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Sulla chiusura ISAE e trasferimento di “funzioni” e personale al MEF, di Fernando Di Nicola*

La manovra varata dal Governo per contenere la spesa pubblica e correggere i saldi di finanza pubblica prevede, “Al fine di razionalizzare e semplificare le funzioni di analisi e studio in materia di politica economica”, la chiusura dell’ISAE (Istituto di studi ed analisi economica1), con trasferimento delle “funzioni” e del personale al Ministero dell’economia e delle finanze.
Successivi decreti di natura non regolamentare (non soggetti ad ulteriore valutazione da parte del Parlamento) fisserebbero le “risorse umane, strumentali e finanziarie riallocate presso il Ministero nonché, limitatamente ai ricercatori e ai tecnologi, anche presso gli enti e le istituzioni di ricerca”. Gli stessi decreti fisserebbero una “tabella di corrispondenza” tra le qualifiche di provenienza (tra le quali spiccano quelle di ricercatore nei vari livelli) e quelle di destinazione (Ministero).
Conviene innanzitutto interrogarsi sull’utilità, per il Governo come per la collettività, dell’esistenza di valutazioni e previsioni indipendenti e di natura scientifica nel campo della politica economica. Audizioni parlamentari e valutazioni su specifici argomenti o su provvedimenti governativi, previsioni macro e microeconomiche, progettazione di interventi di politica economica e sociale e stima dei relativi impatti, partecipazione a Commissioni di origine governativa, collaborazione con organismi internazionali2, sono tutte funzioni che hanno un senso ed un interesse se riconoscibili come prodotte con autonomia tecnica, scientifica ed organizzativa, distinte da dichiarazioni, documenti ed analisi di diretta origine governativa.
Il neo Ministro del Tesoro britannico George Osborne ha ritenuto proprio in questi giorni di dover creare “an independent fiscal watchdog with responsibility for growth and public finance forecasting”, nonostante i problemi di finanza pubblica. Ed anche la recente attribuzione da parte di Governo e parti sociali all’Isae, proprio in quanto organismo super partes, del compito di fissare l’indicatore di variazione dei prezzi per l’adeguamento dei contratti è un segno della necessità di avere analisi indipendenti in questo campo.
Se dunque valutazioni e studi di politica economica effettuate in autonomia da un organismo di ricerca continuano ad essere ritenute utili, il trasferimento di tali funzioni all’interno del Ministero, come prevede questa parte della manovra, equivale di fatto a cancellare, e non trasferire, le funzioni “terze” oggi esercitate, o a pregiudicarne gli esiti (come nel caso delle indagini campionarie sulle aspettative di imprese e famiglie, per le quali gli intervistati risponderebbero con maggior reticenza).
Un secondo aspetto da sottolineare è che a fronte di una cancellazione di significative funzioni, i risparmi di spesa appaiono dubbi se non inesistenti. Anche in una prospettiva di previsione triennale o pluriennale, il totale blocco del turn over, se da un lato metterebbe in discussione il concreto espletamento di quelle funzioni che si afferma di voler conservare, dall’altro non costituirebbe un apprezzabile miglioramento, vista la sostanziale assenza di assunzioni che i ripetuti tagli di bilancio hanno determinato all’Isae e agli altri Enti pubblici di ricerca in questi anni.
Un ultimo elemento di rilievo è che i decreti attuativi di “corrispondenza” tra le qualifiche degli Enti pubblici di ricerca e quelle equipollenti dei Ministeri prospettano per la prima volta, e per ammontari significativi, una trasformazione di profili di ricercatori, organizzati in un Ente di ricerca applicata, in profili ministeriali, peraltro ignoti, cancellando sia figure professionali peculiari, formatesi in lunghi periodi, sia un know how specifico costituito da progetti e linee di ricerca necessari allo svolgimento delle funzioni istituzionali.
In definitiva sembra potersi affermare che se la cancellazione dell’ISAE non è frutto di un generico fastidio per valutazioni finanziate da denaro pubblico ma indipendenti, e perciò potenzialmente difformi dalle comunicazioni e valutazioni di diretta emanazione governativa, la soppressione di tale Ente non appare essere la strada migliore per raggiungere obiettivi di “razionalizzazione” delle “funzioni di analisi e studio in materia di politica economica”.
Considerato che nell’ultimo decennio il fondo di dotazione dell’Isae è stato più volte ridotto fino agli attuali 10 milioni circa, con un dimezzamento in termini reali, spiazzando e riducendo più volte la programmata attività, sarebbe utile piuttosto quantomeno una stabilizzazione degli orizzonti finanziari e organizzativi capace di migliorare, in ultima analisi, lo svolgimento delle attività.

