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"Il premier e l´evasione fiscale", di Massimo Giannini

Nella sua breve e “inappellabile” telefonata a Ballarò dell´altro ieri, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha fornito agli italiani due importanti “notizie”. La prima in risposta ad una osservazione effettivamente sollevata in studio da chi scrive.
È una menzogna che io abbia fornito qualunque forma di giustificazione morale ai fenomeni di evasione fiscale». La seconda replicando ad un´accusa che invece nessuno gli aveva mosso: «Non ho mai evaso le tasse, né io né le mie aziende». Rispetto a queste affermazioni, e affidandosi esclusivamente ai fatti oggettivi della cronaca di questi anni, è utile ripercorrere tutto ciò che è realmente accaduto. Senza giudizi. Senza commenti. Ma attingendo semplicemente alle parole pronunciate dal premier, ai processi nei quali è stato ed è tuttora coinvolto, e ai condoni varati dai governi che ha presieduto.

LE PAROLE
1) Autunno del 2000: Berlusconi è il leader dell´opposizione. Il 15 ottobre è a Milano, e interviene alla festa di Alleanza Nazionale, partner di Forza Italia nella nascente Casa delle Libertà. Ai militanti dell´allora alleato di ferro Gianfranco Fini, il Cavaliere dice, testualmente: «Non ne può più neanche il mio dentista, che paga il 63% di tasse. Ma oltre il 50% è già una rapina… Non volete che non ci si ingegni? E´ legittima difesa…».
2) Inverno 2004: Berlusconi è presidente del Consiglio, ha rivinto le elezioni per la seconda volta. In una conferenza stampa a Palazzo Chigi, risponde alla domanda di un cronista e dichiara, testualmente: «Le tasse sono giuste se arrivano al 33%, se vanno oltre il 50 allora è morale evaderle».
3) Autunno 2004: Berlusconi, sempre capo del governo, interviene alla cerimonia annuale della Guardia di Finanza e, dal palco, arringa così le Fiamme Gialle, impegnate nella lotta agli evasori: «Voi agite con grande equilibrio e rispetto dei cittadini, nei confronti di chi si vuole sottrarre a un obbligo che qualche volta si avverte come eccessivo. C´è una norma di diritto naturale che dice che se lo Stato ti chiede un terzo di quello che con tanta fatica hai guadagnato ti sembra una richiesta giusta e glielo dai in cambio dei servizi che lo Stato ti offre. Ma se lo Stato ti chiede di più, o molto di più, c´è una sopraffazione nei tuoi confronti: e allora ti ingegni per trovare sistemi elusivi che senti in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità, che non ti fanno sentire colpevole…».
4) Primavera 2008: Berlusconi è in piena campagna elettorale, dopo la caduta del governo Prodi. Il 2 aprile interviene all´assemblea annuale dell´Ance, l´Associazione nazionale dei costruttori. E afferma quanto segue: «Se lo Stato ti chiede un terzo di quanto guadagni, allora la tassazione ti appare una cosa giusta, ma se ti chiede il 50-60% ti sembra una cosa indebita e ti senti anche un po´ giustificato a mettere in atto procedure di elusione e, a volte, anche di evasione. Noi abbiamo un´elusione fiscale record giustificata da aliquote troppo elevate…».
5) Autunno 2008: Berlusconi ha stravinto, per la terza volta, le elezioni. Il 4 ottobre, di nuovo in conferenza stampa a Palazzo Chigi (immortalato dalle telecamere dei tg delle tre reti Rai) sostiene: «Se io lavoro, faccio tanti sacrifici… Se lo Stato poi mi chiede il 33% di quello che ho guadagnato sento che è una richiesta corretta in cambio dei servizi che lo Stato mi da. Ma se mi chiede il 50% sento che è una richiesta scorretta e mi sento moralmente autorizzato ad evadere, per quanto posso, questa richiesta dello Stato…».

