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"Dal Partito della Libertà un’aperta intimidazione al Corriere della Sera e un nuovo attacco alla libertà d’informazione", di Ricardo Franco Levi*

Una commissione parlamentare d’inchiesta sulla vendita del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera nei primi anni Ottanta? Un’iniziativa grave, inquietante e bugiarda della maggioranza.
Un’iniziativa grave sotto l’aspetto istituzionale, inquietante e temeraria sotto l’aspetto politico, bugiarda nella ricostruzione dei fatti: questa è la natura della proposta di legge “per la istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla vendita del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera e sulle vicende a questa relative accadute negli anni 1981-1984”, proposta che ha come primo firmatario l’on. Bergamini (PdL) e che è stata sottoposta oggi all’esame della Commissione Cultura della Camera dal relatore, on. Lainati (PdL).
Come ho detto replicando al relatore, e come si potrà leggere nel resoconto dell’odierna seduta della Commissione, si tratta di un’iniziativa grave dal punto di vista istituzionale, perché, se l’istituzione della Commissione fosse approvata, il Parlamento si troverebbe nella condizione di interferire nelle attività della magistratura. I fatti di cui si tratta e le valutazioni che se ne traggono sono, infatti, gli stessi che stanno alla base di una causa avviata da Angelo Rizzoli per ottenere riparazione dalla “spoliazione” di cui lui sarebbe stato allora oggetto e la cui prima udienza è già fissata, di fronte al Tribunale di Milano, per il prossimo 15 giugno.
Si tratta, poi, di un’iniziativa inquietante sotto l’aspetto politico, perché essa, esplicitamente diretta a riscrivere, con un giudizio di parte, una vicenda – così si legge nella relazione che accompagna il progetto di legge – “che determinò allora nuovi assetti ed equilibri di potere che ancora oggi influenzano la vita politica, culturale e finanziaria del nostro Paese”, si configura come una trasparente intimidazione nei confronti del maggiore quotidiano italiano e della sua proprietà. E tutto questo, in un momento nel quale, a partire dal provvedimento sulle intercettazioni, l’intero sistema dell’informazione è sottoposto ad un attacco aperto dal governo e dalla maggioranza, intenzionati a limitarne la libertà.
Sempre sotto il profilo politico, oltre che inquietante, si tratta di un’iniziativa temeraria. Hanno davvero interesse, questa maggioranza, questo governo, a riportare all’attenzione della pubblica opinione la livida stagione vissuta dall’Italia nel segno della loggia P2? Hanno davvero interesse a che si riapra e si rilegga l’elenco dei suoi iscritti?
Nella ricostruzione dei fatti, infine, l’iniziativa firmata dal Partito della Libertà (quale libertà? La libertà dell’informazione?) è falsa e bugiarda. Non è vero che Angelo Rizzoli fu “spoliato” della proprietà di un’azienda sana e ricca: per la cattiva gestione e per le distrazioni sue e di Bruno Tassan Din (l’amministratore delegato nominato su pressione di Licio Gelli e del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi), il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera era nei fatti fallito. E’ vero, invece, che sotto il puntuale controllo della magistratura e nell’ambito di una vicenda, il crack del Banco Ambrosiano, che pose a rischio la solidità dell’intero sistema creditizio italiano, il maggior gruppo editoriale italiano, e con esso il maggior quotidiano del paese, fu salvato come impresa e sottratto come produttore di informazione e di cultura all’influenza di un gruppo di potere eversivo, criminale ed affaristico.
Ai componenti della Commissione Cultura della Camera ho chiesto di respingere la richiesta di istituire questa commissione di indagine. Se la maggioranza di centrodestra e chi la ispira continuassero su questa strada scriverebbero una nuova ed inquietante pagina nella storia dei rapporti tra politica e informazione.

* parlamentare PD

Giù le mani da via Tasso

“Chiuderemo, non abbiamo alcuna possibilità di resistere”. Antonio Parisella, presidente del Museo storico della Resistenza di via Tasso , lancia il suo grido d’allarme. Finito nella lista dei 72 enti cui la Finanziaria blocca i fondi, il museo, luogo simbolo della sofferenza estrema inflitta dagli aguzzini nazi-fascista, scomparirà, perché il governo ritiene che non abbia “risposto agli obblighi informativi previsti in passato”, come si legge nell’allegato alla bozza di Manovra.
“Il contributo garantito al nostro museo è di 50 mila euro, la traduzione in moneta corrente di quei 100 milioni di lire che nel 2000 ci permettevano di sopravvivere”, spiega ancora Parisella che è ordinario di Storia contemporanea e Storia dei movimenti e dei partiti politici all’Università degli studi di Parma. “Eppure con noi lo Stato ci guadagna – dice il presidente – qui siamo tutti volontari e in 25 facciamo fronte a 14 mila visitatori all’anno, quasi tutti studenti, molti dei quali stranieri”. Non una telefonata; Parisella scopre del taglio dei fondi leggendo le cronache locali dei quotidiani. “Poche righe per dire che eravamo nella lista”. Ora non resta che la mobilitazione. “Faremo come per la biblioteca di Lovanio, completamente ricostruita dopo la prima guerra mondiale grazie a donazioni e fondi di beneficenza. Lanceremo appelli alle istituzioni culturali nel mondo, perché questo museo e la menmoria che conserva non muoiano”.

