Latest Posts

La crisi continua: rischiano tutti

Il Rapporto sui diritti globali 2010. A rischio anche 2 milioni di famiglie giovani, a reddito medio alto: soffrono a causa del mutuo. Diminuiscono le rimesse degli immigrati ed esplode l’emergenza casa. Il 10% degli occupati sotto la soglia di povertà. La recessione ha colpito duro, e continua a mietere vittime anche oggi. Non solo tra le fasce sociali tradizionalmente più deboli, ma anche tra gli appartenenti ai ceti medi. E’, questo, solamente uno dei tanti dati emersi dal Rapporto sui diritti globali 2010 (presentato il 24 maggio Roma dalla casa editrice Ediesse), ma, in tempi di “ripresina economica”, è forse quello che maggiormente colpisce. E spinge a riflettere su come operare per risalire la china. Nel tradizionale volume, infatti, quest’anno c’è anche una ricetta presentata dal leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che consiste nel “costruire un nuovo modello sociale ed economico per rispondere tempestivamente ed efficacemente alle urgenze del nostro mondo”.

Emergenza casa. Tra le urgenze di cui parla Epifani, dunque, ci sono anche i quasi 2 milioni di famiglie giovani, a reddito medio alto, che soffrono a causa del mutuo per la casa. Secondo il rapporto, le spese per il tetto portano oltre la metà di questi nuclei ad arrivare con difficoltà alla fine del mese, e il 54 per cento a non poter accantonare neppure un euro. Non è dunque un caso se nel 2009 le famiglie italiane si sono indebitate per 524 miliardi di euro, 21.270 euro in più per ogni cittadino rispetto al 2008. Per i lavoratori dipendenti, il debito annuo è di 15.900 euro, il 79,4 per cento per la casa e il resto per consumi diversi. Entro il 2011, così, si stima che 150 mila famiglie italiane saranno sfrattate e perderanno la loro casa. L’affitto, tra l’altro, incide sui redditi dei pensionati e lavoratori dipendenti tra il 30 e 70 per cento. Nel 2008 risulta un 18,6 per cento in più di sfratti esecutivi rispetto al 2007. In Italia i senza tetto sono stimati tra 65 mila e 120 mila.

Immigrati e rimesse. Ma se la crisi economica “butta per strada” gli italiani, mette in ginocchio anche gli immigrati. Infatti, mentre i cittadini italiani non riescono più a risparmiare, gli immigrati tagliano sulle rimesse al Paese d’origine: meno 10 per cento nel 2008, con un invio mensile medio di 155 euro, a fronte dei 171 del 2007. Nonostante il lavoro dei migranti porti in cassa il 4 per cento dei contributi Inps e il 9,2 per cento del Pil, le nuove assunzioni nel 2009 sono calate a 92.500, mentre la previsione era di 171.900, e i lavoratori stranieri sono i primi a essere licenziati. Anche per gli extracomunitari, però, la casa è un problema serio. Le famiglie straniere in affitto sono 1 milione e 300 mila, pari a 4 milioni di persone. L’85 per cento ha un contratto non registrato o registrato per un canone inferiore al reale.

Anziani tartassati. Secondo il rapporto sui diritti globali, gli anziani sono un’altra fascia a grosso rischio in Italia. Oltre a dover affrontare gli stessi problemi abitativi dei più giovani, infatti, sono tra i più tartassati d’Europa. Gli anziani nel nostro paese rispetto ai coetanei europei pagano più tasse: a parità di reddito annuo lordo di 13.700 euro, un pensionato italiano si porta a casa 11.631 euro, uno tedesco e uno francese l’intera somma di 13.700 euro.

Rischio povertà. Lavorare, in effetti, nel nostro Paese sembra non essere una protezione dal rischio di impoverimento. In Italia 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese, e, fra questi, 6,9 milioni (di cui il 60 per cento donne) possono contare su meno di 1.000 euro. Né va meglio per i pensionati: ben 7,5 milioni guadagnano infatti meno di 1.000. Insomma. In sei anni, si legge nel testo, tra il 2002 e il 2008, il reddito netto familiare ha perso ogni anno 1.599 euro tra gli operai, 1.681 euro tra gli impiegati. Nel 2009, il 10 per cento degli occupati è sotto la soglia della povertà relativa (un dato peggiore della media dell’Unione Europea, che è dell’8 per cento). Una povertà che si è allargata nel corso di questi anni: nel 2007 la percentuale dei lavoratori sotto la soglia della povertà relativa era, infatti, dell’8,6 per cento e dunque, in due anni, c’è stato un incremento dell’1,4 per cento. Le famiglie che nel 2009 percepiscono esclusivamente redditi da lavoro sono più povere che non nel 2008 (dall’8,7 al 9,7 per cento del totale delle famiglie povere), dato che sale al 14,5 per cento (era il 13,9 per cento l’anno prima) se si tratta di operai, mentre per i lavoratori in proprio si passa dal 7,9 per cento all’11,2 per cento, ben +3,3 per cento.

