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"Ora di religione, non di catechismo", di Sergio Luzzatto

Le cronache di questi giorni hanno veicolato due notizie significative provenienti da Trastevere, cioè dal ministero della Pubblica istruzione. Entrambe sono state riprese dalla stampa, ma ciascuna per suo conto: come se non avessero nulla a che fare l’una con l’altra. Vale invece la pena di tenerle unite, e di abbozzare una riflessione sul loro significato congiunto.
La prima notizia riguarda il pronunciamento del Consiglio di stato sul fatto che l’ora di religione “fa media” nelle pagelle degli alunni. Smentendo una precedente sentenza del Tar, il Consiglio di stato ha stabilito come, nel momento in cui uno studente sceglie di “avvalersi” (secondo il fatidico gergo concordatario) dell’ora di religione cattolica, tale materia diventa a tutti gli effetti obbligatoria e dunque concorre all’attribuzione del credito scolastico. Per parte sua, il ministro Mariastella Gelmini ha dichiarato di accogliere “con soddisfazione” tale pronunciamento.
La seconda notizia riguarda la prima riunione di un comitato paritetico composto da funzionari del ministero della Pubblica istruzione e da rappresentanti di un’associazione chiamata Biblia, avente per mandato di promuovere la lettura della Bibbia nelle scuole. In seguito alla firma di un protocollo d’intesa con il ministero, l’associazione Biblia – laica e aconfessionale – s’impegna a «progettare percorsi di lettura del testo biblico rivolti agli studenti dei diversi livelli d’istruzione in riferimento agli ambiti storico, artistico, etico, giuridico e letterario». Secondo indiscrezioni provenienti da Viale Trastevere, la sperimentazione didattica prenderà le mosse dal biennio delle scuole superiori, presumibilmente nell’ambito delle ore d’italiano.
Questa seconda notizia va considerata senz’altro come buona. E non soltanto perché suggella il prolungato impegno dell’associazione Biblia, a partire da un appello culturalmente e religiosamente “trasversale” firmato nel 2005 da intellettuali del calibro di Giuseppe De Rita, Margherita Hack, Amos Luzzatto, Claudio Magris. È una buona notizia perché sembra preludere a un insegnamento “disinteressato” dell’Antico e del Nuovo Testamento: insegnamento funzionale non alla catechesi (cioè all’indottrinamento) dei bambini e dei ragazzi, ma alla loro formazione tout court.

Come non sognare una scuola italiana dove la lettura della Bibbia diventi finalmente un percorso conoscitivo, un’avventura intellettuale, un’occasione di contaminazioni culturali? E se non ora, quando? Proprio in quanto le nostre scuole tendono a farsi sempre più “miste”, accogliendo alunni delle più varie origini e fedi, il Libro delle tre religioni (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) dovrebbe imporsi come una lettura più che opportuna: una lettura necessaria per capire chi siamo e da dove veniamo, per imparare qualcosa di profondo sulle famose “radici comuni dell’Europa”.
Ma è a questo punto che le due notizie giunte da Viale Trastevere vanno sommate l’una all’altra, e pongono un problema. Oppure, quanto meno, evidenziano un paradosso. È il paradosso per cui il ministro Gelmini può cantare vittoria per l’ora di religione che obbligatoriamente va calcolata nei crediti scolastici, e insieme può riconoscere – promuovendo una lettura aconfessionale della Bibbia in orari diversi della didattica – che quell’ora di religione non è altro (giusto il Concordato) che un’ora di catechismo.
In fondo, è come se il ministro ammettesse così che l’ora di religione non coincide con l’ora della Bibbia. E così facendo, il nostro ministro della Pubblica istruzione rende omaggio – forse senza saperlo – a una tradizione ultrasecolare dell’Italia cattolica: al bronzeo principio della Controriforma secondo cui un conto è saper leggere i testi sacri, tutt’altro conto è essere buoni cristiani. Ma entrambe le cose, secondo il ministro, dovranno “fare media” il giorno degli scrutini, se non proprio il giorno del Giudizio universale.

Il Sole 24 Ore 24.05.10

"Difesa di casta", di Mario Calabresi

Molti lettori nell’ultimo anno hanno espresso il loro disagio di fronte alle centinaia di pagine di colloqui privati, telefonate e messaggi intercettati dalla magistratura e finiti in tempo quasi reale sui giornali. Penso alle liste piene di nomi, pubblicate senza distinzioni di ruoli e responsabilità, o ai dialoghi privati riprodotti senza chiarire i necessari contesti di riferimento. Penso, per esempio, alle intercettazioni riguardanti le inclinazioni sessuali dell’inquisito Angelo Balducci, che nulla hanno a che fare con l’inchiesta che ha smascherato gli affari della «cricca» dei lavori pubblici, ma che sono state passate ai quotidiani e sono finite direttamente nelle case degli italiani. Un’anomalia, di cui parla in modo esaustivo Luca Ricolfi nell’articolo che trovate qui sotto. Un’anomalia che avremmo dovuto affrontare da tempo.

