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"Misure improvvisate", di Tito Boeri

È una manovra che vuole fare cassa nel più breve tempo possibile, non preoccupandosi di ottenere risparmi duraturi e di pensare alla crescita. Vorrebbe rassicurare i mercati, ma rischia di dare un’immagine di un paese alla canna del gas.
Si procede a tagli indiscriminati nei trasferimenti agli enti locali e nel pubblico impiego, con misure draconiane, quelle che non possono reggere nel corso del tempo. Forse non entreranno mai in vigore. L´unico intervento davvero strutturale è quello trapelato in serata: l´abolizione di 9 province con meno di 220.000 abitanti. L´esecutivo non ha certo imparato l´arte del punta-tacco, tagliare le spese migliorando gli incentivi alla produttività, quindi stimolando la crescita. Rischiamo perciò di fare con una mano quello che si disfa con l´altra.
L´esempio più evidente di queste contraddizioni è quanto avviene sul versante delle entrate. Tornano in auge, pur temperate, molte misure di contrasto all´evasione fiscale introdotte da Vincenzo Visco nella passata legislatura, dalla riduzione del tetto alla tracciabilità del contante, alla fatturazione elettronica. Misure in gran parte vanificate dall´ennesimo condono. Servirà a regolarizzare cambiamenti catastali non notificati. Verrà affidato alle Regioni che avranno una compartecipazione alle entrate.
Quelle uscite dal Consiglio dei ministri sono norme «salvo successive intese per perfezionare il testo». In sostanza, la Finanziaria non è stata ancora approvata. Viene annunciato un congelamento dei salari nominali nel pubblico impiego: non cresceranno di un euro rispetto ai livelli del 2009, derogando ai contratti sottoscritti negli ultimi 18 mesi. È una misura senza precedenti. Probabile che alla fine si arrivi, invece, al solito rinvio dei contratti, durante il quale i dipendenti pubblici ottengono, come più volte avvenuto in questi anni, l´indennità di vacanza contrattuale (circa l´80 per cento dell´inflazione in due tappe). Se fosse questo l´esito, porterebbe solo a spostare spese più in là, senza risparmi strutturali. Addirittura con incrementi di spesa perché il recupero di questi rinvii è sempre molto oneroso. In ogni caso, si tratta di provvedimenti indiscriminati, che colpiscono tutti, per ripristinare le regole retributive in vigore prima della riforma Brunetta. L´impressione è che l´intera riforma sia stata commissariata. Vengono anche ritardati gli scatti di anzianità per insegnanti, docenti universitari e poliziotti. Si tratta di un taglio secco dei loro stipendi. In questo caso i risparmi sono strutturali. Ma non dovrebbero eccedere qualche centinaio di milioni.
I tagli ai trasferimenti alle Regioni e ai Comuni sono ingenti: arrivano ai 13 miliardi. Ma in che quadro avvengono? Ci sono revisioni del Patto di Stabilità Interno? Sono previsti tetti al debito degli enti locali? Nel testo sin qui approvato non c´è traccia di tutto ciò. Il rischio perciò è che si faccia cassa per lo Stato, trasferendo debito dal centro alla periferia.
I tagli ai ministeri colpiscono solo le spese intermedie. Sono tagli di carta in tutti i sensi. Bisognerà fare a meno di risme, penne e accessori. Sono le spese che tutti tagliano perché la cartoleria non protesta. Poi, non appena il blocco viene tolto, si recupera rapidamente il materiale perduto preparandosi magari alla prossima “carestia” di penne. È successo anche nel 2009 dove questa voce di spesa è schizzata verso l´alto.
Bene i tagli ai finanziamenti pubblici ai partiti. Anche quelli, se dati selettivamente, colpendo i partiti che a livello locale hanno sforato i vincoli di bilancio, avrebbero portato a risparmi ben più consistenti. Bene anche i tagli ai compensi dei parlamentari, che, a pioggia, colpiranno anche i magistrati. Uniti nella sventura. Ma c´è da scommettere che, non appena passata la buriana, recupereranno rapidamente quanto perso. Perché siano tagli veri bisognerebbe ridurre il numero di poltrone, ad esempio dimezzando il numero dei parlamentari, cosa che ci porterebbe in linea, in termini di rapporto fra seggi ed elettori, con democrazie più consolidate della nostra.
Si chiudono diverse finestre per andare in pensione. Non solo quelle per le anzianità, che avrebbero portato a risparmi esigui e non strutturali, ma anche quelle per le pensioni di vecchiaia, ritardate di sei mesi. E´ una misura, quest´ultima, che può ridurre marginalmente la spesa pensionistica, ma in modo permanente. Dissuaderà i governi futuri a introdurre, come sarebbe giusto, incrementi attuariali delle prestazioni sopra i 65 anni, per indurre le persone ad andare in pensione più tardi. Vanificherebbero questi risparmi.
Non c´è l´annunciata tassa sui bonus dei manager. I compensi dei dirigenti pubblici subiscono, invece, un taglio del 10 per cento. Anche in questo caso indiscriminato. Difficile pensare che questo provvedimento ad hoc sarà ancora in vigore fra tre anni. Se l´idea era quella di chiedere un contributo di solidarietà a tutti coloro che hanno redditi più alti, perché allora non riportare l´aliquota Irpef più alta al 45 per cento? Avrebbe anche posto al riparo dai probabili, interminabili, ricorsi.
Il problema è che questo governo si dichiara ideologicamente contrario ad alzare le tasse. E allora introduce una serie infinita di blocchi, prelievi e nuovi balzelli che possono, a un elettore disattento, apparire come semplicemente adeguamenti nei prezzi dei servizi pubblici. Come i pedaggi sulle connessioni alle reti autostradali, che fanno nuovamente capolino.
Il redditometro e la tracciabilità dei compensi sono provvedimenti utili. Ma la soglia è troppo alta. Come dimostrato da recenti vicende, pagamenti illegali potranno essere fatte raddoppiando il numero di transazioni che sino ad oggi venivano utilizzate per … comprare la casa a qualcun altro. Meglio sarebbe stato portare la tracciabilità ai livelli di tante prestazioni di liberi professionisti, a partire dalle visite mediche privatistiche, vale a dire 150 euro. Vedremo quanto il Governo si propone di ottenere da queste norme di contrasto dell´evasione. Data la difficoltà nello stimarne gli effetti, meglio sarebbe non considerarle coperture. Per poi sperare in piacevoli sorprese da trasferire prontamente ai contribuenti onesti, con una riduzione delle aliquote.
Ci sono, infine, le solite deroghe. Come i finanziamenti alle scuole private. Dal blocco delle assunzioni verranno esonerati 200 esperti di federalismo per il Ministro delle Finanze. Strano perché al Ministero non mancheranno energie nuove e qualificate ora che il personale dell´Isae verrà trasferito d´imperio in via XX Settembre. Bene chiarire al più presto in base a quale criterio sono stati aboliti Isae, Ice e Isfol, istituti con cui alcuni ministri avevano in passato aspramente polemizzato. Non vorremmo che si trattasse di vendette, volte a sottomettere chi è chiamato a dare informazioni sulla politica economica in Italia. I risparmi di questi interventi sono esigui. Quasi il 90 per cento delle spese di questi istituti consiste in personale che rimarrà, come un esercito sconfitto, in carico ai contribuenti. E´ una storia che abbiamo già visto con lo pseudo scioglimento di interi ministeri. La differenza è che, in questo caso, gli accampamenti non saranno a Palazzo Chigi, ma per lo più in via XX Settembre, ormai divenuta la vera e propria sede del Governo provvisorio che ha varato una Finanziaria ancora tutta da definire.