Migliaia di senza tetto. In una situazione del genere, quindi, è proprio sulla sfida di avere un tetto sulla testa che la crisi mette a dura prova i lavoratori. E molti finiscono per strada. Gli adulti senza tetto sono così 4.000 a Milano, e 6000 a Roma. In Italia i senza casa sono stimati tra i 65mila e 120mila. Sono in strada in media da 4,5 anni, nei dormitori da 3,2 anni, nelle aree dismesse da oltre 8 anni, una condizione su cui le politiche sociali sembrano avere poca presa. Per altro, si legge nel rapporto, ‘nel 2009 ai senza dimora si è risposto a colpi di Pacchetto sicurezza, con una schedatura nazionale e con limitazioni radicali al diritto a ottenere la residenza, conditio sine qua non per i più elementari diritti. Misure pensate contro gli immigrati ma che hanno ricadute sensibili sugli italiani più poveri”.

da Rassegna.it

"La sconfitta è certa se ci facciamo la guerra. Il potere è contro di noi", di Mariagrazia Gerina

La velina «condannata» alle battute del conduttore. La studentessa che non riesce a credere nei propri mezzi. La ragazza anoressica. L’attrice porno. La donna sempre più sola, ad affrontare, quasi come una colpa, la maternità, l’ambizione, la precarietà o la necessità di conciliare le sue due vite. Mentre parliamo, la casa in cui è cresciuta, a Roma, si popola di tutte loro. Donne nell’Italia di Berlusconi. Un paese che le «offende». Le mette in ridicolo. Le vuole «belle», ma soprattutto «zitte», specie quando si affacciano nella vita pubblica. Altrimenti le intralcia. Sii bella e stai zitta (Mondadori, 160 pag.), è l’imperativo che Michela Marzano, giovane filosofa italiana, che vive in Francia, a Parigi, dove da più di dieci anni studia e pubblica e da pochi giorni, non ancora quarantenne («ma li faccio tra pochissimo»), è diventata professore ordinario, prova a rovesciare. In un saggio nato dalla cronaca di un paese in declino. Per ridare fiducia alle donne che possono cambiarlo. E istigarle alla «resistenza». Partiamo dall’autrice: un «cervello in fuga», poi improvvisamente l’Italia si accorge di lei. «Sì, è successo quando Nouvelle Observateur mi ha inserito tra i cinquanta pensatori più influenti. L’Italia deve sempre aspettare un riconoscimento che avviene altrove. Comunque, dalla Francia ho sempre pensato all’Italia come al «mio paese che mi manca» e quando ho avuto la possibilità di inserirmi nel dibattito italiano l’ho colta, non tanto come opportunità – le opportunità le ho avute, «strappandole», in Francia – quanto come un dovere. Dall’Italia non mi aspetto nulla, ma vorrei restituire quello che mi ha dato: se non avessi studiato alla Normale di Pisa…» Chi è che in Italia vuole mettere a tacere le donne? «Berlusconi, per esempio, quando dice che bisogna bloccare gli scafisti «a meno che non trasportino belle donne» o quando dice a Rosy Bindi «lei è più bella che intelligente»: un tipico hate speech, un «discorso dell’odio» che serve a chiudere la bocca all’altro e viene di solito usato per mettere a tacere le minoranze. Più spesso il messaggio passa attraverso le immagini…» A Berlusconi è dedicato il capitolo «Quell’uomo ci offende». «Berlusconi ha fomentato una nuova forma di maschilismo. Ma lui è il sintomo di una mentalità, rappresenta qualcosa: un pezzo d’Italia che a me non piace». Se lui è il sintomo sua moglie cos’è? «È un segnale che fa ben sperare. Nonostante abbia trascorso vent’anni al suo fianco, poi ha deciso di andare oltre». Da Veronica Lario a Rosy Bindi, se qualcosa si muove in Italia è donna? «Io credo che l’indignazione di fronte a certi fatti sia stata molto importante. Ha permesso di cominciare a tradurre a livello pubblico l’indignazione che molte donne vivevano a livello privato». La «regressione» che lei descrive, comunque, non riguarda solo l’immagine della donna, è generale, fa traballare la Ru486 come il diritto alla maternità. «In Francia Elisabeth Badinter ha appena scritto un libro per denunciare che quando le donne tornano dal congedo maternità si ritrovano la carriera sbarrata. Almeno però lì ci sono i nidi e gli strumenti che