I PROCESSI
Insieme alle parole, ci sono gli atti che Berlusconi compie e ha compiuto in questi anni. Prima di tutto come privato cittadino e come imprenditore che guida un impero mediatico, industriale e finanziario. Un ruolo che lo ha esposto a numerosi processi, per comportamenti illeciti che configurano altrettante evasioni tributarie. Qui rilevano solo i principali procedimenti con ricadute fiscali, dunque, e non anche quelli per reati penali di altro genere (come ad esempio il processo per il Lodo Mondadori, per corruzione, o il processo Mills, per corruzione in atti giudiziari, anche questi per altro “risolti” grazie alle leggi ad personam varate nel frattempo dallo stesso governo Berlusconi, come il Lodo Alfano prima, il legittimo impedimento poi).
1) Tangenti alla Guardia di Finanza: Berlusconi è accusato di averne pagate per evitare controlli fiscali su quattro sue società, Mediolanum, Mondadori, Videotime e Telepiù. In primo grado viene condannato a 2 anni e 9 mesi. In appello i magistrati applicano le attenuanti generiche, e quindi scatta la prescrizione. Cioè l´imputato ha commesso il reato, ma per il giudice è scaduto il tempo utile alla condanna.
2) All Iberian 1: Berlusconi è accusato di aver pagato tangenti per 21 miliardi a Bettino Craxi. Viene condannato in primo grado a 2 anni e 4 mesi. In appello, ancora una volta, scatta la prescrizione.
3) All Iberian 2 e 3: in questi altri due filoni di questo processo Berlusconi è accusato di falso in bilancio, con costituzione di fondi neri per 1000 miliardi di vecchie lire, ed evasione delle relative imposte, attraverso quello che i periti tecnici della Kpmg e i pm di Milano definiscono il “Group B very discreet” della Fininvest, cioè il «presunto comparto estero riservato» della finanziaria del Cavaliere. Viene assolto perché «il reato non sussiste più»: nel frattempo, alla fine del 2002, il suo governo ha approvato la legge che depenalizza il falso in bilancio e i reati societari.
4) Medusa Cinema: Berlusconi è accusato di illecito nell´acquisto della società cinematografica, per 10 miliardi non iscritti a bilancio. Condannato in primo grado a 1 anno e 4 mesi, viene assolto in appello, ancora una volta con la formula della prescrizione. Il reato c´è, ma i termini per la condanna sono scaduti.
5) Diritti televisivi Mediaset: Berlusconi è accusato dai pm di Milano per appropriazione indebita e frode fiscale per 13,3 milioni di euro. La procura ha chiesto il rinvio a giudizio, ma il processo è stato sospeso, prima per effetto del Lodo Alfano (dichiarato successivamente incostituzionale dalla Consulta), e ora per l´intervento della legge sul legittimo impedimento.

I CONDONI
C´è infine una sfera “pubblica”, che riguarda le decisioni che il Cavaliere ha assunto come capo del governo, nella lotta contro gli evasori fiscali e nella “disciplina” di casi che, sotto questo profilo, hanno riguardato direttamente lui stesso o le sue aziende.
1) Nella primavera 1994 Berlusconi “scende in campo” e vince le sue prime elezioni. E´ l´epifania della Seconda Repubblica. Per festeggiarla, il governo vara il suo primo condono fiscale: frutta ben 6,4 miliardi di euro. Forte di questo trionfo, lo stesso governo vara anche il suo primo condono edilizio, che porta nelle casse del fisco 2,5 miliardi. Seguiranno altre cinque sanatorie, nel corso delle successive legislature guidate dal Cavaliere: nel 2003 nuovo condono fiscale di Tremonti, per 19,3 miliardi, insieme il primo scudo fiscale per il rientro dei capitali all´estero da 2 miliardi, poi nel 2004 nuovo condono edilizio di Lunardi da 3,1 miliardi, e infine tra il 2009 e il 2010 l´ennesimo scudo fiscale, appena concluso, e con un rimpatrio di capitali previsto in oltre 100 miliardi di euro. L´infinita clemenza verso chi non paga le tasse, praticata in questi sedici anni, non è servita a stroncare il fenomeno dell´evasione, anzi l´ha alimentato.
2) Dei condoni hanno beneficiato milioni di italiani. Ma ha beneficiato anche il premier e il suo gruppo. Dopo la Finanziaria del ‘93 che introduce il secondo condono tombale, rispondendo ad un articolo di Repubblica che anticipava la sua intenzione di beneficiare della sanatoria, Berlusconi fa una promessa solenne durante la conferenza stampa di fine d´anno: «Vi assicuro che né io né le mie aziende usufruiremo del condono». Si scoprirà poi che Mediaset farà il condono per 197 milioni di tasse evase, versandone al fisco appena 35, e lo stesso farà il Cavaliere per i suoi redditi personali, risolvendo il suo contenzioso da 301 milioni di euro pagando all´Agenzia delle Entrate appena 1.800 euro.
3) Condono peri i coimputati: con decreto legge 143 del giugno 2003, presunta «interpretazione autentica» del condono di quell´anno, il governo infila tra i beneficiari anche coloro che «hanno concorso a commettere i reati», pur non avendo firmato dichiarazioni fraudolente. Ennesima formula ad personam: consente di salvare i 9 coimputati del premier nel processo per falso in bilancio.
4) Condono di Villa Certosa: Il tribunale di Tempio Pausania indaga da tempo sugli abusi edilizi commessi nella ristrutturazione della residenza sarda del premier. Con decreto del 6 maggio 2004 il governo attribuisce a Villa Certosa la qualifica di «sede alternativa di massima sicurezza per l´incolumità del presidente del Consiglio». Nel 2004, con la legge 208, il condono edilizio dell´anno precedente viene esteso anche alle cosiddette «zone protette». Villa Certosa, nel frattempo, lo è appunto diventata. La Idra, società che gestisce il patrimonio immobiliare del premier, presenta subito dieci richieste di condono, e chiude così il contenzioso con il fisco. Versamento finale nelle casse dell´Erario: 300 mila euro. E amici come prima.