* Fernando Di Nicola (ISAE)
1 www.isae.it
2 Quali IFO, INSEE, CE, AIECE, CIRET, ENEPRI, Ecofin, FMI, OCSE

www.nelmerito.com

Berlusconi: "Io senza poteri, come il duce"

E’ ultima sparata del premier davanti alla platea internazionale dell’Ocse. Bindi: “Premier sempre più surreale”. Ma la destra non si ferma qui: ecco l’elenco completo degli sfregi alla memoria.
Sono due incompresi, accomunati dalla smanie democratiche di un popolo che insiste nel volere manifestare il proprio pensiero, magari anche il proprio dissenso. Benito e Silvio sono due treni partiti dalla stessa stazione, a decenni di distanza è vero, ma inesorabilmente orientati nella stessa direzione. Questa volta non l’hanno detto i comunisti, la stampa faziosa o qualche facinoroso di passaggio. Questa volta è Berlusconi in persona ad evidenziare, quasi con orgoglio, tutte le analogie del caso: “Ho letto recentemente i diari del duce – afferma il premier davanti alla platea dell’Ocse – Oso citarvi una frase di colui che era considerato come un grande dittatore: dicono che ho potere, ma io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma nient’altro. Lo stesso succede a me, tanto che tutti hanno il diritto sia di criticarmi che di insultarmi…”.

“Quindi – conclude – il potere se esiste non esiste addosso a coloro che reggono le sorti dei governo dei vari Paesi”. Il che non impedisce che Berlusconi vanti durante la conferenza stampa un gradimento altissimo: “Malgrado la manovra di sacrificio, il mio apprezzamento come primo ministro è oltre il 62%”.

Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale Pd, a questo punto: “Ma se Berlusconi non ha potere, cosa ci sta a fare a Palazzo Chigi? Oppure sta dando del gerarca a Tremonti? Non vedo l’ironia nella citazione di un dittatore che ha dominato con durezza e violenza l’Italia e che ha usato con grande spregiudicatezza la comunicazione per mistificare la realtà e ingannare gli italiani che ha precipitato in una terribile guerra mondiale. Non vorrei che le parole del premier tradissero in realtà l’insofferenza, altre volte dichiarata, per i limiti e le articolazioni del potere che sono alla base dei sistemi liberaldemocratici. Ma prendere esempio da Mussolini per dolersene, in un contesto internazionale, è davvero surreale”.

Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del Pd, ricorda che “l’Italia ha una storia che nessuno, nemmeno il presidente del Consiglio, può permettersi di banalizzare o di distorcere. Non erano pochi i poteri di Mussolini e non lo sono stati per venti lunghi anni di dittatura con tutte le tragedie che questo ha comportato. Berlusconi eviti di utilizzare per l’ennesima volta un incontro internazionale come una passerella per esibirsi in show di cattivo gusto. Nel momento in cui si chiedono sacrifici ai cittadini italiani, a chi ha la responsabilità di governo è richiesto un di più di sobrietà e di serietà. Quanto all’attualità nessun governo ha mai avuto una maggioranza parlamentare così ampia. Questa forza nei numeri non ha evitato al governo un grave fallimento della sua politica economica, evidentemente non è questione di poteri ma di idee. Infine, a proposito i diari di Mussolini, se sono quelli che gli ha passato Dell’Utri, sono falsi”.

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“Quel paragone col Duce è un vero salto di qualità”, di Goffredo De Marchis

L’unica risposta che la frase del premier merita è questa, del presidente dell’Istituto Gramsci Beppe Vacca. La Repubblica.