permettono di continuare a lavorare. E ci sono anche alcune politiche aziendali per contrastare questa tendenza. In Italia, no, questo è il punto. E quando c’è un problema con i bambini sono le donne a doversene occupare». Nel libro si parla anche di donne che, come lei, scelgono di non avere figli… «Il punto però è che alcune sono costrette a scegliere di non diventare madri perché l’asilo nido costa più del salario che percepiscono. Altro che i privilegi di cui parla il ministro Gelmini, qui siamo alla disuguaglianza. Il suo invito a ricominciare a lavorare subito dopo la gravidanza è molto grave. Come in Francia il ministro Rachida Dati che è tornata al lavoro cinque giorni dopo aver partorito. Sono messaggi sbagliati, che colpevolizzano le donne, come se una potesse riuscire nella vita solo a patto di fare tutto nello stesso momento, avere un figlio ma fare anche come se la maternità non avesse mai avuto luogo. Oltretutto loro lo possono fare perché hanno i soldi, le altre no». Donne che sacrificano la maternità, donne che sacrificano la carriera. Percorsi diversi che spesso sul luogo di lavoro entrano in conflitto. Perché? «È verissimo. Il problema è che in una situazione di difficoltà ognuno difende il proprio territorio. Per uscire da questa conflittualità bisogna modificare la situazione generale, agire a livello sociale (nidi, servizi) e culturale (modificare la mentalità) per evitare che una scelta diventi penalizzante e venga quindi opposta all’altra. Mettere le une contro le altre è funzionale a un potere che non è amico delle donne: dividerle per poterle meglio dominare». Anche le donne così finiscono per essere parte delle regressione? «Quando si è dentro un meccanismo è difficile uscirne. Le femministe storiche hanno lottato e vinto una serie di battaglie, ma poi anche loro si sono indurite ed è mancata una educazione all’uguaglianza per le nuove generazioni. La mia generazione, in particolare, ha pensato che per avanzare nella carriera bisognasse comportarsi esattamente come gli uomini. Ora c’è un ritorno boomerang della femminilità. Le giovani donne danno molta importanza alla vita privata e meno alla vita professionale. Ma anche questo è un errore». Lei descrive quasi con rabbia la mancanza di fiducia che hanno le sue studentesse. «Le donne, in generale, sono più critiche con se stesse e tendono a colpevolizzarsi. Ma questo non è genetico, parte dall’educazione. Al bambino una stupidaggine si perdona, a una bambina molto meno. In un college in Francia hanno sottoposto gli alunni a delle prove: i ragazzini erano soddisfatti, le ragazzine meno, anche se poi avevano fatto un lavoro migliore dei loro compagni». Come liberarsi da questa sfiducia? «Non ci sono ricette. Bisognerebbe ricominciare dalle scuole. L’educazione serve più delle quote rosa. E poi bisogna fare rete. In Francia e nei paesi anglosassoni funziona. Invece di continuare a farci la guerra tra di noi dovremmo mettere insieme le forze. Anche da un punto di vista matematico la cooperazione è la scelta che funziona di più».

L’Unità 24.05.10

Scuola, Pd: slittamento a ottobre serve a fare cassa? A rischio regolarità anno scolastico

Ghizzoni: per Gelmini la scuola viene dopo il turismo. “Lo slittamento dell’inizio dell’anno scolastico è un altro modo per far cassa?”. Se lo chiede la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni che fa notare come “sia difficile, con uno slittamento ad inizio di ottobre, mantenere i duecento giorni che sanciscono la regolarità dell’anno scolastico a meno di protrarre la didattica a giugno inoltrato. E poi – aggiunge – li fatto che si parli di slittamento dell’inizio e non della fine ci fa pensare che si voglia ridurre l’offerta formativa. Sarebbe una scelta fuori da ogni logica e le aperture del ministro dimostrano che per questo governo la scuola non è una priorità, è seconda anche al turismo. Per non parlare del fatto che la competenza del calendario scolastico è comunque regionale: altro che federalismo – conclude – ogni occasione è nuova per invadere il campo delle regioni”.

