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Approvato il regolamento sulla formazione iniziale

La commissione Cultura della Camera ha approvato oggi lo schema di regolamento sulla formazione iniziale degli insegnanti. Caratteristiche principali sono il numero programmato per l’accesso ai nuovi percorsi formativi, tirocini formativi, corsi di perfezionamento per l’insegnamento di una materia in lingua straniera.
L’accesso ai nuovi percorsi formativi prevede il superamento di una prova. Il numero dei posti annualmente disponibili sarà determinato sulla base della programmazione del fabbisogno di personale docente.

Per insegnare nella scuola dell’infanzia e nella primaria è richiesto un corso di laurea magistrale quinquennale a ciclo unico: dal secondo anno ci dsarà un tirocinio di 600 ore che si conclude con la discussione della tesi e della relazione finale che costituiscono esame con valore abilitante.

Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado è richiesta la laurea magistrale (o un diploma accademico di secondo livello per l’insegnamento di discipline artistiche, musicali e coreutiche) più un anno di tirocinio formativo attivo (TFA), che si conclude con la stesura di una relazione e l’esame finale con valore abilitante.

La specializzazione per il sostegno agli alunni disabili, in attesa della istituzione di specifiche classi di abilitazione, si consegue solo presso le università, con la partecipazione a un corso di durata almeno annuale, a numero programmato, che deve comprendere almeno 300 ore di tirocinio. Presso le universita’ sono, inoltre, istituiti corsi di perfezionamento per l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera. I corsi durano almeno un anno e comprendono almeno 300 ore di tirocinio.

Fino al 2011-2012 i non abilitati che hanno svolto, alla data di entrata in vigore del decreto, almeno 360 giorni di insegnamento, sono ammessi in soprannumero al TFA ma devono superare una prova di accesso. Il servizio prestato coprirà parte dei crediti formativi richiesti.

da Tuttoscuola 27.05.10

"Federalismo alla prova", di Luigi La Spina

E’ vero. L’Europa ha deciso una concertata azione di tutti gli Stati contro l’espansione del debito pubblico per difendere non solo l’euro, ma la credibilità del progetto di unione politica ed economica del nostro continente. Ma il governo ha colto questa opportunità per varare un primo test sugli effetti, in Italia, dell’applicazione del federalismo.
Con una categoria esplicitamente e anche duramente messa nel mirino: i dipendenti pubblici. E con una istituzione messa alla prova: le Regioni.

La conferenza stampa della coppia Berlusconi-Tremonti aveva il dichiarato e obbligato scopo di smentire l’esistenza di contrasti tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia. Il tono di ostentata deferenza con il quale Tremonti si rivolgeva al premier, però, non è riuscito a mascherare la realtà. L’impronta della manovra corrisponde perfettamente alle visioni di politica economica e sociale caratteristiche dell’asse forte sul quale, oggi, si regge il quarto governo Berlusconi, quello formato dal ministro dell’Economia e dalla Lega.

Le dimensioni quantitative dei «tagli», o meglio, come pudicamente li ha battezzati Tremonti, dei «risparmi di spesa», non sono clamorose. Sia rispetto a quello che hanno fatto i governi dell’Europa, sia rispetto ai sacrifici che, in un passato abbastanza recente, prima Amato e poi Prodi hanno chiesto agli italiani per salvare lo Stato dal dissesto e per entrare subito nella moneta unica. A questo proposito, è significativo come, anche da parte di ambienti favorevoli alla maggioranza, siano state espresse preoccupazioni sulla sufficienza di questi provvedimenti per convincere i mercati e la speculazione finanziaria. Timori che lo stesso ministro dell’Economia ha cercato di fugare esibendo, con molta enfasi, i pareri favorevoli espressi ieri dalla Commissione europea, dal Fondo monetario e da alcune agenzie di rating.

Quello che caratterizza questa manovra è, invece, il preciso indirizzo sociale e politico, concentrato su una riduzione di spesa della pubblica amministrazione. La «filosofia» dalla quale nascono i provvedimenti parte da due scommesse. La prima presuppone che il costo dell’intervento sia accettabile per una categoria per la quale, finora, la crisi economica non ha avuto sensibili conseguenze. Perché garantita da un posto sicuro e da un salario che ha perlomeno conservato lo stesso potere d’acquisto, visto il basso livello dell’inflazione. La seconda scommessa vuole verificare le conseguenze di un trasferimento di responsabilità alle Regioni, che saranno costrette, se non riusciranno a tagliare i cosiddetti «sprechi», o a ridurre i servizi o ad aumentare le tasse.