Il Museo Storico della Liberazione è allestito nei locali dell’edificio che, durante l’occupazione nazista di Roma, dall’11 settembre 1943 al 4 giugno 1944, venne utilizzato come carcere dal Comando della Polizia di sicurezza. Le celle di detenzione, allora, occupavano l’intero stabile. Le stanze della tortura sono oggi così come furono lasciate dai tedeschi in fuga.

Libertà e Giustizia si rivolge a tutte le forze politiche che in Parlamento sono in grado di bloccare questa volgare offesa a uno dei monumenti della Resistenza più sacri a tutto il popolo italiano e si mobilita da subito per raccogliere le firme contro questo taglio insensato e blasfemo.

da www.libertaegiustizia.it

"Chi vuole lo scontro generazionale?", di Chiara Carrozza

Mario Pirani polemizza violentemente contro il documento sull’Università approvato dalla recente assemblea nazionale del PD: approvato peraltro, accusa subito Pirani, senza discussione alcuna da un consesso chiamato ad esprimere solo un sì o un no. Per la verità il documento, prima di essere proposto all’assemblea plenaria, era stato discusso il giorno precedente in una commissione aperta, per molte ore e fino a notte, con numerosi interventi e con l’espressione di varie opinioni e sfumature: costituisce d’altronde non una conclusione, bensì la base per un confronto che adesso proseguirà nei circoli di partito, nelle sedi universitarie, nel nostro forum.
Ma oltre a dare questa rappresentazione distorta del nostro modo di lavorare, Pirani riduce la lettura di un documento ampio e assai articolato sui temi della ricerca e del diritto allo studio al solo punto che si compiace di definire della «rottamazione» dei «baroni» al compimento dei 65 anni («rottamazione»e baroni», sia detto fra parentesi, sono termini che appartengono sia per forma che per concetto al gergo qui adottato da Pirani: e in nessun modo né luogo al mio o del PD): ma per sua ammissione Pirani il documento non lo ha letto affatto, tant’è che si restringe a discutere solo una mia breve e precedente intervista alla «Stampa». Un modo, come si vede, assai singolare di dar conto, sia pur polemicamente, del lavoro e della linea di un Partito.
La personalizzazione a mio carico viene altresì condita da sarcasmo (secondo Pirani io sarei una «nuova leva», ma ahimé ho 45 anni, due figli maggiorenni, e alle spalle una carriera ormai piuttosto lunga) e da autentiche contumelie: perché tali io ritengo le accuse di indulgere all’animosità antiaccademica di alcuni leghisti o ex-AN (o fascisti evocati direttamente col riferimento ad Azione Giovani) e al loro gusto di «mandare a casa i vecchi» e «fare largo ai giovani», come Pirani anche in questo caso ambiguamente virgoletta con una distorcente aggressività verbale che credevo esclusiva di altri quotidiani.
Comunque, nessun corporativismo giovanilistico del tipo evocato da Pirani è rintracciabile nel documento del PD (e neppure nella mia intervista), bensì solo la preoccupazione per un’università invecchiata, stagnante, da anni senza apprezzabile turnover. Cosa ci sia di volgarmente diffamatorio per i professori anziani in questa drammatica constatazione, davvero non lo comprendo. Se il corporativismo giovanilistico è sbagliato nella sua disperazione, quello gerontocratico è odioso nel suo egoismo. Ed è a conoscenza Pirani del fatto che molti Atenei stanno già incentivando il prepensionamento dei docenti anziani per puri obiettivi di cassa? Non è questo molto più umiliante di un organico piano di rinnovamento generazionale, magari organizzato anche con un occhio all’esperienza inglese?
Nessuno pensa a soluzioni burocraticamente anagrafiche: ma solo le nuove generazioni devono pagare il prezzo di decenni di errori o di inerzia nel governo dell’Università e degli enti di ricerca? Solo i giovani devono restare esclusi ovvero essere sottoposti a selettive valutazioni di merito e non anche i docenti stabilizzati da anni e decenni ? Né questa è una norma, bensì la prima proposizione di un problema grave e urgente: la norma dovrà individuare criteri, gradualità, modalità, soprattutto dovrà governare un ricambio effettivo e non dar luogo all’ennesimo dei tagli con cui questo governo sta realizzando la sua riforma di fatto. Però un partito riformatore (e un professore che vive ogni giorno il declino dell’istituzione) non può chiudere gli occhi davanti ai problemi cruciali dell’Università pubblica: la quale ha bisogno disperato di risorse, ma bisogno altrettanto urgente di rinnovamento. Tra i paesi avanzati siamo all’ultimo posto per risorse, al primo per anzianità: dirlo e cercare le vie per porvi rimedio attraverso la solidarietà anziché il conflitto fra le generazioni è davvero segno, come vuole Pirani, di demagogia neofascista?

