Latest Posts

"La guerra di Bossi per salvare le province", di Gad Lerner

Minacciando la guerra civile in caso d´abolizione della provincia di Bergamo, quel grande statista che risponde al nome di Umberto Bossi vuole solo ricordarci cos´è per lui la politica.
O vuole ricordarci, per meglio dire, cos´è per lui l´antipolitica: rappresentanza di interessi locali, ammantata d´ideologia tradizionalista.
Ovviamente la provincia di Bergamo (più di un milione di abitanti) non corre pericolo di essere abolita; e resterà a presiederla un senatore leghista con doppio incarico e doppio stipendio. Il cumulo di poltrone non imbarazza affatto il partito di Bossi, anzi, rientra appieno nelle sue modalità di espansione. Pure a Brescia, Sondrio e Biella i presidenti di provincia leghisti sono parlamentari, eurodeputati o sottosegretari. Mentre gli altri nove (Cuneo, Varese, Como, Lodi, Treviso, Vicenza, Venezia, Belluno, Udine) cumulano volentieri ruoli da sindaco o presidenze di società autostradali e fieristiche.
Se dunque la Lega rifiuta di liquidare le province come enti inutili, ciò si deve non certo alla mitologia del “territorio”, bensì a un disegno di consolidamento delle sue burocrazie locali: una classe dirigente amministrativa che utilizza anche la presenza a Roma per restare abbarbicata alla tutela di meri interessi localistici. A prescindere da qualsivoglia visione nazionale.
Altro che federalismo, la moltiplicazione dei centri di spesa asseconda le più variegate spinte separatiste e genera sempre nuove clientele che aspirano a trarre vantaggio dalla disunità d´Italia. Sembra quasi che un preoccupante fervore egoistico autorizzi i notabili a sbizzarrirsi con la fantasia, ridisegnando la carta geografica della penisola secondo convenienza, ben oltre i confini meridionali (inventati e flessibili) della Padania. È di questi giorni la notizia che il Pdl di Benevento, escluso dalla ripartizione degli assessorati regionali campani, minaccia l´addio a Napoli per dare vita, con Campobasso, niente meno che a una nuova regione denominata Molisannio. Un´assurdità? Forse, ma incoraggiata dal crescente peso governativo di un partito che nel suo statuto, articolo 1, proclama la finalità dell´”indipendenza della Padania”.
C´è poco da scherzare su questa dissoluzione in corso dei partiti nazionali, accelerata da sempre più frequenti scissioni locali (ci sono già due Pdl in Sicilia e a Bolzano). Quando la contesa per la spartizione delle risorse pubbliche per garantirsi il consenso si avvale di pretesti folkloristici, di recriminazioni campanilistiche e di strumentali richiami alla tradizione, la tendenza centrifuga rischia di farsi inarrestabile. Ma soprattutto è il contesto di crisi dell´Unione europea a preannunciare effetti dirompenti. Si illude chi scommette che il ritorno alla stagione dei nazionalismi conduca al ripristino della sovranità degli Stati pre-esistenti. La sofferenza dei governi costretti dall´Ue a manovre di stabilità di bilancio impopolari, rischia al contrario di farli soggiacere o travolgere dalle spinte dell´antipolitica e delle piccole patrie.
Sul vecchio continente soffia un vento sinistro di frantumazione, di cui il leghismo italiano rappresenta solo un episodio. La crisi del governo Leterme, in Belgio, rischia di sancire l´irreparabilità della frattura tra i partiti fiamminghi e francofoni che ormai ipotizzano apertamente una separazione statuale. Mentre la destra vittoriosa nelle recenti elezioni in Ungheria riaccende le controversie territoriali con i paesi limitrofi, decidendo di assegnare il passaporto di Budapest alle minoranze magiare che vivono oltreconfine. La reazione della Slovacchia (un paese, non dimentichiamolo, nato da una recente secessione dalla Cecoslovacchia) rischia di essere altrettanto minacciosa, dando luogo a una vera e propria guerra dei passaporti. Non conforta sapere che gli estremisti Jobbik, forti del 18% dei consensi, pretendano di partecipare alle sedute del Parlamento ungherese indossando la divisa della loro Guardia nazionale disciolta in quanto milizia para-militare. Il monito della tragedia dei Balcani risuona inascoltato in un´Europa percorsa da tensioni xenofobe, miraggi separatisti, pseudo-irredentismi, miti reazionari.
Il cemento delle nazioni, reso friabile dalla loro mancata unione politica, ora è sottoposto alle scosse monetarie. Sui mercati c´è chi specula preconizzando che l´euro non sopravvivrà alla tentazione tedesca di ripristinare un´area di moneta forte, autonoma dai paesi abituati a sopravvivere con le svalutazioni. È chiara a tutti la spaccatura che questo scenario determinerebbe fra Italia settentrionale e Italia meridionale.
Berlusconi addebita ai vincoli imposti dall´Unione europea – per l´ennesima volta additata agli italiani come “nemico esterno” – una manovra resa obbligatoria dal nostro enorme debito pubblico. Bossi impone al governo la salvaguardia delle sue casematte di potere sul territorio, confidando di rafforzarle con il federalismo fiscale. I partiti nazionali vengono soppiantati da amministratori che fondano sul localismo il loro consenso. Ma in tutto ciò è l´idea della politica come governo armonico degli interessi e degli squilibri a venire meno. Il centocinquantesimo anniversario dell´Unità d´Italia rischia di essere celebrato in un clima di dissoluzione nazionale. Più che una classe dirigente, la destra al governo sta coltivando una generazione di potentati rivali, non così dissimili dagli staterelli preunitari.