L’idea che l’Italia si sia trasformata in una società di guardoni, incollati allo spioncino delle procure in attesa di una nuova rivelazione, mi inquieta. Da mesi ne discutiamo in questa redazione, cercando di darci dei limiti quando la sera, nella fretta della chiusura, ci troviamo di fronte a centinaia di pagine di verbali e intercettazioni. Pensiamo che si debba pubblicare solo ciò che è significativo per far comprendere un’inchiesta, illuminante per i lettori.

Resto convinto che in uno Stato di diritto e in una democrazia sana spetti alla magistratura la valutazione degli indizi e delle prove e che debbano essere i tribunali e non i giornali a emettere le sentenze. L’idea di una giustizia sommaria somministrata sull’onda delle emozioni e dell’indignazione è qualcosa che mi ha sempre fatto paura e che in passato ha fatto danni che non si dimenticano. Sarebbe il tempo di aprire una discussione vera e approfondita sul rispetto della privacy, dei diritti degli inquisiti e sulla tutela che andrebbe garantita a chi finisce suo malgrado in un’inchiesta senza averne colpa.

Si potrebbe allora dire che la legge in discussione al Senato arriva al momento opportuno. Purtroppo non è così, anzi accade il contrario: il disegno di legge sulle intercettazioni è così palesemente sproporzionato e ha un sapore talmente vendicativo da risultare inaccettabile e da soffocare ogni possibilità di riflessione. Nei mesi in cui riemergono prepotentemente la corruzione e gli intrecci tra la politica e gli affari e in cui la nostra classe dirigente mostra il suo volto più arrogante e spregiudicato, la nuova legge suona come l’estremo rimedio per coprire l’illegalità e garantire impunità.

Non si capisce come siano collegate la necessità di offrire maggiore privacy e vere garanzie agli indagati con la limitazione dei tempi delle intercettazioni o l’obbligo che per autorizzarle ci voglia un collegio formato da tre magistrati. Rendere più faticosa, farraginosa e intempestiva la possibilità di intercettare va nella direzione di indagini più serene e rispettose o finisce per essere un favore a chi delinque? Prima ancora del diritto di informazione mi sta a cuore la possibilità che la magistratura possa continuare ad indagare a fondo, sia messa nelle condizioni di operare senza inciampi. Perché se anche fossimo liberi di pubblicare ogni atto e ogni intercettazione ma ai pubblici ministeri fosse impedito di lavorare, allora mi chiedo cosa ci resterebbe da raccontare.

Se il problema invece è quello di evitare di pubblicare le trascrizioni di telefonate di persone che non sono coinvolte nelle indagini o se è importante tutelare il segreto istruttorio, perché allora vietare anche di dare notizia degli atti di indagine (anche sotto forma di riassunto) fino al rinvio a giudizio degli indagati? È surreale pensare che si debba dare notizia di un arresto ma non si possa spiegare ai lettori perché quella persona è stata arrestata. La legge in discussione prevede poi, in caso di violazione, di non condannare tanto i giornalisti quanto gli editori con multe che arrivano a sfiorare il mezzo milione di euro. Una mossa odiosa e subdola che punta a spaccare le aziende editoriali e a terrorizzarle in tempi di crisi economica, oltre che a demandare non ai direttori ma agli amministratori il controllo su ciò che si pubblica.

È tempo che i giornali e i giornalisti tornino a fare inchieste senza aspettare di essere imboccati dagli inquirenti e senza diventare ogni settimana il megafono di una diversa procura. Che si rifletta su ciò che è corretto pubblicare smettendo di giocare a chi rivela un particolare più degli altri anche se questo non aggiunge nulla ma anzi può distruggere qualcuno.

È ora che il Parlamento abbia un sussulto e ripensi ad una legge che avrebbe effetti devastanti sulle inchieste.

È chiaro che questa legge ha poco a che fare con le preoccupazioni dei lettori e le sensibilità ferite di cui parlavo prima, mentre ha molto a che fare con una difesa corporativa e di casta. Ma non della casta dei giornalisti, quanto di quella dei politici.

