Latest Posts

"Scatti bloccati, tagliato un miliardo", di Alessandra Ricciardi

Nel dl finanziario si paventa una manovra aggiuntiva per il comparto. Sindacati in allarme.
In attesa che il Tesoro certifichi i 300 milioni di euro di risparmi da reinvestire per il 2010, -nello specifico per premiare il merito di insegnanti, amministrativi e bidelli- la scuola corre il rischio di dover scontare il blocco degli automatismi. E tenere insegnanti e Ata senza scatti di anzianità per tre anni, come prevede la bozza del decreto finanziario già oggi a un primo consiglio dei ministri, comporta, secondo un calcolo ufficioso, una minore spesa di circa 340 milioni l’anno. Ovvero un miliardo alla fine del triennio, il risparmio complessivo che deriverebbe per le casse dello stato da quella che si presenta come una vera manovra aggiuntiva alla manovrona da 8 miliardi di euro caduta sulle spalle della scuola con il decreto legge 112/2008. Se l’articolo della bozza di decreto in possesso di ItaliaOggi (si vedano le anticipazioni di sabato scorso) sarà confermato, il blocco degli automatismi comporterà una perdita di stipendio tra i 1500 e 3000 euro su base annua. Gli scatti di anzianità rappresentano l’unica progressione reale per il comparto scuola, dove un insegnante solo a fine carriera porta a casa 2 mila euro netti al mese. Gli scatti sono 6 e si maturano rispettivamente al compimento del terzo, nono, quindicesimo, ventunesimo, ventottesimo e trentacinquesimo anno di servizio. Per fare un esempio, nella secondaria chi passa al 21esimo anno di servizio ha uno scatto di circa 2500 euro lordi l’anno. Se la norma del decreto Tremonti dovesse passare, servirebbero tre anni in più per agguantare l’aumento, con effetti a cascata anche su trattamento di fine rapporto e pensione. «Sterilizzare il meccanismo degli automatismi significherebbe di fatto fare il taglio agli stipendi della Grecia», dicono preoccupati dalle parti di viale Trastevere.

Insomma, a bocce ferme, la partita tra entrate promesse (i 300 milioni cari al ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, per la carriera) e tagli minacciati (con il congelamento degli scatti proposto dal Tesoro) è a vantaggio del ministro dell’economia, Giulio Tremonti. Senza tenere conto del blocco, sempre per tre anni, dei contratti pubblici, ergo anche della scuola. Che non avrà diritto a nessun recupero futuro ma, stando alla formulazione della norma, solo alla vacanza contrattuale: 20 euro lordi al mese l’anno. Stretta anche sui docenti di sostegno: l’organico non dovrà aumentare rispetto al 2009-2010.

Sono tanti insomma i profili incandescenti perché la polveriera dei rapporti con i sindacati possa esplodere. Non solo con la Cgil e i Cobas, da un pezzo pronti allo scontro frontale, ma anche con i sindacati finora più dialoganti con il governo. Le speranze sono tutte riposte sulle doti di mediazione del premier, Silvio Berlusconi. Che ieri ha promesso: «Niente tagli alla scuola».

La manovra confermerebbe invece l’uscita unica a settembre prossimo per chi matura i requisiti per la pensione a dicembre dello stesso anno: nessuna chiusura, dunque, dell’unica finestra prevista nella scuola. E i finanziamenti per i lavoratori socialmente utili (370 milioni di euro), 130 milioni poi per il 2011 per le scuole paritarie, che salgono a 200 milioni per il 2012. E 103 milioni per i libri di testo.

da ItaliaOggi 25.05.10

"L’eredità di Tobagi un valore da custodire", di Ferruccio de Bortoli

30 anni dopo. Walter Tobagi assassinato. La lezione del cronista che capì i nuovi barbari
Quel 28 maggio di trent’anni fa, era un mercoledì, pioveva e faceva ancora freddo. La primavera a Milano era stata inclemente e l’emergenza del terrorismo, che vivevamo con angoscia quotidiana, sembrava essersi trasformata persino in un cupo fenomeno atmosferico.
Il cielo color piombo, come i troppi anni di soffocante assedio della violenza e del terrore. La mattina, nello stanzone a pian terreno della cronaca di Milano, scorreva regolare nei suoi riti: il caffè, la riunione, le chiacchiere sciolte. Eravamo in due o tre, non di più. Allora i giornali si facevano soprattutto di sera e di notte, le redazioni si animavano verso le cinque del pomeriggio, il ticchettio assordante delle macchine per scrivere (oggi non lo sopporteremmo) si scatenava verso le sette, le otto. Non passava giorno, in quegli anni, che non venisse ucciso o gambizzato (brutto neologismo dell’epoca) qualcuno. E anche noi giornalisti avevamo la netta sensazione di poter essere, come lo eravamo già stati, nel mirino dei terroristi. C’era chi, esagerando come spesso ci accade, si era comprato un’arma, così per sentirsi più sicuro; chi uscendo di casa cambiava ogni giorno percorso; chi confessava di continuare a guardarsi le spalle. Fabio Mantica, vice capocronista, un maestro della cronaca, alzò il pesante telefono di bachelite nera. Il suo viso si fece all’improvviso scuro e una smorfia gli disegnò il volto già scavato dagli anni. Era un uomo di poche parole, Mantica, ma di rara umanità. Scattò verso l’uscio e salì di corsa in direzione al primo piano. Walter Tobagi era già stato ucciso, ma noi non lo sapevamo ancora. Non c’erano telefonini, siti online, non c’era twitter, solo quei pesanti telefoni fissi, insopportabili in duplex, che restarono ammutoliti per interminabili secondi, durante i quali i nostri sguardi di cronisti si incrociarono nel tentare di capire che cosa fosse accaduto. Poi cominciarono a squillare tutti insieme. Un inferno. Mantica scese in lacrime quando noi avevamo già capito e ci sentivamo sperduti e paralizzati dal dolore. Si appoggiò allo stipite della porta principale dello stanzone, quasi lasciandosi andare. «Ma forse non è morto », disse un collega. «No, nulla da fare, Walter è morto».