Presidente dell´Istituto Gramsci, intellettuale ex comunista e poi convinto sostenitore della svolta, Beppe Vacca non riesce a prendere sul serio Silvio Berlusconi. Soprattutto quando fa riferimenti storici. «Il Duce non aveva potere? Ha ragione. Infatti i partigiani che lo fucilarono non capivano niente».
Lei scherza, ma non è prima volta che il premier usa la storia del fascismo in maniera distorta e perlomeno singolare.
«Direi che stavolta c´è un salto di qualità. Mi incuriosisce il fatto che Berlusconi usi Mussolini per parlare di sé».
Poteva fare altri esempi?
«Se avesse un po´ a cuore la storia del socialismo avrebbe potuto citare Nenni. Il leader del Psi, quando entrò a Palazzo Chigi, disse: “Pensavo di entrare nella stanza dei bottoni ma non li ho trovati”».
È giusta la citazione del Duce, sul piano storico?
«Non saprei dire con esattezza. Ma era proprio come spiega Berlusconi: Mussolini non aveva alcun potere. Fu un errore gravissimo dei partigiani la sua fucilazione. Loro pensavano di ammazzare un dittatore, un uomo onnipotente invece fecero fuori un passante qualunque che non aveva nessun potere. Eppure in televisione e adesso anche in qualche dvd distribuito con i quotidiani si vede Mussolini che arringa la folla a Piazza Venezia e che dichiara guerra al mondo. Lui che non aveva potere».
Il suo sarcasmo sembra un gioco intellettuale. Non è grave l´accostamento con il Duce?
«Nulla di quello che dice Berlusconi è grave. Quando Benedetto Croce accettò di scrivere per Laterza, all´editore spiego così i motivi della sua scelta: “Perché voi avete il coraggio di pubblicare cose gravi”. Grave è quindi un aggettivo importante, non si può accompagnare alle dichiarazioni di Berlusconi».

Ecco le parole del Presidente del consiglio dei ministri della Repubblica italiana, Silvio Berlusconi «Come primo ministro non ho mai avuto la sensazione di essere al potere, magari qualche volta quando ero imprenditore. Oggi invece tutti mi possono criticare e magari anche insultare […] Ho letto i diari di Mussolini. Oso citare le parole di qualcuno che era ritenuto un grande dittatore: dicono che ho potere, ma non è vero, lo hanno i gerarchi. Io posso solo dire al mio cavallo se andare a destra o a sinistra».

La Repubblica 28.05.10

Prodi: «La Tobin tax è un'idea giusta. Ma va applicata su scala planetaria», di Vittorio Carlini

Da un lato i mercati finanziari sono di fatto globalizzati; dall’altro gli strumenti per regolarli hanno ancora una dimensione locale, nazionale. E’ questa la contraddizione che ci ha portato alla crisi». Romano Prodi, raggiunto al telefono nella sua casa di Bologna, non fa troppi sconti. Il Professore non nasconde le sue preoccupazioni: il futuro, perlomeno nell’immediato, non è roseo. «Questa dicotomia – dice – non sarà risolta in tempi brevi. Non vedo uno slancio, uno scatto in avanti in favore di una regolamentazione a livello mondiale».
Il problema della finanza è una conseguenza del più ampio fenomeno della globalizzazione…
La globalizzazione, in generale, sta provocando il cambiamento della sovranità nazionale. I mercati finanziari sono una parte del discorso. Lo stato westfaliano, come noi lo conosciamo, è oggetto di profondi mutamenti: è perforato da continui vasi comunicanti, essenzialmente per una duplice causa.

Vale a dire?
In primis, c’è il forte aumento del peso di istituzioni sovranazionali, quali per esempio l’Unione europea. Poi ci sono strumenti non istituzionali, come appunto le Borse e i mercati finanziari. Questi ultimi, però, sono guidati da forze non regolate in maniera sufficiente. E qui sta il guaio: fino a quando non lo affrontiamo, assisteremo al succedersi di altre crisi, di altri periodi di difficoltà.

Eppure, almeno a livello di dichiarazioni, c’è chi continua a richiamare il tema della riforma sistemica…
Sì, ma manca la politica. Non vedo all’orizzonte un forte accordo per il cambiamento. Fino all’aprile dell’anno scorso, si spingeva per una regolamentazione di tipo globale. Pian piano, le ambizioni sono diminuite; si è preferito ripiegare su argomentazioni di carattere tecnico, sulla soluzione di singoli aspetti del problema. Per carità, proposte pur sempre importanti ma che non affrontano il “peccato originale”, non risolvono alla radice la contraddizione. Basta vedere quello che è successo per la Tobin tax.

Cosa intende dire?
In sé è una buona idea. Ma se non viene condivisa da tutti, se non c’è uno scatto in avanti della politica che la impone a livello planetario non ha senso. Può essere aggirata sempre e comunque, passando per qualche isola del Caimano.
Ma le regole sono veramente sufficienti a riportare nei giusti limiti un capitalismo finanziario che ha messo in atto la fuga in avanti?
Le regole sono tutto. Io parlo di accordi tra istituzioni, governi, organi che devono farle rispettare. La speculazione è forte quando la politica è debole. Se nel caso della Grecia avessimo avuto una politica con legami precisi, accordi precisi, strumenti precisi gli speculatori avrebbero preso una bastonata tale da ricordarsela per molto tempo.