La Stampa 24.05.10

«Lettera di un padre alla Gelmini», di Giuseppe Fusco

Tempo pieno alle elementari

Al Ministro della Pubblica Istruzione,
Nonostante abbia scritto più volte, oggi ho appreso telefonicamente chiamando la sua segreteria che le mie mail non sono state neanche protocollate. Non importa, richiamerò la prossima settimana. Del resto, se non fosse una tragedia, le notizie che arrivano dal suo ministero mi sembrerebbero una pochade francese.
Ho davanti una lettera inviata dai dirigenti scolastici a 200.000 famiglie, con carta intestata del Ministero, dove si denunciano i tagli alle risorse e, solo per la provincia di Roma, la riduzione di più di 200 classi a tempo pieno. Contemporaneamente il sito del suo ministero mi rassicura, comunicandomi che il tempo pieno è stato aumentato in tutta Italia, specialmente nel Sud.
Vorrei fornire al suo ufficio stampa due preziose informazioni: Roma si trova (ancora) in Italia, e se a Palermo anziché una classe a tempo pieno ne organizzo due posso si sbandierare di aver raddoppiato le mie percentuali, ma non sto effettuando una comunicazione deontologicamente corretta. Nonostante la mia buona volontà, non riesco a non trovare contrastanti le notizie fornitemi entrambe dalla pubblica istruzione. Quale sarà la verità?
Guarda caso io ho due bambini piccoli: una frequenterà la 4 elementare. Come dire, da almeno tre anni sono persona informata su come funziona la scuola pubblica e posso confermare che, oltre alle tasse con le quali finanzio il welfare e pago in parte (e visti i risultati, anche a malincuore) il suo stipendio, ho contribuito all’acquisto di saponi e rotoli di carta igienica per i bambini.
Ho però anche un bimbo iscritto per l’anno prossimo in prima elementare. Nonostante le richieste dei genitori, ci hanno già comunicato che si riuscirà a formare soltanto una prima a tempo pieno, e che diversi bambini resteranno fuori, dovendosi accontentare dal modulo.
A questo punto mi sorge il dubbio che il suo ufficio stampa mi abbia comunicato una sciocchezza. Dato che lei è così sicura nell’affermare il contrario, qualche riflessione sulla loro efficienza ce la avrei. La prego anzi di informarmi e di rassicurarmi. Questo invito lo ribadisco anzi da settimane, senza alcuna risposta.
Devo anche dirle che mi turba la circostanza che un manager pubblico come è lei possa essere smentito così pubblicamente dai propri dirigenti con la famosa lettera appena citata. Qualsiasi azienda inizierebbe una seria riflessione. Anche nei momenti di crisi maggiore, quando si fanno i tagli, un management accorto cerca di fare squadra e di motivare i propri collaboratori per affrontare e superare le difficoltà.
Ma dopo questo tono “finto” leggero, cambiamo lievemente registro. Ministro, lei con le sue dichiarazioni mi offende. Mi offende come cittadino, nel senso alto del termine, promettendo (e non mantenendo) delle cose che non dipendono dal suo arbitrio ma sono diritti costituzionali. Ma mi offende definendo pretestuosa e strumentale la mia protesta. Non glielo consento. E questo come uomo, come padre, come persona seriamente danneggiata da una scelta che lei continua a negare contro ogni evidenza. Vorrei però augurarmi che si è trattato solo di un errore.
Le chiedo quindi una risposta, o meglio chiedo di incontrare un suo dirigente. Abito a Roma, lavoro vicino al suo ministero. Mi sarà facile raggiungervi.
In (ulteriore) attesa,
Giuseppe Fusco

da Il Messaggero

"Immobili fantasma. I Comuni aprono alla sanatoria", di Alessandro Barbera

Sarebbe il terzo condono edilizio del governo Berlusconi in sedici anni. Il primo risale al 1994, il secondo al 2003. Gli esperti del settore lo aspettano da tempo, come se si trattasse dell’inevitabile cura ad un male impossibile da debellare, l’abusivismo. Se le indiscrezioni verranno confermate, si tratterà di una delle voci più importanti della manovra da 28 miliardi che il governo dovrebbe varare la prossima settimana: sei miliardi di gettito stimato per mettere in regola più di due milioni di immobili. Fabbricati censiti dall’Agenzia del Territorio, ma in molti casi sconosciuti a catasto e al fisco. Le reazioni delle associazioni ambientaliste e dell’opposizione sono tutte negative: Legambiente, Pd, Italia dei Valori su tutti.

La questione ieri ha tenuto banco in una lunga riunione fra Giulio Tremonti, Roberto Calderoli e i vertici dell’Anci guidati da Sergio Chiamparino. «Non abbiamo discusso di questo, e comunque non siamo entrati in dettagli tecnici. L’Anci era e resterà contro i condoni indiscriminati», spiegherà il sindaco. «Però è bene chiarire una cosa: su questi temi è inutile mettere la testa nella sabbia. Quando si discute di immobili fantasma, non si parla necessariamente o solo di abusi. Quando mi capita di volare sui tetti di Torino, e mi capita spesso, non ho mai avuto la sensazione di vedere un panorama diverso da quello delle mappe catastali. Eppure quando abbiamo provveduto a rivedere gli estimi abbiamo trovato di tutto». Da immobili di lusso accatastati come rurali a diritti di cubatura realizzati e non denunciati.

Sanatoria a parte, sulla quale i Comuni attendono ragguagli, Chiamparino ha deciso di tenere aperto il dialogo con il governo. «Ci è stato chiesto di farci carico della partecipazione ad una manovra che ha un evidente interesse nazionale ed europeo. Siamo pronti a fare la nostra parte come Anci a due condizioni: che ci siano le risorse mancanti nel 2010 e una ridefinizione del patto di stabilità interno». La manovra prevede un taglio alle spese dei Comuni pari a due miliardi di euro per il 2011, altrettante per il 2012. In cambio l’Anci ha già ottenuto il sì a 500 milioni di maggiori risorse nel 2010 per coprire alcune voci di spesa, fra cui quelle legate alle prestazioni sociali, mentre è ancora oggetto di trattativa il Patto di stabilità. I Comuni sono disposti a rinunciare ad un po’ di risorse purché il governo renda più flessibile la gestione dei bilanci, e di fatto gli conceda anche più autonomia nell’imporre le tasse.