www.ilpost.it

La Finanziaria dei nullatentEnti Locali

Una manovra da 24 miliardi ne scarica 13 sul Patto di Stabilità, tagli che colpiranno i servizi ai cittadini. Zoggia: “Non si uccidono così gli Enti Locali, considerati da risorsa a malattia”. Critiche da Errani, Chiamparino, Filippeschi. E da Formingoni e Scopelliti! Disfattisti sinistri anche loro??
Tremonti presenta con Berlusconi una manovra da 24 miliardi. Eppure al tavolo manca chi metterà gran parte die soldi della nuova Finanziaria: comuni, province e regioni. Eppure sono loro i più penalizzati dai nuovi vincoli del patto di Stabilità, ancora più rigidi, che garantiranno 13 miliardi di euro allo Stato. Soldi che in una partita di giro finiremo per pagare con nuove tasse o con meno servizi.

Così ci si appella al senso di responsabilità quando per due anni si è fatto l’esatto contrario, tacciando di catastrofismo chi aveva previsto i sacrifici richiesti in queste ore. Davide Zoggia, Responsabile Enti Locali della Segreteria nazionale del Pd ne è convintissimo: “A fronte delle cifre presentate si tratta di una manovra che colpisce duramente gli enti locali e quindi cittadini e imprese, perché i tagli si tradurranno inevitabilmente in aumento di imposte. E e non si andrà verso un allentamento del patto di stabilità l’effetto sarà quello di sclerotizzare una situazione giunta al limite: si impedirà ai comuni virtuosi di migliorare i servizi facendo ripartire il mercato senza incidere sulle cause che producono disavanzi di spesa. Il governo continua a considerare gli enti locali una malattia e non una risorsa strategica. Così li si uccide”.

E sfogliando i giornali ad attaccare la Finanziaria sono sidaci, governatori e presidenti di provincia del PD come del PDL, tranne la voce fin qui isolata del leghista Cota in Piemonte, che per ora resta fedele alla linea, dicendosi convinto (come spiega a La Stampa)di riuscire a recuperare le risorse necessarie per contribuire alla manovra tagliando gli sprechi e le spese superflue, senza ovviamente entrare nel dettaglio delle voci.

Vasco Errani, Presidente della Conferenza delle Regioni, non ci sta a tagliare alla cieca: “Questi tagli sono inaccettabili, non ci sono state fornite le cifre in modo serio e puntuale e anche questo è un problema. Inoltre – ha specificato il presidente dell’Emilia Romagna – la manovra, toccherà tutte le attività che le regioni svolgono, dalla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade, all’assistenza alle famiglie con persone non autosufficienti, alla protezione civile regionale”.

Il Sindaco di Torino e Presidente dell’ Anci (Associazione dei Comuni italiani), Sergio Chiamparino ha spiegato che i comuni del Piemonte tra il 2004 e il 2009 hanno già versato 4 miliardi ai saldi di finanza pubblica e adesso, l’associazione chiede una boccata d’ossigeno per il 2010: “Piuttosto abbiamo chiesto al Governo una rimodulazione del patto di stabilità interno per il 2011-2012, che rischia di bloccare gli investimenti con effetti recessivi sull’economia”.

Anche il Sindaco di Pisa Marco Filippeschi, Presidente di Legautonomie, ha definito questa manovra parziale e miope, sottolineando il rischio di un generale impoverimento del Paese. Ma altro che federalismo: “Si tratta di misure demagogiche e non ci sono interventi strutturali che aggrediscono i costi del centralismo”.

