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"Il commissario tremonti nella tempesta europea", di Eugenio Scalfari

Dedico ancora una volta queste mie note domenicali alla crisi economica e politica che scuote l´Europa e l´America. Ma prima non posso tralasciare lo scontro che si è acceso sulla legge che vuole mettere il bavaglio all´informazione e che per l´ennesima volta sta bloccando i lavori parlamentari su un provvedimento «ad personas».
Non si tratta solo di intercettazioni ma dell´intera attività della magistratura istruttoria, preclusa ai giornalisti e a chiunque voglia condurre inchieste su situazioni criminali o para-criminali, su chiunque voglia indagare sull´attività di enti pubblici a cominciare dal governo e su chiunque voglia capire quali siano le responsabilità degli uomini che a quelle istituzioni sono preposti.
La legge in seconda lettura al Senato era già stata approvata dalla Camera ma la commissione senatoriale che la sta esaminando l´ha fortemente modificata in peggio. Ha radicalizzato le pene per giornalisti ed editori, ha sbarrato definitivamente gli accessi alle fonti, ha vietato l´attività di cronaca e di inchiesta con modalità tali da realizzare un vero e proprio bavaglio a quel diritto di libertà talmente fondamentale per la democrazia da aver meritato addirittura la tutela costituzionale.
Il nostro giornale si sta battendo da mesi su questo tema e questa volta per fortuna non è il solo. Gran parte della stampa e dell´editoria sono sulla stessa linea.

Partiti, associazioni, movimenti giovanili sono mobilitati a difesa di quel diritto di libertà. Le istituzioni di garanzia, a cominciare dal Quirinale, vigilano con speciale attenzione e non è neppure mancata una testimonianza proveniente da un membro del governo Usa sull´importanza dei mezzi di indagine, intercettazioni comprese, nella lotta contro la criminalità internazionale.
Insomma lo scontro è al culmine anche perché le modifiche peggiorative introdotte al Senato richiederanno una terza lettura da parte della Camera dove le divisioni interne alla maggioranza potrebbero produrre rilevanti novità.
Non si tratta né d´una questione specifica e limitata né d´un atteggiamento corporativo da parte di giornali e di editori. La legge patrocinata dal presidente del Consiglio e dal ministro della Giustizia coinvolge e deforma uno dei connotati essenziali della Costituzione repubblicana. Questo spiega la centralità del tema e l´importanza dello scontro in atto.
I membri del governo sono allineati a difesa della casta cui appartengono, nella pretesa di ottenere il silenzio e l´impunità per le loro non commendevoli gesta. Tutti, salvo Giulio Tremonti. Quel silenzio è molto significativo.

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Un dato di fatto sta emergendo con chiarezza nella politica italiana: da quando il dissesto finanziario della Grecia ha innescato la seconda fase della crisi economica internazionale, il governo italiano è commissariato, il commissario è Tremonti. È lui che detta le soluzioni, la tempistica, l´ammontare delle manovre di assestamento del bilancio, la distribuzione degli oneri tra le varie categorie sociali ed è lui che si raccorda con le istituzioni europee. È lui cioè che traduce in italiano la politica europea della Commissione di Bruxelles e della Bce.
In questo contesto Silvio Berlusconi è non più che l´ombra del ministro dell´Economia. Di tanto in tanto, per non scomparire del tutto dalla scena, tenta qualche fuga in avanti, qualche correzione marginale al dettato tremontiano, qualche dilazione nella tempistica e diluizione dei contenuti, ma presto rientra e si allinea ai «diktat» del suo ministro-commissario, che è ormai il vero capo di questo sconquassato governo.
La politica di Tremonti è chiara: una manovra di 28 miliardi di euro da rendere esecutiva subito, per decreto data l´urgenza, che metta al riparo i conti dello Stato per i prossimi due anni 2011-2012, attraverso tagli di spesa, prelievi «una tantum» sul pubblico impiego e sulle finestre di uscita di pensionati per vecchiaia e per anzianità aziendale, condoni edilizi, diminuzione dei trasferimenti dal centro agli enti locali, congelamento di grandi opere, congelamento di contratti collettivi in scadenza.
Insomma una vasta manovra con effetti inevitabilmente depressivi perché abbassano la capacità di spesa della popolazione specie in una fase di ampio ricorso alla Cassa integrazione e di diminuzione dell´occupazione precaria.
Questo hanno deciso i vertici europei, questo stanno facendo gran parte dei paesi membri dell´Unione, a cominciare dai più solidi e dai più deboli: la Germania come la Grecia, la Francia come la Spagna, la Gran Bretagna come l´Irlanda e il Portogallo.
Perfino Obama ha imboccato questa strada obbligata perché l´attacco dei mercati contro i fondi sovrani, cioè contro i debiti contratti dagli Stati per fronteggiare la crisi bancaria e industriale del 2008-2009 ha reso inevitabile un assestamento gigantesco delle pubbliche finanze in tutto l´Occidente.
La dimensione della manovra italiana è notevolmente minore di quanto avviene altrove, ma se si tardasse ad attuarla subito aumenterebbe inevitabilmente; perciò ha ragione Tremonti a scandirne l´urgenza oltre che la necessità. C´è oltretutto da tutelare una massa ingente di titoli pubblici in scadenza nei prossimi mesi e da reperire la nostra quota di contributo al Fondo europeo di sostegno ai bilanci dei paesi in dissesto. In conseguenza esiste la fondata ipotesi che la manovra da 28 miliardi possa non esser sufficiente e che altri disagi possano derivarne ai bilanci familiari e ai livelli dei redditi individuali.
I partiti d´opposizione hanno ragione di ricordare a Tremonti la dissipazione di risorse che fu fatta agli inizi di questa legislatura, quando già la crisi mondiale e la bolla immobiliare americana erano in piena evidenza; ma quegli errori sono ormai avvenuti e un loro voto contrario alla manovra che sarà nei prossimi giorni varata non avrebbe alcuna giustificazione plausibile per quanto riguarda tagli di spesa e prelievi, salvo discuterne le modalità sociali. Però c´è un però, che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha già messo in evidenza e che Tremonti farà bene a prendere molto sul serio e a non rinviarlo con la sua consueta e alquanto arrogante alzata di spalle. Il però è quello della crescita.
Bersani ha detto che senza crescita non si va da nessuna parte. L´hanno detto anche Barroso e il presidente della Banca centrale Europea, Trichet. Ne tenga dunque conto il nostro ministro-commissario.