La Repubblica 03.06.10

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“La menzogna” , di Ezio Mauro

C´è qualcosa che lega insieme l´attacco di Berlusconi a Repubblica, durante l´ultima puntata di Ballarò, (dopo che Massimo Giannini gli aveva ricordato le sue dichiarazioni di sostegno agli evasori fiscali), le accuse all´Ipsos perché Nando Pagnoncelli aveva semplicemente illustrato il suo calo di consensi nei sondaggi, e la legge che vuole imbavagliare la stampa: è l´uso della menzogna come arte di governo, per la paura – anzi il terrore – che il Premier prova per la verità.
In due occasioni il Presidente del Consiglio (2004 e 2008) aveva pubblicamente spiegato che bisogna considerare «giustificabile» l´elusione o l´evasione quando le tasse sono troppo alte (come in Italia), perché in questo caso l´evasione «è in sintonia con l´intimo sentimento di moralità» del contribuente. L´altra sera ha preferito dimenticarsene, negando platealmente la realtà, pur di rientrare in qualche modo dentro la cornice di emergenza economico-finanziaria disegnata dal suo ministro dell´Economia, che ormai lo commissaria persino in tivù.
L´accusa all´Ipsos e a Pagnoncelli è la conferma di una visione totalmente ideologica del Paese e della politica, dove non c´è spazio per l´irruzione della verità e i sondaggi che non certificano l´immutabilità perenne del consenso e del comando sono automaticamente «fasulli»: semplicemente perché non coincidono con l´immagine che il leader ha di sé, e che lo specchio magico dei suoi telegiornali gli restituisce ogni giorno, rassicurandolo nel controllo della realtà.
Il rifiuto di ogni contraddittorio, confermato da quel telefono riagganciato in diretta televisiva dopo il diktat sovrano, è la prova di un arroccamento più impaurito che arrogante, con il Premier ormai incapace di discutere e di accettare un confronto. Si capisce perfettamente, dopo l´ultimo reality show berlusconiano, la legge bavaglio: impediamo ai giornali di raccontare la realtà, così un´unica verità di Stato verrà distribuita ai cittadini del più felice Paese del mondo. Ma le bugie hanno le gambe corte, e il tempo dell´inganno è scaduto.

La Repubblica 03.06.10

"Secessione silenziosa", di Federico Geremicca

Naturalmente, si potrebbe anche prenderla con ironia e ammettere, per esempio, che «La gatta» – vecchia canzone di Gino Paoli – è certamente più orecchiabile dell’Inno di Mameli: anche se riesce poi difficile credere che sia per questa ragione che le autorità di Varese – alla presenza del ministro Maroni – abbiano deciso ieri di celebrare la Festa della Repubblica facendo intonare il motivetto del cantautore piuttosto che l’inno.

Ugualmente, si potrebbe considerare apprezzabile l’iniziativa del presidente della Provincia di Torino, che ha invece stabilito che da oggi la musica di sottofondo per l’attesa dei collegamenti telefonici con l’ente, sarà appunto l’Inno di Mameli: scelta apprezzabile, ma ovviamente non risolutrice di una questione della quale l’assenza di leader e ministri leghisti alle celebrazioni romane (la sfilata ai Fori ieri, la festa al Quirinale il giorno prima) è solo un ormai quasi folkloristico epifenomeno.

La questione è il solco sempre più profondo che divide il Nord dal Sud del Paese. Nei due giorni di festeggiamenti nella Capitale, il solco è stato visibilmente segnalato dalla mancata presenza di esponenti della Lega (ministri, capigruppo parlamentari e governatori di importanti regioni del Nord), ma sarebbe sbagliato non riflettere su assenze ancor più diffuse, anche se magari meno visibili: è stata una larga parte del mondo dell’imprenditoria, della politica e della cultura del Nord – infatti – a disertare le celebrazioni, rendendole qualcosa di quasi esclusivamente «romano», se non meridionale addirittura. E che tale fenomeno appaia acuito alla vigilia delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, è cosa paradossale solo all’apparenza.

Proprio gli ultimi mesi, infatti, hanno portato alla ribalta delle cronache avvenimenti che – letti con l’animo di un «cittadino del Nord» – non potevano che accrescere un sentimento che potremmo definire quasi di «secessione silenziosa». Ne citiamo due per tutti: lo spaventoso dissesto finanziario – in materia di sanità – di tutte le regioni meridionali, destinato comunque a pesare sul bilancio dell’intero Paese; e poi le imprese della «cricca»: un giro di corruzione e malaffare rispetto al quale – a differenza dell’antica Tangentopoli – il Nord può (a torto o a ragione) sentirsi del tutto estraneo. E in effetti, tra appartamenti che affacciano sul Colosseo, intercettazioni in romanesco, case a via Giulia e massaggi al «Salaria sport village» l’intera faccenda appare una perfetta rappresentazione degli andazzi nella odiata «Roma ladrona»…

Ieri il Capo dello Stato, commentando le assenze ai festeggiamenti (e in particolare quella del ministro dell’Interno) si è limitato ad un rammaricato «dovete chiedere a lui, erano stati invitati tutti». Una reazione addolorata ma serena: e consapevole cioè del fatto che – più che con bruschi richiami all’ordine – la questione vada affrontata in sede politica e con risposte politiche. Dopo tanto parlarne, per esempio, il federalismo andrebbe finalmente ricondotto nel novero delle cose concrete – e quindi da realizzare – tirandolo fuori da quella sorta di museo delle cere dove giacciono da anni i calchi dell’elezione diretta del premier, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione del bicameralismo perfetto e via elencando di chimera in chimera.