La Repubblica 28.05.10

"I docenti ci rimettono duemila euro lordi", di Paolo Pergolizzi

Manovra finanziaria, la stangata peggiore potrebbe arrivare a carico dei 7mila dipendenti della scuola reggiana. Insegnanti e personale amministrativo, se la bozza di manovra verrà confermata, si vedrebbero bloccati per tre anni anche gli scatti di anzianità, unica forma di progressione degli stipendi nella scuola. Elvira Meglioli, della segreteria Flc-Cgil, accusa: «Letta dice che rischiamo di fare la fine della Grecia? Beh, guardi, il taglio di stipendio a carico del personale della scuola è sui livelli di quanto il governo ha fatto in quel Paese. Bloccare per tre anni gli scatti di anzianità al personale, significa far perdere 2mila euro lordi l’anno in busta paga». CALCOLANDO che un dipendente pubblico, in media, perderà 530 euro lordi l’anno da questa manovra per effetto del congelamento dei contratti, vorrebbe dire circa 2mila e 500 euro in meno l’anno, ovvero circa 200 euro al mese. Aggiunge la signora Meglioli: «Gli scatti di anzianità sono sei, nella vita di un docente. Congelarli vuol dire che tu, quei tre anni, li hai persi per sempre. Bisogna poi calcolare che tutto questo andrà ad incidere anche su Tfr e pensione». Se i 7mila dipendenti della scuola reggiana piangono, non stanno certo meglio gli altri 10mila dipendenti pubblici reggiani. Loro gli scatti di anzianità non li hanno già più, ma la prospettiva di perdere 1.600 euro lordi in un triennio, a causa del congelamento della contrattazione, non li fa certo dormire sonni tranquilli. MAURO Puglia, segretario della Funzione pubblica della Cgil, afferma: «Siamo assolutamente decisi a contrastare queste scelte. Un blocco di tre anni nella contrattazione, significa pregiudicare anche il triennio contrattuale successivo. C’è poi una cosa che non abbiamo capito: il governo fa riferimento al montante economico individuale del lavoratore per il 2009. Questo significherebbe che, per tre anni, il dipendente dovrebbe percepire sempre questa cifra. Vuole dire non toccare più le indennità, la produttività, gli straordinari e tutte le altre voci. Facciamo un esempio: un infermiere del Santa Maria Nuova, che nel 2009 ha fatto pochi notturni e pochi straordinari, potrebbe percepire lo stesso stipendio anche nei tre anni successivi, pure se farà più notturni e straordinari. Speriamo che non rimanga così e che il governo si riferisca esclusivamente al rinnovo contrattuale». DALLA Cgil fanno poi notare altri aspetti della manovra, come l’irrigidimento del patto di stabilità che «avrà effetti molto pesanti sulla sanità pubblica e sui servizi pubblici» e come il fatto che «la liquidazione sarà pagata, se la manovra andrà in porto, in 180 giorni e in tre rate». Il «pacchetto» previsto dal governo prevede poi tagli del 5-10% agli stipendi di 90-130mila euro, blocco del turn-over e, per le donne, una strada più veloce (un anno in più ogni 18 mesi, anziché 24) verso l’uguaglianza con gli uomini dell’età pensionabile (65 anni). L’esercito del pubblico impiego è quello colpito maggiormente dalla manovra da 24,9 miliardi approvata dal governo. E’ stato proprio lo stesso premier Berlusconi a spiegare che è stata presa «in quanto negli ultimi dieci anni le retribuzioni dei dipendenti pubblici sono cresciute molto di più di quelle dei lavoratori privati, senza avere rischi di licenziamenti o di cassa integrazione».