Uscimmo tutti di corsa, saltammo in fretta sulle macchine posteggiate più vicino e ci precipitammo sul luogo dell’agguato. Lungo il tragitto, lo ricordo perfettamente, eravamo in tre, nessuno di noi parlò. Appena arrivati, vedemmo una scena alla quale eravamo largamente abituati e che ormai non ci faceva più il minimo effetto: le pantere della polizia e le gazzelle dei carabinieri, come si diceva allora, le ambulanze, la concitazione, le urla, il disordine assoluto. La gente era assiepata, tenuta a bada con fatica e come prigioniera di un senso generale d’impotenza e di sconforto. Le parole spezzate, gli sguardi fissi. Ma c’era chi girava il capo e proseguiva allungando il passo, cercando di dimenticare tutto in fretta. Come se la battaglia contro il terrorismo fosse stata ormai persa, definitivamente, e si dovesse per forza convivere con il terrorismo omicida. Levando lo sguardo: una sorta di omertà. In altre occasioni un pensiero del genere non mi era venuto in mente, non ci avevo fatto caso. Quella volta sì perché sotto il lenzuolo sporco di sangue e intriso di pioggia c’era uno di noi, un collega, un amico. Il velo di cinismo che accompagna il lavoro del cronista, e ne fa un testimone utile proprio perché non sopraffatto dall’emotività, aveva lasciato il posto al dolore e alla rabbia, a un senso opprimente di ingiustizia.

Mi vergognavo di non averlo provato altre volte, quel sentimento. Ho riletto l’articolo di Fabio
Felicetti, pubblicato il giorno dopo l’agguato in prima pagina sul «Corriere». Un pezzo di rara tenerezza espressiva e nello stesso tempo asciutto e privo di retorica, quasi distaccato: descriveva quel corpo sbattuto sull’asfalto davanti al ristorante «Dai gemelli», come se lo dovesse toccare, sorreggere, quasi rianimare: la penna schizzata via dal taschino, l’ombrello caduto, la mano che sembrava ancora muoversi. Non dimenticherò di quelle ore convulse il pianto del direttore, Franco Di Bella, il dolore composto del suo vice Gaspare Barbiellini Amidei, il questore Sciaraffia che tentava di consolarli entrambi, la faccia impietrita di Angelo Rizzoli. Ma soprattutto gli sguardi smarriti dei tanti colleghi che erano accorsi lì, in via Salaino, una via sconosciuta, laterale, che poi per molti anni nessuno di noi avrebbe avuto più il coraggio di percorrere. Il direttore Di Bella era uomo duro, schietto, ma di straordinaria carica umana: sembrava aver perduto ogni forza. E ogni speranza. Come noi. Al funerale di Walter gridò la sua rabbia contro uno Stato che non sapeva difendere un suo cittadino. Ancora una volta, come tante volte. Eppure, non lo sapevamo e nessuno di noi lo immaginava, la lotta contro il terrorismo stava per essere vinta grazie ai tanti semi gettati con coraggio in una società provata e disillusa. Molti di quei semi erano nelle parole e negli articoli di Walter, come nei gesti e nell’opera silenziosa di tanti servitori dello Stato.

Il tempo, quel mercoledì, si era fermato all’improvviso. L’arrivo del padre di Walter, il suo urlo («Figlio mio») e il suo amorevole tentativo di nascondere alla nuora Stella la vista del corpo di Walter, ancora schiacciato contro il marciapiede: scene rimaste scolpite per sempre nella mia mente. La rappresentazione del dolore più profondo. Il calvario senza resurrezione. Ma l’immagine che mi è sembrata rappresentare di più la tragedia è quella di Walter ancora vivo, un po’ stanco, ma come sempre arguto e intelligente, la sera prima, al Circolo della Stampa di Milano a un dibattito sull’informazione e sul terrorismo. «È vero, c’è un imbarbarimento della società italiana che tocca tutti, ma sappiamo come nasce, e non possiamo meravigliarci ogni volta che ne scopriamo gli effetti… dobbiamo impedire che si propaghi». Walter parlava, citando Mario Borsa, direttore del «Corriere» nell’immediato dopoguerra, della libertà di stampa e della necessità che il pluralismo fosse garantito dalla corretta e aperta concorrenza fra gruppi editoriali. E aggiungeva: «Non è assolutamente sano in un Paese democratico che la politica si faccia nei palazzi di giustizia». Sono passati trent’anni, tutto è cambiato, ma le parole di Walter conservano una straordinaria attualità. La sua eredità morale e culturale rimane integra e viva. Intatta la testimonianza professionale di un cronista libero; fecondo il lascito di un pensatore riformista; profonda la scia di un cattolico impegnato nella società, desideroso di comprenderne le trasformazioni e di segnalarne con onestà e precisione le anomalie, i germi della violenza e del terrorismo.