Nichi Vendola, Presidente della Regione Puglia parla di macelleria sociale, proprio come il PD diversi mesi fa: “Siamo ad un livello di dramma sociale che viene occultato dalla propaganda, a Palazzo Chigi hanno giocato a nascondino per due anni e adesso come si può chiedere ad un pensionato e ad un lavoratore dipendente anche solo il contributo di un euro?”

E chi pagherà di più saranno i cittadinid el Sud come fa notare Gianni Pittella, europarlamentare del Pd e vicepresidente del Parlamento Europeo: “Quella prospettata dal Governo è una manovra che sottende una politica pericolosissima perché incide direttamente sui posti di lavoro. Lo dimostrano i fatti – sottolinea Pittella – dal 2006 la pressione fiscale è al massimo in alcune Regioni del Sud in disavanzo sanitario, a partire dalla Campania. Ebbene: in tali Regioni la perdita di posti di lavoro è stata tripla rispetto a Regioni, sempre del Sud, con le imposte al livello standard come la Basilicata e la Sardegna. Si ricorda che Irap e addizionale Irpef dal 2006 sono al massimo di legge in Campania, Puglia e Abruzzo e cioè al 4,82% per l’Irap (contro il 3,90% base) e 1,40% per l’addizionale Irpef (contro lo 0,90% base)”.

Sempre su la Stampa oggi c’erano anche i pareri dei governatori del PDL contrari alla manovra della loro maggioranza: il Presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, e il Presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopellitti.

Formigoni, che più di altri colleghi del suo schieramento si è speso per il federalismo fiscale, ha espresso forti perplessità sulla manovra che così come è concepita, rischia di affossare il futuro della riforma, cavallo di battaglia del suo mandato. Ha aggiunto Romano Colozzi, Assessore alle Risorse e Finanze della Regione Lombardia: “Le risorse a rischio taglio, sono legate al sociale, alla scuola, alle politiche ambientali: un effetto dirompente e inaccettabile sui servizi basilari”.

Ha parlato di una controproposta da lanciare al Governo, di intesa con le altre Regioni, il calabrese Scopellitti: “La situazione è difficile, la manovra così come ci viene presentata, consiste prevalentemente in tagli, e gli stessi tagli ai Ministeri – ha aggiunto il governatore della Calabria – avranno ricadute indirette sulle Regioni”.

Ecco…come faranno a definirli comunisti spendaccioni e pessimisti?

Anto. Pro.- Ma.Lau.

www.partitodemocratico.it

Portò il nastro di Fassino ad Arcore: arrestato Favata per estorsione

Fabrizio Favata, l’imprenditore che ha raccontato agli inquirenti milanesi di aver portato a Silvio Berlusconi, nel 2005, la famosa telefonata intercettata tra Piero Fassino e Giovanni Consorte sulla scalata di Unipol a Bnl,è stato arrestato con l’accusa di estorsione. Avrebbe chiesto e ottenuto denaro da un suo ex socio, responsabile di una società che si occupava di intercettazioni telefoniche, con la minaccia di denunciarlo all’autorità giudiziaria come colui che aveva rivelato atti d’indagine coperti da segreto o di raccontare la stessa cosa alla stampa.

Favata, già indagato nell’ambito dell’inchiesta del pm di Milano Massimo Meroni con al centro la telefonata tra Fassino e Consorte, in cui l’esponente del Pd diceva all’allora numero uno di Unipol «Allora, abbiamo una Banca?», è stato arrestato su disposizione del gip di Milano Bruno Giordano. Stando alle indagini, Favata, che aveva detto agli inquirenti di essere andato ad Arcore da Silvio Berlusconi, il 24 dicembre 2005, per far ascoltare al premier il nastro con la ormai nota telefonata,si sarebbe fatto dare 300mila euro da Roberto Raffaelli, ex amministratore dell’azienda Rcs (Research control system), che forniva apparecchi per intercettazioni anche per la Procura di Milano, per non rivelare che era stato lui, Raffelli,a diffondere l’intercettazione, un atto coperto da segreto.

Anche Raffaelli è indagato dalla Procura di Milano, perchèè sospettato di aver copiato su una pen drive la conversazione telefonica tra Fassino e Consorte. L’intercettazione era stata poi pubblicata pochi giorni dopo, sempre nel dicembre 2005, dal quotidiano Il Giornale. Secondo Favata, anche Raffaelli era presente la mattina del 24 dicembre ad Arcore, quando l’intercettazione venne fatta ascoltare al premier.