Il Resto del Carlino/Reggio E. 28.05.10

Il gelo degli imprenditori sul Cavaliere "dimezzato", di Alberto Statera

Il premier parla a una platea di «colleghi» imprenditori per la prima volta perplessi se non disincantati di fronte al suo pacato pallore oratorio. La manovra tremontiana è corretta, va bene per rallentare la spesa e arginare l´evasione «ma non basta», ha ripetuto come un mantra Emma, forse inconsapevolmente replicando il classico topos «benaltrista» del vecchio Partito comunista italiano («Ci vuole ben altro», risuonava spesso alla fine dei Comitati centrali) sullo sfondo del Politburo confindustriale nel quale per la prima volta, tra gli anziani, spiccava, l´esile figura del giovane John Elkann.
Come stanco del solito copione dell´ottimismo a tutti i costi, quasi spento, il premier ha «regalato» a Emma il discorso scritto e ha tentato quel che di solito gli viene meglio: la divagazione forte e spiazzante, capace fin qui di infiammare le conformiste platee confindustriali. Arrabbiato era arrabbiato, mentre Emma parlava, si agitava sulla sedia e sbuffava: ma che vogliono, gli abbiamo dato tutto, la manovra l´abbiamo fatta con loro. Ma stavolta è come se l´adrenalina l´avesse tradito o se la sintonia con una parte importante del suo popolo avesse subìto un improvviso vulnus ai tempi della crisi globale. La manovra di Tremonti nasce con la Confindustria, con la Cisl e la Uil, ma da imprenditore e da presidente del Consiglio – garantisce un premier terreo, ma composto e verbalmente misurato – so che «non basta».
Sottoscrive a malincuore il «nonbastismo» confindustriale. Per questo ha offerto a Emma il ministero delle Attività produttive, che Scajola ha dovuto lasciare travolto dalle imprese della Cricca. «Se la volete ministro alzate la mano». E qui si consuma forse, nel deserto di tre braccia timidamente sollevate in una sala popolata di tremila anime, la fine di un´epoca. Quella che da Vicenza in poi vide consessi frementi applaudire al tempo stesso critiche motivate e apodittiche affermazioni di inesistenti successi lanciate dal premier.
Gelo sul tavolo del Politburo, sguardo verso le scarpe in prima fila del governatore della Banca d´Italia Mario Draghi, che aveva applaudito ripetutamente la relazione marcegagliesca, mentre ironizza in milanese stretto Fedele Confalonieri. Si compiace per la generosa proposta presidenziale soltanto Paolo Scaroni, regnante sull´Eni, ma alla ricerca di nuova collocazione e forse, in qualche ambulacro dell´Auditorium, Paolo Romani, detto «il sottosegretario di famiglia», non solo per la cura delle televisioni, ma anche perché assessore al comune di Monza, dove si occupa della valorizzazione dei terreni della famiglia Berlusconi, il quale spera di succedere a Scajola.
Interessanti quelle tre isolate mani sollevate nell´immenso Auditorium mentre il premier decreta «allora non ve la potete prendere con quei poveracci che stanno al governo» e invita i presenti a leggere il libro «Il governo del fare». Il più evidente sobbalzo berlusconiano, braccio a braccio in prima fila con Luca Montezemolo, era stato quando la presidente, osando dubitare della mistica del fare, aveva scandito: «Se la maggioranza dovesse ridursi, per litigi e divisioni, all´impotenza si chiuderebbe nell´insuccesso la lunga promessa di una politica del fare». Per il resto erano scivolati via solo con qualche sbuffo di fastidio i cento «Non basta». Non bastano il rafforzamento del fondo di garanzia, la moratoria sui mutui, i tavoli con il sistema bancario, il fondo per la capitalizzazione delle piccole e medie imprese. Non basta mettere in ordine i conti pubblici senza riforme strutturali. Non bastano le liberalizzazioni nel commercio e nelle professioni, tema sul quale Emma evoca addirittura «un´opposizione dura», con la Confindustria che non esiterà a «mettersi di traverso». Non basta neanche la sforbiciata data ai costi della politica, «soltanto un buon inizio». E – figurarsi – non basta neanche lo pseudofederalismo tremontian-leghista. Emma comunque non va e non ha mai pensato per un momento di andare con Berlusconi. Perché i suoi non la lasciano, nonostante le frizioni interne nascoste con voti bulgari, o perché questo governo «non basta»?
E´ come se nella Sala Santa Cecilia l´antipolitica abbia cominciato a scalfire persino l´icona dell´imprenditore-politico che ne ha fatto il «teatrino» di tutte le nefandezze, proponendosi come l´alternativa imprenditoriale. In due ore di banali filmini amatoriali (ma quanti soldi hanno assorbito dei 506 milioni che costa ogni anno la burocrazia confindustriale?), di rievocazioni storiche del simpatico professor Valerio Castronovo, nei dieci minuti di pallida performance del premier deluso dal suo popolo d´elezione, l´unica vera ovazione è scattata quando la presidente ha detto: «La politica dà occupazione a troppa gente ed è l´unico settore che non conosce crisi o cassa integrazione». E subito ci ha collegato un appello: «Nessuna fornitura e appalto deve più avvenire senza una gara pubblica. Basta con lavori e commesse ad amici e compari a prezzi gonfiati». Difficile scorgere l´espressione del sottosegretario Gianni Letta, campione con Guido Bertolaso dei «Grandi eventi». Ma come sempre sarà stato sorridente e pensoso.
Presa dal «nonbastismo», Emma ha dismesso ieri il «qualchecosismo», come lo chiamava Francesco Saverio Nitti, riferendosi a quelli che comunque «bisogna fare qualcosa». A Berlusconi non è andata proprio giù. Ora si accettano scommesse sul solito convegno dei Giovani a Santa Margherita Ligure fra due settimane. Gira voce che ci sarà il presidente Giorgio Napolitano, ma che il presidente Berlusconi, deluso, diserterà i nipotini ingrati.