In assenza di risposte politiche concrete e rapide, è infatti impensabile arrestare la «secessione silenziosa» che pare in atto: e che ha già concretamente prodotto, alle ultime elezioni, la conquista da parte della Lega di importanti regioni del Nord. Senza interventi che diano il senso di un visibile cambio di rotta, anche gli sforzi unitari del Presidente della Repubblica (che sabato e domenica sarà a Torino per iniziative legate al 150° anniversario dell’Unità d’Italia) non basteranno a risolvere il problema. Che si ripresenterà, il prossimo 2 giugno, magari amplificato: e inondato da lacrime di coccodrillo che certo non commuoveranno più il «popolo del Nord».

La Stampa 03.06.10

Il centrosinistra cresce

I risultati delle elezioni amministrative in Sardegna, Sicilia e Trentino Alto Adige confermano l’inversione di tendenza che si era manifestata un anno fa alle elezioni regionali e la bontà delle scelte fatte sia nelle candidature sia nella costruzione delle alleanze
Tre a due per il centrosinistra e tre province al ballottaggio. Questo è il risultato delle elezioni amministrative che hanno coinvolto la Sardegna domenica e lunedì scorsi. Discorso più complicato in Sicilia: sono andati al voto una quarantina di comuni tra cui Enna, dove il centrosinistra, nonostante abbia ottenuto il doppio dei voti degli avversari, è costretto al ballottaggio. Il Pd, alleato del SVP, si conferma in quasi tutte le amministrazioni locali nel voto del Trentino Alto Adige.

Anche in queste elezioni amministrative sono state caratterizzate dal forte astensionismo che ha toccato valori molto alti in Sardegna e più contenuti in Sicilia. A Cagliari è stato registrato un calo del 15% rispetto a cinque anni fa passando dal 62% al 47%; a Nuoro il segno meno è stato pari al 5%, dal 70,6% del 2005 al 65,1% di ieri.

A Sassari si confermata Alessandra Giudici Fogu che con il 50,7% ha sconfitto al primo turno Mariano Mameli che ha raggiunto il 41%. Nel Medio Campidano è stato Fulvio Tocco, col 55,3% ad essere eletto presidente della Provincia così come Salvatore Cherchi col 50,35%e ha vinto nel Carbonia-Iglesias. Saranno necessari i ballottaggi per conoscere i risultati definitivi nelle province di Cagliari, Nuoro e Ogliastra.

Per quanto riguarda i comuni, a Sassari, il sindaco uscente di centrosinistra, Gianfranco Ganau è stato confermato con quasi il 66% dei consensi migliorando di 8 punti il risultato di 5 anni fa. Il centrosinistra ha vinto anche a Sanluri, Tempio Pausania e Tortolì. Ballottaggi a Nuoro e Iglesias.

Per Davide Zoggia, responsabile Pd degli Enti locali, “i primi risultati che arrivano dal voto amministrativo della Sardegna sono certamente positivi: il centrosinistra cresce e inverte la tendenza che si era manifestata un anno fa alle elezioni regionali e questo conferma la bontà delle scelte fatte sia nelle candidature che nella costruzione delle alleanze. In molte province siamo avanti e ci aspettiamo un successo al primo turno in altre importanti realtà si andrà al ballottaggio dove potremo far valere le nostre idee e le nostre proposte di sviluppo della Sardegna che, con il governo regionale di Castellacci e della destra conosce una stagione di difficoltà, di scandali e di immobilismo”.

Per Silvio Lai, segretario regionale del Pd in Sardegna “le coalizioni di centrosinistra tornano ad essere competitive dopo la pesante sconfitta dell’anno scorso. Con i dati delle regionali del 2009 avremmo consegnato 7 province alla destra. La politica delle alleanze e delle coalizioni messa in campo dal Pd e dal Cs è riuscita ad invertire la tendenza e ad aumentare il consenso e oggi vinciamo per tre province a due e siamo molto fiduciosi di ottenere un risultato positivo ai ballottaggi dove si potranno riunire situazioni che, anche per la peculiare natura delle elezioni provinciali, sono andate disgiunte. L’importanza delle coalizioni è tale che se solo l’Udc, all’opposizione in Parlamento, fosse stata con noi avremmo vinto in tutte le otto province subito.
Il Pd è di gran lunga il primo partito sardo e quando -ad operazioni ultimate- sommeremo i dati delle liste civiche vedremo che abbiamo aumentato i consensi ovunque.
Anche senza aspettare i ballottaggi, il dato più significativo e incontrovertibile adesso è certamente la bocciatura del centrodestra e della Giunta Cappellacci da parte dei sardi.
Il disastro del Pdl che crolla ovunque fa riflettere e significa solo una cosa, che le bugie hanno le gambe corte e dopo un solo di anno di malgoverno i sardi hanno punito il partito del Governatore. Tantissimi sardi che in buona fede avevano dato fiducia al Governo Berlusconi hanno tirato le somme di un anno di prese in giro e di sottrazione di risorse.
Ora noi dobbiamo saper parlare anche a quegli elettori e a tutti quei cittadini che, disgustati proprio dallo spettacolo emerso in quest’ultimo periodo, hanno disertato le urne. Vogliamo tornare ad essere un’ alternativa credibile per tutti quei cittadini e chiedere il loro voto.
Sentiamo una responsabilità enorme. Vogliamo partire dall’impegno preso una settimana fa. Il Pd è il partito del lavoro e siamo impegnati con i nostri eletti a realizzare il nostro patto per il lavoro nei primi 100 giorni di amministrazione”.