Il Corriere della Sera 25.05.10

I presidi: «No al silenzio, i tagli sulla scuola sono gravi», di Chiara Affronte

No alle intimidazioni. È questa la replica forte e chiara dei presidi dell’Emilia-Romagna al dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Marcello Limina e alla sua «circolare bavaglio» diventata pubblica pochi giorni fa grazie al coordinamento dei docenti modenesi. Se il dirigente dell’Usr credeva di zittire i lavoratori della scuola, è invece riuscito a fare alzare la loro voce ancora di più. E così, dopo la protesta già annunciata per giovedì davanti all’Usr degli insegnanti delle superiori, questa volta sono i destinatari della circolare «riservata» a prendere la parola. E a ricordare a Limina doveri ma anche diritti di un preside. Ad esempio, quello di «continuare ad informare, spiegare e raccontare in quale difficile situazione si trovi la scuola italiana». Questo, aggiunge il coordinamento, «non significa assumere posizioni critiche nei confronti del Governo, ma semplicemente esercitare il proprio ruolo di dirigenti scolastici così come previsto dalla legge». E così, riprendendo una frase delle circolare di Limina, «astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possano ledere l’immagine dell’amministrazione pubblica» non è certo uno dei doveri dei presidi. Mentre lo è, «eticamente e deontologicamente», non nascondere «l’impoverimento dell’offerta formativa» causato dai tagli del ministro Mariastella Gelmini. Anche Asabo, l’associazione che riunisce molte scuole di Bologna, precisa che «la supina condiscendenza sarebbe una lealtà di facciata che non renderebbe un buon servizio all’efficacia del lavoro nella scuola». Le rivendicazioni arrivano proprio nel giorno in cui le conseguenze di questi tagli si mostrano in tutta la loro drammaticità. Ben 500 i posti di lavoro in meno per l’anno prossimo nelle scuole di Bologna e provincia, oltre 1.600 private del «tempo scuola richiesto». Le 64 classi di tempo pieno in più non sono state date, riferiscono in un comunicato congiunto Cgil e Cisl. E queste famiglie si rivolgeranno ai «Comuni a loro volta finanziariamente stremati», prosegue la nota. «Sono i numeri dello sfascio, quelli che Limina non vuole comunicare », sbotta Sandra Soster della Cgil. La tendenza dell’Usr regionale, infatti, resta sempre quella di cercare di ridimensionare il problema, invitando i dirigenti a non comunicare per il momento questi numeri alle famiglie. Restano quindi 600 i bambini privati della scuola dell’infanzia, come riportato nei giorni scorsi dall’Unità: «Le famiglie sono invitate ad autorganizzarsi », spiegano Cgil e Cisl. L’altro dato drammatico è quello relativo alle pluriclassi: sia alla primaria che alla secondaria di primo grado a fronte di un ingente aumento di alunni (503 alle elementari, 738 alle medie) sono previsti rispettivamente 48 e 58 insegnanti in meno: nel primo caso il numero di classi rimarrà lo stesso e quindi le cosiddette pluriclassi saranno 16, 5 in più rispetto all’anno scorso. Alle secondarie di primo grado invece le classi in meno saranno 18: così – spiegano ancora Cgil e Cisl – si dovrà ricorrere ad un maxi accorpamento di classi intermedie, in barba alla «continuità didattica». A questo quadro si aggiungono i dati relativi alle superiori, dove il taglio di docenti previsto è di 125 unità (180 per il personale amministrativo). E, oltre tutto, vista la situazione finanziaria in cui si trovano gli istituti, che in totale a Bologna devono avere dallo Stato 23 milioni, sarà impossibile garantire le supplenze, anche in questo caso attaccando il monte ore a cui i ragazzi avrebbero diritto. Per tutti questi motivi i sindacati chiedono con forza un tavolo interistituzionale a livello provinciale, già convocato per domani, per lavorare ad un’azione congiunta affinché il Governo «sia costretto a rispettare le leggi dello Stato e perché ad ogni ragazzo sia garantita una pari opportunità formativa, a partire dall’accesso alla scuola dell’infanzia». Quindi, basta nascondere la realtà, è il grido di Cgil e Cisl: «È necessario un nuovo patto sociale per le nuove generazioni a venire, perché ora tutti sappiamo qual è la situazione e la posta in gioco».

L’Unità/Bologna 25.05.10

******

“Cosa devo dire, che tutto va bene?”, di Chiara Affronte

Se un giornalista mi chiama e mi chiede se i tagli avranno delle conseguenze sulla mia scuola, cosa devo fare, dire di no anche se la realtà è opposta? ». Questa la domanda retorica che si pone le dirigente dell’istituto comprensivo 11 Daniela Amigoni, nel commentare la circolare «bavaglio » del dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Marcello Limina.
Preside, lei fa parte del coordinamento unitario dei dirigenti . Cosa pensa di questa circolare? «Non l’ho ancora letta, se non da stralci di giornale, però il tono non mi è nuovo, so di cosa si parla, visto che da parte dell’Usr ogni occasione è buona per farci appello a non parlare con la stampa. Ma io credo che criticare il Ministero per quello che fa non sia un’offesa: se non ritengo giusto un provvedimento sento di dovere e potere sostenere la mia opinione. Poi, ovviamente, come pubblico ufficiale, faccio il mio lavoro e applico le leggi».

Mi faccia un esempio di provvedimenti da cui Dissente con il Ministero. «Ne ho parlato anche con voi, nei mesi scorsi. Quando è emersa la questione del tetto del 30% per gli stranieri, ad esempio. Oppure, mi sento di dirle che anche oggi (ieri per chi legge, ndr.) che il Ministero sostiene di voler spostare l’inizio della scuola al primo di ottobre per dare impulso al turismo, mi viene subito da dire che non sono d’accordo. Tra l’altro mi pare pur un battuta infelice: in tempi di vacche magre lasciare tutto settembre i ragazzi a casa non credo che significhi automaticamente per le famiglie decidere di partire per le vacanze, o no? Non si possono togliere 15 giorni così di un colpo. Pensi che la mia scuola resta aperta anche giugno e luglio per corsi estivi, proprio per non lasciare soli i ragazzi…Detto ciò, se il Ministero deciderà così, ovviamente aprirò la scuola il primo ottobre ». Dalla circolare emerge una figura del dirigente scolastico un po’ sceriffo, nei confronti dei docenti, colpevoli talvolta di distribuire alle famiglie materiale informativo“ contro”la pubblica amministrazione. «Le famiglie che si interessano sanno già bene cosa sta succedendo alla scuola, senza che gli insegnanti glielo comunichino. E sono molto preoccupate: quindi agiscono e dicono la loro opinione. La stessa cosa vale per gli insegnanti che hanno studiato molto, si sono specializzati e si ritrovano in una scuola che non gli appartiene. Figuriamoci se io posso impedire loro di fare certe esternazioni. Non è nei miei compiti ».