La Repubblica 28.05.10

******

“Imprese, gelo su Berlusconi. Lui cita il Duce: non ho poteri”, di Bianca Di Giovanni

«Come vedreste Emma (marcegaglia, ndr) a darmi una mano al ministero dello Sviluppo? Come la prenderanno in Confindustria? Alzi la mano chi dice sì». Silvio Berlusconi vorrebbe tornare ai suoi toni eroici, fatti di battute e slogan sostenuti da boatti di approvazione, davanti all’assise annuale di Confindustria. Così davanti alla platea riunita all’Auditorium – quest’anno più «ricca » vista l’occasione dei cento anni dell’Associazione – tenta ancora la carta dello scherzo. Ma sono in pochi a ridere, e ancora meno quelli che rispondono al suo invito: solo un paio di mani alzate . La battuta è tutta fuori tempo: nella grande sala c’è un gelo imbarazzato. Gli imprenditori restano freddi durante tutto il suo intervento, in cui peraltro il premier mostra la corda più volte.
Offre di sé l’immagine di un uomo stanco («cara Emma, sono vecchio non riesco a seguire bene le immagini », esordisce), chiede aiuto («conoscete l’indirizzo di Palazzo Chigi, se qualche imprenditore vuole venire a darci una mano…»), sulla manovra ammette che «è difficile tagliare le spese». Tenta di replicare a quell’attacco sferzato senza esitazione dalla presidente degli industriali contro la (mala) politica, a quel verdetto senza appello che Marcegaglia emette. «Se la maggioranza dovesse ridursi, per litigi o divisioni, all’impotenza – aveva declamato la presidente – si chiuderebbe nell’insuccesso la lunga promessa di una politica del fare». Parole come lame acuminate, che sembrano presagire un fallimento politico complessivo del berlusconismo. E lui, in trincea a difendersi. «C’è qui Fini – dichiara facendo un cenno alla prima fila dove siede il presidente della Camera – e noi vi garantiamo che nei voti alla Camera la maggioranza sarà coesa». Qualche tempo fa sarebbe bastato un suo cenno, una sula parola: e forse neanche quella. Ma ora le imprese sono stanche. «Non incanta più» dice qualcuno. Soprattutto quando ripete i clichés ormai più che decennali. Come il «tradizionale: «Non potete prendervela con il governo. Noi siamo dei poveracci e abbiamo ereditato una situazione di decenni precedenti». La linea dell’irresponsabilità, dell’impossibilità a proseguire sulla strada del «governo del fare», delle mani legate. Stesso oerientamento espresso anche qualche ora più tardi a parigi. Citando Mussolini – «persona ritenuta un grande dittatore», si perita di specificare – Berlusconi dichiara: «Io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma niente altro ». Gli ostacoli al suo potere (assoluto) sarebbero tutti i dissenzienti: opposizione e soprattutto alleati non allineati. Nonostante tutto, tuttavia, il premier si ritiene ancora «in una posizione fortunata», sostiene, visto che ha ancora «il 60% dei consensi. In casa confindustriale non sembrava proprio. Marcegaglia approva l’ultima manovra («di Tremonti» dichiara), ma chiede di più. Invoca riforme strutturali e sferra un attacco frontale al mondo della politica, incassando l’applauso più lungo. «Diciamolo chiaro: la politica dà occupazione a troppa gente in Italia – declama – Ed è l’unico settore che non conosce né crisi, né cassa integrazione ». Il messaggio di fondo che parte dalle imprese punta dritto a un nuovo corso, ispirato alla concordia nazionale e sociale. Basta liti, basta contrapposizioni. Di fronte all’emergenza serve altro. Sul fronte del lavoro si chiede un patto allargato a tutte le forze in campo. «Serve una grande assise dell’Italia delle imprese e lavoro – dichiara Marcegaglia – Incontriamoci subito, entro l’estate, con l’obiettivo di una grande intesa per la crescita». L’appello è rivolto anche a chi non ha siglato l’ultimo accordo sul modello contrattuale: la Cgil. Senza il sindacato di Epifani è impossibile cambiare l’Italia – spiegano fonti interne alla struttura – per questo la presidente rivolge l’ennesimo invito a una nuova unità. Ma l’«abbraccio » invocato sul fronte del lavoro, ha il suo «omologo» politico. Quella presa di distanza dalle contrapposizioni spalanca la strada alle ipotesi del Palazzo su un futuribile governo di unità nazionale. «Davanti alle scelte difficili che dovremo compiere – aggiunge la presidente – non ricomincino i soliti giochetti. Dell’opposizione e di parti della maggioranza. Serve unità nazionale, senso del Paese, fare cose per il bene del Paese». I radicalismi sono banditi. Eppure dal tramonto del berlusconismo si salva proprio la sua anima più radicale. Quella leghista, a cui anche ieri le imprese hanno strizzato l’occhio