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La crescita non può venire che da una ripresa della domanda di consumi e di investimenti. Gli strumenti sono lo sgravio fiscale e contributivo, l´accelerazione dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni, un primo inizio di riforma fiscale che serva a finanziare queste misure di sostegno attraverso uno spostamento dell´onere dal reddito delle persone al valore delle cose, oltre alla lotta contro l´evasione fiscale (per cui nuovi condoni non rappresentano una propedeutica appropriata).
Aggiungo (e l´hanno già detto in varie occasioni Bersani e Carlo De Benedetti ed è un punto di facile comprensione) che una più vivace crescita del Pil farebbe diminuire il deficit a parità di disavanzo del bilancio, facilitando in tal modo un più rapido rientro nei parametri del patto europeo di stabilità.
Tremonti incontrerà nei prossimi giorni le parti sociali per esporre i criteri della sua manovra e chiedere a quelle organizzazioni saggezza di comportamenti. Ma le vere prove che dovrà affrontare saranno quelle con l´opposizione parlamentare e con le aspettative dei mercati.
Il falso slogan berlusconiano della crisi che sarebbe da tempo alle nostre spalle non inganna e non incanta più nessuno. La crisi è ancora tutta davanti a noi e addirittura minaccia al cuore l´Europa, i fondi sovrani dei suoi Stati membri e la moneta comune.
Ci vuole perciò molto coraggio e molta coesione sociale e politica. Il presidente-ombra finora ha fatto solo danni. Il ministro-commissario può dare inizio ad una svolta che i fatti rendono necessaria, ma non avendo la bacchetta magica dovrà negoziare per il bene del paese e dell´Europa.

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Reggerà l´Europa? Ma quale tipo d´Europa?
L´Unione attuale è da almeno dieci anni in mezzo al guado. L´euro ha appunto dieci anni di vita e altrettanti ne ha la Banca centrale che emette la moneta comune, sia pure con qualche vistosa eccezione.
La Bce è la sola Banca centrale che non abbia alle sue spalle uno Stato, perché l´Unione non lo è. Ho scritto altre volte che una siffatta Banca centrale rappresenta un´anomalia che la rende più indipendente di tutte le altre dal potere politico ma nel contempo più fragile. È ormai chiaro che questa fase di transizione deve ormai finire.
Può finire in due modi: facendo rapidamente diventare l´Unione uno Stato, con un suo bilancio, una sua fiscalità, un Parlamento con candidature europee anziché nazionali, una sua politica estera, una difesa comune. Ci vorranno anni, ma i passi decisivi debbono esser fatti subito, quantomeno per quanto riguarda la fiscalità, il bilancio, il governo economico europeo, con le relative cessioni di sovranità.
L´altra strada è quella proposta dalla Germania: invece d´una cessione di sovranità dagli Stati all´Unione, una delega ai paesi più forti per governare l´economia e la finanza dell´intera Unione. Insomma un Direttorio dotato di ampi poteri.
Angela Merkel sottintende che i membri del Direttorio siano, oltre alla Germania, la Francia, l´Italia, l´Olanda, il Belgio, cioè i paesi fondatori, Gran Bretagna esclusa per via della moneta non comune. Ma, a parte i malcontenti di un assetto di questo genere, la proposta non nasconde la realtà: si tratta di un´egemonia tedesca sull´Europa, sia pure con un diritto di veto della Francia e gli altri a reggere la candela.
Tutti i poteri nuovi nascono da un´egemonia, ma qui c´è di mezzo una storia plurisecolare, una guerra che ha visto la Germania contro il resto del mondo, un genocidio spaventoso. E c´è soprattutto una disparità di economie che va assolutamente colmata ma con terapie farmacologiche e non chirurgiche.
La Germania – è vero – possiede a sua volta un´arma deterrente potentissima: se non si raggiungesse un accordo che la soddisfi potrebbe decidere di uscire dall´euro e tornare al marco. Si assumerebbe la responsabilità – per la terza volta in un secolo – d´aver ucciso l´Europa e d´avere al tempo stesso suicidato se stessa.
Non crediamo che possa arrivare a tanto. Non crediamo che la sinistra tedesca, i liberaldemocratici, i verdi, l´industria, il sistema bancario, infine la gran parte dell´opinione pubblica tedesca possano accettare un doppio omicidio politico di questo genere.
Se il nordismo europeo varcasse questa soglia, veramente una nuova barbarie seppellirebbe l´intera civiltà occidentale e il nostro continente diventerebbe un arcipelago regionale gravido di contraddizioni tra deboli e debolissimi e non risparmierebbe nessuno, rafforzando soltanto le criminalità organizzate e consegnando un immenso mercato alle bocche voraci dei poteri forti mondiali.
Questi scenari apocalittici sono fuori dalle previsioni ma è opportuno siano tenuti presenti da quanti pensano che ci sia ancora tempo per occuparsi soltanto dell´utile proprio e della propria casta di appartenenza.
Quel tempo è finito. La crisi greca ha avuto almeno il pregio di mettere questa dura realtà sotto gli occhi di tutti. Non è così, onorevole ministro Giulio Tremonti?