L’emersione e regolarizzazione degli immobili fantasma, secondo le stime del governo, da sola basterebbe a restituire ai Comuni ciò che la manovra gli toglierà. E’ uno dei pezzi del più complesso mosaico del federalismo fiscale al quale il governo lavora da tempo. Se sarà rispettata la tabella di marcia di Tremonti e Calderoli, nel prossimo decreto attuativo, entro l’estate, ci saranno anche le norme che dovrebbero permettere l’attribuzione ai Comuni del catasto.

Tremonti e Berlusconi

Dopo aver speso la terza sera consecutiva a discutere (e litigare) dei contenuti della manovra, ieri Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi si sono divisi i compiti. Il ministro dell’Economia, prima di incontrare l’Anci, è salito al Quirinale per mettere al corrente Giorgio Napolitano su come procede il lavoro sulla manovra.
Se tutto andrà come lui vorrebbe, quando il Capo dello Stato sarà rientrato dalla visita di Stato negli Stati Uniti, il provvedimento sarà stato approvato. Nel frattempo il premier, collegandosi via telefono con una manifestazione Pdl, ha teso a rassicurare sui contenuti. «La manovra non sarà punitiva, non colpirà la sanità, né la scuola, né l’università». Neanche una parola sulle voci di dissidi con Tremonti, il quale nel frattempo, avrà nuovamente contatti riservati con i vertici di Cisl, Uil e Confindustria.

Le misure

Tremonti resta determinato a chiudere la partita entro martedì, al massimo mercoledì. Teme ripercussioni sui mercati e le lamentele delle tante categorie chiamate a dare un contributo alla manovra. Ieri, saputo del blocco contrattuale esteso anche alle forze di polizia, sono insorte tutte le associazioni di categoria: Silp, Siulp, Sap. I medici insorgono contro la possibile reintroduzione di un ticket da 7,5-10 euro sulla specialistica, il Comune di Roma dice no all’ipotesi di introdurre un pedaggio per il grande raccordo anulare di Roma. La protesta più insidiosa per Tremonti resta però quella, invisibile al pubblico, degli alti burocrati. La manovra prevede il taglio del 10% e per due o tre anni (la prima bozza non lo specifica) della parte di retribuzione eccedente i 75mila euro l’anno. Dal taglio sono interessate pressoché tutte le categorie, tranne coloro che ricevono solo una retribuzione da contratto. Di tutte le norme volute da Tremonti, è quella che gli ha provocato più problemi nel governo e con Berlusconi.
La Stampa 23.05.10

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“Abusi edilizi, 5 miliardi dalla sanatoria fuori legge un milione e 300mila case “, di Luisa Grion

C´è un piano già pronto ed è anche già pronta la «scusa» per farlo passare. Uno dei piatti forti della manovra del governo Berlusconi potrebbe essere ancora una volta il condono edilizio, o meglio una nuova edizione di quello già «scaduto» nel 2004.
Far emergere i due milioni di case «fantasma», non registrate al Catasto, non basterà infatti a far quadrare le misure sui conti pubblici. Dal controllo incrociato fra la mappatura fotografica realizzata dall´Agenzia del Territorio e le abitazioni effettivamente denunciate dai proprietari potrebbe derivare un gettito non superiore al miliardo e mezzo di euro. Dal settore edilizia invece il governo conta di ricavarne 6. La differenza potrebbe appunto essere colmata riaprendo i termini del vecchio condono. Tanto più che – da quanto risulta a Legambiente – in Italia sono fuorilegge 1.296.000 case.
La scusa per riprendere in mano il provvedimento scaduto è questa: c´è una regione, la Campania, che è stata esclusa dalle misure varate nel 2004; riaprire i termini – dunque – vorrebbe dire «dare a quei cittadini le opportunità di esercitare un diritto riconosciuto agli altri». E´ così infatti che sulla questione si è più volte espresso il senatore del Pdl Carlo Sarro che del «caso Campania» ha fatto una questione personale. Il vecchio condono permetteva infatti di sanare gli abusivismi effettuati fino a marzo 2003 attraverso una domanda da presentare entro il 2004. Ma l´amministrazione campana di allora (giunta Bassolino) – sostiene un gruppo di senatori Pdl capitanati da Sarno – propose una interpretazione restrittiva che ne impedì l´adesione. Stessa cosa – commentano – avvenne per parte della cittadinanza marchigiana e emiliana. Ora, visto che in seguito la Corte costituzionale dichiarò illegittimi due provvedimenti sull´abbattimento degli immobili varati dalla regione, i termini vanno riaperti. Con buona pace della difesa del territorio.
Di fatto Sarno e i colleghi campani già lo scorso febbraio avevano presentato un disegno di legge che – riferendosi sempre agli abusivismi commessi entro il 2003 – chiedeva di prorogare la sanatoria alle domande presentate entro dicembre 2010. Poche settimane prima avevano provato, senza successo, a far passare lo stesso testo nel decreto Milleproroghe. Ora siamo al terzo tentativo: c´è già un piano di condono pronto e c´è la «scusa» per farlo passare. Non solo, ad aprile il governo ha varato un decreto che blocca le demolizioni degli immobili in Campania (come promesso dal Pdl in campagna elettorale) fino al giugno 2011 per «fronteggiare la grave situazione abitativa nella regione».
La base per lanciare un nuovo condono è dunque definita, ma Legambiente è pronta a dare battaglia. «Si annuncia una sanatoria di proporzioni mai viste, la più grande mai realizzata nel paese – commenta il presidente Vittorio Cogliati Dezza – Se così sarà il territorio subirà la mazzata finale, sarà riattizzata la piaga dell´abusivismo edilizio, restituito fiato e ossigeno alla malavita organizzata che sul ciclo del cemento illegale vive e vegeta. Risanare i conti pubblici svendendo l´Italia a furbi ed ecomafiosi è una scelta che non potrà che ritorcersi contro il paese e la sua crescita». Varare condoni – sostiene Legambiente – alimenta il vizio: solo dal 2003 ad oggi sarebbero sorte altre 210 mila costruzioni abusive.
La Repubblica 23.05.10