******

On. Ghizzoni risponde a comunicato stampa del Ministro Gelmini

SCUOLA. GELMINI: POSSIBILE RINVIARE APERTURA AD OTTOBRE
SAREBBE AIUTO A TURISMO E FAMIGLIE, VEDIAMO COSA DICE PARLAMENTO.

(DIRE) Roma, 24 mag. – Rinviare a fine settembre l’apertura delle scuole? “Se ne puo’ discutere”, secondo il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, intervistata sul tema da Sky Tg24. “E’ una proposta- ricorda il ministro- che viene da alcuni parlamentari. Di un rinvio dell’anno scolastico se ne discute da tempo. È una proposta su cui si puo’ discutere, io sono molto aperta su questo tema, perche’ effettivamente- spiega Gelmini- il nostro paese vive di turismo e oggi le vacanze delle famiglie non sono piu’ concentrare a luglio e ad agosto e a settembre ci sono anche migliori opportunita’ sul piano economico. Quindi, per certi versi, uno slittamento dell’inizio dell’anno scolastico potrebbe aiutare le famiglie ad organizzare meglio il periodo delle vacanze e dare un aiuto al turismo.
Vedremo il Parlamento cosa decidera’ in merito”.

******

LA GELMINI CERCA DI METTERE DELLE PEZZE AI DISASTRI CHE HA CAUSATO?/ rimandare l’inizio delle lezioni non servirà

Dopo aver deciso di tagliare 8 miliardi di euro alla scuola pubblica, il governo torna in campo con le sue proposte populiste e inutili, non curandosi minimamente dei veri problemi che attanagliano la scuola pubblica.

A fronte della proposta di posticipare l’inizio delle lezioni al primo di ottobre, noi studenti ci chiediamo quando e in che modo verrà recuperato questo mese di scuola, forse facendoci rimanere in classe fino ad agosto? Forse eliminando tutte le vacanze nel corso dell’anno? O forse i 200 giorni di scuola non verranno rispettati proprio?

Non è la prima volta che questo governo e questo ministro giocano sulla pelle degli studenti e degli insegnanti per fini puramente economici, infischiandosene dell’importanza che la scuola e l’istruzione ricoprono in un paese democratico.

A settembre è già un miracolo che le scuole riescano ad aprire, e se succede è solo ed esclusivamente grazie allo sforzo economico di genitori e studenti, che dal prossimo anno, grazie alla riforma Gelmini, saranno costretti a sborsare cifre esorbitanti per poter andare a scuola, mai viste prima.

E ora hanno il coraggio pure di venirci a dire che in Italia non si fa turismo per colpa dell’apertura delle scuole? Vogliono veramente farci credere che qualche turista in più sia più importante di portare a compimento le ore di lezione che per legge una scuola deve raggiungere?

Quello che crediamo è che il ministro Gelmini a fronte del pasticcio che ha messo in piedi con questa riforma, che altro non è che un decreto attuativo dei tagli della finanziaria, sia un po’ preoccupata per quello che succederà all’apertura delle scuola, visto che ormai nelle scuole regna la confusione più totale, gli studenti pur di non rischiare hanno preferito iscriversi a degli indirizzi classici, gli istituti tecnici e professionali verranno stravolti in corso d’opera annullando totalmente il patto formativo stipulato all’inizio del corso di studi.

Rimandare di un mese non servirà a mettere delle pezze sulla catastrofe in cui questo governo ha condotto la scuola pubblica, ne servirà a placare gli animi degli insegnanti che perderanno il proprio posto di lavoro, e di noi studenti che stiamo assistendo allo smantellamento della scuola pubblica Italiana.