Rimanendo sulla scala mondiale, molti auspicano una maggiore collaborazione tra Europa e Stati Uniti…
Su questi temi sarebbe utile arrivare ad una grande alleanza tra le due sponde dell’oceano Atlantico. Tuttavia, non credo che il governo di Washington sia in grado di prendere una simile iniziativa e le capitali europee non mi sembrano unite tra loro.

Perché pensa che il presidente Barack Obama non sia in grado di farsi promotore di un simile disegno?
Il mondo politico americano è diviso. Nel recente passato, soprattutto sul tema della finanza, ci sono state molte grida ma non grandi passaggi concreti. Non vedo un’idea che possa portare, per esempio, a dar vita ad una nuova Bretton Woods: cioè ad un grande accordo a livello mondiale. La conferenza, avviata nel 1944, avvenne in un momento in cui gli Stati Uniti potevano esercitare una forte leadership. Fu preparata da due anni di dicussioni. E poi, allora, il mondo era più piccolo: adesso bisogna coinvolgere molti più stati. Oggi come oggi solo il G20 potrebbe convocare, per il medio termine, un simile consesso. Tuttavia non vedo una spinta reale in tal senso. Non vorrei sembrare troppo pessimista, ma bisogna leggere la realtà con molta serietà.

Insomma, la politica non c’è. Per quale motivo?
Perché siamo in una fase ancora arretrata di cooperazione internazionale. Ci sono troppi players che vogliono giocare le loro carte. Gli stati nazionali hanno le loro prerogative, le loro regole cui non vogliono rinunciare. A ben vedere, non esiste un colpevole preciso. E’ la storia che va avanti: già nel passato abbiamo vissuto periodi di grande mutamento, e nel futuro ce ne saranno altri. Di certo, però, la soluzione non è tornare al protezionismo. I mercati dei beni e quelli finanziari devono restare aperti, collegati tra loro e permettere una vita economica dinamica. Chiuderli significherebbe solo peggiorare le cose: il mondo tornerebbe verso la miseria e la guerra.

Passando a un piano più limitato, quello dell’Unione europea, dopo lo scoppio della crisi greca abbiamo assistito ad accenni di maggiore integrazione: nell’ipotesi di riforma del patto di stabilità è ipotizzato, per esempio, che i bilanci statali possano sottostare a una valutazione ex ante del Consiglio europeo. Un passo che condivide?
Sì e mi auguro che, dopo la crisi, i provvedimenti adottati spingano ancora di più in questa direzione. La politica monetaria comune deve essere affiancata da una politica economica coordinata sui grandi temi. Altrimenti, la situazione non può più reggere a lungo.

Quest’impostazione, giocoforza, conduce alla limitazione della sovranità nazionale nella politica fiscale…
Credo che, sui grandi capitoli economici, sia un processo inevitabile. Poi, voglio essere chiaro. Se la domanda è: dev’esserci un sistema sanitario europeo? Bé, rispondo con forza di no. Il principio di sussidiarietà è una cosa seria e i servizi ospedalieri debbono rimanere vicino ai cittadini. Un discorso analogo può farsi, ad esempio, per lo stato sociale: seppure può immaginarsi un coordinamento tra gli stati, la sua organizzazione resta un tema di livello locale. E’ compito della politica individuare e definire cosa è nazionale e cosa sovranazionale.

In tal senso è stata fatta la proposta di un’agenzia di rating europea, un progetto sensato?
Si tratta di un problema serio. Già parecchi anni fa non avevo una grande considerazione di queste società: vedevo come davano i voti. E, poi, se il loro giudizio dev’essere considerato oggettivo perché pubblicarlo a mercati aperti? Senza dimenticare, inoltre, il tema del conflitto d’interessi. Ciò detto, non sono favorevole ad un’agenzia europea che non potrebbe limitarsi a valutare non solo il debito sovrano ma anche i bond aziendali.

Una soluzione potrebbe essere quella di rafforzare la Bce, attribuendogli un potere di valutazione sul merito di credito…
E’ un discorso serio. La Bce è indipendente e risponde, in definitiva, all’opininione pubblica europea. Il tema del rafforzamento degli organi comunitari è rilevante. Penso, per esempio, ad Eurostat: che senso ha poter verificare solamente la bottom line di un bilancio, quando non puoi analizzare se gli addendi da cui deriva sono falsi oppure no. Torniamo al tema della maggiore integrazione e coordinamento, sempre però su i grandi capitoli economici

Insomma… Lei è un glocal
Certo che sì. Da tutta una vita sono glocal; quando ero presidente della Commissione europea ho tenuto la mia famiglia e le mie radici ben salde a Bologna, la mia terra.