Queste prove di federalismo fiscale, però, scontano differenze territoriali enormi che, simbolicamente, si potrebbero riassumere anche con la distribuzione geografica delle Province a rischio, secondo i criteri stabiliti dal governo: quasi tutta concentrata nel Centro-Sud. Nel nostro Mezzogiorno, ma non solo, è molto labile il confine tra l’erogazione di un servizio da parte dell’amministrazione pubblica e l’assistenza, il sostegno contro la disoccupazione, il disagio economico, la precarietà del lavoro. Forme di welfare improprio, certamente, ma che hanno consentito una pace sociale difficile da garantire altrimenti. Anche perché c’è una evidente sfasatura temporale tra gli effetti, immediati, dei tagli alle spese pubbliche e quelli, possibili ma non assicurati, dei provvedimenti previsti per attirare investimenti nel Sud.

Ecco perché le due sfide mettono a repentaglio un consenso elettorale che non tocca la costituente d’interessi di Tremonti e di Bossi. Il ministro dell’Economia, almeno per ora, deve occuparsi principalmente di offrire garanzie sui nostri conti, sia nei confronti dei partner europei, sia nei confronti dei risparmiatori che devono acquistare i nostri titoli di Stato. Impiegati pubblici e territori del Centro-Sud non sono, notoriamente, aree di particolare attenzione da parte della Lega.

Diversa è la condizione di Berlusconi. Al di fuori degli insegnanti e dei magistrati, i pubblici dipendenti costituiscono un bacino elettorale che assicura al Pdl una notevole messe di voti. Così come lo spostamento dei suffragi, dallo schieramento di centrosinistra a quello di centrodestra, è stato determinante per le sorti della competizione nazionale negli ultimi tempi. Non è un caso infatti che, proprio in questi giorni, il presidente del Consiglio stia tentando di riallacciare buoni rapporti sia con Casini sia con Fini, altrettanto interessati alle sorti di quella categoria e di quell’area geografica. L’equilibrio dei governi, come quello degli uomini, non sopporta che una gamba sia troppo più forte dell’altra.
La Stampa 27.05.10

