto perché la concessione del permesso di soggiorno, secondo un accordo tra i ministri degli Interni e del Lavoro, Maroni e Sacconi, è condizionata anche al grado di apprendimento dell’italiano».
Come fare allora? «Rimane una sola via: quella degli studi a pagamento, un’ulteriore beffa». «I Ctp, fra l’altro, spiega Lesaj-Lesi agiscono anche come ammortizzatori sociali, prevengono e gestiscono il disagio e facilitano lo scambio tra culture».
«Con questa decisione si sfogano i docenti dei Ctp si cancella il lavoro finora svolto e si disperdono competenze costruite faticosamente in 10 anni di attività».
La storia di Modena, però, non è certo un caso isolato in Emilia Romagna e la tendenza ai tagli nei Ctp si è già fatta sentire in altre province.
Come in quelle di Ravenna e Faenza-Lugo, dove, nei centri per la formazione, sono stati dimezzati i posti di italiano (passati ora da 4 a 2) ed eliminate completamente le due classi di educazione tecnica. «Così aumenta il disagio sociale incalza la Flc-Cgil di Ravenna è necessario reagire».
Anche in provincia di Ferrara il film è lo stesso, i soldi sono pochi e l’Usp taglia posti nei Ctp di Cento, Codigoro e Portomaggiore. Lo denunciano i sindacati confederali insieme alla Snals. Non si conosce ancora l’entità dei tagli ma di sicuro «non sarà più possibile garantire lo svolgimento dei corsi volti al conseguimento dei diplomi di terza media per gli adulti». Nelle altre province, fra cui Bologna, per il momento l’Usp non ha disposto tagli. «Questo però, specifica Emiliano Porcaro che coordina la rete dei 12 Ctp bolognesi, non significa che non ce ne saranno, anzi, siamo molto preoccupati perché proprio in questi giorni l’Usp ci ha chiesto di comunicargli il numero degli studenti iscritti e temiamo ne abbia bisogno per calcolare eventuali tagli. Speriamo di no perché già facciamo i salti mortali».
In altre province, poi, sono ancora aperte le iscrizioni, perciò la comunicazione di eventuali contrazioni dell’organico potrebbe arrivare alla loro chiusura. Intanto Modena si mobilita per cercare di riavere i suoi insegnanti. Su Facebook è nato il gruppo Sos Rete Ctp Modena e la questione è arrivata sui tavoli del Consiglio Comunale e Provinciale di Modena, sollevata dal Pd. Elena Malaguti, assessore provinciale all’Istruzione, ha promesso che terrà monitorata l’assegnazione dei docenti nei Ctp anche perché ricorda «una circolare ministeriale di aprile prevedeva che le dotazioni organiche dei Cpt fossero confermate nelle attuali consistenze».

L’Unità/Bologna 03.06.10

"Saviano purché francescano", di Massimo Gramellini

Fino a quando lo affermavano politici prevenuti e intellettuali invidiosi, si poteva sorvolare. Ma ora che persino un punto di riferimento per le masse come il centravanti milanista (e napoletano) Borriello accusa Saviano di «aver lucrato sulla mia città», la questione si fa maledettamente seria. È giusto che uno scrittore possa acquisire fama e denaro parlando di camorra, come un centravanti facendo dei gol? Nel suo ultimo disco il musicista partenopeo Daniele Sepe – meno conosciuto di Borriello perché non si è mai fidanzato con Belen – rinfaccia a Saviano: «Hai fatto fortuna, ma chi ti paga è il capo dei burattinai», come se fosse la berlusconiana Mondadori ad aver arricchito il suo autore e non viceversa. Eppure basta bighellonare fra i blog che commentano le parole di Borriello per accorgersi che tanti la pensano come lui e paragonano Saviano a «uno che fa beneficenza e va a dirlo in giro».

In questo Paese cattolico e contadino, che pensa al denaro di continuo ma non smette di considerarlo lo sterco del demonio, è passato il principio che argomenti nobili come la legalità e la giustizia sociale vanno maneggiati in incognito e senza percepire compensi di mercato. Briatore può farsi docce di champagne su tutti gli yacht che vuole: è coerente col personaggio. Ma Santoro non deve guadagnare come Letterman né Saviano come Grisham, perché da chi sferza il malcostume gli italiani pretendono voto di povertà. A noi gli eroi piacciono scalzi e sfigati, per poterli compatire e sentirci più buoni. Così dopo votiamo i miliardari con maggiore serenità.

La Stampa 03.06.10

"La cultura rischia la fame", di Vittorio Emiliani

Ora la scure per il taglio dei contributi statali agli enti culturali è nelle mani del ministro Bondi. Se seguirà i criteri clientelari utilizzati per i pingui fondi Arcus (molto ai “fedeli”, del clan Ghedini ad esempio, nulla ai meritevoli), saremo alla “bassa macelleria culturale”. Targata MiBAC. Il suo “pupillo” Sgarbi deve insediarsi a Venezia, al Polo Museale, ma è sospeso per 10 giorni per la condanna definitiva a 6 mesi e 10 giorni di reclusione del ‘96, “per produzione di documenti falsi e assenteismo” ai danni dello Stato. E poi? Alla faccia dei tagli, avrà un robusto contratto “esterno”, da dirigente di prima fascia pari a direttore generale, firmato Bondi da lui definito un incrocio fra don Abbondio e Massimo Boldi. Morta la commedia dell’arte? Per niente. Sopravvive nel cuore dello Stato. Coi nostri soldi.
C’è un altro ministro ormai “storico”: Maria Stella Gelmini. E’ riuscita a ridurre o eliminare le rare ore di Storia dell’arte elemento, si sa, trascurabile in Italia (ignoranti che fate la fila per Caravaggio: era un pittore francese, borgognone, Le Caravage…). Via pure negli Istituti Professionali destinati a formare le nuove guide per il turismo culturale. Le quali così faranno la figura di quelle abusive che presentano il Colosseo “opera di Giulio Cesare”. Via anche lo studio del diritto per i geometri. Così potranno dire di non sapere nulla di vincoli e di altre bubbole sul paesaggio. E la musica, la sua storia? Inessenziali, zero via zero. E pensare che Radio3 Rai ha aumentato del 60% gli ascolti da quando è di nuovo, con Marino Sinibaldi, rete culturale, e che Rai3 ha segnato uno splendido 15,5 % di share con Barenboim/Chopin da Fazio. La domanda culturale c’è, da fame autentica. Ma a cosa ridurranno l’offerta?