Il Pd si conferma in Trentino Alto Adige. Nella regione Trentino Alto Adige i candidati e le liste del Partito Democratico, hanno ottenuto significative affermazioni confermandosi anche nei comuni chiamati al voto nel turno di ballottaggio svoltosi domenica 30 maggio.

Infatti dopo i positivi risultati ottenuti nel primo turno, a Bolzano con la rielezione del sindaco uscente Luigi Spagnolli e l’elezione dei sindaci: Giorgio Dossi a Brentonico, Vittorio Fravezzi a Drò e Adalberto Mosaner a Riva del Garda, sono arrivate le affermazioni nei comuni di Laives con Liliana Di Fede che ha ottenuto il 61,4%, di Ala con Lugino Peroni espresso dal PD, Arco con Paolo Mattei, a Mori dove è stato eletto Roberto Caliari, e Rovereto che ha eletto il giovane Andrea Miorandi, sostenuto da PD, UPT, PATT e Civica.

Il Partito Democratico ha inoltre sostenuto l’elezione del sindaco di Merano Januth Gunther della SVP e di Storo dove è stato eletto Vigilio Giovanelli.

“Accolgo con soddisfazione i risultati delle elezioni comunali in Trentino e in particolare quello di Rovereto, che ha visto il Pd prevalere con Andrea Miorandi sul centrodestra”. Lo ha dichiarato Davide Zoggia, responsabile Enti locali del Partito Democratico. “L’affermazione trentina consentirà l’avvio di un’azione riformatrice per il governo dei territori insieme alle moltissime realtà locali che il centrosinistra già governa in questa regione”. “Voglio ringraziare – ha concluso Zoggia – gli organi dirigenti, i militanti e gli elettori del Pd per l’unità e la serietà dimostrate e perché hanno reso possibile, insieme ai candidati, questi positivi risultati”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"Noi e loro più distanti", di Michele Brambilla

Di fronte al profluvio di notizie che da settimane si riversa sui giornali a proposito dell’inchiesta sulla cosiddetta «cricca» gran parte dei politici sono indotti a cedere alla tentazione di reagire con le maniere forti. L’inchiesta sta alzando il velo, più ancora che su responsabilità penali personali, sulla disinvoltura con cui un certo mondo gestisce il proprio potere, con i suoi regali agli amici degli amici e i suoi «aumma-aumma». Le «maniere forti» che i politici sono tentati di usare non consistono nella volontà di punire quel malcostume: ma nel mettere una museruola a coloro che quel malcostume lo rendono noto. Si dice infatti che tutto questo parlare di appalti e politica, di case e di massaggi, non sia altro che «macelleria mediatica». E’ il termine usato ad esempio da Guido Bertolaso, che ha negato di avere avuto in omaggio dal costruttore Anemone l’affitto di una casa. Ha naturalmente il diritto di difendersi, così come ciascuno di noi ha il dovere di non ritenerlo colpevole prima di una prova provata.

C’è però da riflettere su quanto sia giusto mettere tutte le notizie uscite in queste settimane nel pentolone della «macelleria mediatica», e su quanto sia motivata la tentazione dei politici di varare quell’ormai famosa «legge sulle intercettazioni» che a questa «macelleria» metterebbe fine.

Su questo giornale a più riprese abbiamo espresso le nostre perplessità, anzi la nostra contrarietà, a quella legge. E’ vero, abbiamo detto, che c’è stato un abuso nella pubblicazione di intercettazioni: però se passa quella legge scompariranno non solo agli abusi, ma anche le notizie. Di un’inchiesta come questa sulla «cricca», ad esempio, non sarebbe stato pubblicato un rigo.

Ora però ci pare ci sia dell’altro da aggiungere. Intanto, vien da chiedersi se sia sempre valida quella tanto invocata distinzione fra ciò che è penalmente rilevante e ciò che non lo è. Sì, è un distinguo doveroso: ma non sempre indiscutibile. Ci sono infatti anche comportamenti e atteggiamenti che non sono sanzionabili penalmente, ma che gettano una luce significativa sul modo di gestire un potere. L’inchiesta di cui stiamo parlando è diventata un caso mediatico proprio per questo: perché, al di là dei possibili reati, è emerso tutto un mondo parallelo, popolato da ministri politici e grand commis che – beati loro – trovano sempre qualcuno che a loro insaputa acquista, ristruttura, paga il canone. I favori, le amicizie di secondo e terzo grado, le raccomandazioni e pure il sesso non avranno nulla a che fare con le aule di tribunali (fino a un certo punto) ma restano comunque un altro universo rispetto alla vita più o meno agra di tanto popolo bue, alle prese con i suoi mutui, le sue liste d’attesa per un esame in ospedale, i suoi ticket. Specie ora che la crisi si fa nera e che il mondo politico è costretto a chiedere sacrifici, siamo sicuri che non siano «rilevanti» anche i comportamenti «non penalmente rilevanti» di un certo mondo?