La Repubblica 23.05.10

"Chi azzoppa i custodi della democrazia", di Barbara Spinelli

Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore.
Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi. Nella sua descrizione degli Stati Uniti, Tocqueville chiama i guardiani i «particolari potenti»: sono la stampa, le associazioni, i légistes ovvero i giuristi. In loro assenza «non c’è più nulla tra il sovrano e l’individuo»: sia quando il sovrano è un re, sia quando è il popolo.

Queste mura sono in via di dissoluzione in Italia, da anni. Ma nelle ultime settimane l’erosione ha preso la forma di un concitato giro di vite: un grande allarme s’è creato attorno alla corruzione dilagante, seguito da un grande tentativo di mettere corruzione e malavita al riparo dai custodi della democrazia. È un dramma in tre atti, che vorremmo sottoporre all’attenzione del lettore.

Il primo atto risale al 17 febbraio, quando la Corte dei Conti constata, in apertura dell’anno giudiziario 2010, l’enorme aumento del malaffare. La denuncia del presidente della Corte e del procuratore generale, Tullio Lazzaro e Mario Ristuccia, è grave: «Una sorta di ombra e nebbia sovrasta e avvolge il tessuto più vitale e operoso del Paese», opponendo una «pervicace resistenza a qualsiasi intervento volto ad assicurare la trasparenza e l’integrità» nelle amministrazioni pubbliche. I «necessari anticorpi interni non vengono attivati», ed è la ragione per cui la cura della patologia è «lasciata al solo contrasto giudiziale, per sua natura susseguente e repressivo». Le conseguenze, nefaste, indicate da Lazzaro: «Il Codice Penale non basta più, la denuncia non basta più. Ci vuole un ritorno all’etica da parte di tutti. Che io, purtroppo, non vedo».

Qui cominciano gli atti decisivi del dramma. Quel che va in scena è la controffensiva d’un governo che si sente asserragliato più che responsabilizzato: che a parole annuncia misure anti-corruzione, e nei fatti predispone un’autentica tenda protettiva, tale da coprire il crimine, sottraendolo agli occhi dei cittadini e della legge con tecniche di occultamento sempre più perverse, garantendo a chi lo commette impunità sempre più vaste. Nel secondo e terzo atto del dramma il crimine viene avvolto, ancora una volta, «nella nebbia e nell’ombra».

Il secondo atto fa seguito alla condanna in appello dei capi-poliziotti che la notte del 21 luglio 2001 assalirono la scuola Diaz a Genova, durante un vertice G8, massacrando 60 ragazzi inermi. «Nessuno sa che siamo qua, vi ammazziamo tutti», gridavano i picchiatori, quando invece i superiori sapevano. I fatti erano raccontati nella sentenza di primo grado, ma le condanne non coinvolsero gli alti gradi della polizia. In appello sono condannati anch’essi. Ebbene, cosa fa la politica? Assolve i condannati, li trafuga in una nuvola come gli dei omerici facevano con i propri eroi, e li lascia indisturbati al loro posto. Francesco Gratteri, capo della Direzione generale dell’anticrimine ed ex direttore del Servizio Centrale Operativo, è condannato a 4 anni e resta dov’è in attesa della Cassazione. Lo stesso succede a Giovanni Luperi, oggi capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (ex Sisde), condannato a quattro anni. Vincenzo Canterini fu promosso questore nel 2005: aveva guidato la Celere contro la Diaz.

Il terzo e cruciale atto dell’operazione trafugamento del crimine è la legge sulle intercettazioni. Ancor oggi si spera che essa non passi, grazie alla resistenza congiunta di editori, stampa, magistrati, deputati finiani, Quirinale. Grazie anche all’intervento del sottosegretario americano alla Giustizia Breuer, che evocando la lotta antimafia di Falcone ha indirettamente smascherato la natura di una legge che sembra patteggiata con la malavita. Fino all’ultimo tuttavia, e per l’ennesima volta nell’ultimo quindicennio, Berlusconi tenterà di imbavagliare magistrati, mezzi d’informazione. Se la legge sarà approvata, i magistrati faticheranno sempre più a snidare reati, a istruire processi.