La Repubblica 26.05.10

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Sono tagli insostenibili. Anche i governatori del Pdl attaccano l´esecutivo. Errani: “Ci tolgono 10 miliardi”, di Luisa Grion

Il conto, dicono, è «insostenibile», la manovra, contestano «è punitiva» e gli enti locali non potranno sopportarla se non con un taglio dei servizi sociali «dagli effetti dirompenti» sul livello di vita dei cittadini. Senza contare che il federalismo fiscale rischia di essere soffocato sul nascere. La manovra messa in campo dal governo Berlusconi per sanare i conti pubblici impone un tributo pesantissimo alle regioni, chiamate a mettere sul piatto, nei prossimi due anni, oltre 10 miliardi di euro (5 più 5). Province e comuni ne verseranno altri 3, ma per le prime è previsto anche un taglio «fisico»: a partire dalla prossima legislatura scompariranno quelle sotto i 220 mila abitanti (regioni a statuto speciale e città di confine a parte).
Che le cose, per loro, si stessero mettendo male, gli enti locali lo avevano capito già in mattinata quando, convocati dal ministro Tremonti, i presidenti di regioni ed enti si erano sentiti dire che questa «non è una Finanziaria qualsiasi». Ma ciò che non accettano non è tanto l´entità totale della manovra (24 miliardi), quanto la parte loro spettante. «Se applicassimo a tutti la stessa percentuale di tagli a noi richiesta – commenta Romano Colozzi, coordinatore degli assessori al bilancio regionali – questa sarebbe una manovra da 140 miliardi. Per quanto ci riguarda la consideriamo una scelta punitiva, serve maggiore equità». Nei fatti , spiega, tagliare 10 miliardi in due anni vuol dire incidere su «scuola, asili nido, trasporti, viabilità, incentivi alle imprese, ambiente. Un bilancio che colpisce soprattutto le regioni che meglio sono intervenute sulla spesa sociale: per le altre vorrà dire che la pubblica amministrazione continuerà a non esserci». Alla Lombardia, per esempio, è chiesto un contributo in tagli di 1,8 miliardi su una spesa attuale (sanità a parte) di 5.
A protestare sono tutti i presidenti di regione. «È una manovra insostenibile sia per la ricaduta sui servizi, sia per le risposte che dobbiamo dare ai cittadini» dice senza troppi giri di parole Vasco Errani, presidente dell´Emilia Romagna e della Conferenza delle regioni. Stessa linea per Claudio Burlando, Liguria: «La crisi va guardata in faccia, vero, ma qui stiamo soffocando lo sviluppo e a pagarne le conseguenze saranno soprattutto i ceti popolari». Più pacati – ma non meno preoccupati, i presidenti espressi dalla maggioranza. A parte Zaia, Veneto, («è una dieta che facciamo volentieri» ha detto), Scopelliti, governatore della Calabria parla di «situazione difficile» e «molto preoccupato» si confessa anche il presidente del Molise Iorio perché la manovra «pesa per il 50 per cento sulle regioni». Il fatto è che al di là della «macelleria sociale» come l´ha definita Niki Vendola, governatore Pd della Puglia, la manovra rischia di soffocare anche il federalismo fiscale. Colozzi fa i conti: «La legge delega dovrebbe finanziare le competenze regionali per 5 miliardi, guarda caso l´entità dei tagli prevista per il 2010».