Il Sole 24 Ore 28.05.10

Il giudice: «Ruffini torni al suo posto, la Rai agì per discriminazione»

«Reintegrare Paolo Ruffini alla direzione di Raitre». Lo ha disposto il giudice del lavoro di Roma, accogliendo il ricorso presentato da Ruffini dopo la sua sostituzione, alla fine dello scorso novembre, con Antonio Di Bella. «Indizi gravi, precisi e concordanti» collegano la sostituzione di Paolo Ruffini alla direzione di Raitre all’aperta critica al contenuto di alcuni programmi della rete. Per cui la «delibera di sostituzione del vertice di Raitre non appare dettata da reali esigenze di
riorganizzazione imprenditoriale presentando invece un chiaro connotato di motivazione discriminatoria e quindi illecita». Si è espresso così il giudice del lavoro del tribunale civile di Roma che con un’ordinanza ha ordinato alla Rai di adibire Ruffini «all’attività lavorativa come dirigente editoriale direttore di Raitre».

Sulla vicenda, la Rai prende atto dell’ordinanza e proporrà immediato reclamo al Giudice superiore. Lo rende noto l’azienda con un comunicato stampa. «Rai sottolinea – prosegue la nota – che l’ordinanza peraltro non caduca la delibera di nomina del nuovo Direttore di Raitre che pertanto potrà continuare a svolgere regolarmente il proprio mandato». E Di Bella interpellato dai cronisti, dice: «No commente, devo leggere le carte».

L’ordinanza sul reintegro di Paolo Ruffini alla direzione di Raitre è «un giusto risarcimento», sottolinea Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Pd, a margine della presentazione del libro di Alberto Guarnieri e Angiolino Lonardi sul digitale terrestre. «Ho condiviso la denuncia di Ruffini per la discriminazione di natura politica di cui è stato oggetto. Pur non condividendo le motivazioni dell’ordinanza – osserva Gentiloni – considero questa una decisione non contro l’attuale direttore di Raitre (Antonio Di Bella, ndr), ma un giusto risarcimento perché è stato vittima di una discriminazione politica».

«La Rai è stata protagonista di un episodio di discriminazione politica intollerabile non degno di un servizio pubblico» lo dice il consigliere della Rai Nino Rizzo Nervo che aggiunge: «L’azienda non minimizzi quanto è accaduto e soprattutto non trasformi la vicenda in una contesa tra due ottimi professionisti: Paolo Ruffini e Antonio Di Bella».

L’Unità 28.05.10

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Rai/ Ordinanza: Azienda reintegri Ruffini a direttore Raitre. Sostituzione illecita per critiche programmi e discriminatoria

Roma, 28 mag. (Apcom) – Il giudice del lavoro di Roma Eliana Paci (terza sezione del tribunale civile), con provvedimento di urgenza “fa ordine alla Rai di adibire il ricorrente”, Paolo Ruffini, “all’attività lavorativa come dirigente editoriale direttore di Raitre con adibizione alle mansioni svolte prima del 25/11/2009”, giorno in cui il Cda Rai adottò la delibera di nomina alla direzione di Raitre di Antonio Di Bella, “sino all’assegnazione di mansioni equivalenti”. E’ quanto si legge nell’ordinanza con cui è stato accolto il ricorso dell’ex direttore di Raitre.

La delibera di sostituzione, si legge nell’ordinanza, “non appare dettata da reali esigenze di riorganizzazione imprenditoriale, presentando invece un chiaro connotato di motivazione discriminatoria e quindi, in quanto tale, illecita ai sensi dell’articolo 15 legge 300/1970”. Questo tenuto conto del “collegamento” tra le molte frasi della maggioranza e del Governo sulla “faziosità” dei programmi di Rai tre e la sostituzione di Ruffini. “Conferma di tale stretto collegamento – si legge – proviene dal tenore delle dichiarazioni rilasciate dal direttore generale della Rai il 23/09/2009 alla Commissione di Vigilanza sull’attività della Rai nel corso della quale egli ha espresso un aperto disappunto sul fatto che reti del servizio pubblico e quindi pagate dai cittadini fanno – diversamente a suo dire da tutti gli altri Paesi del mondo trasmissioni ‘politicamente
contro’ (il Governo). E se è vero che il Direttore generale non delibera ma ha potere di nomina, tenuto conto de lle reiterate e varie dichiarazioni espresse da esponenti del governo, come detto mai smentite, e dalla vicinanza temporale della delibera di novembre – seguita alle dichiarazioni del Direttore generale – può sicuramente affermarsi, sulla base di un giudizio di verosimiglianza, in sussistenza di indizi gravi, precisi e concordanti circa un obiettivo di collegamento tra la sostituzione del ricorrente e l’aperta critica al contenuto di alcuni programmi voluti e potenziati dal medesimo”.