"L'iniquità irresponsabile", di Massimo Giannini

PIÙ di così non si poteva fare », dice Berlusconi della manovra approvata dal governo «salvo intese», con una formula da vecchio pentapartito della Prima Repubblica. Almeno su questo il presidente del Consiglio ha ragione: 24 miliardi sono tanti, per un Paese che da una decina d’anni perde competitività e produttività e langue con un tasso di crescita dello 0,5%. Tuttavia meglio di così non solo si poteva, ma si doveva fare. Su questo il premier ha torto marcio. Non sono in discussione la necessità politica e l´urgenza economica di questa legge finanziaria fuori stagione, fatta di «sacrifici duri» e varata in corsa «per evitare che l´Italia faccia la fine della Grecia», secondo la definizione-shock usata tre giorni fa da Gianni Letta. Sono invece in discussione altri due aspetti, non meno essenziali: l´irresponsabilità ideologica e l´iniquità sociale.
L´irresponsabilità ideologica è iscritta nel codice genetico del berlusconismo, come forma di negazione della realtà e di manipolazione della verità. Questa «manovra epocale», o «tornante della storia» secondo la prosa enfatica di Tremonti, è precipitata sul Paese in un improvviso clima di «emergenza nazionale». Per più di due anni il premier ha raccontato che la crisi non c´è mai stata, o che comunque era già finita. In meno di due settimane si scopre invece che rischiamo la bancarotta. Un drammatico cambio di fase. Per gli italiani è un trauma psicologico, per il governo un cortocircuito politico. L´unico modo per uscirne sarebbe stata una grande operazione di onestà, e dunque una forte assunzione di responsabilità. Berlusconi, in sostanza, avrebbe dovuto presentarsi in tv e dire: signore e signori, i fatti mi hanno dato torto, ho sbagliato la mia analisi sulla crisi, me ne scuso e vi chiedo di fare, tutti insieme, un grande sforzo per salvare il nostro Paese e la moneta unica.
Questo sarebbe stato un «discorso sul bene comune», comprensibile e condivisibile. Esattamente quello che è mancato in queste ore, e che deve essersi perduto in questi giorni nell´aspro braccio di ferro tra il premier e il suo ministro del Tesoro. Ieri, in conferenza stampa, Berlusconi ha continuato a negare l´evidenza, segnando una «cesura» arbitraria tra la crisi finanziaria partita due anni fa in America con i mutui subprime, trasformatasi poi in crisi mondiale per le economie reali, e la crisi «speculativa» contro l´euro esplosa in queste ultime settimane. Ha scoperto oggi che «abbiamo un debito pubblico insostenibile per colpa dei governi della Sinistra» (dov´è stato lui dal ´94 in poi, e perché dal 2001 al 2006 ha azzerato l´avanzo primario che Ciampi aveva faticosamente portato al 5% del Pil?). Ha scoperto oggi che «abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità», e per questo «dobbiamo ridurre la presenza dello Stato in economia». Una lettura auto-assolutoria, che finge di non vedere le connessioni di questo disastro globale, per occultare le omissioni del governo di fronte ad esso.
Tremonti, al contrario, non ha mai negato la crisi. Non ha mai nascosto le difficoltà della fase, anche se non ha brillato per originalità delle soluzioni. Davanti all´attacco speculativo contro i debiti sovrani dell´eurozona, e di fronte al perdurare di una recessione ostinata, il ministro è stato coerente. Ha impostato una manovra «pesante», che riduce in due anni il deficit a colpi di taglio alla spesa pubblica. E l´ha affidata al premier, perché se ne assumesse la responsabilità di fronte al Paese. Ma è esattamente questo che il Cavaliere non può accettare. Che tocchi a lui l´ingrato compito di associare la sua immagine alla parola «sacrifici». Che tocchi a lui farsi «commissariare» non da Tremonti ma dalla verità, cioè dall´interpretazione che Tremonti dà della crisi. Che tocchi a lui, in definitiva, fare quello che fanno tutti i governanti normali nelle normali democrazie occidentali: spiegare ai cittadini cosa succede, e «rendere conto» delle scelte che si fanno. Tutto questo cozza contro l´ideologia berlusconiana, nutrita di suggestioni narrative e di moduli assertivi che rifiutano a priori il principio di realtà e dunque non contemplano, neanche a posteriori, l´etica della responsabilità.
L´iniquità sociale di questa manovra discende dalla sua stessa irresponsabilità ideologica. È giusto tagliare la spesa pubblica corrente e improduttiva, che soprattutto i governi di centrodestra hanno fatto crescere in questi anni a ritmi superiori al 2% l´anno. Ma è evidente a tutti che mai come stavolta la stangata è squilibrata e «di classe». Pesa quasi per intero sulle spalle del pubblico impiego. Nessuno nega le sacche di inefficienza e i relativi «privilegi» che si annidano in questo settore: dall´impossibilità di essere licenziati o cassintegrati ai rinnovi contrattuali spesso superiori al tasso di inflazione programmata. Ma nessuno può negare che i livelli retributivi, nel settore pubblico, siano in assoluto già bassi e spesso bassissimi. Come si fa a chiedere il tributo più doloroso a quei 3 milioni e 600 mila dipendenti pubblici che guadagnano in media 1.200 euro al mese, senza chiedere nulla a chi ha redditi infinitamente superiori nel privato, nelle professioni, nelle imprese? E come si fa a non vedere che Germania, Frangia e Gran Bretagna hanno varato manovre ancora più severe, imponendo lacrime e sangue prima di tutto ai ceti più abbienti e alle banche?
Ma anche qui, in fondo, c´è una spiegazione ideologica che giustifica la scelta. Si parte dall´assunto forzaleghista che vuole i dipendenti fannulloni per definizione. E dunque, implicitamente, il governo gli propone uno scambio immorale: io ti rinnovo la tua «sinecura», ma in cambio ti congelo gli stipendi per tre anni. E qui si annida l´estremo paradosso di questa manovra che si profila come una vera e propria controriforma. Con la batosta sul pubblico impiego e la scure sugli enti locali, Berlusconi azzera in un colpo solo le uniche due riforme di cui poteva fregiarsi in questo primo biennio di governo: la riforma del pubblico impiego di Brunetta e la riforma federalista di Bossi. Il decretone di ieri le distrugge entrambe, almeno fino alla fine della legislatura.
Di buono, alla fine, resta la quantità dei tagli, non certo la qualità. Speriamo che basti a convincere i mercati che noi non siamo tra i «maiali» di Eurolandia. Ma di certo non basta a dire che il Paese «è in mani sicure». E meno che mai a pensare che «siamo tutti sulla stessa barca», come ha detto ieri il Cavaliere. In troppi, a partire dagli evasori fiscali che hanno scudato i capitali, non rischiano la pelle in mezzo alla tempesta perfetta. Se ne stanno sul molo, a godersi lo spettacolo.
La Repubblica 27.05.10