Lei non smetterà di parlare con la stampa? «Se un giornalista mi chiama e mi chiede cosa succede alla mia scuola coi tagli, è corretto che io lo dica. Se sono stati tagliati drasticamente i collaboratori scolastici, io non posso non denunciare che in questo modo incorreremo in gravi problemi di sicurezza, ci metteremo nei guai seri. Dico la verità. Altra cosa sono le strumentalizzazioni: è evidente che chi fa montature si comporta in modo scorretto. Ma non mi pare che sia mai successo. Io continuerò a dire quello che penso».

L’Unità/Bologna 25.05.10

******

“Costituzione, Statuto o bavaglio per tutti?”, di Pippo Frisone
La sortita del dr.Limina, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna, non è un incidente di percorso né la sua è una circolare dal sen fuggita.

A dimostrarlo sono le prese di posizione di tutto il centro-destra, da quello bolognese ai maggiorenti nazionali del pdl , ministro Gelmini in testa.

Contro gli insegnanti e i dirigenti scolastici che osano esprimere un pensiero critico sui tagli o sulle riforme in atto, si minacciano dure sanzioni disciplinari.

E la ministra Gelmini, nel dare ragione al Direttore Limina, aggiunge che quanti vogliono far politica nella scuola, invece di strumentalizzare le istituzioni, si candidino alle elezioni oppure stiano zitti e non parlino coi giornali.

Ma vediamo come stanno effettivamente le cose . Il codice di comportamento dei pubblici dipendenti vieta di rilasciare autonomamente interviste ai giornali o di esprimersi criticamente rispetto all’amministrazione di appartenenza.

La Costituzione italiana parla chiaro: gli articoli 9 – 21 – 33 tutelano la libertà di espressione e di pensiero senza se e senza ma.

Anche la Carta Europea agli artt. 70 e 71 non lascia dubbi.

Libertà di pensiero e libertà di espressione sono riconosciuti senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche.

A quarant’anni dalla Legge n.300/70 –Statuto dei Lavoratori- va ricordato che ci son voluti vent’anni perché con il diritto e la libertà di espressione e di pensiero la Costituzione entrasse in tutti i luoghi di lavoro anche nelle Amministrazioni Pubbliche, scuole comprese.

Lo Statuto nelle scuole è una conquista che risale agli anni novanta.

I primi limiti arrivano con il Dlgs.n.165/01 e il nuovo Codice di comportamento dei pubblici dipendenti, da allora in poi allegato a tutti i contratti di lavoro del pubblico impiego.

Mentre il decreto riconosce al lavoratore pubblico il diritto di qualificarsi agli occhi del pubblico, d’interagire nella comunicazione e nei rapporti coi cittadini, il codice di comportamento all’art.11, comma 2 pone un limite invalicabile all’integrità dell’immagine dell’Amministrazione.

“Salvo il diritto di esprimere valutazioni e di diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’Amministrazione. Il dipendente tiene informato il dirigente dell’ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa.”

E il decreto Brunetta prevede pesanti sanzioni disciplinari per quanti procurano danni all’immagine della pubblica amministrazione, con pensieri, parole ed opere e non solo.

In buona sostanza, il docente o il dirigente scolastico possono solo parlar bene dell’amministrazione dalla quale dipendono. In quanto pubblici dipendenti devono astenersi da critiche o dichiarazioni pubbliche che ledono l’immagine dell’amministrazione. Se vogliono parlare con gli organi di stampa devono preventivamente informare i propri superiori.

Questo è quanto contenuto nel codice di comportamento di nove anni fa.

E allora perché tanto clamore proprio ora ? Perché è cambiato il clima e l’intolleranza verso chi dissente o manifesta un pensiero critico è diventata l’ossessione principale di chi ci governa, di questo governo in particolare.( Fini docet ).

La contrapposizione di idee e convincimenti, la manifestazione di giudizi sull’operato e i comportamenti del governo,non dettati da animosità o avversione preconcetta, sono il sale della democrazia. Limitarli vuol dire fare un salto nel buio, rinnegare a 40 anni dalla nascita proprio quello Statuto dei lavoratori che ha portato le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini sanciti dalla nostra Costituzione in ogni luogo di lavoro, comprese le scuole assieme a tutto il pubblico impiego.

Mettere il bavaglio all’informazione, limitare il potere dei giudici, impedire a insegnanti e dirigenti scolastici di poter esprimere critiche sull’operato del governo, sono il segno preoccupante d’una pericolosa involuzione : il passaggio della nostra democrazia da parlamentare a democrazia autoritaria.

A noi tutto ciò non piace e ci preoccupa fortemente.

Continueremo da questo giornale a manifestare il nostro dissenso e a rivendicare il nostro diritto di critica sulle cose che non ci piacciono, magari con un po’ d’ironia , mai con disprezzo o dileggio e rispettando sempre i nostri avversari.

Credo che sia questo il modo migliore di ricordare i 40 anni dello Statuto e ancor più il modo migliore di difendere e praticare quei principi di libertà e democrazia sanciti dalla nostra Costituzione repubblicana.