E qui veniamo al nocciolo. In Italia, quel «certo mondo» – che poi o è quello della politica o è quello che alla politica gira attorno – è sempre stato visto come una casta la quale, invece di servire il Paese, se ne serve. Demagogia? Invidia? Luoghi comuni? Certo ci sono anche queste cose: demagogia, invidia e luoghi comuni. Ma non c’è dubbio che molte cose, o magari anche molte apparenze, abbiano sempre fatto sì che in Italia i rappresentanti del popolo non fossero popolari. Non lo erano nella Prima Repubblica, quando parlavano un linguaggio criptico che sembrava (ed era) più diretto al loro interno che non alla gente. E ancor meno lo è adesso, quando una nuova classe politica che si è autodefinita espressione della società civile ha tagliato fuori la società al punto da togliere agli elettori perfino la possibilità di scegliere gli eletti.

C’è sempre stata, in Italia, la distinzione fra un «noi» e un «loro»: e i politici erano e sono i più «loro» di tutti. Il mondo di privilegi e di arroganza che emerge dall’inchiesta-Anemone, e perfino apparenti sciocchezze come la razzia di biglietti per la finale di Champions League, non stanno facendo altro che aumentare la distanza fra quel «noi» e quel «loro». Non importa, ripeto, se su quel «loro» sia fiorita anche un’abbondante leggenda metropolitana. Importa che la distanza sia, come si usa dire adesso, percepita. Anche più che in passato, come dimostrano i dati sull’astensionismo alle urne.

Ecco perché liquidare tutto quel che sta filtrando dai palazzi di giustizia come «macelleria mediatica» è, oltre che un errore, una miopia. Mettendo il silenziatore ai giornalisti, i politici non farebbero altro che diventare ancora più «loro». Dovrebbero essere dunque i primi a favorire operazioni di trasparenza. Dovrebbero: ma non ci illudiamo che lo saranno.