"Spunta il taglio di 10 province", di Gianni Trovati

Nella sua versione finale quella su regioni ed enti locali diventa una super-manovra, che chiede risparmi in due anni per 13 miliardi e impone una drastica razionalizzazione degli enti territoriali, in cui spunta anche l’abolizione (alla fine del mandato degli amministratori attuali) di 10 province non di confine che contano meno di 220mila abitanti.
Il governo locale, insomma, è chiamato a portare in dote metà del valore della manovra correttiva, e il grosso (come anticipato sul Sole 24 Ore di ieri) tocca alle regioni: a quelle a statuto ordinario il decreto chiede 7 miliardi (2,5 nel 2010), mentre alle regioni autonome spetta un compito da 1,5 miliardi. In crescita anche le richieste ai sindaci, che dovranno garantire 1,2 miliardi l’anno prossimo e 2,2 nel 2012, e per i presidenti di provincia (200 milioni nel 2011 e 440 nel 2012). Numeri «irricevibili» per Vasco Errani (Pd), presidente dei governatori, ma anche nel centrodestra la reazione non è morbida: «Se si chiedono sacrifici così a tutti i comparti la manovra può arrivare a 140 miliardi», ironizza Romano Colozzi, assessore al Bilancio in Lombardia, mentre Giuseppe Scopelliti, presidente della Calabria, chiede ai colleghi di mettersi a un tavolo per «studiare una controproposta». A spiegare le ragioni della cura da cavallo è stato in mattinata lo stesso Giulio Tremonti, chiamando tutti alla «responsabilità» perché «il patto Ue sarà più rigido», i paesi in deficit eccessivo si vedranno tagliare i fondi Ue e a subirne le conseguenze sarebbero soprattutto le regioni più in difficoltà. Meno tranchant la reazione di sindaci e presidenti, che sono usciti da palazzo Chigi ribadendo la loro «disponibilità ai sacrifici», chiedendo però tre condizioni: una boccata d’ossigeno sul 2010, una rimodulazione del patto per il prossimo biennio e tempi certi sul federalismo fiscale, che dovrebbe ora affrontare il nodo della fiscalità locale e dei tributi propri di sindaci e presidenti.

Confermato nelle ultime bozze circolate ieri anche il nuovo sistema delle super-sanzioni chiamate a blindare in anticipo i risultati del patto di stabilità per il bilancio pubblico.

Le regioni ordinarie, secondo questo meccanismo, si dovrebbero veder trattenuti ex ante i trasferimenti, per una somma pari al contributo richiesto, mentre agli enti locali inadempienti sarà tagliato un importo pari alla differenza fra gli obiettivi assegnati dalla manovra e i saldi effettivamente raggiunti. L’unico caso in cui l’assicurazione preventiva non può funzionare è quello delle regioni a statuto speciale, che non dipendono dai trasferimenti statali (trattengono le imposte “nate” sul loro territorio) e di conseguenza dovranno versare a consuntivo la sanzione, anche in questo caso pari alla differenza fra obiettivi e risultati. Ma novità esplosive arrivano anche per gli amministratori degli enti che non rispettano il patto, e che alla fine del loro mandato dovranno saltare un turno perché saranno esclusi dalle prime elezioni successive allo sforamento. Il cartellino rosso, secondo la lettera della norma, riguarderebbe tutti gli «amministratori», a prescindere dal loro ruolo.
La manovra esaminata ieri dal Consiglio dei ministri contiene però anche qualche buona notizia, che in parte va incontro alle condizioni poste soprattutto dai sindaci: arriva, prima di tutto, il bis del decreto anti-crisi, che sbloccherà negli enti che hanno rispettato il patto nel 2009 una quota (lo 0,78%) dei residui passivi bloccati in cassa e necessari a pagare le imprese fornitrici. La «boccata d’ossigeno» sul 2010 si concretizza invece in un assegno da 200 milioni, che sarà distribuito dal ministero dell’Interno.
Il patto di stabilità non esaurisce comunque la partita del risanamento dei conti pubblici locali, che si giocherà anche sul terreno della «razionalizzazione». Il divieto a costituire società, accompagnato dall’obbligo di dismettere entro l’anno le partecipazioni esistenti, dovrebbe abbracciare tutti gli enti fino a 30mila abitanti, mentre quelli fra 30mila e 50mila potranno avere in portafoglio una sola società. Nei 5.800 comuni sotto i 5mila abitanti scatta invece l’obbligo della gestione associata delle funzioni fondamentali.
Il Sole 24 Ore 26.05.10

"Se il cittadino si ribella", di Giovanni Valentini

Quale che sia l’esito parlamentare dell’infausto provvedimento sulle intercettazioni, un rilevante successo la campagna di stampa contro la legge-bavaglio l’ha già raggiunto: e cioè la mobilitazione dell’opinione pubblica, giuristi, intellettuali, editori, giornalisti, studenti e cittadini comuni, tutti schierati in difesa della libertà d’informazione, correttamente intesa come libertà di essere informati e quindi come libertà di informare.
Una confortante manifestazione di quella società civile, certamente sollecitata dall’impegno dei giornali e in prima linea del nostro, che spesso viene evocata come in una seduta spiritica. E che improvvisamente si materializza e si esprime come in un prodigio. Il post-it incollato sulla bocca di tanti lettori e di tante lettrici rappresenta ormai il simbolo di questa ribellione popolare, la bandiera di un’opposizione diffusa che va al di là dei numeri e dei seggi in Parlamento. Quel foglietto giallo, una delle più grandi “invenzioni minime” del nostro tempo, diventa così il distintivo di un’opinione pubblica – di destra, di centro o di sinistra – che si sente espropriata di un suo diritto fondamentale e perciò reagisce per riappropriarsene. Vogliamo sapere, insomma, per poter giudicare.