Da ScuolaOggi 25.05.10

"Il partito della falsa libertà", di Carlo Galli

La Commissione Giustizia del Senato ha discusso in seduta notturna una versione del disegno di legge sulle intercettazioni che è di per sé devastante. Ma che pare debba servire soltanto perché si abbia un articolato sul quale ulteriormente dibattere, dentro e fuori la maggioranza, per i futuri passaggi (in aula, e poi alla Camera). Nel frattempo è bene riflettere – oltre che sulla funzione del Legislativo, ridotto a operare come una sorta di provvisoria segreteria del governo e delle correnti della maggioranza – sulla “filosofia” che ha ispirato il testo. Che, anche se verrà modificato, resta paradigmatico della concezione della politica di una delle tre destre che ci governano, cioè con la destra populistico-carismatica dell´irrealtà (Berlusconi), mentre confligge, in grado diverso, con le altre due: cioè con la destra concreta degli interessi (quella di Bossi) e con la destra repubblicana delle istituzioni (Fini). Entrambe non a caso preoccupate, ciascuna dal proprio punto di vista, delle reazioni interne e internazionali che il ddl ha suscitato.
Quella legge è infatti il prodotto di una visione della politica che consiste nella sostituzione della realtà della quale tutti hanno esperienza (un´esperienza non univoca ma dialogica e conflittuale, eppure consistente) con un´altra realtà, soltanto immaginata e affabulata, che si afferma a danno della prima, e che tendenzialmente vi si sovrappone e la sostituisce. In questo caso, si tratta semplicemente di spegnere o almeno di affievolire le parole e le riflessioni – le azioni giudiziarie derivanti dalle intercettazioni, e la loro diffusione attraverso i media – che potrebbero interferire con la realtà virtuale (con la irrealtà) promossa dalle agenzie governative; con il risultato che i cittadini vivrebbero così in una favola ovattata in cui tutto va bene, e il “fare” operoso del governo prevale sul “dire” rancoroso dell´opposizione, e sulle persecuzioni della magistratura politicizzata.
Si dirà che appunto questa costruzione di un mondo doppio, di una irrealtà alternativa al reale, è l´obiettivo della propaganda di ogni regime. Ed è vero, come un minimo di conoscenza della storia del Novecento ci rammenta. Ma questo ddl ha mostrato – ancora una volta – una destra di tipo nuovo, che non opprime la libertà dei singoli col peso terribile del segreto di Stato, degli arcana imperii, e nemmeno con un martellamento ideologico apertamente anti-liberale. La lotta contro la cittadinanza liberaldemocratica avviene oggi in nome di un “segreto” non di Stato ma dell´individuo, non attraverso il rumore assordante degli slogan ma attraverso la sordina imposta alle indagini e il silenzio della stampa; insomma, non contro il singolo ma apparentemente a suo favore: a favore della «difesa assoluta della privacy individuale», come è stato detto da parte governativa. Il punto è che quel singolo soggetto così blindato in se stesso e così tutelato da ogni interferenza esterna, anche da quelle della magistratura che indaga su possibili reati, non è più un cittadino: questo, infatti, è inserito in quella rete di relazioni dialogiche – dalla legge civile e penale alla pubblica opinione, alla pubblica critica del potere – in cui essenzialmente consiste una democrazia liberale, nella quale il dire è il fare, ovvero la parola è la sostanza, e la libertà di parola non è mai “troppa”.
Privato di quello spazio pubblico che la modernità politica razionalistica e liberaldemocratica – da Kant a Mill – ha identificato nella pubblica opinione, i cui agenti primari sono partiti, parlamento e libera stampa, è solo un individuo, un atomo chiuso in se stesso e nella propria presunta “libertà”, un´entità isolata che rischia di perdere lo spazio pubblico e di divenire politicamente cieca, sorda e muta. Quel ddl veicola insomma un messaggio “individualistico” nel senso che Tocqueville attribuiva al termine – cioè di smarrimento del legame sociale e politico – ; un messaggio che si maschera da liberalismo ma che oggi assume il significato di un populismo antiliberale, il cui slogan potrebbe essere “liberi tutti”, un accattivante “ciascuno per sé”; un messaggio che adombra come modello di coesistenza una società composta di infiniti interessi privati gelosamente celati; un messaggio, infine, straordinariamente funzionale a uno specifico interesse privato o almeno parziale – la preoccupazione, cioè, per ulteriori sorprese che possano provenire dalle indagini della magistratura e per la delegittimazione ulteriore del governo e della maggioranza che ne seguirebbe, se fossero rese note dalla libera stampa – che si maschera da interesse di tutti.
Modificare radicalmente quel ddl – posto che sia possibile – è certo vitale; ma altrettanto importante è smascherare i rischi che in ogni caso sono contenuti nella professione di “libertà” che lo ha determinato; e ribadire che senza la forza della legge e senza l´informazione critica la libertà individuale – bene a cui nessuno vuole rinunciare – è destinata a rovesciarsi in impunità per i pochi e in impotenza politica per tutti.

La Repubblica 25.05.10

"Ciò che Silvio non poteva dire", di Michele Brambilla

E’ stato Gianni Letta ad anticipare ieri agli italiani il «succo» della manovra che questa mattina il governo illustrerà ufficialmente. E già il fatto che Letta abbia parlato è una notizia. In oltre quindici anni di fedele servizio, le sue dichiarazioni pubbliche si contano sulle dita di una mano. E mai un commento, mai un’esternazione. A memoria, lo ricordiamo prendere la parola per il terremoto dell’Aquila: ma Letta è abruzzese, lì c’era un fatto personale e sentimentale.

Come mai dunque è stato proprio lui ad anticipare, come dicevamo, il succo della manovra? La prima risposta che viene istintiva è semplice: si tratta di un «succo» amarissimo per gli italiani. Letta ha annunciato «una serie di sacrifici molto pesanti, molto duri», che il governo è «costretto a prendere per salvare il nostro Paese dal rischio Grecia».

E lungi dall’annunciare una prossima e sicura uscita dal tunnel, ha definito «disperato» il tentativo di «scongiurare una crisi epocale». Riesce difficile pensare che, a 75 anni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio abbia deciso di intraprendere una nuova carriera da portavoce e di abbandonare il proprio ruolo di importante ma riservato tessitore della politica. Molto più facile immaginare che Silvio Berlusconi abbia deciso di affidare al suo fedele consigliere il compito di pronunciare parole che lui non pronuncerebbe mai. Avrebbe mai usato, Berlusconi, l’aggettivo «disperato»? Lui che ha sempre detto di non aver mai visto un pessimista combinare qualcosa di buono nella vita? Avrebbe mai definito «epocale» la crisi, lui che ha sempre accusato di catastrofismo chi parlava di recessione? Avrebbe mai voluto essere il premier che annuncia sacrifici agli italiani, lui che aveva promesso meno tasse per tutti?