La Repubblica 26.05.10

"Le amicizie pericolose del commissario Marchetti", di Jolanda Buffalini

Vatti a fidare degli amici. Uno si affida per trovare casa e si ritrova nella lista della nuova tangentopoli. La lista è quella dell’imprenditore Anemone, dove compare il nome dell’ingegner Luciano Marchetti, pensionato con il grado di direttore regionale dei Beni culturali nel Lazio, ma ancora attivo come subcommissario all’emergenza in Abruzzo e commissario straordinario a Roma per la Domus Aurea. Gli amici del subcommissario sono Angelo Balducci, «persona simpatica e che stimo, al di là degli addebiti, che comunque devono essere provati», ha dichiarato l’ingegner Marchetti. L’architetto Federica Galloni che, di fresca nomina, ha preso il posto di Marchetti nel Lazio (e anche lei nella lista). Francesca Nannelli, compagna di Marchetti e funzionaria ai Beni culturali, distaccata da Firenze a Arcus, la Spa del ministero. Un intreccio che riconduce tutti a un rapporto preferenziale con la Protezione civile, con la ditta Anemone e con le proprietà ecclesiastiche. Il nome dell’architetto Galloni compare nella lista perché ha ristrutturato l’appartamento di via del Governo Vecchio a Roma che l’ingegnere ha preso in affitto da Propaganda Fide, la congregazione per «l’evangelizzazione dei popoli», organismo pontificio che del proprio bilancio, gestito con poca trasparenza, risponde solo al Papa. «Una consulenza da libero professionista», spiega il subcommissario all’emergenza terremoto. «Ma Galloni non poteva farlo», chiosa Gianfranco Cerasoli, segretario Uil ai Beni culturali: «un funzionario non può esercitare la libera professione nel zona di competenza». Tanto più che, in questo caso, sembrerebbe che il denaro, con una partita di giro, viene sempre – attraverso Arcus spa – dalle tasche di Pantalone. Dichiara Marchetti: «Ho pagato la ristrutturazione e mi è stata scontata dall’affitto». Vediamo la partita di giro: nel 2005 Arcus finanzia con un 2,5 milioni il restauro del palazzo e della pinacoteca (per quest’ultima non ancora realizzato)di Propaganda Fide a piazza di Spagna. «Perché questo regalo al cardinale Crescenzio Sepe, allora prefetto della Congregazione?», si chiede Cerasoli e spiega: «Propaganda Fide, come l’altra beneficiaria di Arcus, la Pontificia università gregoriana, appartengono a uno stato estero, non sono beni elencati nel Concordato e, per di più, godono anche dell’8 per mille». Il nulla osta al progetto Arcus lo dà Federica Galloni, allora funzionaria ai Beni culturali, e la verifica del progetto da parte di Arcus lo fa Francesca Nannelli. Anche qui c’è un passaggio opaco, perché «la verifica spettava a un architetto mentre Nannarelli è storica dell’arte». E nello stesso anno la coppia Marchetti-Nannarelli prende in affitto, su indicazione di Balducci, l’appartamento a via del Governo Vecchio. Francesca, però, non lascia la casa di Firenze, assegnatale da quella soprintendenza: un appartamento di 100 metri quadri in uno dei posti più fascinosi del mondo, il giardino di Boboli. Ai benefits materiali per Marchetti, con il terremoto, si aggiunge il nuovo incarico di grande prestigio. Nell’emergenza viene affiancato da 12 unità provenienti dal ministero, che naturalmente hanno un costo. Ma ora che si tratta di passare alla ricostruzione? Le due soprintendenze dell’Aquila aspettano di poter rientrare nelle loro funzioni. Il subcommissario avrebbe dovuto occuparsi, sino a dicembre, delle sole opere provvisionali e invece continua in un’attività che, spiega Cerasoli, «gli è vietata», quella degli accordi con altri Stati per le opere di restauro. E l’amica architetto? Federica Galloni ha preso il posto di Marchetti, grazie a un percorso molto ad personam. Il ministro Bondi ha utilizzato il “comma 6”, quello che autorizza il ministro a dare incarichi ad interni o esterni per promuoverla dirigente. A questo punto il concorso a soprintendente è stato un gioco da ragazzi perché quella nomina alzava il punteggio rispetto agli altri concorrenti. Ma per arrivare al vertice del Lazio c’è voluta un’altra capriola: la nomina del ministro, senza motivazione, che ha fatto saltare in avanti Federica Galloni rispetto a dirigenti più alti in grado di lei.

L’Unità 25.05.10

Una manovra di soli tagli

Tremonti ha finalmente messo in tavola le carte della manovra economica 2011-2012 e ammesso una volta per tutte che tutte le favole sulla ripresa, il benessere e la solidità del Belpaese erano, e tuttora sono, parole al vento lanciate più per il consenso che per senso di responsabilità. Sì, la favola è finita ed è arrivato il momento che Berlusconi la smetta con la fantasia economica, le leggi ad personam e affronti seriamente la crisi con misure strutturali che garantiscano la ripresa.
“Questa non è una finanziaria qualsiasi. Dobbiamo gestirla tutti insieme – ha dichiarato il ministro del Tesoro – perché non sarà una passeggiata”. E ci voleva tanto a capirlo. Per due anni il governo ha negato l’esistenza della crisi stessa e non ha avanzato alcuna politica per contrastare quello che non ha mai avuto il coraggio di ammettere. Oggi Tremonti recita il mea culpa e si ricorda che non sarà una passeggiata?

Da Pechino, Pier Luigi Bersani ha duramente criticato l’atteggiamento e le parole di Tremonti: “ci hanno raccontato che i conti erano in equilibrio, invece non è vero niente. La Grecia non c’entra nulla: è un problema nostro. E non vedo riforme. Questa è una manovra depressiva, è solo un giro di specchi. Non si affronta nulla di strutturale, tagli indiscriminati e nessuna crescita”.

Dello stesso parere anche Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, preoccupato per le profonde ripercussioni che la misura da 24 miliardi avrà sugli enti locali: “è una manovra insostenibile per le ricadute che avrà e per i servizi ai cittadini che le Regioni devono erogare”.

Oggi pomeriggio la manovra finanziaria passerà per il Consiglio dei ministri per poi arrivare al Senato già la prossima settimana. Il governo e la maggioranza fanno già quadrato per difendere i tagli che colpiranno principalmente la Sanità e le pensioni. Continuano a ripetere che non metteranno le mani nelle tasche degli italiani quando è chiaro che non vogliono toglierle dalle tasche degli italiani!

Dal Pd arriva una sola voce che ne riassume la linea politica: anche nel sacrificio, serve equità.

“Da giorni è cominciato il “canto delle sirene” che invita il Pd a sostenere la manovra, necessaria ad evitare per l’Italia il “rischio Grecia”. Nessuno però ricorda che in questi due anni il governo ha sistematicamente sminuito la dimensione straordinaria della crisi e ha costantemente negato, tacciando l’opposizione di catastrofismo, ciò che oggi è invece drammaticamente evidente: che l’Italia con il suo debito pubblico enorme e la bassa crescita ha bisogno di misure vere di risanamento e di riforme in grado di far ripartire l’economia”. Così Marina Sereni, vicepresidente dell’Assemblea nazionale del Pd. “Se Berlusconi e Tremonti vorranno confrontarsi in Parlamento – ha aggiunto Sereni – l’opposizione discuterà nel merito su ciascun punto della manovra. Già da ora debbono tuttavia sapere che una seria lotta all’evasione fiscale è incompatibile con l’ennesimo condono (edilizio) e che non si può scaricare i tagli di spesa principalmente sulle spalle dei lavoratori dipendenti, privati e pubblici, degli imprenditori e degli Enti Locali, quando i responsabili di questa crisi sono coloro che in questi anni si sono arricchiti speculando sui debiti degli Stati e delle famiglie e giocando sui mercati finanziari senza regole. Se ci vogliono sacrifici che almeno si abbia il coraggio di scontentare coloro che hanno di più e immeritatamente. Misureremo dai fatti se l’equità e l’etica sono, oltre che oggetto di colte conferenze del ministro Tremonti, anche la bussola vera delle scelte che il governo proporrà stasera al Paese”.