“Un individuo libero e attento ai suoi bisogni e interessi – scrive Eugenio Scalfari nel suo ultimo libro Per l’alto mare aperto – sente la necessità di inventarsi lo Stato, appunto come entità astratta, e la cittadinanza come status di massa, fondata sull’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge”. Ecco, il cittadino, lo Stato e il governo. Qui il governo in carica non amministra lo Stato né difende il cittadino, ma tende piuttosto a imporre una legge autoritaria e repressiva attraverso cui conculca, viola, calpesta i diritti dei cittadini.

Nella falsa retorica del regime mediatico, il ministro della Giustizia proclama che la legge-bavaglio serve a difendere – nell’ordine – la privacy, il diritto di cronaca e infine la funzione investigativa. Ma si tratta chiaramente di un artificio, o di un’ipocrisia bella e buona, per occultare lo spirito e la sostanza di un provvedimento liberticida. È vero infatti che occorre garantire un equilibrio fra questi tre diritti costituzionali, ma l’ordine semmai andrebbe invertito o comunque adattato alle circostanze, al caso specifico: la tutela della legalità, innanzitutto, come superiore interesse collettivo, poi l’informazione e quindi la riservatezza individuale.
Non c’è dubbio che abbiamo assistito finora a molti abusi nella gestione delle intercettazioni, telefoniche e ambientali, all’interno e all’esterno della sfera penale. Da strumenti d’indagine “straordinari”, spesso si sono trasformate in strumenti “ordinari”; da mezzi di ricerca della prova sono diventate prove in sé. Ed è fuori discussione che bisogna preservare il singolo cittadino dalla “gogna mediatica”, a maggior ragione quando è incolpevole o addirittura estraneo alle indagini. Le intercettazioni tuttavia restano assolutamente necessarie nella lotta al malaffare e alla criminalità organizzata, tanto più in un Paese come il nostro contagiato da una corruzione endemica e infiltrato dalla mafia, dalla camorra e dalla ‘ndrangheta.

La controriforma del governo Berlusconi – sulla quale perfino il presidente del Senato, Renato Schifani, sembra nutrire ora qualche ripensamento – non mira affatto a correggere e a sanare queste disfunzioni, bensì a colpire l’anello debole della catena, a punire i giornalisti, a mettere il bavaglio o la museruola alla libertà di stampa. Più che a contenere i costi per l’organizzazione della giustizia e a evitare i danni per i terzi incolpevoli, il disegno di legge del ministro Alfano punta in realtà a ridurre il diritto all’informazione, anzi a negarlo e mortificarlo. Non sono insomma la tutela del segreto investigativo e la difesa della privacy i veri obiettivi di questo provvedimento, quanto piuttosto la protezione della “casta”, il blackout sugli scandali di regime, il controllo dei giornali e dei telegiornali o magari la loro sottomissione al potere politico.

Nel nostro Codice, è già scritto del resto che le intercettazioni devono essere usate con la massima prudenza, solo quando ricorrono gravi indizi di reato e quando sono “assolutamente indispensabili al fine della prosecuzione delle indagini”. Che cos’altro c’è bisogno di aggiungere, di precisare, di limitare? Non abbiamo difficoltà a riconoscere, come convengono da fronti opposti il giudice Carlo Nordio e l’avvocato Giuliano Pisapia nel loro dialogo editoriale intitolato In attesa di giustizia, che a volte l’uso o l’abuso delle intercettazioni configura una “incivile violenza” o addirittura “una barbarie”. Più che punire i giornalisti o sanzionare gli editori di giornali, però, sarebbe opportuno individuare a monte le responsabilità effettive, impedendo che chi ha l’obbligo istituzionale di tutelare il segreto investigativo finisca poi per violarlo impunemente.

Proprio in forza del diritto all’informazione, i giornalisti hanno invece il dovere professionale e deontologico di divulgare tutte le notizie di cui entrano in possesso, una volta accertata l’attendibilità della fonte da cui provengono e verificato l’interesse generale ad apprenderle. Si può anche discutere allora sulla necessità di un Codice di autoregolamentazione in materia, da definire magari insieme ai magistrati, per darsi una disciplina migliore, rispettare ancora di più l’attività giudiziaria e la riservatezza dei cittadini. Ma di fronte a un interesse superiore della collettività la politica deve fare un passo indietro e rimettersi eventualmente a un’iniziativa del genere, se non vuole soffocare la libertà di stampa e quella d’opinione.