UFFICIO STAMPA Rete degli studenti

******

SCUOLA: PUGLISI (PD), GELMINI ACCORCIA ANCORA TEMPO INSEGNAMENTO =
(AGI) – Roma, 24 mag. – Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria del Pd, in una nota afferma: “come sempre, questa maggioranza e’ federalista a parole e centralista nei fatti. Da diversi anni la regolamentazione del calendario scolastico e’ competenza delle Regioni e questa proposta del senatore Costa di fissare al primo ottobre la data per l’inizio delle lezioni e’ frutto di nostalgia e non tiene conto delle esigenze, anche turistiche, dei territori. Non si capisce, poi, se vogliono accorciare ulteriormente l’anno scolastico: con i tagli al tempo scuola del governo, oggi un bambino che entra in prima elementare esce dall’obbligo avendo frequentato due anni di scuola in meno, a meno che qualcuno stia pensando di far svolgere gli esami di maturita’ in piena estate. Se ne e’ accorta perfino la Lega che con questa proposta si finirebbe sotto i 200 giorni previsti dalle direttive europee.
L’operazione nostalgia praticata spesso da questo governo, fatta di grembiulini, voti numerici e ora inizio d’anno in ottobre, non tiene conto dei profondi cambiamenti della societa’ italiana. Negli anni ’60 il tasso di occupazione femminile era al 28%, oggi e’ al 46% (di cui 56% al nord, 33% nel mezzogiorno) e dovremmo incrementarla di 14 punti per raggiungere i tassi indicati da Lisbona. Con chi dovrebbero stare in vacanza gli studenti, mentre i genitori lavorano?
Capisco pero’ che l’idea di un inizio posticipato, possa essere allettante per viale Trastevere, visto il caos generato dai tagli e dal cosiddetto ‘riordino delle scuole superiori'”.

******

SCUOLA. RINVIO INIZIO, BACHELET: APERTURA GELMINI? CORBELLERIA
‘DATA AVVIO LEZIONI LA DECIDONO LE REGIONI’.

(DIRE) Roma, 24 mag. – “La data d’inizio dell’anno scolastico non e’, da tempo, di competenza del governo e del Parlamento nazionale: il calendario scolastico lo stabilisce ogni Regione per se’, anche in relazione alle proprie esigenze turistiche.
Ridurre il livello minimo dei duecento giorni di scuola l’anno non e’ pensabile: si esce dagli standard europei e si danneggia l’apprendimento degli studenti, per non parlare delle famiglie in cui lavorano tutti e due i genitori”. Lo afferma Giovanni Bachelet, presidente forum Nazionale Politiche dell’istruzione del Partito Democratico, che prosegue: “Come definire, allora, l’odierna apertura della Gelmini sullo slittamento al primo ottobre dell’inizio dell’anno scolastico?
Purtroppo, volendo evitare nuove ondate d’indignazione da parte di accigliati esponenti della maggioranza (e naturalmente anche di qualche pensoso Pd), si puo’ parlare solo di una clamorosa svista, o magari di un’emerita corbelleria”.

"Il direttore dell'Emilia Romagna intimidisce, il ministro approva", di Federico Niccoli

Leggiamo, da ieri, intemerate moralistiche contro Bersani che ha usato un’espressione “colorita” per esprimere la sua irritazione nei confronti del Ministro Gelmini, che non perde occasione per fare danni alla scuola pubblica del paese.
Forse il segretario del PD poteva usare un tono più anglosassone, ma non mi sembra il caso di fare tragedie perbeniste, che perdono di vista la sostanza di una politica gelminiana devastante, che ammazza tutte le innovazioni registrate negli ultimi 30 anni nella scuola pubblica italiana.

Ultima, in ordine di tempo ma non di importanza, è la solidarietà di MariaStella nei confronti del direttore regionale del Miur dell’Emilia Romagna , che con una nota riservata inviata agli operatori scolastici della regione intende esplicitamente mettere il bavaglio agli insegnanti che parlano con la stampa o dissentono dalle linee del governo. Tale direttore generale dell’USR Emilia-Romagna si è evidentemente sentito a suo agio nello sposare la linea liberticida del governo in materia di intercettazioni e di bavaglio alla stampa. Prontamente , infatti, la ministra Gelmini ha emesso un comunicato di condivisione e sostegno pieno all’operato del direttore Limina, che ha invitato tutto il personale della scuola a osservare un comportamento istituzionale (sic!). Bontà sua, il Ministro ritiene lecita qualsiasi opinione purché venga espressa nei luoghi deputati al confronto e al dibattito (quali ? ; luoghi “interni”, affinchè i panni sporchi si lavino in famiglia?) . Quello che non è consentito, sempre secondo il Ministro, è usare il mondo della scuola per fini di propaganda politica : “”chi desidera fare politica si candidi alle elezioni e non strumentalizzi le istituzioni””.