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“Il fantasma del condono “, di Antonio Sciotto

Tremonti infila nella manovra l’ennesima sanatoria, quella degli immobili «fantasma» e degli altri abusi edilizi. Che dovrebbe portare al governo 6 miliardi e mezzo sui 27 previsti

Nella manovra tutta-tagli messa a punto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti ci sarebbe anche il condono edilizio. Ieri l’opposizione e le associazioni ambientaliste sono insorte, anche perché questa volta per il paesaggio sarebbe un colpo durissimo: l’entità del «sanato» sarebbe infatti ben maggiore rispetto ai passati condoni (ben 3 dal 1985), dando l’ok praticamente a qualsiasi immobile. Anche quelli costruiti abusivamente nelle zone più vincolate per motivi storici e naturalistici. Un vero mostro.

L’allarme viene dai senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che hanno analizzato la voce di gettito messa in bilancio da Tremonti: «Si tratta di sei miliardi – spiegano – Vuol dire il doppio del gettito atteso dall’ultimo condono, quello varato nel 2003 dal tandem Berlusconi-Matteoli, e significa che in questo caso verrebbero ammessi alla sanatoria anche gli immobili abusivi realizzati in aree vincolate e quelli frutto di grandi speculazioni che vedono spesso coinvolte le ecomafie. Davvero un bel regalo per la criminalità organizzata, e un bello schiaffo per i cittadini onesti». Netto no al condono anche da Verdi e Idv.

Quante sarebbero le costruzioni coinvolte nella sanatoria?Si tratterebbe di oltre due milioni di immobili «fantasma», sparsi in tutto il Paese, scoperti nel 2009 incrociando le mappe catastali e le immagini satellitari di Google. Come spiegava una settimana fa sul manifesto l’urbanista Paolo Berdini, «solo con un controllo limitato al 25% dell’intero territorio si è scoperto che mancavano all’appello 571 mila edifici. Oltre due milioni sull’intero territorio nazionale, costituiti per lo più da immobili che hanno deturpato i luoghi più belli del paese e il paesaggio agricolo. Sono le ville di Ischia, della costa amalfitana, dell’Appia antica, delle coste siciliane e calabresi».

Questo sarebbe già il quarto condono edilizio realizzato in Italia, dopo quello del governo guidato da Bettino Craxi (1985), e i due di Berlusconi (1994 e 2003). Senza contare, ovviamente, il recente Piano Casa, anch’esso un lasciapassare all’abusivismo, per fortuna in gran parte arenato nella sua applicazione. Ma intanto, anche solo annunciando i condoni, si invita chi vuole fare abusi a costruire, tanto poi potrà sanare.

Quest’anno ci sono già stati due tentativi di varare dei condoni, su iniziativa della maggioranza. A provarci a fine gennaio erano stati i senatori del Pdl Carlo Sarro e Vincenzo Nespoli con un emendamento al «milleproroghe». La sanatoria riguardava gli abusi edilizi commessi fino al 31 marzo 2003: tutti gli interessati avrebbero potuto presentare domanda anche nel caso in cui avessero già ricevuto in passato uno stop alla loro richiesta di condono. Venivano poi bloccati tutti i procedimenti sanzionatori avviati. L’emendamento è stato fermato dalla dichiarazione di inammissibilità da parte della Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.