Berlusconi è un leader di grande carisma, ma il suo è un carisma fondato sull’ottimismo, sull’iniezione di fiducia. Capita invece che a volte i grandi condottieri debbano usare linguaggi diversi, più sgradevoli. È celeberrimo il discorso che Winston Churchill pronunciò alla Camera dei Comuni il 13 maggio di settant’anni fa: «Ho ricevuto da Sua Maestà l’incarico di formare un nuovo governo… Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore… Abbiamo di fronte a noi molti, molti mesi di lotta e di sofferenza». Allora «la più terribile delle ordalie», come la definì Churchill, era la lotta contro il nazismo. Oggi lo spettro è «solo» un cambiamento di tenore vita per tutti noi: per molti, anche uno sprofondare nell’indigenza. Il contrario di quella prospettiva di benessere e successo che Berlusconi «garantiva» con l’esempio della propria vicenda personale.

È dunque probabilmente questo il motivo per cui il Grande Comunicatore dell’ottimismo e del successo ha voluto far vestire a Letta quei panni da Churchill che non sono nel suo guardaroba. Ieri sera un altro Letta, Enrico, ha detto che Berlusconi deve assumersi le proprie responsabilità e mettere la faccia accanto alla parola «sacrifici». Non sappiamo se lo farà. Che smentisca Letta in toto è molto difficile, se non impossibile. Più facile che ne attenui i toni, dicendo che sì, i «sacrifici» ci saranno, ma precisando che è l’Europa a chiederceli anzi a imporceli, e che se fosse solo per l’Italia la situazione non sarebbe quella che è. Facile anche prevedere che alla fine il premier aggiungerà che tutto andrà comunque per il meglio, e che ogni stretta alla cinghia sarà funzionale al coronamento del sogno, cioè all’abbassamento delle tasse. Se così sarà, vorrà dire che la scelta di mandare avanti Gianni Letta ha avuto anche lo scopo di riservarsi un’ultima parola che non lasci negli italiani la memoria di una promessa di lacrime e sangue.
La Stampa 25.05.10

"Enti di ricerca prime vittime della manovra. ISFOL occupato", di Laura Matteucci

L’anno scorso, per concorrere a finanziare il mancato incasso dell’Ici, ne prosciugarono il fondo istituzionale. Quest’anno, per partecipare alla manovra contro la crisi che non c’è mai stata e, semmai, è alle spalle, lo vogliono chiudere tout-court. La ricerca sacrificata per denaro: poco, tra l’altro, visto che la maggior parte dei finanziamenti per questo genere di attività arrivano da Bruxelles, dove la sensibilità per il lavoro intellettuale è più viva. L’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) rischia di essere tra le prime vittime della manovra, insieme ad altri enti statali di ricerca, quali lo Ias (che si occupa di affari sociali) e l’Isae (che invece si occupa di analisi economiche). I dipendenti, da ieri, stanno occupando la sede di Roma: sono 630 persone, 270 delle quali con contratti a tempo determinato che verrebbero lasciate a casa, mentre per gli altri si prospetta un futuro con Sacconi al ministero del Lavoro, oppure di mobilità verso altri enti. L’assemblea dei dipendenti ha già chiesto un incontro immediato a Sacconi,ma soprattutto vuole «il ritiro dell’ipotesi di soppressione dell’Isfol e degli altri enti di ricerca». Oggi il Consiglio dei ministri potrebbe decidere del loro destino (ma le voci su un rinvio sono insistenti), stralciando o confermando quell’articolo del documento economico da 26 miliardi di tagli che ne dichiara il necessario sacrificio. Il valore della ricerca Come spiega Claudia Tagliavia, ricercatrice: «Noi facciamo analisi, studio e proposte nei campi delle politiche sociali, del lavoro e della formazione professionale, forniamo anche assistenza tecnica a soggetti istituzionali, come gli enti locali. Tutto questo ha senso ed è utile se il governo intende mettere in campo politiche attive del lavoro. Se gli enti di ricerca dovessero venire chiusi, si disperderebbero altri pezzi di conoscenza, altre competenze andrebbero sprecate». Tagliavia lavora all’Isfol dal 2001, ma solo nel 2009 è stata stabilizzata, insieme ad altri 300 colleghi, precari anche da 15 anni, a seguito di lunghe battaglie sindacali. Lo ricorda Gianni Fuga, Flc Cgil di Roma: «Problemi di organico ne abbiamo avuti sempre – dice – Il comparto della ricerca è il più precarizzato tra i settori pubblici. Adesso, questa ipotesi di soppressione è un vero e proprio attacco all’autonomia della ricerca». I dipendenti dell’Isfol incassano la«piena solidarietà» del Pd, in una ventina hanno dormito negli uffici, e intendono proseguire la lotta contro la chiusura. «A fronte di un discutibile risparmio economico – si legge nella nota del Pd diRoma- ci si priverebbe di quegli strumenti di conoscenza e supporto tecnico alle politiche del lavoro e della formazione fondamentali per il sostegno ai lavoratori, in un periodo di grave crisi come quello attuale. Inoltre sarebbe un duro colpo per la ricerca pubblica, mentre proprio gli investimenti in ricerca e innovazione giocano un ruolo strategico nello sviluppo del Paese» (del resto, anche il ministro alla Sanità, Ferruccio Fazio, parlando ai medici di Milano, conferma tagli al comparto: «Ci auguriamo non nella ricerca», riesce a dire). «L’ennesimo atto di macelleria sociale, da parte di quel centrodestra – sempre il Pd – che sino a poche settimane fa negava la gravità della recessione, e ora vuol far pagare il conto della sua irresponsabilità ai lavoratori. È inaccettabile». Altri risparmi, sempre previsti dalla manovra, dovrebbero arrivare da alcune razionalizzazioni degli istituti di previdenza e infortunistici. Potrebbero venire soppressi l’Ipost (ente previdenziale dei lavoratori delle poste) e Ipsema (previdenza e assistenza del settore marittimo): le rispettive funzioni sarebbero assorbite da Inps e Inail.