Niente male, capo! La scuola pubblica italiana sta vivendo uno dei momenti peggiori della sua esistenza (tagli selvaggi, bilanci azzerati, colpi frequenti alle innovazioni, strage del tempo pieno, …) e l’unica preoccupazione del Ministro e di qualche direttore generale regionale è quella di evitare che l’opinione pubblica sia correttamente informata da chi vive sulla propria pelle una situazione non più sostenibile.

Il direttore Limina si spinge ad intimorire i dipendenti con citazioni di articoli di legge assolutamente incongruenti tanto per fare confusione. Parte il nostro con il ricordare il “codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni” , confondendo , palesemente, il diritto inalienabile di critica alle decisioni del MIUR con presunte dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’Amministrazione. Se proprio ci tiene all’immagine, l’Amministrazione operi attivamente per migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento. Il Limina-pensiero ci dice , inoltre, che il dipendente deve conformare la sua condotta al dovere costituzionale di servire esclusivamente la nazione. Perfetto! Ma come si serve la nazione? Con una generale omertà sull’operato dell’Amministrazione (che più di tutti ha il dovere di servire la nazione!) o con una diffusione delle proposte che siano in grado di invertire la rotta del disastro , nel quale versa la scuola ?

Nella nota riservata del direttore non poteva mancare la perla finale della minaccia esplicita ai dipendenti “non allineati” : l’art. 494 del D.Lvo 297/94 sancisce la possibilità di comminare sanzioni disciplinari per atti non conformi alla responsabilità, ai doveri e alla correttezza inerenti alla funzione. E, affinchè tutto resti “in famiglia” , i dirigenti degli uffici scolastici provinciali dell’Emilia-Romagna dovranno attivare una casella funzionale e-mail, tramite la quale potranno essere indirizzate richieste, pareri, proposte, appelli da parte del personale scolastico e delle famiglie.

Che dire? Nella forma, si tratta di una circolare simile alle grida manzoniane di improbabile spessore giuridico. Nella sostanza la nota in questione non raggiungerà l’effetto voluto. Tra l’altro, il direttore in questione ignora il grado di consapevolezza di gran parte degli operatori scolastici sui propri diritti-doveri.

Non viene in mente al direttore e al suo ministro che esiste ancora la Costituzione della Repubblica e che la nota-riservata entra in rotta diretta ed immediata di collisione con una serie di articoli della nostra Carta. Hanno mai approfondito i nostri il contenuto dell’art. 2 (“la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”) o dell’art. 13 (“la libertà individuale è inviolabile”) o dell’art. 21 (“tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”).

Credo che tocchi, ora, ai dirigenti scolastici, agli insegnanti, a tutti gli operatori della scuola, alle organizzazioni sindacali ed agli stessi genitori degli alunni di preparare una formidabile manifestazione di difesa della propria dignità di lavoratori liberi.

Da ScuolaOggi 24.05.10

«400 genitori di bambini e ragazzi dislessici contro il negazionismo su DSA», di Laura Ceccon