Gli stessi senatori Pdl avevano poi presentato a metà febbraio un ddl: prevedeva la riapertura dei termini del condono scaduto a fine 2004 fino al 31 dicembre 2010 e dava la possibilità di estendere la sanatoria anche alle violazioni commesse nelle aree sottoposte a vincolo paesaggistico e ambientale. Il ddl non è poi andato avanti. Infine è di aprile lo stop alle ruspe che stavano abbattendo le case abusive in Campania: un decreto ha deciso, «al fine di fronteggiare la grave situazione abitativa nella regione», di sospendere fino al 30 giugno 2011 le demolizioni di immobili destinati esclusivamente a prima abitazione purchê riguardanti immobili occupati da famiglie sfornite di altra abitazione.

Ermete Realacci (Pd) lancia l’allarme sull’«effetto annuncio», pericoloso ancor prima del varo della legge: «Il solo effetto annuncio delle precedenti sanatorie Berlusconi, nel 2003 generò 40 mila nuove case illegali, con un incremento della produzione abusiva superiore al 41% tra 2003 e 2001. Lo stesso nel 1994: durante i mesi di discussione del provvedimento furono costruite 83 mila case fuorilegge».

Annuncia battaglia Vittorio Dezza, presidente di Legambiente: «Le costruzioni illegali, il cemento selvaggio e impoverito, l’assenza o il mancato rispetto di piani regolatori e paesaggistici – dice – in un paese ad altissimo rischio di dissesto idrogeologico portano danni non solo all’ambiente, ma come hanno dimostrato le cronache, anche in termini di vite umane».

Il Manifesto 23.05.10

E anche il Bersani scivola nel turpiloquio

Insegnanti «figura eroica», mentre la Gelmini «gli rompe i coglioni». Non è uno slogan di una delle tante proteste contro la politica del governo sulla scuola, ma quanto detto dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani dal palco dell’assemblea del partito, presentando l’impegno dei democratici per l’istruzione. Una frase secca, un attacco pesante alla titolare di Viale Trastevere che ha ricevuto le dure accuse di «trivialità e bullismo» da parte di esponenti del Pdl. Ma che, secondo Giovanni Bachelet del Pd, ha avuto anche l’appoggio di numerosi «entusiastici» sms. «Io sono per fare uscire da questa assemblea – ha detto Bersani dalla Fiera di Roma – una figura eroica, i veri eroi moderni, gli insegnanti che inseguono il disagio sociale in periferia, lottano contro la dispersione, mentre la Gelmini gli rompe i coglioni». Pronta la replica della maggioranza: «Qualcuno spieghi a Bersani – ha detto il vice capogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino – che lo scontro politico non esime dall’essere educati, soprattutto quando si critica un ministro donna come la Gelmini. Il nostro ministro dell’istruzione non ‘rompè, ma cerca di riparare il disastro che dal ’68 a oggi la sinistra ha procurato alla scuola italiana, facendone uno stipendificio e mortificando il merito e la qualità. Auspichiamo che Bersani chieda scusa alla Gelmini per il tono usato». «Bersani – ha ribadito Giorgio Stracquadanio (Pdl) – quando parla di scuola, sembra Crozza nella parte del bue che dice ai somari: ‘cornuti!’ e tutti i somari applaudono. Perchè ci vuole la faccia tosta di un comico per raccontare la barzelletta che la scuola sarebbe al degrado per colpa della Gelmini. Il bue e gli asini non si ricordano dei danni che hanno fatto alla scuola e all’università italiana dal ’68 fino a poco tempo fa, con i loro ‘no alla selezione ‘, ‘6 politicò, ‘esami di gruppò e tutte le altre fregnacce sul ‘diritto allo studiò che voleva dire diritto ad un pezzo di carta inservibile. E tanto per restare sui comici direbbe Totò: ‘ma mi faccia il piacere!’ ». Mentre di d’insensata trivialità ha parlato Isabella Bertolini (Pdl), e secondo la Giovane Italia «al leader del Pd andrebbe un bel 5 in condotta per bullismo». Controreplica affidata a Giovanni Bachelet (Pd): «Il numero di entusiastici messaggini spediti da amici e parenti insegnanti subito dopo le parole di Bersani sulla scuola suggerisce che la scelta di definirli eroi del nostro tempo, malgrado l’espressione birichina che sintetizzava il più volte dichiarato disprezzo del ministro verso il loro lavoro considerato un ammortizzatore sociale, rallegra molte persone per bene. Il ministro che nel 2008 aveva promesso di intervenire sulla scuola con il cacciavite sta invece usando la dinamite». (Fonte Ansa)
Il Corriere della Sera 22.05.10