L’Unità 25.05.10

******

«No alla chiusura dell’Isfol»: i ricercatori occupano la sede, di Antonio Sciotto

Da ieri la sede dell’Isfol, a Roma, è occupata dai lavoratori. I ricercatori e gli impiegati tecnico-amministrativi protestano contro la manovra del ministro dell’Economia Tremonti, che minaccia seriamente il loro istituto. L’idea sarebbe radicale e drastica: eliminare l’Isfol, così come altri enti specializzati nella ricerca economica e sociale, dallo Ias all’Isae, fino all’Ispesl.
L’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) ha circa 630 dipendenti, dipende dal ministero del Lavoro e si occupa di svolgere ricerche sul mercato del lavoro, elabora progetti di formazione e di accesso ai fondi europei. Il personale tecnico-amministrativo a tempo indeterminato, se l’istituto venisse sciolto, verrebbe reimpiegato nello stesso ministero del Lavoro, almeno secondo quanto dice la bozza della manovra che circolava ieri in assemblea, tra i lavoratori in occupazione.
Allo stesso modo, i ricercatori a tempo indeterminato, verrebbero messi a lavorare in altri enti. Il problema, manco a dirlo, riguarda chi fa ricerca con contratti a termine: i precari sono ben 268, e per loro al momento non è previsto semplicemente nulla. «Sono già stati stabilizzati 300 ricercatori negli ultimi anni – spiega Enrico Vignoni (Flc Cgil Roma) – Quanto ai precari, erano inseriti in un percorso di stabilizzazione, o comunque avevano avuto un rinnovo del contratto. I 268 scadono a fine 2013, ma con la manovra rischia di saltare tutto». Tra l’altro, se verrà soppresso l’Isfol, questi «contrattini» avranno almeno la possibilità di arrivare al 2013 o avranno problemi addirittura prima?
«È chiaro che quei contratti non li puoi rescindere, comunque il nostro obiettivo non è arrivare al 2013 senza Isfol, ma salvare l’istituto e tenere tutti dentro – spiega il sindacalista – Anche perché gli stessi dipendenti stabili non sono contenti di dover essere reimpiegati altrove, in posti di lavoro dove magari non avranno prospettive. E così è per i ricercatori stabili: chissà dove potrebbero metterli in futuro, a scapito della loro specializzazione».
Per questo motivo, tutto l’istituto è in agitazione e all’assemblea di ieri, come d’altra parte all’occupazione, sta partecipando anche il personale non precario. Inoltre, c’è preoccupazione per le ricerche oggi svolte dall’Isfol: chi le potrà effettuare in futuro? Si prefigura quindi una perdita sul fronte della qualità degli studi economico-sociali, anche in relazione a tutti gli altri istituti coinvolti.
E a proposito, va ricordato ad esempio che l’Ispesl si occupa di salute e sicurezza sul lavoro: tema delicatissimo. Proprio oggi a mezzogiorno, poi, si riuniranno in assemblea i ricercatori e il personale dell’Isae (istituto analisi economiche), con in visita una delegazione dall’Isfol e dagli altri enti in allarme. Tra le ipotesi, anche quella di occupare l’Isae. E poi, sul lungo termine, si sta preparando una manifestazione davanti a Palazzo Chigi.

Il Manifesto 25.05.10

A scuola più tardi, maggioranza divisa Lega: no al ritorno sui banchi a ottobre

Maggioranza divisa sull’ipotesi di posticipare l’apertura dell’anno scolastico. Il senatore Giorgio Rosario Costa (Pdl) ha proposto la riapertura delle scuole il 30 settembre, anche per dare una mano all’industria turistica. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini è aperta all’ipotesi, ma la Lega Nord non ci sta. Ed è contraria anche l’opposizione. «La proposta del Pdl di tornare a scuola il 30 settembre è inattuabile», ha commentato la senatrice del Carroccio, Irene Aderenti, che spiega: «La direttiva europea prevede 200 giorni di scuola e va rispettata. Se togliamo i giorni di scuola del mese di settembre si rischia di non rispettare questo minimo. Inoltre, estendere questa proposta a tutto il territorio nazionale significa mettere in difficoltà le famiglie e i lavoratori dipendenti perchè questi alla fine di agosto, la maggior parte, iniziano il lavoro. E dove mettono i bambini?».

PD E IDV – Anche Pd e Idv, come il Carroccio, sono contrari al rinvio al 30 settembre dell’inizio dell’anno scolastico. I democratici sottolineano che un posticipo dell’inizio delle lezioni metterebbe in pericolo la regolarità stessa del’anno di studi, per violazione delle competenze delle Regioni e delle direttive Ue. «Lo slittamento dell’inizio dell’anno scolastico è un altro modo per far cassa?», ha chiesto provocatoriamente la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni. «Il ministro Gelmini è come Maria Antonietta che al popolo affamato diceva di offrire brioche – è il punto di vista di Fabio Evangelisti, vicepresidente del gruppo IdV -. Il mondo della scuola pubblica è sul lastrico, con i genitori che sono costretti a pagare addirittura la carta igienica, e il ministro si dice favorevole al posticipo dell’anno scolastico».

Sì DELLA GELMINI – La Gelmini da parte sua si è detta «molta aperta» alla proposta del senatore Costa. Ai microfoni di Sky il ministro dell’Istruzione ha spiegato che di questa idea «si discute da tempo. Io sono molto aperta su questo. Il nostro Paese vive di turismo e a settembre si possono avere migliori opportunità economiche per le vacanze». «Posticipare l’apertura dell’anno scolastico – ha aggiunto – potrebbe aiutare molte famiglie e dare anche un aiuto al settore turistico. Vedremo come il Parlamento deciderà in merito». La proposta di legge del senatore Costa, in realtà, sarebbe già stata presentata due anni e ad oggi non sarebbe stata ancora discussa dalla commissione Cultura di palazzo Madama: secondo quanto si apprende, l’ipotesi di posticipare la prima campanella dell’anno scolastico in materia di «Determinazione del calendario d’inizio dell’anno scolastico per le scuole pubbliche di ogni ordine e grado» non figurerebbe nemmeno all’interno del calendario delle proposte da discutere.