La Repubblica 26.05.10

Manovra, il Cdm dice sì. Cgil e Regioni la bocciano.

Lo Stato deve costare di meno ai cittadini. Silvio Berlusconi lo ribadisce ai ministri al termine del Consiglio che ha dato il via libera alla manovra economica, ma soprattutto riassume così l’iter di un provvedimento che è lo stesso premier a bollare come rigoroso ma necessario, viste le richieste dell’Europa. Lotta all’evasione fiscale e nessun aumento delle tasse sono i due perni intorno al quale ruota il ragionamento del Cavaliere che oggi, in una conferenza stampa, entrerà nel dettaglio della Finanziaria con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

Il via libera alla manovra arriva comunque al termine di una giornata accompagnata da tensioni che hanno visto al centro proprio il titolare del Tesoro contro cui si sono scatenati i malumori di diversi ministri, anche nel corso della riunione a palazzo Chigi. Malumori legati soprattutto al fatto che il tesoro non avrebbe fornito cifre e dettagli sui tagli ed alcune misure, come per esempio la soglia della tracciabilità dei pagamenti in contanti e la decurtazione degli stipendi dei dirigenti pubblici. Tremonti, raccontano alcuni partecipanti al cdm, si sarebbe presentato solo con l’articolato della manovra senza fornire ai diretti interessati neanche l’entità dei tagli ai vari dicasteri. Insomma, una riunione sempre sul filo dell’equilibrio che avrebbe caratterizzato anche l’incontro tra Berlusconi, il ministro dell’Economia e il sottosegretario Letta che ha preceduto il Consiglio. Un incontro ristretto per risolvere gli ultimi nodi relativi alla tracciabilità dei contanti, misura che il premier avrebbe bollato come impopolare. Il compromesso è stato raggiunto con l’abbassamento della soglia da 7000 euro a 5000, così come voluto fortemente dai sindacati che hanno appoggiato la manovra. Inoltre, dalla scure dei tagli è stata esentata la presidenza del Consiglio.

Un delicato punto di bilanciamento, dunque, quello raggiunto tra il premier ed il titolare di via XX Settembre che ha consentito il via libera alla finanziaria nonostante i mal di pancia di diversi ministri. Un approvazione che, stando a quanto raccontano diversi presenti, sarebbe aperta a modifiche anche se fonti ufficiali dell’Esecutivo precisano che l’approvazione è definitiva. Rimarrebbero spazi solo per limature tecniche. Oltre a dare il via libera al testo, il Cdm avrebbe autorizzato preventivamente la fiducia qualora le circostanze lo rendessero necessario.

I dettagli della finanziaria sono stati oggetto di discussione anche nella successiva cena a palazzo Grazioli tra Cavaliere, il leader della Lega Umberto Bossi, che ha apprezzato l’operato del responsabile del Tesoro e smentito tensioni nel governo, il ministro della Semplificazione Legislativa Roberto Calderoli e lo stesso Tremonti. Resta il fatto, racconta chi ci ha parlato, che il presidente del Consiglio avrebbe preferito una gestione diversa della costruzione della manovra. Tant’è, raccontano i fedelissimi, che oggi illustrerà in prima persona agli italiani le misure prese, proprio per ovviare ai “difetti” di comunicazione che -rimarca- avrebbero impedito di trasmettere ai cittadini i segnali di ottimismo.

L’incontro con i sindacati
Il ministro dell’Economia ha anche parlato alle parti sociali di un lungo elenco di società e enti che, con i tagli previsti dalla manovra 2011-2012, saranno sciolti. Un taglio che ”non sara’ simbolico”, avrebbe detto il ministro. Da Tremonti la conferma che ci saranno ”parecchi tagli” e ”significative riduzioni dei trasferimenti” agli enti locali. Inoltre, avrebbe detto ancora il ministro, ”il federalismo fiscale fara’ risparmiare”.

Immediato lo sfogo di Vasco Errani: ‘Non ci sono state fornite le cifre in modo chiaro e puntuale e anche questo e’ un problema: e’ difficile partecipare ad uno sforzo di governo della spesa pubblica senza sapere quali sono i riferimenti complessivi”, ha dichiarato il presidente della Conferenza delle Regioni al termine dell’incontro col governo sulla manovra a Palazzo Chigi.
”Ci sono rischi per l’attuazione del federalismo?”, gli e’ stato chiesto. ”Se per esempio il governo si trattenesse tutte le risorse relative a quelli che erano i fondi per l’attuazione delle Bassanini – ha risposto Errani – il federalismo fiscale non avrebbe piu’ nulla da attuare: c’e’ bisogno di chiarezza per fare una manovra seria, che non sia recessiva, vogliamo fare la nostra parte ma in modo da poter svolgere ognuno la sua funzione”. Sul condono, infine, Errani ha detto che si parla di regolarizzazione catastale sulle case fantasma ma ”se si regolarizza una casa senza nessuna concessione edilizia – ha puntualizzato – si tratta di fatto di un condono”.