Diversa,invece, è la versione di Raffaelli. Il manager di Rcs ha spiegato agli inquirenti di essersi recato quella vigilia di Natale del 2005 a villa San Martino, attorno alle 19, assieme a Favata, suo amico e socio, e di essere stato presentato da Paolo Berlusconi, editore de Il Giornale e fratello del premier, come un imprenditore desideroso di espandere il suo business all’estero, in particolare in Romania. Nell’inchiesta è indagato per millantato credito anche Paolo Berlusconi perchè, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto 550 mila euro da Raffaelli dicendo che si sarebbe adoperato in modo da favorirlo nell’assegnazione di alcune commesse all’estero.

L’Unità 26.05.10

"Con i tagli salta la ricerca, facoltà a rischio chiusura", di Benedetto Vecchi

I boatos sulla manovra economica hanno fatto irruzione ieri durante la presentazione del rapporto di AlmaLaurea sui laureati italiani dopo dieci anni di varo della riforma chiamata del 3+2. Per il presidente della Conferenza dei rettori Enrico Decleva il fondo ordinario destinato alle università italiane non sarà toccato. Gli fa eco, poco dopo, Andrea Lenzi del Cun, l’organo di autogoverno delle università, che chiede di mantenere alto il livello di attenzione, perché poco o nulla si conosce dei fondi destinati invece alla ricerca scientifica. Se ci dovesse essere una riduzione, sostiene Lenzi, molte facoltà scientifiche sarebbero a rischio, perché verrebbero meno i fondi per garantire il normale svolgimento dell’attività di ricerca.
Il clima generale è però all’insegna di un moderato ottimismo della ragione, perché i dati riguardanti i «figli della riforma» inducono a guardare con speranza il futuro dell’università, almeno dal punto di vista dei risultati.
È da oltre dieci anni, infatti, che AlmaLaurea fa un lavoro di monitoraggio su come sta cambiando l’«offerta formativa», il gradimento che ha presso gli studenti e quali esiti ha dal punto di vista dell’ingresso dei laureati nel mercato del lavoro. In questo rapporto i dati che emergono descrivono una situazione universitaria contraddittoria, con elementi acquisiti di «modernizzazione» e lacune ancora vistose. Andrea Cammelli, che di AlmaLaurea è presidente, illustra i dati sugli abbandoni scolastici, sull’età media dei laureati, sulla collaborazione degli atenei italiani con gli altri dell’Unione europea, dipingendo un quadro all’insegna di un moderato ottimismo. Ad esempio, la comparazione tra gli abbandoni scolastici del 2001 e quelli del 2009 fa emergere il fatto che sono diminuiti gli studenti che abbandonano l’università nei primi dodici mesi successivi all’iscrizione (dal 19,7 per cento del 2001 si è arrivati a un 17, 7 per cento nel 2009); che il numero dei laureati è cresciuto da 172 mila nel 2001 ai 293 mila del 2009. Quest’ultimo dato va comunque contestualizzato, avverte Cammelli, perché occorre distinguere tra lauree brevi e specialistiche: elaborando i dati a parità di anni trascorsi nell’università emerge il fatto che l’aumento è del 22,5 per cento.
Il problema, quando ci si trova di fronte a dei numeri, è però la loro interpretazione. L’Università italiana è sì profondamente cambiata in questi dieci anni, da quando cioè è stato avviato il cosiddetto Bologna Process, in base al quale l’università italiana doveva modernizzarsi se voleva stare al passo degli altri atenei europei. L’Italia scontava tuttavia un numero di laureati basso rispetto alla popolazione, che si accompagnava a una formazione di buon livello, ma poco aderenti ai cambiamenti che erano intervenuti nella società. Dunque il divario da colmare era profondo. Inoltre, la riforma ispirata ai principi del Bologna Process sperava in un forte investimento da parte delle imprese nella modernizzazione dei propri processi lavorativi e produttivi. Questo fattore non c’è stato, mentre a livello governativo – indipendentemente da chi sedeva a Palazzo Chigi, dunque senza nessuna significativa differenza tra governi di centro destra e di centro sinistra, ha ritenuto l’investimento nell’Università e nella ricerca scientifica un costo che poteva essere sacrificato sull’altare della logica del contenimento della spesa pubblica.
Non è certo nei compiti di AlmaLaurea mettere al centro del suo lavoro questi elementi, ma è indubbio che nel nel rapporto sulla «condizione occupazionale dei laureati» presentato lo scorso emerge, ad esempio, che il livello di retribuzione dei laureati è basso, mentre la precarietà fa sempre più rima con lavori «intellettuali». Per tornare al rapporto di questo anno, una frase di Andrea Cammelli suona come un segnale di allarme non solo per l’università, ma per tutta la realtà italiana. «In tempi di carestia, i contadini possono risparmiare su tutto, ma una cosa che non faranno mai è rinunciare a seminare». La formazione è cioè una risorsa strategica sia per garantire lo sviluppo in una situazione di forte concorrenza tra imprese e tra economie nazionali sia per uscire da una situazione di crisi economica, come quella attuale. E c’è da temere che la recessione attuale cancelli tutti i già timidi miglioramenti che ci sono stati.
Per i «figli della riforma» si preannunciano quindi tempi duri, anche alla luce del fatto che «la soglia educazionale» è cresciuta. Detto in altri termini, la crisi potrebbe far emergere una sorta di nuova divisione di classe tra i laureati. Chi proviene da situazioni sociali a redditi medio-bassi riuscirà magari a laurearsi, ma chi ha ha alle spalle una famiglia con redditi alti già accede a master tanto in Italia che all’estero. Con una conseguente entrata nel mercato del lavoro che rispecchia le perduranti divisioni di classe.