Potranno usare le intercettazioni solo in condizioni proibitive, e per una durata non superiore a 75 giorni (se stanno per accertare un reato al settantaquattresimo giorno, peggio per loro). Sarà proibito intercettare politici e preti senza avvisare le loro istituzioni: un privilegio incostituzionale, davanti alla legge. Non meno gravemente è colpita la stampa (quando riferisce su inchieste giudiziarie prima dei processi) per la sanzione che può colpire giornalisti e editori. Questi ultimi, intimiditi da alte multe, diverranno i veri direttori d’ogni cronista. Il direttore responsabile perderà prestigio, peso. Bersaglio dell’operazione è non solo la stampa ma il cittadino. Si dice che il suffragio universale è sacro e al tempo stesso si toglie, a chi vota, l’arma essenziale: la conoscenza, i Lumi indispensabili per capire la politica e dunque esercitare la propria vigile sovranità.

Ci sono eventi storici che solo la letteratura spiega fino in fondo e anche in Italia è così. Proviamo a leggere Il Rinoceronte di Eugène Ionesco e vedremo descritto, limpido, lo strano mondo in cui dai primi Anni 90 anni viviamo: un mondo che tutela il crimine, allontanandolo dalla scena e rendendolo sia invisibile, sia impunibile. Un mondo dove i custodi della democrazia sono neutralizzati e il popolo, bendato perché disinformato, vive e vota dopo esser mutato interiormente. Un regime simile ci trasforma ineluttabilmente nelle bestie a quattro zampe descritte dal drammaturgo. In principio passa un rinoceronte: è bizzarro, ma passa. Poi piano piano tutti si trasformano. Perfino il filosofo diventa prima un po’ verde, poi le mani raggrinziscono, poi sulla fronte gli cresce il corno.

La mutazione genetica di cui ha parlato Sergio Rizzo sul Corriere del 6 maggio avviene quando cadono le categorie umane classiche: il confine fra lecito e illecito, bene e male («il Male! Parola vuota!», dice Dudard a Berenger, nel Rinoceronte). In questione non resta che lo «stato d’animo». Come per Denis Verdini: indagato per concorso in corruzione, il coordinatore del Pdl non si dimette come Scajola perché, assicura, «non ho questa mentalità».

Chi ha desiderio di cedere, nel dramma di Ionesco, lo fa perché il rinoceronte gli appare più naturale dell’uomo, perché «possiede una specie di candore», perché emette un barrito incomprensibile ma sonoro, trascinante. Cedere è attraente, come spiega Dudard a Berenger. È questione di mentalità, appunto: «Io mi limito a constatare i fatti e a prenderne atto. E poi, dal momento che la cosa esiste, ci sarà bene una spiegazione (…) Se ce la prendessimo con tutto quello che succede, non vivremmo più. Dal momento che è così, non può essere altrimenti». E conclude, cercando di convincere l’amico ribelle: «Lei vede tutto nero… Dobbiamo imporci a priori un atteggiamento favorevole o, per lo meno, l’obiettività, l’ampiezza di vedute proprie di una mente scientifica. Tutto ha una logica: comprendere vuol dire giustificare». Chi guarda il notiziario del Tg1 in questi giorni avrà conferma della mutazione genetica. Niente sui capi-poliziotti della Diaz che mantengono la carica disonorando uno dei più importanti corpi dello Stato. Quasi niente sulle intercettazioni controverse. Fortuna che la ribellione non manca. Fortuna che al Tg1 c’è Maria Luisa Busi, che toglie la firma e non vuol essere rinoceronte.

Berenger è l’unico a resistere, a non avere la tollerante «ampiezza di vedute» consigliata dai falsi amici. Alla fine è solo, in una città di rinoceronti. Non ha ceduto alla forza che ti trasforma: la stanchezza infinita che ti può assalire, il «bisogno di lasciarsi andare», il fatale conformismo. Il pragmatismo di chi dice: meglio, se si vuol sopravviver quieti, tenere i due piedi ben piantati in terra. Anzi, i quattro piedi.

La Stampa 23.05.10

"Una legge contro la Costituzione colpisce la nostra democrazia", di Liana Milella