L’Unità 28.05.10

"Quelle misure che colpiscono alla cieca", di Luca Ricolfi

Non c’è manovra finanziaria varata da un governo, di destra o di sinistra, che non venga accusata di iniquità. I tagli di spesa e le misure anti-evasione, ripetiamo ogni volta, non sono selettive, colpiscono alla cieca, e quindi sono fondamentalmente ingiuste e inefficaci. Sì, è vero, e questa manovra non fa eccezione. Ma vogliamo chiederci perché?
A mio parere ci sono due ragioni distinte per cui le cose vanno così. La prima ragione ha a che fare con il tempo. I nostri politici sono abituati a varare le manovre finanziarie in poche settimane, avendo chiara soltanto l’entità della correzione da effettuare. Ma la stragrande maggioranza delle misure di cui da anni e anni si discute, a partire da quelle di riduzione degli sprechi, per essere efficaci richiedono un tempo di preparazione enormemente superiore a quello che i politici si danno.

Da alcuni anni mi occupo di sprechi nella Pubblica amministrazione, e vi posso assicurare che per costruire un indice di «virtuosità» o di efficienza delle Regioni, dei Comuni, degli atenei, delle Asl o dei tribunali ci vuole un lavoro enorme. Bisogna raccogliere i dati di base secondo schemi uniformi, bisogna essere in grado di riceverli tempestivamente (anziché con 2-3 anni di ritardo), bisogna costruire dei modelli matematico-statistici per analizzarli, bisogna discutere a fondo con utenti ed amministratori per capire i problemi anche in modo qualitativo, dal vivo e dall’interno. In breve ci vuole un’infrastruttura di conoscenza molto analitica, molto dettagliata, molto precisa. E per produrre una simile infrastruttura ci vuole tempo, parecchio tempo, diciamo almeno due anni. Un ceto politico consapevole di questo, un paio di anni prima delle elezioni comincerebbe a preparare decine di dossier e di piani di intervento per mettersi in condizione, una volta al governo, di realizzare le cose che promette in campagna elettorale. Invece non solo questo non accade prima, ma non accade nemmeno dopo la vittoria elettorale. Nonostante il fatto che di federalismo, di lotta agli sprechi e all’evasione fiscale si parli ormai da almeno quindici anni, e a dispetto dell’impegno di piccoli gruppi di amministratori e di studiosi, l’infrastruttura di conoscenza necessaria per governare il fisco e ridurre gli sprechi oggi in Italia non esiste. E quando la conoscenza di dettaglio manca, è impossibile fare interventi davvero mirati, selettivi, chirurgici. Scattano i cosiddetti «tagli lineari»: tot% sui ministeri, tot% sui Comuni, tot% sulle Regioni, tot% sui parlamentari. E’ come curare un tumore con la chemioterapia: si colpisce tutto l’organismo, e quindi anche il tumore.

Di qui la sensazione di iniquità. Le parti sane dell’organismo sociale non capiscono perché vengono colpite, e la loro giusta protesta si mescola alle lamentele di chi vuole solo conservare privilegi, o non ha la minima intenzione di abbandonare i propri vizi, o non è disposto a fare alcun sacrificio per il bene comune. E la manovra rivela la tipica struttura di tutte le manovre affrettate: i provvedimenti più ragionevoli (come i sacrifici richiesti alla politica) sono i meno capaci di generare risparmi, i provvedimenti più capaci di generare risparmi (come i tagli generalizzati ai bilanci di Regioni e Comuni) sono i più irragionevoli.