Dai microfoni di UnoMattina, il Vice Presidente del Senato Vannino Chiti ha dichiarato: “finiamola con questa storia che non si mettono le mani nelle tasche degli italiani. Il momento è grave e ci vuole serietà. Se non aumento le tasse ma costringo un bambino ad andare con la carta igienica a scuola, se tanti lavoratori sono in cassa integrazione, se ci sono giovani precari a vita, se aumenta il costo del metano, se non ci sono i posti negli asili nido pubblici, tutti questi sono costi per le famiglie che già non riescono a arrivare a fine mese. Se, come sembra, quasi la meta’ di questa manovra, 10 miliardi su 24, viene da tagli a comuni, province e regioni, come fanno a dare i servizi ai cittadini?”

”Di fronte alla manovra economica il PD si comporterà con responsabilità. Vogliamo bene all’Italia, non faremo agitazioni di piazza, a differenza della destra quando col governo Prodi portammo il deficit sotto il 3%. Certo, discuteremo nel merito: se si congelano gli stipendi della pubblica amministrazione, dove c’è anche chi guadagna dai 900 ai 1200 euro al mese, si colpiscono le fasce deboli e noi non siamo d’accordo. I sacrifici ora sono necessari, ma la manovra poteva essere minore: 11 o 14 miliardi, citando cifre fatte dal ministro Tremonti nei mesi scorsi. Siamo arrivati a 24 perché il governo ha aumentato la spesa corrente e sono diminuite le entrate fiscali. Non si facciano condoni: lo si può chiamare ‘Giacomino’, ma se si regolarizzano case non registrate nel catasto, per cui non si sono pagate tasse, in cambio di una cifra minore del dovuto, mentre i contribuenti onesti hanno pagato tutto, non mi si dica che non e’ un condono”.

Per Cesare Damiano “è’ una manovra di cortissimo respiro impostata solo su tagli indiscriminati
e nuove imposte e quindi priva prospettive di rilancio dell’economia. Dopo due anni di menzogne e rimozioni ora il governo presenta un conto pesantissimo agli italiani. Si chiedono sacrifici per che cosa? Per quali obiettivi? Si mette un tappo ad una falla ma non si fa nulla per ripararla. Eravamo coscienti che si sarebbe trattato di una manovra dura ma qui siamo di fronte ad un vero e proprio macello. Bene la riduzione dei costi della politica ma il resto è un disastro. Stando così le cose non possiamo certo appoggiare un simile provvedimento: manca l’equità sociale e una indispensabile prospettiva di sviluppo”.

Per Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del Pd “a fronte delle cifre presentate si tratta di una manovra che colpisce duramente gli enti locali e quindi cittadini e imprese perché i tagli si tradurranno inevitabilmente in aumento di imposte. Inoltre se non si andrà verso un allentamento del patto di stabilità l’effetto sarà quello di sclerotizzare una situazione giunta al limite: si impedirà ai comuni virtuosi di migliorare i servizi facendo ripartire il mercato senza incidere sulle cause che producono disavanzi di spesa. E’ notte fonda, non ci si può appellare al senso di responsabilità quando per due anni si è fatto l’esatto contrario, tacciando di catastrofismo quanti avevano previsto ciò a cui stiamo assistendo. Non vi è equità, non vi è sviluppo, ma solo una serie di misure improvvisate per fare cassa che non risolvono i problemi e spostano la soluzione nel tempo e in più il governo continua a considerare gli enti locali una malattia e non una risorsa strategica. Così li si uccide”.

“A Tremonti avevamo chiesto coraggio cambiare fisco e welfare, pensare al futuro del Paese destinando le poche risorse disponibili a scuola e università. Su questi termini, su provvedimenti convincenti ed equi, il governo avrebbe trovato comprensione dai cittadini italiani e un attentoascolto da parte nostra. Invece, siamo ancora una volta davanti a tagli indiscriminati: ticket, pedaggi stradali, contratti bloccati, precari cacciati, cinghia sempre più stretta per gli enti locali. Insomma, a pagare sono i soliti noti. E Berlusconi non mette nemmeno la faccia sui durissimi sacrifici che sta imponendo al Paese”. Così Francesco Boccia, deputato del Pd.

A.Dra
www.partitodemocratico.it

Il Pd chiede la rimozione di Limina

Un’interrogazione urgente della sen. Bastico e dell’on. Ghizzoni. “Siamo ormai di fronte a un’evidente incompatibilità ambientale”.
“Il Ministro trasferisca il Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna Marcello Limina ad altro incarico poiché le valutazioni contenute nella direttiva lo pongono in netto contrasto con l’autonomia scolastica e con la libertà di insegnamento dei docenti e il loro diritto di espressione. Siamo ormai di fronte a un’evidente incompatibilità ambientale”. E’ quanto chiedono la sen. Mariangela Bastico e l’on. Manuela Ghizzoni del Pd nell’interrogazione urgente, depositata nei due rami del Parlamento, sulla circolare che il direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale (USR) dell’Emilia-Romagna, Marcello Limina, ha inviato ai dirigenti degli Uffici scolastici provinciali. “I richiami contenuti nella circolare del dirigente regionale – dichiarano le due parlamentari – sono gravemente lesivi dei diritti costituzionali di libertà di pensiero (art. 21) e di libertà di insegnamento (art. 33) e si pongono in contrasto con l’autonomia delle istituzioni scolastiche dal potere politico. Tali richiami rappresentano inaccettabili intimazioni censorie rivolte ai dirigenti e ai docenti, oltre a costituire la palese manifestazione di una rischiosa assimilazione tra Stato e Governo. Non si può confondere la doverosa fedeltà alle istituzioni e alle norme con la fedeltà alla linea politica del Governo” proseguono Bastico e Ghizzoni. “C’è solo un precedente di questo tipo nella storia italiana e risale al fascismo, quando il regime modificò la formula di giuramento dei dipendenti pubblici e degli insegnanti che furono obbligati a prestare giuramento di fedeltà al regime fascista. Allo stesso modo – aggiungono le due esponenti del Pd – oggi si confonde il rispetto per le istituzioni con la fedeltà alla linea politica del Governo. Con il riconoscimento dell’autonomia scolastica, scuola e insegnanti non sono più subordinati gerarchicamente al ministro e non possono essere minacciati da circolari come quelle del dirigente dell’Emilia Romagna. Gli insegnanti e tutto il mondo dalla scuola – concludono Bastico e Ghizzoni – hanno il pieno diritto di esprimere preoccupazioni sul futuro della scuola e il dovere di dare corrette informazioni alle famiglie. La Gelmini prenda le distanze da questo inaudito attacco alla libertà di opinione dei docenti e chiarisca se si tratta di un’iniziativa del Direttore Limina o se risponde a un input politico del ministero”.