La Stampa 03.06.10

"Il Cavaliere solo", di Ilvo Diamanti

Il premier è uno specialista di sondaggi. Ne conosce l´importanza, in quest´epoca senza ideologie, senza maestri e senza profeti. I sondaggi: servono a supplire a questo deficit di senso. A costruire consenso.
Per questo non tollera “rappresentazioni della realtà” in contrasto con la sua narrazione. Soprattutto in tempi difficili. Quando incombe la crisi: sulle imprese e sui cittadini. A cui si chiedono sacrifici. Lacrime e sangue. Mentre governo e parlamento sono impegnati – un giorno sì e l´altro anche – a discutere una legge sulle intercettazioni, che interessa soprattutto a lui. Personalmente.
Per questo gli saltano i nervi quando in tivù, a Ballarò, uno specialista serio, come Nando Pagnoncelli, attraverso i sondaggi di Ipsos, propone un´Italia delusa. Dal premier. Il fatto è che la nostra democrazia è fondata sull´Opinione Pubblica assai più che sul voto. E l´Opinione Pubblica si esprime attraverso i sondaggi e i media. Soprattutto la tivù. Ogni giorno. Per questo Berlusconi reagisce quando i sondaggi, attraverso i media, danno una rappresentazione dell´Opinione Pubblica – e della realtà – diversa da quella che lui vorrebbe. In contrasto con i suoi sondaggi, secondo i quali egli sarebbe amato da 2 italiani su 3. Anche se il suo partito personale, alle recenti elezioni regionali, si è fermato al 30% dei voti validi. Cioè: meno di un terzo dei due terzi degli elettori. Insomma, intorno al 20%.
Da parte nostra, ci limitiamo – come sempre – a proporre i risultati di un sondaggio condotto nei giorni scorsi. Su un campione rappresentativo della popolazione (poco più di 1000 persone). Attenti a rispettare criteri di rigore, nella rilevazione e nell´elaborazione. Indifferenti ai risultati. Non ci riguardano. Da molto tempo, d´altronde, forniscono indicazioni penose sul centrosinistra e sul Pd, in particolare. Questa volta, però, anche i dati sul premier e il governo appaiono negativi. Peggiori di quelli forniti da Ipsos. Secondo il sondaggio di Demos, infatti, la fiducia verso Berlusconi e il governo non è mai stata così bassa, dalla primavera del 2008. Dunque, da quando è in carica. Negli ultimi due anni, il premier aveva attraversato altri momenti difficili. Ma questo appare diverso. Perché non investe il “privato” di Berlusconi, ma il suo ruolo “pubblico” e di governo. Fino a ieri, gli elettori li tenevano distinti. Magari, non apprezzavano i comportamenti personali del premier, ma approvavano l´operato del governo. Oggi molto meno. L´azione del governo è valutata con un voto “sufficiente” (6 o più) da poco più 4 elettori su 10. Il dato più basso da due anni. Un orientamento analogo a quello verso Berlusconi, giudicato in modo “positivo” o “sufficiente” dal 43% degli elettori: 6 punti in meno rispetto a 4 mesi fa e quasi 10 rispetto a un anno fa. Ma, soprattutto, 7 meno di un mese fa. Quando superava, comunque, il 50%.
È come se, all´improvviso, si fosse spenta, o almeno, abbassata la luce. Su di lui. E sul Pdl, stimato intorno al 33% dei voti. Perché la confidenza verso Giulio Tremonti appare, invece, molto elevata. Di quasi 10 punti superiore a quella del premier. Anche se la manovra finanziaria è giudicata negativamente dalla maggioranza dei cittadini. Ritenuta squilibrata e poco equa. Sfavorevole, soprattutto, per i dipendenti pubblici e, in minor misura, privati. Gli italiani rimproverano al governo, in particolare, di aver mentito loro. Fino a ieri. Sottovalutando – ad arte – il peso della crisi, per ragioni di consenso. Da ciò l´improvvisa svolta emotiva dell´opinione pubblica. Che punisce Berlusconi, ma non Tremonti. Distinguendo le responsabilità di chi ha imposto la manovra economica. Senza pietà. Da quelle di chi ha cercato di nasconderne, fino a ieri, l´urgenza e, soprattutto, i costi. In modo pietoso.
Il giudizio degli italiani è aggravato dalla legge sulle intercettazioni, attualmente in discussione al Parlamento. Verso la quale il dissenso è ampio. Anche tra gli elettori del centrodestra. La reputano negativamente quasi metà dei leghisti e un terzo della base del Pdl. Le riserve sono ancor più larghe in merito agli effetti. Gran parte degli italiani, infatti, ritiene che favorirà gli affari dei politici e dei potenti invece della privacy dei cittadini. Che ostacolerà le indagini sulla criminalità organizzata. E se anche ponesse limiti all´invadenza dei media, ne ridurrà sensibilmente l´autonomia e la libertà. In questa fase, è cresciuta anche l´insofferenza verso la corruzione: oltre 8 cittadini su 10 la ritengono diffusa quanto o di più rispetto ai tempi di Tangentopoli. Si è, inoltre, allargata la convinzione che il governo non stia facendo abbastanza, su questo fronte.
Così Berlusconi è costretto a inseguire troppi fronti. A recitare troppe parti, nello stesso tempo. Contro nemici, che cambiano di giorno in giorno. Ieri: i pessimisti, trattati da anti-italiani. Mentre oggi è intento a predicare sacrifici. Difficile apparire credibile. Anche per lui. Zelig. Attore nato.
Per sua fortuna, l´opposizione politica continua a dimostrarsi debole. Soprattutto il Pd. Mentre l´Idv e l´Udc, nelle stime di voto, si rafforzano. Tra i leader, il presidente della Camera, Fini, ha perduto consensi. Ma resta il più apprezzato dagli italiani. Insieme a Tremonti, nel quale gli elettori confidano e cercano sicurezza, in questa crisi. Così, nel centrodestra, la delusione si concentra sul premier. E sul Pdl. Mentre gli altri – intorno a lui – si mostrano in buona salute (dal punto di vista del consenso). Fini, Bossi, la Lega. E, soprattutto, Tremonti. Per questo, Berlusconi appare irritabile. E molto solo. Anche se lo è sempre stato. Anzi, se ne è fatto vanto. Lui: estraneo alla politica politicante, che affligge i suoi alleati e il suo stesso partito personale. “Commissariato”, come si è lamentato di recente. Senza potere, commissariato dai gerarchi. Lui, orgogliosamente solo. Ma dalla parte degli italiani. I quali, irriconoscenti come i tifosi del Milan, oggi, non sembrano più intenzionati ad alleviare la sua solitudine. Ad assecondare la sua irreale narrazione della realtà.

La Repubblica 03.06.10

"Bella ciao" al ministero alunni censurati dalla preside, di Laura Mari

Fuori programma di una scuola media. La dirigente scolastica: deplorevole, si scusino. Il Pd: lei offende la Resistenza. A fine concerto, pensando di fare cosa gradita, hanno improvvisato le note di “Bella Ciao” davanti ai rappresentanti del ministero dell’Istruzione. Ma il fuori programma degli studenti di una scuola media di Roma ha scatenato la reazione indignata della preside. E il Pd insorge, con un’interrogazione parlamentare, contro la dirigente scolastica, sostendo che “”Bella ciao” è un simbolo dei valori che stanno alla base della nostra convivenza civile, della nostra costituzione, della nostra Repubblica nata dalla Resistenza”.
Protagonisti dell’episodio sono gli alunni dell’istituto Giuseppe Gioacchino Belli. Gli studenti che compongono l’orchestra della scuola, il 27 maggio sono stati invitati ad esibirsi alla presenza del sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza, del capo della segreteria del ministro, Pasquale Capo, e di due direttori generali del ministero. Al termine del concerto, i ragazzi hanno deciso di concedersi un fuori programma e hanno accennato le note di “Bella ciao”. L’iniziativa non è piaciuta alla preside dell’istituto Belli, che in una lettera inviata a tutti i docenti, agli alunni e alle famiglie, ha espresso la sua amarezza per quello che definisce “un atto deplorevole, di certo non una semplice ragazzata”.