Tutti i reati devono essere perseguiti e le intercettazioni devono essere impiegate ogni volta che è necessario. Il diritto di cercare, di diffondere e di ricevere le informazioni è fondamentale. Non si restringa questa libertà.
Sfoglia il codice di procedura penale, e si ferma all´articolo 266, quello che regola le intercettazioni. Lo legge, poi ragiona a voce alta: «Ma questo articolo non va bene così com´è? Ho perfino dei dubbi sull´opportunità di stabilire una lista di reati. E comunque qui c´è già tutto. Ma cosa si dovrebbe aggiungere?». Il presidente dei costituzionalisti italiani Valerio Onida, ex presidente della Consulta, boccia la stretta sulle intercettazioni e il bavaglio alla stampa.
Questa legge mette in pericolo la democrazia?
«Certamente le intercettazioni sono una misura che limita la libertà e la segretezza delle comunicazioni, garantita dall´articolo 15 della Costituzione. Vi è dunque senz´altro la necessità di apprestare, in attuazione dell´articolo 15, opportune garanzie di procedura e di sostanza per impedire il ricorso abusivo a quella che è comunque una limitazione di libertà. Si può combattere l´eccesso di ascolti o il ricorso a indagini cosiddette “a strascico”, cioè che non muovano da una notitia criminis ma vadano alla ricerca di eventuali reati (qui l´abuso non riguarderebbe tanto lo strumento delle intercettazioni, quanto la stessa apertura dell´indagine). Ma la risposta non può consistere in un´irragionevole limitazione della possibilità di ricorrere a questo mezzo di indagine. Tutti i reati devono essere perseguiti, e lo strumento delle intercettazioni deve poter essere impiegato dagli organi dell´accusa, con le dovute garanzie, tutte le volte che concretamente sia necessario».
I limiti imposti dalla legge sono inaccettabili?
«Gli abusi vanno combattuti stabilendo le opportune garanzie. Alcune di quelle che qui si vorrebbero introdurre mi paiono però tali da ostacolare irragionevolmente le indagini, come l´autorizzazione demandata al tribunale collegiale del capoluogo di distretto, che rischia di risolversi in un appesantimento eccessivo per la macchina della giustizia. Se Lodi o Varese devono chiedere il permesso a Milano per mettere un telefono sotto controllo, mi pare che l´aggravamento sarebbe irragionevole. La decisione di un organo giudiziario nell´ambito dello stesso tribunale presso cui opera la procura competente dovrebbe bastare. E ho il dubbio che anche attribuire sempre la competenza a un collegio anziché al gip possa dar luogo a grandi difficoltà organizzative. Piuttosto vedrei meglio, oltre ad un rigoroso controllo del giudice chiamato ad autorizzare motivatamente l´intercettazione, uno del capo della procura per evitare iniziative anomale di singoli sostituti».
I poliziotti protestano contro la durata breve anche per reati gravi. È un vulnus all´obbligatorietà dell´azione penale?
«Non so se 75 giorni siano troppi o troppo pochi. Il problema non è tanto la durata delle intercettazioni, quanto quella delle indagini preliminari, che secondo me dovrebbe essere il più possibile contenuta, per evitare indagini lunghissime e magari molto pubblicizzate dalla stampa, a cui poi non fanno seguito celermente i processi con i relativi accertamenti giudiziali, o che sfociano in processi vanificati alla fine dalla prescrizione».
Qual è il colpo più duro alla Costituzione?
«Sarebbe grave limitare i tipi di reati che ammettono il ricorso alle intercettazioni, perché si tratta di uno strumento di indagine la cui necessità va valutata in concreto. Non si dovrebbero poi limitare eccessivamente i presupposti che giustificano il ricorso agli ascolti, come quando si proponeva di richiedere “evidenti indizi di colpevolezza”, proprio perché esse servono per verificare se alla base di una notitia criminis c´è un fondamento».
Il governo, per i “no” di Fini e del Colle, sarà costretto a cambiare il testo. Che consigli gli darebbe?
«Eviterei di restringere l´elenco dei reati e di limitare ulteriormente i presupposti per l´autorizzazione, che dev´essere data sulla base di un´attenta motivazione, e di appesantire troppo la procedura autorizzativa, magari prevedendo qualche controllo del capo della procura sulle iniziative dei singoli pm. Poi c´è il delicatissimo tema della pubblicabilità degli atti. Qui è in gioco un altro diritto costituzionalmente protetto, quello di informare e di essere informati».
La formula suggerita dai finiani, «di tali atti è sempre consentita la pubblicazione per riassunto» sanerebbe il vulnus?
«È incostituzionale prevedere un divieto di pubblicazione di notizie ed atti non più coperti da segreto. Se una notizia non è più coperta da alcun segreto ed è di interesse pubblico deve poter essere pubblicata. Naturalmente è necessario, per non ledere altri diritti, come quello all´onore e alla reputazione delle persone, rispettare i limiti consueti: veridicità, interesse pubblico, “continenza”, cioè modalità espositive corrette e non subdole. Ma il diritto di cercare, di diffondere e di ricevere le informazioni è fondamentale per la qualità della democrazia. Si può, certo, auspicare che gli operatori dell´informazione facciano con scrupolo il loro mestiere, sappiano andare alla ricerca delle informazioni rilevanti e verificarle, e non si trasformino in ricettori e diffusori di “materiali” non verificati, o privi di rilevanza pubblica e lesivi di diritti altrui (è anche un problema di costume). Ma non si può cancellare o restringere indebitamente la libertà di informare e di essere informati. Stabilire che non si può pubblicare nulla fino alla fine delle indagini preliminari colpirebbe gravemente queste libertà».
E quindi parlare di «riassunto» basterebbe?
«Non so se si possa distinguere bene, e se abbia senso distinguere, il “riassunto” dall´intero documento».
Come giudica il divieto totale di pubblicare le intercettazioni fino al processo?
«Trovo sbagliato e censurabile che certe ordinanze di custodia cautelare appaiano costruite riversando integralmente intere pagine di trascrizioni della polizia, anziché esponendo le risultanze degli indizi raccolti e le ragioni che inducono il giudice a disporre la misura. Ma la risposta non può essere il divieto di pubblicazione delle ordinanze medesime una volta che sono state emesse e rese pubbliche. Sarebbe incostituzionale».

La Repubblica 23.05.10

Assemblea Pd, Bersani al Pd: "Siamo l'alternativa alla destra di governo"

Le primarie per scegliere i candidati sindaci sono un solo uno « strumento» per raggiungere l’obiettivo, quello appunto di arrivare alla candidatura vincente. Lo ha sottolineato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani nelle conclusioni dell’Assemblea nazionale del Pd. Bersani ha invitato i dirigenti locali a «imparare da questa Assemblea», e a evitare nei prossimi congressi cittadini e di circolo «battibecchi incomprensibili ai cittadini»; «se ci dobbiamo dividere – ha aggiunto – facciamolo sui problemi della città».