Strage di Capaci 23 maggio 1992

Da Repubblica del 24 maggio 1992 di Attilio Bolzoni
E’ morto, è morto nella sua Palermo, è morto fra le lamiere di un’auto blindata, è morto dentro il tritolo che apre la terra, è morto insieme ai compagni che per dieci anni l’avevano tenuto in vita coi mitra in mano. E’ morto con sua moglie Francesca. E’ morto, Giovanni Falcone è morto. Ucciso dalla mafia siciliana alle 17,58 del 23 maggio del 1992. La più infame delle stragi si consuma in cento metri di autostrada che portano all’inferno. Dove mille chili di tritolo sventrano l’asfalto e scagliano in aria uomini, alberi, macchine. C’è un boato enorme, sembra un tuono, sembra un vulcano che scarica la sua rabbia. In trenta, in trenta interminabili secondi il cielo rosso di una sera d’estate diventa nero, volano in alto le automobili corazzate, sprofondano in una voragine, spariscono sotto le macerie. Muore il giudice, muore Francesca, muoiono tre poliziotti della sua scorta. Ci sono anche sette feriti, ma c’è chi dice che sono più di dieci. Alcuni hanno le gambe spezzate, altri sono in fin di vita. Un bombordamento, la guerra. Sull’autostrada Trapani-Palermo i boss di Cosa Nostra cancellano in un attimo il simbolo della lotta alla mafia.

Massacro “alla libanese” per colpire e non lasciare scampo al Grande Nemico. Una tonnellata di esplosivo, un telecomando, un assassino che preme un tasto. Così uccidono l’uomo che per dieci anni li aveva offesi, che li aveva disonorati, feriti. La vendetta della mafia, la vendetta che diventa morte in un tratto di autostrada a cinque chilometri e seicento metri dalla città, la città di Giovanni Falcone, la città dove pochi lo amavano e molti lo odiavano.

La cronaca della strage comincia all’aeroporto di Punta Raisi quando su una pista atterra un DC 9 dell’Alitalia e subito dopo un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti proveniente da Roma. Sopra c’è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. Sono le 17,48 quando il jet è sulla pista di Punta Raisi.

E sulla pista ci sono come ogni sabato pomeriggio tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone, una Croma bianca, una Croma azzurra. E’ la sua scorta, la solita scorta con Antonio, Antonio Montanari, agente scelto della squadra mobile che appena vede il “suo” giudice che scende dalla scaletta si infila la mano destra sotto il giubbotto per controllare la bifilare 7,65. Tutto è a posto, non c’è bisogno di sirene, alle 17,50 il corteo blindato che trasporta il direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia è sull’autostrada che va verso Palermo.

Tutto sembra tranquillo, ma così non è. Qualcuno sa che Falcone è appena sbarcato in Sicilia, qualcuno lo segue, qualcuno sa che fra otto minuti la sua Croma passerà sopra quel pezzo di autostrada vicino alle cementerie. La Croma marrone è davanti, centotrenta all’ora. Guida Vito Schifani, accanto c’è Antonio, dietro Rocco Dicillo. E corre, la Croma marrone corre seguita da altre due Croma, quella bianca e quella azzurra. Sulla prima c’è il giudice che guida, accanto c’è Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Dietro un altro agente di scorta. E altri quattro sulla Croma azzurra.

Un minuto, due minuti, la campagna siciliana, l’autostrada, l’aeroporto che si allontana, quattro minuti, cinque minuti, il DC9 dell’Alitalia proveniente da Roma che scende verso il mare e sorvola l’A29. Sono le 17,57, Palermo è vicina, solo sette chilometri, solo pochi minuti. Lo svincolo per Capaci è lì, c’è un pò di vento, ondeggia il cartellone della “Sia Mangimi”, si muovono gli alberi, il mare è increspato. Ecco, sono quasi le 17,58. La Croma marrone è sempre avanti, il contatto radio con le Croma bianca c’è, la “linea” è silenziosa, vuol dire che tutto va bene, non c’è problema. Ma dietro, intorno, da qualche parte, c’è l’assassino, ci sono gli assassini che aspettano Giovanni Falcone.

Sono le 17,58. C’è una curva larga, c’è un rettilineo di 180 metri, c’è un’altra piccola curva. E c’è un sottopassaggio prima di arrivare ad una specie di colonna grigia con su scritto “Cementerie siciliane”. Il cartello che indica l’uscita per Isola delle Femmine è a qualche metro, più avanti ci sono due gallerie. Sempre buie, sempre mal illuminate. Sono le 17,58 e Salvatore Gambino, coltivatore diretto di trentaquattro anni, passeggia su un ponticello e guarda le auto che sfrecciano sull’autostrada.
Sono le 17,58 e una Fiat Uno con una coppia di austriaci va verso Trapani seguita da una Opel Corsa di colore rosso. Sono le 17,58 quando la mafia compie la sua vendetta. “Ho visto una fiammata e poi ho sentito un boato… forse prima ho sentito il boato e poi ho visto del fumo nero”, racconterà un’ora dopo confuso il coltivatore Salvatore Gambino a un carabiniere. 17,58, l’ora del massacro, l’ora dell’infamia, dell’orrore, della morte. (…)

"Lettera ai presidi, assedio a Limina. Ed è già battaglia Democratici-Pdl", di Marina Amaduzzi

Non si placa la bufera contro Marcello Limina. Il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, nell’occhio del ciclone per una lettera in cui chiede sostanzialmente ai presidi di non parlare contro la scuola, in particolare con i giornalisti, è di fatto contestato da sinistra e sostenuto da destra. E la vicenda avrà altri seguiti la prossima settimana: giovedì è convocato dal Coordinamento dei precari della scuola un sit in di protesta sotto il suo ufficio in via Castagnoli per chiedere che se ne vada, visto che «il ruolo poliziesco di prefetto della scuola pubblica» che sta assumendo.