Una reazione contro cui polemizzano i deputati Pd Maria Coscia e Walter Verini, che in un’interrogazione al ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini chiedono quali provvedimenti intenderà prendere il ministro contro la preside.

Nella lettera, la dirigente dell’istituto Belli ha rimproverato gli alunni sottolineando che “non vanno mai dimenticati i doveri verso chi ospita, a cui ci si deve rapportare con rispetto”. Parole che hanno sorpreso a loro volta genitori e alunni. La preside però è convinta che il suo richiamo sia stato doveroso. “Sollecito gli adulti a scusarsi – ha scritto nella lettera – e far capire agli studenti che, se è giusto e importante esprimere le proprie convinzioni, è altrettanto giusto e importante non assumere iniziative che travalicano i limiti del rispetto delle persone, della correttezza e del buon gusto”.

La Repubblica 02.06.10

"Festa della ricerca pubblica oggi Si mobilitano Isae, Ispesl e Inseam", di Roberto Ciccarelli

Stralciati gli enti culturali dalla manovra, si riapre il capitolo degli enti di ricerca. La manovra finanziaria sopprime l’Istituto di studi e analisi Economica (Isae), l’Istituto nazionale di studi di architettura navale (Insean), l’Istituto superiore per la Prevenzione e la sicurezza del Lavoro (Ispesl), l’Ente italiano della montagna (Eim). Contrariamente alle bozze circolate, l’Istituto degli affari sociali (Ias) confluirà nell’Istituto per la formazione dei lavoratori (Isfol), anch’esso entrato per qualche ora nel mirino di Tremonti, poi miracolosamente salvato. Come gli altri enti che gravitano attorno al Cnr: Inaf, Ice e Ogs.
Grande è lo stato di agitazione in piazza indipendenza a Roma, dove oggi pomeriggio gli enti di ricerca si sono dati appuntamento per una «festa» di protesta. Qui ha sede l’Isae, l’istituto che si occupa della previsione e dell’elaborazione degli indicatori del clima di fiducia delle famiglie e delle imprese italiane. Ci lavorano 100 persone tra ricercatori, tecnologi e amministrativi, più 15 precari. Il suo costo è di circa 10 milioni di euro. L’abrogazione e la sua confluenza nel Ministero dell’Economia comporterà un risparmio di 137 mila euro, cioè la somma degli stipendi del Presidente, del Cda e dei revisori dei conti. Una cifra talmente irrisoria che non trova una giustificazione economica se non, dicono i ricercatori mobilitati, nella volontà di sopprimere una voce indipendente.
Negli ultimi mesi, infatti, l’Isae ha denunciato la radicalizzazione della crisi dati alla mano, cosa che evidentemente non è piaciuta ad un governo impegnato fino a 10 giorni fa a sostenere il contrario. Dopo avere respinto l’epiteto insultante, ma tanto di moda nei palazzi governativi, di «ente inutile», il presidente Alberto Majocchi ha ricordato in un duro comunicato che la prima decisione presa dal neo-primo ministro inglese David Cameron è stata la creazione di un «cane da guardia» che attesta lo stato dell’economia in maniera indipendente. In Italia, invece, si sceglie di sopprimerlo.
L’Inseam è un centro di eccellenza a livello mondiale con base nel quartiere romano di Spinaceto. È specializzato in idrodinamica applicata al campo navale. Il 30 per cento del budget annuale viene reperito sul mercato grazie a commesse della Boeing, Finmeccanica o Rolls Royce. Questo significa che, una volta abrogato questo ente che ha testato le barche italiane che partecipano alla Coppa America, tutti i ricercatori (140) che lavorano senza oneri per lo Stato torneranno a gravare sul ministero dei Trasporti.
Il caso dell’Ispesl è ancora più clamoroso. È l’ente più grande, vanta un bilancio di 90 milioni ed è commissariato da due anni. Anche in questo caso l’abolizione permetterà di risparmiare sul costo dei dirigenti. Le altre spese non varieranno. Sui 1400 dipendenti, 540 sono ricercatori precari. Una realtà che avvicina l’Ispels a molti altri enti di ricerca nei quali un terzo del personale si trova nella stessa situazione. Gran parte di queste persone hanno il contratto in scadenza a giugno. Il nuovo ente di riferimento, l’Inail, in che modo affronterà la situazione?
Grande è ancora il caos generato dalla roulette russa del Ministero dell’Economia. L’unica certezza che emerge da una manovra che ristruttura il 40 per cento degli enti di ricerca italiani è la dispersione di competenze scientifiche decennali, la mortificazione della libertà di ricerca, l’impossibilità sancita dal governo di uscire dalla crisi investendo su ricerca e innovazione.

Il Manifesto 02.06.10