"Il paese dei balocchi" di Francesco Merlo

Da ministra del rigore a ministra del tempo libero, da sacerdotessa dello studium a fanatica dell´otium, da bacchetta che castiga a sbracata Lucignola che vuole mandare tutti i bimbi italiani nel paese dei balocchi.
Insomma «per favorire il turismo» la ministra dell´Istruzione Mariastella Gelmini vuole ritardare di un mese l´apertura dell´anno scolastico, dai primi di settembre ai primi di ottobre. Attenzione: non per ragioni didattiche né per qualche forma, sia pure contorta o distorta, di saggezza pedagogica, ma soltanto per allungare la vacanza, per aiutare l´industria del tempo libero, per fare divertire di più i ragazzi italiani che solitamente bastona e per fare riposare di più i professori contro i quali scaglia lampi ed emette tuoni.
Dopo avere maltrattato gli insegnanti come fannulloni ignoranti e avere insultato gli studenti come somari e pelandroni, dopo avere predicato il ritorno alla disciplina e al faticoso impegno, Nostra Signora dei Grembiulini ha dunque scoperto la virtù della pigrizia rilanciando il sogno di tutti gli asini del mondo e persino riproponendo quel modello sessantottino contro il quale si batte in maniera ossessiva: viva la strada che libera gli istinti e abbasso la scuola che li reprime.
Persino la Lega che solitamente incoraggia e istiga le numerose e creative riforme antimeridionali, xenofobe e anti eruopee della Gelmini, ha obiettato alla ministra che le mamme che lavorano non saprebbero letteralmente «dove mettere i bambini» e che la legge italiana impone agli insegnanti almeno duecento giorni di didattica l´anno, che è lo standard europeo del diritto allo studio.
Se non assistessimo all´agonia di un´istituzione che la ministra ha deciso di far saltare ogni mattina nel cerchio di fuoco potremmo limitarci a ridere per questa incoerente sparata a favore del torpore e della lentezza degli italiani che la ministra vorrebbe stiracchiare sino all´autunno, come ai tempi del libro Cuore, quando la scuola cominciava il 17 ottobre perché il signorino Carlo Nobis aveva bisogno di tre mesi di villeggiatura per rilassarsi e il muratorino, che era bravo a fare «il muso di lepre», ne aveva necessità per lavorare, come Precossi, figlio del fabbro ferraio e come Coretti che «si leva alle cinque per aiutare suo padre a portar legna e alle 11 nella scuola non può più tenere gli occhi aperti».
In realtà la Gelmini resuscita il morto per ammazzare il vivo. Non è vero che vuole tornare alla scuola di De Amicis perché coltiva nobili rimpianti, ma solo per ridurre i costi e malmenare ancora gli odiatissimi professori, i nuovi straccioni d´Italia. È per soldi che la Gelmini si è subito gettata su questa proposta del suo compagno di partito, il carneade Giorgio Rosario Costa, un commercialista di Lecce che sinora si era fatto notare proponendo l´istituzione dell´Albo Nazionale dei Pizzaioli, e che adesso deve averla sparata così tanto per spararla e non gli pare vero di essere stato cooptato dalla ministra nell´Accademia dei Saggi e degli Equilibrati.
Ormai gli italiani – anche quelli che la votano – hanno capito che la Gelmini ha una sola ossessione: tagliare, contabilizzare, chiudere e, insieme con l´agitatissimo Brunetta, umiliare e cacciare via. È infatti evidente che spostando l´inizio delle lezioni ad ottobre lo Stato risparmierebbe un mese di stipendio ai precari che per la ministra sono come la Comune di Parigi o la Moneda di Allende, le ultime roccaforti del potere sindacale e della sinistra miserabile. Più in generale se davvero riuscisse ad allungare le vacanze scolari di un altro mese la Gelmini taglierebbe le unghia a tutti gli insegnanti italiani contro i quali sta già per avventarsi la manovra economica con il blocco degli scatti automatici di anzianità e di qualsiasi rinnovo contrattuale. Che cosa vogliono questi fannulloni ai quali lo Stato ha regalato un altro mese di vacanze? Ecco un´idea di buon governo: togliere il lavoro a qualcuno per poi punirlo come scansafatiche, perdigiorno e parassita.
In realtà con l´ossessione che il libro e i processi formativi sono in mano alla sinistra, e con la missione di trasformare gli insegnanti nel nuovo sottoproletariato italiano la Gelmini aggredisce ogni volta che può il già malandato tempio attorno al quale si organizza l´Italia come comunità, il luogo che tiene in piedi la democrazia, lo studium appunto che – mai ci stancheremo di ripeterlo – vuol dire amore, passione e dunque vita: «A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dalla mattina presto sino alla sera tardi, estate e inverno, e non c´era ricreazione e non si faceva vacanza neppure la domenica».

La Repubblica 25.05.10

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“Disapprendimento estivo”, di Irene Tinagli

Far studiare meno i nostri ragazzi per far guadagnare di più alberghi e ristoranti.
Ecco di cosa stiamo discutendo in questi giorni in Italia.

La proposta del senatore del Pdl Giorgio Rosario Costa di ritardare al 30 settembre le aperture scolastiche per favorire il turismo ha incontrato il favore del ministro dell’Istruzione Gelmini e ha aperto subito un vivace dibattito. La Lega Nord si preoccupa delle famiglie che non sapranno dove parcheggiare i figli in settembre, alcuni sindacati accusano di voler rimandare il tema più importante delle retribuzioni dei docenti, altri sembrano più possibilisti (in fondo anche il turismo crea posti di lavoro). C’è poi chi si preoccupa se il provvedimento sia o no in linea con gli obblighi europei sulle ore minime di scuola. Ma nessuno, nemmeno il ministro dell’Istruzione, si è chiesto che impatto questo provvedimento può avere sui ragazzi e sul loro processo di apprendimento, di crescita, insomma: sulle persone che stiamo formando e che faranno il futuro del nostro Paese. Questo fatto, prima ancora della proposta in sé, è assolutamente sconcertante.