Immissioni in ruolo? A quanto pare, sì: 20.000 in due anni. Di fatto dimezzate

Ieri abbiamo dato la notizia, riportando quanto affermato nel dossier della FLCGIL sulla manovra “salva-Italia”, di un blocco delle immissioni in ruolo previste per la scuola, ma in poche ore tutto è cambiato. Numerose dichiarazioni hanno smentito la notizia. Le immissioni in ruolo a quanto pare ci saranno, ma col contagocce.

Ieri la CISL scuola, tramite il proprio segretario, ha dichiarato di aver ottenuto “la garanzia di 20.000 assunzioni a tempo indeterminato, sia pure suddivise in due anni, in un contesto che vede per il resto del impiego il blocco generalizzato del turn over”

Una miseria, parliamoci chiaro, sarebbero 10 mila ogni anno. Tra l’altro, anche la FLCGIL aveva parlato sì di blocco, ma per quest’anno sarebbero stati garantiti 6000 posti per i docenti di sostegno. Ma queste non sono immissioni in ruolo, trattasi di carità. Soprattutto se è vero che le immissioni, come sottolineato dalla UIL, sono a costo zero.

La notizia delle immissioni in ruolo è stata ribadita dallo stesso ministro, che in una intervista a Panorama ha affermato che ”Il primo obiettivo, con il primo miliardo e 600 milioni, gia’ recuperato dalle spese inutili della sinistra, sono 10 mila nuove assunzioni nel prossimo anno”.

Diamo diritto di replica a Rusconi, capogruppo del PD in Commissione cultura: “Quando poi parla di 10 mila assunzioni dimentica due fatti: che avrebbe potuto applicare la legge in vigore che prevedeva 90 mila assunzioni e, ancora, che il suo governo ha già tagliato 130 mila posti di lavoro. Dunque – conclude Rusconi – questi 10 mila posti sono solo quelli liberati dai pensionamenti”.

Da Orizzontescuola 28.05.10

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Blocco degli organici dei docenti di sostegno. Con escamotage.

L’organico per l’anno scolastico 2010-2011 deve restare invariato rispetto all’anno scolastico che sta volgendo al termine. Questa la disposizione contenuta nella prima versione della manovra economica che il 25 maggio ha ricevuto il primo via libera dal Consiglio dei ministri e i cui contenuti sarebbero ora oggetto di revisione. La norma vale anche per quanto riguarda il sostegno ed è quindi la conferma che il numero di posti funzionanti non potrà aumentare neppure di una unità rispetto al 2009/2010. Questo nonostante il recente pronunciamento della Corte costituzionale che, nel febbraio scorso, aveva stabilito l’illegittimità delle disposizioni contenute nella legge finanziaria del 2008 che aveva di fatto stabilizzato l’organico dei posti di sostegno in poco meno di 90.500 unità.
Sempre nella manovra la misura che prevede di elevare dal 74 all’80% la percentuale di invalidità per la concessione della pensione.
Il potenziale conflitto con la sentenza della Corte Costituzionale potrebbe trovare composizione con la previsione, nel testo della manovra, di autorizzare posti in deroga “da attivarsi esclusivamente nelle situazioni di particolare gravità”, ma andrebbe capito se prevale il blocco degli organici o le possibili deroghe, e quali siano questi casi di particolare gravità.
Da parte, loro insorgono le associazioni di rappresentanza dei portatori di handicap. Salvatore Nocera, vicepresidente della Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) commenta così la manovra economica varata dal Consiglio dei ministri: “Se fosse confermato, il blocco del sostegno sarebbe incostituzionale e quindi gravissimo”.
Nocera ricorda che “il ministro Gelmini aveva dichiarato alla stampa che la scuola non sarebbe stata toccata. Non si capisce cosa succede. Cercheremo di verificare qual è la situazione effettiva ma, se ci sarà, il congelamento degli insegnanti di sostegno è una palese violazione di una norma costituzionale” da parte del governo, “e questo è un fatto gravissimo”, dice Nocera. Anche perché “l’unica strada possibile” per fermare la manovra di Tremonti “è un nuovo ricorso alla Consulta”. Ma ciò significherebbe, per il vicepresidente della Fish, “far passare ancora un altro anno”.

da Tuttoscuola 28.05.10

«Manovra finanziaria: inghiottiti i risparmi derivanti dai tagli di organico», di R.P.