Le esternazioni “negazioniste” sulla dislessia e i DSA (disturbi specifici di apprendimento), tornano alla ribalta ogni qualvolta la legge nazionale in discussione faccia un piccolo passo in avanti. Solitamente sono espresse sui media da “gente comune” che riprende con toni da crociata le note campagne denigratorie contro la psichiatria ed in particolare contro l’ADHD mettendo nel calderone, senza alcun distinguo, anche i DSA.
Stupisce però vedere scritte le stesse identiche affermazioni (pubblicate da un quotidiano a fine aprile) a firma del Prof. Giorgio Israel, consulente del Ministero dell’Istruzione, ma si sa non è il titolo né l’occupazione a garantire la qualità.
Come genitori di bambini dislessici, disgrafici, disortografici e discalculici, in pieno accordo con le precisazioni espresse dal Prof. Giacomo Stella fondatore dell’Associazione Italiana Dislessia (pubblicate dallo stesso quotidiano ma stranamente con immediato diritto di replica concesso al Prof. Israel), ribadiamo che i nostri figli non sono malati né tantomeno anormali o “handicappati”. Sono ragazzi intelligenti che hanno semplicemente modalità di apprendimento che, non passando attraverso i classici automatismi, necessitano di metodologie didattiche personalizzate.
Ma al di là di tante parole, vorremo solo suggerire, a chi si lascia incantare dalle ben architettate congetture “negativiste”, di seguire attentamente anche solo per qualche giorno nei compiti per casa uno dei nostri figli. Toccherete con mano le loro reali difficoltà, vedrete la loro estraneità a cose assolutamente ovvie, percepirete direttamente la loro incredibile fatica a fare azioni anche banali come scrivere o leggere due parole o fare un semplice calcolo a mente. Capirete quanto pesante è il carico emotivo sulle loro piccole spalle e quanto impegno è richiesto alla famiglia per seguire le attività scolastiche. E soprattutto vi stupirete nello scoprire quanto sono intelligenti, geniali e creativi.
Qualcuno avrà il coraggio di dire che fanno apposta, che è tutto un bluff? Dopo un’esperienza diretta, fianco a fianco, non crediamo proprio. Vi accorgerete anche che con la comprensione delle loro difficoltà e con l’aiuto di strumenti didattici adeguati sono bambini in grado di seguire il percorso di apprendimento come i loro compagni, o anche meglio.
Forse allora capirete che il problema non è essere diversi. Il problema è essere capiti e rispettati nella propria diversità. Possibile che sia così difficile da comprendere?

Lettera delle Associazioni al Ministro Gelmini sull’intervento del prof Israel

Firmano la presente lettera 400 genitori (ove non diversamente specificato).
400 firme raccolte al 20/5/10.
Per firmare e per visionare le firme: http://www.facebook.com/topic.php?topic=17618&uid=456803020023&ref=mf

"Cominciamo a ottobre le scuole", di Salvo Intravaia

Proposta di un parlamentare pdl: fa bene al turismo. L´opposizione contraria. Sui banchi di scuola tutti il primo ottobre, come una volta. Ecco la proposta amarcord del senatore del Pdl Giorgio Rosario Costa, secondo il quale «l´attuale inizio anticipato dell´anno scolastico, rispetto a quanto accadeva negli anni Sessanta, provoca la anticipata chiusura della stagione estiva anche rispetto al ciclo meteorologico. Ciò determina per le regioni a vocazione balneare un conseguente accorciamento della stagione turistica, con cadute occupazionali e reddituali».
Il disegno di legge presentato a palazzo Madama dal parlamentare eletto in Puglia è brevissimo: «Per le scuole di ogni ordine e grado l´anno scolastico ha inizio dopo il 30 settembre». Ma si può tornare agli anni sessanta, quando si rientrava nelle classi il primo ottobre con il grembiule (anche alla scuola superiore), c´erano i rimandati già alla scuola media e maestri e prof davano qualche scappellotto ai meno volenterosi senza che nessuno si scandalizzasse più di tanto? Decisamente no, secondo Mariangela Bastico, vice ministro della Pubblica istruzione nel precedente governo. «Mi sembra improponibile: già da diversi anni – spiega – la competenza del calendario scolastico è delle regioni, che fissano le date di inizio e fine delle lezioni tenendo conto delle esigenze locali». In effetti, già metà delle regioni italiane ha deliberato il calendario scolastico per il 2010/2011. Gli alunni della provincia di Trento, torneranno in aula il 9 settembre e per quelli della Liguria la prima campanella suonerà il 20 settembre. «Posticipare l´inizio delle lezioni – continua la Bastico – farebbe slittare il termine delle lezioni a fine giugno perché, secondo la normativa attuale, le scuole devono programmare almeno 200 giorni di lezione. E, di conseguenza gli esami di maturità comincerebbero i primi di luglio e si concluderebbero in estate inoltrata».
In Piemonte, a titolo di esempio, si parte il 13 settembre per chiudere i battenti l´11 giugno 2011. In tutto, tolte le vacanze, i giorni utili sono appena 205. Nella passata legislatura fu l´allora vice premier Francesco Rutelli a proporre di allungare le vacanze nel corso dell´anno, accorciando quelle estive, proprio per dare impulso al settore turistico e permettere alle famiglie di diversificare le vacanze. Ma non se ne fece nulla, proprio per i vincoli normativi esistenti in Italia. Mentre nella maggior parte dei paesi europei si inizia i primi di settembre o addirittura ad agosto, come in Finlandia.
La Repubblica 24.03.10