Nei mesi scorsi è emerso in varie occasioni il problema di una inadeguatezza crescente della preparazione dei nostri ragazzi, come testimoniato anche dai test Pisa dell’Ocse. Ci si sarebbe aspettato che da questi dati e considerazioni il governo prendesse spunto per misure volte a migliorare e intensificare l’offerta scolastica e formativa, non a diminuirla. Invece è avvenuto l’opposto. Prima è stata abbassata l’età dell’obbligo scolastico per aiutare, è stato detto, le imprese (ma le imprese avrebbero semmai bisogno di risorse più qualificate, non meno), e ora si parla di ridurre l’anno scolastico per aiutare il settore turistico. E’ così che stiamo coltivando la nostra competitività futura? A quale modello di competitività puntiamo: a sviluppare un’economia innovativa e moderna o a trasformarci in una sorta di gigantesco resort mediterraneo?

Questa proposta non solo rischia di ridurre drammaticamente la nostra capacità competitiva, ma anche di aumentare i divari sociali e ridurre la mobilità sociale del nostro Paese. Esistono numerosi studi che dimostrano come un prolungato allontanamento dai banchi di scuola distrugge il sapere dei ragazzi, soprattutto quelli provenienti da famiglie povere che d’estate hanno meno stimoli e occasioni di apprendimento. Assieme ad altri colleghi il professor Harris Cooper della Duke University, direttore del Programma sull’Istruzione, ha dimostrato con una serie di ricerche che la performance dei ragazzi in matematica e scienze crolla drasticamente dopo le vacanze estive, dando luogo a quello che è stato ribattezzato il «disapprendimento estivo» (summer learning loss). Solo per le capacità di lettura si registrano alcuni miglioramenti, ma esclusivamente per i ragazzi benestanti, mentre quelli provenienti da famiglie povere peggiorano sensibilmente anche su quel fronte.

Questi studi, assieme al preoccupante peggioramento delle performance scolastiche dei ragazzi nei quartieri più poveri, hanno intensificato il dibattito statunitense sull’istruzione. Tale dibattito è alla base di iniziative recenti come il forte impulso ai programmi estivi di recupero e apprendimento, e persino la discussione sulla possibilità di allungare l’anno scolastico – che adesso parte agli inizi di settembre, così come avviene in Spagna, Francia, Inghilterra e altre parti d’Europa (ad eccezione della Scozia dove la scuola riparte il 20 agosto!). Lo stesso ministro dell’Istruzione statunitense Arne Duncan ha citato i lavori del professor Cooper in un recente discorso in cui promuoveva i programmi educativi estivi. Si potrà essere d’accordo o no con le sue idee, ma è comunque rincuorante sentire un ministro dell’Istruzione che si ispira a ricerche scientifiche sull’istruzione e non agli incassi delle località turistiche.

Se vogliamo davvero supportare il nostro turismo potremmo iniziare a tenere più pulite e funzionali le nostre città e i nostri mezzi pubblici, a rendere fruibile e accessibile il nostro splendido patrimonio storico e artistico, e a supportare una vera riqualificazione dell’offerta culturale e ricettiva, oggi totalmente inadeguata. Ma, per favore, non disinvestiamo nei nostri ragazzi e nel nostro futuro.

La Stampa 25.05.10

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“A scuola dal 30 settembre? Lega e PD bocciano la Gelmini”, di Felice Diotallevi

«Se ne può discutere. Io sono aperta su questo tema perché‚ effettivamente il nostro Paese vive di turismo e oggi le vacanze per le famiglie non sono più concentrate a luglio e agosto. E a settembre si possono avere migliori opportunità sul piano economico». Il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini rilancia la proposta del senatore Pdl Giorgio Rosario Cota di ritardare al 30 settembre la riapertura delle scuole, ma è sommersa da una valanfa di no. Il più pesante – per la sua coalizione di governo – è quella della Lega che l’attacca frontalmente: «La direttiva europea prevede 200 giorni di scuola e va rispettata – sottolinea la senatrice Irene Aderenti -. Se togliamo i giorni di scuola del mese di settembre si rischia di non rispettare questo minimo. Inoltre, estendere questa proposta a tutto il territorio nazionale significa mettere in difficoltà le famiglie e i lavoratori dipendenti perchè questi alla fine di agosto, la maggior parte, iniziano il lavoro. e dove mettono i bambini?». La Lega ricorda poi al collega del Pdl che «le regioni formulano già il calendario regionale delle lezioni, quindi ognuna di esse ha già questo tipo di autonomia di decisione ». Dura anche l’opposizione. Secondo il capogruppo del Pd in commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, il rischio è la riduzione dell’ offerta formativa: «Le aperture del ministro dimostrano che per questo governo la scuola non è una priorità, è seconda anche al turismo ». Anche per l’ex ministro dell’ istruzione Giuseppe Fioroni, la questione andrebbe affrontata con le Regioni ma «i nostri figli, le famiglie e la scuola meritano più rispetto che proposte estemporanee e superficiali ». E Fabio Giambrone (Idv): «Dopo la macelleria sociale, arriva quella culturale. Ridurre il tempo scuola con una didattica già penalizzata dai numerosi tagli della coppia Gelmini-Tremonti significa abbassare ulteriormente l’asticella del sapere. Non lo permetteremo ». Sul fronte sindacale la Cgil definisce «stravagante» la proposta. «Non se ne capisce il senso – dice Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil – a meno che, come sospettiamo noi dato il il parere favorevole anche della Gelmini, posticipare l’inizio dell’anno serva al ministero per prendere tempo per risolvere le mille incertezze in cui oggi versa il sistema. Il punto vero – continua Pantaleo – è che c’è una situazione caotica, soprattutto alle primarie e alle superiori. Le vacanze estive sono una scusa, dietro il progetto di posticipare ci sono le conseguenze delle politiche sbagliate del governo». Possibilista, invece, Massimo Di Menna (Uil scuola), per il quale «l’ idea non è poi così malvagia, ma il mese di settembre dovrebbe essere dedicato ad attività parallele, come attività di integrazione per bambini stranieri, corsi di recupero per gli studenti con lacune, accoglienza e orientamento alle prime classi superiori».