In attesa di leggere il testo ufficiale del decreto legge sulla manovra finanziaria varata dal Consiglio dei Ministri del 25 maggio, qualche previsione su cosa capiterà nella scuola si può già fare.

I punti noti, per ora, sono due.

Il primo riguarda il taglio del 10% della spesa corrente di tutti i Ministeri, Istruzione compreso.
Come è noto, le risorse finanziarie attualmente a disposizione del Miur riguardano ormai quasi esclusivamente le spese relative alle supplenze; ridurre del 10% le spese del Miur significherà dunque tagliare del 10% (o poco meno) i trasferimenti alle scuole, con quali conseguenze è facile immaginarlo.
Quindi, almeno per ora, è da escludere che il Governo riesca a restituire alle scuole anche solo in parte i soldi dovuti per spese già sostenute negli anni passati (si parla, come si sa, di un miliardo di euro).

Il secondo punto riguarda il blocco degli stipendi fino al 2013.

Al momento non è chiaro se questo significherà che verranno bloccati anche gli scatti biennali o gli aumenti legati all’anzianità, ma quasi certamente non verranno restituiti alla scuola i risparmi effettuati in questi due anni, a seguito dell’applicazione dell’articolo 64 della legge 133/08.
La norma in questione prevedeva che il 30% dei risparmi ottenuti dai tagli di organico avrebbe dovuto essere riutilizzata per “premiare il merito”.
In questi due anni i risparmi sono stati di poco inferiore ai due miliardi di euro e dunque al personale docente meritevole dovrebbero essere riconosciuti aumenti per una spesa complessiva di circa 600-650milioni di euro.

Quasi certamente la manovra finanziaria non consentirà l’utilizzo di questo importante somma che verrà così “inghiottita” per garantire la copertura del debito generale.
Del blocco degli organici di sostegno abbiamo già parlato in un altro articolo.

Resta infine da capire cosa intende fare il Governo in materia di assunzioni, ma vista la situazione è facile ipotizzare che il Ministero dell’Economia non darà il via libera con troppa facilità a nuove immissioni in ruolo.
Ma capire qualcosa di più è meglio aspettare di leggere il testo del decreto.

da Tecnica della scuola

Pagano sempre gli stessi. Una manovra di sacrifici

Finalmente Silvio Berlusconi scende dal piedistallo. Presenta la manovra economica con Tremonti e per la prima volta in due anni di governo pronuncia la parola “sacrifici”. A dire il vero ostenta ottimismo mentre è “costretto” a leggere che saranno necessari sacrifici. Della serie armiamoci e partite, chiede al Paese di resistere in apnea senza ricordarsi che in questo periodo lui solo e una cricca di affaristi, sono stati gli unici ad arricchirsi mentre l’Italia scivolava.

Una nuova conferenza stampa solo per difendere ciò che ormai è indifendibile: l’operato di un governo scollato dai veri problemi del Paese. Stesso ottimismo di facciata (tanto a lui nessuna crisi lo tocca) e smentite sull’aumento delle tasse. Con un abile gioco delle tre carte ribadisce che gli italiani non avranno nessun rincaro delle imposte voluto dal governo. Ma è facile scoprire il trucco: si fanno tagli inauditi sugli enti locali che, strozzati e senza risorse per erogare servizi, sono costretti ad aumentare le tasse. Tutto chiaro? Non è stato il governo ad aumentare le tasse, sono stati i Comuni, le Province e le Regioni. Molto meglio se amministrati dal centrosinistra che ama aumentare le tasse!

Solo bugie e smentite, come quelle che riguardano la compattezza della maggioranza e gli scontri che ci sono stati nel governo e tra lui e Tremonti per il varo del provvedimento. Il premier presenta una manovra ha cui non ha avuto voce in capitolo, dove Tremonti ha lasciato a Berlusconi e ai colleghi ministri solo il diritto di dire “sì, va bene”.

Ma tutto questo non basta a chiudere lo show. Berlusconi tende la mano al Pd e annuncia: “speriamo che ci sia una condivisione delle responsabilità. Siamo disposti, ove arrivassero proposte di miglioramento, ad accettarle”. Poche parole tanti errori.
Il Pd sono due anni che parla di crisi e di mezzi strutturali per affrontarla e per ripartire. Le proposte di miglioramento ci sono e sono state presentate in Parlamento. Ma non sapendo quale sia il ruolo del Parlamento, né tanto meno dove sia in quanto negli ultimi 10 anni ci sarà andato meno di 10 volte, come pensa il premier di accettare proposte che evidenziano il suo fallimento politico?