Il segretario ha quindi parlato delle amministrative della prossima primavere: «Non dico di prepararci- ha affermato – dico di non compromettere quegli appuntamenti. Ragioniamo, vediamo città per città le scelte politiche e diamoci gli strumenti per arrivare dove vogliamo arrivare». «Non voglio entrare nel dibattito ideologico – ha aggiunto – sulle primarie. Touadi ha detto che le primarie sono l’essenza del Pd. Per me l’essenza del Pd è dire che questo Italia non mi piace molto; che Milano guidata dal grande affare non mi piace punto». Insomma, ha concluso Bersani, «non è detto che la società civile ci corra dietro. Noi però dobbiamo tentare di dialogare, non bisogna chiuderci».

Pierluigi Bersani si dice «molto soddisfatto» dell’andamento dell’assemblea nazionale che ha impegnato per due giorni il partito alla Nuova Fiera di Roma. Il segretario nella sua replica ha detto di apprezzarre il lavoro di elaborazione che si è continuato a fare durante la tarda serata di ieri sui documenti che, a suo avviso, «rappresentano una buona base di partenza per alimentare il confronto e la discussione». Tuttavia, rivolgendosi all’assemblea e al gruppo dirigente che lo affianca, ha esortato tutti a una maggiore partecipazione. «Se continuiamo a mettere in primo piano i nostri problemi non ne uscirmo mai. L’ho detto e lo ripeto non abbiamo la bachetta magica per risolverli ma occorre tanto lavoro. Allora a voi tutti dico non venitemi a dire quali sono i problemi. Da qui io li vedo benissimo e allora sentitevi un po’ segretari tutti e venitemi a proporre delle soluzioni». Giudizio positivo anche sul clima del confronto. «La nostra discussione è stata positiva perchè ci abbiamo messo poca retorica e non ci siamo scaldati il cuore facendo comizi ma indicando soluzioni in uno spirito unitario».

L’Unità 22.05.10

Decreti legge, Napolitano alle Camere "Compresso il ruolo del Parlamento"

«La preoccupazione per i rischi che può comportare la decadenza di un determinato decreto-legge non potrà ulteriormente trattenermi dall’esercitare la facoltà di rinvio alle Camere della relativa legge di conversione», ha scritto nero su bianco Giorgio Napolitano in una lettera inviata ai presidenti delle Camere e al premier Silvio Berlusconi. Il Capo dello Stato, che è in partenza per Washington, dove martedì sarà ricevuto da Barack Obama, il 31 marzo scorso aveva rinviato alle Camere la legge sull’arbitrato nelle cause di lavoro ritenendola «incoerente» con la legislazione vigente. E nella lettera odierna spiega con quanta amarezza e con quali «dubbi» ha promulgato il decreto legge incentivi: quindi lancia un appello, accolto in silenzio dai destinatari e ha suscitato il plauso delle opposizioni.

«Napolitano ha ragione, è necessario rivedere i meccanismi dei decreti legge», ha detto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. L’arbitro ha mostrato un ennesimo cartellino rosso al governo, ha aggiunto il senatore Gianpiero D’Alia (Udc). Stavolta ho firmato, spiega il presidente, per evitare che il decreto decadesse e cessassero «disposizioni di indubbia utilità, come quelle relative al contrasto dell’evasione fiscale ed al reperimento di nuove risorse finanziarie». Il Capo dello Stato si è trovato nella identica situazione di un anno fa, quando il decreto incentivi fu stravolto in Parlamento inserendovi «disposizioni estranee» (allora le quote latte) rispetto al testo originario autorizzato dal Colle. Furono introdotte con un maxi-emendamento votato con il voto di fiducia in entrambi i rami del Parlamento, ed egli alla fine promulgò inviando un richiamo scritto a governo e Parlamento, citato nella lettera odierna insieme ad un’altro analogo appello di due anni fa in cui denunciò l’eccessivo ricorso alla decretazione di urgenza e la compressione delle prerogative parlamentari con l’accoppiata, appunto, maxiemendamenti e fiducie.

Stavolta i «dubbi» e le riserve di Napolitano sono ancora più forti, «potrebbero giustificare», dice, il rinvio alle Camere. Senza chiedere il parere del capo dello Stato, sono state infatti inserite, fa osservare, normative edilizie che autorizzano le Regioni a intervenire sulla sanzionabilità penale che non è di loro competenza; si prevede una «irragionevole» differenziazione di regime del contenzioso tributario che incide sul gettito dell’IVA che è regolato da norme comunitarie.

Che fare? Se fosse stato possibile, scrive Napolitano, auspicando una riforma costituzionale in tal senso, avrei rinviato alle Camere la parte dubbia della legge di conversione, e avrei promulgato il resto del decreto; oppure avrei chiesto alle Camere una nuova deliberazione prima della scadenza del decreto. Dovrebbe essere possibile, dice ancora, e auspico dei limiti alle modifiche che il Parlamento può apportare a un decreto legge. La lettera si chiude con «un richiamo al senso di responsabilità del Governo e del Parlamento, e in particolare dei gruppi di maggioranza, affinchè non si alterino gli equilibri costituzionali per quel che riguarda i criteri per l’adozione dei decreti-legge ed i caratteri di omogeneità che ne devono contrassegnare i contenuti, nonchè sotto il profilo dell’esercizio delle prerogative del Presidente della Repubblica».