Il Manifesto 27.05.10

"I giovani lasciati soli", di Chiara Saraceno

In Italia il tasso di disoccupazione è più basso di quello medio europeo, un dato che fa dire ai nostri governanti che il nostro paese sta fronteggiando la crisi meglio degli altri. Ma il tasso di inattività, specie tra le donne è molto più alto. Ed ha ricominciato ad aumentare negli ultimi anni, soprattutto al Sud e tra quelle a bassa qualifica. È l´inattività, esito spesso di scoraggiamento, a contenere nel nostro paese la disoccupazione e a spiegare l´apparente paradosso per cui la disoccupazione è aumentata più al nord, dove i tassi sia di attività che di occupazione sono più alti, che al sud. Sono quindi aumentate ancora le famiglie con un solo reddito, quindi particolarmente vulnerabili alla perdita del lavoro o anche solo alla riduzione del reddito da lavoro a causa della cassa integrazione.
A leggere il Rapporto Annuale dell´Istat appena uscito, sembra proprio che sia stata la famiglia, insieme e forse più che la cassa integrazione, il grande ammortizzatore sociale. È la famiglia, infatti, che assorbe una disoccupazione che colpisce soprattutto i lavoratori nel mercato del lavoro secondario, con contratti a tempo determinato e spesso senza protezioni sociali, garantendo comunque reddito e consumo a chi ha perso lavoro. Le conseguenze più pesanti della crisi produttiva hanno investito, infatti, il lavoro atipico (dipendenti a termine e collaboratori). Si tratta in larga misura di persone che non sono il principale procacciatore di reddito nella loro famiglia: perché sono donne coniugate con un occupato a tempo indeterminato, o perché sono giovani che vivono ancora in famiglia.
Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (25,4 per cento) è infatti più del triplo di quello totale (7,8 per cento) e più elevato di quello europeo (19,8 per cento). Si tratta di giovani che vivono per lo più ancora in famiglia. O che ci tornano quando non possono più pagare l´affitto.
Questo importante ruolo della famiglia come ammortizzatore sociale della crisi, a fronte di una perdita di lavoro che finora ne ha colpito selettivamente i componenti, ha protetto anche molte famiglie dalla caduta in povertà a seguito della crisi, anche se sono aumentate le famiglie che ritengono di non aver riserve in caso di emergenze o non riescono a pagare regolarmente le proprie bollette. In compenso, coloro che erano già in condizioni economiche disagiate prima della crisi continuano a esserlo, con decrescenti speranze di uscirvi. è l´altra faccia della funzione della famiglia come, prevalente, ammortizzatore sociale, specie per chi è più debole nel mercato del lavoro. Quando tutti i componenti della famiglia sono in condizione di debolezza sul mercato del lavoro, la famiglia non può sostituire ammortizzatori sociali mancanti.
Ma anche quando la famiglia riesce a svolgere la sua funzione di ammortizzatore sociale, la situazione appare problematica dal punto di vista della sostenibilità sociale e del futuro. In un paese in cui periodicamente si accusano i giovani di adagiarsi nel comfort familiare, una intera generazione di giovani sembra congelata in una dipendenza economica che ne vincola ogni autonomia progettuale e di vita a causa del combinarsi degli effetti di un mercato del lavoro segmentato anche su basi generazionali e di un sistema di ammortizzatori sociali che riproduce questa stessa segmentazione. Di più, questa dipendenza si acuisce in un contesto di forti disuguaglianze sociali tra giovani per nulla scalfite dalle politiche formative. Mentre i giovani laureati italiani hanno salari di ingresso molto più bassi dei loro coetanei europei ed anche forme di protezione dalla perdita del lavoro molto più ridotte, l´Italia è uno dei paesi europei in cui la percentuale di giovani tra i 18 e 29 che non è né in formazione né nel lavoro è tra le più alte in Europa, 21,2%, Detiene anche il non invidiabile primato nella percentuale di chi lascia la scuola presto, senza aver conseguito un diploma di scuola superiore, 19,2%. In entrambi i casi si tratta di giovani che non hanno trovato né nella famiglia, né nella scuola, né nel mercato del lavoro risorse e incentivi ad investire su di sé e sul proprio futuro.
Come possa una società, non solo galleggiare in attesa che passi la buriana, ma investire nel proprio futuro, affidandosi alla tenuta della solidarietà famigliare e ignorando la distruzione ed emarginazione di una parte rilevante del proprio capitale umano è una questione che andrebbe affrontata con urgenza e contestualmente alle misure anticrisi.