C’è però anche una seconda ragione per cui la manovra appare iniqua. Ed è che essa non solo non fa quello che, anche volendo, non potrebbe comunque fare per mancanza di progetti dettagliati, ma non fa nemmeno quello che sarebbe alla sua portata con le poche informazioni di cui già disponiamo. Mi spiego con un esempio: per eliminare le storture di ogni singolo territorio (sprechi ed evasione fiscale) ci vorrebbe uno studio ultra-analitico, comune per comune e servizio per servizio, che al momento non c’è. Ma per territori sufficientemente vasti (Regioni e Province) i dati ci sono. Noi sappiamo già, con notevole precisione, quali sono i territori che evadono e sprecano di più. Ci sono studi dell’Agenzia delle entrate, ci sono lavori di università e centri di ricerca, e tutti concordano nel disegnare una certa mappa dell’Italia, regione per regione e qualche volta provincia per provincia. Una manovra equa dovrebbe tenerne conto, dandosi obiettivi rigorosamente territoriali. Sia i tagli alle spese, sia i recuperi di evasione, non dovrebbero essere uniformi, ma tenere conto di quel che già si sa. Non è esatto quello che ha detto Berlusconi: «Siamo vissuti al di sopra dei nostri mezzi». La realtà è che alcuni territori sono vissuti al di sopra dei propri mezzi, altri al di sotto. Gli squilibri fra quel che un territorio dà e quel che riceve sono impressionanti: fatto 100 il reddito prodotto sul mercato, il cittadino lombardo consuma 50, quello calabrese 113. L’intensità dell’evasione fiscale in Lombardia è pari il 12%, in Calabria l’85%. Le false pensioni di invalidità costano alla collettività 8 miliardi di euro l’anno, ma nel Lombardo-Veneto sono sotto il 10%, nelle tre regioni di mafia sopra il 50%. Non vi sembra che ci sia qualcosa che non va?

E’ innanzitutto di qui che nasce quel senso generale di ingiustizia che da un po’ di tempo avvelena il Paese. Sappiamo tutti che le cose non vanno, sappiamo anche che le responsabilità non sono distribuite in modo uniforme, ma poi quando si arriva al dunque, la manovra colpisce all’impazzata. Vedremo alla fine le cifre esatte e i criteri di ripartizione dei tagli a Regioni ed Enti locali. Ma è chiaro che se i sacrifici richiesti a Lombardia ed Emilia Romagna, le due regioni più «formiche» del Paese, dovessero essere eguali a quelli richiesti a Calabria e Sicilia, le due regioni più «cicale» del Paese, allora dovremmo trarne un’amara conclusione: il federalismo è morto prima ancora di cominciare. E a seppellirlo non sono stati i suoi nemici storici, bensì un governo di cui la Lega è una componente fondamentale.

La Stampa 28.05.10

Il PD dell’Emilia – Romagna contro la “legge bavaglio”

Prende il via questo fine settimana la mobilitazione del PD a difesa della libertà di informazione e della sicurezza dei cittadini. Un taccuino il simbolo della campagna. E’ un taccuino, con l’articolo 21 della Costituzione in copertina, il simbolo della campagna di mobilitazione contro la “legge bavaglio” lanciata dal Partito Democratico dell’Emilia – Romagna.
A partire da questo fine settimana in numerose piazze, feste e circoli della regione i cittadini potranno firmare la petizione contro il Ddl sulle intercettazioni e ricevere il taccuino ideato dal PD dell’Emilia – Romagna.
“il Ddl sulle intercettazioni – spiega Stefano Bonaccini, segretario regionale del PD – non ha nulla a che fare con la tutela della riservatezza personale. Vogliono limitare pesantemente la libertà di informazione – continua il segretario – a tutela degli interessi dei potenti. E’ un vero e proprio bavaglio – aggiunge – che compromette la capacità investigativa della magistratura e indebolisce le forze dell’ordine nel contrasto alla corruzione e alla criminalità. La democrazia non vuole censure – conclude Bonaccini – è sulla base di questo principio che il Partito Democratico dell’Emilia – Romagna ha deciso di lanciare la sua campagna di mobilitazione”.

Lagrime e sangue

Nelle analisi di Loretta Napoleoni e di Paolo Leon i vizi e i rischi della manovra anticrisi: mortifica chi paga le tasse, premia gli evasori, lascia immutata la speculazione finanziaria. L’Unità, 27 maggio 2010.

“La bancarotta resta dietro l’angolo”, di Loretta Napoleoni
Olanda e Germania sono tra i pochi Paesi di Eurolandia che questa settimana non hanno dovuto presentare in fretta a furia misure d’austerità. A differenza dell’Italia, sulla quale sta per cadere la scure di Tremonti, queste nazioni sono solide e per ora Non corrono il rischio di essere trascinate nel gorgo dell’insolvenza. Le altre, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna e Gran Bretagna, da settimane lottano per la sopravvivenza.