”Leggendo le prime bozze che circolano, non mi pare ci sia molto. Anzi. Questa e’ una manovra depressiva. E’ solo un giro di specchi”. Cosi’ Pier Luigi Bersani ha commentato da Pechino, dove si trova per il forum politico Europa-Cina, le linee della manovra economica che il governo varera’ questa sera. ”Non si affronta nulla di strutturale, tagli indiscriminati e nessuna crescita”, ha aggiunto.

Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha iniziato il suo intervento chiedendo chiarimenti sulle misure relative a finestre per le pensioni e buonuscita per i dipendenti pubblici. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, avrebbe replicato ribadendo che sulle pensioni non sono previsti interventi strutturali. Intervenire sulle finestre, avrebbe detto il ministro, ”e’ solo uno spostamento dell’erogazione della pensione”.

”Il grosso dei sacrifici lo si chiede sempre ai lavoratori, pubblici e privati” e non c’e nessuna misura ”di sostegno a occupazione e investimenti. Quindi e’ una manovra che non mantiene un profilo di equità”, ha dichiarato a questo punto Epifani, aggiungendo che la manovra ”va quindi cambiata in Parlamento”.Per la Cgil, ha detto Epifani, ”non e’ in discussione che ci voglia una manovra correttiva come fanno altri Paesi. Continuo a rammaricarmi – ha quindi aggiunto il leader della Cgil – del fatto che il governo aveva detto che eravamo in una situazione di tranquillita’ e non era vero”. ”Un giudizio definitivo lo daremo alla lettura del testo” ma ”non e’ in discussione che vi voglia una correzione”, ha spiegato Epifani dopo l’incontro a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali.

”La manovra mantiene un profilo di iniquita’ sociale: un reddito da un milione di euro non viene toccato, ma un lavoratore pubblico che guadagna 1.500 euro si’, cosi’ come un lavoratore privato che deve andare in pensione”. Per la Cgil ”resta un giudizio di fondo: il grosso dei sacrifici e’ per i lavoratori poubblici e privati”

Critica anche la posizione del giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino sulla manovra, che si e’ dice ”sbalordito” per ”l’azzeramento dell’Autorita’ indipendente per la valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni pubbliche, parte della riforma Brunetta nata da un accordo tra maggioranza e PD”. Ne ha parlato a Genova a margine delle celebrazioni per i 60 anni della Cisl. ”Che si debba dare il segnale del massimo rigore nei conti pubblici e’ fuori discussione – ha affermato Ichino -. Quello che e’ stupefacente e’ che in questo momento in cui come forse non mai e’ indispensabile saper distinguere tra sprechi e spese utili, rami secchi e corpo vivo dell’amministrazione pubblica, le rendite e la retribuzione del lavoro produttivo, il governo azzera cio’ che e’ stato fatto in questi due anni anche con un forte, responsabile, costruttivo contributo dell’opposizione, perche’ viene azzerata l’Autorita’ indipendente per la valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni pubbliche, strumento cardine per quella distinzione”.

”Si torna cosi’ a porsi nelle condizioni per cui i tagli diventano indiscriminati, i cosiddetti tagli orizzontali – ha proseguito Ichino – che non distinguono tra cio’ che va tagliato e potrebbe essere tagliato anche molto di piu’ e cio’ che invece ferisce nel vivo il corpo produttivo del Paese. Questo e’ un errore clamoroso che non possiamo perdonare al governo”.

”Questo e’ il momento di andare a fondo nella liberalizzazione dei servizi alle famiglie e alle imprese invece di tornare indietro con misure di tipo corporativo. Questo e’ il momento di fare la riforma del Welfare e del mercato del lavoro, altro che come dice Sacconi, ‘in un periodo di crisi non si fanno le riforme’. Il periodo di crisi e’ il momento in cui si devono fare le riforme. Anche per questo aspetto c’e’ un dissenso profondo rispetto alla linea del governo”, ha detto il giuslavorista. ”Il messaggio positivo che dobbiamo lanciare ai mercati per ridare fiducia nel sistema Italia non e’ solo l’equilibrio dei conti pubblici, ma e’ anche la capacita’ dell’Italia di tornare a crescere, ad essere competitiva sul terreno internazionale. Per questo non bastano i conti pubblici in ordine – ha proseguito Ichino – ma occorre anche guarire quel male oscuro di cui soffre da vent’anni la nostra economia, che negli ultimi vent’anni e’ cresciuta la meta’ della media del resto dell’UE ed in questo periodo di crisi ha perso piu’ di quanto abbiano perso in media gli altri Paesi europei”. ”Questo male oscuro lo si cura incidendo nelle piaghe e nelle tare del nostro sistema e quindi questo e’ il momento di fare le riforme”.