La Repubblica 27.05.10

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“Trentenni, senza lavoro restano con mamma e papà”, di Bianca Di Giovanni

Che Italia sarà quella che uscirà dalla crisi? Come si ricomporrà quel tessuto sociale e produttivo dissestato dalla recessione? Quale sarà il destino delle schiere di persone colpite in pieno da un crollo della ricchezza complessiva mai tanto intenso e tanto veloce? Giovani, donne e stranieri: questi gli anelli deboli. I soliti. L’ultimo rapporto Istat, scandaglia nei minimi particolari gli effetti che due anni di tsunami finanziario ed economico hanno avuto sulla società italiana, proponendo aggregati statistici inediti e in alcuni casi inquietanti. Come quei due milioni di giovani (uno su sei nella fascia tra i 15 e i29anni) che nel 2009 si ritrovavano fuori da tutto. Né scuola, né lavoro. L’analisi è impietosa e rigorosa. Mostra un’Italia «malata d’Europa » per via della bassa crescita ormai decennale. Nel biennio 2008-9 la flessione del Pil è stata più accentuata che in Germania e nel resto d’Europa. Tra il 2001 e il 2009l’Italia è il Paese che è cresciuto meno. I consumi sono diminuiti di due punti, mentre sono rimasti stabili negli altri grandi Paesi europei. In un anno il potere d’acquisto pro-capite è sceso sotto il livello del 2000.
ALTRO CHE MEGLIO DEGLI ALTRI Eppure l’Italia ha tenuto, ma solo grazie ai risparmi (certo deteriorati) delle famiglie. Nell’emorragia di lavoro, che conta 380mila unità in meno in un anno e 329mila inattivi (chi non cerca neanche il lavoro) in più, si è scelto di salvare i capifamiglia (alcuni) scaricando tutto il peso su giovani, donne e stranieri (che tuttavia reagiscono meglio). L’opzione di finanziare le cig ha comportato il rafforzamento delle tutele per i lavoratori stabili, di solito dei padri, a scapito dei precari, più frequentemente figli. La percentuale dei giovani tra i 18 e i 34 anni costretti a restare a casa per ragioni economiche è salita al 58,6%. Ma la tutela dei «padri» ha avuto un effetto positivo sul tasso di deprivazione, quell’indice che segnala i beni che ci si possono permettere, «Considerando i redditi dei componenti, infatti – si legge nel Rapporto – la perdita imputabile all’uscita dal mercato del lavoro di un figlio di 15-34 anni è pari (in media) al 28,3% del totale del reddito familiare, a fronte di un valore del 50,6% nel caso di un padre, e del 37,1% nel caso della madre». Insomma, è stato più colpito chi contribuiva meno al reddito delle famiglie. Dato drammatico, e sotto certi aspetti cinico: hanno pagato i più deboli per consentire ai più forti di tenere in piedi «la baracca». Ancora più drammatico il dato sui padri espulsi, maggiormente concentrate tra le famiglie che erano già meno agiate. DIVARI SOCIALI La crisi ha alzato il velo su un sistema duale, dai divari sociali ormai incolmabili, che esclude dai circuiti produttivi e dalle aule scolastiche. L’Italia è finita al primo posto in Ue per abbandoni scolastici. E tra gli ultimi come tasso di occupazione giovanile, sceso al 44% con una caduta tre volte superiore a quella media del Paese. Trecentomila giovani hanno perso il lavoro nel solo 2009: 25mila al mese, mille al giorno togliendo i festivi. Una cifra che copre quasi l’80% della perdita complessiva dei posti; tutta la crisi su di loro. Il calo ha aumentato quella fascia dannata che gli esperti chiamano «Neet», ossia «Not in education, employment or training» (né al lavoro, né a scuola) di 142mila unità. Aumentano anche gli studenti (+83mila), cui si aggiungono altri 47mila giovani, ex studenti-lavoratori, che prolungano gli studi presumibilmente per le ridotte prospettive occupazionali. Quanto alle donne, hanno subito meno il calo occupazionale (-105mila), ma solo perché la crisi si innesta su una situazione già difficile. Quasi la metà del calo è concentrato al Sud. Molto particolare, invece, la reazione degli stranieri alla crisi. Il loro tasso di occupazione è diminuito di oltre il doppio rispetto a quello degli italiani, così come quello di disoccupazione. Ma il crollo viene mitigato da un continuo aumento di posti, soprattutto nei settori non qualificati