La Stampa 22.05.10

"Università: riforma a scatola chiusa", di Giulio Peruzzi*

Nella sua audizione alla Commissione istruzione del Senato (una rara apparizione concessa il 12 maggio) il ministro Gelmini ha sciorinato una serie di cifre in larga parte discutibili, se non palesemente errate. Inoltre, senza accorgersi che molti Paesi del mondo, pur nella difficile congiuntura economica,hanno incrementato i finanziamenti al settore, Gelmini ha giustificato i tagli effettuati e quelli in arrivo appellandosi alla crisi economica. Non ha dato nessuna certezza sulla consistenza del finanziamento futuro delle Università che, a oggi, si aspettano un taglio indiscriminato di 1,3 miliardi di euro per il 2011. Infine ha sostenuto più volte che “conservatori”
(sic!) sono coloro che si oppongono al suo disegno di legge di riforma universitaria (che andrà in Aula ai primi di giugno) e che lo stesso ddl è «stato il frutto di una lunga concertazione con gli operatori del comparto» (sic!).
È indubbia l’esigenza di intervenire in modo incisivo e organico sull’Università, invertendo una tendenza al declino assai preoccupante per il Paese. È altrettanto chiaro che molti dei problemi che affliggono il nostro sistema universitario sono anche responsabilità della comunità accademica. Ma sottolineiamo “anche”, perché la classe politica nel suo complesso è sicuramente corresponsabile e, in forme diverse, lo è anche la classe imprenditoriale. Tuttavia, non è distribuendo patenti di “conservatore” o “progressista” che si possono risolvere questi problemi. Si richiede invece un confronto serio con gli “operatori del comparto”, mai davvero ascoltati dal ministro Gelmini. Una riforma così importante richiede discernimento. Un discernimento che gli organi di informazione, troppo polarizzati dalle notizie eclatanti, non sempre realizzano. Bisogna capire bene cosa si può e si deve salvare, e cosa invece deve essere cambiato. Certo non ha senso, come invece avviene in questo ddl, enunciare principi fondamentali come l’autonomia, il merito, la valutazione, e poi tradirli uno per uno nell’articolato, disegnando un sistema di governo e una riorganizzazione degli atenei ispirati solo al contenimento della spesa. Certo non ha senso far finta che non esistano 25.000 ricercatori che svolgono (per legge) compiti di docenza, a fronte di circa 18.000 professori ordinari e circa altrettanti professori associati.
Il lavoro didattico che questa terza fascia svolge non è frutto dell’ipertrofia dei corsi causata dal “3+2” (troppe volte stigmatizzata, non sempre a ragione): anche razionalizzando l’offerta formativa, il carico didattico della terza fascia rimarrebbe essenziale per la formazione universitaria. Con buona pace del ministro, il numero complessivo dei docenti delle tre fasce è più basso di quello di molti Paesi europei con cui l’Italia deve confrontarsi. Chi avanza critiche e propone modifiche sostanziali al ddl è conservatore o progressista?
* Docente di storia della fisica

L’Unità 22.05.10

"Non avrei mai scritto Gomorra", di Roberto Saviano

Mi ha generato un senso di smarrimento e paura la dichiarazione di voler tutelare la privacy dei boss mafiosi. Molti boss è proprio quando parlano con i familiari che danno ordini di morte. Ed è proprio quando i familiari a loro volta parlano con amici e conoscenti che rendono palesi le volontà di chi è latitante e impartisce ordini. È proprio nei momenti di maggiore intimità che viene fuori la mappatura criminale di un territorio. Addirittura osservando le conversazioni dei figli dei boss sui social network si possono evincere informazioni che probabilmente seguendo altri canali potrebbero sfuggire. Famiglie potentissime che festeggiano compleanni nel chiuso di quattro mura con pochi intimi: significa che non è il momento adatto per esporsi, significa che ci sono problemi sul territorio.

Quando si ha a che fare con le organizzazioni criminali tutto può essere utile per comprenderne i meccanismi. Per questo limitare l’utilizzo delle intercettazioni, renderne più ardua la disposizione e impedire che certe informazioni vengano pubblicate è un grave danno per il contrasto alla criminalità organizzata. Tutelando chi è vicino alle organizzazioni si tutelano indirettamente anche le organizzazioni stesse.

Nella maggior parte dei casi i filoni di indagine maggiori hanno preso le mosse da indagini secondarie che nulla sembravano, a primo acchito, avere a che fare con i reati commessi dalle associazioni mafiose. Quello che c’è da sperare, ora, è che chi fa queste dichiarazioni semplicemente non sappia di cosa sta parlando e non sia in malafede. Non so cosa sia meglio per il Paese, se avere a che fare con incompetenti, i dilettanti dell’antimafia, o con persone che invece agiscono consapevolmente in malafede. Non saprei decidere.

Il rischio che la legge sulle intercettazioni pregiudichi in maniera profonda la libertà di informazione e prima ancora la possibilità di fare indagini adeguate è troppo alto per poter lasciare il dibattito a chi, da una parte e dall’altra, ha solo interesse che la vicenda venga strumentalizzata. Contro il Ddl intercettazioni proposto dal ministro Alfano e in discussione al Senato insorgono magistrati, giornalisti, editori e l’opinione pubblica è divisa, quando non è confusa. Il governo parla di vietare la diffusione delle intercettazioni e del loro contenuto fino all’udienza preliminare, ovvero fino a quando il magistrato competente non abbia formalizzato l’accusa. E nel frattempo cosa possono scrivere i giornalisti? E cosa può sapere l’opinione pubblica? Che si stanno svolgendo indagini? A carico di chi e per che cosa?