I SINDACATI – Divisi comunque sulla questione anche i sindacati confederali Flc Cgil e Uil scuola. Secondo Mimmo Pantaleo (segretario della Flc Cgil) quella del parlamentare Pdl è un’idea «un po’ stravagante: non se ne capisce il senso a meno che, come sospettiamo noi, dato il parere favorevole anche della Gelmini, posticipare l’inizio dell’anno serva al ministero per prendere tempo per risolvere le mille incertezze in cui oggi versa il sistema. Il punto vero – ha aggiunto Pantaleo – è che c’è una situazione caotica, soprattutto alle primarie e alle superiori. Le vacanze estive sono una scusa, dietro il progetto di posticipare ci sono le conseguenze delle politiche sbagliate del governo». Possibilista, invece, Massimo Di Menna (Uil scuola), per il quale «l’idea non è poi così malvagia, ma il mese di settembre dovrebbe essere dedicato ad attività “parallele”, come attività di integrazione per bambini stranieri, corsi di recupero per gli studenti con lacune, accoglienza e orientamento alle prime classi superiori. La proposta si può approfondire trovando una soluzione – ha spiegato Di Menna – ma ancora una volta registriamo che sulla scuola si fanno tante proposte che creano dibattiti senza poi intervenire seriamente sui problemi strutturali del sistema, come il sostegno alla scuola pubblica e la retribuzione del personale».

STUDENTI E GENITORI – Contrari anche la Rete degli studenti e l’Unione degli studenti, per non parlare del Moige, il Movimento Italiano Genitori, secondo cui «la proposta di posticipare l’apertura delle scuole a ottobre per favorire le famiglie nell’organizzazione delle vacanze, e in tal modo anche la stagione turistica, non ha niente a che fare con l’istruzione e la formazione degli studenti, due fattori che non possono essere posti in secondo piano rispetto a esigenze legate al settore turistico o economico».

www.corriere.it

******

Scuola, apertura dopo il 30 settembre? Gelmini “molto aperta”, Lega contraria

Prime reazioni alla proposta di legge del senatore Costa (Pdl). Secondo il ministro dell’Istruzione “si aiuterebbe il settore turistico”. Ma il Carroccio si chiede come farebbero le famiglie: “Dove mettono i bambini?”. Contrari Pd, Cgil, apertura della Uil. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini si dice “molto aperta” sulla proposta di legge del senatore Pdl Giorgio Rosario Costa di iniziare le lezioni scolastiche dopo il 30 settembre 1. Intervistata da Sky Tg24, Gelmini ha spiegato che di questa idea “si discute da tempo. Io sono molto aperta su questo. Il nostro Paese vive di turismo e a settembre si possono avere migliori opportunità economiche per le vacanze”. Ma è scontro nella maggioranza: la Lega ha bocciato l’idea sul nascere perché andrebbe contro la direttiva Ue che prevede 200 giorni di scuola. Contrari anche il Pd e la Flc Cgil, mentre la Uil Scuola si dice disponibile a ragionare sull’argomento.

“Posticipare l’apertura dell’anno scolastico – sostiene il ministro – potrebbe aiutare molte famiglie e dare anche un aiuto al settore turistico. Vedremo come il Parlamento deciderà in merito”. Opposta la posizione della Lega Nord: “La proposta del Pdl di tornare a scuola il 30 settembre è inattuabile, in quanto la direttiva europea prevede 200 giorni e va rispettata, perché se togliamo i giorni di scuola del mese di settembre si rischia di non rispettare questo minimo – ricorda la senatrice Irene Aderenti – Inoltre, estendere questa proposta a tutto il territorio nazionale significa mettere in difficoltà le famiglie e i lavoratori dipendenti perché alla fine di agosto la maggior parte iniziano il lavoro. E dove mettono i bambini?”.

La pensa allo stesso modo il Pd con il capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, che fa notare come “sia difficile, con uno slittamento a inizio di ottobre, mantenere i duecento giorni che sanciscono la regolarità dell’anno scolastico a meno di protrarre la didattica a giugno inoltrato. Serve a fare cassa?” chiede provocatoriamente. “Siamo al delirio, alla macelleria scolastica. Subordinare l’inizio della scuola alle esigenze del turismo ha dell’incredibile. E’ un’idea barbara, frutto di una cultura politica rozza e cinica. La stessa che ha decretato i tagli e che adesso vuole continuare a tagliare, cancellando un altro mese di scuola” aggiunge il senatore del Pd Giuseppe Lumia.

Sulla proposta del senatore Costa si dividono i sindacati della scuola. Secondo Mimmo Pantaleo (segretario della Flc Cgil) quella di Costa è un’idea “un po’ stravagante: non se ne capisce il senso a meno che, come sospettiamo noi dato il il parere favorevole anche della Gelmini, posticipare l’inizio dell’anno serva al ministero per prendere tempo per risolvere le mille incertezze in cui oggi versa il sistema. Il punto vero è che c’è una situazione caotica, soprattutto alle primarie e alle superiori. Le vacanze estive sono una scusa, dietro il progetto di posticipare ci sono le conseguenze delle politiche sbagliate del governo”.

Possibilista, invece, Massimo Di Menna (Uil Scuola), per il quale “l’idea non è poi così malvagia, ma il mese di settembre dovrebbe essere dedicato ad attività ‘parallele’, come attività di integrazione per bambini stranieri, corsi di recupero per gli studenti con lacune, accoglienza e orientamento alle prime classi superiori. La proposta si può approfondire trovando una soluzione, ma ancora una volta registriamo che sulla scuola si fanno tante proposte che creano dibattiti senza poi intervenire seriamente sui problemi strutturali del sistema, come il sostegno alla scuola pubblica e la retribuzione del personale”.

Contrario al rinvio anche il Moige, Movimento dei genitori, perché così si “danneggiano gli studenti” ma anche i genitori “che a settembre devono tornare al lavoro”. Mentre favorevole è la Fiavet (Federazioni viaggi e turismo) perché così “i vantaggi sarebbero notevoli per tutti” anche sul fronte dei prezzi.

www.repubblica.it