A chiedere le dimissioni del direttore è il comitato Scuola e Costituzione. «La scuola pubblica statale non è subordinata culturalmente né al Governo né all’amministrazione, né lo sono i suoi docenti», scrive il Comitato. «Chiedere alla scuola della Repubblica di non esercitare il suo spirito critico, cercare di impedire la partecipazione di tutte le componenti alla sua gestione significa volere la sua fine e violare i principi costituzionali», conclude, citando l’articolo 33 della nostra Carta. Il Pd, che venerdì si era espresso con il suo segretario Stefano Bonaccini, ieri ha manifestato per voce delle parlamentari Manuela Ghizzoni e Mariangela Bastico (che annunciano interrogazioni urgenti) e di Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria nazionale del partito. La CGIL ribadisce la sua richiesta di dimissioni, e a Reggio Emilia chiede il pronunciamento anche dell’Assemblea regionale. «Incettabile» la lettera di Limina anche per l’Unione degli studenti. «Un’agghiacciante simmetria con le veline del minculpop del ventennio fascista», la «negazione dei diritti democratici di pensiero e di espressione sanciti dalla Costituzione», è il commento di Rossella Giordano, segretaria provinciale del Prc, e di Massimo Ruffini segretario provinciale Pdci.

A difesa del direttore dell’Usr, che venerdì ha ricevuto il pieno sostegno del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, c’è tutto il Pdl. A cominciare dal deputato Fabio Garagnani per il quale alcuni dirigenti e diversi insegnanti «dovrebbero essere duramente sanzionati perchè non svolgono il proprio dovere di educatori ma di agitatori politici». Giovedì il Governo risponderà a una sua interpellanza «su diritti e doveri dei dirigenti scolastici», spiega, nella quale, «partendo dalla realtà bolognese ed emiliano-romagnola, sollecito il Governo ad attuare quei principi di deontologia e di rispetto della legalità che dovrebbero caratterizzare ogni docente». In soccorso di Limina anche il vicepresidente del gruppo Pdl in Provincia, Giovanni Leporati, e il responsabile provinciale Istruzione e scuola del Pdl, Giovanni Mulazzani.

Il Corriere della Sera 23.05.10

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I precari in piazza contro Limina “No al bavaglio a presidi e prof”, di Ilaria Venturi

Pronti a manifestare contro il direttore dell´ufficio scolastico Marcello Limina davanti al suo ufficio in via Castagnoli. I precari della scuola si mobilitano e danno appuntamento a tutti giovedì prossimo alle 15 per protestare contro la “circolare bavaglio”, quella con cui Limina ha chiesto ai docenti di non parlare con la stampa, soprattutto quando si tratta di criticare il sistema scolastico e la riforma Gelmini. Parole che hanno sollevato una levata di scudi a sinistra, dal Pd alla Cgil. «Inaccettabile», reagisce Giancarlo Ambrogio Vitali, portavoce dell´assemblea delle scuole cittadine. «La scuola pubblica statale non è subordinata culturalmente né al governo né all´amministrazione, né lo sono i suoi docenti», ricorda il comitato Scuola e Costituzione, associandosi alla richiesta della Flc-Cgil di dimissioni del direttore dell´Ufficio scolastico regionale.
«Prima il bavaglio ai giornalisti, poi ai dirigenti scolastici e insegnanti», attacca Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria nazionale del Pd. «Limina dovrebbe piuttosto sollecitare il governo a rispondere alla richiesta di insegnanti per l´apertura di nuove sezioni di materna». I presidi, conclude Puglisi, non possono «nascondere alle famiglie il motivo per cui nel prossimo anno scolastico gli studenti non potranno frequentare laboratori, perché le prime classi dei licei scientifici potranno avere la seconda lingua solo a pagamento, o perché non verranno corrisposte le domande di tempo pieno». «I dirigenti non devono fedeltà al governo. Quindi l´invito di Limina a contenere le manifestazioni critiche e i toni denigratori sull´operato del governo a mezzo stampa è lesiva della libertà d´espressione», aggiunge Marilena Pillati, dell´esecutivo regionale Pd. La Cgil di Reggio chiede l´intervento di viale Moro, mentre Prc e Pdci attaccano: «Un´agghiacciante simmetria con le veline del minculpop del ventennio». A sostegno del direttore regionale, lo stesso ministro Gelmini («chi desidera far politica si candidi alle elezioni e non strumentalizzi le istituzioni») e Fabio Garagnani, deputato del Pdl.

La Repubblica/Bologna 23.05.10