La situazione è gravissima: come un de-ja-vu della crisi dei mutui spazzatura americani, solo che questa volta alla radice c’è il debito sovrano. Due anni e abbiamo raggiunto l’ultimo anello della catena di Sant’Antonio della finanza globalizzata: a chi passare il debito? Alla Banca Centrale Europea (Bce)? Improbabile. Secondo uno studio della Royal Bankof Scotland, quello accumulato da Grecia, Spagna e Portogallo ammonta a circa duemila miliardi di euro, di cui almeno un miliardo si trova nei forzieri di Eurolandia. Economisti e analisti finanziari concordano che neppure la partecipazione attiva della Germania potrebbe sanarlo. Non ci sono abbastanza soldi. Ciò significa che per evitare il crollo del sistema bancario qualcuno dovrà fallire. La prima in lizza è la Grecia. Sui mercati ormai tutti la danno per spacciata, solo la Bce le presta i soldi. I mille miliardi di euro messi a disposizione da Eurolandia non hanno convinto i mercati e senza di loro non si può procedere alla ristrutturazione del debito greco per ridurlo a cifre “pagabili”. Non rimane che la bancarotta e la successiva ristrutturazione come è successo per Argentina e Islanda. Nell’attesa che si arrivi a questa decisione e per attutire al massimo il colpo, la Bce rastrella sul mercato le obbligazioni greche, naturalmente utilizzando i soldi di noi i europei.

Salverà questo sacrificio il sistema bancario? Non è facile dirlo. Come avvenne nel 2008, i prestiti interbancari all’interno e verso Eurolandia si stanno atrofizzando, segno che i mercati temono il peggio. Il Libor, il London Interbank Offered Rate, quello al quale le banche si approvvigionano a vicenda, è risalito ai massimi del 2009, quando si temeva un congelamento totale dei prestiti interbancari. Allora intervenne la Riserva Federale, ma la Bce non ha i muscoli monetari per farlo. Fa paura pensare di essere tornati a quei momenti tragici del dopo Lehman e ancora più si teme il parallelo con la grande depressione del 1929 quando ci trovammo di fronte ad una crisi con due picchi, il secondo, quello micidiale, coincise con il crollo delle banche.

A tenere le redini del destino di Eurolandia non sono i ministri delle Finanze ma il mercato. Ed è per accattivarsi le sue simpatie che si è lanciata l’austerità, parola impronunciabile fino a poche settimane fa. Eppure da anni gli indicatori economici sono fuori dei paletti imposti dal trattato di Maastricht, solo mesi fa si sarebbero potute introdurre misure meno drastiche e improvvisate senza avere il fiato del mercato sul collo. Ma ormai lo sappiamo bene, questa classe politica lavora solo quando c’è la crisi e in gioco c’è la sua sopravvivenza, non quella del Paese che rappresenta, il resto del tempo fa spettacolo e campagna elettorale. Le misure varate rispecchiano questa triste verità. Fatta eccezione della Gran Bretagna, dove un nuovo governo di coalizione è stato da poco eletto sulla piattaforma di austerità, tutti gli altri Paesi hanno raffazzonato una serie di tagli che colpiscono quella fetta sempre più piccola della popolazione che paga le tasse e che invece bisognerebbe sostenere nei momenti recessivi. Chi negli ultimi vent’anni ha intascato più del 60%della crescita del Pil, dagli Hedge Funds al crimine organizzato, non viene toccato perché ha imboscato i guadagni, ha evaso il fisco o semplicemente opera nel mondo dell’illegalità. Ecco uno dei motivi per cui i cittadini europei questa austerità non la vogliono.

In Italia si cerca di addolcire la pillola con l’usuale propaganda: si abbattono i salari nominali e quelli sociali,ma ci si vanta di non aver aumentato le tasse. Viene spontaneo pensare che il motivo sia solo lo scarso numero di chi le paga. Si condanna l’ennesimo obbrobrio edilizio per poterlo accatastare invece di far pagare una penale salatissima a chi lo ha commesso e costringere costoro anche ad abbattere queste costruzioni come avviene in Inghilterra e nella maggior parte dei Paesi civili.

Propaganda, demagogia, austerità, neppure il bavaglio alla stampa salveranno la nostra classe politica e i loro tirapiedi dalla crisi economica. Che si tratti della tanto attesa resa dei conti?

******

“Ma la speculazione si può fermare”, di Paolo Leon

Il coro è unanime: l’Europa ci chiede di rientrare rapidamente nei parametri che legano deficit e debito al Pil per evitare il pericolo greco, e cioè la corsa speculativa contro i titoli di Stato dei paesi maggiormente indebitati o in deficit. E già non ci siamo: la speculazione guarda al deficit o al debito? In Italia dovrebbe guardare al debito, in Spagna e Portogallo al deficit, ma non è la stessa cosa, perché è molto più facile ridurre il deficit del debito. Ergo: noi dovremmo essere sotto pressione più degli altri paesi,ma non lo siamo, come mostrano i rendimenti dei nostri BOT. In realtà, sia noi sia l’Europa sembriamo ipnotizzati dalla speculazione, e non ci è offerto altro ricorso se non quello di strozzare la ripresa, far crescere la disoccupazione, ridurre ancora di più il cosiddetto modello sociale europeo (istruzione, sanità, previdenza, sussidio di disoccupazione) e la sua “tecnostruttura” (l’impiego pubblico).