L’Unità 26.05.10

"Intercettazioni costituzione e buon senso", di Michele Ainis

L’incostituzionalità di una legge può essere provata solo quando la Consulta ci mette sopra un timbro.
Prima d’allora è un semplice sospetto, o in qualche caso un dubbio. Eppure il disegno di legge sulle intercettazioni è proprio di questo che ha bisogno: un esame urgente di costituzionalità. Se il Parlamento vi si dedicasse, farebbe certamente meno danni.
Nel caso di specie vengono in gioco tre libertà fondamentali: il diritto alla giustizia; il diritto alla riservatezza; il diritto all’informazione. Qualcuno saprebbe rinunziare all’uno o all’altro? Nessuno, né tra gli avversari né tra i tifosi di quest’ultimo provvedimento normativo. Difatti l’esistenza di una macchina giudiziaria capace di reprimere i delitti garantisce la nostra sicurezza collettiva: senza legalità saremmo come bestie nella giungla. A sua volta, il diritto alla privacy ci tutela contro l’invadenza dei poteri pubblici e privati: senza il dominio sulla nostra sfera intima, senza la possibilità d’appartarci fra le mura domestiche, saremmo come gli uomini narrati da Orwell, altrettante marionette del Grande Fratello. Quanto alla libertà d’informazione, non a caso la Corte Costituzionale – in una celeberrima sentenza del 1969 – l’ha definita «pietra angolare della democrazia». L’improvvisa sintonia fra tutti i direttori di giornale contro la stretta sulle intercettazioni può aver lasciato nei lettori un retrogusto amaro, l’idea d’una reazione difensiva, se non corporativa. Non è così: il lavoro dei giornalisti è in funzione della nostra libertà di cittadini. Se non avessimo più accesso alle notizie, tanto varrebbe confiscarci pure il voto.

Com’è possibile dunque miscelare questi tre ingredienti senza offendere la Costituzione? Tutto sommato, basterebbe evitare d’offendere il buon senso. Non serve una laurea in legge per capire che se in nome della privacy strangolo la legalità e l’informazione sarò un assassino, non un gendarme dei diritti. È insomma una questione di misura; o in termini giuridici di bilanciamento, di proporzione tra il dare e l’avere. D’altronde se mi metto in tasca un sassolino raccolto nella villa comunale, nessuno mi processerà per furto; ma se comincio a spalare terra per riempirci un camion, prima o poi arriverà una volante a sirene spiegate.

Ma non c’è misura in questa legge, a partire dalle sue stesse dimensioni: 5654 parole nel testo licenziato dalla Camera, prima che il Senato aggiungesse le proprie filastrocche. Non c’è misura in questo testo che comincia dalla lettera h-bis) ed esplode in un trionfo d’avverbi quando enumera le condizioni per rendere valide le intercettazioni: devono essere «assolutamente» indispensabili sulla base di esigenze «espressamente e analiticamente» indicate. Non c’è misura nel trattare la privacy del delinquente abituale alla pari di quella del cittadino onesto, né nel difendere la riservatezza dei politici, di cui dovremmo sapere pur qualcosa dato che ci domandano il voto. Non c’è misura in una procedura che si risolve nella processione del pm prima nello studio del procuratore, poi dinanzi al tribunale in composizione collegiale, doppia autorizzazione, doppie carte, tempi al quadrato. Infine non c’è misura – o forse ce n’è troppa – nel termine di 75 giorni per gli ascolti, anche se il giorno prima hai catturato per caso la voce di Bin Laden.

Basterà a sanare queste pecche il recupero del testo approvato dalla Camera, che permetteva la pubblicazione «per riassunto» delle intercettazioni? Come ha scritto Mario Calabresi, se ai pm viene sostanzialmente impedito il lavoro d’investigazione, i giornali non avranno più nulla da riassumere. Del resto non è il solo aspetto irrazionale della legge. C’è per esempio la metamorfosi dei quotidiani in libri di storia, giacché l’informazione dettagliata potrà venire pubblicata soltanto dopo l’udienza preliminare, e quindi dopo vari anni dall’arresto. C’è il divieto d’intercettare quando l’ascolto è utile, e il permesso quando è inutile. E c’è in conclusione l’oscuramento del buon senso: vietato intercettarlo.

La Stampa 26.05.10