L’Unità 25.05.10

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“Proposta inizio scuola a ottobre, insorge il popolo dei no”, di A.G.

.Non avrebbe mai immaginato nemmeno il suo promotore, il senatore Giorgio Rosario Costa (Pdl), che il D.dl.L. 408, avesse fatto tanto discutere a due anni di distanza dalla sua presentazione in Senato. Il 24 maggio è stato un susseguirsi di commenti. In prevalenza fortemente critici. Soprattutto perché, non si è capito se volutamente, nel progetto di legge si è ignorato un dato fondamentale: la competenza primaria delle Regioni, nella formulazione dei calendari scolastici. Un dato, evidentemente, sfuggito anche al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, che intervistata da Sky Tg24, ha spiegato che di essere “molto aperta su questo” tema. Per poi aggiungere che “il nostro Paese vive di turismo e a settembre si possono avere migliori opportunità economiche per le vacanze”. La posizione del responsabile del Miur è stata accolta con qualche riserva anche dai pochi che si sono dichiarati favorevoli: il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla ha detto che l’idea sarebbe “utile per il turismo”, a patto che venga valutata “con attenzione”, soprattutto riguardo alle esigenze dei genitori che lavorano. Mentre il presidente di Confturismo Bernabò Bocca ha detto di promuoverla, però solo se verrà “esaminata nei dettagli” per evitare che si risolva in “un incentivo ai turisti italiani di viaggiare all’estero”.Molte più critiche sono giunte dalla Lega, che attraverso la senatrice Irene Aderenti ha prima sottolineato che “la direttiva europea prevede 200 giorni va rispettata” e poi aggiunto che “estendere questa proposta a tutto il territorio nazionale significa mettere in difficoltà le famiglie e i lavoratori dipendenti, perché alla fine di agosto la maggior parte iniziano il lavoro. E dove mettono i bambini?”. Contrario anche il Pd:Manuela Ghizzoni, componente della commissione Cultura della Camera, ha puntato il dito sul “fatto che si parli di slittamento dell`inizio e non della fine”; questo “ci fa pensare che si voglia ridurre l`offerta formativa. Sarebbe una scelta fuori da ogni logica e le aperture del ministro dimostrano che per questo governo la scuola non è una priorità, è seconda anche al turismo”. Altrettanto duro è stato Fabio Evangelisti, vicepresidente del gruppo Idv alla Camera: “il ministro Gelmini – ha detto – è come Maria Antonietta che al popolo affamato diceva di offrire brioches. Il mondo della scuola pubblica è sul lastrico, con i genitori che sono costretti a pagare addirittura la carta igienica, e il ministro si dice favorevole al posticipo dell`anno scolastico”.Molte le riserve espresse pure a livello sindacale. Di fronte all’eventualità di slittamento ad ottobre dell’inizio dell’anno scolastico, i sindacati della scuola rispondono tutti con un secco no: dopo le perplessità di Mimmo Pantaleo, leader Flc Cgil (“mentre è del tutto misteriosa la sua origine, se approvato il ddl accorcerebbe ulteriormente il tempo dell’apprendimento dei giovani e produrrebbe gravi disagi nelle famiglie”) e Uil scuola, anche se quest’ultima aveva ammesso tramite il suo segretario Massimo Di Menna che “l’idea non è poi così malvagia”, sono giunte come macigni le parole della Cisl Scuola e della Gilda. La prima, tramite il segretario, Francesco Scrima, ha detto che “se davvero si è convinti che, in un momento di crisi e di grande difficoltà per il paese, l’istruzione e la formazione siano leve strategiche per sostenere la ripresa e lo sviluppo, ben altre devono essere le priorità e le attenzioni del mondo politico e non quella della data di inizio dell’anno scolastico”. Negativo anche il commento di Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda: “con la scuola pubblica statale – ha spiegato il leader del sindacato autonomo dei docenti – vittima di tagli pesantissimi, non ha alcun senso aprire un dibattito sulla possibilità di posticipare l’inizio dell’anno”. Duro il giudizio di Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi: “cambiare pesantemente il calendario scolastico – sottolineato Rembado – è una decisione che andrebbe lasciata all’autonomia dei singoli istituti e delle regioni, ognuna delle quali necessita chiaramente di tempi ed esigenze diverse. Decidere per tutti, indistintamente, sarebbe una scelta inopportuna ed antistorica”. Senza dimenticare “che già oggi la maggior parte delle scuole non riesce a portare a termine il tetto minimo dei 200 giorni” previsto dal decreto legislativo 297/94. Preoccupati gli studenti: “E ora – ha detto il coordinatore della Rete, Sofia Sabatino – hanno il coraggio pure di venirci a dire che in Italia non si fa turismo per colpa dell’apertura delle scuole? Vogliono veramente farci credere che qualche turista in più sia più importante di portare a compimento le ore di lezione che per legge una scuola deve raggiungere?”. Dello stesso parere Stefano Vitale, dell’Unione degli Studenti, secondo cui “nonostante la visibilità mediatica che sta riscuotendo”, rimane il fatto che “qualcuno si è scordato che ormai sono le regioni a decidere sui calendari scolastici, e le singole istituzioni scolastiche possono ulteriormente adattare i calendari alle esigenze della comunità scolastica e del territorio”. Senza dimenticare, ha concluso Vitale, che è tutto da dimostrazione che “iniziare le lezioni un mese più tardi possa favorire il turismo, occorrerebbe ridisegnare l’intero calendario lavorativo e non solo quello scolastico. Altrimenti, oltre a non favorire il turismo si creerebbe un ulteriore problema alle famiglie, che non saprebbero a chi affidare i propri figli più piccoli negli orari di lavoro”.