Non nego che occorrano misure per ridurre la spesa pubblica o aumentare le entrate, ma queste misure sarebbero molto meno dure se, contemporaneamente, l’Europa e noi cercassimo di tagliare l’erba sotto i piedi alla speculazione finanziaria. La Germania lo sta facendo alla grande: ha appena limitato la speculazione al ribasso contro i titoli di Stato in euro commerciati nel paese, e sta per approvare una legge che allarga la limitazione ad ogni speculazione al ribasso (gli Usa l’hanno proibita fin dal 2005). Ricordo cos’è la speculazione al ribasso: si vendono titoli nell’attesa di comprarli più tardi ad un prezzo più basso, e si possono vendere titoli anche senza possederli, per ricomprarli a prezzo più basso domani e consegnarli all’originale acquirente (naked shorting); questa seconda speculazione è quella più deleteria.

Quando la Merkel ha annunciato la nuova misura, il resto d’Europa non l’ha seguita. Non esiste una Consob europea, i mercati europei sono meno regolati di quello americano, né la Banca Centrale Europea poteva imporre una propria deliberazione in proposito. Nessuno ha spiegato perché la Germania si è mossa da sola, né chi stia proteggendo in Europa la speculazione al ribasso: il Parlamento sarà chiamato a votare su un decreto legge di austerity fiscale, senza che sia stato spiegato perché si sia di fronte ad una nuova crisi finanziaria.

Il caso della Grecia è chiaramente una scusa, perché per quanto grande quel debito, si tratta pur sempre di un’infima quota del debito europeo e del patrimonio europeo. C’è un grande difetto di trasparenza in Europa, ma non sappiamo nemmeno quali posizioni abbia sostenuto a Bruxelles il nostro paese in merito alla lotta alla speculazione, né se esiste una qualsiasi azione italiana per portare in Europa le stesse riforme che Obama sta mettendo in atto su banche e società finanziarie. Il timore è che non si voglia affatto lottare e il sospetto atroce è che la manovra di restrizione sul bilancio pubblico sia vista come un’opportunità per ridurre il ruolo dello Stato, sconfiggere lo Stato sociale o, alla peggio, passati due anni, tornare a largheggiare nella spesa pubblica in tempo per nuove elezioni.

da www.eddyburg.it

Conferenza delle Regioni, Vasco Errani confermato presidente

Il presidente Vasco Errani è stato confermato all’unanimità presidente della conferenza delle Regioni e delle province autonome.
“Sono stato il presidente della conferenza delle regioni per cinque anni e mi appresto al mio nuovo mandato. Il mio modo di fare il presidente non cambierà” ha detto il governatore dell’Emila Romagna lasciando per pochi minuti la conferenza. E ha aggiunto: “Si tratta di una conferma importante che nasce da una scelta chiara che è una scelta istituzionale”. Il presidente è stato, sottolinea, “deciso dalle regioni tenendo conto che la conferenza ha un ruolo fondamentale: quello di assicurare piena autonomia e le loro prerogative alle regioni in un confronto ispirato dal principio della leale collaborazione”. Un ruolo che significa, ha aggiunto, “massima collaborazione” con le altre istituzioni ma anche “massima fermezza nel sostenere il ruolo delle regioni, a cominciare dalla manovra economica e dal federalismo”. L’impegno sarà un “impegno – ha detto ancora – fermo, forte, coerente”.

Accanto a Errani ci sarà Michele Iorio, governatore del Molise, rieletto vicepresidente della conferenza. Una novità si registra nella nomina del nuovo ufficio di presidenza che – composto dai rappresentanti di Lombardia Molise Basilicata e Calabria – deve, su proposta del governatore della Lombardia, secondo quanto si è appreso, l’ingresso di diritto del coordinatore delle regioni a statuto speciale.

“Una maggioranza di centrodestra sceglie un presidente di centrosinistra. E’ la prima volta che accade nella storia che la maggioranza politica dell’assemblea delle Regioni scelga un presidente che rappresenta la minoranza politica”. Così ha commentato il governatore del Veneto, Luca Zaia. “Qui ovviamente – ha aggiunto – siamo tutti della stessa squadra, non ci sono casacche”.
Zaia ha chiarito che Errani è stato scelto perché ha sempre avuto un ruolo super partes e che la sua conferma è “l’occasione per dare un segnale di tranquillità e distensione in questo Paese dei grandi dibattiti tra destra e sinistra”.

Già da tempo circolavano indiscrezioni sulla riconferma dell’attuale governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani alla presidenza della Conferenza anche per il prossimo mandato. Ieri sera in una nota di Palazzo Chigi il presidente Silvio Berlusconi, il ministro per le Regioni Raffaele Fitto e tutti i governatori del centrodestra, dopo una riunione a Palazzo Grazioli, avevano riferito la loro volontà di “offrire la presidenza della Conferenza al presidente uscente Errani” in vista delle importanti riforme da realizzare.

da tg24.sky.it