La materia è assai vasta per poterne dare una valutazione complessiva, ma se prendiamo il caso del sottosegretario Nicola Cosentino, nessuno avrebbe potuto scriverne perché l’accusa è stata formalizzata solo dopo molto tempo dall’avvio delle indagini. Indagini che peraltro riguardavano illeciti commessi molti anni prima e i cui effetti erano sotto gli occhi di tutti. Poteva esser scritto che era partita una inchiesta dell’Antimafia di Napoli senza però poter indicare le ragioni, a quel punto sarebbe equivalso a non scrivere niente. A oggi non è stata ancora formalizzata una richiesta di rinvio a giudizio, il che significa che se vigesse già la legge in discussione nessuno potrebbe spiegare sui giornali, in modo chiaro, perché Cosentino dovrebbe essere arrestato. Lo stesso vale per la vicenda Bertolaso; nessuno potrebbe spiegare con elementi concreti chi sono Anemone e Balducci.

L’esigenza legittima di dare una misura, di porre un argine alla pubblicazione delle intercettazioni ossia di difendere la regolarità dello svolgimento delle indagini non deve in alcun modo, però, impedire la libertà di raccontare, di informare la gente su quel che sta accadendo. Perché se da un lato è necessario tutelare chi è oggetto di indagini da atteggiamenti giustizialisti o da garantismi pretestuosi, quello che non deve in alcun modo essere limitato è la possibilità di utilizzare tutte le risorse a disposizione degli inquirenti per fare chiarezza.

Ma in realtà questa legge è figlia diretta della logica mediatica. È una verità evidente sino a ora trascurata. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che sa bene come funziona l’informazione e ancor più l’informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c’è il rinvio a giudizio, se da un lato è garanzia per gli indagati, dall’altro genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non possono essere rese di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo della legge: impedire alla stampa, nell’immediato, di usare quei dati che poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili.

Quello che mi sento di dire è che governo, magistratura e stampa, in questa vicenda, dovrebbero trovare un terreno comune di discussione, perché di questo si tratta, di riappropriarsi di un codice deontologico che renda inutile il varo di leggi che limitino la libertà di stampa, di espressione e di ricerca delle informazioni. Non è limitando la libertà di stampa e minacciando l’arresto dei giornalisti che si arriva a creare una regola condivisa. E in questa discussione mi sento profondamente coinvolto perché sotto la legge che si vorrebbe far passare, il mio lavoro e quello di molti miei colleghi sarebbe stato notevolmente più arduo se non, in certe sue fasi, impossibile. Se ci fosse stata questa legge non avrei potuto scrivere intere parti di Gomorra, il cui dialogato talvolta è formato da intercettazioni che ho utilizzato molto prima del rinvio a giudizio e che avevano un valore di inchiesta ancor prima che un valore giudiziario.

Mostravano come in certe aree d’Italia, in quel caso a Secondigliano, un omicidio venisse definito “pezzo” i politici fossero chiamati “cavallucci” su cui puntare. Ma ancor più importante, perché come ho detto prima non si tratta solo di descrivere un contesto, quello avrei potuto farlo con parole mie, quelle intercettazioni descrivevano come un sindaco avesse partecipato direttamente a un agguato, mostrando, in questo modo, lo stato di salute di un intero Paese.
Nel Ddl intercettazioni è anche inserito un emendamento, la “norma D’Addario” che regolamenta l’uso delle registrazioni. Seguendo quanto prescritto non avrei potuto registrare molte delle testimonianze che ho raccolto senza l’esplicito consenso del mio interlocutore e che ho riportato in Gomorra; testimonianze che di certo non sarebbero rientrate in quelle eccezionalmente fatte per la sicurezza dello Stato.

Molte vicende non sarebbero mai venute alla luce e benché spesso io abbia omesso i nomi reali e mi sia limitato a raccontare i meccanismi, credo che neppure quello sarei stato in grado di fare, rischiando pene severissime. Quando, non molto tempo fa, ho incontrato un pentito e ho registrato quello che mi ha raccontato, l’ho fatto senza sua autorizzazione e senza sapere quale sarebbe stato l’esito di quell’incontro. Di fatto, se non c’è reato in quello che viene registrato, si rischia molto e questo può pregiudicare anche la lotta alle estorsioni poiché chi ne è vittima e decide di presentarsi microfonato a un colloquio, se l’estorsione non avviene ed è scoperto a registrare, rischia fino a quattro anni di carcere. Tutto questo per dire che togliere la libertà a chi racconta, togliere gli strumenti per capire cosa sta accadendo non è un modo per difendere il diritto delle persone, non è un modo per salvaguardare la privacy.

L’uso delle intercettazioni deve essere regolamentato. Le regole devono essere condivise e affrontate insieme, non imposte. Questa legge rischia di essere, se non verrà profondamente modificata, solo l’affermazione che il potere non può essere raccontato, descritto, ascoltato. In una parola che tutto gli è concesso.

La Repubblica 22.05.10