L’Unità 03.06.10

"Con i tagli spariscono gli sconti per la casa verde", di Carlo Bertini

Via lo sgravio del 55%. Prestigiacomo insorge: la green economy è il futuro. Chi ha in animo di ristrutturare la propria casa per renderla eco-compatibile, magari con una caldaia di ultima generazione o addirittura con pannelli solari sul tetto se abita fuori città, è bene che si sbrighi se vuole usufruire del 55% di detrazioni fiscali: quella norma ormai ha i giorni contati. «Anche l’energia diventa un elemento di pregio di un immobile e il rendimento energetico sarà un indicatore che dovrà essere sempre presente in ogni annuncio di vendita o di locazione», esultava il 27 maggio un ambientalista della prima ora come Edo Ronchi salutando così il varo di una direttiva Europea mirata a centrare l’obiettivo sul cambiamento climatico usando il 20% in meno di energia. «Circa il 30% dell’energia consumata in Italia – spiegava Ronchi – è assorbita dagli edifici e a questi consumi è riconducibile il 28% delle emissioni nazionali di CO2».

Peccato che in capo a una settimana, gli ambientalisti del Pd Stella Bianchi e Fabrizio Vigni, spulciando la manovra, hanno notato che la detrazione fiscale del 55% non è stata rifinanziata e se il governo non provvederà con la legge di stabilità in autunno, l’agevolazione introdotta con la manovra 2007 scadrà il 31 dicembre 2010. Una bella grana per Tremonti, costretto a fare i conti in questo caso con la collega dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: «Condivido le ragioni e la portata della manovra», è la sua reazione, ma «credo che tutto ciò che punta all’efficienza energetica e allo sviluppo delle fonti rinnovabili vada incentivato e supportato. Perché come ha sottolineato recentemente lo stesso Ministro Tremonti, la green economy sarà il motore dello sviluppo globale del futuro». Conclusione della ministra, «promuovere, seppure in una fase di difficile congiuntura, l’economia del futuro è una scelta obbligata».

E il Pd ci mette il carico da novanta: «Bel capolavoro!», attacca Vigni. «Con questa manovra, da una parte si spalancano le porte al condono edilizio, dall’altra si colpiscono al cuore le politiche per l’efficienza energetica e le energie rinnovabili». E se quelle per l’efficienza energetica soffriranno dalla mancata proroga degli incentivi fiscali, quelle per le energie rinnovabili subiscono un «colpo di mannaia», stando a quel che dice il responsabile economico del Pd, Boccia. «L’articolo 45 – spiega la Bianchi – elimina ogni certezza per le aziende che producono energia da fonti rinnovabili sul prezzo finale di vendita, togliendo l’obbligo per lo stato di ritirare i cosiddetti “certificati verdi” in eccesso: il che può comportare la non sostenibilità dei piani di investimento su energie alternative. Con ricadute pesanti sull’occupazione e sugli obblighi dell’Italia con l’Ue a produrre con fonti rinnovabili il 17% dell’energia consumata».

La misura sugli “edifici intelligenti” dal 2007 in poi ha messo in moto un giro di affari notevole, riportato in una tabella dell’Enea. Il primo anno sono stati realizzati 106 mila interventi, più che raddoppiati a 248 mila nel 2008 e scesi a 236 mila nel 2009. E nella classifica delle regioni più virtuose, il Piemonte risulta terzo dopo Lombardia e Veneto, seguito dall’Emilia Romagna e quindi da Toscana, Lazio e Friuli.

Certo è pur vero che se il governo in tempi di crisi non ha ancora rifinanziato questa misura ha le sue buone ragioni: che si traducono nelle cifre contenute in una relazione dell’Agenzia delle Entrate sul beneficio della detrazione dalle imposte sui redditi (Irpef o Ires) del 55 per cento delle spese sostenute. Detrazione possibile fino a un limite massimo che varia dai 100 mila euro «per la riqualificazione energetica di edifici esistenti» ai 30 mila euro «per la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale». Ebbene, solo considerando i «lavori pluriennali» e cioè quei 27.559 interventi che incidono «in più periodi di imposta», si vede che sono state sostenute spese per oltre 309 milioni di euro per rifare infissi, pareti e finestre. «Ma con questa misura – obietta la Bianchi – lo Stato incoraggia la ristrutturazione degli edifici a fini ambientali. E in molti casi si tratta di lavori, come i pannelli solari o la sostituzione di impianti di riscaldamento, che senza la detrazione fiscale non verrebbero fatti e quindi è un volano per l’economia che porta a un gettito conseguente per l’erario». Un volano che la Confindustria vorrebbe portare oltreconfine, visto che la Marcegaglia, dalla Fiera di Shangai dove è in missione insieme al governo, dice che «l’Italia deve aumentare significativamente» la sua presenza in Cina, puntando anche sulla filiera legata alla green economy, all’efficienza e al risparmio energetico. Tradotto, il futuro si gioca su questo terreno.

La Stampa 03.06.10