Tecnica della Scuola 25.05.10

"Riformiamo la finanza per salvare l'economia", di Luciano Gallino

All´origine della crisi che l´Unione europea e l´euro stanno attraversando c´è il peso esorbitante che il sistema finanziario ha da tempo raggiunto sull´economia mondiale. A fine 2007 il Pil del mondo era stimato in 54 trilioni di dollari; per contro gli attivi finanziari globali ammontavano a più di 240 trilioni, cioè più di quattro volte tanto. Ciò significa che il mondo arriva a produrre, in media, appena 150 miliardi di dollari al giorno, mentre il sistema finanzario può mobilitare ogni giorno parecchi trilioni di dollari per influire sui beni ed i servizi che esso produce, sul modo in cui sono distribuiti, sul loro prezzo. Nessuna economia – nemmeno quella Ue, la più grande del mondo – può reggere a lungo una situazione del genere, in cui l´economia reale, che dovrebbe poter usare la finanza come strumento necessario per un suo equilibrato sviluppo, è in realtà totalmente assoggettata ad essa.
Se si pone mente alle origini effettive della crisi, gli interventi decisi nelle scorse settimane dalla Ue per sostenere il bilancio pubblico della Grecia, ed erigere una barriera difensiva per proteggere altri paesi da attacchi analoghi, equivalgono a tirare su il ponte levatoio d´una fortezza per impedire che oggi entrino gli assedianti, sperando che domani se ne vadano. Purtroppo gli assediati sono pochi, e dispongono di scarse risorse; mentre gli assedianti sono numerosi, hanno risorse quasi infinite, e hanno pure qualche amico tra gli assediati. Il solo mezzo per evitare una drammatica sconfitta sarebbe ridurre il loro numero e le risorse di cui dispongono. Fuor di metafora, sarebbe il momento di porre mano a una riforma incisiva del sistema finanziario. E bisognerebbe farlo presto, perché le riforme di questo tipo si riescono a fare soprattutto quando i governi e gli operatori economici hanno paura.
Lo scopo principale della riforma del sistema finanziario dovrebbe essere quello di ridurne le dimensioni complessive. In concreto andrebbero ridotte sia le dimensioni delle maggiori società finanziarie dei diversi paesi – quelle troppo grandi per fallire, costate finora ai contribuenti americani ed europei circa 15 trilioni di dollari – sia il perimetro delle loro attività, a cominciare da quelle non regolate sui mercati di borsa. I mezzi di cui si discute allo scopo di ridurre la mole delle società finanziarie, grandi gruppi che tra l´altro posseggono anche delle banche, sono principalmente due. Una consiste nello stabilire un limite percentuale fisso sia sui depositi che una banca può detenere sul totale dei depositi bancari del paese, sia sul totale delle passività, incluse quelle fuori bilancio, rispetto al Pil del paese stesso. In una recente proposta di legge presentata al Senato Usa da due democratici, Sherrod Brown e Ted Kaufmann, il primo limite era indicato nel 10 per cento, il secondo nel 2 per cento. Un altro mezzo per far dimagrire le società finanziarie consisterebbe nel separare di nuovo le banche commerciali, che si occupano di depositi e prestiti, dalle banche di investimento che operano soprattutto nella compravendita di imprese.
La grandezza di una società finanziaria o di una banca non si misura però soltanto dai suoi depositi e dagli attivi dichiarati in bilancio. Creando migliaia di società formalmente indipendenti, i cosiddetti Veicoli d´Investimento Strutturato, tutti i gruppi finanziari hanno trasferito fuori bilancio, e reso praticamente invisibili alle autorità di regolazione, capitali che sovente sono di molto superiori a quelli inscritti a bilancio. È questo il regno della finanza ombra, in merito alla quale esistono autorevoli studi che concludono tutti allo stesso modo: se non si elimina o si riduce drasticamente il peso della finanza ombra, non c´è alcuna possibilità di regolare il sistema finanziario per ricondurlo al suo ruolo di servitore invece che di padrone dell´economia.
La riduzione della finanza ombra richiede però che si intervenga sulla fabbricazione di titoli artificiosi, di cui è impossibile valutare il rischio, e che per di più sono scambiati al di fuori dei mercati regolati come le borse. Ci sono tuttora in giro per il mondo almeno 650 trilioni di dollari di derivati scambiati “al banco”, come fossero merendine. E frammisti a questi ci sono i titoli costituiti da enormi pacchi di mutui ipotecari, riciclati come obbligazioni, che le banche hanno venduto ai loro SIV per poter continuare a concedere prestiti, perché in tal modo non incidono più sulle loro riserve. Una riforma indispensabile dovrebbe quindi consistere nel divieto alle società finanziarie di cartolarizzare i crediti, o almeno nel circoscrivere tale possibilità a una modesta percentuale.
Sono forse, riforme del genere, fantasie di qualche intellettuale fuori del mondo? Non esattamente. È vero che il Brown-Kaufmann Act è stato appena bocciato (il 6 maggio) dal Senato americano, con l´appoggio di 27 senatori democratici su 59: quando si dice l´importanza di avere amici tra gli assediati. Però la proposta di porre un limite alle dimensioni delle maggiori istituzioni finanziarie registra consensi crescenti, tra cui i presidenti di due banche della Federal Reserve, Kansas City e Fed; dell´ex presidente della stessa Fed, Paul Volcker; economisti dell´Fmi; direttori e ricercatori di centri di ricerca di primo piano, come il Center for Economic and Policy Research, e perfino parlamentari repubblicani. A favore della separazione delle banche commerciali dalle banche di investimento si è pronunciato in più occasioni nientemeno che il governatore della Banca d´Inghilterra, Mervin King. E la Financial Services Authority britannica, un organo che più neo-liberale non potrebbe essere, ha diffuso a fine 2009 un rapporto in cui formula indicazioni dettagliate per una indispensabile regolazione del mercato dei derivati.
In Usa l´occasione per una vera riforma del sistema finanziario fu perduta a fine settembre 2008, quando il governo, il Congresso e i banchieri erano terrorizzati dalla possibilità che “tutto ci cadesse sulla testa” (parola di Henry Paulson, allora ministro del Tesoro). Non fu fatto nulla, e pochi mesi dopo la riforma era diventata impossibile. Oggi sono i governi Ue, e non poche istituzioni finanziarie, a partire dalla Bce, ad aver paura che crollino sia l´euro che l´Unione. Sarebbe il momento per provare a rimettere la finanza al servizio dell´economia, invece di limitarsi a voler accrescere la sorveglianza o la trasparenza di un sistema finanziario che così com´è resterà per sempre opaco. Mentre le riforme “lacrime e sangue” che sono state imposte alla Grecia e presto ad altri stati – dove riforme vuol dire tagli a pensioni, salari, servizi sociali, sanità, scuola – hanno tutta l´aria di provviste che gli abitanti della fortezza sull´orlo dell´inedia lanciano ai pasciuti assedianti, illudendosi che si convincano a levare l´assedio.

La Repubblica 25.05.10