E poi arriva il lieto fine: la manovra finanziaria da 24 miliardi sarà molto meno invasiva di quella stanziata nel resto dell’Europa. Il governo italiano dimostra di essere più bravo. Ma anche in questo caso Berlusconi trascura un fondamentale elemento culturale e strutturale del sistema Italia e della sua credibilità. Prendiamo ad esempio la Francia o la Germania: in questi paesi i cittadini sanno che se la manovra sarà da 50 miliardi, a questi sacrifici corrisponderanno servizi e rimedi tangibili e controllabili. Se l’esecutivo sgarra anche solo di poco, ne è responsabile e ne pagherà le conseguenze. In Italia accade la stessa cosa? Le bugie e gli scandali di Berlusconi hanno minimamente intaccato la sua popolarità? E dei 24 miliardi di sacrifici, quanti italiani sono convinti che corrisponderanno miglioramenti nei servizi e nella qualità della vita invece di finire nelle mani della cricca?

“Abbiamo vissuto ad di sopra delle possibilità” ha concluso la conferenza stampa. Chi? Quando? Se è il capo del governo a pronunciare queste parole significa, una volta per tutte, che questo governo ha fallito nel suo compito. Bocciato.

Per Enrico Letta, vice segretario del Pd, nella manovra annunciata “manca completamente la politica per la crescita. L’impianto complessivo appare solo costrittivo. Appaiono irrilevanti e scarsamente credibili le poche misure presentate come portatrici di crescita. Quella sull’”IRAP zero” al Sud, ad esempio, essendo messa in carico alle Regioni senza alcun trasferimento di risorse (anzi, in presenza di tagli rilevanti), risulta impraticabile. Se non riparte la crescita e se, anzi, la si deprime, qualunque intervento sull’indebitamento avrà un’efficacia dimezzata.

“A leggere le dichiarazioni del Presidente del Consiglio nella conferenza stampa di presentazione della manovra verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Per mesi Berlusconi ha negato la gravità della crisi che stava colpendo il nostro Paese facendo finta di non vedere quello che stava avvenendo e, colpa ancor piu’ grave, senza volere ascoltare gli allarmi che venivano dagli imprenditori e dalla forze sociali e ignorando tutte le proposte e le misure che come opposizione, in maniera responsabile, abbiamo presentato”. Lo ha dichiarato la Presidente dei senatori del Pd commentando le dichiarazioni di Silvio Berlusconi rese in conferenza stampa. E così continua: “Oggi sentiamo dire che la crisi è senza precedenti: si, è una crisi senza precedenti e la responsabilità di questa gravità è del governo Berlusconi e delle sue inadempienze. Non possiamo tacere dell’inefficacia delle misure governative per ciò che riguarda il contenimento della spesa nei mesi passati, non possiamo tacere delle mancate misure per incrementare la competitività del Paese”.”Berlusconi e Tremonti – ha aggiunto Finocchiaro – hanno preferito dire che tutto andava bene, buttando miliardi in interventi inutili e non hanno voluto affrontare i nodi strutturali per la crescita dell’Italia. Nessun intervento per la pubblica amministrazione, se non propaganda, nessuna misura strutturale per le infrastrutture e per le professioni. Parlano di lotta all’evasione ma non spostano il peso del fisco da imprese e lavoro alle rendite”.”Si la crisi è senza precedenti, caro Presidente Berlusconi, per il non fatto di questi due anni di governo della destra”, ha concluso Anna Finocchiaro.

Per Stefano Fassina , responsabile economia Pd, “non è vero che non c’è alternativa alla manovra varata dal Governo. L’alternativa c’era e c’è. All’avvio della legislatura, si doveva evitare l’impennata della spesa per acquisto di beni e servizi dei ministeri, aumentata di 12 miliardi in 2 anni, con un salto del 14%. Si doveva evitare di buttare 3 miliardi di euro nel pozzo di Alitalia. Si doveva evitare di eliminare le misure anti-evasione, alcune delle quali oggi vengono re-introdotte, e perdere 7-8 miliardi di gettito Iva e Irpef. Una diversa gestione della finanza pubblica, insieme a riforme strutturali a sostegno della crescita, oggi avrebbe evitato la mazzata in arrivo. Una mazzata che, colpendo Regioni, Province e Comuni, colpisce tutti i lavoratori, pubblici e privati, le piccole imprese, le famiglie, gli anziani. Invece, per gli evasori misure propagandistiche e in premio l’ennesimo condono. L’Unione Europea e la crisi greca sono la foglia di fico per giustificare interventi che servono a compensare i fallimenti del Governo, frutto di precise ed irresponsabili scelte politiche”.

A.Dra

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