L’Unità 27.05.10

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“E io il curriculum lo mando a X-Factor” , di Giuseppe Culicchia
Tanto è inutile. Inutile, lo volete capire? Inutile. Stamattina gliel’ho di nuovo detto, a quei due. Quante volte gliel’avrò ripetuto, in questi ultimi dieci anni? Ormai ho perso il conto. In linea di massima, ogni giorno tre volte al giorno, ore pasti, come si fa con le medicine. Quindi, volendo, uno potrebbe anche calcolarlo. Perché ogni giorno, tre volte al giorno, loro se ne stanno lì seduti a guardarmi mentre faccio colazione o pranzo o cena, e a un tratto immancabilmente staccano gli occhi dal televisore e mi chiedono: «Allora, Kevin, che hai intenzione di fare? L’Università l’hai lasciata senza laurearti, e studiare non studi più. Almeno cercati un lavoro». Almeno cercati un lavoro. Roba da matti. E chi me lo dà un lavoro, in questo paese? Stiamo in Italia. Mica in America. E nemmeno in Europa. Che mi sbatto a fare, in un posto come l’Italia? No, dico, fossimo in un altro paese, per carità. Ma qui non ha senso. Qui è inutile. Se non conosci le persone giuste, se non entri nel giro giusto, se non hai la spinta giusta, va a finire che fai il precario a vita pure se ti sei laureato.

Che non leggete i giornali? Non li vedete AnnoZero Tg3 Ballarò? Qui c’è la Cricca. Qui c’è la Casta. Qui c’è il Sistema Gelatinoso. Qui ci sono Appaltopoli, Concorsopoli, Affittopoli, Parentopoli, Furbettopoli, Santopoli, Vallettopoli, Calciopoli, Intercettopoli, Raccomandopoli. Qui, cari miei, lavorano solo gli amici degli amici. «Ma tu ormai hai 30 anni, Kevin», mi dicono loro, mentre il piatto che ho davanti comincia a freddarsi.

«Noi a trent’anni…», e attaccano con la solita solfa. Ma che vuol dire? Ma ve lo siete dimenticati quanti provini ho fatto io? Ma avete presente tutte le volte che mi hanno rispedito a casa dal Grande Fratello e dall’Isola dei Famosi, ora che pigliano anche i non famosi? Sono anni che mi impegno per non imparare a far niente, visto che in previsione per avere successo non devi sapere far niente. Ma evidentemente non basta. «Kevin, al mondo non ci sono solo il Grande Fratello e l’Isola dei Famosi», mi dicono loro ogni volta. Evitare che non lo so? Non vi ricordate tutti i curricula che ho mandato a Amici e X-Factor? «Ma tu oltre a non studiare e a non lavorare non canti e non suoni, Kevin», mi fanno notare loro.

«Al massimo vai a ballare con i soldi della paghetta, e poi torni a casa alle sei del mattino che non ti reggi in piedi». E che vuol dire? Che significa? Che importa? Qui nessuno sa più far niente. Qui, ve ne sarete accorti, è un’impresa perfino installare il decoder. Qui basta che piova un po’ e succedono disastri, e non mi riferiscono solo a frane e inondazioni.

Avete presente il terrazzo qua fuori? Bastano due gocce e ci ritroviamo con il soggiorno allagato, grazie all’architetto che ha sbagliato l’inclinazione. E il giorno che non ci sarete più e per campare dovrò vendermi la casa? E se per disgrazia piove proprio quando viene a vederla il compratore? Tra l’altro, se per cortesia mi fate finire di mangiare è meglio, perché mi si fredda tutto, qui. Poi, dato che in fondo mi fanno tenerezza, li rassicuro: «Vedrete che prima o poi qualcosa farò. Magari, visto che non so far niente, il politico. Che così, anche se vendo questa casa, me ne ritrovo un’altra a mia insaputa».

La Stampa 27.05.10